Visualizzazione post con etichetta Vittorio Emanuele II. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vittorio Emanuele II. Mostra tutti i post

sabato 16 maggio 2020

Una nobildonna tra mondanità e patriottismo


La contessa Virginia Oldoini di Castiglione;
«Io sono io, e me ne vanto. Non voglio niente dalle altre e per le altre. Io valgo molto più di loro. Riconosco che posso non sembrare buona, dato il mio carattere fiero, franco e libero, che mi fa essere talvolta cruda e dura. Così qualcuno mi detesta ma ciò non mi importa, non ci tengo a piacere a tutti.» contessa Virginia Oldoini di Castiglione;


Spesso e volentieri si afferma che la realtà supera la fantasia. Il grande Luigi Pirandello lo ripeteva più volte nelle sue opere, soprattutto tra le pagine di «Il fu Mattia Pascal» e «Sei personaggi in cerca d’ autore», sostenendo chiaramente che «la realtà, a differenza della fantasia, non si preoccupa di essere verosimile perché è vera». Esattamente come a teatro e al cinema, la storia ha il suo dietro le quinte, un insieme di eventi legati alla produzione di uno spettacolo o un evento e che non sono visibili direttamente al pubblico. In ambito più propriamente storico, il retroscena indica gli antefatti, in gran parte sconosciuti, che hanno portato allo svolgersi di una particolare vicenda, e su cui freqentemente gli storici dedicano ampie e attente analisi finendo con il ricamare pezzo per pezzo un poema epico, sempre alimentato da opinioni differenti che invariabilmente incantano il pubblico esattamente come in un dramma teatrale o cinematografico. E non è raro che le cose non raccontate del dietro le quinte rappresentino fatti assai sorprendenti, talmente incredibili da sembrare fantasiosi, finendo invariabilmente con il coinvolgere e appassionare più del fatto storico a cui sono collegati, portando la gente a riprendere il vecchio detto circa la capacità della verità di superare la fantasia.
Il Risorgimento, quel grandioso movimento culturale, politico e sociale che promosse l’ unificazione d’ Italia richiamandosi ad ideali romantici, nazionalisti e patriottici, fu un’ epopea che consumò mille battaglie, e si compì tra gli intricati piani politici e le finezze diplomatiche del conte Camillo Benso di Cavour, le vicende di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi e il valore e il coraggio dimostrati sul campo dall’ esercito sabaudo, oltre che da coloro che invece servirono la parte avversa e con cui il corso della storia fu molto meno clemente. Come altri grandi eventi storici, la Riunificazione italiana ebbe i suoi grandi retroscena, uno più avvincente dell’ altro, tra i quali spicca quello relativo alla contessa Virginia Oldoini di Castiglione, una donna bellissima e pericolosa, indipendente e molto moderna, che seppe giocare con l’ amore come poche altre donne riuscirono a fare prima e dopo di lei, vivendo la seduzione come una sfida personale che la portò a conquistare il cuore dei potenti, al punto che quel grande manipolatore di Cavour ne riconobbe il potenziale strategico mandandola alla corte imperiale di Parigi con il compito di sedurre Napoleone III e avvicinarlo alla causa dei Savoia, ritagliandole un ruolo fondamentale nella nascita del Regno d’ Italia e che le valse il soprannome di «patriota dì alcova». Una donna che trascorse un’ esistenza straordinaria, tra amanti e amori intensi, ricevimenti e feste da ballo, corti e castelli, lussi sfrenati e ingenti spese, che solo negli ultimi sta ridestando curiosità e fascino reclamando il ruolo che le venne negato.
Virginia in giovane età;

Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini nacque a Firenze il 22 marzo 1837, figlia del marchese Filippo, parlamentare e diplomatico di provenienza spezzina, e di Isabella Lamporecchi, figlia del giureconsulto fiorentino Ranieri e della ballerina Luisa Chiari. Il padre, deputato del collegio di La Spezia nella prima legislatura del Parlamento piemontese, era un uomo di grande prestigio alla corte dei Savoia. Trascurata dal padre, la giovane Virginia venne educata dal nonno Ranieri, che la chiamava Verginicchia. Come molte fanciulle del suo rango sociale, studiò privatamente e ricevette un’ istruzione disordinata, che comunque le assicurò un’ ottima conoscenza del francese, dell’ inglese e del tedesco.
Fin da giovanissima fu molto ammirata per la sua bellezza abbagliante, e negli anni adolescenziali era unanimemente reputata intelligente, di carattere brillante e di gusti estremamente raffinati. Assai spregiudicata e desiderata, lei stessa intuì l’ effetto che aveva sugli uomini e divenne abile nell’ enfatizzare il proprio aspetto con abiti magnifici e spesso audaci, e con eleganti acconciature. Reginetta dei salotti, si imponeva anche per l’ intelligenza, la vastità degli interessi culturali, la vivacità di un carattere ribelle ad ogni conformismo e ipocrisia, anche in fatto erotico. Un giorno, il padre le trovò alcuni bigliettini piuttosto sconvenienti, e, preoccupato, la portò in convento, dove lei per una settimana simulò astutamente una profonda fede prima di essere rinviata a casa dalle monache. Poco più tardi, a sedici anni, fu sedotta da uno dei suoi corteggiatori, con cui ebbe il suo primo rapporto completo nel boschetto dei Cappuccini sopra La Spezia, ossia il marchese Ambrogio Doria, di ventotto anni. In seguito conquistò anche i fratelli minori di lui, Andrea e Marcello, e il bellissimo Costantino Nigra, ventisettenne ed ex segretario di Massimo D’ Azeglio, ora stretto collaboratore del conte Camillo Benso di Cavour. Si trattò di una vera indecenza in quei tempi, e le critiche dei genitori, unite a quelle del nonno Ranieri, mosso da solidi princìpi morali, non la toccarono più di tanto, ragion per cui continuò a collezionare avventure con uomini di ogni età. I genitori ritennero che fosse giunto il momento di trovarle un marito, e in poco tempo si presentò a chiederne la mano il conte Francesco Verasis Asinari di Costigliole d’ Asti e di Castiglione Tinella: di dodici anni più vecchio di lei, facoltoso e già vedovo, si era infatuato della ragazza dopo aver udito le voci circolanti sulla sua avvenenza. Virginia non lo amava, e rispose con un fermo diniego, ma venne convinta dal nonno Ranieri che le fece presente che le finanze della famiglia non erano più quelle di un tempo e quel conte molto ricco, cugino di Cavour e molto influente presso Casa Savoia, poteva rimetterle in sesto. La giovane a quel punto accettò di sposarlo pur chiarendogli che non provava sentimenti per lui, mentre il conte sperava di farla innamorare. Il matrimonio fu celebrato il 9 gennaio 1854 nella chiesa di Santa Maria del Fiore, a Firenze. Non aveva ancora compiuto diciassette anni, e come previsto dagli accordi prematrimoniali poté godere del vasto patrimonio del marito, flessibile alle sue richieste, e della libertà di muoversi in società a libero piacimento. I coniugi si stabilirono a Torino, e a due settimane dalle nozze si tenne a corte una grande festa in occasione della presentazione ufficiale degli sposi ai reali: la regina Maria Adelaide si mostrò affettuosissima con lei, e Vittorio Emanuele II, leggendario donnaiolo, la colmò di complimenti. La neo contessa rimase favorevolmente colpita dal sovrano fin dal primo momento, trovandolo piacevole anche fisicamente, con il suo fisico asciutto, il volto sanguigno, i folti baffi e i modi un po’ rozzi che tanto affascinavano le donne. Il 9 marzo 1855 diede alla luce il suo unico figlio, Giorgio, a cui non si interessò mai. Il matrimonio, per lei noiosissimo, fu comunque una svolta notevole: nel palazzo dei Castiglione a Torino, che fiancheggiava la residenza del cugino Cavour, ora Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Piemonte, ella visse una sfavillante permanenza nella vita di corte, intrattenendo intense relazioni con vari personaggi di rilievo, come il banchiere Rothschild. La sua eleganza, costosissima e sempre ricercata fin nei dettagli, conquistò tutti, tra uomini e donne. Non vi era ricevimento o evento mondano al quale non fosse invitata per il suo fascino e spirito, e presto iniziarono i dissapori coniugali: Virginia era troppo bella e soprattutto indipendente agli occhi del marito, e si concedeva a chiunque vantasse potere. Come lei stessa amava ripetere: «Ogni donna ha il dovere di essere bella, non per sé, ma per gli altri. Per sé invece, deve essere ambiziosa, astuta e agguerrita.».
Il conte Camillo Benso di Cavour;

