Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post

giovedì 16 luglio 2026

I poemi epici tra letteratura e cinema

 

Matt Damon nei panni di Odisseo;

Viviamo in tempi di crisi, non solo materiale ma anche culturale e sociale, dato che per la prima volta i valori del passato con cui siamo cresciuti sono sempre più messi in discussione secondo uno spirito polemico che paradossalmente non sa proporre valide alternative. Un problema che emerge con la cultura della cancellazione e del politicamente corretto, e che tra le tante cose porta allo stravolgimento dei classici letterari da cui vengono ricavati film o serie televisive sempre meno fedeli al loro spirito originario. Ne è un caso l’ Odissea di Omero, risalente all’ VIII secolo avanti Cristo e che in questi giorni sta vedendo la distribuzione nei cinema dell’ ormai ben noto film di Christopher Nolan, criticato da molto prima della sua distribuzione per alcune scelte autoriali che lo allontanano dalle antiche pagine omeriche.

I classici, letterari o cinematografici, sono opere che rimangono segnate nella storia, amate dalle generazioni che si susseguono sulla scena di questo mondo per i valori universali che espongono. Rappresentano una tradizione, una continuità di ideali che rimangono pur vedendo mutare la propria messa in pratica. Non invecchiano mai, perché toccano temi eterni come amore, morte, potere e solitudine che raggiungono persone di ogni tempo e luogo. Ci aiutano a vivere offrendo interpretazioni con cui meglio capire il presente e quindi noi stessi. Ogni rilettura è sempre una prima lettura, poiché il nostro sguardo cambia con il passare degli anni e dell’ esperienza. In questi ultimi anni la nostra tradizione occidentale, antichissima e altrettanto ricca, è sempre più sotto attacco. Vi sono ambienti sia culturali che politici sempre più in polemica con il passato, visto come arretrato e barbarico, in favore del nuovo da contrapporre con animo di rivalsa perché portatore di progresso. Senza vie di mezzo. Hollywood non ha mai avuto il pregio di produrre film storicamente accurati, tutt’ altro. I suoi film storici sanno essere epici e dai ritmi incalzanti, affascinanti ma quasi mai fedeli alla fonte originaria, di cui spesso divengono più noti e scambiati per base certa. L’ «Odissea» nolaniana rientra in questo quadro. Nolan è un regista capace, con molti indiscutibili successi al proprio attivo, quindi non sarebbe corretto lapidarlo seguendo la tendenza del momento. Certo, in questo film si può notare un approccio troppo realistico in confronto alla mitologia, una razionalizzazione di divinità e mistica che finirebbe con lo snaturare la tradizione di Omero, così come costumi e armature poco fedeli all’ Età del Bronzo, navi più simili a quelle vichinghe che a quelle greche del XIII secolo avanti Cristo e dialoghi troppo moderni e informali. L’ errore più discutibile si trova nella scelta di un’ attrice di provenienza nigeriano-messicana, Lupita Nyong’o, per la parte della regina Elena, la cui vicenda scatenò i drammi dell’ Iliade e dell’ Odissea. Non significa nutrire un pregiudizio verso un’ attrice, di bell’ aspetto e brava abbastanza da vincere un Oscar nel 2014, soltanto per la sua carnagione, lungi da noi il farlo, si tratta piuttosto di attenersi il più diligentemente possibile alle fonti, un concetto che in questi anni il professor Alessandro Barbero ha tanto sapientemente sottolineato nelle sue conferenze e libri. Non è forse vero che Omero nei suoi testi descrisse la moglie di Menelao di Sparta come bionda e della pelle chiara, e senza un movente razzista?

