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mercoledì 19 agosto 2026

Un' intelligenza artificiale acchiappacomplottisti

Steve Rogers in «Captain America: The Winter Soldier»


La fantascienza è apprezzata da lungo tempo come genere di analisi sociale, riflettuendo sulle conseguenze di una scoperta su società e i singoli, e spesso ha visto compiersi ciò che libri e film hanno rappresentato. In «Captain America: The Winter Soldier», del 2014, Steve Rogers interroga Jasper Sitwell, agente corrotto dello S.H.I.E.L.D., scoprendo l’ esistenza dell’ algoritmo di Zola, ideato dagli agenti dell’ Hydra, vecchia divisione nazista sopravvissuta grazie all’ Operazione Paperclip, per analizzare i dati personali digitalizzati delle persone e prevederne la minaccia futura, eliminando in anticipo milioni di obiettivi contemporaneamente con una flotta di elicotteri armati gestiti da remoto. Il funzionamento è semplice: dati bancari, cartelle cliniche, abitudini di voto, posta elettronica, telefonate, i punteggi del SAT e ogni altro dato registrato fornisce un quadro psicologico da cui l’ algoritmo trae la propria conclusione. Ora forse potremo vedere avverarsi questo episodio: vi è infatti un algoritmo in grado di prevedere una deriva complottista in chi usa parole legate a rabbia e ansia anche quando parla di cucina o cinema.


Uno studio dePolitecnico di Milano è riuscito a identificare con precisione all’ 87% gli utenti social più inclini a cadere nel complottismo, solamente analizzandone il modo di scrivere negli spazi in rete tradizionali. La ricerca, condotta da Francesco Corso e Francesco Pierri insieme a Giuseppe Russo dell’ EPFL di Losanna e Gianmarco De Francisci Morales del CENTAI Institute, ha analizzato tramite modelli di intelligenza artificiale cinquecento milioni di commenti pubblicati su Reddit, tra le piattaforme sociali più grandi e articolate al mondo, con l’ intento di verificare se fosse possibile distinguere gli utenti attivi nella comunità r/conspiracy, il cuore del complottismo sulla piattaforma, osservando solo il loro linguaggio nei contesti mainstream. Secondo i dati i futuri complottisti mostrano picchi latenti di rabbia e ansia, un uso marcato di parole associate a dinamiche di scontro o vulnerabilità e un linguaggio più aggressivo o emotivamente carico rispetto alla media degli utenti. Come spiega Francesco Corso: «Abbiamo voluto capire se il coinvolgimento in comunità complottiste lasci tracce linguistiche riconoscibili anche fuori dagli spazi in cui queste teorie vengono discusse esplicitamente.». I risultati suggeriscono che questa non è una conseguenza del complottismo, ma una predisposizione psicologica: «Non esiste un unico linguaggio complottista valido per tutta la piattaforma. Questo rende necessario progettare strumenti di analisi e moderazione più sensibili al contesto.». La vera svolta, scoperta dall’ intelligenza artificiale, è che queste tracce sono identificabili anche quando queste persone discutono di temi neutri come cinema, ricette di cucina, musica, scienza e, incredibilmente, anche anni prima di iscriversi a un forum dedicato alle cospirazioni.


I risultati sono sbalorditivi, e sollevano dubbi più che ragionevoli: l’ intelligenza artificiale diverrà capace di anticipare le minacce, permettendoci di punire un soggetto prima che compia un crimine? Stabilirà essa stessa la soluzione più logica? Sarebbe giusto da un punto di vista etico? Come agire davvero contro un soggetto che, secondo i calcoli, tra cinque anni commetterà una certa infrazione, magari pericolosa, ora che è del tutto innocente non avendo neppure lontanamente concepito simili decisioni? E sarebbe veramente corretto affidarsi ad un’ intelligenza artificiale, che per sua natura accumula dati senza tuttavia essere capace di sviluppare una propria opinione in quanto priva di quel senso critico tipico della mente umana, peraltro capace di emozioni? La possibilità di giungere a un risultato implica per forza la necessità di arrivare a tale esito, o vi è un’ alternativa? Un programma informatico merita davvero tanto potere, o è meglio coltivare il giudizio tra le persone?

sabato 15 agosto 2026

Smaltire libri per migliorare l’ intelligenza artificiale?

