E’ il primo autunno 1820, e un uomo stanco ma ancora lucidissimo passeggia ogni giorno lungo i sentieri dell’ isola di Sant’ Elena, sotto l’ attento occhio della guarnigione britannica: Napoleone Bonaparte. Soldato, politico, stratega e despota illuminato secondo l’ ideale illuminista, dopo aver travolto l’ Europa come un uragano tra la fine del Settecento e l’ inizio dell’ Ottocento, oggi quest’ uomo trascorre la prigionia in un dominio britannico, su di una remota isola al largo dell’ Atlantico meridionale, molto lontano dal Vecchio Mondo che per anni ha dominato con fermezza e ambizione, posizionando fratelli e cognati sui troni strategicamente più importanti, come nel da lui tanto amato gioco degli scacchi.
Generale, poi Console, e Imperatore... come volete essere chiamato oggi?
«Chiamatemi come faceva mia madre ad Ajaccio: Napolione. E’ l’ unico nome che non mi ha mai tradito [sorride].».
Quale è stato il vostro più grande desiderio da realizzare?
«Non era una corona, ma l’ ordine. Da bambino ad Ajaccio vedevo tutto in disordine: otto fratelli, debiti, i francesi, i corsi, i preti. Il mio desiderio era uno solo: prendere questo caos chiamato Europa, pieno di dogane, feudatari e superstizioni, e dargli una forma. Razionale. Francese, se volete. Un continente sotto una sola legge, un solo codice, un solo metro. Ho fallito? Sì. Ma l’ ho sognato.».
Nel portare avanti i vostri obiettivi avete mai pensato al modo in cui lo facevate, o per voi il fine giustificava i mezzi?
«Il fine giustifica i mezzi solo quando i mezzi non distruggono il fine. Io ho sparato su Parigi il 13 Vendemmiaio, ho fatto fucilare il Duca d’ Enghien, ho soffocato la stampa. Non ne vado fiero. Ma credete davvero che si possa fare una rivoluzione con le buone maniere? Talleyrand mi diceva: ‘Sire, con le baionette si può fare tutto, tranne che sedercisi sopra.’. Aveva ragione. Alla fine le mie baionette non mi hanno più retto.».
C’ è qualcosa di cui vi siete pentito?
«Un artigliere non si pente mai della traiettoria, solo di aver calcolato male il vento. Il mio vento è stata la Russia. E la Spagna. Ho voluto portare la legge dove vi era il privilegio, e ho finito per portare la guerra dove vi era la legge.».
Voi siete monarchico o repubblicano?
«Sono entrambe le cose, e per questo nessuno mi ha mai capito. Sono repubblicano perché credo che un uomo debba salire per merito, non per nascita. Sono monarchico perché credo che il popolo abbia bisogno di uno scettro per non sbranarsi da solo. Ho messo la corona della Repubblica sulla testa di un Imperatore. Ecco la mia risposta.».
Da rivoluzionario a Imperatore: in molti lo reputano opportunismo o addirittura contraddizione.
«Dicono che ho tradito la Rivoluzione incoronandomi. Sciocchezze. La Rivoluzione stava morendo di chiacchiere. Il Direttorio era un mercato di ladri. L’ ho salvata mettendole una spada in mano. Mi sono fatto Imperatore perché i francesi non volevano più un padrone chiamato Luigi, ma non sapevano vivere senza padrone. Io gliene ho dato uno che dovevano alla Rivoluzione, non a Dio.».
Credevate nella Rivoluzione?
«Io sono la Rivoluzione quando mette gli stivali e marcia. Libertà, uguaglianza... belle parole per i filosofi. Io le ho messe in un Codice, che resterà quando le mie battaglie saranno polvere nei libri di scuola.».
Qual’ è stata la vostra più grande vittoria?
«Non Austerlitz. Austerlitz fu vanità. La mia vittoria è che un figlio di un piccolo avvocato corso, che parlava francese con accento, abbia potuto dire all’ Europa: ‘Il merito conta più del sangue.’. Anche se poi ho messo i miei fratelli sui troni... contraddizioni di un uomo, no?».
E il vostro errore più grande?
«Aver creduto che gli uomini volessero essere liberi. Gli uomini vogliono essere guidati. E aver creduto che Giuseppina mi avrebbe aspettato.».
Cosa sentite di aver lasciato di buono alla Francia?
«La Francia mi sopravviverà per ciò che ho scritto, non per ciò che ho conquistato. Il Codice Civile. Lì dentro c’ è più immortalità che in venti battaglie. L’ uguaglianza davanti alla legge, la proprietà, le università, la Banca di Francia, le prefetture. Gli eserciti passano, i confini cambiano. Il Codice resta.».
C’ è qualcosa di cui vi siete pentito?
«Due cose. La prima: la campagna di Russia. Non la guerra in sé, ma l’ orgoglio. Sapevo che era troppo presto, troppo grande, troppo freddo. Ma non potevo tornare indietro senza sembrare debole. Un Imperatore non può sembrare debole. È la maledizione. La seconda... non aver avuto il coraggio di essere solo un uomo per Giuseppina.».
Come vivete l’ esilio a Sant’ Elena?
«Come un mare chiuso in una bottiglia. Questo scoglio inglese mi uccide lentamente con l’ umidità e la noia. Hudson Lowe conta le mie posate d’ argento come se volessi corrompere i topi. Detto poesie, ricordo battaglie, discuto con Las Cases. Ma soprattutto... ricordo l’ odore. L’ odore della polvere da sparo la mattina ad Austerlitz, a 7 gradi sotto zero. Qui sento solo muffa. È il peggiore dei tradimenti: sopravvivere a sé stessi.».
Avete paura di morire qui, così lontano da Parigi?
«Non muoio a Sant’ Elena. Muoio ovunque ci sia un giovane che apre una mappa e si chiede perché il mondo non possa essere più grande. La Gran Bretagna mi ha imprigionato su uno scoglio per nascondermi. Invece mi ha reso immortale.».
Un’ ultima parola per chi leggerà questa intervista tra due secoli?
«Ditegli che non ero un mostro, né un santo. Ero un uomo che andava troppo in fretta. Il mondo camminava, io correvo.».

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