sabato 16 maggio 2020

Una nobildonna tra mondanità e patriottismo


La contessa Virginia Oldoini di Castiglione;
«Io sono io, e me ne vanto. Non voglio niente dalle altre e per le altre. Io valgo molto più di loro. Riconosco che posso non sembrare buona, dato il mio carattere fiero, franco e libero, che mi fa essere talvolta cruda e dura. Così qualcuno mi detesta ma ciò non mi importa, non ci tengo a piacere a tutti.» contessa Virginia Oldoini di Castiglione;


Spesso e volentieri si afferma che la realtà supera la fantasia. Il grande Luigi Pirandello lo ripeteva più volte nelle sue opere, soprattutto tra le pagine di «Il fu Mattia Pascal» e «Sei personaggi in cerca d’ autore», sostenendo chiaramente che «la realtà, a differenza della fantasia, non si preoccupa di essere verosimile perché è vera». Esattamente come a teatro e al cinema, la storia ha il suo dietro le quinte, un insieme di eventi legati alla produzione di uno spettacolo o un evento e che non sono visibili direttamente al pubblico. In ambito più propriamente storico, il retroscena indica gli antefatti, in gran parte sconosciuti, che hanno portato allo svolgersi di una particolare vicenda, e su cui freqentemente gli storici dedicano ampie e attente analisi finendo con il ricamare pezzo per pezzo un poema epico, sempre alimentato da opinioni differenti che invariabilmente incantano il pubblico esattamente come in un dramma teatrale o cinematografico. E non è raro che le cose non raccontate del dietro le quinte rappresentino fatti assai sorprendenti, talmente incredibili da sembrare fantasiosi, finendo invariabilmente con il coinvolgere e appassionare più del fatto storico a cui sono collegati, portando la gente a riprendere il vecchio detto circa la capacità della verità di superare la fantasia.
Il Risorgimento, quel grandioso movimento culturale, politico e sociale che promosse l’ unificazione d’ Italia richiamandosi ad ideali romantici, nazionalisti e patriottici, fu un’ epopea che consumò mille battaglie, e si compì tra gli intricati piani politici e le finezze diplomatiche del conte Camillo Benso di Cavour, le vicende di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi e il valore e il coraggio dimostrati sul campo dall’ esercito sabaudo, oltre che da coloro che invece servirono la parte avversa e con cui il corso della storia fu molto meno clemente. Come altri grandi eventi storici, la Riunificazione italiana ebbe i suoi grandi retroscena, uno più avvincente dell’ altro, tra i quali spicca quello relativo alla contessa Virginia Oldoini di Castiglione, una donna bellissima e pericolosa, indipendente e molto moderna, che seppe giocare con l’ amore come poche altre donne riuscirono a fare prima e dopo di lei, vivendo la seduzione come una sfida personale che la portò a conquistare il cuore dei potenti, al punto che quel grande manipolatore di Cavour ne riconobbe il potenziale strategico mandandola alla corte imperiale di Parigi con il compito di sedurre Napoleone III e avvicinarlo alla causa dei Savoia, ritagliandole un ruolo fondamentale nella nascita del Regno d’ Italia e che le valse il soprannome di «patriota dì alcova». Una donna che trascorse un’ esistenza straordinaria, tra amanti e amori intensi, ricevimenti e feste da ballo, corti e castelli, lussi sfrenati e ingenti spese, che solo negli ultimi sta ridestando curiosità e fascino reclamando il ruolo che le venne negato.
Virginia in giovane età;

Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini nacque a Firenze il 22 marzo 1837, figlia del marchese Filippo, parlamentare e diplomatico di provenienza spezzina, e di Isabella Lamporecchi, figlia del giureconsulto fiorentino Ranieri e della ballerina Luisa Chiari. Il padre, deputato del collegio di La Spezia nella prima legislatura del Parlamento piemontese, era un uomo di grande prestigio alla corte dei Savoia. Trascurata dal padre, la giovane Virginia venne educata dal nonno Ranieri, che la chiamava Verginicchia. Come molte fanciulle del suo rango sociale, studiò privatamente e ricevette un’ istruzione disordinata, che comunque le assicurò un’ ottima conoscenza del francese, dell’ inglese e del tedesco.
Fin da giovanissima fu molto ammirata per la sua bellezza abbagliante, e negli anni adolescenziali era unanimemente reputata intelligente, di carattere brillante e di gusti estremamente raffinati. Assai spregiudicata e desiderata, lei stessa intuì l’ effetto che aveva sugli uomini e divenne abile nell’ enfatizzare il proprio aspetto con abiti magnifici e spesso audaci, e con eleganti acconciature. Reginetta dei salotti, si imponeva anche per l’ intelligenza, la vastità degli interessi culturali, la vivacità di un carattere ribelle ad ogni conformismo e ipocrisia, anche in fatto erotico. Un giorno, il padre le trovò alcuni bigliettini piuttosto sconvenienti, e, preoccupato, la portò in convento, dove lei per una settimana simulò astutamente una profonda fede prima di essere rinviata a casa dalle monache. Poco più tardi, a sedici anni, fu sedotta da uno dei suoi corteggiatori, con cui ebbe il suo primo rapporto completo nel boschetto dei Cappuccini sopra La Spezia, ossia il marchese Ambrogio Doria, di ventotto anni. In seguito conquistò anche i fratelli minori di lui, Andrea e Marcello, e il bellissimo Costantino Nigra, ventisettenne ed ex segretario di Massimo D’ Azeglio, ora stretto collaboratore del conte Camillo Benso di Cavour. Si trattò di una vera indecenza in quei tempi, e le critiche dei genitori, unite a quelle del nonno Ranieri, mosso da solidi princìpi morali, non la toccarono più di tanto, ragion per cui continuò a collezionare avventure con uomini di ogni età. I genitori ritennero che fosse giunto il momento di trovarle un marito, e in poco tempo si presentò a chiederne la mano il conte Francesco Verasis Asinari di Costigliole d’ Asti e di Castiglione Tinella: di dodici anni più vecchio di lei, facoltoso e già vedovo, si era infatuato della ragazza dopo aver udito le voci circolanti sulla sua avvenenza. Virginia non lo amava, e rispose con un fermo diniego, ma venne convinta dal nonno Ranieri che le fece presente che le finanze della famiglia non erano più quelle di un tempo e quel conte molto ricco, cugino di Cavour e molto influente presso Casa Savoia, poteva rimetterle in sesto. La giovane a quel punto accettò di sposarlo pur chiarendogli che non provava sentimenti per lui, mentre il conte sperava di farla innamorare. Il matrimonio fu celebrato il 9 gennaio 1854 nella chiesa di Santa Maria del Fiore, a Firenze. Non aveva ancora compiuto diciassette anni, e come previsto dagli accordi prematrimoniali poté godere del vasto patrimonio del marito, flessibile alle sue richieste, e della libertà di muoversi in società a libero piacimento. I coniugi si stabilirono a Torino, e a due settimane dalle nozze si tenne a corte una grande festa in occasione della presentazione ufficiale degli sposi ai reali: la regina Maria Adelaide si mostrò affettuosissima con lei, e Vittorio Emanuele II, leggendario donnaiolo, la colmò di complimenti. La neo contessa rimase favorevolmente colpita dal sovrano fin dal primo momento, trovandolo piacevole anche fisicamente, con il suo fisico asciutto, il volto sanguigno, i folti baffi e i modi un po’ rozzi che tanto affascinavano le donne. Il 9 marzo 1855 diede alla luce il suo unico figlio, Giorgio, a cui non si interessò mai. Il matrimonio, per lei noiosissimo, fu comunque una svolta notevole: nel palazzo dei Castiglione a Torino, che fiancheggiava la residenza del cugino Cavour, ora Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Piemonte, ella visse una sfavillante permanenza nella vita di corte, intrattenendo intense relazioni con vari personaggi di rilievo, come il banchiere Rothschild. La sua eleganza, costosissima e sempre ricercata fin nei dettagli, conquistò tutti, tra uomini e donne. Non vi era ricevimento o evento mondano al quale non fosse invitata per il suo fascino e spirito, e presto iniziarono i dissapori coniugali: Virginia era troppo bella e soprattutto indipendente agli occhi del marito, e si concedeva a chiunque vantasse potere. Come lei stessa amava ripetere: «Ogni donna ha il dovere di essere bella, non per sé, ma per gli altri. Per sé invece, deve essere ambiziosa, astuta e agguerrita.».
Il conte Camillo Benso di Cavour;

In quel tempo, e fin dalla caduta di Roma nel lontano 476 dopo Cristo, l’ Italia era divisa in tanti staterelli: il Lombardo-Veneto, i protettorati di Toscana, Modena, Parma e Piacenza, lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Da anni, Cavour coltivava il sogno di riunificare la penisola sotto Casa Savoia, ed era immerso in numerose ed intricate manovre diplomatiche, il più delle volte ai limiti dell’ intrigo, con cui assicurarsi l’ aiuto del Secondo Impero francese, grande potenza politica e militare retta da Napoleone III, nipote del celebre Napoleone I, in una prossima guerra contro l’ Impero austriaco, che aveva sconfitto il Regno subalpino nel 1849. Lo statista credeva che per riuscire nella difficile rivincita contro gli Asburgo fosse necessaria un’ alleanza con un soggetto potente, e il sovrano bonapartista era il candidato ideale. Tuttavia, nei precedenti contatti l’ Imperatore dei francesi si era mostrato assai titubante, e non era stato possibile intuire esattamente la sua posizione. Il capo di governo inviò pertanto a Parigi il fedelissimo Costantino Nigra come nuovo ambasciatore, affinché spianasse la strada alle trattative, pur continuando a riflettere su come assicurarsi a tutti i costi il consenso imperiale. Enigmatico in politica, Napoleone era invece un libro aperto in fatto di avventure galanti, concedendosi scappatelle con tutte le donne che gli capitavano a portata di mano, tra cortigiane e cameriere, intellettuali e analfabete: bastava che fossero giovani e belle. Dunque, intuì lo scaltro conte, perché non tentare con una bella donna che, nel caldo di un’ alcova, potesse carpirgli qualche segreto e magari orientarne le decisioni? Bisognava solo trovare una dama che oltre ad essere avvenente fosse intelligente, e istruirla a dovere su come procedere. La scelta ricadde prontamente sulla diciannovenne contessa di Castiglione, «la più bella del reame»: intraprendente e ambiziosa, meglio di tutte lei avrebbe potuto intercedere in favore della causa piemontese presso il sovrano francese in concomitanza con l’ ormai non lontano congresso che avrebbe riunito a Parigi i rappresentanti delle grandi potenze previsto al termine della guerra di Crimea. La sua fame d’ amore avrebbe senz’ altro garantito un utile vantaggio strategico al regno subalpino.
Cavour ne discusse con Vittorio Emanuele, che assentì e riferì al generale Cigala, suo aiutante di campo e zio della stessa Virginia, chiedendogli di farle la proposta. La giovane accettò con entusiasmo, e ricevette segretamente il re in casa propria, che giunse in incognito per ringraziarla dopo che il marito Francesco era stato opportunamente inviato a Milano per un incarico diplomatico. Dalle memorie lasciate dalla contessa, quell’ incontro non fu un semplice colloquio, ma una scappatella, una «prova generale» di quanto avrebbe dovuto fare al servizio segreto di Sua Maestà. Subito dopo, nel novembre 1855, Virginia e Cavour ebbero contatti diretti per discutere la questione. Lo statista le scrisse di «coqueter e sedurre, ove d’ uopo, l’ Imperatore Napoleone III», favorendo l’ alleanza tra Parigi e Torino al fine di cacciare gli Asburgo dal Lombardo-Veneto: «Cercate di riuscire, cara cugina, con il mezzo che più vi sembrerà adatto, ma riuscite!». Coqueter, verbo francese, significa civettare, cosa che ci si aspettava dalla bella Virginia, ma se poi le cose con i primi approcci non fossero andate nel senso desiderato, l’ invito per lei era di andare oltre, per arrivare, «ove d’ uopo», alla seduzione vera e propria. Annoiata dalla vita di corte a Torino, la nobildonna non si fece ripetere due volte l’ invito: all’ epoca capitale del bel mondo e della vita elegante, Parigi, la Ville Lumière, esercitava su di lei un fascino irresistibile, mentre l’ Imperatore dei francesi sarebbe equivalso ad una conquista amorosa unica e irripetibile, un bersaglio troppo buono da non considerare. Prima di partire per la Francia, incontrò re Vittorio Emanuele altre due volte. La prima occasione fu a Palazzo reale, in udienza privata con il marito, che venne finalmente messo al corrente della missione, e il giorno dopo a casa propria, senza di lui, spedito ancora in fuori città per i soliti impegni diplomatici. Il trentacinquenne sovrano sabaudo era un amante davvero insaziabile, e Verginicchia aveva adottato uno strano modo di registrare nei propri diari gli incontri d’ amore, segnandoli con una «b» se il rapporto si era limitato a semplici baci, con una «bx» se le effusioni si erano spinte oltre ma non a letto, e con una «f» se il rapporto era stato completo. E per l’ ultimo incontro con il monarca prima della partenza per Parigi annotò due «f»: dopo essere stata a letto con un re, ora era pronta per andarci con un Imperatore.
Costantino Nigra;