Androidi al lavoro sulla scansione di un testo;


«Nemmeno la forma più evoluta di intelligenza artificiale potrà mai sostituire l’ uomo. Perché nell’ essere umano esiste qualcosa di irriducibile al sapere delle macchine: la coscienza di sé, il libero arbitrio, il dubbio, i sentimenti.» Federico Faggin;


Da cinquemila anni, all’ alba dell’ introduzione della scrittura, il libro è per unanime giudizio il più importante mezzo di trasmissione del sapere umano, una sorta di oggetto sacro. E la distruzione di un testo scritto riporta istintivamente alla repressione e alla censura portata avanti dai regimi autoritari, sia politici che ecclesiastici, nell’ intento di mettere a tacere ogni idea ritenuta estranea ai rispettivi sistemi di pensiero influendo opportunamente sulla mentalità del popolo.

Oggi, invece, pare che siamo davanti a qualcosa di nuovo, che molto sta facendo discutere, poiché le implicazioni riguardano lo sviluppo dell’ intelligenza artificiale, invenzione già di suo altamente controversa: la distruzione di testi cartacei, spesso fuori catalogo e talvolta anche rari o antichi, al fine di trasformarli in dati destinati all’ addestramento dei programmi di intelligenza artificiale. Per anni, le aziende informatiche e cibernetiche hanno addestrato i propri modelli utilizzando testi disponibili in rete, ma attualmente questo enorme giacimento si sta esaurendo. Il vecchio libro cartaceo si sta quindi rivelando una preziosa alternativa, peccato però che, una volta acquisito il contenuto, molti esemplari vengano smembrati, scansionati e infine distrutti. La pratica è stata documentata da più inchieste giornalistiche, soprattutto quella del Washington Post, e confermata dalle stesse aziende che operano nella digitalizzazione. Tutto ciò sta alimentando il dibattito sul piano sia giuridico che culturale, poiché rischia di far scomparire volumi che fino a oggi sono sopravvissuti grazie a biblioteche, librerie antiquarie e collezionisti.

Intelligenza artificiale con accesso al sapere umano;


Il motivo principale per cui l’ intelligenza artificiale necessita di pubblicazioni cartacee, soprattutto se stampate prima del 2022, è che costituiscono una grande fonte di testi scritti da esseri umani. Da quando l’ intelligenza artificiale di tipo generativo ha iniziato a produrre articoli, siti internet, post e documenti in quantità sempre maggiore, la rete si è conseguentemente riempita di contenuti sintetici. Addestrare i nuovi modelli su testi già prodotti da altre intelligenze artificiali potrebbe provocare il collasso del modello, processo in cui un sistema di intelligenza artificiale generativa perde progressivamente qualità, varietà e precisione, con errori, semplificazioni e ripetizioni che rischiano di accumularsi a ogni nuova generazione. Sarebbe una spirale paradossale. Per questo motivo, i libri cartacei precedenti all’ esplosione delle intelligenze artificiali costituiscono un archivio linguistico ideale, ricco di stile, lessico e cultura ormai sempre più raro. E infatti vengono ricercati innanzitutto testi di storia locale, diritto, economia, linguistica, manualistica e saggistica pubblicati dagli Anni Settanta in poi, purché dotati di codice ISBN.