L’ Odissea è di per sé tra le opere più difficili da tramutare in un film per ricchezza di valori e dettagli narrativi, e ogni volta le aspettative sono altissime data la passione degli spettatori per il genere. Una sua trasposizione cinematografica non sarà mai perfetta al cento percento, chi la tratta dovrebbe al massimo enfatizzare alcuni aspetti piuttosto che altri in base ai tempi che scorrono pur rimanendo nel solco della tradizione di Omero e nella consapevolezza che questo film verrà visto da un ampio pubblico entrando nell’ immaginario collettivo. A ben guardare, però, una cosa sembra emergere tra gli spettatori, in mezzo alle aspre polemiche di quest’ ultimo periodo, spesso sfociate purtroppo in toni violenti e razzisti: il desiderio di ritrovarsi in un classico, di tornare a ciò che ci è familiare, non è ancora cessato. Continuiamo a voler riscoprire un racconto molto antico che suscita ancora oggi passione e in cui noi tutti continuiamo a riconoscerci, oltre ogni differenza. Abbiamo ancora bisogno di un conforto che solo il passato può darci, oltre la contestazione e l’ incertezza di oggi. Perché, qualunque sia il problema, c’ è sempre stato chi ne ha affrontati di peggiori prima di noi. Forse la polemica e la contestazione non riusciranno mai ad allontanarci dal nostro passato, e Omero può continuare a sorridere dall’ Aldilà nella consapevolezza di avere ancora molto da raccontarci oltre le censure e i ritocchi degli studi hollywoodiani.

venerdì 28 luglio 2023

La parabola di Rocky Balboa

Rocky Balboa durante un importante incontro;


«Se io riesco a reggere alla distanza, e se quando suona l’ ultimo gong io sono ancora in piedi... se sono ancora in piedi io saprò per la prima volta in vita mia che... che non sono soltanto un bullo di periferia.» Rocky Balboa in «Rocky»; 


Uno degli espedienti a cui Gesù di Nazareth faceva spesso ricorso durante i suoi insegnamenti era la parabola, un racconto il cui scopo consisteva nello spiegare un concetto impegnativo e un insegnamento morale con parole semplici. Le parabole, dal greco antico παραβολή, ossia «confronto, allegoria», usate da Gesù portano con sé un esempio atto ad illuminare la realtà, con un unico punto di contatto tra immagine e realtà. L’ espediente della parabola è stato più volte preso in prestito in svariate culture e religioni in tutto il mondo, ma anche negli ambienti culturali più laici, al fine di riflettere, data la sua efficacia, sulle situazioni della vita e il significato di bene e male incoraggiando ad affrontare con uno spirito migliore le molte e difficili prove dell’ esistenza. Un esempio particolarmente familiare in cui oggi le parabole sono abilmente impiegate è il cinema, che con la presentazione di trame ispirate a personaggi eroici o moralmente esemplari, forte dell’ impatto visivo caratterizzato dalla recitazione degli attori, gli effetti speciali e la musica ha ispirato milioni di spettatori offrendo grandi esempi di vita a cui ispirarsi.

Tra le infinite parabole narrate dal cinema, una si è conquistata da subito un posto speciale nell’ immaginario collettivo, suscitando interesse e consenso divenendo un classico senza tempo, perché basata su valori tradizionali intramontabile: quella narrata nella serie di Rocky Balboa, il pugile italoamericano ideato e impersonato da Sylvester Stallone, un affascinante personaggio che incarna le grandi potenzialità dell’ essere umano che, se opportunamente stimolate e sorrette da uno spirito combattivo, emergono in tutta la loro forza premiando ampiamente gli sforzi compiuti.

Sylvester Stallone nei primi Anni Settanta;


Nel 1969, il giovane Sylvester Stallone, nato nel 1946 da un barbiere italoamericano e da un’ astrologa di discendenza ebraico ucraina, tornò a vivere nella natia New York dopo aver vissuto con la madre a Filadelfia dal 1961, a seguito della separazione dei genitori. Appassionato di recitazione e scrittura, iniziò a partecipare a piccole produzioni off-Broadway e a preparare sceneggiature e copioni sotto speudonimi, come Q Moonblood. Cresciuto in un ambiente molto modesto, ancora giovanissimo si era avvicinato al mondo dello sport grazie al fatto che sua madre possedeva una palestra, in cui senza condizionamenti di sorta e limiti di tempo aveva praticato assiduamente ogni tipo di esercizio ginnico, gettando le basi per lo sviluppo di un fisico fenomenale, ma senza tralasciare gli studi, trascorrendo dopo il diploma due anni all’ American College of Switzerland di Ginevra, che però abbandonò a poco dalla laurea.