In quel tempo, e fin dalla caduta di Roma nel lontano 476 dopo Cristo, l’ Italia era divisa in tanti staterelli: il Lombardo-Veneto, i protettorati di Toscana, Modena, Parma e Piacenza, lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Da anni, Cavour coltivava il sogno di riunificare la penisola sotto Casa Savoia, ed era immerso in numerose ed intricate manovre diplomatiche, il più delle volte ai limiti dell’ intrigo, con cui assicurarsi l’ aiuto del Secondo Impero francese, grande potenza politica e militare retta da Napoleone III, nipote del celebre Napoleone I, in una prossima guerra contro l’ Impero austriaco, che aveva sconfitto il Regno subalpino nel 1849. Lo statista credeva che per riuscire nella difficile rivincita contro gli Asburgo fosse necessaria un’ alleanza con un soggetto potente, e il sovrano bonapartista era il candidato ideale. Tuttavia, nei precedenti contatti l’ Imperatore dei francesi si era mostrato assai titubante, e non era stato possibile intuire esattamente la sua posizione. Il capo di governo inviò pertanto a Parigi il fedelissimo Costantino Nigra come nuovo ambasciatore, affinché spianasse la strada alle trattative, pur continuando a riflettere su come assicurarsi a tutti i costi il consenso imperiale. Enigmatico in politica, Napoleone era invece un libro aperto in fatto di avventure galanti, concedendosi scappatelle con tutte le donne che gli capitavano a portata di mano, tra cortigiane e cameriere, intellettuali e analfabete: bastava che fossero giovani e belle. Dunque, intuì lo scaltro conte, perché non tentare con una bella donna che, nel caldo di un’ alcova, potesse carpirgli qualche segreto e magari orientarne le decisioni? Bisognava solo trovare una dama che oltre ad essere avvenente fosse intelligente, e istruirla a dovere su come procedere. La scelta ricadde prontamente sulla diciannovenne contessa di Castiglione, «la più bella del reame»: intraprendente e ambiziosa, meglio di tutte lei avrebbe potuto intercedere in favore della causa piemontese presso il sovrano francese in concomitanza con l’ ormai non lontano congresso che avrebbe riunito a Parigi i rappresentanti delle grandi potenze previsto al termine della guerra di Crimea. La sua fame d’ amore avrebbe senz’ altro garantito un utile vantaggio strategico al regno subalpino.
Cavour ne discusse con Vittorio Emanuele, che assentì e riferì al generale Cigala, suo aiutante di campo e zio della stessa Virginia, chiedendogli di farle la proposta. La giovane accettò con entusiasmo, e ricevette segretamente il re in casa propria, che giunse in incognito per ringraziarla dopo che il marito Francesco era stato opportunamente inviato a Milano per un incarico diplomatico. Dalle memorie lasciate dalla contessa, quell’ incontro non fu un semplice colloquio, ma una scappatella, una «prova generale» di quanto avrebbe dovuto fare al servizio segreto di Sua Maestà. Subito dopo, nel novembre 1855, Virginia e Cavour ebbero contatti diretti per discutere la questione. Lo statista le scrisse di «coqueter e sedurre, ove d’ uopo, l’ Imperatore Napoleone III», favorendo l’ alleanza tra Parigi e Torino al fine di cacciare gli Asburgo dal Lombardo-Veneto: «Cercate di riuscire, cara cugina, con il mezzo che più vi sembrerà adatto, ma riuscite!». Coqueter, verbo francese, significa civettare, cosa che ci si aspettava dalla bella Virginia, ma se poi le cose con i primi approcci non fossero andate nel senso desiderato, l’ invito per lei era di andare oltre, per arrivare, «ove d’ uopo», alla seduzione vera e propria. Annoiata dalla vita di corte a Torino, la nobildonna non si fece ripetere due volte l’ invito: all’ epoca capitale del bel mondo e della vita elegante, Parigi, la Ville Lumière, esercitava su di lei un fascino irresistibile, mentre l’ Imperatore dei francesi sarebbe equivalso ad una conquista amorosa unica e irripetibile, un bersaglio troppo buono da non considerare. Prima di partire per la Francia, incontrò re Vittorio Emanuele altre due volte. La prima occasione fu a Palazzo reale, in udienza privata con il marito, che venne finalmente messo al corrente della missione, e il giorno dopo a casa propria, senza di lui, spedito ancora in fuori città per i soliti impegni diplomatici. Il trentacinquenne sovrano sabaudo era un amante davvero insaziabile, e Verginicchia aveva adottato uno strano modo di registrare nei propri diari gli incontri d’ amore, segnandoli con una «b» se il rapporto si era limitato a semplici baci, con una «bx» se le effusioni si erano spinte oltre ma non a letto, e con una «f» se il rapporto era stato completo. E per l’ ultimo incontro con il monarca prima della partenza per Parigi annotò due «f»: dopo essere stata a letto con un re, ora era pronta per andarci con un Imperatore.
Costantino Nigra;

Il 25 dicembre 1855 giunse a Parigi con il marito Francesco e il figlio Giorgio. Il consorte era quello che stava dando effettivamente ogni cosa alla Patria, dall’ onore al denaro, dovendo pagare tutto quanto tra viaggi, soggiorno e affitto di un lussuoso appartamento. In un primo momento si era rifiutato di farlo, ma Vittorio Emanuele aveva insistito, forse per non lasciare eventuali tracce del coinvolgimento della Corona e del governo, e lui, tenendo conto dei suoi rapporti con la famiglia reale e la sua corte, di cui era un consulente molto ben pagato, si era dovuto adeguare. Saldò anche il conto degli abiti che Virginia dovette acquistare per presentarsi con un dignitoso guardaroba nei salotti francesi. L’ appartamento parigino era al numero 1 di rue de Castiglione, strada chiamata così in ricordo della battaglia di Castiglione del 1796, che il grande Napoleone Bonaparte aveva vinto contro gli austriaci.
Pienamente consapevole del valore politico della propria impresa, la contessa venne affidata all’ ambasciatore Nigra, che le insegnò le nozioni fondamentali dello spionaggio. La sua conoscenza di ben quattro lingue sarebbe stata molto utile, e a queste venne affiancato un codice cifrato da utilizzare nella corrispondenza da tenere con Torino. Entrò subito in società, partecipando a feste e spettacoli indossando gioielli preziosissimi e vestiti magnifici. Ebbe numerose avventure delle quali annotava ogni particolare sui suoi diari, redatti in maniera astuta, con il chiaro intento, quasi letterario e autocelebrativo, di far risaltare esclusivamente le proprie doti: non vi riportò mai alcun episodio che potesse metterla in qualche modo in cattiva luce o far notare i suoi difetti.
Durante le occasioni mondane emergeva con chiarezza la sua naturale disinvoltura nei rapporti sociali, soprattutto nei confronti degli uomini. Il suo rapporto con le donne era invece scandito dal motto: «Le eguaglio per nascita, le supero per bellezza, le giudico per ingegno.». In questo periodo conobbe peraltro Giovanni Andrea Pieri, patriota e militare italiano che presto divenne il più appassionato dei suoi amori, e che l’ avvicinò enormemente alla causa dell’ Italia unita.
Ammessa a corte nei primi mesi del 1856, si vide circondata in egual misura da sentimenti di ammirazione e avversione: se la principessa Pauline von Metternich, amica intima dell’ Imperatrice consorte, Eugenia, rimase colpita dalla sua grazia, la stessa sovrana, fervente cattolica e appartenente al casato spagnolo dei Portocarrero, la giudicava molto negativamente e non sopportava la sua giocosità e libertà di azione. A maggio, quando la situazione era ormai insostenibile e la mole di debiti contratti dalla moglie piuttosto ingente, il conte Francesco decise di tornare a Torino con Giorgio, e l’ anno successivo volle separarsi definitivamente da lei, riprendendo le mansioni di gentiluomo di palazzo presso la corte. Pur lasciandola senza mezzi di sostentamento, non esitò a inviarle cinquantamila franchi al mese per consentirle di pagare l’ affitto dell’ appartamento e mantenere il solito tenore di vita. Resosi conto di aver dilapidato un patrimonio in Francia per accumulare soltanto fango sul proprio onore, scrisse al cugino Cavour, ma sia a lui che a Vittorio Emanuele dei suoi guai non importava assolutamente nulla: la missione era di importanza vitale, non bisognava lasciare nulla di intentato pur di portarla a compimento.
Napoleone III, Imperatore dei francesi;

In novembre, dopo schermaglie amorose magistralmente condotte e durate qualche mese, Virginia, ospite dei festeggiamenti nel castello di Compiègne, luogo di grande importanza storica per la monarchia francese e ove la migliore società parigina era di casa, si trovò finalmente faccia a faccia con Napoleone III, allora quarantottenne. Secondo le biografie, lui non era esattamente un bell’ uomo, avendo «un fisico piuttosto infelice, gambe corte, una camminata impacciata, gli occhi velati e spenti». Con le donne era gentile e corretto, amava il piacere e pertanto non se le lasciava mai sfuggire. Andava al sodo, interessato poco alle romanticherie. Le cronache del tempo riferirono che l’ apparizione della contessa italiana al ballo di corte, completamente vestita di bianco e priva di gioielli, fu folgorante, tanto che le danze si interruppero e lei si avviò fiera per essere presentata al sovrano, che cedette subito il braccio della moglie Eugenia al duca di Sassonia e si avvicinò per conoscerla. Il loro incontro a letto avvenne una settimana dopo, in un appartamento segreto di Compiègne, organizzato dall’ ingegnoso e affascinato regnante: i due vissero finalmente la loro unione.
Nel diario di quella prima notte, Virginia annotò: «Apparve infine nell’ inquadratura della porta l’ Imperatore, ma non quello che avevo visto nelle manifestazioni ufficiali, con il manto di ermellino seminato di api d’ oro. L’ abito che nascondeva le forme auguste era una specie di veste da camera: una blusa amplissima, con dei pantaloni quasi alla zuava, il tutto di seta viola. Avrei esitato a riconoscerlo, senza i suoi lunghi baffi. S’ avanzò con le braccia in avanti, respinse col piede uno sgabello, vidi la sua ombra avvicinarsi al letto. Si abbassò, io chiusi gli occhi e l’ ultima casella vuota nel mio carnet fu coperta con il nome di Napoleone III, Imperatore di Francia.». Ora, per lei, cominciava la parte più difficile, ossia convincerlo a schierarsi con i Savoia nell’ unità d’ Italia, ma per fortuna anche il poco affascinante Napoleone, come Vittorio Emanuele, era un amante insaziabile. I due si amarono in tutti i castelli della corte imperiale, non soltanto quelli parigini, mentre da Torino i messaggi di Cavour si facevano urgenti: «Arrivate al dunque, perché l’ Imperatore è sul punto di prendere decisioni che potrebbero non esserci favorevoli, e sarebbe poi molto difficile farlo tornare indietro.». Ma la sensuale ambasciatrice dell’ amore seppe arrivare splendidamente al dunque, tanto che nei propri diari e in un messaggio in codice inviato a Torino il 28 marzo 1857 scrisse: «Abbiamo passato una notte intera a discutere di politica, dopo l’ amore, e solo all’ alba, dopo aver fatto l’ amore una seconda volta, ho avuto la certezza che la sua decisione sarà quella che gli italiani attendono. Ho trovato un Imperatore molto comprensivo nei confronti dell’ Italia. Più che legittime, dice lui, le aspirazioni del nostro popolo. Le sue preoccupazioni sono soltanto per ciò che potrebbe accadere se la Prussia decidesse di intervenire a favore dell’ Austria. E comunque, sembra che si sia ormai definitivamente convinto: sarà certamente al nostro fianco.».
Il castello di Campiègne;