Sapere digitalizzato per le intelligenze artificiali;


Ciò che fa discutere è il modo in cui questi libri vengono utilizzati. La procedura è nota nel settore come scansione distruttiva: una volta acquistati, i dorsi dei volumi vengono spesso tagliati con macchine industriali, le pagine vengono separate e fatte scorrere negli scanner ad alta velocità. Dopo la digitalizzazione, i volumi vengono riciclati come carta da macero. Una procedura che nasconde una precisa strategia legale: negli Stati Uniti, infatti, il principio dell’ «uso leale» consente in determinate circostanze di impiegare opere protette dal diritto d’ autore senza autorizzazione quando l’ impiego è considerato «trasformativo». Diverse aziende dedite allo sviluppo dell’ intelligenza artificiale ritengono che acquistare il libro, trasformarlo in dati e distruggere successivamente la copia fisica senza mettere in circolazione la copia digitale rafforzi questa interpretazione giuridica. E’ un’ impostazione che ha trovato un primo riconoscimento in una recente sentenza statunitense riguardante Anthropic, ma che continua a essere oggetto di acceso dibattito tra editori, autori e giuristi. Vi è un altro motivo, meno noto ma di pari importanza. Negli ultimi anni alcuni ricercatori e autori hanno iniziato a sviluppare tecniche di «avvelenamento dei dati», metodi per inserire nei testi elementi invisibili agli esseri umani eppure capaci di confondere i modelli di intelligenza artificiale in fase di addestramento, così da impedire che le opere protette vengano utilizzate senza autorizzazione. I libri stampati prima del 2022 sono naturalmente privi di questi accorgimenti, risultando quindi particolarmente preziosi. Secondo una ricerca interna citata dalla società ISBNdb, che oggi offre alle aziende di intelligenza artificiale servizi di acquisizione all’ ingrosso di libri cartacei, sarebbero sufficienti appena cinquecento documenti «avvelenati» all’ interno di un archivio composto da migliaia di miliardi di token, piccole unità di testo, come parole o parti di parole con cui le intelligenze artificiali elaborano il linguaggio, per introdurre una cosiddetta «porta nascosta» che induce il modello a comportarsi in modo anomalo alla ricezione di determinati input.

La reale portata del fenomeno è ancora oggetto di studio, ma contribuisce a spiegare perché i grandi laboratori informatici e cibernetici stiano tornando sempre più spesso tra gli scaffali delle librerie antiquarie anziché restare tra i più comodi server della rete.

Intelligenze artificiali raffinate ed efficienti...


L’ idea stessa di una lama di un tagliarisma che recide i dorsi e le rilegature di alcuni vecchi libri, in modo da trasformarli in blocchi di fogli più facili da scansionare e digitalizzare, così come si vede in un video diffuso nel luglio 2026 dal sito statunitense 404 Media e divenuto virale sulle reti sociali, ha ovviamente suscitato enorme sdegno, unitamente alla conferma che a lavoro finito le pagine vengono mandate al macero così come l’ interesse dei responsabili a mantenere l’ operazione segreta. L’ obiezione mossa da molte persone è che per digitalizzare un testo, indipendentemente dal movente, non sia necessario poi distruggerlo: è possibile farne la scansione con altri mezzi, in modo probabilmente meno efficiente e più lento, ma assicurandone l’ integri. Vi è inoltre chi sospetta che, non essendo strettamente necessaria, la distruzione possa servire ad altro scopo, più subdolo e raffinato: rendere irrecuperabile e quindi inaccessibile la fonte originaria dei testi acquisiti, una volta distrutti i libri cartacei da cui provengono. Se durante il Medioevo la conoscenza della Bibbia, scritta in latino, passava necessariamente attraverso i sacerdoti della Chiesa, maestri qualificati, ora per quella dei testi perduti ci si dovrà rivolgere ad una forma più sofisticata di intelligenza artificiale...

giovedì 23 luglio 2026

Mente o IA, questo è il dilemma

 

Se durante il celebre soliloquio nella prima scena del terzo atto della nota tragedia shakespeariana che porta il suo nome il principe Amleto riflette se vivere soffrendo o piuttosto di ribellarsi rischiando di morire, oggi il famoso «dubbio amletico» tocca la natura dell’ intelligenza e come svilupparla tra efficacia, opportunità, comodità e persino profitti: è meglio una mente umana al pieno delle sue facoltà grazie all’ esercizio costante, consentendo alle persone di mettere in pratica da sé stesse ciò che sono in grado di fare secondo la loro natura, o un’ intelligenza artificiale, immediata e precisa in ogni compito, che faccia tutto quanto al posto nostro, sollevandoci da incombenze e fatiche?

