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martedì 1 ottobre 2019

La principessa che si fece monaca buddhista

Monaci buddhisti tibetani di scuola Gelug;

Complici le drammatiche vicende politiche del Tibet, che tra il 1949 e il 1959 venne gradualmente occupato dalla Repubblica Popolare Cinese, il cui governo sostenne di aver «riunificato un’ antica e importante regione occidentale della Cina alla madrepatria socialista, liberandola da un sistema teocratico e feudale sostenuto dagli imperialisti angloamericani», durante gli Anni Settanta e Ottanta il Buddhismo tibetano conobbe una notevole diffusione in Occidente, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, favorita in modo particolare dal casuale incontro tra alcuni hippies occidentali con quei lama e monaci tibetani che avevano avuto la fortuna di sfuggire in India settentrionale e Nepal, insieme a centinaia di tibetani di ogni ceto, tra nobili, monaci e gente comune che furono accolti come rifugiati politici. Il XIV Dalai Lama, allora ventiquattrenne, fu il senz’ altro il più noto tra tutti questi rifugiati politici.
Quello tra gli hippies occidentali e i monaci tibetani fu l’ incontro sorprendente tra due mondi estremamente diversi tra loro, che in circostanze normali non si sarebbero mai avvicinati: i primi erano in larga parte giovani disinseriti con alle spalle trascorsi drammatici, il più delle volte scanditi da problemi personali o famigliari, dalla droga o dall’ alcool, e quasi ognuno di loro era alla ricerca di valori alternativi, sicuri di poterli trovare nella celebre terra dei ràjah, che da migliaia di anni dava i natali a bramini, filosofi, mistici, santoni, yogin ed asceti isolatisi nella più assoluta e terrificante solitudine in eremi appollaiati su rocce lontane e inaccessibili, sulla cima di vette solitarie, dediti a tecniche meditative antiche, affascinanti e profonde, tenute rigorosamente segrete e trasmesse direttamente da un maestro a speciali discepoli attentamente scelti. Gli altri erano invece i riveriti custodi di una filosofia vasta e complessa da secoli tramandata in numerosi conventi simili a vere e proprie università in un Paese, il Tibet, il più alto e isolato al mondo, che da lungo tempo rappresentava un enigma per il mondo tranne che per sé stesso, da cui di tanto in tanto giungevano voci su divinità dall’ aspetto feroce, demoni dal terribile potere nocivo, spiriti protettori onnipresenti e onnivedenti, oracoli danzanti urlanti responsi di varia natura e lama dotati di immensi poteri miracolosi e guaritori.
Gli hippies erano un gruppo di persone del tutto fuori del comune, incuranti del proprio aspetto disordinato, con la barba folta e i capelli incolti, spesso vivacizzati dalle droghe. Per anni avevano vagato alla ricerca di divertimento o ispirazione spirituale, a volte solo per conoscere nuove sostanze stupefacenti, acculando una vasta varietà di concetti mistici e filosofici soggiornando in numerosi ashram. Costantemente alla ricerca del grande guru, si imbatterono nei lama tibetani in esilio, dai quali vennero accolti fraternamente ricevendo poi gli antichi insegnamenti del Buddha, stabilendo un profondo e variegato legame spirituale che portò molti di loro a farsi a monaci, mentre altri dopo alcuni anni tornarono a casa aprendo centri religiosi tramite i quali conservarono i propri contatti con rispettivi i maestri, che invitarono ufficialmente ad insegnare direttamente in Occidente, dando vita ad associazioni attive ancora oggi. Più o meno quanto l’ Induismo, la religione da cui scaturì, oggi il Buddhismo in ogni sua scuola è una realtà sempre più consueta nel nostro Ovest, e per entrare in contatto con esso non è più necessario partire alla volta di un lungo e faticoso viaggio alla volta degli angoli più remoti dell’ Oriente, basta infatti recarsi al vicino centro religioso ove spesso vive stabilmente un maestro qualificato ed educato alla maniera tradizionale. Appena quattro decenni fa, invece, entrambe le religioni erano ancora saldamente celate entro i confini della terra d’ origine o le mura delle comunità di espatriati in altri Paesi.
In questo vasto e articolato panorama di incontri tra pensieri e mondi diversi spicca il nome di un personaggio le cui vicende furono fondamentali nella diffusione del Buddhismo tibetano in Occidente, una persona unica nel suo genere, che visse un’ esistenza straordinaria dando imprevedibilmente inizio ad una diffusione su vasta scala degli insegnamenti dei lama in Europa, America ed Oceania. Una donna che fu la prima occidentale a richiedere gli insegnamenti a due giovani lama che in seguito avrebbero ottenuto largo seguito di discepoli in Occidente, andando tuttavia incontro ad uno strano destino che vide la sua vita infiorettarsi di un che di leggendario per poi avviarsi sempre più tra le nebbie del dimenticatoio: la donna mondana Zina Rachevsky, bella e giovane benestante di discendenza russa ed ebraica, discepola di lama Yeshe e lama Zopa, passata alla storia come una principessa fattasi monaca.
Zina Rachevsky nel 1953;

Zina Rachevsky nacque il 1° settembre 1930 all’ Ambassador Hotel di New York, figlia di Vladimir Rachevsky, un immigrato russo figlio di un colonnello caduto nel 1904 durante la battaglia di Port Arthur, scontro iniziale della guerra russo-giapponese, e Harriet Straus, figlia di Simon William Straus, un ricco banchiere ebreo di provenienza tedesca, fondatore della SW Straus & Co., istituto bancario molto attivo nel settore immobiliare, che a partire dal 1921 aveva concesso prestiti pari a centocinquanta milioni di dollari. Straus, che morì nello stesso anno della nascita della nipote, era peraltro proprietario degli Ambassador Hotel di New York, Atlantic City e Los Angeles.
I genitori si erano sposati in segreto a Parigi nel 1929, contrariamente al parere del padre di lei, che non vedeva di buon occhio l’ unione con un russo non ricco, ebreo ma convertito al Cristianesimo per evitare l’ antisemitismo e peraltro cognato di un membro dell’ ex famiglia imperiale. Alla neonata venne dato il nome di sua zia, sorella di suo padre e moglie del granduca Boris Vladimirovich Holstein-Gottorp, nipote dello zar Alessandro II e cugino di primo grado di Nicola II, riuscito a sfuggire alla Rivoluzione d’ ottobre e al cruento sterminio di Casa Romanov.

Fin da bambina, Zina fu uno spirito libero e anticonformista, una donna indipendente, assai forte e curiosa. Nel 1940 si trasferì in Francia, ove trascorse la giovinezza come personaggio del bel mondo. Appena diciottenne, nel 1948, sposò il conte Bernard d’ Harcourt, di ventitré anni, e da cui divorziò dopo appena due anni. Si diede alla musica, facendo la cantante e la ballerina negli spettacoli di cabaret, e fu allora che per la prima volta diede risalto all’ aspetto aristocratico della sua parentela facendosi impropriamente passare per una principessa russa, contribuendo a risaltare il proprio nascente personaggio. Nel 1949 ottenne una parte nel film «Maya», di Raymond Bernard, e nell’ aprile 1952 la stampa di Parigi diede ampio risalto alla sua relazione con Marlon Brando. Venne ingaggiata nel film «La vedova allegra», con Lana Turner, e nel decennio successivo ottenne svariati ruoli secondari. Scrisse di lei il giornalista Walter Winchell: «L’ affascinante Zina Rachevsky, meravigliosa signora del lusso (che è una discendente degli zar, non di tutti?) ha finalmente trovato la propria vocazione nel cinema italiano, in cui ciò che viene considerato grossolano fa di lei una sirena tettona e lussuriosa.».
Nel 1953 annunciò il matrimonio con il principe Mario Ruspoli, noto regista cinematografico, che tuttavia durò poco. Successivamente, nel 1955, la rivista Confidential la citò tra le donne che accusavano Burt Lancaster di abusi sessuali, mentre l’ anno seguente incappò in un grave scandalo in quanto nel suo appartamento venne trovata una grande quantità di stupefacenti: da qualche tempo, infatti, era amica di Timothy Leary, noto sostenitore dei benefici dell’ LSD. Sposatasi con il regista Conrad Rooks, ebbe due figli, Alex, nato nel 1958, e Rhea, classe 1966. Anche tale matrimonio cessò con un veloce divorzio.
Zina con lama Yeshe, a sinistra, e lama Zopa, a destra;