Squattrinato al punto da venire sfrattato dal suo appartamento e vivere da senzatetto, riducendosi a dormire per tre settimane alla stazione degli autobus cittadina, nel 1970 partecipò per disperazione a «Porno proibito», un film ad alta componente erotica in cui, a differenza di quel che accade nella pornografia convenzionale, l’ atto sessuale non viene mostrato oppure viene presentato senza visualizzare i dettagli: «O facevo quel film o derubavo qualcuno perché ero alla fine, veramente alla fine della mia capacità di resistenza. Invece di fare qualcosa di disperato, lavorai due giorni per duecento dollari, levandomi dalle stazioni degli autobus.». Il film ebbe il merito di introdurre l’ artista esordiente nel mondo cinematografico, mentre il suo primo ruolo da protagonista in una pellicola cinematografica venne con «Fuga senza scampo», in cui interpretò una giovane guida studentesca che si unisce ad un gruppo di terroristi intenti ad organizzare un attentato. Nel 1971 partecipò a «Una squillo per l’ ispettore Klute», a cui seguì una piccola parte in «Il dittatore dello stato libero di Bananas», di Woody Allen. Nel 1974 si trasferì a Los Angeles, ove fu uno dei protagonisti in «Happy Days - La banda dei fiori di pesco», recitando insieme a Henry Winkler, Perry King e Susan Blakely. Nel 1975 partecipò ad altre produzioni: come comparsa in «Prigioniero della seconda strada» e, con un ruolo più di rilievo, in «Quella sporca ultima notte», dove impersonò Frank Nitti, guardia del corpo di Al Capone. Richard Fleischer lo inserì quindi nel cast di «Mandingo», ma poi la sua scena venne eliminata. Interpretò anche il ruolo dell’ investigatore Rick Daly in un episodio della serie «Kojak», e dopo un provino per il film «Una nuova speranza» di George Lucas, per la parte di Han Solo poi andata a Harrison Ford, partecipò come coprotagonista di «Anno 2000 - La corsa della morte» al fianco di David Carradine.

Rocky Balboa durante un allenamento;


Ormai avviato negli ambienti cinematografici ma purtroppo ancora in condizioni di vita piuttosto precarie, sposato da due anni con Sasha Czack e con un figlio appena nato, il piccolo Sage, nel 1976 il giovane Stallone balzò improvvisamente e inaspettatamente all’ apice del successo con «Rocky», film tratto dalla sua sceneggiatura e in cui interpretò il ruolo del protagonista.

Grande appassionato di pugilato, il 24 marzo 1975 assistette all’ incontro di tra Muhammad Ali, Campione del mondo dei pesi massimi, e un pugile semisconosciuto, Chuck Wepner, organizzato dal dirigente sportivo, imprenditore ed ex pugile Don King, noto per la personalissima acconciatura e il carattere controverso. L’ incontro si concluse con la vittoria di Alì, in quegli anni all’ apice della gloria, ma rimase segnato nella storia pugilistica poiché Wepner lo mise più volte in seria difficoltà, addirittura mandandolo al tappeto durante la nona ripresa, e riuscendo a resistere fino al K.O. durante la quindicesima ed ultima ripresa: la resistenza di questo sportivo ancora anonimo colpì profondamente Stallone, che ebbe l’ idea per una sceneggiatura di circa novanta pagine su di un pugile, Rocky Balboa, un individuo cupo, un antieroe del tipo che in quel tempo era molto amato dal pubblico. Dopo essersi consultato con la moglie, però, modificò il personaggio rendendolo meno sgradevole, grezzo e impenitente, e orientandosi maggiormente verso la figura di Rocky Marciano, anche per lo stile di combattimento. Presentò la nuova versione della sceneggiatura ai produttori Irwin Winkler e Robert Chartoff, i quali rimasero subito colpiti dal soggetto e proposero a Stallone un’ offerta notevole pari a circa trecentosessantamila dollari. Il giovane attore pretese il ruolo da protagonista, contro il parere dei produttori, convinti che la parte principale dovesse toccare ad attori già affermati come Robert Redford, Ryan O’ Neal, Burt Reynolds e James Caan. Alla fine, però, fu Stallone ad aggiudicarsela in quanto rifiutò di cedere la sceneggiatura.