A Torino si tirò un bel sospiro di sollievo. Ricevuto l’ atteso messaggio, il Presidente del Consiglio corse dal re, che gongolò: «E’ un tesoro, un adorabile tesoro, quel peperoncino della nostra bella contessa. Diteglielo, quando la cotatterete, che il re le manda un saluto affettuoso, il più affettuoso dei saluti!». Ovviamente, le discussioni politiche dei due amanti a letto proseguirono. Ormai amante favorita dell’ Imperatore, ruolo che la pose al centro dell’ attenzione generale, la contessa ebbe altre conferme da lui, ormai completamente nelle sue mani, e venne colmata di regali favolosi: collier di diamanti e uno smeraldo da centomila franchi che la duchessa De Dino, molto vicina ad Eugenia, definì il più bello che si fosse mai visto al dito di una donna. Non le mancò nemmeno un vitalizio pari a cinquantamila franchi.
Tra intrighi amorosi e maneggi politici, destreggiandosi tra la diplomazia e l’ alcova, la missione fu il grande successo della vita di Virginia, eppure la stella che tanto brillava iniziò presto e bruscamente ad affievolirsi: nella notte del 2 aprile 1857, mentre usciva dalla casa della contessa, l’ Imperatore dei francesi fu assalito in strada da tre individui armati di coltello, e si salvò grazie alla prontezza di spirito del cocchiere che riuscì a lanciare in tempo la carrozza in una folle corsa nella notte. La polizia avviò subito un’ inchiesta per identificare i congiurati, che si rivelarono italiani, appartenenti a gruppi che si opponevano al progetto di un’ Italia unita con l’ intervento francese, e furono tutti condannati all’ ergastolo. In casa della nobildonna sabauda vi fu anche un morto, un poliziotto assunto in tutta segretezza dalla Sûreté, la divisione investigativa della polizia, e sconosciuto agli stessi uomini della scorta, ucciso con un colpo di pistola dall’ ufficiale della guardia personale che seguiva Napoleone anche negli incontri amorosi. La vicenda divenne un vero e proprio giallo sul quale si imbastirono le congetture più inquietanti, come quella relativa ad una diabolica messinscena ordita dall’ Imperatrice Eugenia in persona ai danni dell’ odiata rivale e fatta gestire dai poliziotti così da farla passare per una «complice dei terroristi che, gli attentatori mazziniani, li accoglieva addirittura in casa». In quanto cittadina piemontese, i sospetti non tardarono a ricadere anche sulla contessa di Castiglione, che venne interrogata dagli uomini della Sûreté, decisi a strapparle una confessione inverosimile, relativa ad un complotto che sarebbe stato ordito proprio da lei ai danni del sovrano francese. Fuori di sé per la collera, si lasciò scappare un’ affermazione di fronte agli inquirenti: «Gliela farò pagare, alla spagnola!». Indipendentemente dal suo coinvolgimento o meno in questo drammatico avvenimento, Eugenia si vendicò prontamente della scomoda rivale pretendendo un decreto di espulsione dal territorio francese, e Napoleone non poté rifiutarsi di firmarlo. Tuttavia, egli fece in modo che lei ne fosse informata per tempo, consentendole di salvare le apparenze partendo per Londra di propria volontà prima che il decreto le fosse notificato ufficialmente.
Ebbe quindi termine l’ avventura politica e diplomatica di Virginia, della quale comunque lei si beò per tutto il resto della sua vita, e fortunatamente per Cavour e Vittorio Emanuele II, i rapporti tra Parigi e Torino non risultarono affatto compromessi: convinto che un’ eventuale vittoria dei mazziniani avrebbe risvegliato l’ ardore dei repubblicani francesi, Napoleone invitò Cavour ad un incontro segreto che si tenne il 21 luglio 1858 a Plombières, nella regione francese del Grand Est, occasione in cui il Secondo Impero francese s’ impegnò ad appoggiare militarmente i Savoia in caso di aggressione austriaca. A tali accordi verbali si aggiunse la cessione alla Francia di Nizza e della Savoia, luogo di origine del casato sabaudo ma culturalmente francese, in cambio del supporto militare imperiale, della concessione della creazione di un Regno nell’ Italia settentrionale e dell’ influenza del Secondo Impero su quella centrale dei papi e quella meridionale dei Borbone delle Due Sicilie. L’ intesa raggiunta tra piemontesi e francesi sarebbe stata peraltro consolidata con un matrimonio dinastico tra il principe Gerolamo Bonaparte, cugino dell’ Imperatore, e Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele. Il 26 gennaio 1859 l’ Alleanza franco-piemontese venne firmata ufficialmente, e il successivo 27 aprile scoppiò la Seconda Guerra d’ Indipendenza italiana a seguito dell’ attacco austriaco ai piemontesi che non avevano accettato di smobilitare l’ esercito.
Re Vittorio Emanuele II;

Abbandonata la Francia, dopo una lunga serie di viaggi, la contessa di Castiglione si stabilì in Italia, dividendosi tra La Spezia e Torino, dove fu l’ amante di Vittorio Emanuele, pur senza riuscire a soppiantare nel cuore del re la Bela Rosin, alias Rosa Vercellana. Delusa, nel 1859 incontrò nuovamente Napoleone III, in visita in Italia: la sua richiesta di ritornare in Francia fu accolta, ma le fu consigliato di evitare la corte. Aveva accumulato molti debiti, sia per la sua vita dispendiosa che per la causa di separazione, che il marito aveva intentato contro di lei con un’ ampia documentazione. Una volta tornata a Parigi alla fine della guerra contro l’ Austria, terminata con l’ annessione della sola Lombardia e compromessa dal ritiro dei francesi, in quanto l’ Imperatore era rimasto inorridito dal massacro presso la Battaglia di Solferino e San Martino, sebbene vinta dai francesi e dai piemontesi, venne a sapere che le indagini sul giallo del 1857 non avevano chiarito il mistero di quel poliziotto assassinato in casa sua, ma si era accertato che lei non aveva nulla a che vedere con il delitto e neppure con il fallito attentato. Virginia poté vivere liberamente in quella che riteneva ormai la sua seconda patria. Pur non volendo più tornare a corte, pensava molto all’ Imperatore, che non riusciva più a incontrare e da cui riceveva risposte sempre più fredde, mentre gli incontri venivano puntualmente rinviati con giustificazioni non sempre motivate: nella sua intelligenza capì che Napoleone considerava ormai chiuso quel meraviglioso capitolo della sua vita, quindi smise di cercarlo, sebbene tale rinuncia non la convinse a lasciare Parigi.
Ormai priva dei soldi di Francesco e delle generose elargizioni imperiali, si trasferì in un alloggio più discreto in place Vendome. Dopo l’ abbandono da parte dell’ Imperatore dei francesi venne scaricata anche da Cavour e Costantino Nigra, oltre che dallo stesso Vittorio Emanuele: il suo nome si era fatto un imbarazzante ricordo per tutti, tanto che dagli archivi di Stato venne fatto prontamente sparire l’ intero carteggio relativo alla sua missione parigina, con i messaggi che aveva inviato per tutto il tempo in codice. Si voleva chiaramente evitare che la nobilissima causa dell’ indipendenza e dell’ unità nazionale fosse macchiata da quella poco onorevole missione di letto. Come scrisse con amarezza nei suoi diari la contessa: «Ho contribuito a fare l’ Italia, ma dall’ Italia non ho avuto nulla.». Ed ancora, riferendosi alla vestaglia che aveva indossato per il primo incontro a letto con il l’ imperiale amante: «Penso che dovrà avere un posto di rilievo nel museo storico del Risorgimento italiano.». Non avrà, in effetti, né onori né prebende, ma solo un «lento e inesorabile oblio». E la sua adorata vestaglia, che conservava come un cimelio in un grande vaso di cristallo, non fu mai esibita in un’ esposizione pubblica.
La contessa fotografata a metà Ottocento;

Il suo ritorno a Parigi, lungamente agognato, fu scandito da una disperata ricerca di un passato ormai lontano, ma non riuscì a recuperare una posizione di primo piano a corte. Si consolò comparendo nei tableaux vivants allora di moda, e facendosi immortalare in dipinti e soprattutto in una serie fotografie performative, alla cui concezione partecipava lei stessa nel quadro di una cura spasmodica per la propria immagine e di una predilezione per la provocazione visuale che la trasformarono in un’ autentica icona del suo tempo anche grazie alla ribalta di palcoscenici come quello dell’ Esposizione universale di Parigi del 1867. Questo insieme di fotografie, curato dallo studio Pierson & Mayer, tra i più famosi d’ Europa, dal 1864 di esclusiva proprietà di Pierre-Louis Pierson, si componeva di circa cinquecento scatti, concentrati in tre periodi di posa: i primo tra il 1856 e il 1858, il secondo tra il 1861 e il 1967, e l’ ultimo tra il 1893 e il 1895. Essi tratteggiarono una sorta di biografia romanzata di Virginia, riproducendo spesso negli atelier i travestimenti e i mascheramenti spettacolari e scandalosi per l’ immaginario dei contemporanei, in cui interpretava un ampio spettro di personaggi inventati o riconducibili all’ universo da lei prediletto del teatro, della letteratura e della lirica: la regina d’ Etruria, Beatrice, Rachele, Medea, la regina di Cuori, la Madonna, Anna Bolena, la regina della Notte, l’ omonima Virginia del romanzo di Bernardin Saint-Pierre, Lady Macbeth.
Il 30 maggio 1867, a Stupinigi, l’ ex consorte Francesco morì stritolato da una carrozza, durante un corteo reale e il figlio Giorgio tornò a vivere con lei. Aveva trent’ anni, e rifiutò l’ idea di risposarsi non volendo legami stabili. Tra i pretendenti che respinse con affetto spiccarono anche il banchiere Rotschild e il duca Henri d’ Orleans, quarto figlio di Luigi Filippo. Ai pochi amici che ancora incontrava e riceveva diceva: «La mia primavera è trascorsa, è trascorsa anche l’ estate, sono ormai nell’ autunno, anzi nell’ inverno dei sentimenti.». Incapace di accettare il passare del tempo e la sfioritura della propria bellezza, togliendole il primato di donna desiderabile di cui era sempre stata profondamente fiera, Virginia si fece rancorosa e chiusa in sé stessa.
Il 19 luglio 1870, in seguito al fallimento del progetto di Napoleone III di annessione del Lussemburgo e a causa della crescente influenza, per nulla tollerata da Parigi, esercitata dalla Prussia sugli Stati tedeschi a sud del fiume Meno, scoppiò la Guerra franco-prussiana, e il successivo settembre, di fronte ai disordini scoppiati a Parigi dopo la sconfitta di Sedan e la deposizione dell’ Imperatore con la conseguente dissoluzione del Secondo Impero, si rifugiò in Italia, da dove, tramite le conoscenze che ancora vantava nell’ ambiente diplomatico, cercò invano di aiutare la nuova Repubblica francese a ottenere condizioni meno dure nelle trattative di pace con la Prussia. Sentendosi ormai più transalpina che italiana, nel giugno 1873 ritornò definitivamente in Francia.
Dipinto di Michele Gordigiani, del 1862;

Dopo aver brillato e scintillato dell’ eleganza più sfrenata, tra balli ed amanti, e aver conosciuto i fasti e i trionfi della mondanità e della propria influenza, con l’ avanzare dell’ età Virginia visse i suoi giorni in solitudine, ormai malinconica, nostalgica ed inconsolabile per il fascino perduto, tanto da far coprire gli specchi del proprio appartamento parigino con un velo nero affinché non rispecchiassero più la sua bellezza trascorsa. Il suo astro era ormai tramontato. Le offrirono cifre enormi, sia in Francia che nel resto d’ Europa, per convincerla a scrivere le sue memorie, ma lei rifiutò ogni offerta: «La vita si vive, non si scrive: io l’ ho vissuta.». I suoi diari erano tenuti sotto chiave perché nessuno li leggesse, ed il giorno in cui ebbe il timore che i cassetti della sua casa parigina non bastassero ad assicurarne la segretezza li portò in Italia.
Nel 1879 venne colpita dalla morte per vaiolo di Giorgio a Madrid, ad appena ventiquattro anni. Lei ne aveva quarantadue, e si isolò ancor più dal mondo sentendosi in colpa ai limiti della disperazione per non essere stata mai vicina all’ unico figlio. Non si riprese mai da questo particolare dolore, e trascorse gli ultimi anni di vita chiusa in un appartamentino ancora più modesto del precedente: una sorta di topaia, sopra un mercato rionale, in rue Cambon. Era anche a corto di denaro, e fu costretta a vendere tutto, a cominciare dai gioielli più cari. Tale isolamento venne rotto soltanto nei primi Anni Novanta da un’ ultima campagna di pose fotografiche, attraverso la quale da interprete esperta giocò ancora una volta con il suo corpo e la sua identità.
La tomba della contessa, a Père Lechaise;

