sabato 14 febbraio 2026

Ipazia, la donna che difese il pensiero libero

L' uccisione di Ipazia;


L’ 8 marzo 415, ad Alessandria d’ Egitto, una moltitudine di monaci parabolani, ordine cristiano nato per scopi caritatevoli e poi mutato in una sorta di forza armata e guardia personale del Vescovo locale, temuta per il fervore religioso e l’ uso della violenza, assalì una donna sulla porta di casa sua, la trascinò a suon di percosse all’ interno di una chiesa, la spogliò e la squartòstrappandone infine la carne con cocci e tegole per poi bruciarne i resti martoriati. Un atto brutale, feroce, che non lasciava spazio alla compassione insegnata da Cristo e di cui questi uomini consacrati si definivano apertamente depositari. Ma chi era questa povera donna, e come mai venne assassinata così crudelmente in piena Quaresima in una sorta di sacrificio umano in onore a un dio barbarico? Si trattava di Ipazia, un’ insegnante di circa cinquant’ anni, da due decenni famosa per la spiccata intelligenza e cultura, molto preparata in matematica, astronomia e filosofia greca. Era donna e pagana, parte di una prestigiosa cerchia fedele agli antichi valori, custode della ricchezza della cultura classica in un ambiente sempre più ostile verso l’ eredità dell’ ellenismo, minacciata dal fanatismo del Cristianesimo, i cui credenti, ormai diffusi ad ogni livello della società imperiale, sostenevano rigidamente che l’ unica cosa che valesse la pena di sapere fosse riferito nella Bibbia, indubitabile ed eterna trascrizione della sacra parola di Dio. Ipazia indossava il tribonio, mantello ruvido e grezzo adottato come divisa dai filosofi, e ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga i filosofi suoi contemporanei. Non credeva in Dio, anzi diffidava apertamente di tutto ciò che andasse accettato per semplice fede, preferendo un atteggiamento di logica basato sulla curiosità e la ricerca di risposte concrete: se un cristiano non poteva mettere in discussione quello in cui credeva, lei invece doveva tenere vivo un ragionevole dubbio fino alla scoperta di prove evidenti. In un’ epoca in cui nascere donna era una disgrazia e alle donne si proibiva anche di parlare, lei divenne una donna di cultura, e una libera pensatrice: una persona realizzata, al di fuori degli schemi.

Alessandria d' Egitto;


Fondata nel 331 prima di Cristo da Alessandro Magno, Alessandria d’ Egitto era famosa per il Museo, uno straordinario luogo di cultura dedicato alle scienze e alle arti, e per l’ enorme Biblioteca, ricca di centinaia di migliaia di volumi, oltre che per i grandi templi e gli abitanti di tutte le razze e culture che popolavano i suoi quartieri. Era governata da un Prefetto incaricato dall’ Imperatore di Costantinopoli, e gran parte della sua popolazione obbediva alla parola del Vescovo localevenerato come detentore della pura dottrina insegnata da Cristo. Da quando l’ Imperatore Teodosio aveva fatto del Cristianesimo la religione di Stato, la sola consentita dalla legge, il potere della Chiesa si era radicato nelle città e soffocava ciò che restava del Paganesimo. Agiva con intolleranza feroce, non solo contro i fedeli agli antichi culti precristiani, ma anche contro i cristiani indicati come eretici e gli ebrei, molto numerosi ad Alessandria, ove il clero, i monaci parabolani e gli asceti dei deserti circostanti, non esitavano nei momenti di conflitto a usare la forza brutadistruggendo i templi degli infedeli e mettendo a tacere ogni fede e pensiero differente. Coloro che si rifiutavano di convertirsi alla vera religione, ora al potere dopo un lungo tempo di persecuzioni, venivano puniti duramente in nome di Dio e di CristoGli appelli alla corte di Costantinopoli, divisa dagli intrighi e incapace di frenare gli eccessi dei fanatici, erano vani. I cristiani rispondevano con ferocia anche peggiore di quella a suo tempo ricevuta.