Dopo le audizioni, che ingaggiarono attori del calibro di Burgess Meredith, Burt Young e Talia Shire, a cui si aggiunse il noto sportivo Carl Weathers, le riprese del film ebbero luogo in appena ventotto giorni interamente a Filadelfia, la stessa città in cui era ambientata la vicenda, in una produzione a basso costo, pari ad appena un milione e centomila dollari.

Rocky Balboa e Apollo Creed;


Alla sua uscita nelle sale, il film ottenne un grande successo, incassando duecentoventicinque milioni di dollari nel mondo, divenendo il più alto incasso del 1976. Successo di pubblico e critica, vinse tre Oscar come miglior film, miglior regia e miglior montaggio, e ricevette ben dieci nomine, tra cui quelle per Stallone come miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura, diventando la terza persona al mondo, dopo Charlie Chaplin e Orson Welles, ad avere queste due candidature nello stesso anno. Roger Ebert di Chicago Sun-Times diede a «Rocky» quattro stelle e descrisse Stallone come «un giovane Marlon Brando». Da questo momento, la carriera di Stallone fu tutta in discesa, e divenne un mostro sacro di Hollywood. Nel personaggio di Rocky Balboa trasmise molto di sé stesso e della propria vita: entrambi italoamericani, appassionati di sport e nati e vissuti in un ambiente povero e mediocre da cui hanno tentato con tutte le proprie forze di riscattarsi con il proprio talento e un duro impegno, entrambi divenuti simbolo di rivincita su una società spesso chiusa e corrotta, superando avversità e ingiustizie contando solo su sé stessi. Come Stallone affermò in un’ intervista del 2019: «Amo uomini e donne resilienti. Non accetto la sconfitta facilmente. Amo chi combatte per rimettersi in piedi o reinventarsi. Le civiltà vengono distrutte, ma poi tornano.».

La serie di Rocky conta in tutto sei film, a cui si aggiunge una derivata sul personaggio di Adonis Creed, nella quale il vecchio pugile di Filadelfia, ormai settantenne e in ritiro appare nei primi due episodi, sempre interpretato da Stallone. Ognuno di essi poggia su di una storia ricavata da un’ idea ben precisa, atta a commentare le varie possibili tappe alla base del percorso che ogni persona di talento attraversa, contribuendo a tenere vivo l’ interesse del pubblico per un personaggio che di volta in volta poté presentarsi in modo significativo e non ripetitivo.

Rocky e Mickey Goldmill;


Nato a Filadelfia nel 1946, Rocky Balboa è un pugile dilettante della categoria dei pesi massimi, ma non riesce a imporsi a causa dello scarso impegno. Bullo di periferia, vive nella zona peggiore della città, e fa da esattore per Tony Gasco, un malavitoso italoamericano di quartiere, di stampo mafioso. Il suo stile di combattimento è molto simile a quello di Rocky Marciano, che il giovane indica come proprio modello di riferimento: tiene infatti la testa bassa per diminuire l’ allungo dell’ avversario e facendo affidamento su ottime doti da incassatore riesce a resistere ai colpi sfruttandone poi la stanchezza. Mancino, riesce a spiazzare l’ avversario e sbilanciarlo. Per sviluppare la necessaria resistenza aerobica, corre tutte le mattine da casa fino alla cima della scalinata del museo d’ arte di Filadelfia, mentre in palestra, oltre agli esercizi tecnici al sacco e alla pera, esegue soprattutto un lavoro di potenziamento muscolare.