Il 25 dicembre 1855 giunse a Parigi con il marito Francesco e il figlio Giorgio. Il consorte era quello che stava dando effettivamente ogni cosa alla Patria, dall’ onore al denaro, dovendo pagare tutto quanto tra viaggi, soggiorno e affitto di un lussuoso appartamento. In un primo momento si era rifiutato di farlo, ma Vittorio Emanuele aveva insistito, forse per non lasciare eventuali tracce del coinvolgimento della Corona e del governo, e lui, tenendo conto dei suoi rapporti con la famiglia reale e la sua corte, di cui era un consulente molto ben pagato, si era dovuto adeguare. Saldò anche il conto degli abiti che Virginia dovette acquistare per presentarsi con un dignitoso guardaroba nei salotti francesi. L’ appartamento parigino era al numero 1 di rue de Castiglione, strada chiamata così in ricordo della battaglia di Castiglione del 1796, che il grande Napoleone Bonaparte aveva vinto contro gli austriaci.
Pienamente consapevole del valore politico della propria impresa, la contessa venne affidata all’ ambasciatore Nigra, che le insegnò le nozioni fondamentali dello spionaggio. La sua conoscenza di ben quattro lingue sarebbe stata molto utile, e a queste venne affiancato un codice cifrato da utilizzare nella corrispondenza da tenere con Torino. Entrò subito in società, partecipando a feste e spettacoli indossando gioielli preziosissimi e vestiti magnifici. Ebbe numerose avventure delle quali annotava ogni particolare sui suoi diari, redatti in maniera astuta, con il chiaro intento, quasi letterario e autocelebrativo, di far risaltare esclusivamente le proprie doti: non vi riportò mai alcun episodio che potesse metterla in qualche modo in cattiva luce o far notare i suoi difetti.
Durante le occasioni mondane emergeva con chiarezza la sua naturale disinvoltura nei rapporti sociali, soprattutto nei confronti degli uomini. Il suo rapporto con le donne era invece scandito dal motto: «Le eguaglio per nascita, le supero per bellezza, le giudico per ingegno.». In questo periodo conobbe peraltro Giovanni Andrea Pieri, patriota e militare italiano che presto divenne il più appassionato dei suoi amori, e che l’ avvicinò enormemente alla causa dell’ Italia unita.
Ammessa a corte nei primi mesi del 1856, si vide circondata in egual misura da sentimenti di ammirazione e avversione: se la principessa Pauline von Metternich, amica intima dell’ Imperatrice consorte, Eugenia, rimase colpita dalla sua grazia, la stessa sovrana, fervente cattolica e appartenente al casato spagnolo dei Portocarrero, la giudicava molto negativamente e non sopportava la sua giocosità e libertà di azione. A maggio, quando la situazione era ormai insostenibile e la mole di debiti contratti dalla moglie piuttosto ingente, il conte Francesco decise di tornare a Torino con Giorgio, e l’ anno successivo volle separarsi definitivamente da lei, riprendendo le mansioni di gentiluomo di palazzo presso la corte. Pur lasciandola senza mezzi di sostentamento, non esitò a inviarle cinquantamila franchi al mese per consentirle di pagare l’ affitto dell’ appartamento e mantenere il solito tenore di vita. Resosi conto di aver dilapidato un patrimonio in Francia per accumulare soltanto fango sul proprio onore, scrisse al cugino Cavour, ma sia a lui che a Vittorio Emanuele dei suoi guai non importava assolutamente nulla: la missione era di importanza vitale, non bisognava lasciare nulla di intentato pur di portarla a compimento.
Napoleone III, Imperatore dei francesi;

In novembre, dopo schermaglie amorose magistralmente condotte e durate qualche mese, Virginia, ospite dei festeggiamenti nel castello di Compiègne, luogo di grande importanza storica per la monarchia francese e ove la migliore società parigina era di casa, si trovò finalmente faccia a faccia con Napoleone III, allora quarantottenne. Secondo le biografie, lui non era esattamente un bell’ uomo, avendo «un fisico piuttosto infelice, gambe corte, una camminata impacciata, gli occhi velati e spenti». Con le donne era gentile e corretto, amava il piacere e pertanto non se le lasciava mai sfuggire. Andava al sodo, interessato poco alle romanticherie. Le cronache del tempo riferirono che l’ apparizione della contessa italiana al ballo di corte, completamente vestita di bianco e priva di gioielli, fu folgorante, tanto che le danze si interruppero e lei si avviò fiera per essere presentata al sovrano, che cedette subito il braccio della moglie Eugenia al duca di Sassonia e si avvicinò per conoscerla. Il loro incontro a letto avvenne una settimana dopo, in un appartamento segreto di Compiègne, organizzato dall’ ingegnoso e affascinato regnante: i due vissero finalmente la loro unione.
Nel diario di quella prima notte, Virginia annotò: «Apparve infine nell’ inquadratura della porta l’ Imperatore, ma non quello che avevo visto nelle manifestazioni ufficiali, con il manto di ermellino seminato di api d’ oro. L’ abito che nascondeva le forme auguste era una specie di veste da camera: una blusa amplissima, con dei pantaloni quasi alla zuava, il tutto di seta viola. Avrei esitato a riconoscerlo, senza i suoi lunghi baffi. S’ avanzò con le braccia in avanti, respinse col piede uno sgabello, vidi la sua ombra avvicinarsi al letto. Si abbassò, io chiusi gli occhi e l’ ultima casella vuota nel mio carnet fu coperta con il nome di Napoleone III, Imperatore di Francia.». Ora, per lei, cominciava la parte più difficile, ossia convincerlo a schierarsi con i Savoia nell’ unità d’ Italia, ma per fortuna anche il poco affascinante Napoleone, come Vittorio Emanuele, era un amante insaziabile. I due si amarono in tutti i castelli della corte imperiale, non soltanto quelli parigini, mentre da Torino i messaggi di Cavour si facevano urgenti: «Arrivate al dunque, perché l’ Imperatore è sul punto di prendere decisioni che potrebbero non esserci favorevoli, e sarebbe poi molto difficile farlo tornare indietro.». Ma la sensuale ambasciatrice dell’ amore seppe arrivare splendidamente al dunque, tanto che nei propri diari e in un messaggio in codice inviato a Torino il 28 marzo 1857 scrisse: «Abbiamo passato una notte intera a discutere di politica, dopo l’ amore, e solo all’ alba, dopo aver fatto l’ amore una seconda volta, ho avuto la certezza che la sua decisione sarà quella che gli italiani attendono. Ho trovato un Imperatore molto comprensivo nei confronti dell’ Italia. Più che legittime, dice lui, le aspirazioni del nostro popolo. Le sue preoccupazioni sono soltanto per ciò che potrebbe accadere se la Prussia decidesse di intervenire a favore dell’ Austria. E comunque, sembra che si sia ormai definitivamente convinto: sarà certamente al nostro fianco.».
Il castello di Campiègne;

A Torino si tirò un bel sospiro di sollievo. Ricevuto l’ atteso messaggio, il Presidente del Consiglio corse dal re, che gongolò: «E’ un tesoro, un adorabile tesoro, quel peperoncino della nostra bella contessa. Diteglielo, quando la cotatterete, che il re le manda un saluto affettuoso, il più affettuoso dei saluti!». Ovviamente, le discussioni politiche dei due amanti a letto proseguirono. Ormai amante favorita dell’ Imperatore, ruolo che la pose al centro dell’ attenzione generale, la contessa ebbe altre conferme da lui, ormai completamente nelle sue mani, e venne colmata di regali favolosi: collier di diamanti e uno smeraldo da centomila franchi che la duchessa De Dino, molto vicina ad Eugenia, definì il più bello che si fosse mai visto al dito di una donna. Non le mancò nemmeno un vitalizio pari a cinquantamila franchi.
Tra intrighi amorosi e maneggi politici, destreggiandosi tra la diplomazia e l’ alcova, la missione fu il grande successo della vita di Virginia, eppure la stella che tanto brillava iniziò presto e bruscamente ad affievolirsi: nella notte del 2 aprile 1857, mentre usciva dalla casa della contessa, l’ Imperatore dei francesi fu assalito in strada da tre individui armati di coltello, e si salvò grazie alla prontezza di spirito del cocchiere che riuscì a lanciare in tempo la carrozza in una folle corsa nella notte. La polizia avviò subito un’ inchiesta per identificare i congiurati, che si rivelarono italiani, appartenenti a gruppi che si opponevano al progetto di un’ Italia unita con l’ intervento francese, e furono tutti condannati all’ ergastolo. In casa della nobildonna sabauda vi fu anche un morto, un poliziotto assunto in tutta segretezza dalla Sûreté, la divisione investigativa della polizia, e sconosciuto agli stessi uomini della scorta, ucciso con un colpo di pistola dall’ ufficiale della guardia personale che seguiva Napoleone anche negli incontri amorosi. La vicenda divenne un vero e proprio giallo sul quale si imbastirono le congetture più inquietanti, come quella relativa ad una diabolica messinscena ordita dall’ Imperatrice Eugenia in persona ai danni dell’ odiata rivale e fatta gestire dai poliziotti così da farla passare per una «complice dei terroristi che, gli attentatori mazziniani, li accoglieva addirittura in casa». In quanto cittadina piemontese, i sospetti non tardarono a ricadere anche sulla contessa di Castiglione, che venne interrogata dagli uomini della Sûreté, decisi a strapparle una confessione inverosimile, relativa ad un complotto che sarebbe stato ordito proprio da lei ai danni del sovrano francese. Fuori di sé per la collera, si lasciò scappare un’ affermazione di fronte agli inquirenti: «Gliela farò pagare, alla spagnola!». Indipendentemente dal suo coinvolgimento o meno in questo drammatico avvenimento, Eugenia si vendicò prontamente della scomoda rivale pretendendo un decreto di espulsione dal territorio francese, e Napoleone non poté rifiutarsi di firmarlo. Tuttavia, egli fece in modo che lei ne fosse informata per tempo, consentendole di salvare le apparenze partendo per Londra di propria volontà prima che il decreto le fosse notificato ufficialmente.
Ebbe quindi termine l’ avventura politica e diplomatica di Virginia, della quale comunque lei si beò per tutto il resto della sua vita, e fortunatamente per Cavour e Vittorio Emanuele II, i rapporti tra Parigi e Torino non risultarono affatto compromessi: convinto che un’ eventuale vittoria dei mazziniani avrebbe risvegliato l’ ardore dei repubblicani francesi, Napoleone invitò Cavour ad un incontro segreto che si tenne il 21 luglio 1858 a Plombières, nella regione francese del Grand Est, occasione in cui il Secondo Impero francese s’ impegnò ad appoggiare militarmente i Savoia in caso di aggressione austriaca. A tali accordi verbali si aggiunse la cessione alla Francia di Nizza e della Savoia, luogo di origine del casato sabaudo ma culturalmente francese, in cambio del supporto militare imperiale, della concessione della creazione di un Regno nell’ Italia settentrionale e dell’ influenza del Secondo Impero su quella centrale dei papi e quella meridionale dei Borbone delle Due Sicilie. L’ intesa raggiunta tra piemontesi e francesi sarebbe stata peraltro consolidata con un matrimonio dinastico tra il principe Gerolamo Bonaparte, cugino dell’ Imperatore, e Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele. Il 26 gennaio 1859 l’ Alleanza franco-piemontese venne firmata ufficialmente, e il successivo 27 aprile scoppiò la Seconda Guerra d’ Indipendenza italiana a seguito dell’ attacco austriaco ai piemontesi che non avevano accettato di smobilitare l’ esercito.
Re Vittorio Emanuele II;

