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| L' uccisione di Ipazia; |
L’
8 marzo 415, ad
Alessandria d’ Egitto, una moltitudine di monaci parabolani,
ordine cristiano nato per scopi caritatevoli e
poi mutato in una sorta di forza
armata e
guardia personale
del Vescovo
locale,
temuta per il fervore religioso e l’ uso della violenza, assalì
una donna
sulla porta di casa sua, la
trascinò
a
suon
di percosse all’ interno di una chiesa, la spogliò
e la squartò, strappandone
infine la carne con cocci e tegole per poi
bruciarne i resti martoriati. Un
atto brutale, feroce, che non lasciava spazio alla compassione
insegnata da Cristo e di cui questi uomini consacrati si definivano
apertamente depositari.
Ma chi era questa povera donna, e come mai venne
assassinata così crudelmente in piena Quaresima in una sorta di
sacrificio umano in
onore
a un dio barbarico?
Si trattava di Ipazia, un’ insegnante di circa cinquant’ anni, da
due decenni famosa per la spiccata
intelligenza e cultura, molto preparata in matematica,
astronomia e filosofia greca. Era donna e pagana, parte di
una prestigiosa cerchia
fedele agli antichi valori, custode della
ricchezza della
cultura
classica in un ambiente sempre più ostile verso l’
eredità
dell’ ellenismo, minacciata
dal fanatismo del Cristianesimo, i cui credenti, ormai diffusi ad
ogni livello della società imperiale, sostenevano rigidamente che
l’ unica cosa che valesse la pena di sapere fosse
riferito nella
Bibbia, indubitabile ed eterna trascrizione della sacra
parola di Dio. Ipazia
indossava
il tribonio, mantello ruvido e grezzo adottato come divisa dai
filosofi, e ottenne tali successi nella letteratura e nella
scienza da superare di gran lunga i filosofi suoi
contemporanei.
Non credeva in Dio, anzi diffidava apertamente di tutto ciò che
andasse accettato per semplice fede, preferendo un atteggiamento di
logica
basato sulla
curiosità e la ricerca di risposte
concrete:
se un cristiano non poteva mettere in discussione quello in cui
credeva, lei invece doveva tenere vivo un ragionevole dubbio fino
alla scoperta di prove evidenti.
In un’ epoca in cui nascere donna era una disgrazia e alle donne si
proibiva anche di
parlare, lei divenne una donna di cultura, e una libera pensatrice:
una
persona realizzata, al di fuori degli schemi.
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| Alessandria d' Egitto; |
Fondata
nel 331 prima
di Cristo
da Alessandro Magno, Alessandria
d’ Egitto era
famosa per il Museo, uno straordinario luogo di cultura dedicato alle
scienze e alle arti, e
per
l’ enorme Biblioteca, ricca di centinaia di migliaia di volumi,
oltre
che per
i grandi templi e
gli abitanti di tutte le razze e culture che popolavano i suoi
quartieri.
Era
governata da un Prefetto
incaricato dall’ Imperatore
di Costantinopoli, e
gran parte della sua popolazione obbediva alla
parola
del Vescovo
locale, venerato
come
detentore
della
pura dottrina insegnata da
Cristo.
Da
quando l’ Imperatore
Teodosio aveva fatto
del
Cristianesimo
la
religione di
Stato,
la
sola consentita dalla
legge,
il potere della
Chiesa
si era radicato nelle città e
soffocava
ciò che restava del Paganesimo. Agiva
con intolleranza feroce, non solo contro i fedeli agli antichi culti
precristiani,
ma anche
contro i cristiani
indicati come
eretici e
gli
ebrei,
molto numerosi ad Alessandria, ove
il
clero, i
monaci parabolani e
gli
asceti
dei deserti circostanti, non
esitavano
nei momenti di conflitto
a usare
la forza bruta, distruggendo
i templi degli infedeli e mettendo
a tacere ogni fede e pensiero differente.
Coloro che si rifiutavano di convertirsi alla vera
religione,
ora
al potere dopo un lungo tempo di persecuzioni, venivano
puniti
duramente
in nome di Dio e di Cristo. Gli
appelli alla
corte di Costantinopoli, divisa dagli intrighi e
incapace di frenare gli eccessi dei fanatici, erano
vani.
I
cristiani rispondevano con ferocia anche
peggiore di quella a suo tempo ricevuta.