Nella sua vita, entra in contatto con persone speciali da cui riceve qualcosa di prezioso, e che nei momenti più duri costituiscono un’ ottima spinta per rialzarsi e continuare a lottare: il burbero e ubriacone Paulie Pennino, suo migliore amico, gli è sempre accanto e lo sostiene, la dolce e timida Adriana, ricambiata, si innamora di lui, e infine l’ anziano e ruvido Mickey Goldmill, il suo allenatore, vede in lui i semi della grandezza e con asprezza lo sprona a fare di meglio. A proposito del personaggio della guida sportiva, Stallone dichiarò: «Quando scrissi il personaggio di Mickey pensai: ‘Questo è un ruolo chiave’, perché rappresentava in tutto e per tutto un uomo i cui sogni erano stati infranti, un essere umano assolutamente non realizzato. Quindi scelsi un uomo che avesse anche lui questo aspetto, quel tipo di integrità, potenza e onestà per mostrarlo sullo schermo.». E, infine, il Campione del mondo dei pesi massimi, Apollo Creed, dapprima suo superbo e sdegnoso rivale e poi grande amico e secondo mentore, che nei primi quattro film riveste un’ importanza notevole per la sua crescita personale e sportiva. Chiaramente ispirato al leggendario Muhammad Ali, Creed predilige la tecnica, la velocità e l’ agilità tralasciando in parte le capacità d’ incasso, e denota un carattere sfrontato ed esibizionistico, concedendosi spesso battute quali: «Ho incontrato i migliori battendoli tutti!», e: «Ho mandato più gente in pensione io della previdenza sociale…». Tutti questi personaggi, ognuno con un retroterra personale e una dote particolare, rappresentano un tassello essenziale nel mondo e nello sviluppo di Rocky. Stallone ha avuto il grande merito di dare loro grande importanza narrativa, rendendoli narrativamente completi e dettagliati, anziché semplici comprimari.

La rivincita contro Clubber Lang;


In «Rocky», ambientato nel 1976, Rocky è un anonimo pugile e un ragazzo di strada. La gente lo irride come persona, e crede che come pugile non si sia mai misurato in incontri seri e contro avversari impegnativi. Tutto però cambia improvvisamente, quando a sorpresa il grande Apollo Creed, all’ apice della sua carriera e fiero Campione del mondo, per una serie di incredibili circostanze è rimasto senza sfidanti in occasione di uno spettacolare incontro che aveva in programma come parte dei festeggiamenti del duecentesimo anniversario dell’ indipendenza degli Stati Uniti, ragion per cui decide di dare l’ opportunità ad un pugile sconosciuto di affrontarlo, e scegliendo personalmente proprio Rocky perché di discendenza italiana, come Cristoforo Colombo. Avvertito da Mickey, Rocky, in un primo momento intimorito al pensiero di trovarsi a tu per tu con il pugile per eccellenza e sotto i riflettori di tutto il mondo, si sottopone ad un intenso allenamento sotto la dura e costante disciplina impostagli da Mickey, e con il sostegno di Adriana con cui si fidanza, e di Paulie. Quella che doveva essere poco più di un’ esibizione si trasforma in una vera e propria guerra tra i due pugili, in cui alla prima ripresa Rocky riesce addirittura a mettere al tappeto il campione, e si protrae per tutte le quindici riprese, al cui termine Creed viene proclamato vincitore benché il verdetto dei giudici non sia unanime: per il pubblico, peraltro, il vero vincitore è Rocky e non Apollo.