Si tratta di una riflessione che anima sempre di più il dibattito, stimolando punti di vista molto diversi tra loro, tra progresso e comodità, qualità della vita e persino degenerazione sociale, mentre settori della scienza e dell’ imprenditoria conducono ricerche che portano a prodotti dall’ innegabile capacità tecnica tra programmi e automi in contrapposizione a chi sostiene l’ esigenza di sviluppare discipline con cui educare il massimo potenziale della mente umana. Prima di tutto, occorre capire con una certa chiarezza che cos’ è l’ intelligenza. Secondo la scienza equivale alla capacità di capire, imparare e affrontare nuove situazioni, e si basa su di un insieme complesso di facoltà. Il dottor Steven Pfeiffer, psicologo clinico infantile e pediatrico, specializzato, tra le altre cose, nella valutazione dei ragazzi sovradotati, afferma: «E’ l’ insieme della capacità di ragionamento, di risolvere problemi e di apprendere. E tutto ciò, a sua volta, include anche la capacità di attenzione, la memoria, l’ uso e la comprensione del linguaggio, la percezione.». Discipline come la psicologia, la psichiatria e le neuroscienze studiano la mente e la sua capacità di intelligenza per conoscerne le dinamiche e quindi regolare positivamente i nostri processi di apprendimento, emotivi e relazionali. Insomma, conoscere bene la mente è fondamentale per farne un buon uso. Tuttavia, non solo la scienza ma anche la filosofia e la spiritualità sono molto interessate alla mente. Ne è un esempio di grande interesse il Buddhismo, che dai tempi del Buddha Śākyamuni nell’ Anattalakkhana Sutta, uno dei suoi primi e più interessanti discorsi dottrinari, parla di coscienza, vijñāna in sanscrito, un costituente del soggetto che sorge dalle percezioni sensoriali, ossia l’ esperienza soggettiva, individuale, di qualcosa che cambia sempre, momento per momento. Nel Buddhismo tibetano in particolare il termine sanscrito per indicare la mente è citta, la percezione sensoriale, il pensiero verbale e astratto, le emozioni, sentimenti di felicità e infelicità, attenzione, concentrazione, intelligenza e, quindi, ogni tipo di attività mentale. L’ enfasi di questo concetto non viene posta sulla base fisica come cervello, sistema nervoso, ormoni, attività chimica o elettrica: il Buddhismo li conferma poiché esistono e sono coinvolti in maniera integrale, e non non si riferisce nemmeno a qualche cosa di immateriale che occupa il cervello e produce la sua attività. Secondo Khyentse Norbu, lama reincarnato bhutanese: «La mente è ciò che conosce, prende abitudini, soffre di speranza e di paura e diventa così afflitta e fuori controllo da rimanere intrappolata nelle proprie illusioni. Ma è la stessa mente che possiamo anche addestrare, domare in modo da apprendere in che modo eliminare le proprie illusioni. Non è solo intellettuale ma anche intuitiva, e ha la capacità di essere sia altruistica che egoista.».