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| Ipazia; |
Figlia
di Teone, illustre matematico e famoso astronomo che lavorava al
Museo, Ipazia fu
un’ eccellente studiosa di scienze e filosofia, materie a cui
si dedicò sin da bambina sotto l’ educazione del padre, suo
principale maestro, approfondendo
la filosofia oltre gli insegnamenti paterni, imparando
da
insegnanti di antico lignaggio e profonda conoscenza. Divenne
esperta del pensiero di Platone e Aristotele, sviluppò
un pensiero indipendente, diventando la figura di spicco della scuola
neoplatonica alessandrina, nota per il razionalismo. Divenne più
dotta del padre, abilissima
nel dibattito, la capacità di argomentare in modo chiaro e
corretto
e sulla base di fonti e prove coerenti.
Se il padre era conservatore, lei divenne un’ innovatrice. Teone
le
insegnò
a guardare le stelle, lei imparò
a guardare
oltre. Quando iniziò a insegnare attirò moltissimi
allievi, come confermato dalle affettuose lettere che scrisse uno dei
suoi più fedeli discepoli, Sinesio di Cirene, sempre pronto a
chiedere consiglio alla sua «amatissima maestra» e a
parlare di lei agli amici con affetto e ammirazione, ripromettendosi
persino di ricordarla nell’ Ade. Molti dei suoi allievi venivano da
lontano per ascoltare le sue lezioni. Fu in grado di perfezionare
strumenti scientifici come l’ astrolabio e l’ idroscopio.
Autorevole figura pubblica, era tenuta in grande stima anche al di
fuori dell’ ambiente strettamente culturale, tanto che i governanti
imperiali si rivolgevano a lei per un consiglio.
La
sua fama si estese presto in tutto l’ Impero: una
donna saggia,
influente,
di educazione antica e tradizionale, di mentalità
pagana e
flessibile,
dal
vasto seguito
di
discepoli, a
loro volta grandi dotti.
Credeva che la cultura fosse un bene che apparteneva
a tutti, non un privilegio per pochi, ragion per cui, fatto
straordinario,
teneva molte
lezioni in strada, all’
aperto.
Rispondeva
a chiunque si rivolgesse a lei per un chiarimento.
Tutta la città la amava e le rendeva onore. Era bella e carismatica,
e
insegnava a pensare,
non solo
formule e numeri: parlava, divulgava, apriva le menti, indicava
una direzione.
Era una straordinaria novità.
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| Il Vescovo Cirillo di Alessandria mentre insegna; |
Ma
che cosa accadde perché un giorno venisse uccisa in modo tanto
brutale? Nel
412 ad
Alessandria giunse un nuovo Vescovo,
Cirillo,
teologo e persecutore di ebrei e pagani, successore e nipote di
Teofilo, che alcuni
anni prima, nel 391,
aveva spinto la massa dei devoti a distruggere il Serapeo, tempio
dedicato alla divinità Serapide. Come lo
zio, Cirillo era un sacerdote con molto potere, astuto
e
portato
agli intrighi.
Ipazia non era sovversiva
e neppure
ostile al Cristianesimo. Molti
suoi
discepoli erano
infatti
cristiani, come Sinesio, che le scrisse tante lettere e divenne
Vescovo
di Tolemaide. Tuttavia,
si
narra che, passando presso la casa di Ipazia, Cirillo
vide presso le porte molti uomini e cavalli che andavano e venivano:
chiese
che posto fosse e il motivo di tale andirivieni,
e quando gli dissero che era l’ abitazione della
celebre insegnante,
che accoglieva
gli ospiti
per dare insegnamenti e
pareri,
si
sentì in un certo modo minacciato.
Un
altro motivo contribuì
alla sua
ostilità
verso
di lei: le
buone relazioni che
aveva
con
Oreste, il Prefetto
della città, un
cristiano con cui il patriarca non era in buoni rapporti e che
anni prima era stato oggetto di un’ aggressione in strada degli
stessi religiosi fanatici, uno dei quali lo aveva ferito alla testa
con una pietra. L’ aggressore, un monaco chiamato Ammonio, era
stato
messo sotto tortura fino
alla morte,
e
Cirillo ne aveva
deposto
i resti in una chiesa dedicandogli
il rito riservato
ai martiri. Le relazioni fra potere ecclesiastico e potere
civile avevano raggiunto un punto di rottura, e Ipazia univa in sé
la duplice condizione di pagana e simpatizzante di Oreste. Questo non
si
doveva permettere,
il
Vescovo
quindi
aizzò gli animi contro la maestra,
accusandola di essere una strega pagana. Chiamò
a sé i monaci
parabolani, sempre
pronti a compiere atti violenti in nome di Dio, e
citò
le
lettere
di San Paolo, come
la
prima
Lettera
Timoteo, 2:11-12:
«La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Poiché non
permetto alla donna di insegnare, né di usare autorità sull’
uomo, ma stia in silenzio.». Altre
parole che gli vennero in soccorso erano nella prima Lettera ai
Corinzi, 11,3:
«Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e
capo della donna è l’ uomo». E
i parabolani
trucidarono la
donna
bruciandone
poi
le spoglie mortali.