Ipazia;


Figlia di Teone, illustre matematico e famoso astronomo che lavorava al Museo, Ipazia fu un’ eccellente studiosa di scienze e filosofia, materie a cui si dedicò sin da bambina sotto l’ educazione del padre, suo principale maestro, approfondendo la filosofia oltre gli insegnamenti paterni, imparando da insegnanti di antico lignaggio e profonda conoscenza. Divenne esperta del pensiero di Platone e Aristotele, sviluppò un pensiero indipendente, diventando la figura di spicco della scuola neoplatonica alessandrina, nota per il razionalismo. Divenne più dotta del padre, abilissima nel dibattito, la capacità di argomentare in modo chiaro e corretto e sulla base di fonti e prove coerenti. Se il padre era conservatore, lei divenne un’ innovatrice. Teone le insegnò a guardare le stelle, lei imparò a guardare oltre. Quando iniziò a insegnare attirò moltissimi allievi, come confermato dalle affettuose lettere che scrisse uno dei suoi più fedeli discepoli, Sinesio di Cirene, sempre pronto a chiedere consiglio alla sua «amatissima maestra» e a parlare di lei agli amici con affetto e ammirazione, ripromettendosi persino di ricordarla nell’ Ade. Molti dei suoi allievi venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni. Fu in grado di perfezionare strumenti scientifici come l’ astrolabio e l’ idroscopio. Autorevole figura pubblica, era tenuta in grande stima anche al di fuori dell’ ambiente strettamente culturale, tanto che i governanti imperiali si rivolgevano a lei per un consiglio.

La sua fama si estese presto in tutto l’ Impero: una donna saggia, influente, di educazione antica e tradizionale, di mentalità pagana e flessibile, dal vasto seguito di discepoli, a loro volta grandi dotti. Credeva che la cultura fosse un bene che apparteneva a tutti, non un privilegio per pochi, ragion per cui, fatto straordinario, teneva molte lezioni in strada, all’ aperto. Rispondeva a chiunque si rivolgesse a lei per un chiarimento. Tutta la città la amava e le rendeva onore. Era bella e carismatica, e insegnava a pensare, non solo formule e numeri: parlava, divulgava, apriva le menti, indicava una direzione. Era una straordinaria novità.

Il Vescovo Cirillo di Alessandria mentre insegna;


Ma che cosa accadde perché un giorno venisse uccisa in modo tanto brutale? Nel 412 ad Alessandria giunse un nuovo Vescovo, Cirillo, teologo e persecutore di ebrei e pagani, successore e nipote di Teofilo, che alcuni anni prima, nel 391, aveva spinto la massa dei devoti a distruggere il Serapeo, tempio dedicato alla divinità Serapide. Come lo zio, Cirillo era un sacerdote con molto potere, astuto e portato agli intrighi. Ipazia non era sovversiva e neppure ostile al Cristianesimo. Molti suoi discepoli erano infatti cristiani, come Sinesio, che le scrisse tante lettere e divenne Vescovo di Tolemaide. Tuttavia, si narra che, passando presso la casa di Ipazia, Cirillo vide presso le porte molti uomini e cavalli che andavano e venivano: chiese che posto fosse e il motivo di tale andirivieni, e quando gli dissero che era l’ abitazione della celebre insegnante, che accoglieva gli ospiti per dare insegnamenti e pareri, si sentì in un certo modo minacciato. Un altro motivo contribuì alla sua ostilità verso di lei: le buone relazioni che aveva con Oreste, il Prefetto della città, un cristiano con cui il patriarca non era in buoni rapporti e che anni prima era stato oggetto di un’ aggressione in strada degli stessi religiosi fanatici, uno dei quali lo aveva ferito alla testa con una pietra. L’ aggressore, un monaco chiamato Ammonio, era stato messo sotto tortura fino alla morte, e Cirillo ne aveva deposto i resti in una chiesa dedicandogli il rito riservato ai martiri. Le relazioni fra potere ecclesiastico e potere civile avevano raggiunto un punto di rottura, e Ipazia univa in sé la duplice condizione di pagana e simpatizzante di Oreste. Questo non si doveva permettere, il Vescovo quindi aizzò gli animi contro la maestra, accusandola di essere una strega pagana. Chiamò a sé i monaci parabolani, sempre pronti a compiere atti violenti in nome di Dio, e citò le lettere di San Paolo, come la prima Lettera Timoteo, 2:11-12: «La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Poiché non permetto alla donna di insegnare, né di usare autorità sull’ uomo, ma stia in silenzio.». Altre parole che gli vennero in soccorso erano nella prima Lettera ai Corinzi, 11,3: «Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’ uomo». E i parabolani trucidarono la donna bruciandone poi le spoglie mortali.


