Se
durante il celebre soliloquio nella prima scena del terzo atto
della nota tragedia shakespeariana che porta il suo nome il principe
Amleto riflette se vivere soffrendo o piuttosto di ribellarsi
rischiando di morire, oggi il famoso «dubbio amletico» tocca la
natura dell’ intelligenza e come svilupparla tra efficacia,
opportunità, comodità e persino profitti: è meglio una mente umana
al pieno delle sue facoltà grazie all’ esercizio costante,
consentendo
alle persone di mettere in pratica da sé stesse ciò che sono in
grado di fare secondo la loro natura,
o un’ intelligenza artificiale, immediata e precisa in ogni
compito, che faccia tutto quanto al posto nostro, sollevandoci da
incombenze e fatiche?
Si
tratta di una riflessione che anima sempre di più il dibattito,
stimolando punti di vista molto diversi tra loro, tra progresso e
comodità, qualità della vita e persino
degenerazione sociale, mentre settori della scienza e dell’
imprenditoria conducono ricerche che portano a prodotti dall’
innegabile capacità tecnica tra programmi e automi in
contrapposizione a chi sostiene l’ esigenza di sviluppare
discipline con cui educare il massimo potenziale della mente umana.
Prima di tutto, occorre capire con una certa chiarezza che cos’ è
l’ intelligenza. Secondo la scienza equivale alla capacità di
capire, imparare e affrontare nuove situazioni, e si basa su di un
insieme complesso di facoltà. Il dottor Steven
Pfeiffer,
psicologo clinico infantile e pediatrico, specializzato, tra le altre
cose, nella valutazione dei ragazzi sovradotati,
afferma: «E’ l’ insieme della capacità di ragionamento, di
risolvere problemi e di apprendere. E tutto ciò, a sua volta,
include anche la capacità di attenzione, la memoria, l’ uso e la
comprensione del linguaggio, la percezione.». Discipline come la
psicologia, la psichiatria e le neuroscienze studiano la mente e la
sua capacità di intelligenza per conoscerne le dinamiche e quindi
regolare positivamente i nostri processi di apprendimento, emotivi e
relazionali. Insomma, conoscere bene la mente è
fondamentale
per farne un buon uso. Tuttavia, non solo la scienza ma anche la
filosofia e la spiritualità sono molto interessate alla mente. Ne è
un esempio di
grande interesse
il Buddhismo, che dai tempi del Buddha Śākyamuni nell’
Anattalakkhana Sutta, uno
dei suoi primi e più interessanti discorsi dottrinari,
parla di coscienza, vijñāna
in sanscrito, un costituente del soggetto che sorge dalle percezioni
sensoriali, ossia
l’ esperienza soggettiva, individuale, di qualcosa che cambia
sempre, momento per momento. Nel Buddhismo tibetano in particolare il
termine sanscrito per indicare la mente è citta,
la percezione sensoriale, il pensiero verbale e astratto, le
emozioni, sentimenti di felicità e infelicità, attenzione,
concentrazione, intelligenza e, quindi, ogni tipo di attività
mentale. L’ enfasi
di questo concetto
non viene
posta
sulla base fisica come cervello, sistema nervoso, ormoni, attività
chimica o elettrica: il Buddhismo li conferma poiché esistono e sono
coinvolti in maniera integrale, e non non si riferisce nemmeno a
qualche cosa di immateriale che occupa il cervello e produce la sua
attività. Secondo Khyentse Norbu, lama reincarnato bhutanese: «La
mente è
ciò che conosce, prende abitudini, soffre di speranza e di paura e
diventa così afflitta e fuori controllo da rimanere intrappolata
nelle proprie illusioni. Ma è la stessa mente che possiamo anche
addestrare, domare in modo da apprendere in che modo eliminare le
proprie illusioni. Non è solo intellettuale ma anche intuitiva, e ha
la capacità di essere sia altruistica che egoista.».