Abbandonata la Francia, dopo una lunga serie di viaggi, la contessa di Castiglione si stabilì in Italia, dividendosi tra La Spezia e Torino, dove fu l’ amante di Vittorio Emanuele, pur senza riuscire a soppiantare nel cuore del re la Bela Rosin, alias Rosa Vercellana. Delusa, nel 1859 incontrò nuovamente Napoleone III, in visita in Italia: la sua richiesta di ritornare in Francia fu accolta, ma le fu consigliato di evitare la corte. Aveva accumulato molti debiti, sia per la sua vita dispendiosa che per la causa di separazione, che il marito aveva intentato contro di lei con un’ ampia documentazione. Una volta tornata a Parigi alla fine della guerra contro l’ Austria, terminata con l’ annessione della sola Lombardia e compromessa dal ritiro dei francesi, in quanto l’ Imperatore era rimasto inorridito dal massacro presso la Battaglia di Solferino e San Martino, sebbene vinta dai francesi e dai piemontesi, venne a sapere che le indagini sul giallo del 1857 non avevano chiarito il mistero di quel poliziotto assassinato in casa sua, ma si era accertato che lei non aveva nulla a che vedere con il delitto e neppure con il fallito attentato. Virginia poté vivere liberamente in quella che riteneva ormai la sua seconda patria. Pur non volendo più tornare a corte, pensava molto all’ Imperatore, che non riusciva più a incontrare e da cui riceveva risposte sempre più fredde, mentre gli incontri venivano puntualmente rinviati con giustificazioni non sempre motivate: nella sua intelligenza capì che Napoleone considerava ormai chiuso quel meraviglioso capitolo della sua vita, quindi smise di cercarlo, sebbene tale rinuncia non la convinse a lasciare Parigi.
Ormai priva dei soldi di Francesco e delle generose elargizioni imperiali, si trasferì in un alloggio più discreto in place Vendome. Dopo l’ abbandono da parte dell’ Imperatore dei francesi venne scaricata anche da Cavour e Costantino Nigra, oltre che dallo stesso Vittorio Emanuele: il suo nome si era fatto un imbarazzante ricordo per tutti, tanto che dagli archivi di Stato venne fatto prontamente sparire l’ intero carteggio relativo alla sua missione parigina, con i messaggi che aveva inviato per tutto il tempo in codice. Si voleva chiaramente evitare che la nobilissima causa dell’ indipendenza e dell’ unità nazionale fosse macchiata da quella poco onorevole missione di letto. Come scrisse con amarezza nei suoi diari la contessa: «Ho contribuito a fare l’ Italia, ma dall’ Italia non ho avuto nulla.». Ed ancora, riferendosi alla vestaglia che aveva indossato per il primo incontro a letto con il l’ imperiale amante: «Penso che dovrà avere un posto di rilievo nel museo storico del Risorgimento italiano.». Non avrà, in effetti, né onori né prebende, ma solo un «lento e inesorabile oblio». E la sua adorata vestaglia, che conservava come un cimelio in un grande vaso di cristallo, non fu mai esibita in un’ esposizione pubblica.
La contessa fotografata a metà Ottocento;

Il suo ritorno a Parigi, lungamente agognato, fu scandito da una disperata ricerca di un passato ormai lontano, ma non riuscì a recuperare una posizione di primo piano a corte. Si consolò comparendo nei tableaux vivants allora di moda, e facendosi immortalare in dipinti e soprattutto in una serie fotografie performative, alla cui concezione partecipava lei stessa nel quadro di una cura spasmodica per la propria immagine e di una predilezione per la provocazione visuale che la trasformarono in un’ autentica icona del suo tempo anche grazie alla ribalta di palcoscenici come quello dell’ Esposizione universale di Parigi del 1867. Questo insieme di fotografie, curato dallo studio Pierson & Mayer, tra i più famosi d’ Europa, dal 1864 di esclusiva proprietà di Pierre-Louis Pierson, si componeva di circa cinquecento scatti, concentrati in tre periodi di posa: i primo tra il 1856 e il 1858, il secondo tra il 1861 e il 1967, e l’ ultimo tra il 1893 e il 1895. Essi tratteggiarono una sorta di biografia romanzata di Virginia, riproducendo spesso negli atelier i travestimenti e i mascheramenti spettacolari e scandalosi per l’ immaginario dei contemporanei, in cui interpretava un ampio spettro di personaggi inventati o riconducibili all’ universo da lei prediletto del teatro, della letteratura e della lirica: la regina d’ Etruria, Beatrice, Rachele, Medea, la regina di Cuori, la Madonna, Anna Bolena, la regina della Notte, l’ omonima Virginia del romanzo di Bernardin Saint-Pierre, Lady Macbeth.
Il 30 maggio 1867, a Stupinigi, l’ ex consorte Francesco morì stritolato da una carrozza, durante un corteo reale e il figlio Giorgio tornò a vivere con lei. Aveva trent’ anni, e rifiutò l’ idea di risposarsi non volendo legami stabili. Tra i pretendenti che respinse con affetto spiccarono anche il banchiere Rotschild e il duca Henri d’ Orleans, quarto figlio di Luigi Filippo. Ai pochi amici che ancora incontrava e riceveva diceva: «La mia primavera è trascorsa, è trascorsa anche l’ estate, sono ormai nell’ autunno, anzi nell’ inverno dei sentimenti.». Incapace di accettare il passare del tempo e la sfioritura della propria bellezza, togliendole il primato di donna desiderabile di cui era sempre stata profondamente fiera, Virginia si fece rancorosa e chiusa in sé stessa.
Il 19 luglio 1870, in seguito al fallimento del progetto di Napoleone III di annessione del Lussemburgo e a causa della crescente influenza, per nulla tollerata da Parigi, esercitata dalla Prussia sugli Stati tedeschi a sud del fiume Meno, scoppiò la Guerra franco-prussiana, e il successivo settembre, di fronte ai disordini scoppiati a Parigi dopo la sconfitta di Sedan e la deposizione dell’ Imperatore con la conseguente dissoluzione del Secondo Impero, si rifugiò in Italia, da dove, tramite le conoscenze che ancora vantava nell’ ambiente diplomatico, cercò invano di aiutare la nuova Repubblica francese a ottenere condizioni meno dure nelle trattative di pace con la Prussia. Sentendosi ormai più transalpina che italiana, nel giugno 1873 ritornò definitivamente in Francia.
Dipinto di Michele Gordigiani, del 1862;

Dopo aver brillato e scintillato dell’ eleganza più sfrenata, tra balli ed amanti, e aver conosciuto i fasti e i trionfi della mondanità e della propria influenza, con l’ avanzare dell’ età Virginia visse i suoi giorni in solitudine, ormai malinconica, nostalgica ed inconsolabile per il fascino perduto, tanto da far coprire gli specchi del proprio appartamento parigino con un velo nero affinché non rispecchiassero più la sua bellezza trascorsa. Il suo astro era ormai tramontato. Le offrirono cifre enormi, sia in Francia che nel resto d’ Europa, per convincerla a scrivere le sue memorie, ma lei rifiutò ogni offerta: «La vita si vive, non si scrive: io l’ ho vissuta.». I suoi diari erano tenuti sotto chiave perché nessuno li leggesse, ed il giorno in cui ebbe il timore che i cassetti della sua casa parigina non bastassero ad assicurarne la segretezza li portò in Italia.
Nel 1879 venne colpita dalla morte per vaiolo di Giorgio a Madrid, ad appena ventiquattro anni. Lei ne aveva quarantadue, e si isolò ancor più dal mondo sentendosi in colpa ai limiti della disperazione per non essere stata mai vicina all’ unico figlio. Non si riprese mai da questo particolare dolore, e trascorse gli ultimi anni di vita chiusa in un appartamentino ancora più modesto del precedente: una sorta di topaia, sopra un mercato rionale, in rue Cambon. Era anche a corto di denaro, e fu costretta a vendere tutto, a cominciare dai gioielli più cari. Tale isolamento venne rotto soltanto nei primi Anni Novanta da un’ ultima campagna di pose fotografiche, attraverso la quale da interprete esperta giocò ancora una volta con il suo corpo e la sua identità.
La tomba della contessa, a Père Lechaise;

Colpita un’ apoplessia cerebrale che le aveva paralizzato tutto il lato destro del corpo, morì nella sua casa parigina il 28 novembre 1899. Aveva sessantadue anni. Dimenticata dagli italiani, la famosissima contessa di Castiglione, che seducendo l’ Imperatore dei Francesi aveva contribuito in maniera importante ad avviare la riunificazione italiana, era stata abbandonata in una triste solitudine: in casa, al momento del suo trapasso, erano presenti soltanto la cameriera e due cani. Appena avuta la notizia della sua morte, autorità politiche, servizi segreti e polizia bruciarono tutte le lettere e i documenti che aveva ricevuto dalle massime personalità del tempo con cui era entrata in contatto, tra sovrani, politici e banchieri: in mancanza di protocolli, carte e qualsivoglia documento, una buona parte degli storici attuali tende tuttora a negare una sua qualsivoglia influenza nelle questioni risorgimentali. Rimanevano soltanto i suoi diari, opportunamente nascosti, su cui nessuno riuscì mai a mettere le mani. Ben più generoso con lei fu il poeta crepuscolare torinese Guido Gozzano, che lasciò alcuni amari versi: «Allo sfiorire della sua stagione, disparve al mondo, sigillò le porte della dimora e ne restò prigione. Sola col Tempo, tra le stoffe smorte, attese gli anni senza amici, senza specchi, celando al popolo, alla Corte, l’ onta suprema della decadenza.».
Pur avendo espresso il desiderio di essere sepolta a La Spezia, senza funzione religiosa né fiori, e neppure dare alcuna notizia alla stampa e alle autorità, ebbe un regolare rito funebre, a cui parteciparono alcuni camerieri, un duca e un agente di cambio. Non fu neppure sepolta nella patria Italia, ma al cimitero di Père Lachaise, il più grande cimitero di Parigi intra muros e uno dei più celebri nel mondo, dove riposa tuttora. Il suo taccuino, che funse da testamento, venne rinvenuto soltanto dopo la sua tumulazione: la nobildonna aveva diseredato ogni parente, indicandoli uno per uno, ma avendo dimenticato di citare i Tribone di Genova, discendenti di una sorella del nonno materno, questi divennero i suoi eredi universali.
Scatto di Pierre-Louis Pierson, Anni Sessanta;