Colpita un’ apoplessia cerebrale che le aveva paralizzato tutto il lato destro del corpo, morì nella sua casa parigina il 28 novembre 1899. Aveva sessantadue anni. Dimenticata dagli italiani, la famosissima contessa di Castiglione, che seducendo l’ Imperatore dei Francesi aveva contribuito in maniera importante ad avviare la riunificazione italiana, era stata abbandonata in una triste solitudine: in casa, al momento del suo trapasso, erano presenti soltanto la cameriera e due cani. Appena avuta la notizia della sua morte, autorità politiche, servizi segreti e polizia bruciarono tutte le lettere e i documenti che aveva ricevuto dalle massime personalità del tempo con cui era entrata in contatto, tra sovrani, politici e banchieri: in mancanza di protocolli, carte e qualsivoglia documento, una buona parte degli storici attuali tende tuttora a negare una sua qualsivoglia influenza nelle questioni risorgimentali. Rimanevano soltanto i suoi diari, opportunamente nascosti, su cui nessuno riuscì mai a mettere le mani. Ben più generoso con lei fu il poeta crepuscolare torinese Guido Gozzano, che lasciò alcuni amari versi: «Allo sfiorire della sua stagione, disparve al mondo, sigillò le porte della dimora e ne restò prigione. Sola col Tempo, tra le stoffe smorte, attese gli anni senza amici, senza specchi, celando al popolo, alla Corte, l’ onta suprema della decadenza.».
Pur avendo espresso il desiderio di essere sepolta a La Spezia, senza funzione religiosa né fiori, e neppure dare alcuna notizia alla stampa e alle autorità, ebbe un regolare rito funebre, a cui parteciparono alcuni camerieri, un duca e un agente di cambio. Non fu neppure sepolta nella patria Italia, ma al cimitero di Père Lachaise, il più grande cimitero di Parigi intra muros e uno dei più celebri nel mondo, dove riposa tuttora. Il suo taccuino, che funse da testamento, venne rinvenuto soltanto dopo la sua tumulazione: la nobildonna aveva diseredato ogni parente, indicandoli uno per uno, ma avendo dimenticato di citare i Tribone di Genova, discendenti di una sorella del nonno materno, questi divennero i suoi eredi universali.
Scatto di Pierre-Louis Pierson, Anni Sessanta;

Aristocratica nata in un’ antica famiglia di discendenza lombarda e ligure, imparentata con uno dei politici più valenti del suo tempo e molto vicina a Casa Savoia, bella e ambiziosa, Virginia Oldoini visse in prima persona i grandi eventi all’ alba del nostro Risorgimento, giocando un ruolo molto importante seppure dietro le quinte, in un contesto puramente mondano eppure pienamente rientrante nella ragion di Stato, ricorrendo ad un fascino e ad un’ intelligenza concesse soltanto a poche donne elette da Madre Natura. Contribuì in maniera decisiva alla riunificazione italiana sotto un’ unica autorità, ma una volta esaurita la propria missione, gli italiani si scordarono di lei. Pare la narrazione appassionante di un fantasioso romanzo a sfondo rosa e avventuroso, di quelli con cui il pubblico ama intrattenersi, invece si tratta di una pagina fondamentale ma poco nota della storia italiana e risorgimentale a causa di un’ opportuna opera di omissione che continua ancora oggi, e che non l’ ha risparmiata neppure nel 2011, quando si tennero i grandi festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’ unità nazionale. Eppure, proprio a lei si deve l’ avvio della campagna politica e militare antiasburgica di cui Cavour, re Vittorio Emanuele II, e Giuseppe Garibaldi furono negli anni grandi protagonisti: senza la conquista amorosa riportata dall’ affascinante contessa fiorentina, che fece capitolare l’ Imperatore dei francesi, molto probabilmente l’ intervento imperiale sul campo di battaglia sarebbe stato assai meno solerte, o forse non avrebbe neppure avuto luogo, e noi oggi vivremmo una realtà storica e geopolitica piuttosto differente. Ora che è passato oltre un secolo e mezzo si potrebbe ormai sollevare in tutta serenità il velo che ha coperto tale «missione d’ alcova». Tale inusuale impresa non le valse alcun merito ufficiale ma ebbe senz’ altro il grande pregio di dimostrare con chiarezza i meccanismi quasi mai ammirevoli della politica, non soltanto italiana: governare è qualcosa di pratico, si è preziosi finché si è utili, e se una particolare azione pare destinata al successo perché privarsene? A La Spezia, dal 2001, all’ ingresso del palazzo in cui abitava è presente un busto in bronzo a lei dedicato, opera dell’ artista Francesco Vaccarone, mentre nel 2011 il comune le intitolò il «Largo Virginia Oldoini» nei giardini di fronte al Conservatorio. E i suoi diari sono attualmente custoditi al museo storico di Torino, dopo essere stati venduti all’ asta per ironia della sorte alla Repubblica nel 1951 dai suoi pronipoti.
Donna bellissima e dotata di acume, condusse una vita straordinaria tra amori e misteri, coltivando una vanità e un compiacimento della propria bellezza paragonabili forse soltanto a quelli di Dorian Gray, l’ affascinante giovane britannico protagonista di un celebre romanzo del magnifico Oscar Wilde, nel cui primo capitolo si afferma: «Al mondo esiste una sola cosa peggiore dell’ essere oggetto di conversazione, ed è il non essere oggetto di conversazione.». E si può ben dire che la contessa di Castiglione non sia affatto passata inosservata, divenendo piuttosto l’ oggetto di appassionate discussioni, mentre da morta prese ad esercitare una certa influenza culturale e mediatica, divenendo protagonista di film cinematografici come «La contessa di Castiglione» del 1954, diretto da Georges Combret e in cui venne interpretata da Yvonne De Carlo, e miniserie televisive quali «La contessa di Castiglione» del 2006, di Josée Dayan, nel quale fu impersonata da Francesca Dellera. Nemmeno il mondo della narrativa storica e poliziesca poteva rimanere precluso all’ affascinante nobildonna e patriota, che appare tra i personaggi di «La Primula di Cavour - Pettegolezzo risorgimentale di amore e morte» di Pietro Soria e pubblicato nel 2002, per poi acquisire un’ importanza fondamentale in «Sherlock Holmes - La vestaglia della contessa di Castiglione», di G. P. Rossi, in cui il celeberrimo e infallibile consulente investigativo londinese indaga sulla morte misteriosa del noto sarto che ha cucito la famosa vestaglia verde con cui sedusse Napoleone III in quella fatidica notte a Compiègne. Come rimanere indifferenti dinnanzi a lei, la donna più bella del suo tempo?

sabato 17 agosto 2019

Amore reale

Re Vittorio Emanuele II e l’ amata Bela Rosin;


«Regina senza trono e senza corona.» Costantino Nigra a proposito della Bela Rosin;

Si può affermare con una certa sicurezza che il termine «amore» sia uno dei più usati e persino abusati di tutti i tempi: libri, poesie, canzoni e film lo ripetono all’ infinito, tanto che oggi viviamo in una società in cui viene spesso usato a sproposito, quindi comprenderne il vero senso risulta molto difficile, eppure è necessario per comprenderne l’ importanza e il beneficio che può donare a noi stessi e alle nostre relazioni, contribuendo ad arricchirle e a prolungarle. In questo solo vocabolo sono racchiusi infiniti significati. Alcuni, ad esempio lo definiscono un trasporto quasi involontario, incontrollabile e passionale verso un’ altra persona, un sentimento quasi animalesco legato più al corpo che all’ anima, mentre per altri significa desiderare che l’ altra persona sia felice e fare di tutto perché ciò accada. Il concetto alla base di questa parola è costantemente mutato nel tempo, tanto che oggi si potrebbe affermare che amare significhi accettare la persona che si ama così com’ è, con tutti i suoi pregi e difetti, sebbene non manchi chi ragiona sul fatto che pretendere di cambiare chi si ama possa equivalere a non amarlo del tutto, oppure se sia possibile desiderare un mutamento nella persona amata in maniera disinteressata, auspicando cioè una trasformazione che porti quella persona ad essere più felice nel suo esclusivo interesse. In tal senso, pare assai più appropriato il concetto secondo cui ci si innamora di qualcuno per la sua unicità. Secondo i più, innamorarsi è quanto di più sconvolgente e sublime si possa provare, tanto nella gioia quanto nel dolore, qualcosa che si accarezza, si vive e si ruba nutrendo il cuore. E’ la sola emozione della sfera umana che porta oltre la vita, calandosi in un alone di immortalità e infinito sconosciuto allo spirito, di condivisione e complicità, di maturità e determinazione, di interesse e bisogno, di tenerezza e compassione, rappresentando il donare sé stessi all’ altro e fondendosi in una relazione indissolubile di una sola anima. L’ amore riesce quindi a districare quel groviglio di pulsioni, emozioni e passioni che confondono i bisogni e le ragioni, affinché scorrano fluide ed indipendenti, dentro gli infiniti rivoli del nostro cuore.
Naturale conseguenza dell’ esperienza amorosa è il matrimonio, quel particolare impegno tra due persone a vivere insieme risalente agli albori della civiltà umana, tanto che secondo svariate testimonianze avrebbe avuto origine già nella Preistoria, affinandosi costantemente nelle epoche successive assumendo un valore differente a seconda delle culture e del periodo storico, pur basandosi su valori tradizionali quali unione morale, fisica e legale tra un uomo, il marito, e una donna, la moglie, in completa comunità di vita, tesa a fondare una famiglia e una discendenza. Oggigiorno il valore più importante e tutelato dell’ unione coniugale è proprio l’ amore, tanto che la legge sostiene apertamente che un matrimonio può ritenersi valido solo se entrambi i coniugi hanno preso la decisione di unirsi autonomamente, senza pressioni esterne, riconoscendo loro il diritto di divorziare nel caso in cui la reciproca armonia dovesse venire a mancare, cosa che in passato non era affatto scontata: nel corso della storia, infatti, non erano rari i casi in cui un matrimonio veniva combinato dai padri degli sposi, oppure dal padre di lei direttamente con il pretendente ritenuto più idoneo, senza tenere conto dei desideri della sposa, destinata a passare la vita con un estraneo molto diverso da lei oppure più vecchio, finendo con il rivestire il ruolo di merce tesa ad accrescere il patrimonio e l’ importanza famigliari. Nella nobiltà, soprattutto tra le famiglie reali, e in seguito nell’ alta borghesia, il matrimonio significava proprio questo: un contratto, un’ unione vantaggiosa per entrambe le parti e resa indissolubile dai legami di sangue che ne sarebbero derivati, una pratica privilegiata con cui avvicinare vasti e articolati interessi politici e sociali, consacrati dal valore parentale. Tra le famiglie contadine, invece, rappresentava un utile espediente con cui preservare più facilmente il patrimonio terreno all’ interno dello stesso ceppo parentale, ricorrendo abitualmente ad unioni tra cugini, anche di primo grado.
La storia d’ amore tra Vittorio Emanuele II, primo re d’ Italia tra il 1861 e il
1878, appartenente ad una delle più antiche ed illustri famiglie reali europee, dalle origini quasi millenarie, e Rosa Vercellana, meglio nota come «Bela Rosin», una popolana analfabeta, figlia di un militare di carriera e promossa al rango di contessa di Mirafiori e Fontanafredda, rappresenta da sempre una bella storia d’ amore, che continua ad affascinare tuttora per i sentimenti evidentemente autentici sbocciati tra i due in aperta sfida alle loro differenze di rango, alle ostilità della corte sabauda e persino alla proverbiale abitudine da parte di lui a concedersi una scappatella dietro l’ altra, che gli valse una lunga e imprecisata sfilza di figli illegittimi. Lei non fu mai una patriota impegnata nella lotta per l’ unità nazionale, come Giuditta Sidoli, e neppure una testimone seppur minima del Risorgimento, come Olimpia Savio: non parlava mai di faccende di corte o di politica, ma con la sua semplicità permetteva a Vittorio Emanuele di liberarsi dagli impegnativi e solenni abiti del sovrano per indossare quelli di più semplici e gradevoli dell’ uomo amato, compreso e accettato per quello che era veramente. Circa la sua bellezza si discute ancora oggi: con le sue abbondanze e i suoi tratti grezzi aveva certamente il suo fascino, in tono con i criteri dell’ epoca, ma se fosse vissuta un secolo e mezzo più tardi, molto probabilmente non sarebbe diventata modella o un «simbolo sessuale» del fenomeno del divismo, forse nemmeno una comprimaria da palcoscenico.
Quel che unì il sovrano sabaudo e la popolana di provenienza astigiana fu un rapporto di amore vero, vissuto nell’ era del Romanticismo, delle disperazioni amorose, delle lacrime e dei sospiri, degli svenimenti e delle donne fatali, e rappresentò l’ insolita vicenda di una donna qualunque, non ambiziosa e neppure intrigante, ascesa ai vertici della società per la sua avvenenza e, una volta che questa era sfiorita, per la capacità di creare intorno all’ uomo che amava una tranquillità tipicamente borghese, un rasserenante ambiente familiare di cui lui aveva bisogno come persona.
Ritratto ufficiale di Vittorio Emanuele;

Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia nacque il 14 marzo 1820 a Torino, figlio primogenito di Carlo Alberto, VII principe di Carignano, e Maria Teresa d’ Asburgo-Lorena di Toscana, figlia di Ferdinando III di Toscana. Trascorse i primi anni della sua vita a Firenze, in quanto il padre, uno dei pochi membri di sesso maschile viventi di Casa Savoia, appartenente al ramo cadetto dei Carignano, era stato costretto a trasferirsi con la famiglia a Novara, dato il suo coinvolgimento nei disordini del 1821, nei quali aveva appoggiato i congiurati che volevano imporre la costituzione a Vittorio Emanuele I, re di Piemonte e Sardegna, finché il suo successore, Carlo Felice, gli fece pervenire un ordine di trasferimento in Toscana, oltre i confini del Regno. Ad appena due anni, il piccolo Vittorio Emanuele fu protagonista di un incidente che portò presto alla nascita di chiacchiere, miti e leggende ancora oggi ampiamente discussi, soprattutto a causa dei rapporti ufficiali preparati in modo frettoloso e confuso: così come venne documentato, la sera del 16 settembre dormiva nella propria culla, circondato da un nugolo di insistenti zanzare, finché la balia Teresa Zanotti Rasca, che lo vegliava, si avvicinò con una candela accesa nell’ intento di bruciarle. Inavvertitamente, la ragazza fece bruciare la culla, e dopo un attimo di spavento si lanciò verso di essa sottraendo il piccolo principe ad una sorte atroce. Se lui riportò leggere scottature al fianco sinistro e alla mano destra, che guarirono in pochi giorni, la sfortunata nutrice invece morì il successivo 6 ottobre, dopo venti giorni di agonia in quanto il suo intero vestito era andato a fuoco, ustionandola gravemente. La ricostruzione lasciò ovviamente alcuni dubbi, dalla culla distrutta dalle fiamme alla povera bambinaia defunta, con il bambino rimasto miracolosamente incolume. Subito dopo, pertanto, si disse che il bambino fosse in realtà morto, e che i genitori, preoccupati per la successione al trono sabaudo, avessero deciso di occultare la tragedia facendolo sostituire con un pargolo della stessa età, figlio di un macellaio di nome Tanaca, di Poggio Imperiale, di cui aveva denunciato ufficialmente la scomparsa, mentre secondo altre voci sarebbe stato scambiato con il bambino di un certo Mazzucca, a sua volta macellaio presso la vicina Porta Romana. Tale ipotesi, sostenuta dal fatto che Tanaca qualche anno dopo sarebbe divenuto improvvisamente ricco, venne tuttavia confutata dalla maggior parte degli storici, che la definirono improbabile e dubbiosa, confinandola nell’ ambito delle semplici maldicenze, soprattutto considerando il fatto che Carlo Alberto e Maria Teresa, ancora in giovane età e quindi pienamente in grado di generare altri figli, appena due mesi dopo, il 15 novembre, ebbero un secondo figlio, il duca Ferdinando di Genova, cosa che di fatto non aveva reso necessario il ricorso a simili stratagemmi, peraltro pericolosi per l’ immagine pubblica del casato. In secondo luogo, tempo dopo Maria Teresa inviò al proprio padre una lettera nella quale descriveva il piccolo Vittorio Emanuele e la sua particolare vivacità: «Io non so veramente di dove sia uscito codesto ragazzo. Non assomiglia a nessuno di noi, e si direbbe venuto per farci disperare tutti quanti.». Evidentemente, se il bambino non fosse stato figlio suo si sarebbe ben guardata dallo scrivere simili parole.
Negli anni seguenti, il granduca Ferdinando III affidò i nipoti Vittorio Emanuele e Ferdinando al precettore Giuseppe Dabormida, che impartì loro una disciplina militaresca. Ora che Vittorio Emanuele stava crescendo, non vi era nessuno che non si interrogasse vedendolo accanto al padre: Carlo Alberto era infatti pallido, alto più di due metri e magrissimo, di carattere timido, riservato e molto pudico, colto, anche se prevalentemente autodidatta, e assai intelligente, mentre il figlio era piccolo, grosso, dal carattere piuttosto aperto ed espansivo, poco amante dello studio, tanto che secondo il suo maestro aveva una certa difficoltà di comprensione: «Dopo che una cosa gli era stata spiegata più e più volte, con le sue domande faceva intendere di non averla affatto capita.». Occorre tuttavia ricordare che i precettori a cui il principe era stato affidato erano «parrucconi mediocri in tutto, rigidi nel pretendere un rispetto dissennato delle formalità, vecchi d’ età e d’ idee, consumati da cattivi pensieri, intrisi d’ etichetta, e ci sarebbe voluta l’ intelligenza di un Nobel per cavare qualcosa di utile dai loro insegnamenti», come affermò lo storico e giornalista Angelo Del Boca.
Vittorio Emanuele in tenuta da cacciatore;

Frattanto, a Torino, nel 1831, Carlo Felice morì senza eredi, fatto che portò all’ estinzione del ramo principale dei Savoia. Il cugino Carlo Alberto rientrò quindi come suo successore, e Vittorio Emanuele lo seguì insieme alla famiglia, venendo affidato ad uno stuolo di alti precettori incaricati di formarlo. La disciplina educativa destinata ai principi di Casa Savoia, soprattutto gli eredi al trono, era sempre stata piuttosto spartana: riceveva tenerezza solo dalla madre, mentre il padre non ne era capace con nessuno e comunque preferiva il secondogenito Ferdinando, mentre gli istitutori, rigidi formalisti scelti in base alla lealtà alla famiglia reale e alla devozione religiosa, gli imponevano orari da caserma sia in estate che in inverno, con la sveglia alle 5:30, tre ore di studio, un’ ora di equitazione, un’ ora per la colazione, poi scherma e ginnastica, altre tre ore di studio, mezz’ ora per il pranzo e la visita di etichetta alla madre, e mezz’ ora di preghiere per concludere la giornata. Gli sforzi dei dotti educatori ebbero scarso effetto sulla refrattarietà agli studi del principe ereditario, che preferiva di gran lunga dedicarsi ai cavalli, alla caccia e a maneggiare la sciabola, oltre che all’ escursionismo in montagna, mentre la grammatica, la matematica, la storia e qualunque altra materia che richiedesse lo studio o anche la semplice lettura erano cose da cui sfuggiva. Le uniche materie nelle quali aveva un certo profitto erano la calligrafia e il regolamento militare. Peraltro, era talmente privo di orecchio e ostile a ogni senso musicale che dovette fare studi appositi per imparare a dare i comandi, in quanto stonava pure in quelli.
Nonostante l’ educazione ricevuta, Vittorio Emanuele dimostrava con una certa fierezza di essere un uomo del popolo: amava la compagnia e l’ allegria, e disprezzava i salotti, era impulsivo e irascibile, ben poco incline all’ etichetta e al protocollo. Adorava combattere e cacciare, era molto sensibile alla buona cucina delle Langhe, ai vini invecchiati e, soprattutto, al fascino delle donne. Abituale frequentatore di trattorie, si intratteneva sempre affabilmente con tutti, parlando in dialetto torinese, la sua lingua corrente anche a corte, limitando il francese alle sole occasioni importanti. Con l’ italiano ebbe per tutta la vita enormi difficoltà. La sola cosa che lo accomunava ai suoi antenati era la passione per la caccia, non solo quella al cervo o al capriolo, ma specialmente quella amorosa: prediligeva le giovani contadine, con cui viveva fugaci amori campestri di cui nessuno si lamentò mai, soprattutto di fronte ai generosi contributi alla dote nuziale della ragazza, che lasciavano sempre tutti ampiamente soddisfatti. Era soprattutto in questo campo che il giovane Savoia denotava il gusto delle cose schiette, privilegiando le donne e i buoi dei paesi suoi, nonché il gusto delle conquiste spicce. Intorno a lui non orbitavano mai donne fatali, men che meno quelle dame tipiche dei salotti culturali e mondani, non visse nessuna di quelle avventure ricercate o esotiche nelle quali altri romantici rampolli di antichi casati dilapidavano patrimoni e sfoggiavano spiccate qualità interiori presso le stazioni termali di mezza Europa, allargando i memoriali e alimentando gli scandali.
Il castello reale di Racconigi;