La
mente è quindi una caratteristica tipica degli esseri senzienti,
creature
viventi dotate
di almeno un organo si senso e che vivono nel Samsara, il ciclo
di nascita, morte e rinascita alla base dell’ esistenza fino al
Risveglio. Tuttavia, come spiega Gonsar Rinpoche, lama reincarnato
tibetano residente al centro buddhista Rabten Choeling di Mont
Pèlerin, sul lago di Ginevra, l’ uso del termine vita
in Occidente può essere fonte di confusione: «Gli esseri umani, gli
animali, gli insetti, gli alberi e le piante sono tutti considerati
esseri viventi. Nelle lingue asiatiche, invece, molto spesso la
parola ‘vivente’
viene usata soltanto per gli esseri che posseggono una mente e che
sono quindi in grado di provare sensazioni. Provare qualcosa è una
qualità fondamentale della mente. Di conseguenza, alberi e piante
sono generalmente considerati organismi che crescono e poi si
seccano, ma che non sono dotati di un continuum mentale. Questi
organismi possono reagire agli influssi esterni, ma in genere sono
considerati privi di mente e, pertanto, incapaci di provare
sensazioni.». Per
una mente umana ordinaria non è possibile distinguere con certezza
tra gli organismi dotati di mente e quelli che ne sono privi: «Per
fare una simile distinzione sarebbe necessario possedere la capacità
mentale di percepire il continuum mentale degli altri esseri: ciò è
possibile, ma richiede un addestramento molto avanzato della mente.».
Gli esseri umani si distinguono per la chiarezza e la capacità della
loro mente: «Tuttavia, per quanto riguarda la capacità di provare
sensazioni, non vi è alcuna differenza rispetto agli altri esseri,
come gli animali. Esseri umani, animali e insetti fanno tutti
esperienza delle sensazioni.».

Le
potenzialità della mente sono quindi vaste e numerose, in larga
parte ancora non comprese da noi stessi. Da molti secoli i saggi, i
maestri spirituali e i filosofi discutono approfonditamente su questa
particolare componente del nostro essere, unitamente agli scienziati
moderni. E le loro affermazioni continuano a toccarne
i livelli solo più in superficie. Appare
quindi evidente quanto l’ intelligenza artificiale rappresenti un
pericolo molto grave, un’ invenzione tortuosa che, in virtù delle
sue capacità, numerose, precise e complesse,
può indurre ad una vera e propria atrofizzazione delle capacità
della mente: è risaputo quanto sia forte la tentazione di far
scrivere un testo o prendere una decisione importante all’
intelligenza artificiale imboccando quindi il declino cognitivo e
professionale. Un fenomeno silenzioso che produce conseguenze molto
pesanti sulle persone svuotando il significato stesso dell’
apprendimento e dell’ esercizio regolare. Gonsar
Rinpoche denota un certo scetticismo in tema di intelligenza
artificiale: «L’
espressione
stessa
è in parte fuorviante. Un insieme di computer con i relativi
programmi viene chiamato ‘intelligenza artificiale’, mentre in
realtà non è altro che un sistema composto da un enorme numero di
interruttori elettronici programmati per recuperare informazioni da
una vasta fonte, le pagine di Internet, e generare risposte sotto
forma di sequenze di caratteri, che gli esseri umani interpretano
come frasi. Ma
l’ intelligenza
è una qualità della mente, così come lo è la capacità di provare
sensazioni, e nessuna di queste potrà mai essere una proprietà
delle macchine, che rimangono semplicemente un insieme di
interruttori elettronici, per quanto impressionante possa essere la
loro funzionalità.».
La
tradizione buddhista tibetana dimostra essenzialmente scetticismo
circa le capacità e lo sviluppo dell’ intelligenza artificiale,
soprattutto in considerazione
di
ciò che è in grado di fare la mente. Per
i buddhisti, ciò che ci rende umani
è, da
un punto di vista spirituale,
riuscire
a
esprimersi
e saper
distinguere ciò che è bene da
quanto invece è
male, capire
ciò che va accettato o confutato
in base alla natura
delle
cose, distinguere
il reale dall’ illusorio.
Più
semplicemente,
da
un
punto di vista più
mondano, ci
rende umani
l’
essere onesti,
sinceri,
coraggiosi,
avere conoscenza, essere
stabili
e affidabili.
L’
importanza dello sviluppo dell’ intelligenza umana è una necessità
al cento percento, sia per questioni mondane che spirituali. Senza la
nostra personale intelligenza, per
i buddhisti tibetani,
non è possibile superare odio o attaccamento, beneficiando noi
stessi, gli altri e tutti gli esseri senzienti, e neppure da un punto
di vista più semplicemente mondano superare con lungimiranza le
difficoltà con tolleranza e pazienza, garantendo una vita più
serena.