Aristocratica nata in un’ antica famiglia di discendenza lombarda e ligure, imparentata con uno dei politici più valenti del suo tempo e molto vicina a Casa Savoia, bella e ambiziosa, Virginia Oldoini visse in prima persona i grandi eventi all’ alba del nostro Risorgimento, giocando un ruolo molto importante seppure dietro le quinte, in un contesto puramente mondano eppure pienamente rientrante nella ragion di Stato, ricorrendo ad un fascino e ad un’ intelligenza concesse soltanto a poche donne elette da Madre Natura. Contribuì in maniera decisiva alla riunificazione italiana sotto un’ unica autorità, ma una volta esaurita la propria missione, gli italiani si scordarono di lei. Pare la narrazione appassionante di un fantasioso romanzo a sfondo rosa e avventuroso, di quelli con cui il pubblico ama intrattenersi, invece si tratta di una pagina fondamentale ma poco nota della storia italiana e risorgimentale a causa di un’ opportuna opera di omissione che continua ancora oggi, e che non l’ ha risparmiata neppure nel 2011, quando si tennero i grandi festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’ unità nazionale. Eppure, proprio a lei si deve l’ avvio della campagna politica e militare antiasburgica di cui Cavour, re Vittorio Emanuele II, e Giuseppe Garibaldi furono negli anni grandi protagonisti: senza la conquista amorosa riportata dall’ affascinante contessa fiorentina, che fece capitolare l’ Imperatore dei francesi, molto probabilmente l’ intervento imperiale sul campo di battaglia sarebbe stato assai meno solerte, o forse non avrebbe neppure avuto luogo, e noi oggi vivremmo una realtà storica e geopolitica piuttosto differente. Ora che è passato oltre un secolo e mezzo si potrebbe ormai sollevare in tutta serenità il velo che ha coperto tale «missione d’ alcova». Tale inusuale impresa non le valse alcun merito ufficiale ma ebbe senz’ altro il grande pregio di dimostrare con chiarezza i meccanismi quasi mai ammirevoli della politica, non soltanto italiana: governare è qualcosa di pratico, si è preziosi finché si è utili, e se una particolare azione pare destinata al successo perché privarsene? A La Spezia, dal 2001, all’ ingresso del palazzo in cui abitava è presente un busto in bronzo a lei dedicato, opera dell’ artista Francesco Vaccarone, mentre nel 2011 il comune le intitolò il «Largo Virginia Oldoini» nei giardini di fronte al Conservatorio. E i suoi diari sono attualmente custoditi al museo storico di Torino, dopo essere stati venduti all’ asta per ironia della sorte alla Repubblica nel 1951 dai suoi pronipoti.
Donna bellissima e dotata di acume, condusse una vita straordinaria tra amori e misteri, coltivando una vanità e un compiacimento della propria bellezza paragonabili forse soltanto a quelli di Dorian Gray, l’ affascinante giovane britannico protagonista di un celebre romanzo del magnifico Oscar Wilde, nel cui primo capitolo si afferma: «Al mondo esiste una sola cosa peggiore dell’ essere oggetto di conversazione, ed è il non essere oggetto di conversazione.». E si può ben dire che la contessa di Castiglione non sia affatto passata inosservata, divenendo piuttosto l’ oggetto di appassionate discussioni, mentre da morta prese ad esercitare una certa influenza culturale e mediatica, divenendo protagonista di film cinematografici come «La contessa di Castiglione» del 1954, diretto da Georges Combret e in cui venne interpretata da Yvonne De Carlo, e miniserie televisive quali «La contessa di Castiglione» del 2006, di Josée Dayan, nel quale fu impersonata da Francesca Dellera. Nemmeno il mondo della narrativa storica e poliziesca poteva rimanere precluso all’ affascinante nobildonna e patriota, che appare tra i personaggi di «La Primula di Cavour - Pettegolezzo risorgimentale di amore e morte» di Pietro Soria e pubblicato nel 2002, per poi acquisire un’ importanza fondamentale in «Sherlock Holmes - La vestaglia della contessa di Castiglione», di G. P. Rossi, in cui il celeberrimo e infallibile consulente investigativo londinese indaga sulla morte misteriosa del noto sarto che ha cucito la famosa vestaglia verde con cui sedusse Napoleone III in quella fatidica notte a Compiègne. Come rimanere indifferenti dinnanzi a lei, la donna più bella del suo tempo?

sabato 4 aprile 2020

Giulio Cesare, l’ uomo che volle essere re


«Egli ebbe ingegno, equilibrio, memoria, cultura, attività, prontezza, diligenza. In guerra aveva compiuto gesta grandi, anche se fatali per lo Stato. Non aveva avuto per molti anni altra ambizione che il potere, e con grandi fatiche e pericoli l’ aveva realizzata. La moltitudine ignorante se l’ era conquistata coi doni, le costruzioni, le elargizioni di viveri e banchetti. I suoi li aveva acquistati con premi, gli avversari con manifestazioni di clemenza, insomma aveva dato ad una città, ch’ era stata libera, l’ abitudine di servire, in parte per timore, in parte per rassegnazione.» Marco Tullio Cicerone;

Nell’ antica Grecia, il termine immortalità non si riferiva alla vita eterna, libera dall’ esperienza della morte, ma alla possibilità di restare segnati nella storia, venendo ricordati per sempre dalle generazioni future, nel corso di incalcolabili secoli. Questo concetto diede molto conforto agli uomini, spingendoli a compiere imprese eroiche in guerra come soldati, a sviluppare la scienza e la conoscenza come medici, filosofi e letterati, e a dare il proprio contributo alla prosperità della polis come politici prima che il cupo traghettatore Caronte venisse ad imbarcare sulla propria barca le anime dei defunti per trasportarle fino all’ Ade, dove sarebbero divenute ombre. Consci che nella vita futura non vi sarebbe stata alcuna apparente distinzione tra ombre buone e malvagie, e nemmeno un’ assegnazione di un premio o una pena in base ai meriti terreni, uomini e donne fecero del proprio meglio per essere ricordati da chi sarebbe venuto dopo di loro. La storia divenne leggenda, e la leggenda divenne mito.
La storia di un’ esistenza umana non può che avvincerci. Da tempo immemorabile, la gente ascolta i racconti di ciò che altri hanno fatto, riconoscendo che tali storie possono rappresentare un esempio di vita esplorando le proprie capacità e limiti. Vogliamo sapere fin dove può spingersi la nostra vita, che cosa possiamo farne, quanto lontano può arrivare e la sua sfera di azione. Anche se possiamo sembrare fermi, stiamo verificando le nostre vette e i nostri limiti oppure ci stiamo ritirando dopo averlo fatto. La convenzione e la vita ordinaria offrono una definizione illusoria e un paradiso falsamente sicuro, ma i muri sono molto sottili: se li attraversiamo quale sarà l’ ampiezza dell’ esistenza che vi si trova dentro? Tutto questo fu sicuramente vero per un uomo il cui nome oggi è senz’ altro ancora molto ricordato, e che quando era ancora vivo fu ammirato quanto avversato: Caio Giulio Cesare, uno dei personaggi più importanti della storia, che agì in numerosi ambiti come uomo di Stato, comandante militare e scrittore, gettando le basi del periodo più alto, glorioso e civile di Roma, ossia l’ Impero, che vide la propria realizzazione concreta durante il principato del suo erede, Gaio Ottaviano Turino, passato alla storia come Cesare Augusto. Uomo estremamente intelligente e ambizioso, dai numerosi ed elevati talenti, Cesare da un lato fu capace di straordinarie imprese che beneficiarono ampiamente Roma e l’ Italia, ma dall’ altro dimostrò un amore per il potere così grande da essere disposto a tutto pur di diventare l’ uomo più potente della Città eterna, e quindi del mondo. Nel corso della sua straordinaria avventura umana, politica e militare, la capitale del mondo si ritrovò paradossalmente tanto stimolata quanto dipendente da lui, rimanendo pur sempre un luogo costantemente intento a guardare avanti, e mai indietro.
Ritratto giovanile di Cesare;

Nel 509 prima di Cristo, con la cacciata di Tarquinio il Superbo, settimo e ultimo re, oppressore violento e ingiusto, fomentata dal figlio di sua sorella, Lucio Giunio Bruto, Roma instaurò la Repubblica, un governo ispirato saldamente al principio di governo collettivo, saggio ed egualitario. Volendo evitare altri abusi da parte di un uomo solo, i fondatori del nuovo ordine suddivisero i poteri appartenuti in forma assoluta al re tra la carica di console, il collegio del Senato, i tribuni e il pontefice massimo, e decisero che ogni carica sarebbe stata collegiale, come quella di console, che avrebbe visto due candidati contemporaneamente, temporanea, dalla durata di un anno, e non esercitabile per più di un mandato. La nuova Urbe sarebbe stata un luogo civile, retto da un governo illuminato ed esemplare capace di assicurarne costantemente il bene e il progresso ed evitare derive autoritarie.
Tuttavia, qualche tempo dopo, nel secondo secolo prima di Cristo, la Repubblica costituiva già un impero dalle forti tendenze espansionistiche e una politica accorta nel tenere divise e sottomesse le popolazioni conquistate: non a caso, infatti, divenne famoso il motto divide et impera, ossia «dividi e comanda». La sua politica, tuttavia, rimaneva quella della città-Stato, che si era rivelata valida durante tutte le guerre di difesa quanto in quelle di conquista, avendo fornito una classe politica e militare ben organizzata e addestrata, in grado di fornire un ricambio continuo di uomini capaci di affrontare le più diverse circostanze. Eppure, l’ influsso di nuovi costumi, l’ enorme aumento dei poteri dei patrizi, ossia l’ aristocrazia le cui famiglie discendevano da quei cento patres che avevano formato il primo Senato al tempo di Romolo, e dello stesso Senato, oltre che la possibilità di facile arricchimento offerta dagli incarichi nelle province portarono ben presto a lotte furiose per la conquista del potere.
Roma e il Senato si divisero in due distinti schieramenti: gli ottimati, gli «ottimi», ossia i patrizi, e i popolari, ovvero la plebe. I primi difendevano gli interessi dell’ aristocrazia, a cui si apparteneva esclusivamente per via ereditaria, e dei grandi proprietari terrieri, mentre gli altri sostenevano le rivendicazioni dei piccoli proprietari terrieri, dei cavalieri e delle classi urbane meno abbienti.
La Suburra, quartiere natio di Cesare;

