venerdì 7 agosto 2026

I problemi psicologici di Bruce Wayne sotto la maschera di Batman

Batman vigila su Gotham City;


Il 27 marzo 1939 uscì negli Stati Uniti il primo albo a fumetti di Batman, il secondo supereroe della DC Comics dopo Superman. Un personaggio per alcuni tratti atipico, in quanto privo di superpoteri e oscuro, eppure destinato a diventare un vero e proprio simbolo del panorama fumettistico mondiale. Per oltre otto decenni, la figura di Batman, giustiziere che ogni notte volteggia e corre sui tetti di Gotham City, una città sospesa tra architetture gotiche e moderne, sovraffollata, violenta e corrotta, in cerca di malavitosi da colpire e terrorizzare, ha riscosso molta popolarità, divenendo un simbolo riconoscibile della lotta contro l’ ingiustizia. A lui sono stati dedicati non solo fumetti, ma anche film, cartoni animati, telefilm, giocattoli, figurine e molto altro, rendendolo un’ icona della cultura e dell’ immaginario d’ Occidente.

Tuttavia, negli ultimi anni questo personaggio, ideato da Bob Kane e Bill Finger, è stato sempre più studiato e commentato da più punti di vista, anche quello psicologico, animando un dibattito molto interessante sulla sua personalità e stile, tutt’ altro che scontati, presentando un soggetto complesso e a tratti inquietante, con pregi e persino difetti che solo ora si stanno cominciando ad ammettere...

Bruce Wayne;


Nelle prime storie, Bruce Wayne viene presentato come un ricco uomo mondano, circondato da un che di misterioso, che segretamente indossa i panni di Batman, il cui costume si basa sulla figura del pipistrello, al fine di dare la caccia ai criminali. E’ una figura spaventosa, non solo perché nessuno conosce la sua vera identità, ma anche e soprattutto per le sue doti fisiche e astuzia, oltre che per la tendenza a uccidere i malviventi impiegando armi come i fucili con le capacità di un cecchino esperto, spesso commentando: «Degna fine per uno come lui.». Solo nel novembre 1939 viene spiegato il perché della sua duplice identità e missione contro la malavita: da bambino, Bruce assiste alla morte dei genitori, Thomas e Martha, uccisi da un rapinatore armato di pistola che li ha sorpresi mentre attraversavano incautamente Crime Alley, un vicolo piuttosto malfamato. Il bambino cresce con il dolore e un profondo rancore verso i malviventi, e facendosi adulto si allena imparando numerose tecniche di combattimento, oltre che le più svariate branche della scienza e tecniche di investigazione così da saper affrontare i criminali non solo fisicamente, ma anche da un punto di vista strategico e intellettuale. A differenza di molti supereroi, infatti, oltre a non possedere superpoteri, lui legge e studia. Una sera, mentre si trova nel suo studio, riflette su come incominciare a battersi: «I criminali sono codardi e superstiziosi. Il mio travestimento dovrà infondere il terrore nei loro cuori. Dovrò essere una creatura della notte, nera, terribile, un... un...» Vede entrare un pipistrello dalla finestra, e ha l’ intuizione: «Un pipistrello! Ma certo! E’ un segno... Diventerò un pipistrello!».

In «Batman Begins» viene approfondito il legame tra Bruce e i pipistrelli, riprendendo alcuni dettagli già accennati nei fumetti: poco prima che i genitori vengano assassinati, il ragazzino gioca nel grande giardino della villa di famiglia quando cade in un pozzo che porta all’ ingresso di un’ oscura caverna abitata da pipistrelli, che lo attaccano terrorizzandolo. Dopo averlo trovato e aiutato a uscire, il padre Thomas gli spiega che in realtà non volevano fargli del male, avevano solo paura di lui: «Tutte le creature hanno paura, soprattutto quelle fanno paura agli altri.». Un grande dettaglio che aiuta a meglio comprendere i problemi psicologici di Bruce alla base della figura di Batman.

Bruce alla tomba dei genitori;


Negli anni le storie di Bruce Wayne-Batman si fanno gradualmente più complesse e vicine al noir che molto appassiona il pubblico, introducendo elementi sempre nuovi come Villa Wayne, un maniero in stile britannico che da secoli è dimora della sua famiglia, tra le più ricche al mondo, la Batcaverna, la grotta sotterranea abitata da pipistrelli dove Batman custodisce le varie tecnologie e i costumi, il maggiordomo britannico Alfred Pennyworth, il giovane Dick Grayson, che rimasto orfano dei genitori, artisti circensi uccisi da un piccolo capo criminale di mezza tacca diviene la sua spalla con l’ identità di Robin, alleggerendo le atmosfere particolarmente cupe del fumento e aumentando l’ umanità di Batman. Perfino i suoi avversari si fanno sempre più complessi, al suo livello per intelligenza e forza: il Joker, considerato il peggiore di tutti, Oswald Cobblepot alias «Pinguino», Selina Kyle detta «Donna gatto», Edward Nygma ossia «l’ Enigmista», Harvey Dent meglio noto come Due Facce, il dottor Jonathan Crane ovvero lo Spaventapasseri, il Cappellaio matto, e così via: tutti questi personaggi compongono una schiera variopinta e suggestiva di psicopatici, maniaci ed efferati assassini contro cui Batman deve sfoderare le migliori armi e astuzie per contrastarne la pericolosità. Viene introdotta anche Cosa Nostra, con due famiglie capeggiate da Carmine Falcone e Sal Maroni, capi italoamericani che da decenni corrompono polizia e politici a vari livelli, inondando Gotham City di ogni forma di crimine.

