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| Steve Rogers in «Captain America: The Winter Soldier» |
La fantascienza è apprezzata da lungo tempo come genere di analisi sociale, riflettuendo sulle conseguenze di una scoperta su società e i singoli, e spesso ha visto compiersi ciò che libri e film hanno rappresentato. In «Captain America: The Winter Soldier», del 2014, Steve Rogers interroga Jasper Sitwell, agente corrotto dello S.H.I.E.L.D., scoprendo l’ esistenza dell’ algoritmo di Zola, ideato dagli agenti dell’ Hydra, vecchia divisione nazista sopravvissuta grazie all’ Operazione Paperclip, per analizzare i dati personali digitalizzati delle persone e prevederne la minaccia futura, eliminando in anticipo milioni di obiettivi contemporaneamente con una flotta di elicotteri armati gestiti da remoto. Il funzionamento è semplice: dati bancari, cartelle cliniche, abitudini di voto, posta elettronica, telefonate, i punteggi del SAT e ogni altro dato registrato fornisce un quadro psicologico da cui l’ algoritmo trae la propria conclusione. Ora forse potremo vedere avverarsi questo episodio: vi è infatti un algoritmo in grado di prevedere una deriva complottista in chi usa parole legate a rabbia e ansia anche quando parla di cucina o cinema.
Uno studio del Politecnico di Milano è riuscito a identificare con precisione all’ 87% gli utenti social più inclini a cadere nel complottismo, solamente analizzandone il modo di scrivere negli spazi in rete tradizionali. La ricerca, condotta da Francesco Corso e Francesco Pierri insieme a Giuseppe Russo dell’ EPFL di Losanna e Gianmarco De Francisci Morales del CENTAI Institute, ha analizzato tramite modelli di intelligenza artificiale cinquecento milioni di commenti pubblicati su Reddit, tra le piattaforme sociali più grandi e articolate al mondo, con l’ intento di verificare se fosse possibile distinguere gli utenti attivi nella comunità r/conspiracy, il cuore del complottismo sulla piattaforma, osservando solo il loro linguaggio nei contesti mainstream. Secondo i dati i futuri complottisti mostrano picchi latenti di rabbia e ansia, un uso marcato di parole associate a dinamiche di scontro o vulnerabilità e un linguaggio più aggressivo o emotivamente carico rispetto alla media degli utenti. Come spiega Francesco Corso: «Abbiamo voluto capire se il coinvolgimento in comunità complottiste lasci tracce linguistiche riconoscibili anche fuori dagli spazi in cui queste teorie vengono discusse esplicitamente.». I risultati suggeriscono che questa non è una conseguenza del complottismo, ma una predisposizione psicologica: «Non esiste un unico linguaggio complottista valido per tutta la piattaforma. Questo rende necessario progettare strumenti di analisi e moderazione più sensibili al contesto.». La vera svolta, scoperta dall’ intelligenza artificiale, è che queste tracce sono identificabili anche quando queste persone discutono di temi neutri come cinema, ricette di cucina, musica, scienza e, incredibilmente, anche anni prima di iscriversi a un forum dedicato alle cospirazioni.
I risultati sono sbalorditivi, e sollevano dubbi più che ragionevoli: l’ intelligenza artificiale diverrà capace di anticipare le minacce, permettendoci di punire un soggetto prima che compia un crimine? Stabilirà essa stessa la soluzione più logica? Sarebbe giusto da un punto di vista etico? Come agire davvero contro un soggetto che, secondo i calcoli, tra cinque anni commetterà una certa infrazione, magari pericolosa, ora che è del tutto innocente non avendo neppure lontanamente concepito simili decisioni? E sarebbe veramente corretto affidarsi ad un’ intelligenza artificiale, che per sua natura accumula dati senza tuttavia essere capace di sviluppare una propria opinione in quanto priva di quel senso critico tipico della mente umana, peraltro capace di emozioni? La possibilità di giungere a un risultato implica per forza la necessità di arrivare a tale esito, o vi è un’ alternativa? Un programma informatico merita davvero tanto potere, o è meglio coltivare il giudizio tra le persone?