In questo ventre di discordie e reciproci intrighi e attacchi, Cesare vide la luce il 13 luglio del 100 prima di Cristo, figlio di un senatore e pretore romano dal quale prese l’ intero nome, appartenente alla gens Iulia e sostenitore e cognato di Caio Mario, il potente militare e console della Repubblica che ne aveva sposato la sorella, e di Aurelia Cotta, affascinante e ammirata matrona esponente alla gens Aurelia, divenuta particolarmente influente nell’ era della Repubblica. La gens Iulia era un’ antichissima stirpe patrizia di cui nei secoli avevano fatto parte alcuni tra i personaggi più influenti dello Stato, e che secondo il mito discendeva dal principe troiano Enea, figlio della dea Venere e del mortale Anchise, da suo figlio Ascanio, chiamato Iulo dai latini e progenitore dei re di Alba Longa, quindi da Romolo e Remo, figli di Rea Silvia e il dio Marte. Nonostante le origini aristocratiche e l’ ottima reputazione, mai venuta meno, attualmente la famiglia non era ricca secondo i canoni della nobiltà romana, né particolarmente influente. La Suburra, il quartiere in cui viveva e nella quale nacque lo stesso Cesare, era infatti la parte peggiore della città, un vasto e popoloso quartiere situato sulle pendici dei colli Quirinale e Viminale fino alle propaggini dell’ Esquilino, la cui popolazione era costituita dai livelli più bassi e spregevoli della società e viveva in condizioni miserabili benché affacciata su di un’ area monumentale e munita di servizi pubblici. Ancora oggi, nel linguaggio comune, il suo nome è sinonimo di luogo malfamato, di malaffare, crimini e immoralità di ogni tipo.
Ultimo di tre figli, di cui era l’ unico maschio, Cesare crebbe sotto l’ attento occhio della madre Aurelia, ritenuta ad unanime giudizio saggia e attenta, intelligente, indipendente, molto bella e dotata di senso pratico, e degli Aurelii, che vedevano in lui un futuro statista. Di alta statura, magro ma forte, assai elegante, occhi scuri, fronte spaziosa, guance pallide, zigomi sporgenti, naso diritto e lungo, bocca grande e capelli neri, aveva un aspetto nobile e voce vibrante. Lo sguardo era mutevole, dolce e severo, folgorante come quello di uno sparviero. Ebbe come precettore l’ illustre grammatico gallo Marco Antonio Gnifone, cresciuto come schiavo presso gli Antonii, dai quali in seguito sarebbe stato liberato, e divenuto poi allievo di Dionisio Scitobrachione, di cui divenne il migliore studente, dotato com’ era di memoria e capacità di espressione. Imparò facilmente il greco, che divenne una seconda lingua per lui, e amò i classici, la poesia e la storia. Fu eccellente nel dibattito, particolare disciplina a cui ogni politico era soggetto data l’ importanza dell’ abilità nell’ argomentare, meglio ancora se a spese dell’ avversario, di cui si doveva contestare ogni affermazione con intelligenza e persino ironia. Si appassionò anche all’ astronomia, alla matematica e alle scienze naturali, e compì lunghe e intense esercitazioni in Campo Marzio, poiché il mestiere delle armi garantiva ad ogni buon romano maggior successo nell’ oratoria e nel poetare, oltre che una buona opportunità di carriera politica e ascesa sociale.
Anchise e il figlio Enea, antenati di Cesare secondo il mito;

Fiero della propria discendenza divina, reale e patrizia, e sofferente di epilessia, il «morbo sacro» ritenuto dai greci la massima maledizione divina a cui si poneva fine solo se si cercava il favore degli dei, mentre alla Città eterna era nota come  «morbus comitialis», dal momento che l’ eventuale presenza di convulsioni epilettiche di un partecipante a un comizio era ritenuta di malaugurio e provocava lo scioglimento dell’ adunanza, il giovane trascorse il proprio periodo di formazione in un’ epoca tormentata da gravi disordini: tra i problemi da lungo tempo rimasti in sospeso, vi era quello delle concessione della cittadinanza romana alle popolazioni italiche. Nonostante le promesse fatte quando venivano chiesti agli alleati sacrifici straordinari in caso di pericolo, nessuno tra ottimati e popolari era mai stato disposto a condividere diritti e privilegi, e all’ ennesimo rifiuto ufficiale espresso dal Senato, nel 91 prima di Cristo gli italici insorsero dando inizio alla Guerra sociale. Proprio in quegli anni i due consoli della Repubblica erano il popolare Caio Mario e l’ ottimato Lucio Cornelio Silla. Mario era un celebre e valente generale che nel 107 aveva sconfitto Giugurta, re di Numidia, che si era ribellato a Roma, mentre nel 102 aveva vinto i teutoni e l’ anno dopo i cimbri, due popolazioni germaniche che avevano sbaragliato le legioni romane nell’ Italia settentrionale. La morte dei fratelli Gracchi, grandi riformatori e paladini del popolo, aveva profondamente scosso e indebolito i popolari, che videro in Mario l’ uomo che avrebbe ripreso la loro opera e ridato vigore al partito a danno degli ottimati, anche con la forza dell’ esercito che riorganizzò in maniera geniale aprendolo a tutti i cittadini e stabilendo che ai soldati venisse data una paga: ora l’ esercito era potente come non mai, composto prevalentemente da proletari arruolatisi in massa al richiamo di un più facile guadagno. Silla era invece un giovane rampollo del patriziato, che in Numidia si era segnalato come valido ufficiale agli ordini di Mario. Le brillanti vittorie fecero di Mario l’ idolo dei romani, che lo rielessero console per cinque anni consecutivi, benché la legge lo vietasse rigorosamente. Il nuovo esercito romano, peraltro, combatteva più per la paga che per l’ Urbe, ed era fedelissimo al comandante che spartiva il bottino: la Repubblica aveva perso il controllo delle forze armate, e i generali si erano fatti più potenti. Il sanguinoso conflitto terminò nell’ 88, quando il Senato estese la cittadinanza alle popolazioni italiche che non si erano sollevate e a coloro che entro due mesi avessero deposto le armi. L’ esercito guidato da Silla riuscì a prevalere, ma i veri vincitori furono gli italici, che ottenendo la cittadinanza romana crearono l’ unità romano-italica, che quasi duemila anni dopo sarebbe equivalsa al fondamento dello Stato nazionale italiano.
Caio Mario;

Nato nella città scelta dagli dei come centro del mondo in una stirpe di sangue divino e reale ma vissuto nella sua parte più umile, a contatto diretto con il popolo, Cesare maturò ben presto una sconfinata ambizione: in quegli anni la città era visibilmente sprofondata nel caos e nella paura, e il popolo intorno a lui brancolava nella confusione senza una guida forte e illuminata. Serviva pertanto un uomo risoluto e saggio, alle volte anche severo, che la guidasse verso la civiltà e le vette della potenza: quell’ uomo, naturalmente, doveva essere lui. Dotato di un’ intelligenza molto acuta, maturò un atteggiamento fine e amabile, forte e carismatico che molto lo avrebbe agevolato lungo il suo cammino in politica. Sebbene patrizio, si schierò fin dal principio dalla parte dei popolari, sicuramente condizionato dalle convinzioni dello zio Mario. Ciò rappresentò un grande ostacolo all’ inizio della sua carriera politica e militare, e dovette contrarre ingenti debiti per ottenere le sue prime cariche politiche. Frattanto, nell’ 88, Mitridate VI, re del Ponto, si mise a capo di tutti i popoli orientali ostili a Roma e minacciò le province orientali. Il Senato reagì dichiarandogli guerra e affidò a Silla il comando della spedizione. Mentre questi partiva per la Grecia con le sue legioni, Mario costrinse il Senato a togliergli il comando a proprio vantaggio, quindi Silla scelse le sei legioni a lui più fedeli e, alla loro testa, marciò su Roma: nessun comandante, in precedenza, aveva mai osato violare con l’ esercito il perimetro della città, il cosiddetto pomerio. La cosa era talmente contraria alle tradizioni che Silla esentò gli ufficiali dal parteciparvi. Spaventati da tanta risolutezza, Mario e i suoi seguaci fuggirono dalla città, pertanto il patrizio partì nuovamente contro Mitridate. Con il rivale lontano, Mario tornò a Roma e fece una strage di nemici, facendosi eleggere console per la settima volta, ma poco dopo morì di polmonite, ormai settantunenne. Allarmato dalle notizie che giungevano da Roma, Silla negoziò un compromesso con Mitridate, garantendo al Ponto l’ indipendenza entro i tradizionali confini, e nella primavera dell’ 83 prima di Cristo sbarcò a Brindisi e si impose nell’ Italia meridionale, sbaragliando i mariani una volta per tutte a Porta Collina l’ anno dopo. Ormai padrone della Repubblica, Silla compilò le liste di proscrizione che fece affiggere al Foro: in esse comparivano i nomi dei suoi oppositori che, dichiarati nemici dello Stato, potevano essere denunciati e uccisi da chiunque. Mentre migliaia di persone venivano uccise, molte delle quali semplicemente per essere espropriate dei propri beni, Silla assunse la carica di dittatore a vita, carica straordinaria che veniva concessa in tempi di emergenza e garantiva poteri assoluti ma che fino ad allora aveva avuto sempre una scadenza entro sei mesi, e ne approfittò per rafforzare il suolo del Senato e limitando il potere di consoli e tribuni, che persero il diritto di veto sulle deliberazioni dei senatori e dei magistrati.
Lucio Cornelio Silla;

Con la morte dello zio Mario e del padre quando aveva rispettivamente quattordici e quindi anni, la vita e la carriera di Cesare si fecero assai più precarie: ripudiò Cossuzia, giovane donna di famiglia molto ricca e appartenente all’ ordine equestre che aveva sposato per volere del padre, per maritare nell’ 83 la tredicenne Cornelia, figlia di Lucio Cornelio Cinna, patrizio e influente esponente dei popolari, console per quattro volte consecutive e prezioso alleato di Mario nella guerra civile, ucciso da un gruppo di militari presso Ancona. Già malvisto e temuto da Silla per la sua parentela con Mario e le sue emergenti qualità, il nuovo legame con una famiglia notoriamente schierata con i popolari lo misero ulteriormente in cattiva luce agli occhi del dittatore, perché avrebbe costituito un nuovo comando politico unendo i discendenti dei due celeberrimi capi popolari defunti. Cercò di ostacolarne in tutti i modi le ambizioni, bloccando la sua nomina a Flamen Dialis, sacerdote preposto al culto di Giove Capitolino, e gli ordinò di divorziare da Cornelia, ma il ragazzo rifiutò. Silla meditò allora di farlo uccidere, ma fece un passo indietro dopo i numerosi appelli rivoltigli dalle vestali, sacerdotesse consacrate alla dea Vesta, e da Gaio Aurelio Cotta, zio dello stesso Cesare: si limitò ad esiliarlo, affermando che presto il giovane sarebbe stato potente quanto dieci Mario e fatale per gli ottimati che aveva passato la vita a difendere.
Temendo per la propria vita, Cesare partì ritirandosi prima in Sabina e poi per il servizio militare in Asia, come legato del pretore Marco Minucio Termo, che lo volle a Nicomedia, presso la corte di Nicomede IV, re di Bitinia, regno ellenistico fondato nel 297 prima di Cristo in Asia Minore. Come delegato della Repubblica romana, il giovane si trovò immediatamente a proprio agio tra gli agi della corte bitìnica, e ottenne da subito le simpatie del sovrano, che sollecitò a inviare la promessa flotta destinata ad aiutare i romani nell’ assedio del porto di Mitilene. Da parte sua, re Nicomede mostrò fin dal primo momento un debole per il giovane ufficiale e gli concesse senza discutere la flotta. Una volta consegnate le navi bitìniche a Minucio Termo, Cesare ritornò a Nicomedia, ufficialmente per riscuotere certi denari in nome di un liberto suo cliente: la notizia del ritorno alla reggia di Nicomede fece nascere a Roma i pettegolezzi più vivi, in quanto si vociferò che avesse ottenuto così facilmente le navi essendosi donato a lui in un rapporto pederastico. I primi avversari lo definirono «regina di Bitinia», e, più malignamente, «marito di ogni moglie e moglie di ogni marito». Tali nomignoli continuarono ad essergli costantemente appioppati per il resto della sua carriera.
Le famigerate liste di proscrizione volute da Silla;

Come legato di Minucio durante l’ assedio di Mitilene, Cesare partecipò per la prima volta a uno scontro armato distinguendosi per il suo coraggio, tanto che gli fu conferita la corona civica, che veniva concessa a chi, in combattimento, avesse salvato la vita a un cittadino. In seguito alle riforme promulgate da Silla, a chi fosse stata conferita una corona militare sarebbe stato garantito un seggo in Senato. Non seguì Minicio nel suo ritorno a Roma, rimanendo invece om Cilicia, ove partecipò a diverse operazioni militari che si svolsero in quella zona, come l’ azione contro i pirati, che avevano il loro punto di forza in quei luoghi, sotto il comando di Servilio Isaurico. In quanto patrizio, fu associato con alcuni incarichi a vari comandanti.
Roma al tempo di Cesare;