La mente è quindi una caratteristica tipica degli esseri senzienti, creature viventi dotate di almeno un organo si senso e che vivono nel Samsara, il ciclo di nascita, morte e rinascita alla base dell’ esistenza fino al Risveglio. Tuttavia, come spiega Gonsar Rinpoche, lama reincarnato tibetano residente al centro buddhista Rabten Choeling di Mont Pèlerin, sul lago di Ginevra, l’ uso del termine vita in Occidente può essere fonte di confusione: «Gli esseri umani, gli animali, gli insetti, gli alberi e le piante sono tutti considerati esseri viventi. Nelle lingue asiatiche, invece, molto spesso la parola ‘vivente’ viene usata soltanto per gli esseri che posseggono una mente e che sono quindi in grado di provare sensazioni. Provare qualcosa è una qualità fondamentale della mente. Di conseguenza, alberi e piante sono generalmente considerati organismi che crescono e poi si seccano, ma che non sono dotati di un continuum mentale. Questi organismi possono reagire agli influssi esterni, ma in genere sono considerati privi di mente e, pertanto, incapaci di provare sensazioni.». Per una mente umana ordinaria non è possibile distinguere con certezza tra gli organismi dotati di mente e quelli che ne sono privi: «Per fare una simile distinzione sarebbe necessario possedere la capacità mentale di percepire il continuum mentale degli altri esseri: ciò è possibile, ma richiede un addestramento molto avanzato della mente.». Gli esseri umani si distinguono per la chiarezza e la capacità della loro mente: «Tuttavia, per quanto riguarda la capacità di provare sensazioni, non vi è alcuna differenza rispetto agli altri esseri, come gli animali. Esseri umani, animali e insetti fanno tutti esperienza delle sensazioni.».


Le potenzialità della mente sono quindi vaste e numerose, in larga parte ancora non comprese da noi stessi. Da molti secoli i saggi, i maestri spirituali e i filosofi discutono approfonditamente su questa particolare componente del nostro essere, unitamente agli scienziati moderni. E le loro affermazioni continuano a toccarne i livelli solo più in superficie. Appare quindi evidente quanto l’ intelligenza artificiale rappresenti un pericolo molto grave, un’ invenzione tortuosa che, in virtù delle sue capacità, numerose, precise e complesse, può indurre ad una vera e propria atrofizzazione delle capacità della mente: è risaputo quanto sia forte la tentazione di far scrivere un testo o prendere una decisione importante all’ intelligenza artificiale imboccando quindi il declino cognitivo e professionale. Un fenomeno silenzioso che produce conseguenze molto pesanti sulle persone svuotando il significato stesso dell’ apprendimento e dell’ esercizio regolare. Gonsar Rinpoche denota un certo scetticismo in tema di intelligenza artificiale: «L’ espressione stessa è in parte fuorviante. Un insieme di computer con i relativi programmi viene chiamato ‘intelligenza artificiale’, mentre in realtà non è altro che un sistema composto da un enorme numero di interruttori elettronici programmati per recuperare informazioni da una vasta fonte, le pagine di Internet, e generare risposte sotto forma di sequenze di caratteri, che gli esseri umani interpretano come frasi. Ma l’ intelligenza è una qualità della mente, così come lo è la capacità di provare sensazioni, e nessuna di queste potrà mai essere una proprietà delle macchine, che rimangono semplicemente un insieme di interruttori elettronici, per quanto impressionante possa essere la loro funzionalità.».