La stessa città di Gotham viene ampliata e arricchita per dimensioni, storia e architettura: viene descritta come una metropoli dalle atmosfere cupe e inquietanti, fondata come avamposto per la colonizzazione britannica nella parte alta della Costa orientale ma che presto divenne rifugio di vari fuorilegge in fuga dall’ Europa, crescendo disordinatamente mischiando uno stile gotico con uno più moderno e alternando cattedrali con gargoyles e statue dei fondatori a grattacieli moderni in vetro e acciaio, strade trafficate e vicoli sporchi, malsani, abitati da gente poco raccomandabile fino ai bassi fondi, dominati dalla legge del più forte e dai confini incerti come le leggi che li governano. Un luogo del tutto adatto ad un romanzo di Charles Dickens.

Bruce nei panni di Batman;


Lo stesso Bruce-Batman subisce una trasformazione, soprattutto per adattarlo al pubblico più giovane a cui dovrebbe dare un esempio: non combatte più i criminali uccidendoli e pestandoli a sangue, ma spaventandoli e anticipandoli per poi ridurli all’ impotenza e consegnarli alla polizia, in una chiara distinzione tra vendetta e giustizia. A questo proposito, gli autori hanno sviluppato molte idee interessanti con la definizione del personaggio del commissario James Gordon, il capo della polizia cittadina di cui Batman diviene segretamente collaboratore e valido aiutante: Gordon è un poliziotto onesto e coraggioso, uno dei pochi in tutto il dipartimento, spesso in difficoltà con i colleghi corrotti, da cui da decenni si guarda cautamente le spalle, come l’ agente investigativo Arnold Flass, e dopo un primo momento di diffidenza verso il misterioso uomo mascherato da pipistrello, praticamente un vigilante impegnato in una missione personale, ne riconosce la positività. Fa credere pubblicamente di essere impegnato a dargli la caccia, sostenendo con una certa sincerità che il vigilantismo sia l’ ultimo passo prima dell’ anarchia, ma non esita a rivolgersi a lui per aiuto, azionando spesso il Batsegnale, un faro posto sui tetti della centrale di polizia con il simbolo del pipistrello.

Alfred Penyworth, maggiordomo dei Wayne;


Perfino Alfred Pennyworth viene ripreso e mutato in un personaggio molto più importante e complesso in confronto al periodo in cui ha debuttato: se nei primi albi era stato caratterizzato in forma caricaturale, raffigurato come un uomo di mezza età, sbarbato, corpulento e con un marcato accento delle classi proletarie londinesi, in un secondo momento gli editori hanno scelto di renderlo più simile al suo interprete cinematografico, William Austin, attore di corporatura snella e con un paio di sottili ed eleganti baffi. Raffinato e distinto, fedele, preciso, disciplinato ed instancabile, dall’ eccellente parlata e accento, con il tempo il maggiordomo di Villa Wayne diviene una sorta di figura paterna alternativa per il giovane Bruce, nonché il suo tutore legale e migliore amico. Per Bruce e Batman assume lo stesso ruolo che il Grillo Parlante ha nei confronti di Pinocchio: è il solo a poter rimproverare Batman, tanto da riuscire persino a indurlo ad ascoltarlo, tanto che, per quanto tenti di mantenere un profilo oscuro e solitario, ammette di non poter fare a meno di lui. In «Batman - La maschera del Fantasma» vi è uno scambio di battute emblematico tra i due. Quando Bruce gli chiede: «Tu credi davvero di conoscermi come un libro aperto?!», Alfred, sempre composto, risponde: «Ha forse dimenticato che ero io a cambiarle i pannolini, signore?».