I monaci parabolani;

Ormai liberatosi della minaccia, Cirillo ebbe una carriera di tutto rispetto nei ranghi della Chiesa: governò con grande energia Alessandria per trentadue anni, mirando sempre ad affermarne il primato in tutto l’ Oriente, forte anche dei tradizionali legami con il cuore dell’ Impero. Intervenne nel Concilio di Efeso come massimo esponente della cristologia alessandrina, sottolineando l’ assoluta precedenza alla divinità di Cristo, espressione della tradizione e garanzia della fede corretta. Morì il 27 giugno del 444, e venne elevato a dottore della Chiesa e santificato dalla Chiesa cattolica per aver difeso strenuamente l’ ortodossia. Viene celebrato il 27 giugno, e nell’ udienza generale del 3 ottobre 2007 Papa Benedetto XVI lo definì «un instancabile e fermo testimone del Verbo di Dio incarnato.».


Ipazia mentre trasmette sapienza;

La morte di Ipazia segnò il tramonto della cultura pagana nel mondo antico, risuonando come una campana funebre per Alessandria, antico centro della scienza, della cultura e dell’ arte ellenistici. I disumani particolari sulla sua uccisione e l’ assoluzione dei suoi assassini fecero di questo femminicidio uno scandalo storico in piena regola: fu aperta un’ inchiesta, ma a Costantinopoli regnava in realtà Elia Pulcheria, sorella del minorenne Imperatore Teodosio II e vicina alle posizioni di Cirillo. Il caso venne archiviato a seguito dell’ opportuna corruzione di funzionari imperiali. Peraltro, emerse che la corte imperiale aveva più volte ignorato le sollecitazioni del Prefetto Oreste a intervenire per porre fine ai disordini nei giorni precedenti il delitto. La corte fu corresponsabile, ed Elia Pulcheria fu a sua volta dichiarata santa dalla Chiesa.

Gli assassini di Ipazia agirono mossi da una fede assoluta nella Chiesa e dall’ insegnamento che custodiva e trasmetteva: la verità assoluta era custodita nella rivelazione divina, la scienza e le sue teorie portavano solo dubbi. Tutto ciò che valeva la pena di sapere era scritto nella Bibbia, ogni scoperta materiale, per quanto affascinante, veniva dopo. Lo si leggeva chiaramente nella seconda lettera di Pietro 3:17: «Voi dunque, carissimi, conoscendo già queste cose, state in guardia per non venir meno nella vostra fermezza, portati via dall’ errore degli empi.». Eppure, essi non riuscirono a cancellare il ricordo della grande donna che avevano ucciso. Fu distrutta fisicamente, certo, ma la sua voce non smise di echeggiare. A milleseicento anni da questo grave femminicidio, la memoria della grande filosofa sopravvive in tutta la sua forza. A partire dall’ Illuminismo, Ipazia venne considerata vittima del fanatismo religioso e martire laica del pensiero scientifico. Nel Settecento lo storico britannico Edward Gibbon definì la sua morte «macchia indelebile sul carattere e sulla religione di Cirillo d’ Alessandria». Ella oggi è il simbolo di tutte le donne che hanno pagato caro il coraggio di essere libere, di quelle che gli uomini hanno tentato di cancellare ma senza riuscirci, di ogni persona che rifiuta di piegarsi, preferendo la verità alla paura, la libertà alla sopravvivenza. Con il suo sacrificio, Ipazia ci ha insegnato che la cosa più preziosa e al tempo stesso temuta in questo mondo è una mente libera. E’ celebrata nella musica come simbolo di armonia cosmica e sapienza antica: il Quartetto Ipazia, nato al Conservatorio di Torino, ne evoca la figura, e il tema dell’ armonia delle sfere e della musica dei pianeti è legato ai suoi studi astronomici. Come disse di lei Margherita Hack: «Ipazia rappresentava il simbolo dell’ amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di soffocare la ragione.».