Dopo due anni di potere assoluto e aver attuato svariate riforme atte a ristabilire il primato degli aristocratici sulla Repubblica, Silla stupì tutta la Città eterna abbandonando completamente ogni carica, a cominciare da quella di dittatore a vita, e ritirandosi a vita privata nella convinzione di aver assicurato l’ ordine e la pace per lungo tempo. Il consueto sistema governativo era tornato in vigore, ma Cesare ritenne più saggio tornare a Roma solo alla morte di Silla, che avvenne nel 78 prima di Cristo, quando era ormai sessantenne, probabilmente a causa del cancro oppure per problemi al fegato derivanti dal troppo vino. Nel 76, ormai ventiquattrenne, ebbe dalla moglie Cornelia l’ unica figlia, Giulia, che un giorno avrebbe potuto usare come strumento diplomatico tramite un utile matrimonio con un uomo importante. Grazie ai voti acquistati con il denaro prestatogli da Marco Licinio Crasso, un ricchissimo e potente patrizio che tempo addietro aveva sostenuto Silla riuscendo poi a sfuggire alle persecuzioni di Mario e Cinna, nel 72 fu eletto tribuno militare e con questa carica si impegnò nel ripristino dei poteri dei tribuni della plebe che Silla aveva ridimensionato durante il suo governo. Non mancò mai di attaccare gli ottimati, ergendosi a fiero e importante rappresentante dei popolari. Nel 69 fu eletto questore e nello stesso anno, grazie a potenti appoggi, fu nominato governatore della Spagna, dove sgominò gli ultimi seguaci di Quinto Sertorio, un politico e militare seguace di Mario che aveva fomentato la ribellione spagnola dopo essersi guadagnato l’ appoggio della popolazione locale con un’ onesta amministrazione, e pacificò la popolazione con un’ amministrazione saggia. Si racconta che mentre era a Cadice, il giovane Cesare osservò una statua di Alessandro Magno, suo grande idolo, e si commosse fino alle lacrime: «Non sembra che ci sia motivo di addolorarsi se alla mia età Alessandro regnava già su tante persone, mentre io ancora non ho fatto nulla di notevole?».

Tornato all’ Urbe ricco e potente ma escluso dalla candidatura a console dal Senato con uno stratagemma, ossia il conferimento di un trionfo i cui festeggiamenti l’ avevano trattenuto in Spagna, dopo la morte della moglie Cornelia nel 68 sposò Pompea, nipote di Silla, e fu eletto edile curule nel 65. Divenuto nuovo capo del partito popolare, conquistandosi le simpatie di tutta la popolazione romana, due anni dopo, complice un enorme prestito ottenuto da Crasso, ottenne un grandissimo trionfo con l’ elezione a pontefice massimo, capo del collegio di sacerdoti che presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso, comprendendo perfettamente quale aspetto avrebbe avuto la sua figura se insignita della carica di tutore del diritto e della religione romana. Partecipò alla prima congiura organizzata da Lucio Sergio Catilina, un nobile decaduto che gli promise un ruolo importante: la cospirazione, che avrebbe portato all’ elezione di Crasso come dittatore e di Cesare a suo magister equitum, fallì per l’ improvviso abbandono del progetto da parte di Crasso, o forse perché Cesare si rifiutò di dare il segnale convenuto che avrebbe dovuto dare inizio ad un assalto al Senato. Quando il piano fu scoperto pur senza prove certe da Marco Tullio Cicerone, console in quell’ anno, Lucio Vezio, amico di Catilina, fece i nomi di alcuni congiurati, come quello di Cesare, che venne scagionato grazie al tempestivo intervento di Cicerone.
L’ anno dopo, nel 62, Publio Clodio Pulcro, amante di Pompea, si introdusse in casa di Cesare, dove la stessa moglie di Cesare stava preparando le celebrazioni per la festa di Bona Dea, aperta alle sole donne: scoperto mentre era travestito da ancella, fu da subito al centro di un enorme scandalo che lo portò ad essere processato per sacrilegio, mentre Cesare, in una posizione assai delicata, ripudiava la moglie pur senza accusarla di adulterio con la scusa secondo cui lei doveva rimanere al di sopra di ogni sospetto, rifiutandosi di testimoniare contro Clodio al processo perché consapevole di aver bisogno di lui sul piano politico. Il dissoluto venne completamente assolto dagli inquirenti, che evitarono tanto l’ ira del popolo in caso di colpevolezza quanto quella dell’ aristocrazia.
Pompeo Magno in una raffigurazione odierna;

Desideroso di ascendere alla carica di console, Cesare si avvicinò a Gneo Pompeo Magno, un generale che si era distinto durante la guerra civile dell’ 83-82 prima di Cristo come principale luogotenente di Silla, oltre che contro Sertorio, gli schiavi di Spartaco, i pirati del Mediterraneo e Mitridate VI del Ponto, a cui il Senato aveva respinto la richiesta di distribuire terre ai soldati come premio per l’ impegno in guerra, e a Crasso, che era stato a capo della spedizione contro la rivolta di Spartaco. I tre si incontrarono a Lucca nel 60, e strinsero un accordo noto come «primo triumvirato», nel quale si impegnarono ad aiutarsi l’ un l’ altro contro l’ aristocrazia senatoria e contro Cicerone, scomodi a tutti e tre: Cesare ottenne il consolato per il 59, e fece in modo che ai veterani di Pompeo e ai cittadini più poveri venissero distribuite le terre, e che il Senato ratificasse i provvedimenti presi da Pompeo in Oriente, favorendo peraltro la classe dei cavalieri che appoggiava Crasso. Pompeo ebbe il governatorato della Spagna e Crasso quello della Siria. Per vincolare l’ alleanza con il potente Pompeo, Cesare gli offrì in moglie la giovane figlia Giulia, ormai diciassettenne. Nello stesso periodo, l’ erede della gens Iulia sposò la sua ultima moglie, Calpurnia, figlia del senatore Lucio Calpurnio Pisone.
Marco Antonio;

Il potere e il successo raggiunti ancora non bastavano a Cesare, in quanto gli mancava ancora la grande gloria derivante da una particolare impresa militare. Quanto aveva fatto in Oriente e in Spagna era poca cosa, quindi in previsione della fine del proprio mandato consolare, grazie al supporto di Pompeo e Crasso ottenne il governatorato della Gallia Cisalpina e di quella Transalpina per i successivi cinque anni: poiché la situazione in quei territori era confusa per la tradizionale e cruenta rivalità tra le varie tribù celtiche, l’ erede della gens Iulia intuì che una conquista atta a portarvi la pace romana gli avrebbe valso una reputazione ed un prestigio a dir poco immensi. Prima di lasciare Roma, nel marzo del 58 incaricò Publio Clodio Pulcro, ora tribuno della plebe e che teneva sotto scacco dai giorni dello scandalo della Bona Dea, di fare in modo che Cicerone fosse costretto a lasciare la città: Clodio fece approvare una legge con valore retroattivo che puniva tutti coloro che avevano condannato a morte uno o più cittadini romani senza concedere loro la possibilità di una commutazione in altra pena se così stabilito da un giudizio popolare. Cicerone fu quindi condannato per il suo comportamento in occasione della congiura di Catilina, al termine della quale aveva promosso alcune condanne a morte, e venne esiliato dalla Città eterna e allontanato la vita politica: in tal modo Cesare volle accertarsi che in sua assenza il Senato non prendesse decisioni che compromettessero la realizzazione dei suoi piani. Allo stesso scopo, si liberò anche di un altro potente e illustre ottimato proverbialmente ostile a tutti e tre i triumviri, Marco Porcio Catone, che venne allontanato da Roma come propretore a Cipro. Detto «Minor» per distinguerlo dal suo celebre avo Marco Porcio Catone, questi era peraltro fratello di Servilia Cepione, celebre amante di Cesare e madre del giovane Marco Giunio Bruto. Una volta copertesi le spalle dagli individui più pericolosi, per evitare di divenire oggetto di accuse legali dai suoi avversari, Cesare si appellò con astuzia alla lex Memmia, secondo cui nessun uomo che si trovava oltre i confini italici con incarichi per conto della Repubblica potesse subire alcun processo giuridico.
Cesare durante la guerra gallica;