La tradizione buddhista tibetana dimostra essenzialmente scetticismo circa le capacità e lo sviluppo dell’ intelligenza artificiale, soprattutto in considerazione di ciò che è in grado di fare la mente. Per i buddhisti, ciò che ci rende umani è, da un punto di vista spirituale, riuscire a esprimersi e saper distinguere ciò che è bene da quanto invece è male, capire ciò che va accettato o confutato in base alla natura delle cose, distinguere il reale dall’ illusorio. Più semplicemente, da un punto di vista più mondano, ci rende umani l’ essere onesti, sinceri, coraggiosi, avere conoscenza, essere stabili e affidabili. L’ importanza dello sviluppo dell’ intelligenza umana è una necessità al cento percento, sia per questioni mondane che spirituali. Senza la nostra personale intelligenza, per i buddhisti tibetani, non è possibile superare odio o attaccamento, beneficiando noi stessi, gli altri e tutti gli esseri senzienti, e neppure da un punto di vista più semplicemente mondano superare con lungimiranza le difficoltà con tolleranza e pazienza, garantendo una vita più serena. Molti lama sostengono apertamente che l’ intelligenza artificiale non arriverà allo stesso livello dell’ intelligenza del Buddha o grandi maestri della tradizione come Nagarjuna, o più semplicemente di un essere umano convenzionale. Pur ammettendo che esistono circostanze in cui l’ intelligenza artificiale sia superiore rispetto a quella umana, sono fermi nel sostenere che le capacità di una mente si possono sviluppare all’ infinito a differenza di quelle di un computer, un prodotto umano, poiché si tratta di qualcosa che non si evolve autonomamente. Lo stesso XIV Dalai Lama afferma che la mente umana sarà sempre più potente di un computer, perché è capace di evolversi rapidamente adattandosi alle situazioni, mentre l’ intelligenza artificiale è portata ad avere qualche problema in più: è certamente più saggio provvedere a sviluppare la mente umana. Se l’ intelligenza artificiale raggiungesse un livello pari a quella umana si potrebbero avere avere sia benefici che problemi, ma in linea di massima tutto dipenderebbe dal suo impiego da parte delle persone: se impiegata per fini positivi sarebbe di grande beneficio, ma un suo abuso o impiego con un movente negativo molte vite potrebbero rimanerne danneggiate. Saranno sempre gli esseri umani ad utilizzarla, pertanto da un punto di vista logico sarebbe saggio impiegarla con scopi utili e positivi per ogni essere senziente, pensando anche a concetti quali ambiente e salute, altrimenti potrebbe portare concretamente a conseguenze nocive a partire dalla disoccupazione di molti lavoratori umani. Tutto dipenderà come sarà utilizzata, quindi da ciò che nasce dalla mente umana e dal suo modo di pensare e agire.


Nel primo trimestre del 2026 gli investimenti nel mercato dell’ intelligenza artificiale hanno raggiunto i duecentoquarantadue miliardi di dollari, superando il totale dell’ intero 2025. Si parla quindi di un settore molto ambito, di un campo che coinvolge sempre di più risorse non solo finanziarie ma anche tecniche, culturali e umane i cui frutti sono considerati la chiave di volta per il progresso del mondo. Ma sarà davvero così? E quali saranno l’ importanza e il ruolo dell’ intelligenza umana, la dote tipica del nostro genere ma che ha bisogno di essere opportunamente sviluppata e padroneggiata con un impegnativo esercizio? L’ intelligenza, il saper imparare e il saper mettere in pratica le proprie doti innate, sono al centro della vita e della sopravvivenza della specie, della società e del singolo individuo. Significa esercitare ciò che si è portati a fare per natura, portando a un senso di gratificazione quando quest’ applicazione conduce a risultati positivi. Analogamente alla mutazione, a cui è strettamente interconnessa, l’ intelligenza è la chiave della nostra evoluzione, ci ha consentito di evolverci a specie dominante sul pianeta. Questo processo è lento e normalmente richiede migliaia e migliaia di anni, ma periodicamente fa un balzo in avanti. Come ebbe a dire il famoso conduttore televisivo e divulgatore scientifico Piero Angela: «L’ intelligenza, come muscolo di sopravvivenza, cominciò ad avere successo fin dall’ età primitiva, quando consentì all’ uomo di costruirsi armi migliori e sopraffare un nemico più forte fisicamente: oggi noi rifiutiamo la violenza, proprio perché abbiamo creato una diversa scala di priorità nella sopravvivenza: quella dell’ intelligenza.».