mercoledì 13 agosto 2025

RoboCop e Data - Quando l’ intelligenza artificiale si umanizza


In questi ultimi tempi si sono fatti passi avanti giganteschi nello sviluppo dell’ intelligenza artificiale, quel particolare programma progettato come vera e propria macchina pensante a immagine e somiglianza della mente umana, ma capace di compiere infinite funzioni contemporaneamente e con una precisione ed esattezza che al cervello umano mancano. Sono moltissime le considerazioni, sia favorevoli che contrarie, che si possono fare a proposito di questo particolare strumento: ci semplificherà la vita e ci darà più tempo libero, ci renderà rammolliti perché farà tutto al posto nostro, non avrà mai le stesse capacità decisionali di un essere umano, e così via discorrendo all’ infinito.

La cibernetica, insieme alla genetica, è oggi una delle scienze più studiate e applicate in assoluto, e pare destinata alla creazione di prodotti sempre più sofisticati da un punto di vista tecnico, e sebbene le sue applicazioni pratiche siano piuttosto recenti essa è già assolutamente familiare al grande pubblico soprattutto grazie alla fantascienza, il popolare genere letterario e cinematografico le cui opere sono a buon diritto così comuni e amate da costituire un vero e proprio patrimonio culturale. Alcuni film e telefilm hanno toccato svariati temi, peraltro animando svariate riflessioni, di fatto anticipando molte invenzioni scientifiche divenute negli anni una realtà e prodotti così abituali di cui oggi non sapremmo farne a meno. Un esempio classico di argomento tipico della fantascienza è proprio l’ intelligenza artificiale, che ha affrontato in romanzi, film e serie televisive sotto gli aspetti più differenti, promuovendo una valutazione sull’ opportunità e le conseguenze di questa particolare realizzazione: un’ intelligenza artificiale è una realizzazione prodigiosa, che può portare a conseguenze sia positive, come il supporto allo sforzo umano in attività particolarmente impegnative e in ambienti difficili, che negative, come nuove forme apocalittiche di guerra e interventi ad alta precisione. Due particolari produzioni hanno tuttavia sollevato l’ attenzione circa l’ intelligenza artificiale verso un punto di vista molto particolare, ossia «RoboCop» e «Star Trek: The Next Generation», i cui protagonisti, il poliziotto Alex J. Murphy e il tenente comandante Data, sono rispettivamente un organismo cibernetico e un androide nei quali prevale un lato umano e spontaneo oltre la loro componente informatica e tecnologica, nonché la programmazione comportamentale fornita dai loro creatori, dando conferma di quanto l’ umanità sia qualcosa di molto potente, che una macchina per sua natura non può eguagliare.