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| I monaci parabolani; |
Ormai
liberatosi della minaccia, Cirillo
ebbe una carriera di tutto rispetto nei ranghi della Chiesa: governò
con grande energia Alessandria per trentadue anni, mirando sempre ad
affermarne il primato in tutto l’ Oriente, forte anche dei
tradizionali legami con il
cuore dell’ Impero.
Intervenne nel Concilio di Efeso come massimo esponente della
cristologia alessandrina, sottolineando l’ assoluta precedenza alla
divinità di Cristo, espressione della tradizione e garanzia della
fede
corretta.
Morì il 27 giugno del 444, e venne elevato a dottore della Chiesa e
santificato dalla Chiesa cattolica
per aver difeso strenuamente l’ ortodossia. Viene celebrato il 27
giugno, e nell’ udienza generale del 3 ottobre 2007 Papa Benedetto
XVI lo definì «un instancabile e fermo testimone del Verbo di Dio
incarnato.».
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| Ipazia mentre trasmette sapienza; |
La
morte di Ipazia segnò il tramonto della cultura pagana nel mondo
antico, risuonando come
una campana funebre per
Alessandria, antico
centro della scienza, della cultura e dell’ arte ellenistici. I
disumani
particolari sulla
sua uccisione e
l’ assoluzione
dei suoi
assassini fecero
di questo femminicidio uno
scandalo storico in
piena regola: fu
aperta un’ inchiesta, ma
a Costantinopoli regnava
in
realtà Elia Pulcheria,
sorella del minorenne Imperatore
Teodosio II e vicina
alle posizioni di
Cirillo. Il
caso venne
archiviato a seguito dell’ opportuna
corruzione di funzionari imperiali. Peraltro,
emerse che
la
corte imperiale aveva
più volte ignorato
le sollecitazioni del Prefetto
Oreste a intervenire
per
porre fine ai disordini nei
giorni precedenti
il
delitto.
La
corte fu corresponsabile, ed Elia Pulcheria
fu
a
sua volta
dichiarata santa dalla Chiesa.
Gli
assassini di
Ipazia
agirono mossi da una fede assoluta nella Chiesa e dall’
insegnamento che custodiva e trasmetteva: la verità assoluta era
custodita nella rivelazione divina, la scienza e le sue teorie
portavano solo
dubbi. Tutto ciò che valeva la pena di sapere era scritto
nella Bibbia, ogni scoperta materiale, per quanto affascinante,
veniva dopo. Lo
si leggeva
chiaramente
nella seconda lettera di Pietro 3:17: «Voi dunque, carissimi,
conoscendo già queste cose, state in guardia per non venir meno
nella vostra fermezza, portati via dall’ errore degli empi.».
Eppure,
essi
non riuscirono a cancellare il
ricordo della
grande donna che avevano ucciso.
Fu
distrutta fisicamente,
certo,
ma la sua voce non
smise di echeggiare.
A
milleseicento
anni
da
questo grave
femminicidio,
la
memoria
della
grande filosofa
sopravvive in
tutta la sua forza.
A partire dall’ Illuminismo,
Ipazia venne
considerata vittima del fanatismo religioso e martire laica del
pensiero scientifico. Nel Settecento lo storico britannico Edward
Gibbon definì
la sua morte «macchia indelebile sul carattere e sulla religione di
Cirillo d’ Alessandria». Ella
oggi è il simbolo di tutte le donne che hanno pagato caro il
coraggio di essere libere, di
quelle
che gli
uomini
hanno
tentato di cancellare ma senza
riuscirci,
di ogni persona che rifiuta di piegarsi, preferendo
la verità alla paura, la libertà alla sopravvivenza. Con
il suo sacrificio, Ipazia
ci ha insegnato che la cosa più preziosa
e al tempo stesso temuta
in
questo mondo
è una mente libera. E’
celebrata nella musica come simbolo di armonia cosmica e sapienza
antica: il Quartetto Ipazia, nato al Conservatorio di Torino, ne
evoca la figura, e il tema dell’ armonia delle sfere e della musica
dei pianeti è legato ai suoi studi astronomici. Come
disse
di lei Margherita Hack: «Ipazia rappresentava il simbolo dell’
amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto
grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel
lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di
soffocare la ragione.».