Inoltre, avendo prestato servizio nel British Army e nel Military Intelligence, divenendo un agente segreto dalla vasta e sfaccettata preparazione prima di darsi al servizio a Villa Wayne, Alfred si rivela fondamentale nello sviluppo e nella preservazione dell’ identità di Batman: suggerisce a Bruce di adottare una differente dizione per distinguere l’ Uomo Pipistrello da lui, mette a disposizione le sue capacità mediche per curare le sue ferite e dare spiegazioni convincenti come infortuni durante il polo o corse spericolate sulle fuoriserie, dà pareri sulla psicologia degli avversari a seguito di attente considerazioni, poiché osservare e comprendere il nemico in battaglia è la chiave per batterlo più facilmente. E il suo umorismo, tipicamente britannico, contribuisce molto ad alleggerire l’ atmosfera. Inoltre, si rivela insostituibile nel mandare avanti sia Villa Wayne che la Batcaverna, contribuendo a riparare e assicurare le manutenzioni della Batmobile, del Batcomputer, dell’ accesso segreto alla Batcaverna e delle armi.

Batman tra i tetti di Gotham City;


Con il tempo, Batman diviene una figura familiare a Gotham City, animando e dividendo l’ opinione pubblica: se le autorità lo tacciano di essere un fuorilegge che si fa giustizia da sé, peraltro nascondendosi dietro una maschera, la popolazione sostiene che stia solamente facendo quanto politici, giudici e poliziotti non hanno mai fatto, dando finalmente una speranza ad una città da decenni tormentata da delinquenza e corruzione. I malviventi lo temono e fanno di tutto per ucciderlo e farlo passare per un violento e uno psicopatico.

Tuttavia, ad un’ attenta analisi il personaggio si presta a serie valutazioni relative alla sua personalità tormentata da vecchi traumi nonché all’ efficacia del suo operato. Bruce infatti subisce un colpo nel veder morire uccisi i suoi genitori per mano di un rapinatore, che negli anni incontrerà nuovamente scoprendo che si tratta di Joe Chill, e che con il tempo ha coltivato vari e opportuni legami con gli ambienti mafiosi di Gotham City. Crescendo, sviluppa una vera e propria ossessione per il crimine che l’ ha reso orfano, si isola evitando relazioni sociali e sentimentali, gettandosi anima e corpo nella creazione della sua seconda identità. Nonostante la sua posizione sociale elevata non diviene mai un uomo mondano, trascorre la propria vita isolato a Villa Wayne finendo con l’ essere considerato misterioso e visto con curiosità. Sente il bisogno di nascondersi, cosa che fa adottando un comportamento timido e impacciato, spesso addirittura superficiale, mentre sotto la maschera di Batman agisce molto più liberamente, con forza e tenacia, al punto da far pensare che Bruce Wayne sia la sua maschera mentre Batman corrisponde al suo vero io. Solo il fedele Alfred riesce ad essere per lui una sorta di bussola morale, tentando spesso di dissuaderlo dal continuare con questa sua rischiosa missione, preferendo vederlo godersi la vita e farsi una famiglia.

Ma Bruce sente di dover seguire questa via, non riesce a vedere oltre la morte dei genitori, continua a rimanere quel bambino spaventato e addolorato a Crime Alley. Questo emerge molto bene in una scena del film animato «Batman - La maschera del Fantasma», quando, dopo aver compreso di essere innamorato della giovane donna Andrea Beaumont, si reca al cimitero, in visita alla tomba dei genitori, in una scena tra le più toccanti di cui Bruce si sia mai reso protagonista. E’ in crisi perché vorrebbe farsi una vita, ma la cosa lo fa sentire in colpa perché se pensasse a sé stesso non riuscirebbe più seguire l’ obiettivo a cui si è tanto lungamente preparato: «Non ho dimenticato la mia promessa. E vi giuro che farei qualsiasi cosa per non deludervi, ma… ormai il tempo è passato e la ferita nel mio cuore ha iniziato a rimarginarsi. Riuscite a capirmi? Donerò del denaro alla città per assumere altri poliziotti. Saranno loro a farsi carico dei rischi e a combattere la criminalità. Vi prego. Ho il diritto anch’ io di vivere la mia vita. Quando vi ho fatto quella promessa non potevo immaginare che mi sarei innamorato... e che sarei stato così felice. Vi scongiuro. Datemi la vostra approvazione.». Andrea si avvicina e risponde: «Forse te l’ hanno già data. Forse è merito loro... se ci siamo incontrati.» I due si abbracciano, sembra che Bruce abbia trovato un equilibrio e sia sul punto di mettere da parte Batman, ma poi la storia si evolve in modo drammatico e i due si separano, con lui che torna nella Batcaverna e indossa ancora il costume sotto lo sguardo sconcertato di Alfred.