RoboCop, tratto da Alex Murphy;


In «RoboCop», film di Paul Verhoeven del 1987, il coraggioso agente di polizia Alex Murphy viene barbaramente ucciso a colpi di fucile da una banda di temuti malviventi di Detroit. Poiché al momento del suo arruolamento ha firmato un documento con cui ha donato il suo cadavere alla scienza, i cibernetici e i biologi della OCP, la potente impresa multinazionale che ha assunto la direzione del distretto di polizia di Detroit, fanno di lui un potenziato dotandolo di importanti innesti cibernetici: la maggior parte del corpo viene sostituita da protesi meccaniche rivestite da una corazza di titanio e kevlar, mentre il suo cervello viene integrato con un sistema informatico in cui è inserita la programmazione di base e tre direttive inviolabili che gli impongono l’ ordine pubblico totale, la protezione degli innocenti e il rispetto della legge, a cui deve attenersi mentre è operativo. Una quarta gli impedisce di procedere contro un membro della OCP. Il mancato rispetto di queste direttive o di una soltanto gli provoca un calo di efficienza che può persino disattivarlo. RoboCop dispone di una forza sovrumana, ad esempio può sopraffare fisicamente uomini di qualsiasi stazza e preparazione marziale senza alcuno sforzo, rompere facilmente ossa, sfondare muri e distruggere i materiali più resistenti. Il suo nuovo corpo è praticamente invulnerabile alle armi da fuoco di piccolo e medio calibro, ed è comunque estremamente difficile da abbattere pure con munizioni ad alto potenziale. E’ protetto anche da altissime temperature o esplosioni, come quella causata da una pompa di benzina data alle fiamme da un malvivente che arresta da cui esce indenne. E’ in grado di ingrandire la scena inquadrata dal suo sistema visivo e mirare con precisione millimetrica, nonché di selezionare bersagli multipli. La sua memoria riorganizzata come un computer registra in modo indelebile audio e video, utilizzabili come prove legali. Dispone di numerose altre funzioni, come mappe digitali, H.U.D. adattabile in grado di interagire con l’ ambiente, tipi di visione quali quella notturna e a infrarossi. Può interfacciarsi con qualsivoglia computer e utilizzarlo mentalmente. Il casco contiene un visore termografico capace di vedere anche attraverso le pareti, la mano destra ospita uno spinotto che si connette ai computer usati in città. L’ arma di servizio è una pistola automatica con proiettili speciali ospitata in uno spazio ricavato nella gamba destra.

A RoboCop viene cancellata la memoria della sua vita come Alex Murphy, tuttavia, a poche settimane dalla sua attivazione e dall’ inizio della sua missione inizia gradualmente e inevitabilmente a rievocare i ricordi: durante le esercitazioni di tiro fa roteare la pistola sul dito indice, gesto che faceva per gioco davanti al figlio per imitarne l’ eroe preferito in TV, riconosce uno dopo l’ altro i suoi assassini durante le operazioni di arresto, nonché la propria collega, l’ agente Anne Lewis, pronuncia il suo motto «Vivo o morto, tu verrai con me!», e infine visita la casa dove viveva con la famiglia, ora in vendita, dove ha una reazione di rabbia per ciò di cui i suoi assassini gli hanno privato. Da questo momento acquisisce una maggiore libertà comportamentale: come macchina deve pur sempre attenersi alle quattro direttive comportamentali che compongono il suo programma, ma come umano ha la facoltà di decidere da solo come arrivare al risultato. Spesso addirittura circola senza l’ elmetto protettivo, lasciando scoperto il volto divenuto calvo, sorride e quando gli chiedono come si chiama risponde con un fermo eppure caloroso: «Murphy.».

