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Stampa custodita ai Musei Civici di Palazzo Farnese, Piacenza; |
Il
17 marzo si celebra l’ anniversario dell’ Unità d’ Italia, avvenuta con la
proclamazione del Regno d’ Italia del 17 marzo 1861 al Parlamento di Torino. E’
una festa importante, ma che passa inosservata in quanto giorno lavorativo e
ben poco pubblicizzata, quindi molti la confondono persino con la Festa del
Tricolore, che in realtà ricorre il 7 gennaio. Il valore del 17 marzo è immenso,
e sebbene da un punto di vista statuale risalga solo al 1861 l’ unità nazionale
non fu certo invenzione del Conte di Cavour o di Re Vittorio Emanuele II: ha
radici lontane, e andando oltre la poetica consapevolezza dantesca risale fino
alle disposizioni di Cesare Augusto, primo imperatore romano, che predispose le
regiones, enti territoriali così efficaci da giungere sino a noi oggi. E’ stato
detto pertanto che l’ Italia sia il solo Paese europeo a vantare un «battesimo»
precedente al Medioevo, epoca della nascita degli Stati nazionali moderni come
la Francia.
Lo
Stato italiano ha una Bandiera, un Inno e un emblema repubblicano, ma non una
festa che accomuni tutta la cittadinanza. Quirinale, Palazzo Chigi, Palazzo
Madama e Montecitorio avranno pur altre priorità, eppure la questione rimane, e
ci vorrebbe davvero poco per tagliare questo nodo gordiano. Il 25 aprile celebra
la Liberazione dal Fascismo e il 2 giugno la nascita della Repubblica: tali festività
civili non ricordano la nascita dello Stato, ma una liberazione dalla dittatura
e un cambio di forma istituzionale. La proclamazione dello Stato rimane avvolta
nella nebbia della storia, ben pochi italiani ne hanno conoscenza. E questa ignoranza
viene coltivata e incoraggiata da chi invece dovrebbe trasmetterci un più forte
senso civico, ledendo grandemente il Paese, che piccolo debole rimane a davanti
a quegli Stati che invece si riconoscono in una festa statuale condivisa, oltre
le divisioni e i periodi bui susseguitisi nella loro storia. L’ Italia non
nacque dalla liberazione nel 1945 e nemmeno dall’ avvento della Repubblica nel
1946. Nel discorso di insediamento alla Presidenza del Senato, l’ onorevole
Ignazio La Russa propose di dichiarare festa nazionale il 17 marzo insieme alle
tre già esistenti, ossia 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno: un suggerimento
accolto da un silenzio sepolcrale, quasi nessuna risposta! Un quotidiano
torinese raccolse però l’ opinione del professor Gianni Oliva, storico e
saggista, secondo cui ricordare «la nascita della nazione è condivisibile», ma
il 17 marzo 1861, quando il «Parlamento nazionale riunito a Torino proclamò
Vittorio Emanuele II di Savoia re d’ Italia non va bene», perché
successivamente nell’ Italia meridionale «sorse una vera e propria insurrezione
sociale», definita «brigantaggio». Inoltre il numerale II preservato dal sovrano
sabaudo mostrerebbe «il riflesso della continuità dello Stato piemontese e del
carattere di progressiva espansione del Regno di Sardegna assunto dal
Risorgimento.». Cavour, Garibaldi, Mazzini non fecero l’ Italia ma ingrandirono
i possedimenti di «monsù Savoia», come sostenuto da sempre anche da papisti e
borbonici. Semmai, proseguì il docente universitario, l’ unità dovrebbe essere «celebrata
nella prospettiva europea». La Russa avrebbe dunque commesso «uno svarione
terminologico e storico», persino poco rassicurante.
Il
17 marzo è una ricorrenza fondamentale ma non adeguatamente compresa dal nostro
popolo, e quindi attende giustizia per ragioni storiche e civiche. E’ il giorno
in cui nacque uno Stato libero e unito, costituzionale e democratico. Come
possiamo pretendere che gli immigrati rispettino il nostro Paese quando noi,
gli stessi italiani, neppure ricordiamo la data di nascita della nostra patria?
Prima del 25 aprile e del 2 giugno, con ciò che rappresentano, diamo al 17
marzo l’ importanza che merita!