Bruce a Crime Alley, ricordando i genitori;


E’ più che evidente che Bruce soffre di un disturbo post-traumatico da stress, oltre che da ossessione e compulsione in quanto dedica ogni cosa e momento alla sua personale crociata punitiva e preventiva contro il crimine. Vive una depressione cronica, intrappolato nel lutto e nella sindrome del sopravvissuto. Soffre di paranoia e isolamento, tendendo a non fidarsi mai di nessuno e persino a spiare i possibili alleati. Avrebbe dovuto affidarsi ad un analista ed elaborare il lutto,cosa non difficile per un uomo facoltoso come lui, scegliendo un percorso differente per aiutare più a fondo la città contro il crimine, eppure non è uno psicopatico, come dimostrano la sua empatia e il codice morale, che lo spingono a non uccidere nel rispetto per la vita e alla speranza di redenzione, i suoi sensi di colpa e mancanza di sadismo e ricerca di potere personale. Tuttavia, la sua azione così come è conosciuta ha limiti evidenti: è vero che fa molta beneficenza a vantaggio degli orfani e dei poveri, ma se oltre a questo finanziasse progetti a vantaggio del municipio e della polizia contribuirebbe moltissimo a ridurre la corruzione a beneficio dell’ efficienza delle forze dell’ ordine, sottraendole all’ influenza del crimine organizzato e dotandole di molte e migliori risorse nell’ adempimento del loro dovere. Non avrebbe bisogno di scendere lui stesso in campo, correndo ogni volta il pericolo di morire o essere arrestato da qualche poliziotto zelante o magari corrotto.

I folli avversari di Batman;


Ironicamente, peraltro, da quando Batman interviene sulla scena sia pur con le migliori intenzioni, il numero di criminali di aspetto teatrale e pericolosità aumenta a livello esponenziale, così come le minacce per Gotham City. Sempre più soggetti, come il Joker o il Pinguino, così come l’ Enigmista e la Donna gatto o Due Facce, nella loro psiche distorta rimangono affascinati e influenzati dalla teatralità di Batman, e la adottano ai propri turpi obiettivi. Vi è quindi un rapporto di causa ed effetto: nel suo desiderio di combattere il crimine, l’ Uomo Pipistrello dà involontariamente il via ad una nuova era di follia e minacce. Alla fine di «Batman Begins», Gordon, ora tenente, gli fa parla proprio di un aumento della crisi che si aspetta di veder crescere in città, benché vi sia speranza per le strade e le mele marce abbiano paura.

Batman in azione;


Bruce Wayne-Batman rappresenta quindi un esempio unico di supereroe. E’ molto lontano da Superman, che dopo un’ infanzia idilliaca nelle campagne del Kansas scopre di avere enormi poteri fisici e mentali che sceglie di mettere a disposizione di tutti, secondo un senso di giustizia spontaneo e chiaro, stabilendosi a Metropolisi, una città moderna e luminosa sempre portata a guardare avanti: si tratta di una persona sofferente, che vive di ricordi, di traumi infantili mai risolti. Un uomo che si prodiga per la sicurezza della tetra e inquietante Gotham City, città dalle pesanti rimembranze di un passato cupo che da un lato odia per il dolore subito e dall’ altro ama volendo evitare altre tragedie, agendo al di fuori delle convenzioni e del sistema, in completa autonomia, con mezzi teatrali e sfuggenti, e metodi spesso drastici. Una persona che si addentra nel proprio lato oscuro e anziché reprimerlo o allontanarsene se ne serve per proteggere gli innocenti in una missione personale che dia un senso alla disgrazia famigliare che ha subito. Diviene il riflesso della sua città, una figura scura e inquietante. Come dice James Gordon nel finale di «Il cavaliere oscuro»: «Batman è l’ eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso. E’ un guardiano silenzioso che vigila su Gotham. Un cavaliere oscuro.».

Vigilante sempre presente...


Bruce Wayne è certamente un eroe per la dedizione al bene degli indifesi e il desiderio di volgere le azioni dei malfattori contro loro stessi, tuttavia si spinge lungo una pericolosa linea di confine tra bene e male. Ha bisogno di aiuto, si circonda di solitudine ignorando spesso la preoccupazione di chi lo ama, ossessionato com’ è, secondo le parole di Alfred, dal mostro che ha creato, denotando un disprezzo quasi suicida per la propria incolumità e persino trascurando il proprio buon nome.

giovedì 23 luglio 2026

Mente o IA, questo è il dilemma

 

Se durante il celebre soliloquio nella prima scena del terzo atto della nota tragedia shakespeariana che porta il suo nome il principe Amleto riflette se vivere soffrendo o piuttosto di ribellarsi rischiando di morire, oggi il famoso «dubbio amletico» tocca la natura dell’ intelligenza e come svilupparla tra efficacia, opportunità, comodità e persino profitti: è meglio una mente umana al pieno delle sue facoltà grazie all’ esercizio costante, consentendo alle persone di mettere in pratica da sé stesse ciò che sono in grado di fare secondo la loro natura, o un’ intelligenza artificiale, immediata e precisa in ogni compito, che faccia tutto quanto al posto nostro, sollevandoci da incombenze e fatiche?