All’ inizio del secondo film «RoboCop 2», del 1990, il poliziotto cibernetico di tanto in tanto si avvicina in automobile per scorgere la moglie nella nuova casa e il figlio di ritorno dalla scuola, cosa che getta lei nella disperazione al punto da fare causa alla OCP, i cui funzionari, che lo reputano una loro proprietà privata e «una macchina parzialmente dotata di tessuto vivente», gli vietano ulteriori visite. Quando l’ avvocato di lei suggerisce un incontro chiarificatore tra i due, Murphy, addolorato ma consapevole di non essere più l’ uomo di un tempo, nega di conoscerla e sostiene che suo marito è morto da eroe: lui è stato costruito per onorare la sua memoria. Affranta, lei se ne va piangendo e a lui non resta che accettare quanto tutto ciò che gli rimane sia la sua condizione e missione di «sbirro cibernetico». Più avanti nel film, riesce ad arrivare fino a Cain, il temuto e folle narcotrafficante a capo di un culto di spacciatori a lui devoti come una sorta di Gesù Cristo, che insieme al suo esercito lo danneggia con una mitragliatrice e lo riduce in pezzi. A stento ancora in vita, viene poi scaricato dai criminali davanti alla stazione di polizia e tenuto in vita dai tecnici addetti alla sua manutenzione. Durante la sua agonia, durante la quale addirittura versa lacrime, gli scienziati della OCP affermano di essere in grado di ripararlo ma per il momento non hanno l’ ordine di procedere: i vertici aziendali preferiscono affinare le tecnologie di cui dispongono con la creazione di un altro organismo cibernetico, il RoboCop II. Tuttavia, per evitare un calo di consensi e di immagine pubblica, decidono di ricostruire Murphy sia pur dotandolo di una programmazione con un eccesso di direttive, molte addirittura assurde, che compromettono le sue capacità arbitrarie rischiando di farlo impazzire. Benché scoprano le vere cause del malfunzionamento di RoboCop, i tecnici della stazione di polizia non sono in possesso della strumentazione necessaria a cancellare le direttive alterate, e affermano che gli unici modi sono uno spegnimento del sistema o una scarica elettrica ad alto amperaggio: appena Murphy sente parlare di questa possibile soluzione esce dalla stazione di polizia e si sottopone a una scarica elettrica attaccandosi a un grosso commutatore elettrico. Tale operazione gli permette di resettare il sistema e cancellare tutte le direttive, comprese le primarie, tuttavia la prima azione che decide di intraprendere conferma la sua profonda umanità e coscienziosità: torna al lavoro, e alla testa di un commando di poliziotti torna da Cain, deciso a catturarlo una volta per tutte, vivo o morto.

 

Il tenente comandante Data, androide di tipo Soong;

In «Star Trek: The Next Generation», serie televisiva prodotta da Gene Roddenberry dal 1987 al 1994, il tenente comandante Data è un androide, l’ unico ad aver mai fatto parte della Flotta Stellare della Federazione dei Pianeti Uniti. Viene creato intorno al 2330 dal dottor Noonien Soong, geniale cibernetico pioniere degli studi sul cervello positronico, assistito dalla moglie Juliana Tainer. Risulta il terzo dei suoi sei androidi conosciuti, dopo la costruzione di Lore, divenuto malvagio a causa di un errore di programmazione delle emozioni, e di B-4, risultato di intelligenza molto limitata. Juliana considera Data come un figlio, ma teme che possa rivelarsi un fallimento come gli androidi costruiti precedentemente, oppure che diventi pericoloso come Lore, e che quindi debba essere smantellato. Quando i coniugi Soong si preparano ad abbandonare il pianeta sotto l’ attacco dell’ Entità Cristallina chiamata da Lore, deciso a vendicarsi della popolazione locale che ne pretendeva lo smantellamento poiché terrorizzata da lui, entrambi gli androidi vengono disattivati e smontati. Otto anni dopo, nel 2338, l’ equipaggio dell’ astronave della Federazione USS Tripoli lo trova e lo ricompone, per poi riattivarlo. Composto di una lega di tripolimero, molibdeno e cobalto, capace di resistere ai massimi sforzi, il suo cranio è composto di cortenide e duranio, ed ha una capacità massima di immagazzinamento di ottocento quadrilioni di bit, approssimativamente 88 petabyte, ed una velocità totale del suo processore calcolata in sessanta trilioni di operazioni per secondo. Riconoscente di essere stato trovato e attivato dagli ufficiali della Flotta Stellare, gli viene permesso di iscriversi all’ Accademia, ove si qualifica con onore, venendo poi assegnato ai primi incarichi fino al trasferimento nel 2364 sulla nave ammiraglia, l’ Enterprise D, con il grado di tenente comandante.