Come era abituale per un erede al trono, Vittorio Emanuele era stato avviato alla disciplina militare ancora in tenera età: dopo essere stato capitano dei fucilieri a undici anni, a diciotto gli fu concesso il grado di colonnello e il comando di un reggimento. Per lui fu una vera benedizione, non solo per il comando, con cui finalmente avrebbe sfogato la sua ambizione di carattere militare, ma anche perché significava la tanto desiderata fine di quel regime oppressivo che lo aveva tormentato nell’ inutile tentativo di dargli una cultura.
Nel 1842, divenuto generale, dopo un’ estenuante negoziazione che durò due anni, sposò una cugina di primo grado, Maria Adelaide d’ Asburgo-Lorena, figlia dell’ arciduca Ranieri, viceré del Lombardo-Veneto, e Maria Elisabetta, sorella del padre Carlo Alberto. Si trattava ovviamente un matrimonio politico, di un’ unione combinata, sebbene lei fosse perdutamente innamorata di lui, come attestato dalle lettere che gli scrisse prima delle nozze, durante i reciproci scambi di profili, medaglie e miniature. Bruna, magra e di carnagione pallida, attraente nonostante il labbro pendulo tipico degli Asburgo, era più alta della media e del marito: per non sovrastarlo dovette ingobbirsi. Avendo fatto buoni studi con ottimi precettori, conosceva diverse lingue, amava la lettura e la conversazione, sapeva ricamare, lavorare a maglia e ballare. Gentile e premurosa con tutti, ignorava la presunzione e l’ alterigia, non si metteva mai in mostra, adempiendo diligentemente ai suoi doveri di moglie di un futuro re. Possedeva un vastissimo guardaroba, composto da duemiladuecentoquarantotto capi tra abiti, sottane, camicie, pellegrine, pellicce, scialli, velluti, manti, cuffie e ventagli che costituivano il suo corredo nuziale. Il marito, che in privato la chiamava Suzi o Suzette, pur attestandole stima e affetto la tradì costantemente con un’ abbondante schiera di amanti, da cui ebbe un numero di figli illegittimi così elevato da essere rimasto imprecisato, ai quali spesso diede il nome Vittorio o Vittoria ed il cognome Guerrieri o Guerriero, e sempre preoccupandosi di fornire loro una sistemazione. Uno di essi, in particolare, fu Giacomo Etna, che negli anni sarebbe divenuto generale degli Alpini. A partire dal 1844, la sua amante favorita fu l’ attrice teatrale Laura Bon, conosciuta a Torino, e che trattò con grande cura e riguardo, donandole peraltro un lussuoso appartamento in città, affinché potesse condurre agevolmente la sua vita mondana e rimanere comodamente vicina ai teatri. Maria Adelaide dimostrò una costante e straordinaria capacità di sopportazione verso Vittorio Emanuele, soffrendo in un fermo silenzio, in conformità con il suo carattere descritto come dolce, mite, paziente e remissivo, trovando consolazione nell’ educazione dei figli, nel cucito, nelle pratiche religiose e nelle opere pie. Con la stessa simpatia con cui lui faceva parlare di sé, lei veniva reputata una santa. Tra il 1843 e il 1855, marito e moglie ebbero sette figli, e le continue gravidanze minarono il fisico di lei, che per rimettersi in salute prese a trascorrere periodi di soggiorno al mare presso La Spezia, che contribuirono ad accentuare la distanza tra loro. Si mormorava che ogni volta che lei si ritirava in preghiera, lui ne approfittasse per le sue allegre scappatelle.
Noto ritratto della Bela Rosin;

Nel 1847, al castello di Racconigi, amatissimo luogo di villeggiatura della famiglia reale, ebbe luogo un evento molto importante per il principe ereditario, da un anno luogotenente generale: alla fine di una battuta di caccia vide affacciata a un balcone la giovanissima Rosa Vercellana, di cui si innamorò al primo sguardo. Benché appena quattordicenne, era dotata di una pienezza fisica che conturbava notevolmente gli spiccati desideri del rampollo reale: era bruna e sensuale, sebbene non particolarmente ossequiosa ai canoni estetici, con quel viso un po’ squadrato, i lineamenti decisi, gli occhi troppo distanti, un nasino non certo alla francese, il tutto addobbato da una bocca carnosa e una natura corvina che non era solo un colore di capelli ma una profondità fisica di tutto il corpo, stranamente in lei unita a una certa dolcezza. Lui, che stava per divenire padre per la quinta volta, aveva ventisette anni, e per la prima volta in vita sua fu amore nel vero senso della parola: «Bella è bella, molto bella. Gran massa di capelli corvini, occhi scurissimi, carnagione perfetta. Il petto tutt’ altro che acerbo.». I primi incontri tra i due furono ovviamente clandestini, rigorosamente lontani dagli occhi di re Carlo Alberto, che avrebbe disapprovato, e della corte pettegola, anche perché nel Regno di Piemonte e Sardegna vigeva una legge che puniva duramente il rapimento di ragazze al di sotto dei sedici anni dalle rispettive famiglie: uno scandalo avrebbe irrimediabilmente minato il buon nome della famiglia più importante del regno, tenuta a dare il buon esempio al popolo, rispettando la legge e la morale ed evitando qualsivoglia leggerezza e lussuria. La ragazza, residente a Pinerolo e che come il novanta percento della popolazione di quel tempo era analfabeta, venne quindi trasferita nella residenza della palazzina di caccia di Stupinigi, molto più vicina a Torino, in una dipendenza del parco stesso, ove gli incontri sarebbero stati più sicuri. Inizialmente, nulla avrebbe fatto supporre che fosse nato qualcosa di speciale tra i due, invece restarono tenacemente legati l’ uno all’ altra, e gli incontri presero a ripetersi sempre più abitualmente, tanto che la servitù e i pochissimi informati iniziarono a spettegolare, sia pur con prudenza e riguardo, domandandosi chi fosse questa giovincella che pareva proprio aver conquistato il cuore di Vittorio Emanuele: Rosa Vercellana era nata a Nizza Marittima l’ 11 giugno 1833, figlia di Giovanni Battista Vercellana, un militare originario di Moncalvo, e Maria Teresa Griglio. Il padre aveva fatto parte della Garde Impériale, la guardia del corpo dell’ Imperatore dei francesi, i cui reggimenti erano formati dai migliori uomini reclutati dagli eserciti europei degli Stati sottomessi, e che combattevano in solenni alte uniformi, ma nel 1814 si era rifiutato di seguire Napoleone nella sua fuga dall’ Elba, entrando nei granatieri di Casa Savoia, con il grado di tamburo maggiore. Attualmente era membro della guardia personale di Carlo Alberto, a cui era devotissimo, e Vittorio Emanuele lo definì «una perla d’ uomo», nonché un ottimo soldato fedelissimo al casato.

Frattanto, in Europa e nella penisola italiana, passate attraverso la Rivoluzione francese, il Primo Impero, il Congresso di Vienna e la Restaurazione, fervevano nuove idee e tensioni. In Italia in particolare, tuttora divisa in otto Stati, si era sviluppata la Carboneria, una società segreta rivoluzionaria dagli ideali liberali e patriottici, di cui avevano fatto parte molti personaggi di rilievo, come Giuseppe Mazzini e Carlo Alberto. In seguito al fallimento dei carbonari, lo stesso Mazzini aveva fondato nel 1831 a Marsiglia la Giovine Italia, tesa a dar vita ad un’ Italia repubblicana. Le prime rivolte avevano spesso avuto esiti disastrosi, come il cosiddetto Fiasco di Savoia e l’ uccisione dei fratelli Bandiera. Ma ormai in diverse zone d’ Italia le cose erano mutate, al punto che nel 1847 re Ferdinando II delle Due Sicilie, tenendo conto delle insurrezioni in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia, pur represse dall’ esercito, concedette la costituzione, gesto un anno dopo imitato da Carlo Alberto, che nel 1848 introdusse nel Regno di Piemonte e Sardegna lo Statuto Albertino e, soprattutto, diede avvio al Risorgimento, il grande fenomeno di riunificazione nazionale dai tempi della caduta dell’ Impero romano d’ Occidente, pur riportando esiti disastrosi contro l’ Impero austriaco a Custoza e Milano, e soprattutto a Novara nel 1849, particolare disfatta che il 24 marzo lo portò ad abdicare in favore del figlio primogenito, che salì al trono come Vittorio Emanuele II, quarantesimo signore della dinastia, impegnandosi duramente nelle trattative con gli austriaci, riuscendo ad attenuare le condizioni dell’ armistizio, e in poco tempo venne soprannominato «Re Galantuomo» per aver accettato il sistema della monarchia costituzionale pur essendo di idee conservatrici e aver scelto di rispettare le decisioni del suo governo anche nel caso in cui non avrebbe concordato. Il Parlamento, a maggioranza democratica, gli era ostile e non voleva ratificare il trattato di pace con l’ Austria, che occupava Alessandria, ma lui lo sciolse e indisse nuove elezioni invitando gli elettori tramite il Proclama di Moncalieri a votare deputati moderati: il nuovo Parlamento risultò composto per due terzi da moderati favorevoli al governo di Massimo d’ Azeglio. Lo Statuto Albertino non gli era congeniale, ma lo accettò come segno di lealtà costituzionale, analogamente alle leggi Siccardi contro i privilegi del clero, che firmò pur non condividendole. In seguito, il 4 novembre 1852, con la propria ascesa alla carica di Primo ministro del Regno, nella sua vita di monarca entrò un personaggio che avrebbe acquisito enorme importanza, mutando radicalmente le sorti di Casa Savoia e d’ Italia: il conte Camillo Benso di Cavour. Figlio di un proprietario terriero e amministratore di grandi proprietà uscito indenne dalla bufera napoleonica, non godette mai della simpatia del re, il quale probabilmente ricordava di quando questi, ancora giovane, era stato segnalato come infido e capace di tradire a seguito delle sue esternazioni repubblicane e rivoluzionarie durante il servizio militare. Tra i due si instaurò un saldo ma faticoso connubio politico, durante i quali Vittorio Emanuele arrivò più volte a limitare le azioni del suo Primo ministro, anche a costo di mandargli in fumo svariati progetti politici, alcuni dei quali di notevole portata. Ciononostante, nei dieci anni tra il 1849 e il 1859 il conte si dedicò efficacemente all’ ammodernamento del Regno e alla sua riorganizzazione: da una parte finanziava i moti rivoluzionari, o li tollerava, e dall’ altra proponeva come soluzione del problema dei disordini l’ ampliamento del reame sabaudo, che con la partecipazione alla guerra di Crimea come alleato del Secondo Impero francese, retto da Napoleone III, si affacciò con una certa importanza alla scena internazionale. In seguito, con gli accordi segreti di Plombiéres, l’ astuto statista ottenne la promessa dell’ appoggio francese in caso di attacco austriaco in cambio della Savoia, di Nizza e della corona del Regno delle due Sicilie, che sarebbe spettata al principe Girolamo Bonaparte di Montfort. Tra il 1859 e il 1861, grazie ad una serie di azioni ingegnose e occasioni favorevoli Casa Savoia riuscì insperatamente a unire l’ Italia sotto propria la corona: il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele, che aveva sempre desiderato proseguire la politica espansionistica dei suoi avi, divenne il primo re d’ Italia, benché mancassero ancora importanti territori quali il Veneto, il Friuli, la Venezia-Giulia e il Trentino-Alto Adige, tuttora entro i confini austriaci, il Lazio, parte dello Stato Pontificio, e il meridione, rimasto sotto il Regno delle Due Sicilie. Con l’ eccezione del Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia, tutte queste zone vennero gradualmente annesse all’ Italia sabauda in una serie di azioni che durarono fino al 1871, mentre la capitale veniva spostata nel 1865 da Torino a Firenze, per poi essere definitivamente stabilita a Roma il 21 gennaio dello stesso 1871.
Il conte Emanuele Guerrieri;