Molti
lama sostengono apertamente che l’
intelligenza artificiale
non
arriverà allo stesso livello dell’ intelligenza del
Buddha
o
grandi maestri della tradizione come
Nagarjuna, o
più
semplicemente
di un essere umano convenzionale.
Pur
ammettendo che esistono circostanze
in cui
l’ intelligenza artificiale sia
superiore rispetto a
quella
umana, sono
fermi nel sostenere che
le
capacità di una mente
si possono
sviluppare all’ infinito a
differenza di
quelle
di un computer,
un
prodotto umano, poiché si
tratta di
qualcosa
che non si evolve
autonomamente. Lo
stesso XIV
Dalai Lama afferma che la mente umana sarà
sempre
più potente di un computer, perché è capace di evolversi
rapidamente adattandosi alle situazioni, mentre l’ intelligenza
artificiale è portata ad avere qualche problema in più: è
certamente
più saggio provvedere
a
sviluppare la
mente
umana. Se
l’ intelligenza artificiale raggiungesse un livello pari a
quella
umana si
potrebbero
avere
avere sia
benefici che
problemi, ma
in linea di massima
tutto
dipenderebbe
dal
suo impiego da
parte delle persone:
se impiegata
per fini
positivi
sarebbe
di grande beneficio, ma
un suo
abuso
o impiego
con
un movente
negativo
molte
vite
potrebbero
rimanerne
danneggiate.
Saranno
sempre gli esseri umani ad
utilizzarla,
pertanto
da
un punto di vista logico sarebbe
saggio
impiegarla
con
scopi utili
e positivi
per
ogni
essere
senziente,
pensando
anche a concetti quali
ambiente e
salute, altrimenti
potrebbe portare concretamente
a
conseguenze nocive
a
partire dalla
disoccupazione di
molti
lavoratori umani. Tutto
dipenderà come sarà utilizzata, quindi
da ciò che nasce dalla mente umana e dal suo modo di pensare e
agire.

Nel
primo trimestre del 2026 gli
investimenti
nel mercato dell’ intelligenza artificiale hanno raggiunto i
duecentoquarantadue miliardi di dollari, superando il totale dell’
intero 2025. Si
parla quindi di un settore
molto ambito, di un campo che coinvolge sempre di più risorse non
solo finanziarie ma anche tecniche, culturali e umane i cui frutti
sono
considerati la chiave di volta per il progresso del mondo. Ma sarà
davvero così? E quali
saranno l’ importanza e il ruolo dell’ intelligenza umana, la
dote tipica del nostro genere ma che ha bisogno di essere
opportunamente sviluppata e padroneggiata con un
impegnativo
esercizio? L’
intelligenza, il saper imparare e il saper mettere in pratica le
proprie doti innate, sono al centro della vita e della sopravvivenza
della specie, della società e del singolo individuo. Significa
esercitare ciò che si è portati a fare per natura, portando a un
senso di gratificazione quando quest’ applicazione conduce
a risultati positivi.
Analogamente
alla mutazione, a cui è strettamente interconnessa, l’
intelligenza è la chiave della nostra evoluzione, ci ha consentito
di evolverci a specie dominante sul pianeta. Questo processo è lento
e normalmente richiede migliaia e migliaia di anni, ma periodicamente
fa un balzo in avanti. Come
ebbe a dire il famoso conduttore televisivo e divulgatore scientifico
Piero
Angela: «L’
intelligenza,
come muscolo di sopravvivenza, cominciò ad avere successo fin dall’
età
primitiva, quando consentì all’ uomo
di costruirsi armi migliori e sopraffare un nemico più forte
fisicamente: oggi noi rifiutiamo la violenza, proprio perché abbiamo
creato una diversa scala di priorità nella sopravvivenza: quella
dell’ intelligenza.».
L’
uomo ha quindi da sé qualcosa di infinitamente prezioso, una
capacità che ora sta cercando con tanta convinzione di replicare nei
computer per mezzo della ricerca cibernetica. Il
rischio maggiore rappresentato
dall’ intelligenza artificiale quando diverrà sempre più
sofisticata, e somigliante alla mente umana di cui supererà le
prestazioni per complessità, precisione e rapidità, sarà
quello della delega della maggior parte delle decisioni e dei lavori
che l’ umanità ha sempre fatto per
conto proprio.