Nel 1965 ebbe inizio una serie di eventi molto particolari della vita di Zina. Stanca di un’ esistenza particolarmente pubblicizzata dai rotocalchi e intensa, e sempre più attratta dalla spiritualità orientale, dopo l’ iniziale incontro con le idee della Società Teosofica di Helena Blavatsky e la lettura di «La via delle nuvole bianche - Un buddhista in Tibet» di lama Anagarika Govinda, un tedesco che nei primi Anni Trenta si era recato in Tibet divenendo monaco e discepolo di ghesce Ngawang Kalsang, meglio noto come Domo Ghesce Rinpoche, nell’ aprile 1965, a due mesi dalla morte del padre a Parigi, insieme alla figlioletta Rhea giunse al Monastero di Ghoom, a Darjeeling, in India, dopo una sosta nello Sri Lanka, alla ricerca del celebre Domo Ghesce Rinpoche, ove fu presentata a lama Yeshe e lama Zopa, due giovani monaci reincarnati appartenenti al celebre Monastero di Sera, situato a Lhasa, capitale del Tibet, da poco scappati a seguito della repressione cinese contro gli ordini religiosi. Si racconta che lama Zopa fosse soprannominato Domo Rinpoche fin da quando viveva al Monastero di Dunkhar, e che Zina credette erroneamente che fosse il lama che stava cercando, quindi gli richiese se fosse disposto a darle insegnamenti su come raggiungere la Bodhi, il Risveglio buddhista: da questo insolito incontro sarebbe nata una profonda amicizia, e i lama avrebbero trascorso nove mesi ad insegnare presso di lei prima che partisse da Darjeeling per tornare in Sri Lanka a causa della scadenza del suo visto. La giovane scrisse numerose lettere al XIV Dalai Lama, pregandolo di permettere ai lama di raggiungerla, e una volta ottenuto il permesso tornò nella terra dell’ elefante, ma inaspettatamente si recarono a Dharamsala, residenza del Dalai Lama e sede del governo tibetano in esilio, ove Zina fu ordinata monaca novizia. Nel 1967 lama Yeshe, lama Zopa e la loro discepola lasciarono l’ India alla volta del Nepal, vivendo inizialmente vicino allo stūpa di Boudhanath, presso Kathmandu. Dopo alcuni anni, riuscirono ad acquistare un terreno sulla sommità di una collina vicina, Kopan, ove fondarono un monastero nel 1969, il cui edificio principale fu costruito tra il 1971 e il 1972, finanziato quasi esclusivamente dal crescente numero di discepoli occidentali dei lama, molti dei quali erano amici di Zina, attratti tanto dal Buddhismo tibetano quanto dal cambiamento avvenuto in lei.
In realtà, pare le cose siano iniziate in maniera differente, e meno romantica: negli anni, alcune persone informate sui fatti e consultate dai parenti di Zina riferirono in maniera confidenziale che mentre lei era alla ricerca di Domo Ghesce a Darjeeling, i due lama sentirono parlare di questa «ricca statunitense» appena giunta sul posto, e iniziarono a corteggiarla, anzi a «dirottarla», mirando al suo patrimonio e alle sue risorse europee e statunitensi, ai quali avrebbero aggiunto i propri legami politici e religiosi. Non avevano mai insegnato a un occidentale prima di allora, ma la accettarono come discepola senza problemi: lei portò altri discepoli europei e statunitensi a studiare presso di loro, acquistò un terreno e rese possibile l’ apertura del Monastero di Kopan. Sembra che Zina volesse fondare un convento femminile, idea a cui i lama si sarebbero opposti preferendo avviare un centro di ritiri. La giornalista britannica Vickie McKenzie, che conobbe personalmente sia lama Yeshe che lama Zopa, divenendone discepola, scrisse un libro, «Reincarnazione - Il piccolo grande lama», in cui raccontò quella che ormai è considerata la versione ufficiale della storia di Zina e del suo incontro loro, ritenuta veritiera solo in piccola parte, essendo basata prevalentemente su elementi leggendari:
«Un giorno del 1965 accadde una cosa straordinaria. Nella loro stanza apparve la figura più improbabile di tutte. Una bella, giovane e bionda principessa di origine russa, di nome Zina Rachevsky. Cercava Domo Ghesce Rinpoche, senza dubbio ispirata alla figura romantica del libro di lama Govinda, ed era stata erroneamente condotta da lama Zopa, noto anche come Domo Rinpoche sin dal suo soggiorno al Monastero di Dunkhar, in Tibet. Ignara dell’ errore, avanzò e chiese audacemente: ‘Come posso trovare la pace e la liberazione?’.
Dire che i due lama rimasero sorpresi sarebbe poco. Nessuno straniero, in particolare il famigerato barbaro occidentale, era mai entrato nei loro alloggi prima. Nessun barbaro aveva mai parlato con loro in quel modo prima di allora, e certamente neppure aveva mai parlato di volere l’ Illuminazione. Ma Zina Rachevsky non era una persona normale. La sua vita era, a suo modo, straordinaria quanto quella dei due lama. Suo padre era un principe russo, un Romanov fuggito alla rivoluzione russa, sua madre un’ ereditiera, una delle donne più ricche degli Stati Uniti. Zina era cresciuta a Hollywood ed era diventata un prodotto tipico della mecca del cinema, viziata, precoce, insicura, in cerca di attenzione, profondamente infelice. Già da adolescente era più di una volta finita sui giornali, non solo per il suo ingresso nel mondo delle dive, ma anche per il coinvolgimento in vari scandali legati alla droga. Era bellissima, formosa, sexy, una nuova di Marilyn Monroe, scatenata e determinata a vivere ai limiti. Quando incontrò lama Yeshe era letteralmente sfinita. Le droghe, l’ alcool, le lunghe nottate, la vita dispendiosa e le troppe relazioni avevano avuto il loro peso. Ai lama parvero giustificati i pregiudizi dei loro compatrioti nei riguardi dei demoni occidentali degenerati, non spirituali, quindi per un po’ non dissero nulla, si limitarono a guardare. Faceva sul serio? Mentiva? O era, come intuiva lama Yeshe, qualcuno di molto speciale? Con la sua saggezza decise di metterla alla prova. Mi disse: ‘In qualche modo, con il mio inglese limitato, le diedi una risposta e dopo un’ ora disse che doveva andarsene. Fui sorpreso quando chiese se potesse tornare il giorno dopo. Le dissi che andava bene. E lei venne a fare altre domande, e le diedi alcuni insegnamenti. Per una settimana venne a trovarci con la jeep, e poi ci chiese se fossimo disposti ad andare a trovarla.’. Lama Yeshe esitò per un momento. Il passo che stava per compiere era irrevocabile. A questo punto intervenne lama Zopa. Con tutto lo zelo del suo giovane cuore di bodhisattva implorò lama Yeshe più e più volte di non abbandonare questa donna giunta a cercare il suo aiuto. Lama Yeshe ancora era incerto. Lama Zopa sapeva che cosa stava chiedendo? Capiva l’ enorme responsabilità che stavano per prendere e che sarebbe ricaduta sulle loro spalle? Era preparato a tutto ciò che sarebbe avvenuto? Ma il voto del bodhisattva, che avevano entrambi fatto, non è scritto sulla sabbia, dove la marea può spazzarla via, ma è inciso sulla roccia ove resta per sempre. Entrambi sapevano, ovviamente, che non potevano rifiutare chiunque cercasse sinceramente la verità. E così lama Yeshe e lama Zopa misero in moto la Ruota del Dharma a beneficio dell’ Occidente, e nei successivi nove mesi diedero a Zina Rachevsky ogni giorno gli insegnamenti che desiderava con tanta serietà. Deve essere stato uno scambio affascinante per entrambi. Se Zina era incuriosita dai sant’ uomini in cui si era imbattuta, loro dovevano essere altrettanto colpiti da lei. Come mi disse lama Yeshe: ‘Era molto insoddisfatta di tutto! Disse che la sua vita era vuota e non aveva sapore. Aveva fatto tutto, ma non riusciva ancora a trovare soddisfazione. Potevo capire quello che stava dicendo. In confronto a lei, io non avevo nulla: non una patria, non una casa, niente denaro, nessun bene personale, nessuna famiglia, eppure avevo tutto. Con Zina, e più tardi con gli altri discepoli occidentali, iniziai ad indagare sul loro stile di vita. Mi resi conto che ciò che mancava a Zina era la comprensione di sé stessa, della sua vita interiore. Le mancava la comprensione del suo potenziale per essere felice. Pensava che la felicità venisse dall’ esterno, non dall’ interno.’.
Zina aveva finalmente trovato una ragione di vita, che le era sempre mancata nella sua frenetica e triste esistenza. Alla fine dei suoi nove mesi di insegnamento privato, la scadenza del suo visto la costrinse a tornare in Sri Lanka. Scrisse poi molte lettere al Dalai Lama supplicandolo di permettere a lama Yeshe e lama Zopa a farle visita in Sri Lanka. Quando il permesso venne accordato, Zina tornò in India a prenderli, ma sul momento decise di andare insieme a loro prima a Dharamsala per tentare di ricevere un’ udienza presso Sua Santità. Al suo arrivo, si convinse che la sua vera vocazione fosse quella di diventare monaca. Di nuovo, lama Yeshe esitò. Avere una discepola occidentale era una cosa, un’ altra era averla con la testa rasata e le vesti rosse. ‘Ci pensai per un po’.’ ammise ‘Poi decisi che andava bene. Sembrava addirittura una buona idea. Quindi chiesi personalmente al Dalai Lama se avrebbe dato a Zina l’ ordinazione.’.».
il Monastero di Kopan;