Si tratta di una riflessione che anima sempre di più il dibattito, stimolando punti di vista molto diversi tra loro, tra progresso e comodità, qualità della vita e persino degenerazione sociale, mentre settori della scienza e dell’ imprenditoria conducono ricerche che portano a prodotti dall’ innegabile capacità tecnica tra programmi e automi in contrapposizione a chi sostiene l’ esigenza di sviluppare discipline con cui educare il massimo potenziale della mente umana. Prima di tutto, occorre capire con una certa chiarezza che cos’ è l’ intelligenza. Secondo la scienza equivale alla capacità di capire, imparare e affrontare nuove situazioni, e si basa su di un insieme complesso di facoltà. Il dottor Steven Pfeiffer, psicologo clinico infantile e pediatrico, specializzato, tra le altre cose, nella valutazione dei ragazzi sovradotati, afferma: «E’ l’ insieme della capacità di ragionamento, di risolvere problemi e di apprendere. E tutto ciò, a sua volta, include anche la capacità di attenzione, la memoria, l’ uso e la comprensione del linguaggio, la percezione.». Discipline come la psicologia, la psichiatria e le neuroscienze studiano la mente e la sua capacità di intelligenza per conoscerne le dinamiche e quindi regolare positivamente i nostri processi di apprendimento, emotivi e relazionali. Insomma, conoscere bene la mente è fondamentale per farne un buon uso. Tuttavia, non solo la scienza ma anche la filosofia e la spiritualità sono molto interessate alla mente. Ne è un esempio di grande interesse il Buddhismo, che dai tempi del Buddha Śākyamuni nell’ Anattalakkhana Sutta, uno dei suoi primi e più interessanti discorsi dottrinari, parla di coscienza, vijñāna in sanscrito, un costituente del soggetto che sorge dalle percezioni sensoriali, ossia l’ esperienza soggettiva, individuale, di qualcosa che cambia sempre, momento per momento. Nel Buddhismo tibetano in particolare il termine sanscrito per indicare la mente è citta, la percezione sensoriale, il pensiero verbale e astratto, le emozioni, sentimenti di felicità e infelicità, attenzione, concentrazione, intelligenza e, quindi, ogni tipo di attività mentale. L’ enfasi di questo concetto non viene posta sulla base fisica come cervello, sistema nervoso, ormoni, attività chimica o elettrica: il Buddhismo li conferma poiché esistono e sono coinvolti in maniera integrale, e non non si riferisce nemmeno a qualche cosa di immateriale che occupa il cervello e produce la sua attività. Secondo Khyentse Norbu, lama reincarnato bhutanese: «La mente è ciò che conosce, prende abitudini, soffre di speranza e di paura e diventa così afflitta e fuori controllo da rimanere intrappolata nelle proprie illusioni. Ma è la stessa mente che possiamo anche addestrare, domare in modo da apprendere in che modo eliminare le proprie illusioni. Non è solo intellettuale ma anche intuitiva, e ha la capacità di essere sia altruistica che egoista.».

La mente è quindi una caratteristica tipica degli esseri senzienti, creature viventi dotate di almeno un organo si senso e che vivono nel Samsara, il ciclo di nascita, morte e rinascita alla base dell’ esistenza fino al Risveglio. Tuttavia, come spiega Gonsar Rinpoche, lama reincarnato tibetano residente al centro buddhista Rabten Choeling di Mont Pèlerin, sul lago di Ginevra, l’ uso del termine vita in Occidente può essere fonte di confusione: «Gli esseri umani, gli animali, gli insetti, gli alberi e le piante sono tutti considerati esseri viventi. Nelle lingue asiatiche, invece, molto spesso la parola ‘vivente’ viene usata soltanto per gli esseri che posseggono una mente e che sono quindi in grado di provare sensazioni. Provare qualcosa è una qualità fondamentale della mente. Di conseguenza, alberi e piante sono generalmente considerati organismi che crescono e poi si seccano, ma che non sono dotati di un continuum mentale. Questi organismi possono reagire agli influssi esterni, ma in genere sono considerati privi di mente e, pertanto, incapaci di provare sensazioni.». Per una mente umana ordinaria non è possibile distinguere con certezza tra gli organismi dotati di mente e quelli che ne sono privi: «Per fare una simile distinzione sarebbe necessario possedere la capacità mentale di percepire il continuum mentale degli altri esseri: ciò è possibile, ma richiede un addestramento molto avanzato della mente.». Gli esseri umani si distinguono per la chiarezza e la capacità della loro mente: «Tuttavia, per quanto riguarda la capacità di provare sensazioni, non vi è alcuna differenza rispetto agli altri esseri, come gli animali. Esseri umani, animali e insetti fanno tutti esperienza delle sensazioni.».