Sebbene dotato di un’ avanzata forma di intelligenza artificiale e notevoli capacità di elaborazione e archiviazione dati, nonché di una forza, prontezza di riflessi e velocità molte volte superiori a quelle di un essere umano, Data sviluppa una certa ammirazione per l’ umanità, tentando di diventare sempre più umano per quanto riguarda il comportamento, spesso con risultati buffi e fallimentari a causa di fraintendimenti e doppi sensi. Spesso le sue osservazioni sono così spontanee e innocenti da renderlo buffo oppure irritante, tanto che durante gli anni all’ Accademia della Flotta Stellare è stato spesso oggetto di scherzi da parte dei compagni cadetti. Oltre che con l’ umorismo e i rapporti amorosi, Data ha anche problemi ad usare le contrazioni nella lingua orale, sebbene questa caratteristica faccia parte della programmazione fornitagli dal dottor Soong. Nel 2369, il dottor Julian Bashir esprime la propria ammirazione per tutto l’ impegno che il dottor Soong si è dato per far sembrare Data umano da un punto di vista estetico, denotando grande stupore per quanto Data sia ben fatto. Insieme, i due conducono alcune ricerche su di un dispositivo alieno, che emette uno shock al plasma che sovraccarica la rete positronica di Data, attivando una serie di circuiti fino a quel momento inattivi che, in seguito, permettono a Data di sognare. Nel 2367, sotto il controllo di una tecnologia di richiamo a distanza del dottor Soong, Data si impadronisce dell’ Enterprise e la conduce in prossimità del pianeta Terlina III. Sfortunatamente, lo stesso programma attiva il cervello positronico di Lore, conducendo anche lui al laboratorio. Soong spiega di aver richiamato Data perché ha creato un chip emozionale appositamente per lui, e di aver creduto che Lore fosse morto. Lore disattiva Data e si sostituisce a lui mentre il loro creatore è distratto, e Soong, ignaro, impianta il chip in Lore. Quando si rende conto dell’ errore, Lore lo attacca, fuggendo subito dopo. L’ anziano scienziato muore di lì a poco, confortato dal vero Data. Solo tre anni dopo, i due «fratelli» si ritrovano. Lore, infatti, si trova su Ohniaka III alla testa di alcuni Borg, organismi cibernetici molto potenti con cui la Federazione sta facendo i conti da qualche tempo, e innesta il chip emozionale, dopo attente modifiche, in Data per renderlo succube. Lo scontro è durissimo, ma alla fine Data ritorna in sé e torna sull’ Enterprise dopo aver disattivato il fratello una volta per tutte e messo da parte il chip, che decide di utilizzare stabilmente solo un anno dopo, finalmente imparando a convivere con le emozioni dopo un intenso periodo di prova.

Data è un individuo socievole e molto curioso, rispettoso e generoso, portato ad avere una visione positiva della vita e delle relazioni interpersonali. Spesso esterna dubbi e incomprensione sulla guerra e la violenza, l’ uso di droghe tipico delle epoche passate, e rimane confuso dinnanzi all’ amore tra un uomo e una donna, osservando quanto spesso porti a comportamenti irragionevoli. Matura una passione per le arti, che lo porta a sviluppare la propria tecnica di pittura, creando molteplici stili e soggetti. Scrive poesie, si esibisce in rappresentazioni teatrali e suona il violino. Si dà anche al canto, esibendosi con «Blue Skies» al matrimonio di William Riker e Deanna Troi. Anche una volta dotato di emozioni, non riuscirà mai ad essere umano, ma solo qualcosa di somigliante. La cosa spesso gli provoca dispiacere, ma in un secondo momento impara ad accettarlo, compensando con l’ apprendimento e il miglioramento costante di sé e delle proprie capacità: una volta, dialogando con il tenente Geordi La Forge, ingegnere capo dell’ Enterprise, afferma che per tutta la vita si è sforzato di avvicinarsi al massimo all’ umanità, andando ben oltre la propria programmazione originaria. Mantiene un buon rapporto con la maggior parte degli ufficiali superiori dell’ Enterprise, considerando il capitano Jean-Luc Picard come una sorta di figura paterna per tutta la durata del suo servizio sotto di lui, chiedendogli consiglio in diverse occasioni volte a cercare di raggiungere una maggiore umanità. E Picard lo aiuta in questo ogni volta che ne ha l’ occasione. Il suo miglior amico è Geordi La Forge, e riesce ad avere un rapporto d’ amicizia solido e misurato persino con il tenente Worf, capo della sicurezza dell’ Enterprise appartenente alla specie guerresca dei Klingon. Più volte, infatti, Data afferma di avere con l’ irascibile ufficiale alieno due cose importanti in comune: entrambi salvati dalla Federazione dopo che le loro abitazioni sono state distrutte da attacchi nemici, ed entrambi gli unici rappresentanti delle rispettive specie nella Flotta Stellare.