Da
un punto di vista psicologico e operativo sarebbe un fenomeno
piuttosto preoccupante, poiché dopo aver svolto per migliaia di anni
la parte dell’ operosa formica, sempre
dedita
a svolgere le azioni necessarie per sopravvivere accumulando
una sempre maggiore esperienza,
ora passeremmo a quello dell’ allegra e spensierata cicala, con
tanto tempo libero da spendere sotto il sole cantando eppure
così pigra da non esercitare le proprie innate abilità, che
forse neppure ricorda di avere.
Come apertamente sostenuto da Federico Faggin, fisico, inventore e
imprenditore italiano: «L’ umanità è a un bivio. O torna a
credere di avere una natura diversa rispetto alle macchine o sarà
ridotta a macchina tra le macchine. Il rischio non è che l’
intelligenza artificiale diventi meglio di noi, ma che noi decidiamo
liberamente di sottometterci a lei e ai suoi padroni.».
Vi
sono infatti
molti motivi di preoccupazione riguardo alla crescente attenzione che
il mondo di oggi concede all’ intelligenza artificiale. Gli
scienziati evidenziano
quanto questa abbia il potere di addormentare
la nostra
memoria e il senso critico, sprofondato
sempre di più in un
ritiro cognitivo. Un monitoraggio tramite elettroencefalogramma ha
mostrato una connettività cerebrale ridotta e un calo dei voti negli
studenti che fanno un uso scriteriato di
programmi come ChatGPT. Come
sostiene la
scrittrice e insegnante britannica
Daisy Christodoulou: «Nel passaggio dall’ era
di Internet a
quella
dell’ intelligenza
artificiale, ciò che consumiamo non è solo una quantità sempre
maggiore di informazioni di scarso valore e ultraelaborate, ma
essenzialmente predigerite, presentate in un modo progettato
per aggirare
importanti funzioni umane, come la valutazione, il filtraggio e la
sintesi delle informazioni.». In
altre parole, rischiamo
di leggere, scrivere e rimettere in circolo l’ equivalente
intellettuale di una
«pappa
pronta»,
facile da masticare, sovrabbondante e di scarsa qualità, che ci
permette di procedere
con
il minimo
sforzo
dal punto di vista cognitivo.
Mentre le
intelligenze artificiali
diventano
sempre più pervasive
nelle nostre vite e tutti si chiedono come cambierà il mondo, questo
è il
più evidente indizio
su
come noi stiamo cambiando mentre
le usiamo.
La
ricerca
scientifica è
ancora preliminare
e in evoluzione, ma i primi risultati sono
già stati notati.
Di
recente, uno studio del MIT ha infatti
confrontato l’ attività
cerebrale di tre gruppi di partecipanti, impegnati a scrivere brevi
saggi,
solo con Google oppure con ChatGPT come
supporto. L’ elettroencefalogramma,
che
registra l’ attività
elettrica del cervello, ha rivelato che in quest’ ultimo
gruppo la
connettività tra aree cerebrali appariva ridotta, come
l’ attenzione
e
il senso di paternità dei temi scritti più debole.
Riprovando senza
l’ aiuto
di ChatGPT, le
stesse
persone hanno faticato a ricordare i punti toccati in precedenza.
Gli autori della
ricerca
temono che delegare i compiti cognitivi di cui dovremmo essere capaci
ai modelli linguistici di grandi dimensioni e
che alimentano ChatGPT, Claude, Gemini o Llama, possa a lungo termine
incidere sull’ apprendimento.
Come
ha affermato Carlo Reverberi, professore associato di psicologia
generale all’ Università di Milano-Bicocca e membro del Milan
Center for Neuroscience: «Per
imparare serve confrontarsi con la fatica e la frustrazione della
comprensione profonda. Se
mancano questi passaggi, il sapere non c’ è
o diventa fragile e superficiale, pronto a essere dimenticato.».