Le potenzialità della mente sono quindi vaste e numerose, in larga parte ancora non comprese da noi stessi. Da molti secoli i saggi, i maestri spirituali e i filosofi discutono approfonditamente su questa particolare componente del nostro essere, unitamente agli scienziati moderni. E le loro affermazioni continuano a toccarne i livelli solo più in superficie. Appare quindi evidente quanto l’ intelligenza artificiale rappresenti un pericolo molto grave, un’ invenzione tortuosa che, in virtù delle sue capacità, numerose, precise e complesse, può indurre ad una vera e propria atrofizzazione delle capacità della mente: è risaputo quanto sia forte la tentazione di far scrivere un testo o prendere una decisione importante all’ intelligenza artificiale imboccando quindi il declino cognitivo e professionale. Un fenomeno silenzioso che produce conseguenze molto pesanti sulle persone svuotando il significato stesso dell’ apprendimento e dell’ esercizio regolare. Gonsar Rinpoche denota un certo scetticismo in tema di intelligenza artificiale: «L’ espressione stessa è in parte fuorviante. Un insieme di computer con i relativi programmi viene chiamato ‘intelligenza artificiale’, mentre in realtà non è altro che un sistema composto da un enorme numero di interruttori elettronici programmati per recuperare informazioni da una vasta fonte, le pagine di Internet, e generare risposte sotto forma di sequenze di caratteri, che gli esseri umani interpretano come frasi. Ma l’ intelligenza è una qualità della mente, così come lo è la capacità di provare sensazioni, e nessuna di queste potrà mai essere una proprietà delle macchine, che rimangono semplicemente un insieme di interruttori elettronici, per quanto impressionante possa essere la loro funzionalità.».

La tradizione buddhista tibetana dimostra essenzialmente scetticismo circa le capacità e lo sviluppo dell’ intelligenza artificiale, soprattutto in considerazione di ciò che è in grado di fare la mente. Per i buddhisti, ciò che ci rende umani è, da un punto di vista spirituale, riuscire a esprimersi e saper distinguere ciò che è bene da quanto invece è male, capire ciò che va accettato o confutato in base alla natura delle cose, distinguere il reale dall’ illusorio. Più semplicemente, da un punto di vista più mondano, ci rende umani l’ essere onesti, sinceri, coraggiosi, avere conoscenza, essere stabili e affidabili. L’ importanza dello sviluppo dell’ intelligenza umana è una necessità al cento percento, sia per questioni mondane che spirituali. Senza la nostra personale intelligenza, per i buddhisti tibetani, non è possibile superare odio o attaccamento, beneficiando noi stessi, gli altri e tutti gli esseri senzienti, e neppure da un punto di vista più semplicemente mondano superare con lungimiranza le difficoltà con tolleranza e pazienza, garantendo una vita più serena. Molti lama sostengono apertamente che l’ intelligenza artificiale non arriverà allo stesso livello dell’ intelligenza del Buddha o grandi maestri della tradizione come Nagarjuna, o più semplicemente di un essere umano convenzionale. Pur ammettendo che esistono circostanze in cui l’ intelligenza artificiale sia superiore rispetto a quella umana, sono fermi nel sostenere che le capacità di una mente si possono sviluppare all’ infinito a differenza di quelle di un computer, un prodotto umano, poiché si tratta di qualcosa che non si evolve autonomamente. Lo stesso XIV Dalai Lama afferma che la mente umana sarà sempre più potente di un computer, perché è capace di evolversi rapidamente adattandosi alle situazioni, mentre l’ intelligenza artificiale è portata ad avere qualche problema in più: è certamente più saggio provvedere a sviluppare la mente umana. Se l’ intelligenza artificiale raggiungesse un livello pari a quella umana si potrebbero avere avere sia benefici che problemi, ma in linea di massima tutto dipenderebbe dal suo impiego da parte delle persone: se impiegata per fini positivi sarebbe di grande beneficio, ma un suo abuso o impiego con un movente negativo molte vite potrebbero rimanerne danneggiate. Saranno sempre gli esseri umani ad utilizzarla, pertanto da un punto di vista logico sarebbe saggio impiegarla con scopi utili e positivi per ogni essere senziente, pensando anche a concetti quali ambiente e salute, altrimenti potrebbe portare concretamente a conseguenze nocive a partire dalla disoccupazione di molti lavoratori umani. Tutto dipenderà come sarà utilizzata, quindi da ciò che nasce dalla mente umana e dal suo modo di pensare e agire.