Tra le pagine del suo libro, un’ opera saggistica che vendette un numero di copie notevolmente elevato in breve tempo, la cronista britannica dipinse un ritratto suggestivo di Zina, ma non propriamente corretto. Suo padre, innanzitutto, non era un principe, ma semplicemente cognato di un membro di un ramo cadetto di Casa Romanov, che in quanto tale aveva ricevuto il titolo granducale. I suoi genitori si erano sposati dodici anni dopo l’ avvento del Bolscevismo, evento traumatico che non videro con i propri occhi. La versione ufficiale riportata dalla McKenzie esclude la possibilità che lama Yeshe e lama Zopa abbiano pensato a Zina circa le possibilità che la sua ricchezza avrebbe offerto alla loro causa, presentando loro come nobili e puri, assolutamente disinteressati alle opportunità terrene, e lei come una viziata finita allo sbando per poi essere redenta dal Buddhismo. Certamente, la giovane donna aveva vissuto alcuni eccessi e, analogamente a tanti altri occidentali, aveva perduto la fiducia nelle tradizioni e nei valori tipici dell’ Occidente, finendo con il cercare e trovare risposte nella tradizione orientale, ma probabilmente i lama rimasero colpiti e suggestionati dalla sua maestosità e dalle sue disponibilità finanziarie, quanto effettivamente dalla possibilità di insegnare a uno straniero venuto da un mondo lontano. Tutte cose da cui avrebbero ricavato una posizione utile e vantaggiosa. Occorre tenere presente che l’ incontro tra il Tibet e l’ Occidente fu come una collisione in volo tra due realtà contrastanti. Tibetani e occidentali erano entrambi gruppi di esuli, fuggiaschi in direzioni opposte: i primi erano in fuga dall’ invasore cinese e comunista, gli altri dalle famiglie in crisi, dalla Guerra fredda, dal sistema militaristico e industriale. I tibetani volevano sopravvivere in un mondo a loro estraneo e non amico dal quale temevano di non potersene mai più andare, mentre gli occidentali si rivolgevano a loro nella speranza che le affascinanti intuizioni del Buddhismo risolvessero le loro angosce esistenziali. Entrambe le parti cozzarono tra loro nei cieli dell’ India, e curiosamente nessuna capiva veramente i bisogni dell’ altra.
Quanto alla «vita vuota e senza sapore» di Zina, si può affermare che si tratti di una semplice esagerazione, atta a porre l’ opera missionaria dei lama sotto una luce opportunamente favorevole. La madre Harriet e le sue sorelle erano famose per aver vissuto in maniera un po’ animata negli anni giovanili, ma in famiglia avevano atteggiamenti più miti e, come spesso accade alle persone facoltose, le loro vicende vennero amplificate dai pettegolezzi fino a farle sfociare in scandali ripresi e ingigantiti dalla stampa. Chi conobbe Zina la descrisse come una persona intelligente, motivata, creativa e avventurosa, per nulla «viziata, in cerca di attenzione e profondamente infelice» come riferito dalle pagine del libro della McKenzie, molto probabilmente basato su notizie curiose riferite da altri e quindi facilmente manipolabili al punto da sconfinare nella favola. L’ autrice non conobbe personalmente Zina, e non citò le proprie fonti nel testo, che negli anni divenne una delle principali descrizioni del personaggio, segnandolo come moralmente e spiritualmente carente in confronto ai nobili e puri lama, un quadro ampiamente ripreso dalle pubblicazioni sia cartacee che informatiche sulla storia di lama Yeshe.
Zina, monaca buddhista, nel 1970;

La vita straordinaria di Zina, e la sua intensa avventura nel mondo dei monaci, della meditazione, dei tantra, del guru yoga, dei mantra e degli yidam cessò improvvisamente in modo altrettanto insolito e drammatico.
Dopo la realizzazione del Monastero di Kopan, lama Yeshe stabilì che per lei fosse meglio dedicarsi alla meditazione, quindi la inviò in una grotta in montagna nei pressi del Monastero Thubten Choling, con il compito di trascorrervi tre anni, dedicandosi alle tecniche che le aveva insegnato e recitando tre milioni e seicentomila mantra. Lei accettò, in ottemperanza alla tradizione del Buddhismo tibetano, secondo cui la devozione al maestro, indicato come radice di ogni virtù, è il fondamento del sentiero, e solo affidandosi del tutto a lui e seguendolo costantemente con fede e assoluta dedizione in ogni cosa si raggiunge velocemente la buddhità, sebbene all’ inizio la completa solitudine le parve terribile, passando la maggior parte del tempo a scrivere sul suo diario. In un secondo momento, però, si adattò ed entrò nello spirito del ritiro. Giunta a metà del periodo ricevette una visita di lama Yeshe, partito appositamente da Kopan dopo un volo di due ore, nonostante l’ inizio della stagione dei monsoni che rendeva difficili i voli nella zona di Katmandu. Maestro e discepola trascorsero insieme dieci giorni, finché lui non fece rientro a Kopan. Lei morì improvvisamente un mese e mezzo dopo, il 20 ottobre 1973, ad appena quarantatré anni, nel pieno della pratica meditativa, nella posizione del loto, dopo una lunga e intensa sofferenza allo stomaco, assistita da un monaco trentenne, Norbu, e dalla figlia Rhea, di appena sette anni. Si disse che fosse stata colpita dall’ epatite o dalla peritonite, oppure che avesse ingerito cibo dannoso. Poco prima della morte di Zina, alcuni ufficiali di polizia, sapendo che era ormai prossima al decesso, giunsero all’ eremo per domandare se avesse dato disposizioni circa le sue proprietà e il patrimonio sul suolo nepalese. La piccola Rhea rispose che non vi era nulla di cui preoccuparsi poiché tutto era già stato affidato a due monaci occidentali, uno dei quali, Ngawang Chötak, era statunitense e risiedeva al vicino Thubten Choling. Zina si spense recitando mantra e tenendo in una mano una mālā, ossia un rosario per la recitazione dei mantra, e la mano di Rhea nell’ altra. I monaci raccontarono che, analogamente ai grandi yogin e praticanti del Buddhadharma, quando smise di respirare rimase ulteriormente in meditazione per tre giorni, salda nella postura meditativa, tanto da sembrare ancora viva. Al terzo giorno, infine, il suo volto si sarebbe afflosciato e il colorito sarebbe mutato, mentre il cadavere avrebbe iniziato a emanare cattivi odori. Venne quindi trasportata fino all’ area del monastero addetta alle cremazioni, e le sue ceneri vennero suddivise tra varie abbazie tibetane.
Lama Yeshe;

La sua morte prematura fu una tragedia, tuttora avvolta nel mistero. Avvenne al culmine della sua esistenza, con la mente e il cuore profondamente dediti alla spiritualità, e come spesso accade alle persone particolari coinvolte in imprese singolari non poté assistere al compimento di ciò a cui aveva inconsapevolmente dato inizio. Appena due mesi dopo, nel dicembre 1973, con l’ avvicinamento di sempre più occidentali al Buddhismo tibetano, il Monastero di Kopan divenne la sede dell’ International Mahayana Institute, organizzazione composta da monaci e monache occidentali, che funse da base di un nuovo Sangha, ossia comunità spirituale in sanscrito, che in quel momento contava una trentina di discepoli, seguendo un programma di lavoro, studio e ritiro meditativo ideato affinché dedicassero completamente le proprie vite all’ insegnamento buddhista. In seguito, furono pubblicati insegnamenti e traduzioni redatti dai lama ed organizzati ritiri individuali e di gruppo per meditatori interessati e appartenenti ad ogni genere di tradizione religiosa. In seguito, furono acquistati terreni a Dharamsala, ove vennero aperti nuovi centri di ritiro e librerie. Negli anni furono aperti numerosi centri buddhisti anche in Occidente, ad opera di quei discepoli che dopo un periodo in Oriente scelsero di tornare a casa pur continuando a conservare il proprio legame con lama Yeshe e lama Zopa, diffondendo i loro insegnamenti e raggruppati in un’ organizzazione dedita a svariate attività connesse alla preservazione del Buddhismo tibetano nei Paesi occidentali, tra monasteri, centri di ritiro, case editrici, negozi di artigianato religioso e molto altro.
La diffusione del Buddhismo tibetano raggiunse livelli singolarmente alti, superando quella della maggior parte delle altre scuole, come lo Zen e il Theravada, o quanto raggiunto dall’ Induismo, eppure Zina venne gradualmente dimenticata dalla comunità spirituale sorta intorno a lama Yeshe e a lama Zopa, che relegò la sua vicenda a determinati accenni opportunamente ritoccati in modo da conferire un’ aura di nobiltà e autorità ai due giovani lama, sfuggiti da un Paese oppresso eppure entrati in contatto con un mondo nuovo che, pur vantando immensi progressi materiali, soffriva di una profonda crisi di valori a cui avrebbero opportunamente saputo rimediare trasmettendo quegli antichi e misteriosi insegnamenti custoditi rigorosamente tra i monasteri di montagna rimasti isolati per secoli. All’ inizio degli Anni Ottanta, tuttavia, alcuni parenti di Zina che non l’ avevano conosciuta personalmente visitarono il Monastero di Kopan alla ricerca di qualcuno che l’ avesse incontrata, volendo in qualche modo scoprire chi fosse stata ed entrare in contatto con il suo spirito e le sue motivazioni: al ritorno negli Stati Uniti riferirono che dopo molte difficoltà trovarono solamente un paio di persone disposte a parlare, ma con tale ritrosia da rendere assai penosa la conversazione su di lei, il suo ruolo nel varo del centro e quel che fece mentre visse colà. La gente tendeva abilmente ad evitare tutto ciò che riguardasse Zina, rispondendo che chi avrebbe saputo adeguatamente rispondere era via oppure estremamente occupato. La maggior parte dei presenti disse che nessuno la conosceva.