L’ uomo ha quindi da sé qualcosa di infinitamente prezioso, una capacità che ora sta cercando con tanta convinzione di replicare nei computer per mezzo della ricerca cibernetica. Il rischio maggiore rappresentato dall’ intelligenza artificiale quando diverrà sempre più sofisticata, e somigliante alla mente umana di cui supererà le prestazioni per complessità, precisione e rapidità, sarà quello della delega della maggior parte delle decisioni e dei lavori che l’ umanità ha sempre fatto per conto proprio. Da un punto di vista psicologico e operativo sarebbe un fenomeno piuttosto preoccupante, poiché dopo aver svolto per migliaia di anni la parte dell’ operosa formica, sempre dedita a svolgere le azioni necessarie per sopravvivere accumulando una sempre maggiore esperienza, ora passeremmo a quello dell’ allegra e spensierata cicala, con tanto tempo libero da spendere sotto il sole cantando eppure così pigra da non esercitare le proprie innate abilità, che forse neppure ricorda di avere. Come apertamente sostenuto da Federico Faggin, fisico, inventore e imprenditore italiano: «L’ umanità è a un bivio. O torna a credere di avere una natura diversa rispetto alle macchine o sarà ridotta a macchina tra le macchine. Il rischio non è che l’ intelligenza artificiale diventi meglio di noi, ma che noi decidiamo liberamente di sottometterci a lei e ai suoi padroni.».


Vi sono infatti molti motivi di preoccupazione riguardo alla crescente attenzione che il mondo di oggi concede all’ intelligenza artificiale. Gli scienziati evidenziano quanto questa abbia il potere di addormentare la nostra memoria e il senso critico, sprofondato sempre di più in un ritiro cognitivo. Un monitoraggio tramite elettroencefalogramma ha mostrato una connettività cerebrale ridotta e un calo dei voti negli studenti che fanno un uso scriteriato di programmi come ChatGPTCome sostiene la scrittrice e insegnante britannica Daisy Christodoulou: «Nel passaggio dall’ era di Internet a quella dell’ intelligenza artificiale, ciò che consumiamo non è solo una quantità sempre maggiore di informazioni di scarso valore e ultraelaborate, ma essenzialmente predigerite, presentate in un modo progettato per aggirare importanti funzioni umane, come la valutazione, il filtraggio e la sintesi delle informazioni.». In altre parole, rischiamo di leggere, scrivere e rimettere in circolo l’ equivalente intellettuale di una «pappa pronta», facile da masticare, sovrabbondante e di scarsa qualità, che ci permette di procedere con il minimo sforzo dal punto di vista cognitivo. Mentre le intelligenze artificiali diventano sempre più pervasive nelle nostre vite e tutti si chiedono come cambierà il mondo, questo è il più evidente indizio su come noi stiamo cambiando mentre le usiamo.

La ricerca scientifica è ancora preliminare e in evoluzione, ma i primi risultati sono già stati notati. Di recente, uno studio del MIT ha infatti confrontato l’ attività cerebrale di tre gruppi di partecipanti, impegnati a scrivere brevi saggi, solo con Google oppure con ChatGPT come supporto. L’ elettroencefalogramma, che registra l’ attività elettrica del cervello, ha rivelato che in quest’ ultimo gruppo la connettività tra aree cerebrali appariva ridotta, come l’ attenzione e il senso di paternità dei temi scritti più debole.

Riprovando senza l’ aiuto di ChatGPT, le stesse persone hanno faticato a ricordare i punti toccati in precedenza. Gli autori della ricerca temono che delegare i compiti cognitivi di cui dovremmo essere capaci ai modelli linguistici di grandi dimensioni e che alimentano ChatGPT, Claude, Gemini o Llama, possa a lungo termine incidere sull’ apprendimento. Come ha affermato Carlo Reverberi, professore associato di psicologia generale all’ Università di Milano-Bicocca e membro del Milan Center for Neuroscience: «Per imparare serve confrontarsi con la fatica e la frustrazione della comprensione profonda. Se mancano questi passaggi, il sapere non c’ è o diventa fragile e superficiale, pronto a essere dimenticato.». Usare l’ intelligenza artificiale a scuola in modo sostitutivo per mesi e anni produce un ritiro cognitivo completo: «E’ come se quello che in altre generazioni era copiare dal compagno, ora fosse possibile sempre e in continuo.». Questo scarico cognitivo può incidere anche sulla memoria a lungo termine: in uno studio dell’ Università federale di Rio de Janeiro, chi usava ChatGPT senza limiti ricordava il 57.5 percento dei contenuti contro il 68.5 percento dei compagni che invece non lo usavano. E una ricerca su seicentosessantasei persone di varie età condotto dal dottor Michael Gerlich, sociologo della SBS Swiss Business School di Kloten, in Svizzera, si è evidenziato che chi delega più spesso compiti cognitivi alle intelligenze artificiali ha anche minori capacità di pensiero critico. E’ una correlazione, certo: può darsi che chi ha meno senso critico sia semplicemente più propenso a fidarsi delle macchine, ma vi è altro. In classe, il dottor Gerlich ha notato che le discussioni tra i suoi studenti erano stagnanti, e che i ragazzi preferivano far risolvere i loro dubbi all’ intelligenza artificiale anziché ai compagni.