Brent Spiner, interprete del personaggio tra il 1987 e il 2023, afferma: «Data, per come è stato pensato, è una figura dalle possibilità illimitate che desidera sperimentare il numero maggiore possibile di qualità umane e che agisce quasi come una sorta di specchio della condizione degli esseri umani. Sono personalmente convinto che ci sia un po’ di Data in ogni essere umano. Quando Gene Roddenberry mi ha comunicato che avevo passato il provino e che il ruolo di Data era mio, ha aggiunto: ‘Ricordati Brent, Data è colui che porta un po’ di sollievo comico alle puntate’. L’ ho fatto, e in termini tragicomici vedo Data come una specie di clown tragico, una sorta di Pierrot postmoderno. Un personaggio involontariamente comico che aspira ad essere quello che non può diventare. In più, nel suo cuore di androide, è infelice della sua condizione, o almeno da un punto di vista logico, insoddisfatto.».


La fantascienza rappresenta spesso e volentieri un genere di anticipazione, in grado di considerare idee che in un secondo momento diventano realtà. Gli esempi sono numerosi. E ora è l’ intelligenza artificiale a trovarsi al centro dell’ attenzione. Sia essa un supercomputer, un androide o un organismo cibernetico, essa è per sua natura qualcosa di freddo, l’ incarnazione dell’ efficienza, della precisione e della libertà da qualsivoglia impedimento emotivo, ben oltre le capacità umane. Forse proprio per questo rappresenta una contraddizione assoluta, perché è progettata a immagine della mente umana, ma capace di raggiugere rapidità ed esattezze superiori nonché piena autonomia data dall’ intrinseca capacità di imparare, capire e affrontare nuove situazioni. Ma quando un organismo cibernetico come RoboCop, il cui cervello umano è interfacciato ad un sistema computerizzato che ne influenza il comportamento e le azioni, con l’ andare del tempo riesce a prevalerla con la sola forza della sua personalità, e un androide progettato a immagine e somiglianza di un essere umano come Data prova ammirazione per l’ umanità e desidera acquisirne le qualità come un novello Pinocchio, che da burattino desidera divenire un bambino vero, sorge spontaneo chiedersi quanto l’ intelligenza artificiale sia effettivamente superiore. La nostra più grande realizzazione tecnica ci ricorda quanto preziosa sia la condizione umana, dotata di istinto, calore, creatività e possibilità di scegliere. Una macchina non possiede queste virtù, e da queste rimane sempre invariabilmente battuta e resa inferiore. Non sarebbe più opportuno lavorare sulle nostre stesse capacità, sulla nostra stessa intelligenza anziché progettare computer o automi sempre più sofisticati?

A questo proposito suonano quanto mai significative le parole di Marcus Wright, personaggio del film «Terminator Salvation» del 2009: «Che cos’ è che ci rende umani? Qualcosa che non si può programmare. Che non si può mettere in un chip. E’ la forza del cuore umano. La differenza tra noi e le macchine.».