Lama Zopa;
Nella vita di alcune persone esiste materiale a sufficienza per poter parlare di persone uniche, di esistenze straordinarie. Oscar Wilde, riassumendo in poche parole l’ atteggiamento che le persone famose hanno rispetto alla propria popolarità, disse: «C’ è solo una cosa peggiore del fatto che si parli di qualcuno, ed è che non se ne parli.». Senza dubbio, tutto questo fu vero per Zina. Una parte di lei era la ragazza privilegiata, dal carattere vivace e anticonvenzionale, l’ altra invece era la donna alla ricerca di un ambiente e di un’ attività adatti a lei. Entrambi questi aspetti la condussero in Oriente, un luogo molto lontano e diverso da quanto a cui era abituata, contribuendo senza saperlo alla scoperta di un sistema religioso e spirituale vasto e complesso, rimasto isolato per secoli tra le più alte montagne del mondo, e ad avvicinarlo al moderno Occidente.
Fu una pioniera vera e propria, e nel corso della sua breve esistenza indossò abiti molto diversi, quelli della ricca ereditiera russo-ebraica, seguiti da quelli dell’ attrice e donna di spettacolo, da quelli di figlia dei fiori e, infine, dalla tonaca rossa e gialla dei monaci buddhisti tibetani. Ritocchi propagandistici a parte, visse un’ esistenza variegata, intensa e suggestiva, assai complessa.

lunedì 19 novembre 2018

Gangchen Rinpoche, gli intrighi, il doppio gioco e le faccende poco limpide di un lama tibetano

Gangchen Rinpoche;
«Visto che va tanto di moda il pettegolezzo, io vi porto un pettegolezzo di pace. Il nostro corpo e la nostra rinascita non sono indipendenti dalle condizioni ambientali e la cultura violenta di oggi influisce su di noi. Bisogna trovare valori comuni e la base può essere la pace, un valore che ognuno dovrebbe coltivare dentro di sé. La pace è la giusta medicina che fa bene alla salute mentale e anche il messaggio autentico per le future generazioni.» Gangchen Rinpoche;


Secondo la tradizione, e così come viene riferito nel canone pāli, la più antica raccolta di testi buddhisti pervenuta integralmente fino ad oggi, nel 530 prima di Cristo, il principe Siddhattha Gotama, che a seguito di un’ intensa ascesi spirituale scandita da faticosi autocontrolli fisici e intense meditazioni aveva da poco raggiunto il Risveglio ai piedi di un albero di pippal nei pressi di Bodh Gaya, nell’ India settentrionale, giunse a Benares, a circa dieci chilometri a nord di Varanasi, la città sacra degli induisti, meta costante di pellegrinaggi votivi, ove tenne il Dhammacakkappavattanasutta, ossia il Discorso di Benares, il suo primo insegnamento, rivolto ai a cinque discepoli di famiglia brahmanica con cui precedentemente aveva condiviso alcune severe pratiche ascetiche volte alla realizzazione della buddhità, ma senza successo. In tale discorso, sutta in lingua pāli, spiegò i principi delle Quattro Nobili Verità, secondo le quali la sofferenza esiste, trae la sua origine nel desiderio egoistico e cessa eliminando l’ ego attraverso il Nobile Ottuplice Sentiero, una via di addestramento spirituale basata su di un’ esistenza virtuosa orientata alla rettitudine: retta comprensione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retta condotta di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione.
Nei duemilacinquecento anni dalla venuta del Buddha Śākyamuni, come Siddhattha venne ricordato a seguito di questo originario sermone, il suo insegnamento, detto Buddhadharma oppure Buddhismo, si è suddiviso in numerose scuole di pensiero ciascuna contraddistinta da specifiche tecniche meditative e visioni mistiche, tuttavia accomunate dalla stessa filosofia di base, nonché dalla dottrina del Nobile Ottuplice Sentiero, che ha preservato per intero il proprio valore tanto per i maestri e i monaci quanto per i praticanti laici. A onor del vero, appare evidente quanto non sia necessario aderire ad una religione o ad una filosofia in particolare per comprendere che un’ esistenza lontana dagli eccessi tanto del piacere quanto dell’ ascetismo sia la migliore se si vuole trascorrere una vita serena, priva di dolore inutile: dalla culla alla tomba si affronta già abbastanza sofferenza, senza bisogno di cercarne altra con una condotta inadeguata o eccessiva. Saggezza, moralità e disciplina mentale sono pertanto valori universali che ogni persona, credente o no, può e deve sviluppare per essere felice e possibilmente contribuire al bene di chi la circonda. Chi invece sceglie di aderire ad una particolare religione dovrebbe seguirne diligentemente i principi, e i maestri che la tramandano alle nuove generazioni dovrebbero dare per primi l’ esempio praticando tutto ciò che insegnano. E’ un dato di fatto che le guide spirituali godono di enorme potere, in quanto possono influenzare assai facilmente il pensiero di moltissime persone presentandosi abbigliati in un determinato modo, esponendo idee filosofiche esotiche e complesse, promettendo miracoli tramite poteri maturati durante intensi ritiri spirituali nel cui corso hanno padroneggiato tecniche meditative articolate e misteriose trasmesse in segreto da maestro a discepolo.
Durante il Novecento, tutte le scuole buddhiste hanno suscitato un profondo interesse in Occidente, incuriosendo studiosi e gente comune e riscuotendo generali consensi tra la popolazione, prevalentemente di tradizione cristiana, quale modo di vivere pacifico in armonia con tutte le cose viventi, animato in modo particolare dal principio della reincarnazione, secondo il quale ogni essere che muore rinasce in eterno assumendo forme e sesso differenti fino al compimento della buddhità, la piena maturazione spirituale sull’ esempio del Buddha Śākyamuni che apre le porte del Nirvana, stato di perfetta beatitudine che porta alla cessazione della sofferenza e quindi del ciclo di nascita, morte e rinascita alla base dell’ esistenza. Il Buddhismo tibetano è oggi una delle scuole più note e seguite a livello mondiale, complice l’ invasione del Tibet tra il 1950 e il 1959 da parte della Repubblica Popolare Cinese, le cui dure condizioni costrinsero il XIV Dalai Lama a rifugiarsi in India settentrionale, a Dharamsala, ove, sostenuto dal governo di Nuova Delhi, lavora costantemente per promuovere la causa del suo Paese pur senza scagliare l’ opinione pubblica mondiale contro la Cina comunista. Molto attivo a vantaggio dei rifugiati tibetani di ogni classe sociale ed età che ogni anno sfuggono tuttora alla proverbiale rigidità del sistema cinese, procurando tutto ciò che occorre loro per vivere e integrarsi nella nuova nazione, l’ Oceano di Saggezza, traduzione letterale del suo titolo nelle lingue occidentali, sostiene da sempre una lotta basata sulla nonviolenza e la disobbedienza civile sull’ esempio del Mahatma Gandhi, di cui si definisce tuttora un grandissimo ammiratore, e negli Anni Settanta visitò per la prima volta l’ Occidente, impegnandosi nella divulgazione a livello internazionale del dramma del suo popolo e condividendo insieme ad altri lama e monaci i principi della tradizione buddhista tibetana, contribuendo alla fondazione di monasteri e centri spirituali che da allora sono aumentati per numero e importanza. I più noti di questi luoghi di trasmissione e pratica sono i centri legati alla Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana, quelli del movimento Rigpa nonché quelli del Buddhismo della Via di Diamante, ispirati a tutte e quattro le scuole di pensiero sorte durante i secoli in Tibet.
In Italia in particolare è presente l’ Unione buddhista italiana, un’ associazione formata da centri e associazioni confessionali che operano sul territorio, il cui impegno portò nel 2012, dopo un lungo percorso, all’ approvazione da parte dello Stato di un’ intesa nella quale il Buddhismo venne riconosciuto ufficialmente tra le religioni praticate dal popolo italiano e non più soltanto dalle minoranze di provenienza asiatica, cosa che consentì di devolvere l’ Otto per mille a favore dei centri e al sostentamento dei monaci e dei maestri di ogni tradizione.