Raggiunta nel 58 prima di Cristo la Gallia Cisalpina, la stessa frontiera settentrionale da cui, secoli prima, erano transitati quei Galli giunti quasi alla conquista del Campidoglio, e abitata da tribù assai turbolente, il novello condottiero avviò una campagna di conquista dal fiume Reno fino alle coste atlantiche, che gli diede finalmente l’ occasione di mettere in luce le sue capacità di condottiero militare. Coltivò uno splendido rapporto con i suoi legionari, tanto da divenire il perfetto esempio di autorità sul personale e di arte del comando. Diede primaria importanza alla forma e all’ esempio, curando in modo particolare l’ abbigliamento militare in quanto considerava l’ eleganza come un vessillo ed un chiaro messaggio di potere. Anche alle legioni imponeva armature finemente cesellate, in un formalismo esaltato anche dal valore dell’ esempio, come quando rinunciò ad utilizzare il cavallo nelle situazioni pericolose ed imponendo altrettanto ai suoi tribuni, convinto che soldati e ufficiali dovessero essere eguali nell’ affrontare i rischi. Sua preoccupazione costante fu poi l’ addestramento: il legionario romano doveva essere un formidabile camminatore ed un eccezionale zappatore, solo così sarebbero stati possibili movimenti a velocità doppia rispetto all’ avversario e lavori di fortificazione campale somiglianti ad opere di ingegneria militare.
Dapprima fronteggiò gli Elvezi, principalmente nelle battaglie presso Genava, con parziale vittoria, poi lungo il fiume Arar, dove riportò un buon successo, e infine a Bibracte, ove riuscì a battere un esercito nettamente superiore al suo. Terminata la guerra con gli Elvezi, quasi tutti i popoli della Gallia mandarono ambasciatori a Cesare per congratularsi della vittoria e chiesero di poter indire, per un giorno stabilito, un’ assemblea di tutta la Gallia. Il condottiero diede il proprio assenso, e procedette con la campagna senza perdere tempo. Divenuto ben presto un idolo per le sue legioni, in quanto parlava sempre con i soldati prima di una battaglia o di un evento importante per esaltarne lo spirito e per spiegare dettagliatamente lo svolgimento dell’ imminente lotta, rivolse la propria attenzione contro i Germani, comandati dal condottiero Ariovisto, che si era stabilito in Gallia per fondare un proprio dominio. Il capo germanico riuscì a circondare i romani e a impedire loro i rifornimenti, ma Cesare rovesciò la tattica contro di lui, tenendo con sé quattro legioni e inviandone altre due ad accerchiare gli assalitori. Ariovisto continuò a dare filo da torcere all’ esercito romano finché Cesare non gli lanciò contro la cavalleria: i germani fuggirono con difficoltà oltre il Reno, che il condottiero romano trasformò in quella che sarebbe stata la barriera naturale dei domini romani per i successivi cinque secoli.
Forte dei suoi successi, sorprendenti se non addirittura miracolosi data la quasi costante inferiorità numerica davanti al nemico, l’ erede degli Iuli continuò ad essere generoso con i suoi uomini, pur pretendendo molto e raccogliendone la fedeltà e la devozione in lunghi anni di serrato impegno. La vita dei suoi uomini gli fu sempre cara, pur trascinandoli in imprese eroiche, disperate e rischiose: «E’ dovere di un capo vincere non meno con il senno che con la spada.». Dotato di intuito e colpo d’ occhio particolari nell’ individuare il punto focale per l’ azione, di velocità di pensiero e di azione assolutamente sorprendenti, unitamente alla costante ricerca della sorpresa, seppe disorientare ogni suo avversario, e in un periodo in cui le guerre si svolgevano prevalentemente di giorno e nella bella stagione, si mosse più volte in pieno inverno per attraversare i teatri di battaglia. Diede molta importanza all’ individuazione dell’ obiettivo strategico nella distruzione delle forze avversarie piuttosto che con la conquista del territorio, conveniente specialmente nel caso di azioni a finalità dimostrative. Fu poi moderno anche per l’ estrema importanza che attribuiva alla propaganda e all’ immagine: durante le sue campagne, nelle brevi e convulse soste, riusciva a scrivere e a dettare ad un suo liberto il resoconto delle operazioni che poi faceva giungere rapidamente a Roma: nacque il «De bello Gallico», che costituì una vera e propria cronaca in diretta e in limpidissima prosa degli eventi e fece di lui il primo corrispondente di guerra.
Poco dopo, mentre procedeva con l’ occupazione di nuovi territori, Cesare dovette fare i conti con Vercingetorige, condottiero degli arverni, una numerosa, influente e agguerrita e popolazione della Gallia centrale. Figlio del nobile Celtillo, questi riuscì a coalizzare la maggioranza dei popoli gallici e dei loro comandanti, a dispetto delle radicate rivalità reciproche, cominciando ad attaccare le truppe romane con operazioni di guerriglia e terra bruciata sempre più insidiose. Il grande condottiero fronteggiò la rivolta con decisione, saccheggiando e distruggendo Avarico e Cenabum, ma venne duramente sconfitto a Gergovia nel 52 prima di Cristo, a causa dell’ indisciplina di una legione che, anziché rientrare, avanzò fino alle mura della città, mettendosi in serio pericolo. Tale sconfitta creò seri rischi per l’ esito della guerra gallica, ma la scelta di abbandonare l’ assedio dopo gli inutili assalti alla città consentirono a Cesare di inseguire i galli fino ad Alesia, massima roccaforte dei Mandubi, ove li sospinse astutamente a trincerarsi per poi assediare la città con due valli, fossati pieni d’ acqua, trappole, palizzate, quasi un migliaio di torri di guardia a tre piani, ventitré fortini, quattro grandi campi per le legioni  e quattro campi per la cavalleria, posti in luoghi idonei.
Per quattro giorni le legioni romane resistettero agli attacchi combinati dei Galli di Alesia e dell’ esercito accorrente, che il quarto giorno riuscì ad aprire una breccia nell’ anello esterno, ma fu respinto grazie all’ accorrere prima del legato Labieno, poi dello stesso Cesare, che riuscì a rintuzzare l’ attacco nemico al comando della cavalleria germanica e delle truppe di riserva raccolte lungo il percorso. Il nemico gallico fu accerchiato, con un’ abile manovra esterna. Era la fine del sogno di unità e indipendenza della Gallia, e Vercingetorige si consegnò spontaneamente al proconsole romano. I guerrieri di Alesia, così come i sopravvissuti dell’ esercito di soccorso, furono fatti prigionieri e in parte venduti come schiavi e in parte ceduti come bottino di guerra ai legionari di Cesare, ad eccezione dei membri delle tribù degli edui e degli arverni che furono liberati e perdonati per salvaguardare l’ alleanza di queste importanti tribù con Roma. Ridotta a provincia, la Gallia entrò a far parte del mondo romano, dovendo alla Città eterna e a Cesare non solo l’ ingresso nell’ orbita della civiltà mediterranea, ma anche la salvezza e la conservazione di quegli elementi celtici che l’ Urbe rispettò costantemente, in una grande opera che avrebbe dato all’ Europa occidentale l’ indelebile impronta latina e determinarne per secoli il pensiero e l’ azione.
La resa di Vercingetorige di fronte a Cesare;

Nel 50 prima di Cristo, dopo aver sedato le ultime rivolte galliche, soprattutto quelle i biturigi e i bellovaci, la guerra gallica poté definirsi finalmente conclusa, e Cesare decise di tornare a Roma, dove però erano cambiate molte cose. La morte di parto di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, aveva allentato il legame tra i due triumviri, mentre Crasso era caduto a Carre, in Mesopotamia, nella guerra contro i Parti. La gloria conquistata da Cesare in Gallia divenne motivo di viva preoccupazione per il Senato, che ne temeva il ritorno in patria, caduta nel disordine politico a causa degli scontri tra bande armate fomentate dal tribuno della plebe Publio Clodio e dal patrizio Annio Milone.
Il rispettato consesso dei patres si affidò pertanto a Pompeo, nominandolo in via straordinaria console senza collega, e Cesare si candidò prontamente al consolato. I senatori gli fecero sapere che la candidatura sarebbe stata accettata a patto che congedasse le legioni e rientrasse a Roma come privato cittadino: il condottiero intuì il pericolo che ne sarebbe derivata per la propria vita e rispose che avrebbe acconsentito se anche Pompeo avesse sciolto le legioni in Italia e rinunciato a quelle che comandava in Spagna. Il Senato rispose con un decreto con cui Cesare venne considerato nemico dello Stato, da combattere affinché cessasse di mettere in pericolo la Repubblica. Tre giorni dopo, il 10 gennaio del 49, Cesare si rivolse ai soldati che avevano combattuto con lui in Gallia e al comando di una legione non esitò a varcare il Rubicone, fiume che segnava il confine tra Gallia e Italia, violando la legge che impediva ai generali di entrare in Italia con l’ esercito come a suo tempo aveva fatto Silla, pronunciando la celebre frase: «Il dado è tratto!». A Roma era scoppiata la seconda guerra civile.
Cesare si prepara a varcare il Rubicone;

Scossi dalla notizia della nuova marcia su Roma e dalla fulminea avanzata di Cesare, a cui andarono incontro vecchi e nuovi sostenitori, Pompeo fuggì dalla Città eterna insieme ad un gran numero di senatori, tra cui Gaio Cassio Longino e lo stimato Bruto, e si stabilì in Grecia per preparare una risposta militare adeguata. Una volta presa l’ Itala, Cesare andò in Spagna, e dopo un breve ma durissimo scontro sbaragliò le forze locali dell’ avversario. Poi, un anno dopo, si recò a Farsalo, in Tessaglia, dove ottenne una grandiosa vittoria contro le legioni del genero. Perdonò i prigionieri, tra i quali vi erano Cassio e Bruto, e li liberò, e una volta saputo che Pompeo si era diretto in Egitto per ottenere l’ aiuto del giovane faraone Tolomeo XIV, appena tredicenne, lo inseguì rapidamente.
Sbarcato in Egitto, tuttavia, il grande condottiero ebbe una brutta sorpresa: i dignitari del sovrano lo accolsero con tutti gli onori e gli presentarono la testa mozzata di Pompeo, sperando di ingraziarsi il vincitore. Fu un calcolo sbagliato, perché invece Cesare rimase profondamente colpito e contrariato dalla tragica fine del grande avversario, e montò su tutte le furie: si disse che avrebbe voluto perdonarlo pur ridimensionandone il potere e tenendolo sempre d’ occhio, ricordando quanto in passato si fossero aiutati, e che lo rimpianse amaramente chiamandolo concittadino e genero. Tuttavia, in molti sospettarono che la corte egizia avesse semplicemente fatto il lavoro sporco al posto suo, permettendogli di passare per il vincitore clemente a cui era stata negata l’ opportunità di favorire la pace per il bene supremo della patria. Proprio in quel momento, però, fece un incontro destinato a mutare per sempre la sua vita: un servitore egizio chiese di essere ricevuto per potergli offrire un dono, un tappeto raffinato che srotolò ai suoi piedi svelando una giovane e bella donna, Cleopatra VII, sorella e consorte di Tolomeo, in lotta con lui per il controllo definitivo del trono dei faraoni. Il potente romano ne rimase folgorato, e se ne innamorò perdutamente: lei aveva vent’ anni, lui era sulla cinquantina. Fu così che decise di inserirsi nelle tortuose vicende dinastiche egizie, favorendo la caduta di Tolomeo e consolidando la posizione di Cleopatra, con cui intraprese una relazione intensa da cui nacque un figlio, Tolomeo Filopatore Filometore Cesare, meglio noto come Cesarione, ossia «piccolo Cesare».
L’ incontro con Cleopatra;

Dopo lunghi mesi trascorsi a godere delle meraviglie storiche e architettoniche nonché dei numerosi e sconfinati sfarzi d’ Egitto e persino di una crociera lungo il Nilo insieme alla potente e affascinante amante, discendente in linea diretta di Tolomeo, uno dei più stretti luogotenenti di Alessandro Magno, alla cui morte si era preso il regno d Egitto divenendone ufficialmente faraone, nell’ estate del 47 prima di Cristo Cesare partì per l’ Asia Minore, dove sconfisse Farnace, figlio di Mitridate, colpevole di essersi sollevato contro Roma, mentre in autunno, con la battaglia di Tapso, sconfisse i resti delle forze pompeiane sopravvissute a Farsalo. Nella primavera del 46, infine, rientrò alla Città eterna come trionfatore: la città lo accolse tributandogli ovazioni, acclamandolo come un grande eroe che aveva beneficiato il caput mundi più di ogni altro uomo venuto prima di lui. Impegnato in numerose opere di riforma, appena un anno dopo partì nuovamente alla volta di Munda, in Spagna, ove sconfisse una volta per tutte i figli di Pompeo, che avevano raccolto attorno a sé gli ultimi seguaci rimasti e scampati a Tapso.
Ormai padrone assoluto dello Stato, Cesare sorprese l’ intera Urbe in quanto non si vendicò dei propri nemici come invece avevano fatto Mario e Silla. Un’ ansia di realizzare le sue iniziative prese a divorarlo come un presentimento. Perdonò gli avversari, richiamò in patria gli esuli politici, premiò con terre e denaro i legionari, distribuì beni di prima necessità ai poveri, ridusse l’ impiego degli schiavi per aumentare le possibilità di impiego ai disoccupati, organizzò grandiosi spettacoli pubblici e colossali banchetti per il popolo. Abbellì la città, bonificò le Paludi Pontine e fondò nuove colonie in cui molti cittadini si trasferirono accentuando la romanizzazione di molti territori della Repubblica. Estese la cittadinanza a insegnanti e medici stranieri, favorendo l’ afflusso di intellettuali in città, e aumentò il numero dei funzionari dello Stato per migliorarne l’ amministrazione. La grande distribuzione delle terre permise la rinascita del ceto dei coltivatori, tanto prezioso per lo sviluppo delle campagne. Non abolì le magistrature, ma fece in modo che venissero attribuite a lui, divenendo di fatto un sovrano assoluto: coprì nuovamente il ruolo di console, preservò quello di comandante militare, e pur non essendo tribuno della plebe assunse alcune prerogative della carica come l’ inviolabilità e il diritto di veto. La sua posizione quale Pontefice massimo dava peraltro alla sua autorità un valore sacro. Posizionò i propri uomini nei posti principali della Repubblica, in modo tale da consolidare la propria posizione e assicurarsi che la sua grande visione politica divenisse realtà. Frenò la bramosia dei governatori delle provincie controllandone i poteri e diminuendo la durata dell’ incarico, promosse l’ incremento delle nascite premiando le famiglie numerose e favorì interventi a vantaggio dei lavoratori agricoli, riducendo il numero degli schiavi e fondando colonie ove avviò numerose opere pubbliche. Varò anche una riforma del calendario, che considerava un particolare simbolo del potere: tale miglioramento ebbe un solido fondamento scientifico perché raccordava i cicli lunari e solari. Il precedente calendario risaliva a Numa Pompilio, e prevedeva trecentocinquantacinque giorni e l’ inserimento non regolato da norme precise di un mese intercalare. Cesare introdusse l’ attuale anno di trecentosessantacinque giorni e ne impose l’ adozione in tutti i possedimenti romani, in sostituzione dei tanti e bizzarri metri locali. Il calendario giuliano, nella sua genialità, sarebbe rimasto invariato fino al successivo aggiustamento del 1582 con papa Gregorio XIII. Pur senza mai tralasciare gli ideali di democrazia che lo sospingevano fin dalla giovinezza, ormai ebbro di potere e gloria prese a comportarsi sempre più spesso da sovrano assoluto, denotando sempre più spesso sentimenti di durezza che sfociavano in avvenimenti quotidiani spiacevoli e mortificanti: irritabilità, presunzione e scortesia si sostituirono rapidamente alla proverbiale generosità e signorilità che negli anni la gente aveva imparato ad amare in lui. Forse le tare epilettiche si erano fatte più gravi. Invitò e accolse con tutti gli onori Cleopatra e Cesarione, tra il risentimento della popolazione per nulla attratta dai fasti orientali e l’ umiliazione della moglie Calpurnia, che incontrando personalmente la grande rivale rimase mortificata soprattutto per il fatto di non aver dato figli al legittimo consorte.
Alto, prestante e atletico, l’ età non aveva compromesso la vitalità e l’ avvenenza del grande discendente di Enea e Romolo, se non con la calvizie, un fatto che non riuscì mai ad accettare e che mascherò con vistose corone di alloro, tradizionale simbolo di vittoria e potere.
Marco Giunio Bruto;