Nel primo trimestre del 2026 gli investimenti nel mercato dell’ intelligenza artificiale hanno raggiunto i duecentoquarantadue miliardi di dollari, superando il totale dell’ intero 2025. Si parla quindi di un settore molto ambito, di un campo che coinvolge sempre di più risorse non solo finanziarie ma anche tecniche, culturali e umane i cui frutti sono considerati la chiave di volta per il progresso del mondo. Ma sarà davvero così? E quali saranno l’ importanza e il ruolo dell’ intelligenza umana, la dote tipica del nostro genere ma che ha bisogno di essere opportunamente sviluppata e padroneggiata con un impegnativo esercizio? L’ intelligenza, il saper imparare e il saper mettere in pratica le proprie doti innate, sono al centro della vita e della sopravvivenza della specie, della società e del singolo individuo. Significa esercitare ciò che si è portati a fare per natura, portando a un senso di gratificazione quando quest’ applicazione conduce a risultati positivi. Analogamente alla mutazione, a cui è strettamente interconnessa, l’ intelligenza è la chiave della nostra evoluzione, ci ha consentito di evolverci a specie dominante sul pianeta. Questo processo è lento e normalmente richiede migliaia e migliaia di anni, ma periodicamente fa un balzo in avanti. Come ebbe a dire il famoso conduttore televisivo e divulgatore scientifico Piero Angela: «L’ intelligenza, come muscolo di sopravvivenza, cominciò ad avere successo fin dall’ età primitiva, quando consentì all’ uomo di costruirsi armi migliori e sopraffare un nemico più forte fisicamente: oggi noi rifiutiamo la violenza, proprio perché abbiamo creato una diversa scala di priorità nella sopravvivenza: quella dell’ intelligenza.».

L’ uomo ha quindi da sé qualcosa di infinitamente prezioso, una capacità che ora sta cercando con tanta convinzione di replicare nei computer per mezzo della ricerca cibernetica. Il rischio maggiore rappresentato dall’ intelligenza artificiale quando diverrà sempre più sofisticata, e somigliante alla mente umana di cui supererà le prestazioni per complessità, precisione e rapidità, sarà quello della delega della maggior parte delle decisioni e dei lavori che l’ umanità ha sempre fatto per conto proprio. Da un punto di vista psicologico e operativo sarebbe un fenomeno piuttosto preoccupante, poiché dopo aver svolto per migliaia di anni la parte dell’ operosa formica, sempre dedita a svolgere le azioni necessarie per sopravvivere accumulando una sempre maggiore esperienza, ora passeremmo a quello dell’ allegra e spensierata cicala, con tanto tempo libero da spendere sotto il sole cantando eppure così pigra da non esercitare le proprie innate abilità, che forse neppure ricorda di avere. Come apertamente sostenuto da Federico Faggin, fisico, inventore e imprenditore italiano: «L’ umanità è a un bivio. O torna a credere di avere una natura diversa rispetto alle macchine o sarà ridotta a macchina tra le macchine. Il rischio non è che l’ intelligenza artificiale diventi meglio di noi, ma che noi decidiamo liberamente di sottometterci a lei e ai suoi padroni.».


Vi sono infatti molti motivi di preoccupazione riguardo alla crescente attenzione che il mondo di oggi concede all’ intelligenza artificiale. Gli scienziati evidenziano quanto questa abbia il potere di addormentare la nostra memoria e il senso critico, sprofondato sempre di più in un ritiro cognitivo. Un monitoraggio tramite elettroencefalogramma ha mostrato una connettività cerebrale ridotta e un calo dei voti negli studenti che fanno un uso scriteriato di programmi come ChatGPTCome sostiene la scrittrice e insegnante britannica Daisy Christodoulou: «Nel passaggio dall’ era di Internet a quella dell’ intelligenza artificiale, ciò che consumiamo non è solo una quantità sempre maggiore di informazioni di scarso valore e ultraelaborate, ma essenzialmente predigerite, presentate in un modo progettato per aggirare importanti funzioni umane, come la valutazione, il filtraggio e la sintesi delle informazioni.». In altre parole, rischiamo di leggere, scrivere e rimettere in circolo l’ equivalente intellettuale di una «pappa pronta», facile da masticare, sovrabbondante e di scarsa qualità, che ci permette di procedere con il minimo sforzo dal punto di vista cognitivo. Mentre le intelligenze artificiali diventano sempre più pervasive nelle nostre vite e tutti si chiedono come cambierà il mondo, questo è il più evidente indizio su come noi stiamo cambiando mentre le usiamo.

La ricerca scientifica è ancora preliminare e in evoluzione, ma i primi risultati sono già stati notati. Di recente, uno studio del MIT ha infatti confrontato l’ attività cerebrale di tre gruppi di partecipanti, impegnati a scrivere brevi saggi, solo con Google oppure con ChatGPT come supporto. L’ elettroencefalogramma, che registra l’ attività elettrica del cervello, ha rivelato che in quest’ ultimo gruppo la connettività tra aree cerebrali appariva ridotta, come l’ attenzione e il senso di paternità dei temi scritti più debole.