Gangchen Rinpoche in ricche vesti;
Nel variegato panorama buddhista italiano spicca l’ attività di un particolare lama tibetano, Gangchen Rinpoche, nominato Messaggero di pace dalle Nazioni Unite e molto impegnato come guaritore, famoso per la sua amicizia con vari volti noti dello spettacolo, soprattutto Marco Columbro, a capo di un movimento dalla consistente e articolata struttura organizzativa. Una figura purtroppo assai controversa all’ interno del mondo tibetano, che essendo stato retto per secoli da una teocrazia risulta ovviamente soggetto a dinamiche politiche, sociali e spirituali ben più complesse e meno ovvie di quanto la propaganda solitamente lasci intendere. Da molti anni è in dissidio con il Dalai Lama a causa di una forte controversia spirituale dalle dinamiche tutt’ altro che semplici e scontate, che ad un certo punto lo ha visto stringere intensi legami con le autorità cinesi, contribuendo ad animare non poco la già penosa questione tibetana e portando ancora una volta a domandarsi se il fine giustifichi i mezzi…
Gangchen Rinpoche con Song Rinpoche;

Nato in una famiglia di contadini di Dakshu, minuscolo villaggio dello Tsang, regione del Tibet occidentale, all’ età di tre anni venne riconosciuto come la reincarnazione di Kacen Sapenla, un famoso lama guaritore appartenente a un antico lignaggio di maestri reincarnati iniziato con Darikapa, uno degli ottantaquattro maggiori Mahāsiddha venerati in Tibet, e in cui figurano Zango Tashi, uno degli abati del Monastero di Tashilhunpo, residenza del Panchen Lama, la seconda figura più importante in Tibet dopo il Dalai Lama, e molti lama che in vita ebbero rapporti stretti con i vari Panchen Lama.
A cinque anni entrò come novizio di scuola Gelug, la stessa dei Dalai e dei Panchen Lama, nel Monastero Gangchen Choepeling, distante dodici chilometri dal villaggio natio, ove fu ribattezzato Thinley Yarpel Lama Shresta, oppure Gangchen Rinpoche, ossia «il Prezioso di Gangchen», e iniziò la propria educazione religiosa tradizionale sotto la guida di alcuni grandi lama quali Song Rinpoche e in particolare Trijang Rinpoche, una personalità molto potente e rispettata in quanto insegnante giovane del XIV Dalai Lama. Il suo percorso di studi lo portò a ricevere tutte le maggiori iniziazioni meditative e rituali tipiche della sua scuola, soprattutto quella del Buddha della Medicina, in conformità alla sua preparazione quale futuro lama guaritore. Successivamente si trasferì a Tashilhunpo, distante quaranta chilometri da Dakshu, dove nel corso di un’ antica cerimonia ricevette appena dodicenne l’ importante titolo di kacen, normalmente conferito dopo circa venti anni di studi. Fino all’ età di diciotto anni condusse gli studi di filosofia, meditazione, medicina e astrologia dividendosi tra Tashilhunpo e il Monastero di Sera, a Lhasa, capitale del Regno delle Montagne.
Con l’ invasione del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese, a cavallo degli Anni Cinquanta, Gangchen Rinpoche venne imprigionato e costretto ai lavori forzati analogamente a molti monaci e lama, oltre che nobili e gente comune, ma nel 1963 fu in grado di raggiungere l’ India, che dal 1959 dava asilo al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio, dove completò i suoi studi in uno dei molti monasteri riedificati al di fuori della terra natia al fine di garantire la sopravvivenza del Buddhismo tibetano. Nel 1970 ricevette il titolo di Ghesce Rigram al Monastero di Sera, e in seguito lavorò come lama guaritore presso le comunità tibetane in India, Nepal e soprattutto in Sikkim, dove divenne medico dei Namgyal, la famiglia reale.
Dal 1981 iniziò a viaggiare in tutto il mondo, Europa soprattutto, insegnando varie pratiche di meditazione e il mantra del Buddha Śākyamuni, oltre che i concetti legati all’ educazione alla pace interiore e la cura dell’ ambiente, guarendo e guidando vari pellegrinaggi nei luoghi sacri più importanti delle diverse religioni del mondo, dedicandosi inoltre ad un progetto di integrazione fra la medicina tibetana e l’ allopatia. Nel 1983 si stabilì permanentemente in Italia, risiedendo dapprincipio a Gubbio e poi a Milano, iniziando a dare regolari insegnamenti in grandi centri come l’ Istituto Lama Tzong Khapa di Santa Luce e il Ghe Pel Ling di Milano, divenendo molto popolare in Occidente. Negli anni incontrò Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta, e tra i suoi discepoli figurarono presto molte persone famose, tra uomini di spettacolo e insegnanti.
Dorje Shugden, controversa entità spirituale tibetana;

Per comprendere meglio la figura di Gangchen Rinpoche occorre affrontare la vicenda di Dorje Shugden, entità spirituale al centro di determinate pratiche devozionali e liturgiche delle scuole tibetane Gelug e Sakya e che fin dagli Anni Settanta costituisce la causa di un animato dibattito che ha aspramente diviso i tibetani esuli e i praticanti occidentali della loro tradizione buddhista.
Il Buddhismo tibetano si distingue per la forte presenza di elementi mistici, consistenti soprattutto nell interpretazione dei presagi e dei sogni, nonché nella propiziazione degli spiriti buoni e nell esorcizzazione di quelli cattivi e nella consultazione degli oracoli, ossia sensitivi capaci di entrare in trance ospitando in sé le entità divine mettendole in contatto diretto con i comuni mortali in occasione di importanti decisioni spirituali e politiche da prendere, come l’ identificazione della reincarnazione di un lama defunto tra una cerchia di candidati, piuttosto che la definizione dei dettagli di un accordo politico, diplomatico o commerciale con l’ estero. Gli oracoli in particolare sono un elemento molto importante della cultura tibetana, in quanto vengono interrogati per ottenere protezione e guarigione, e si riconosce loro il compito primario di aiutare i tibetani a praticare correttamente il Buddhadharma. Un tempo in Tibet si contavano centinaia di oracoli, molti dei quali oggi sono scomparsi, mentre quelli più importanti, soprattutto quelli consultati dal governo tibetano in esilio, continuano ad esistere.
Durante il Seicento, a seguito di numerosi intrighi e instabili alleanze tra i vari potentati locali alternati a violente incursioni da parte dei mongoli e dei cinesi, il V Dalai Lama, riverito lama reincarnato di scuola Gelug, coreggente del Monastero di Drepung, a Lhasa, insieme a Tulku Dragpa Gyaltsen, altro maestro rinato di grande rispetto, unificò per la prima volta il Tibet con il sostegno mongolo, assumendone l’ autorità sia politica che religiosa, e per favorire l’ unità nazionale, e dunque consolidando la propria posizione, comprese di dover esercitare la guida spirituale senza esclusivismi, aprendosi a tutte e quattro le scuole tibetane, soprattutto la Nyingma, la più antica, fondata nell’ VIII secolo dal leggendario maestro indiano Padmasambhava. In risposta, Tulku Dragpa Gyaltsen appoggiò l’ opposizione dell’ ala conservatrice dei lama e monaci che rigettavano l’ entrata in politica dei Gelug e il miscuglio delle loro discipline spirituali con lo Dzogchen, la tecnica meditativa dei Nyingma, nella convinzione che in tal modo avrebbero contaminato la pura dottrina di lama Tzong Khapa, il maestro fondatore della loro scuola. Nel 1655, tuttavia, Tulku Dragpa Gyaltsen venne trovato defunto in circostanze mai chiarite: si parlò di morte naturale a seguito di una malattia che per qualche tempo lo aveva effettivamente oppresso, ma anche di assassinio politico ordito dal Reggente del V Dalai Lama per soffocamento tramite una sciarpa rituale che gli sarebbe stata fatta ingoiare, in modo tale da rimuovere ogni ostacolo all’ autorità dell’ Oceano di Saggezza. In ogni caso, secondo la tradizione, lo spirito dello sfortunato insegnante si tramutò in un’ entità spirituale molto potente, Dorje Shugden, che i suoi discepoli iniziarono a venerare come dharmapāla, ossia «protettore del Dharma» in sanscrito, ergendolo a simbolo della purezza della dottrina Gelug contro qualsivoglia avvicinamento ad altre discipline. Il V Dalai Lama e i suoi dignitari, invece, lo indicarono come un essere malevolo sorto da preghiere distorte e tentarono di esorcizzarlo tramite rituali complessi e profondi, ma senza successo.
Nei successivi due secoli, Dorje Shugden rimase un protettore di livello minore e marginale, comune nel Tibet meridionale fino alla fine dell’ Ottocento. Nel 1895, infatti, il XIII Dalai Lama assunse il potere e si sforzò fin dal primo giorno di restaurare l’ antica importanza politica e spirituale del proprio lignaggio di reincarnazione, che si era indebolito profondamente a causa della morte in giovane età dei suoi precessori a partire dall’ VIII. Uomo dal forte carattere e dalle profonde convinzioni, ebbe una lunga vita e seppe sottrarsi all’ influenza dei propri dignitari politici e religiosi, e analogamente al V Dalai Lama si avvicinò alle pratiche dei Nyingma e tentò di modernizzare il Tibet sul piano materiale, introducendovi molte recenti invenzioni occidentali, come l’ elettricità, il telefono e un efficiente sistema di strade. Molti aristocratici e lama, tuttavia, si opposero fermamente ai suoi tentativi di apertura e modernizzazione nella convinzione che lo sviluppo materiale e culturale proveniente dall’ esterno avrebbe messo a repentaglio la sopravvivenza dell’ insegnamento buddhista, quindi il culto di Dorje Shugden raggiunse il suo culmine con Pabongka Rinpoche, il più grande e influente lama Gelug del Novecento: maestro di logica e potente praticante tantrico, fu un convinto sostenitore del culto dello spirito, sostenendo che fosse un’ emanazione di Manjuśri, il Buddha della Saggezza, capace di garantire elevati traguardi sia spirituali che materiali ai praticanti. Compì un vero e proprio riformismo all’ interno della scuola, ed essendo il maestro principale di moltissimi lama e monaci trasmise a tutti loro questa pratica finché il XIII Dalai Lama glielo proibì espressamente, in quanto per sua natura essa ostacolava qualsivoglia forma di sincretismo ed apertura. Pabongka Rinpoche si attenne alle disposizioni della massima guida spirituale e politica, ma solo pubblicamente: in forma privata, infatti, continuò liberamente a tramandarla a fidati discepoli, specialmente a Trijang Rinpoche, il suo discepolo prediletto. Nel 1933, alla morte a cinquantotto anni del Grande Tredicesimo, come il Dalai Lama veniva soprannominato, Pabongka Rinpoche riprese ormai libero da qualsivoglia impedimento a trasmettere l’ iniziazione a ritmi esponenziali anche ai laici, e ad ogni livello della società tibetana, fino al 1941, quando morì. Nello stesso anno Trijang Rinpoche, suo erede spirituale, venne scelto come insegnante giovane del XIV Dalai Lama, nato nel 1935 e riconosciuto ad appena due anni come reincarnazione del Dalai Lama defunto. Trijang Rinpoche a sua volta trasmise su vasta scala il culto controverso, iniziando ad esso persino il Dalai Lama, che lo praticò assiduamente per molto tempo affidandosi in più occasioni al suo oracolo, che in occasione della fuga in India del 1959 gli indicò la corretta via da seguire per raggiungere la frontiera senza farsi trovare dai cinesi.
Trijang Rinpoche;