Usare l’ intelligenza
artificiale
a scuola in modo sostitutivo per mesi e anni produce un ritiro
cognitivo completo:
«E’
come se quello che in altre generazioni era copiare dal compagno, ora
fosse possibile sempre e in continuo.». Questo scarico cognitivo può
incidere anche sulla memoria a lungo termine: in uno studio dell’
Università
federale
di Rio de Janeiro, chi usava ChatGPT senza limiti ricordava il 57.5
percento
dei contenuti contro il 68.5 percento
dei compagni che invece
non lo usavano. E
una
ricerca
su seicentosessantasei
persone di
varie età condotto dal
dottor
Michael Gerlich, sociologo della SBS Swiss Business School di Kloten,
in
Svizzera, si
è evidenziato
che chi delega più spesso compiti cognitivi alle intelligenze
artificiali ha anche minori capacità di pensiero critico. E’
una correlazione, certo: può darsi che chi ha meno senso critico sia
semplicemente più propenso a fidarsi delle macchine, ma
vi è altro.
In classe, il
dottor
Gerlich ha notato che le discussioni tra i suoi studenti erano
stagnanti, e che i ragazzi preferivano
far
risolvere
i loro dubbi all’
intelligenza artificiale anziché
ai compagni.
Insomma,
i
rischi psicologici e quindi umani e sociali dati da un impiego
eccedente dell’ intelligenza artificiale sono grandi ed evidenti
già ora che siamo solamente all’ alba di questa nuova frontiera
tecnologica, e mai come ora occorre riflettere su ciò che ci ha resi
ciò che siamo, ossia esseri intelligenti e coscienti, e preservare
la nostra centralità nel mondo che noi stessi abbiamo realizzato con
millenni di fatiche costruttive, e talvolta persino sbagliando. Un
fenomeno ben evidenziato
da Ted Chang, scrittore statunitense tra le voci più autorevoli e
raffinate della fantascienza contemporanea, che si interroga sulle
zone d’ ombra tra scienza ed etica, che
ha opinioni piuttosto contrarie nei riguardi dei programmi come
ChatGPT:
«Sono fortemente avverso all’ intelligenza artificiale generativa,
per diversi motivi. Innanzitutto per l’ incredibile quantità di
energia che viene sprecata, per lo sfruttamento del lavoro che viene
coinvolto e per il furto di proprietà intellettuale. Mi sembra che
queste cose dovrebbero essere ovvie, ma non possiamo semplicemente
presumere che tutti ne siano consapevoli. Questi aspetti, da soli,
dovrebbero essere sufficienti a squalificare l’ intera tecnologia.
Ma anche al di là di questi motivi, sono molto contrario all’
intelligenza artificiale generativa perché ciò che fanno queste
macchine, chiamate LLM,
ossia Large Language Models,
è in realtà descritto in modo impreciso: non stanno usando il
linguaggio. Il linguaggio è un mezzo di comunicazione e richiede l’
intenzione di comunicare, mentre questi software non stanno realmente
utilizzando il linguaggio, ma generano semplicemente del testo, che è
diverso dal linguaggio. Penso che ogni volta che le persone
usano questi programmi compiano un passo verso l’ erosione
della propria capacità di esprimersi e di comunicare idee proprie.
Il fatto che questi programmi producano disinformazione è ovviamente
un enorme problema.». Paiono
estremamente interessanti le parole di Giorgia Meloni, Presidente del
Consiglio dei ministri della Repubblica italiana: «Eravamo
abituati a un progresso che aveva come obiettivo ottimizzare
le capacità umane, e oggi ci confrontiamo con un progresso che
rischia di sostituire
le capacità umane. E se in passato questa sostituzione si
concentrava sul lavoro fisico, così che gli uomini potessero
concentrarsi sui lavori di concetto e di organizzazione, oggi è l’
intelletto
che rischia di essere soppiantato, con conseguenze che potrebbero
essere devastanti, particolarmente nel mercato del lavoro. Sempre più
persone non saranno necessarie, in un mondo sempre più dominato
dall’ ineguaglianza,
dalla concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi.».

Mente
o IA, questo è il dilemma su
cui bisognerebbe riflettere con un’ attenzione che forse finora è
mancata.
E’
possibile che i grandi protagonisti della ricerca e dell’
imprenditoria fossero così coinvolti nella ricerca da non essersi
debitamente soffermati a riflettere sulle relative implicazioni: la
possibilità di conseguire un risultato non significa necessariamente
che lo si debba raggiungere.
Se
William Shakespeare fosse tra noi, sarebbe certamente ispirato nella
preparazione di un’ opera che, in tono scherzoso ma con intenzione
seria, avvolta nella poesia, porrebbe
in evidenza le numerose contraddizioni di questa singolare
invenzione...