Riprovando senza l’ aiuto di ChatGPT, le stesse persone hanno faticato a ricordare i punti toccati in precedenza. Gli autori della ricerca temono che delegare i compiti cognitivi di cui dovremmo essere capaci ai modelli linguistici di grandi dimensioni e che alimentano ChatGPT, Claude, Gemini o Llama, possa a lungo termine incidere sull’ apprendimento. Come ha affermato Carlo Reverberi, professore associato di psicologia generale all’ Università di Milano-Bicocca e membro del Milan Center for Neuroscience: «Per imparare serve confrontarsi con la fatica e la frustrazione della comprensione profonda. Se mancano questi passaggi, il sapere non c’ è o diventa fragile e superficiale, pronto a essere dimenticato.». Usare l’ intelligenza artificiale a scuola in modo sostitutivo per mesi e anni produce un ritiro cognitivo completo: «E’ come se quello che in altre generazioni era copiare dal compagno, ora fosse possibile sempre e in continuo.». Questo scarico cognitivo può incidere anche sulla memoria a lungo termine: in uno studio dell’ Università federale di Rio de Janeiro, chi usava ChatGPT senza limiti ricordava il 57.5 percento dei contenuti contro il 68.5 percento dei compagni che invece non lo usavano. E una ricerca su seicentosessantasei persone di varie età condotto dal dottor Michael Gerlich, sociologo della SBS Swiss Business School di Kloten, in Svizzera, si è evidenziato che chi delega più spesso compiti cognitivi alle intelligenze artificiali ha anche minori capacità di pensiero critico. E’ una correlazione, certo: può darsi che chi ha meno senso critico sia semplicemente più propenso a fidarsi delle macchine, ma vi è altro. In classe, il dottor Gerlich ha notato che le discussioni tra i suoi studenti erano stagnanti, e che i ragazzi preferivano far risolvere i loro dubbi all’ intelligenza artificiale anziché ai compagni.

Insomma, i rischi psicologici e quindi umani e sociali dati da un impiego eccedente dell’ intelligenza artificiale sono grandi ed evidenti già ora che siamo solamente all’ alba di questa nuova frontiera tecnologica, e mai come ora occorre riflettere su ciò che ci ha resi ciò che siamo, ossia esseri intelligenti e coscienti, e preservare la nostra centralità nel mondo che noi stessi abbiamo realizzato con millenni di fatiche costruttive, e talvolta persino sbagliando. Un fenomeno ben evidenziato da Ted Chang, scrittore statunitense tra le voci più autorevoli e raffinate della fantascienza contemporanea, che si interroga sulle zone d’ ombra tra scienza ed etica, che ha opinioni piuttosto contrarie nei riguardi dei programmi come ChatGPT: «Sono fortemente avverso all’ intelligenza artificiale generativa, per diversi motivi. Innanzitutto per l’ incredibile quantità di energia che viene sprecata, per lo sfruttamento del lavoro che viene coinvolto e per il furto di proprietà intellettuale. Mi sembra che queste cose dovrebbero essere ovvie, ma non possiamo semplicemente presumere che tutti ne siano consapevoli. Questi aspetti, da soli, dovrebbero essere sufficienti a squalificare l’ intera tecnologia. Ma anche al di là di questi motivi, sono molto contrario all’ intelligenza artificiale generativa perché ciò che fanno queste macchine, chiamate LLM, ossia Large Language Models, è in realtà descritto in modo impreciso: non stanno usando il linguaggio. Il linguaggio è un mezzo di comunicazione e richiede l’ intenzione di comunicare, mentre questi software non stanno realmente utilizzando il linguaggio, ma generano semplicemente del testo, che è diverso dal linguaggio. Penso che ogni volta che le persone usano questi programmi compiano un passo verso l’ erosione della propria capacità di esprimersi e di comunicare idee proprie. Il fatto che questi programmi producano disinformazione è ovviamente un enorme problema.». Paiono estremamente interessanti le parole di Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana: «Eravamo abituati a un progresso che aveva come obiettivo ottimizzare le capacità umane, e oggi ci confrontiamo con un progresso che rischia di sostituire le capacità umane. E se in passato questa sostituzione si concentrava sul lavoro fisico, così che gli uomini potessero concentrarsi sui lavori di concetto e di organizzazione, oggi è l’ intelletto che rischia di essere soppiantato, con conseguenze che potrebbero essere devastanti, particolarmente nel mercato del lavoro. Sempre più persone non saranno necessarie, in un mondo sempre più dominato dall’ ineguaglianza, dalla concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi.».


Mente o IA, questo è il dilemma su cui bisognerebbe riflettere con un’ attenzione che forse finora è mancata. E’ possibile che i grandi protagonisti della ricerca e dell’ imprenditoria fossero così coinvolti nella ricerca da non essersi debitamente soffermati a riflettere sulle relative implicazioni: la possibilità di conseguire un risultato non significa necessariamente che lo si debba raggiungere. Se William Shakespeare fosse tra noi, sarebbe certamente ispirato nella preparazione di un’ opera che, in tono scherzoso ma con intenzione seria, avvolta nella poesia, porrebbe in evidenza le numerose contraddizioni di questa singolare invenzione...