Durante l’ esilio nel subcontinente indiano, la comunità tibetana avvertì la particolare esigenza di riunirsi sotto un’ unica guida come mai prima di allora, quindi i dignitari politici e religiosi puntarono tutto sul giovane Dalai Lama, che, incoraggiato da Nechung, l’ oracolo di Stato tradizionalmente consultato dai suoi predecessori e dal governo fin dai tempi del V Dalai Lama, attraverso cui si esprime Pehar, demone sottomesso da Padmasambhava e convertito in dharmapāla e protettore del governo tibetano, e su richiesta pare delle più autorevoli guide spirituali delle tre altre scuole, ossia Nyingma, Kagyu e Sakya, abbandonò definitivamente la pratica del dharmapāla esclusivo dell’ insegnamento Gelug aprendosi nel contempo agli insegnamenti delle altre tradizioni, simpatizzando particolarmente con le dottrine Nyingma. Nel 1975, tuttavia, un discepolo di Trijang Rinpoche, Zemey Rinpoche, pubblicò «Il libro giallo», in cui descrisse i modi in cui Dorje Shugden in passato aveva castigato i Gelug che avevano mescolato l’ insegnamento di lama Tzong Khapa con le tecniche Nyingma. Sebbene rigettato da molti tra gli stessi praticanti di Dorje Shugden, come ghesce Kelsang Gyatso, secondo i quali un essere illuminato non può fare del male a nessuno, questo testo venne apertamente condannato dal XIV Dalai Lama, che decise di sconsigliare il culto sia ai praticanti religiosi che a quelli laici, vietando a chiunque avesse desiderato continuare a praticarlo di partecipare ai suoi insegnamenti e di ricevere da lui iniziazioni, non volendo intrattenere una relazione disturbata tra maestro e discepolo.


Gangchen Rinpoche e un’ immagine sacra di Dorje Shugden;
Alcuni osservatori tibetani sostengono che sia stato proprio l’ oracolo Nechung a fomentare tale disputa, facendo diventare Dorje Shugden il capro espiatorio di tutti i mali, e in ogni caso la controversia non tardò a degenerare in scontri violenti, giungendo alla perquisizione delle case dei fedeli dello spirito da parte probabilmente degli avversari religiosi, nonché a numerose aggressioni spesso ricambiate di vari devoti e alla distruzione di altari e immagini legati al culto. Il governo tibetano in esilio impose ai monasteri legati alla tradizione di Dorje Shugden una dichiarazione scritta che sancisse una presa di distanza da tale culto, e i monaci che si rifiutarono di aderire vennero dichiarati traditori. In tale ambiente di discordia e violenze reciproche, nel febbraio 1997 ghesce Lobsang Gyatso, amico del XIV Dalai Lama e notoriamente ostile alla tradizione di Dorje Shugden, venne brutalmente assassinato insieme a due monaci suoi assistenti nella propria abitazione, a poche decine di metri dalla residenza dell Oceano di Saggezza. La vicenda assunse un quadro inquietante non soltanto perché un importante lama era stato ucciso in modo tanto atroce dopo essersi lungamente scagliato contro i praticanti del culto, ma anche perché pare che nella vicenda fossero coinvolti alcuni agenti segreti cinesi che si erano infiltrati con lo scopo di seminare discordia tra le persone vicine al Dalai Lama, che il governo di Pechino ha sempre descritto come «un pericoloso reazionario ostile al comunismo e alla legittima riunificazione del Tibet alla madrepatria cinese».

Il XIV Dalai Lama del Tibet;
Quando il XIV Dalai Lama espresse l’ invito ad abbandonare il culto, Gangchen Rinpoche scelse di continuare a praticarlo per rispetto verso Trijang Rinpoche, l’ insegnante che aveva avuto in comune con la massima guida politica e spirituale del Tibet, e nel corso del tempo assunse persino determinati caratteri talmente conservatori che lo portarono ad avvicinarsi profondamente ai cinesi, coalizzandosi contro il Dalai Lama e il suo governo in esilio. Le autorità cinesi, infatti, non tardarono a comprendere l’ utilità strategica delle restrizioni poste dal Dalai Lama al culto di Dorje Shugden, e iniziarono a sostenere politicamente e finanziariamente tutti quei lama e monaci che avrebbero scelto di preservarlo in rispetto dei voti ricevuti dai propri maestri, accusando il Dalai Lama e i suoi dignitari politici e spirituali di sopprimere la libertà religiosa.
Durante l’ occupazione del Tibet nel corso degli Anni Cinquanta e dopo la fuga del Dalai Lama in India nel 1959, oltre seimila monasteri e santuari tibetani vennero distrutti e centinaia di monaci furono brutalmente uccisi: nel 1978 rimanevano solo otto monasteri e novecentosettanta monaci e monache. Tuttavia, i cinesi compresero che i sentimenti religiosi tibetani non si erano mai attenuati, quindi il modo migliore per guadagnarsi il loro favore consisteva in una graduale liberalizzazione del Buddhismo: i monasteri vennero ricostruiti e riaperti e l’ educazione dei monaci fu resa più completa, per quanto controllata dalle autorità. Come sostenuto da lama Tseta, che per anni fu un importante praticante del culto dividendosi tra India e Nepal, la Cina pagava regolarmente lui e altri lama e monaci affinché coordinassero le attività all’ estero tramite il comitato del Fronte del Lavoro Unito, predisposto a dirigere le proteste dei praticanti del culto di Dorje Shugden in India e in Occidente, in modo tale da accusare il Dalai Lama di falsità, di opportunismo e di gettare discordia tra i tibetani per motivi politici, contrariamente ad ogni principio buddhista: i devoti di Dorje Shugden sono tuttora trattati con grande riguardo dalle autorità cinesi, e in occasione di eventi importanti in Tibet sono ospiti d’ onore e descritti come cittadini patriottici, «figli devoti della madrepatria socialista a cui il Tibet è sempre appartenuto».
Lama Tseta, ex praticante del culto in contatto con i cinesi;

Gangchen Rinpoche divenne presto il più influente devoto del culto residente all’ esterno della Cina, come confermato sia da lama Tseta che da vari studiosi occidentali di Buddismo tibetano, come il francese Thierry Dodin, che lo definisce la personalità più forte del movimento e il più impegnato a favore del Partito Comunista e le autorità cinesi: dal 1987, quando riprese a visitare la Regione Autonoma del Tibet, incontra regolarmente i vertici cinesi sia locali che nazionali, da cui viene grandemente omaggiato in occasione dei raduni religiosi approvati, nel cui corso viene trattato come una personalità di grandissimo prestigio, mentre nel 1997 organizzò i primi incontri tra i maggiori praticanti e i funzionari cinesi in India. Interrotti i propri rapporti con Dharamsala e i lama e i monaci leali al Dalai Lama, fondò una propria organizzazione con oltre cento centri sparsi in Europa, America meridionale e Nepal, dedicandosi all iniziazione e all insegnamento delle tecniche di guarigione e autoguarigione nonché del culto di Dorje Shugden.