Nel seguito, «Rocky II», Apollo è furioso per come è terminato l’ incontro con Rocky. Benché formalmente vincitore, si sente punto sul vivo e desidera una rivincita. Frattanto, Rocky ritira la sostanziosa borsa che ha incassato con la sfida, si sposa con Adriana, compra casa e si concede molti piccoli lussi ritirandosi dal pugilato a causa delle lesioni subite. Tuttavia il denaro finisce presto, e poiché Adriana è incinta accetta svariati lavoretti finché non si ritrova a fare l’ inserviente nella palestra di Mickey, dove viene preso in giro dagli altri pugili. A seguito delle incalzanti pressioni di Apollo, che avvia una dura e spietata campagna mediatica, e unitamente al parere dell’ anziano allenatore, concede la rivincita al Campione del mondo. Stavolta, Mickey lo sottopone ad una disciplina particolarmente severa, scandita da esercizi in vecchio stile, tipici dei suoi tempi, come il rincorrere una gallina per aumentare la velocità, il saltare la corda per migliorare l’ agilità, e lo induce ad allenarsi a colpire di destro. La sera del secondo incontro, Rocky si misura con un impeto particolare, deciso a riscattarsi dalle delusioni della vita, e trova il coraggio di resistere di fronte al feroce rivale in una battaglia ancora più cruenta della prima. Alla fine entrambi finiscono al tappeto, ma Rocky riesce a rialzarsi prima dello scadere del tempo e soprattutto prima di Apollo, diventando il nuovo Campione del mondo e dedicando la vittoria alla moglie, che da poco ha dato alla luce il loro bambino, Robert Junior. Ora è un campione a tutti gli effetti, non solo moralmente ma anche ufficialmente.

In «Rocky III», ambientato tre anni dopo la sua storica vittoria, Rocky è un uomo di successo, amato dagli sportivi di tutto il mondo, e ha vinto numerosi combattimenti difendendo il titolo di Campione del mondo. Lavora per la pubblicità, vive in una villa favolosa in cui si gode molti piaceri, tra motociclette e automobili. Tuttavia, ad un certo punto spiazza il mondo con la decisione sofferta di ritirarsi, ormai già ampiamente soddisfatto di tanti abbondanti successi, ma proprio in questo momento viene sfidato da Clubber Lang, un giovane e brutale pugile di colore, affamato di vittoria come lo era lui prima di emergere: dopo un drammatico confronto in pubblico, nel quale Lang lo apostrofa con rozzezza e volgarità, Rocky accetta di affrontarlo contro il parere di Mickey, il quale gli confida che come suo allenatore e dirigente negli ultimi tre anni ha programmato per lui incontri su misura poiché, dopo la vittoria del titolo e i compensi milionari, si è progressivamente ammorbidito e adagiato sui suoi successi, perdendo la grinta iniziale. Sconvolto e convinto che gli ultimi tre anni siano stati una farsa ingiusta, Rocky pensa che l’ incontro con Lang gli ridarebbe il rispetto per sé stesso, ma purtroppo la sera dell’ incontro Mickey ha un infarto e Lang, approfittando del suo sconforto, lo sconfigge divenendo il nuovo Campione del mondo dei pesi massimi. A pochi istanti dalla fine del drammatico combattimento, Mickey muore. Proprio quando Rocky si abbandona al dolore, Apollo Creed lo raggiunge e si offre di aiutarlo a prepararsi ad una degna rivincita: secondo lui, infatti, il vecchio Rocky è ancora vivo e occorre solo risvegliarlo. Lo porta con sé a Los Angeles, nel quartiere nero dove è cresciuto, e dopo che Adriana è riuscita a incoraggiarlo, il vecchio rivale, ora suo grande amico e nuova guida, lo allena in modo tale da trasmettergli quello stile veloce e leggiadro che a suo tempo ha fatto di lui un vincente. Il giorno della competizione, Rocky ritrova sé stesso dimostrando che gli sforzi sono valsi fino in fondo: alla terza ripresa, dopo una lunga scarica di colpi a contro uno sfinito Lang, riesce a vincere per KO riprendendosi così il titolo di Campione del mondo.