Nonostante la sua intensa vita di re, trascorsa in un periodo molto particolare della storia del suo casato e della nazione su cui venne chiamato a regnare, Vittorio Emanuele non trascurò quella personale e le proprie passioni, soprattutto quelle amorose. Benché innamorato di Rosa, che divenne famosa come «Bela Rosin», non smise di frequentare l’ attrice Laura Bon, che nel 1849 per lui lasciò le scene, andando a vivere al castello di Moncalieri, ove condusse un’ esistenza dorata e piena di riguardo. I due amanti ebbero peraltro una figlia, Emanuela, nata prematura nel 1853, e che venne nominata dal padre contessa di Roverbella. Tuttavia, a causa della gelosia manifestata verso la giovane Rosa, l’ artista venne congedata e costretta a lasciare il vecchio Piemonte, riprendendo a calcare le scene a Firenze, Vienna e Napoli, vivendo gli ultimi anni della propria vita in povertà, al punto da dover recitare con compagnie teatrali modeste a Venezia, ove morì nel 1904. Altre donne condividevano le sue attenzioni, come l’ attrice quindicenne Emma Ivon, che frequentò a Firenze nel periodo in cui questa era la capitale nazionale: aveva perso la testa per lei, e spendeva somme enormi fino al giorno in cui, giunto da lei a sorpresa, la trovò tra le braccia di un ufficiale napoletano. Altra amante degna di nota fu la celeberrima contessa Virginia Oldoini di Castiglione, cugina del conte di Cavour, che nei suoi carnet, piccole agende che spesso le dame tenevano legati ai polsi, registrava gli incontri di ogni giornata, contrassegnando i nomi con una lettera, a seconda del carattere dell’ incontro: pare che la lettera F, che non mancava mai e spesso seguiva quello del Re Galantuomo, significasse «incontro carnale». Ironizzando sulle sue continue vicende ardenti, Massimo D’ Azeglio, già convinto della veridicità delle voci sullo scambio di neonati a seguito dell’ incendio della culla a Firenze, ebbe a dire: «Se continua così, più che il padre della patria sarà il padre degli italiani…».
Con l’ andare del tempo, Rosa si rivelò la donna ideale per il sovrano: sempre di buon umore, mai musona, tenace e convinta del valore dei sentimenti. Aveva compreso di non potersi aspettare la fedeltà fisica, e, ironicamente, lasciandolo libero lo legò ancora di più a sé. Qualche tempo dopo i loro primissimi incontri, i Vercellana richiesero un contributo affinché lei potesse rifarsi una vita con un sergente dell’ esercito, ma inaspettatamente Vittorio Emanuele reagì, e lo sfortunato rivale venne mandato in Sardegna. Peraltro, la ragazza di campagna si rivolse al suo principe per ottenere la grazia a beneficio del fratello Domenico, che era stato messo agli arresti. Tempo dopo, la sua posizione cominciò a divenire evidente quando Vittorio Emanuele, ormai re, esonerò il generale Cigala, in servizio a corte da trent’ anni, perché le aveva negato una vettura con lo stemma dei Savoia. Quando le cose tra i due amanti si fecero serie e le voci iniziarono a trapelare, presto emerse dal nulla una crescente schiera di parenti che, sempre vestiti a festa, accompagnavano la giovane praticamente ovunque, che fosse a teatro o durante la passeggiata attraverso il Parco del Valentino: vi fu perfino una vecchietta che aveva sempre venduto fiammiferi sotto i portici che incominciò addirittura a parlare del monarca come di «suo nipote Vittorio». Il sovrano reagì prontamente, ridimensionando con forza i pinerolesi dalla schiera degli aiutanti. Rosina riuscì comunque a piazzare a corte un cugino, Natale Aghemo, che divenne conte e addirittura capo di gabinetto di Vittorio Emanuele.
Ormai apertamente sulla bocca di tutti, questa relazione suscitò scandalo e ostilità sia a corte che presso l’ aristocrazia, ove imperavano bigottismo e alterigia, ma Vittorio Emanuele non cedette alle pressioni, e spesso ricordava a tutti e senza mezzi termini di essere il re. Affiancò a Rosa una dama di compagnia, Madama Michela, con il compito di insegnarle le buone maniere, ma per quanto lei si addobbasse con vistosi gioielli e sontuosi vestiti, venne sempre disprezzata ed evitata dalla nobiltà. I due amanti ebbero due figli, Vittoria ed Emanuele Guerrieri, nati rispettivamente nel 1848 e nel 1851 e denunciati come figli di ignoti. Maria Adelaide fu la sola a non accusare mai il colpo, andando costantemente avanti tra sorrisi e opere pie, sebbene un diplomatico francese di nome Ideville riferì che la regina un giorno incontrò uno dei figli di Vittorio e Rosina durante una passeggiata nel castello di Stupinigi e lo prese tra le braccia con il volto inondato di lacrime. Il 20 gennaio 1855, ella morì a seguito di un’ improvvisa e violenta gastroenterite manifestatasi mentre si trovava in carrozza, al ritorno a palazzo dai funerali della suocera Maria Teresa d’ Asburgo-Toscana. La sua agonia fu atroce, tanto che i suoi gemiti si udivano nella vicina piazza. Impietrito al suo capezzale, Vittorio Emanuele le tenne la mano sino all’ ultimo respiro. La morte della sua regina fu un duro colpo per lui, abbastanza forte da mettere per qualche tempo in crisi la convivenza con Rosa. Il sovrano manifestò un sincero dolore per la scomparsa della consorte, che aveva svolto magnificamente il proprio ruolo istituzionale, come una vera Asburgo, senza mai opporre ostacoli alla sua politica o compromettere il suo buon nome. Ora che il regnante si trovava vedovo, il conte di Cavour e i suoi ministri si interessarono vivamente alla preparazione di un nuovo matrimonio politico, identificando una cerchia di candidate ideali sulla base dei benefici dinastici che avrebbero portato con sé. La sola idea che sposasse ufficialmente la tanto invisa campagnola era intollerabile, e il Primo ministro in particolare non ebbe scrupoli a ricorrere a tenaci e costanti manovre che spesso sconfinarono nella minaccia pur di separare i due amanti: la Bela Rosin era impresentabile, avrebbe certamente finito con il gettare discredito sull’ immagine del re e Casa Savoia proprio ora che erano al centro di tutti i progetti per l’ unità d’ Italia, quindi non lasciò nulla di intentato nella sua opera, arrivando perfino a dire che lo tradiva, ma lei si difese con intelligenza affermando che non avrebbe mai potuto avere altri amanti perché i focosi assalti di Vittorio Emanuele erano piuttosto stancanti. Lo stesso re scrisse in una lettera: «Io non sposerò altra donna che lei!». Si racconta che quando il monarca convocava insieme il suo Primo ministro e la sua compagna in qualche residenza, loro viaggiassero sullo stesso treno ma su carrozze separate, però, una volta casa, lei cucinava risotti e tajarin di fronte ai quali anche il duro capo di governo tendeva ad ammorbidirsi.
Dopo la brillante partecipazione del Piemonte alla Guerra di Crimea, i sovrani di mezza Europa si mostravano interessati ad imparentarsi con Vittorio Emanuele, signore di quel piccolo Stato che, grazie al genio del conte di Cavour e all’ evolversi della situazione internazionale, stava espandendosi riscuotendo forti simpatie in ambito europeo: l’ imperatore Napoleone III voleva offrirgli una principessa dei belgi, mentre la regina Vittoria del Regno Unito, che lo invitò a Windsor per insignirlo dell’ ordine della Giarrettiera, pur avendo espresso privatamente alcuni dubbi su di lui, avanzò la candidatura di sua figlia Mary. Altri invece pensarono alla cognata Elisabetta di Sassonia, vedova del fratello Ferdinando di Genova. Benché comprendesse il prestigio e i numerosi vantaggi che avrebbe tratto da tali unioni dinastiche, il Re Galantuomo oppose sempre un fermo diniego: a proposito della principessa Mary, ad esempio, disse che «sapeva troppo di greco e di latino», manifestando una certa allergia verso la donna colta e al tempo stesso bellissima ed intrigante. Il re eluse con ostinazione i piani matrimoniali del suo governo, pensando sempre più spesso che Rosa fosse la sposa ideale per lui: cucinava per lui i cibi tradizionali della cucina piemontese, gli tagliava le unghie dei piedi, come tradizione nelle campagne, lo trattava con l’ affetto e la deferenza delle mogli borghesi dell’ epoca. Addirittura, nelle cene ufficiali non toccava cibo, mettendo tutti i commensali in imbarazzo. Ostile ad ogni forma di etichetta, nel proprio animo si considerava un borghese, un proprietario terriero, e lei lo faceva sentire tale. Lo seguì in ogni suo trasferimento lungo l’ Italia, sempre defilata ma presente: «E’ la compagna indivisa delle mie pene.».
In seguito, l’ 11 aprile 1858, la nominò contessa di Mirafiori e Fontanafredda, comprando per lei anche il castello di Sommariva Perno, con la possibilità di trasmettere il titolo al figlio Emanuele. Isolata e disprezzata dai nobili, Rosa fu invece amata dal popolo per le sue origini contadine: si dice che la canzone popolare risorgimentale «La bella Gigogin» si riferisse in realtà a lei, e il soprannome Bela Rosin veniva pronunciato sempre con affetto e rispetto. Nel 1863 si trasferì negli Appartamenti Reali di Borgo Castello. Tale residenza, che non apparteneva alla Corona ma al patrimonio privato del re, rimase sempre la preferita della coppia, poiché Vittorio Emanuele amava rifugiarvisi per cacciare e sfuggire alla vita di corte.
Vittorio Emanuele con Rosa e i figli;