Tra gli ottimati, frattanto, serpeggiava il malcontento. Cesare era divenuto di fatto un oppressore che aveva accentrato tutto il potere nelle proprie mani, approfittando delle divisioni interne e delle guerre civili. La Repubblica era stata concepita come un’ assicurazione di libertà data da un governo collegiale, come un sistema equo in cui il potere fosse detenuto entro certi limiti e per un periodo temporaneo: Cesare ne aveva smascherati i limiti e li aveva sfruttati per la propria ascesa. Da sempre fiero di essere discendente di dei e re, non faceva mistero sul fatto di ritenere la Repubblica il sistema ideale per Roma quando ancora era una tranquilla città-Stato: ora le cose erano cambiate, bisognava tornare al potere di uno solo. Il ritorno della monarchia, tuttora inammissibile agli occhi dei romani, era un pericolo più che mai inquietante.
Il 14 febbraio del 44 prima di Cristo, il Senato votò a maggioranza la nomina di Cesare a dittatore a vita, carica che di fatto legittimò i pieni poteri fino alla morte. Ma il senatore Cassio, ardente repubblicano, cominciò a muoversi contro di lui, e convinse alcuni senatori a unirsi nella lotta contro l’ uomo che voleva essere re. Si diffuse presto la voce che l’ oppressore volesse essere incoronato ufficialmente come nuovo sovrano, ma potevano essere soltanto dicerie opportunamente diffuse dai congiurati al fine di giustificare la propria causa. Di certo, Marco Antonio gli aveva già offerto la corona in pubblico, in parte per omaggiarlo e in parte nel desiderio di divenire suo erede al trono, ma Cesare aveva rifiutato. Il gruppo di senatori dissidenti, che di giorno in giorno aumentava, ebbe l’ appoggio entusiastico di Cicerone, e ottenne grande lustro con la partecipazione di Bruto, cittadino molto ammirato per la sua virtù e assai amato da Cesare, da cui era stato adottato come figlio, al punto che in molti mormoravano che fosse suo figlio naturale. Ironicamente, il giovane e ammirato aristocratico era discendente diretto di quel Lucio Giunio Bruto che aveva fondato la Repubblica dopo aver scacciato il disonorevole zio Tarquinio il Superbo: per le strade della città si sarebbe senz’ altro detto che con la partecipazione di un così ammirevole uomo la causa contro Cesare non poteva altro che essere buona e giusta. Dopo intense discussioni, si decise di uccidere il dittatore a vita, e si scelse di agire durante la seduta del Senato prevista il 15 marzo presso la Curia di Pompeo, uno dei tanti luoghi dove il consesso si radunava. Sarebbe stato il momento migliore per colpirlo, in quanto presto sarebbe partito alla volta di una nuova impresa bellica, un progetto grandioso e superiore ad ogni immaginazione con cui avrebbe oscurato anche la fertile fantasia del suo grande idolo, Alessandro Magno: la conquista della Partia, con cui avrebbe vendicato la sconfitta di Carre e la morte Crasso. Vinti i Parti, attraverso il Caucaso avrebbe raggiunto da Oriente i territori dei Germani per sottometterli definitivamente, in una manovra grandiosa e così ampia da oscurare le gesta di Alessandro. Pur vedendo determinati segnali nel corso delle settimane, il grande signore della Città eterna non riconobbe il nuovo grande nemico che stava attualmente prendendo corpo, ossia quello spirito repubblicano che si era consolidato nelle difficili situazioni dei cinque secoli precedenti della storia romana. Abbagliato com’ era dallo splendore della gloria e dei trionfi in battaglia, stordito dalle adulazioni e dalle piaggerie, Cesare non ebbe sentore della minaccia che si stava lanciando contro di lui, ma secondo alcuni vi si sarebbe abbandonato coscientemente mosso da una crescente vena fatalista.
Il mattino del 15 marzo, dopo aver confidato nei giorni precedenti a un caro amico di desiderare una morte rapida e improvvisa, era assai turbato: sua moglie Calpurnia aveva avuto un sogno premonitore e lo scongiurava di non uscire di casa, mentre gli indovini avevano fatto sapere di aver compiuto alcuni sacrifici il cui esito era nefasto. Il saggio Spurinna, uno dei loro più autorevoli esponenti, gli aveva detto chiaramente di guardarsi dalle Idi di marzo. Sulle prime, pensò di mandare Marco Antonio, il suo migliore amico e fidato luogotenente durante la guerra gallica, ad annullare la seduta prevista, ma i congiurati inviarono a casa sua Decimo Bruto per convincerlo a presentarsi in Senato, dal momento che i delegati lo stavano già aspettando: non si poteva annullare la seduta senza mancare loro di rispetto. Il condottiero diede ascolto a Decimo, che reputava un fedele amico, tanto da averlo nominato suo secondo erede nel testamento, e alle undici del mattino si mise in cammino fino alla Curia, senza la scorta di soldati ispanici che aveva sciolto poco tempo prima: solo i senatori e i suoi dignitari erano la sua «guardia».
Appena sedette, i congiurati lo circondarono come per rendergli onore, e uno di loro lo afferrò per la toga dando il segnale convenuto: la prima pugnalata lo colpì alla gola. Tentando di alzarsi in piedi, Cesare reagì afferrando il braccio dell’ assalitore e trapassandolo con l’ arma, ma venne presto colpito da tutte le parti, e volendo morire con dignità si coprì la testa con la toga, distendendola fino ai piedi e sopportando ogni colpo in silenzio, cadendo a terra agonizzante, ai piedi della statua di Pompeo. Mentre i senatori fuggivano spaventati e i congiurati ancora armati si riversarono nel Foro inneggiando alla libertà, Bruto gli diede il colpo fatale, all’ inguine, guardando la sua vittima morire dicendo:
«Anche tu, Bruto, figlio mio…».
L’ uccisione di Cesare;

I congiurati lasciarono il luogo del delitto convinti di aver salvato la Repubblica e ristabilito appieno le sue funzioni. La notizia dell’ assassinio si sparse rapidamente per l’ Urbe, e tre schiavi deposero pietosamente il cadavere su di una lettiga, riportandolo a casa. La capitale del mondo si fece deserta, tra negozi chiusi, strade vuote e la gente trincerata in casa. Nonostante i tentativi di Bruto, la calma non tornò e i congiurati scelsero di ritirarsi in un luogo sicuro. Qualcuno decise addirittura di unirsi agli assassini sperando di trarne vantaggio, pur non avendo partecipato ai fatti. Il successivo 20 marzo si tennero i funerali di Cesare, che venne cremato nel Foro. Gli assassini avevano inizialmente pensato di gettare il corpo nel Tevere subito dopo l’ assassinio, ma molti senatori, spaventati da quanto accaduto, erano immediatamente fuggiti. All’ estremo onore partecipò una folla commossa, e Marco Antonio pronunciò una toccante orazione funebre. Il defunto venne gloriosamente annoverato tra gli dei, e mentre il giovane Gaio Ottaviano, suo pronipote, figlio adottivo e principale erede testamentario, celebrava i primi giochi in suo onore, una cometa splendette per una settimana nei cieli: il suo spirito era stato accolto in cielo.
Dopo la morte di Cesare, la Repubblica fu sconvolta da tredici anni di guerra civile. Nessuno dei suoi assassini sopravvisse più di tre anni, e nemmeno morì di cause naturali: sconfitti da Antonio e Ottaviano a Filippi, Cassio si uccise con lo stesso pugnale usato contro Cesare, mentre Bruto si gettò sulla propria spada. Marco Antonio raccolse l’ eredità politica di Cesare e si innamorò di Cleopatra: quando si mossero contro Roma per fare di Alessandria d’ Egitto il nuovo centro del mondo, Ottaviano divenne il nuovo idolo del Senato e si mosse contro di loro. Sconfitti in battaglia, i due amanti si uccisero, lui con un colpo di spada e lei con il morso di un serpente. Cesarione venne ucciso per ordine di Ottaviano, che a quel punto compì il sogno di Cesare di instaurare l’ Impero, un sistema monocratico di tipo monarchico ma mascherato da Repubblica, assumendo il nome di Cesare Augusto.
Gaio Ottaviano, pronipote ed erede di Cesare;

Dopo oltre duemila anni dalla sua venuta, di Cesare si può tranquillamente affermare che abbia raggiunto il proprio desiderio di gloria, potere e, soprattutto, di immortalità. Ancora oggi, ognuno ha una propria immagine di questo personaggio dal temperamento vasto e dal genio poliedrico: il suo stesso nome è tuttora sinonimo di potestà imperiale, ad esso risalgono etimologicamente le denominazioni come zar e kaiser, così come fu sempre indicata con il nome di «cesarismo» qualunque monarchia non legittima sostenuta dalle armi e dal popolo, come quella incarnata da Napoleone I e suo nipote Napoleone III, suoi grandi ammiratori. Nemmeno il dittatore italiano Benito Mussolini seppe resistere al suo fascino e al desiderio di imitarlo. C’ è chi lo vede come un conquistatore o il fondatore di un nuovo ordine, un condottiero temerario, un elegante scrittore, un capo di Stato clemente e generoso oppure il freddo e subdolo artefice di un piano sottile e tortuoso per abbattere la Repubblica. Con una certa sicurezza si può affermare che sia stato tutte queste cose insieme: fu un prisma le cui molte facce presentarono ciascuna una realtà diversa dalle altre, ognuna delle quali nascondeva il mistero di un uomo che giunse relativamente tardi alla fama dopo aver trascorso anni in mezzo ai loschi traffici della politica e che alla fine, ottenuto il potere dopo esaltanti vittorie a cocenti sconfitte, proprio sul momento di instaurare una nuova monarchia universale si lasciò dominare da un inspiegabile senso di fatalità che lo fece cadere per mano degli avversari. Ma in mezzo a tutti questi interrogativi, quella che emerge senza ombra di dubbio è la figura complessa di un uomo capace di affascinare amici e nemici e di lasciare un’ impronta duratura nella storia, dando vita ad una costruzione politica che ha travalicato i secoli. Come non fare i conti con il Divo Giulio?