Insomma, i rischi psicologici e quindi umani e sociali dati da un impiego eccedente dell’ intelligenza artificiale sono grandi ed evidenti già ora che siamo solamente all’ alba di questa nuova frontiera tecnologica, e mai come ora occorre riflettere su ciò che ci ha resi ciò che siamo, ossia esseri intelligenti e coscienti, e preservare la nostra centralità nel mondo che noi stessi abbiamo realizzato con millenni di fatiche costruttive, e talvolta persino sbagliando. Un fenomeno ben evidenziato da Ted Chang, scrittore statunitense tra le voci più autorevoli e raffinate della fantascienza contemporanea, che si interroga sulle zone d’ ombra tra scienza ed etica, che ha opinioni piuttosto contrarie nei riguardi dei programmi come ChatGPT: «Sono fortemente avverso all’ intelligenza artificiale generativa, per diversi motivi. Innanzitutto per l’ incredibile quantità di energia che viene sprecata, per lo sfruttamento del lavoro che viene coinvolto e per il furto di proprietà intellettuale. Mi sembra che queste cose dovrebbero essere ovvie, ma non possiamo semplicemente presumere che tutti ne siano consapevoli. Questi aspetti, da soli, dovrebbero essere sufficienti a squalificare l’ intera tecnologia. Ma anche al di là di questi motivi, sono molto contrario all’ intelligenza artificiale generativa perché ciò che fanno queste macchine, chiamate LLM, ossia Large Language Models, è in realtà descritto in modo impreciso: non stanno usando il linguaggio. Il linguaggio è un mezzo di comunicazione e richiede l’ intenzione di comunicare, mentre questi software non stanno realmente utilizzando il linguaggio, ma generano semplicemente del testo, che è diverso dal linguaggio. Penso che ogni volta che le persone usano questi programmi compiano un passo verso l’ erosione della propria capacità di esprimersi e di comunicare idee proprie. Il fatto che questi programmi producano disinformazione è ovviamente un enorme problema.». Paiono estremamente interessanti le parole di Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana: «Eravamo abituati a un progresso che aveva come obiettivo ottimizzare le capacità umane, e oggi ci confrontiamo con un progresso che rischia di sostituire le capacità umane. E se in passato questa sostituzione si concentrava sul lavoro fisico, così che gli uomini potessero concentrarsi sui lavori di concetto e di organizzazione, oggi è l’ intelletto che rischia di essere soppiantato, con conseguenze che potrebbero essere devastanti, particolarmente nel mercato del lavoro. Sempre più persone non saranno necessarie, in un mondo sempre più dominato dall’ ineguaglianza, dalla concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi.».


Mente o IA, questo è il dilemma su cui bisognerebbe riflettere con un’ attenzione che forse finora è mancata. E’ possibile che i grandi protagonisti della ricerca e dell’ imprenditoria fossero così coinvolti nella ricerca da non essersi debitamente soffermati a riflettere sulle relative implicazioni: la possibilità di conseguire un risultato non significa necessariamente che lo si debba raggiungere. Se William Shakespeare fosse tra noi, sarebbe certamente ispirato nella preparazione di un’ opera che, in tono scherzoso ma con intenzione seria, avvolta nella poesia, porrebbe in evidenza le numerose contraddizioni di questa singolare invenzione...