Anche se in circostanze drammatiche, nel 1869 giunse finalmente la grande svolta nel loro rapporto. Dopo una tenace opposizione da parte di governo e aristocrazia, i due poterono sposarsi: a dicembre, Vittorio Emanuele fu colpito da una forte polmonite, che per i medici sarebbe stata fatale, e complice il fatto che il conte di Cavour era morto nel 1861, pochi mesi dopo la proclamazione dell’ Italia unita, si parlò apertamente di un matrimonio religioso, al quale il parroco di Mirafiori già lavorava da tempo. La notte del 18, alla presenza del principe ereditario, Umberto di Piemonte, figlio secondogenito del re, del Primo ministro Luigi Federico Menabrea e di pochi intimi, Vittorio Emanuele ricevette in articulo mortis il sacramento del matrimonio, e quello dell’ estrema unzione, sebbene qualche tempo dopo guarì e, nel giro di un anno, entrò trionfalmente a Roma. Quasi otto anni dopo, il 7 novembre 1877, nella Villa Mirafiori di Roma, sarebbe stato celebrato anche il matrimonio civile, del quale però non esistono documenti. Le nozze tra il Re Galantuomo e la Bela Rosin furono morganatiche, che escludevano sia la moglie che i figli dall’ ereditarietà e dall’ acquisizione dei titoli e del marito. Rosa, quindi, non fu mai regina, traguardo a cui pare che non mirasse neppure, sebbene qualche storico sia convinto del contrario. Sicuramente, Vittorio Emanuele avrebbe tanto voluto condividere la corona con lei, trovandosi tuttavia costretto a cedere a pressioni politiche, veti dei figli legittimi e questioni di immagine. Il successo di Casa Savoia, unica famiglia reale rimasta sulla scena italiana, fu un peso sulla loro vita coniugale che furono tenuti sempre ad accettare: non potevano far parlare di sé, dando il minimo appiglio agli oppositori, fossero essi aristocratici locali nostalgici delle precedenti famiglie reali oppure repubblicani. Rosa risiedeva in una villa sulla Salaria, che il re raggiungeva ogni giorno uscendo dalla foresteria del Quirinale, che non amava particolarmente, e viveva nel più stretto riserbo, accettando la condizione di moglie ombra. Le residenze dove lei abitava, dalla Mandria di Venaria alla Pietraia nei pressi di Firenze, passando per Villa Mirafiori, fatta costruire proprio per lei sulla Nomentana a Roma, furono le vere case anche del sovrano, quelle dove trovava una vera famiglia, con lei che lo aspettava per dargli tutto quello che una brava moglie sa dare a un marito, divenendo il suo rifugio tranquillo e appartato dalle noiose cerimonie e dagli interminabili ricevimenti, l’ oasi di benessere semplice, quasi borghese, campagnolo ed erotico, sempre pronta ad accoglierlo e viziarlo con piatti di tajarin, agnolotti, cinghiale in civet e barolo davanti al caminetto, oltre che con passeggiate a braccetto nei boschi e tra le vigne, lontano dagli intrighi di corte. Certo, si vestiva in modo un po’ chiassoso, a un certo punto della vita sembrava un po’ troppo incline agli sfarzi, per quanto sempre relativi, mentre lui non metteva mai a freno i propri istinti amorosi, conquistando una bella e focosa amante dopo l’ altra. Ma la Bela Rosin aspettava sempre, paziente e fiduciosa, e lui tornava puntualmente da lei, pronta a togliergli gli stivali, a porgergli un sigaro intinto nel cognac e a preparagli un buon piatto di bagna caoda. Le residenze ufficiali a lei erano precluse, ma questo non le impedì di organizzare con una certa bravura un proprio regno all’ interno delle sue eleganti tenute.
Se perfino Laura Bon, la sua più accesa rivale, l’ aveva trovava bella è certo che secondo i criteri dell’ epoca lo fosse davvero, ma dalle fotografie attualmente rimaste l’ aggettivo che più le si addice è «riposante»: forse fu proprio questo il suo lato caratteriale più importante, la base sicura della decennale storia d’ amore con il Re Galantuomo. In tali fotografie, che la ritraggono in età matura, appare rotondetta, serena, paciosa, matronale e protettiva, con l’ aria da popolana rifatta. Non ha più il fascino acerbo della ragazzina scorta per la prima volta al castello di Racconigi, ma certamente basa su altri mezzi il proprio potere di seduzione. Fu una donna riposante e semplice, spettatrice di primo piano della storia del Risorgimento, che visse di riflesso, come dalle finestre di un’ elegante e pacifica alcova, e certamente non inquietante o disinibita come la contessa di Castiglione, inviata dal conte di Cavour a Parigi per sedurre Napoleone III affinché fosse più propenso ad appoggiare gli interessi del governo di Torino. E neanche fatale, profonda, graziosa e inattingibile come la baronessa milanese Metilde Viscontini Dembrowski, coinvolta nel 1821 in una congiura contro gli austriaci, di cui Henri Beyle, in arte Stendhal, s’ innamorò perdutamente senza essere riamato.
Il Mausoleo della Bela Rosin, a Mirafiori, Torino;

Il 9 gennaio 1878, Vittorio Emanuele morì al Quirinale, a seguito di una polmonite derivante da una notte trascorsa all’ addiaccio presso il lago nella sua tenuta di caccia laziale in occasione di una battuta venatoria. La commozione che investì rapidamente la nazione fu unanime, e i titoli dei giornali la espressero facendo uso della retorica tipica del periodo. La sua Rosa era lontana, colpita da un’ influenza nella tenuta della Mandria, a pochi passi da Torino, uno dei tanti nidi d’ amore in cui alla coppia piaceva trascorrere le vacanze. Il Padre della Patria venne seppellito al Pantheon, pur avendo espresso il desiderio di riposare eternamente nella Cripta Reale della Basilica di Superga, ove erano già stati tumulati alcuni membri di Casa Savoia, come il padre Carlo Alberto. In occasione dei suoi solenni funerali, a cui parteciparono esponenti di governi e famiglie reali, nonché diplomatici e militari di alto rango, Roma fu invasa da una moltitudine sconfinata, comprendente circa duecentomila persone. Sul trono del neonato regno italiano salì il figlio Umberto di Piemonte, freddo, autoritario e compassato, che pur essendo il quarto capo del casato a portare questo nome decise di chiamarsi Umberto I per rispetto verso la patria, a differenza del padre, che non aveva ritenuto opportuno cambiare il numero per sottolineare la continuità dinastica.
Dopo la morte dell’ amato marito, la Bela Rosin fu definita persona non gradita da Margherita, moglie di Umberto e prima regina d’ Italia, che analogamente al marito l’ aveva sempre trattata con distacco, come un’ intrusa. Le vennero requisite tutte le residenze in cui abitava ad eccezione del Castello di Sommariva Perno. Malinconica e nostalgica, assunse il ruolo di vedova ombra, al punto che la corona di fiori che inviava al Pantheon ogni anno in occasione dell’ anniversario della morte di Vittorio Emanuele non recava alcun nome. Trascorse quindi il resto della sua vita presso Palazzo Beltrami, a Pisa, ove morì di diabete il 26 dicembre 1885, dopo aver spesso ripetuto di essere «sopravvissuta» all’ amato consorte. Casa Savoia vietò espressamente che venisse seppellita al Pantheon, non essendo mai stata regina: per questo motivo, in aperta sfida alla corte di Roma, i figli Vittoria ed Emanuele decisero di riunire moralmente i genitori facendo edificare a Mirafiori un Pantheon in miniatura, il «Mausoleo della Bela Rosin», in cui deposero le spoglie mortali di lei, che vi rimasero fino al 1972, quando furono spostate al Cimitero monumentale di Torino per evitare profanazioni e vandalismi ai danni della tomba. Oggi, in seguito ad un grave periodo di degrado, il Mausoleo di Mirafiori è sede espositiva gestita dalle biblioteche civiche torinesi.
Mentre i Savoia consolidavano la propria posizione sulla scena nazionale e internazionale cogliendo l’ eredità di Vittorio Emanuele II, Vittoria ed Emanuele Alberto Guerrieri vissero un’ esistenza decorosa e tranquilla, lontana dai clamori e dalla notorietà. Lei sposò nel 1868 il marchese Giacomo Filippo Spinola, primo aiutante di campo del sovrano, e poi con il fratello Luigi, mentre lui, che nel 1866, appena quindicenne, aveva partecipato insieme al padre alla Terza Guerra d’ Indipendenza, svolse attività di produttore di vini e altri prodotti agricoli nei territori di Serralunga d’ Alba e Barolo, fungendo da presidente di associazioni di ex combattenti e sportive. Fondò le rinomate Cantine di Fontanafredda, prestigiosa ditta vinicola ancora esistente, dimostrandosi un valente pioniere della viticultura piemontese. Sposò Bianca Enrichetta de Larderel, una nipote del conte Francesco Giacomo de Larderel di Montecerboli, da cui ebbe due figli, il secondo dei quali, Gastone, prese in moglie Margherita Boasso, da cui ebbe una sola figlia, Vittoria, che convolò a nozze con il conte Melchiorre Gromis di Trana, da cui nacquero sei figli, il secondo dei quali, Gastone, fu padre di Caterina, classe 1962, etologa e autrice di libri sugli animali nativa di Torino, dove risiede tuttora.
La contessa Caterina Gromis di Trana;

Quella tra Vittorio Emanuele e Rosa fu senz’ altro una bella storia di amore, forse addirittura la più famosa del Risorgimento, e si intrecciò in modo unico con la tappe dell’ unità nazionale e con le prime vicende del neonato Regno d’ Italia. Nonostante la sua natura poligama, che visse beatamente anche dopo averla conosciuta, il Re Galantuomo vide costantemente nella Bela Rosin la propria anima gemella, il suo spirito complice e confortante, la fonte più autentica della sua felicità, da cui ebbe i figli che molto probabilmente amò più di tutti gli altri. Fu senz’ altro un amore intenso e passionale, vissuto rigorosamente nel segreto delle loro stanze da letto, perfettamente armonioso a dispetto della differente provenienza sociale dei due, visto dal di fuori e nel tempo soprattutto come una relazione pacata, domestica e familiare, rasserenante e straordinariamente capace di resistere alle pressanti difficoltà affrontate, prima tra tutte la ferma opposizione da parte del potente conte di Cavour, uomo dalla mente raffinata, vasta ed intricata. Fu un rapporto davvero straordinario, come dimostrato dai ritratti in cui i due appaiono insieme: entrambi tracagnotti, con lo sguardo fiero, dritto e profondo di chi sa cosa vuole dalla vita, immersi in una bella aria di campagna, a conferma del vecchio detto secondo cui chi si assomiglia si piglia.
Perfino il loro matrimonio morganatico, che impedì a lei di divenire regina e ai due figli di acquisire il nome dei Savoia e di entrare conseguentemente nella linea di successione al trono d’ Italia, fu una notevole eccezione, in un’ era in cui principi e principesse di sangue reale si sposavano soltanto tra di loro stringendo vincoli di interesse e arricchendo la discendenza dinastica, a beneficio esclusivo della ragion di Stato e di casta: celebrato quando lui pareva ormai al termine della sua esistenza, più di ogni altra cosa dimostrò un sincero e raro amore.