Gangchen Rinpoche e il X Panchen Lama;
Per anni, Gangchen Rinpoche fu in ottimi e stretti rapporti con il X Panchen Lama, tra i più celebri seguaci di Dorje Shugden, dal quale ricevette molte iniziazioni e insegnamenti. Da ormai qualche tempo il Panchen Lama era una delle più importanti risorse nelle mani dei cinesi, essendo stato riconosciuto in tenera età dai dignitari della sua precedente incarnazione, sotto la regia dei funzionari e ufficiali cinesi che già erano stati vicini allo stesso IX Panchen Lama, caduto in disgrazia dopo essere entrato in contrasto con il governo tibetano per una questione di tasse e privilegi. Il XIV Dalai Lama e il governo tibetano confermarono il candidato sostenuto dai cinesi solo in occasione dei negoziati del 1951. Per tutta la sua vita, il X Panchen Lama fu soggetto ad un’ intensa influenza da parte dei cinesi, che ne avevano attentamente regolato l’ educazione così da sfruttarne un giorno l’ autorità per fini politici, ma durante la Grande rivoluzione culturale proletaria denunciò apertamente le penose condizioni di vita a cui i tibetani erano soggetti a causa dei cinesi, dunque venne arrestato e lungamente umiliato e brutalizzato durante i tamzin, le famigerate sessioni pubbliche di accusa. Dopo il suo rilascio, fu considerato un soggetto «politicamente riabilitato», tanto da meritare la carica di vice presidente del Congresso Nazionale del Popolo, ma agli inizi del 1989, subito dopo un discorso pubblico in cui denunciava la condotta cinese in Tibet, morì ad appena cinquantuno anni in circostanze mai chiarite.
In accordo con le tradizioni tibetane, poco dopo un gruppo di lama e monaci iniziò le ricerche per individuare la sua reincarnazione, che venne riconosciuta in un bambino della Contea di Lhari, Gedhun Choekyi Nyima: quando il XIV Dalai Lama annunciò la notizia al mondo, le autorità cinesi fecero sparire nel nulla il bambino e la sua famiglia, e arrestarono la delegazione dei monaci leali al governo tibetano in esilio, colpevoli di aver condotto «una ricerca illegale per conto del Dalai e della sua cricca per minare dall’ interno l’ unità della Patria socialista», e li sostituirono con una serie di lama e monaci leali a Pechino, praticanti di Dorje Shugden ed oppositori tanto del XIV Dalai Lama quanto del defunto Panchen Lama, incaricandoli di costituire una nuova commissione di ricerca per individuare «la vera reincarnazione»: Gangchen Rinpoche fu tra le persone coinvolte nella nuova ricerca, e vi ricoprì un ruolo determinante. Venne pertanto compilata una lista di nuovi candidati, tra i quali alla fine venne scelto un bambino cinese, figlio di una coppia iscritta al Partito Comunista e che venne consacrato l’ 11 novembre 1995, in una fastosa cerimonia a Pechino alla quale Gangchen Rinpoche presenziò rendendogli pubblicamente omaggio.

L’ omaggio al Panchen Lama imposto dalla Cina, a Pechino;

Il rito, a cui era peraltro presente Jiang Zemin, Presidente della Repubblica popolare cinese, lanciò un messaggio ben preciso: il Panchen Lama, la seconda autorità religiosa tibetana, coinvolta direttamente nelle ricerche della reincarnazione del Dalai Lama, ora era sotto un controllo assai più stretto da parte della Cina, e la sua educazione era affidata a lama devoti a Dorje Shugden, tutti filocinesi. Da allora i contatti di Gangchen Rinpoche con i cinesi si intensificarono notevolmente.
Il saluto ad Hu Jintao, allora Presidente della RPC;

A Gangchen Rinpoche sono state spesso domandate spiegazioni sui suoi rapporti con il governo cinese, e lui ha sempre risposto che i suoi contatti hanno sempre avuto l’ obiettivo di assicurare il benessere dei sei milioni di tibetani rimasti in Tibet: «Non dobbiamo urtare la Cina, perché siamo una popolazione ridotta di fronte alla sua grande forza. Non possiamo vincere, quindi è meglio offrire la nostra amicizia. E’ importante avere una certa autonomia all’ interno del Tibet, così da salvare la cultura e le pratiche spirituali finché siamo tempo, altrimenti tutto andrà perduto.».
A proposito del motivo per cui ha appoggiato il Panchen Lama cinese, sostiene di aver voluto rendere felice il governo di Pechino in modo da alleggerire la posizione della Regione Autonoma del Tibet all’ interno della Repubblica Popolare Cinese: «Non intendo mancare di rispetto a Sua Santità il Dalai Lama e neppure al candidato che Lui sostiene. Non importa se il candidato appoggiato dalla Cina sia o meno la reincarnazione: se siamo amichevoli nei suoi confronti, il governo cinese si ammorbidirà e ci sarà speranza per i tibetani in Tibet. I tibetani fuori dal Tibet sono al sicuro, ma dobbiamo preoccuparci di quelli rimasti in patria. Essere in buoni rapporti con il Panchen Lama appoggiato dalla Cina non significa quindi schierarsi contro quello riconosciuto da Sua Santità il Dalai Lama!». Il lama guaritore sostiene di essere convinto «al cento percento» della scelta del Dalai Lama, ma che si debba considerare un quadro più ampio: «Non si tratta della scelta di Dharamsala o di Pechino a proposito del Panchen Lama, ma semplicemente di rendere più morbida la posizione cinese nei riguardi del Tibet in modo da consentire un vero dialogo tra il nostro governo in esilio e quello cinese.».
A tutte queste considerazioni aggiunge che sarebbe meglio che il governo tibetano in esilio, che lo considera un nemico per le sue convinzioni religiose, farebbe meglio a mettere da parte ogni divergenza sia con lui che con gli altri devoti al culto di Dorje Shugden: «Dopotutto, in Tibet Dorje Shugden non è mai stato una questione nazionale o politica. Si tratta di una pratica strettamente religiosa, tanto per i più alti lama quanto per i più semplici nomadi. Nessuno ha mai praticato Dorje Shugden per trarre guadagno nell’ arena politica o con il desiderio di danneggiare il Dalai Lama o il Suo governo. Perché dovrebbe essere così ora? Non è mai stato così, e non lo sarà mai!».
Non è raro che i tibetani confermino per motivi più terreni che spirituali l’ appoggio per un candidato piuttosto che un altro ad una reincarnazione, in quanto storicamente in Tibet si sono verificati in più occasioni riconoscimenti mossi da scambi di favori, regalie e alleanze: oltre ad aver appoggiato il Panchen Lama imposto dal governo cinese, Gangchen Rinpoche sostiene Lobsang Yeshi Jampal Gyatso, a sua volta discepolo di Song Rinpoche e praticante di Dorje Shugden che si è autoproclamato reincarnazione del XII Kundeling Rinpoche senza tuttavia ottenere l’ assenso del XIV Dalai Lama, a cui spettava il diritto di esprimersi in quanto il IX e il X Kundeling Rinpoche erano stati maestri dell’ XI e del XIII Dalai Lama, mentre l’ VIII e il X erano stati Reggenti del Tibet. L’ Oceano di Saggezza confermò nel 1993 quale reincarnazione un monaco di dieci anni, Tenzin Chokyi Gyaltsen.
Con Wen Jabao, Primo ministro della RPC;

Con l’ aggravarsi della controversia legata a Dorje Shugden e alle interferenze da parte dei cinesi, Gangchen Rinpoche venne espulso dal Monastero di Sera e gli venne proibito di tornare in India, provvedimenti a cui rispose semplicemente di sentire di non poter rinunciare ad una pratica ricevuta dal proprio lama principale per un atto di «pulizia politica», e di essere convinto che Trijang Rinpoche l’ abbia trasmessa nel sincero e lodevole desiderio di aiutare i praticanti a superare i loro ostacoli lungo le prove dolorose dell’ esistenza.
Nel 1997 visitò un monastero a Shigatse, in Tibet, ove istruì i monaci circa l’ adorazione di Dorje Shugden: essi rifiutarono i suoi insegnamenti, ma in seguito vennero ammoniti da alcuni funzionari governativi, i quali affermarono che se non avessero accettato le sue istruzioni sarebbero stati messi sotto accusa per «crimini contro la nazione». In seguito, nel 2005, Gangchen Rinpoche offrì un finanziamento per la costruzione di un nuovo dormitorio in un monastero nella provincia del Gansu e fece generose donazioni ad altri monasteri locali. La sua offerta era tuttavia vincolata al consenso da parte dei monaci di consacrare un nuovo santuario dedicato a Dorje Shugden nei rispettivi monasteri. I monaci rifiutarono nonostante le pressioni dei funzionari governativi, e l’ offerta venne pertanto ritirata.

Gangchen Rinpoche officia abitualmente rituali bizzarri;
Oltre al discorso relativo a Dorje Shugden, di per sé già piuttosto grave perché in nome del suo legame con questa pratica spirituale è sceso a patti con i cinesi in un intrigo politico degno dei testi di Niccolò Machiavelli, occorre riflettere anche sulla sua attività di guaritore: Gangchen Rinpoche si presenta come un taumaturgo dal grande potere, erede di un antico lignaggio di insegnamento e di reincarnazioni di grandi lama guaritori. In tale veste gode del sostegno di vari uomini di spettacolo, soprattutto Marco Columbro, da anni interessato alle tematiche spirituali e legato a lui da una stretta amicizia fin dal 1991, tanto da aiutarlo a diffondere le sue tecniche di guarigione e autoguarigione tramite una serie di libri e documentari.
Si dice che quando si recò in Nepal alla ricerca di un luogo ove realizzare un centro di meditazione e guarigione trovò un’ area spoglia presso cui orinò generando una sorgente di acqua pura che ancora oggi rifornirebbe l’ intero santuario, in cui ha avviato la produzione di medicine e pillole energetiche, definite da lui e dai suoi seguaci come particolarmente adatte a curare i disturbi epidermici e al bilanciamento e all’ armonizzazione delle energie interne. Da anni diffonde la tradizione dei gioielli di guarigione, che vengono usati come talismani curativi e canali di potenti energie positive dopo essere stati benedetti.
Nel 1993, dopo aver consultato Dorje Shugden attraverso l’ oracolo, secondo il quale la sua iniziativa sarebbe stata molto utile, iniziò a insegnare l’ autoguarigione tantrica NgalSo, una tecnica meditativa che avrebbe ricavato dagli insegnamenti originari del Buddha Śākyamuni «riconfezionandola per riconoscere il nemico interiore, responsabile delle malattie che affliggono le persone». Negli anni ha costantemente insegnato e scritto vari libri in proposito, mentre sui suoi siti informatici viene riferito che «molte persone, in diversi Paesi del mondo, ne testimoniano la straordinaria validità nel favorire i processi di guarigione fisica e mentale e nell’ ottenere uno stato di rilassamento, gioia e pace interiore». L’ autoguarigione tantrica NgalSo, promossa con entusiasmo anche da Marco Columbro, si basa su vari mudrā, «sigillo» in sanscrito, ossia gesti simbolici di comunicazione con la divinità, nonché sui movimenti delle braccia come le ali di un uccello in volo, mai adottati nelle cerimonie induiste o tibetane, schiocchi di dita, gesti di preparazione e poi di scioglimento di un nodo accompagnati da mantra. La pratica di questa surreale tecnica meditativa sarebbe capace di combattere impotenza, frigidità, infezioni, emicranie e molto altro, ma occorre tenere presente che non è mai stata accettata dalla medicina, in quanto non sottoposta a verifiche condotte in ambiente scientifico.
Peraltro, secondo alcuni lama residenti a Dharamsala, Ganchen Rinpoche utilizza una certa medicina tradizionale della sua terra originaria, effettivamente creduta dotata di poteri di guarigione da diverse malattie, ma il rituale che officia sarebbe solamente una farsa, un astuto espediente attraverso cui fare leva sulla credulità delle persone millantando poteri miracolosi che non possiede affatto.

Un incontro con Marco Columbro;

Peraltro, di fronte al movimento sviluppatosi intorno alla figura di Gangchen Rinpoche, non si possono non condividere le considerazioni di Frank Usarski: «Si può dire che gli insegnamenti e le iniziative di Gangchen Rinpoche aderiscono ai bisogni ed agli interessi del pubblico occidentale. Un tal atteggiamento è vantaggioso nel ‘mercato religioso’, dal momento che promuove l’ accettazione del Buddhismo tibetano in un contesto occidentale.».
Nella sua dottrina, i temi tipici del Buddhismo tibetano vengono spesso combinati con elementi tratti da altre tradizioni occidentali. In un intervento sul tema dell’ educazione non formale, ad esempio, il lama affermò il proprio approccio sostanzialmente sincretistico: «Oggi è necessario estrarre l’ essenza delle buone idee relative all’ intelligenza emotiva, ai rapporti interpersonali, alla cura della pace e dell’ ambiente presenti in tutte le tradizioni spirituali e offrirle alle nuove generazioni attraverso un’ educazione non formale.». Inoltre, tanto per citare i fatti più noti, la collaborazione alla fondazione del Villaggio Globale di Bagni di Lucca e la proposta per l’ istituzione del Forum Spirituale Permanente per la pace mondiale mostrano effettivamente un atteggiamento aperto alla collaborazione con altre realtà e uno sforzo di integrazione e adattamento al mondo occidentale, ma bisogna notare che la promozione di iniziative quali i Forum mondiali caratterizzano particolarmente i movimenti religiosi nuovi, con origini recenti sebbene radicati in tradizioni antiche, che le mettono in atto con obiettivi di autosponsorizzazione. Inoltre, i nuovi movimenti religiosi hanno acquisito una notevole conoscenza tecnica, non sempre nota alle religioni tradizionali, nell’ uso delle possibilità offerte dalle Nazioni Unite e dalle Organizzazioni non governative. Questo modo di presentarsi al pubblico occidentale, di fatto, è in grado di ripagare il movimento di Gangchen Rinpoche in termini di adesioni entusiastiche alla sua dottrina, ma se la questione viene esaminata nei termini di fedeltà alla tradizione tibetana, le sue aperture rivelano un certo grado di ambiguità e di problematicità. Peraltro, diverse persone che hanno avuto l’ opportunità di frequentare il suo centro, a Milano, si sono dichiarate deluse se non addirittura sconvolte, tanto che una donna residente nell’ Italia settentrionale interruppe i rapporti con lui e la sua comunità dopo che, come dichiarò lei stessa, tentarono di farla passare per pazza. La maggior parte di essi vollero prendere le distanze da questa guida spirituale proprio per i suoi contrasti con il Dalai Lama.
Promotore del benessere fisico e spirituale dell’ individuo...

Nel Dhammapada, testo conservato sia nel canone pāli che in quello cinese e tibetano, formato da una serie di versetti che riferiscono le parole più significative pronunciate dal Buddha Śākyamuni in svariate occasioni, si legge: «Affidati al messaggio del maestro, non alla sua personalità.». Un maestro rappresenta infatti un esempio da seguire non soltanto in funzione all’ insegnamento religioso, ma ad ogni dettaglio del suo comportamento: tutto quello che fa rappresenta il suo messaggio. Deve essere un esempio affidabile innanzitutto come persona, generando pensieri, parole e azioni corretti, e nel caso di un errore è tenuto a rimediare. Se abusa del proprio potere o magari assume un atteggiamento scorretto o sleale, al discepolo tocca manifestare la propria disapprovazione in modo tale da non sfociare nella fede cieca, che sarebbe dannosa per entrambi.
L’ omaggio alla reincarnazione di Trijang Rinpoche;

In quanto tibetano e lama educato secondo le antiche tradizioni del Buddhismo sviluppatosi nella sua terra, pare drammaticamente evidente quanto Gangchen Rinpoche tenga coscientemente il piede in due scarpe per un puro senso dell’ opportunità, nascondendosi dietro un legittimo tentativo di superare le divisioni e ricomporre la profonda ferita non ancora sanata tra tibetani e cinesi. Un uomo che tradisce il proprio Paese per preservare egoisticamente quei privilegi garantiti dalla propria posizione non dovrebbe assolutamente predicarne le usanze e tanto meno insegnare la saggezza, la moralità e la disciplina mentale contenute nella rettitudine indicata dal Buddha Śākyamuni durante il celebre Discorso di Benares, con il quale mise in movimento gli eventi che nei secoli successivi tanta influenza avrebbero avuto sul Tibet e facendo di lui stesso un lama reincarnato. Come dicono gli stessi tibetani: «La dottrina supera il maestro.».
Gangchen Rinpoche e la reincarnazione di Pabongka Rinpoche;

Gonsar Tulku Rinpoche, abate del monastero tibetano Rabten Choeling, presso Mont Pèlerin, sul lago di Ginevra, osservò in modo critico: «Stiamo attraversando una delle fasi più difficili della nostra storia, che affligge tutti i tibetani. Ma dobbiamo riconoscere che il Tibet è un Paese come tutti gli altri, e che anche i tibetani possono sbagliare. In questo mondo non esistono luoghi paradisiaci. In passato il nostro popolo è stato quasi sempre solo lodato. Tuttavia, troppe lodi prive di senso critico non giovano a nessuno. In realtà in Tibet le cose vanno come dalle altre parti.».
Anche nel Tibet antico, alla corte di molti Dalai Lama, trovarono ampio spazio funzionari corrotti e monaci infidi. Nonostante i loro ideali elevati, i tibetani non furono certamente liberi da ingiustizie, corruzione e abusi. Si verificarono persino alcuni attentati, e tra gli stessi lama che si presentano in Occidente figurano pericolosi ciarlatani coinvolti in faccende poco limpide. Occorre pertanto riflettere con grande cura prima di seguire un sentiero spirituale e rimettersi alla saggezza di qualcuno di questi individui dalla dubbia rettitudine…