In «Rocky IV», le vicende di Rocky Balboa si intrecciano con quelle della Guerra fredda, assumendo per la prima volta aspetti politici. L’ Unione Sovietica lancia infatti la sfida al pugilato statunitense presentando l’ imponente e glaciale Ivan Drago, una figura inquietante dall’ impressionante stazza e dalla devastante potenza dei pugni, detentore della Medaglia d’ oro olimpica. Alla notizia che è giunto negli Stati Uniti per una sfida sportiva di alto livello, magari con Rocky in quanto Campione del mondo, Apollo decide di presentarsi dopo cinque anni di inattività. Rocky tenta di dissuaderlo poiché il giovane sovietico pare letteralmente invincibile, ma Creed non vuole sentire ragioni: ha bisogno di un incontro come questo per dimostrare di essere ancora l’ uomo vigoroso di un tempo. La sfida ha luogo a Las Vegas, dove l’ ex Campione del mondo viene massacrato dai colpi di Drago. Rocky vorrebbe interrompere il combattimento, ma Apollo esige di andare fino in fondo, e alla fine muore sotto i colpi impietosi dell’ avversario. Finito nella bufera per non aver gettato la spugna e intenzionato a vendicare il caro amico, Rocky accetta di combattere con Drago ma a causa delle tensioni fra i due Paesi la federazione pugilistica gli fa sapere che non riconoscerà l’ incontro e che quindi non sarà valido per il titolo. L’ incontro viene fissato dalle autorità sovietiche a Mosca nel giorno di Natale e senza premi in denaro per il vincitore. Giunto in Unione Sovietica, Rocky inizia ad allenarsi sotto la stretta sorveglianza delle guardie del corpo che gli sono state assegnate, ricorrendo a metodi rudimentali mentre Drago ha a disposizione macchinari all’ avanguardia e farmaci. L’ incontro si svolge alla presenza delle massime autorità sovietiche e Drago attacca ferocemente iniziando subito a mettere in difficoltà Rocky, che però mostra la sua proverbiale resistenza e alla seconda ripresa reagisce riuscendo a ferirlo: il sovietico inizia quindi a perdere fiducia, anche perché ogni volta che lo atterra Rocky si rialza. Il combattimento si protrae fino alla quindicesima ripresa fra il crescente imbarazzo delle autorità e il pubblico, che nel frattempo comincia ad acclamare a gran voce il pugile statunitense, il quale alla fine riesce a vincere. Appena concluso il combattimento, Rocky prende la parola e auspica una riconciliazione tra i due popoli, venendo applaudito anche dal Presidente sovietico e portato in trionfo dai tifosi e dai suoi cari mentre porta sulle spalle la bandiera a stelle e strisce. Dopo essere stato un ammirato personaggio sportivo ed un esempio da ammirare per impegno e costanza, ora Rocky è considerato un eroe nazionale, al centro di una grande retorica politica.

In «Rocky V», torna a Filadelfia, dove viene osannato per aver battuto uno sportivo sovietico nella sua stessa patria, ma a casa ha un’ amara sorpresa in quanto prima di partire per l’ Unone Sovietica su suggerimento di Paulie ha firmato imprudentemente una procura in favore del proprio commercialista, convinto che fosse una proroga per la dichiarazione dei redditi, mentre invece si trattava di una serie di speculazioni che non hanno avuto l’ esito sperato, riducendo i Balboa sul lastrico. Volendo rimettere a posto le cose, vorrebbe accettare la proposta di George Washington Duke, un avido e spietato promotore di eventi sportivi, ma su consiglio di Adriana si sottopone ad esami medici, dato che al termine dell’ incontro a Mosca si era sentito male nello spogliatoio, e apprende che a causa dei violenti colpi alla testa ricevuti da Drago ha riportato gravi lesioni cerebrali che potrebbero essergli fatali se ritornasse a combattere. Rocky è quindi costretto al ritiro dall’ attività sul ring, ed i suoi beni vengono venduti all’ asta: molti dei suoi ricordi, compresi la villa e la moto, consentono di ricavare abbastanza per rimediare al disastro finanziario. Il titolo di Campione del mondo rimane vacante, e torna a vivere nel vecchio quartiere, dove Adriana riprende a lavorare nel vecchio negozio di animali dove era impiegata prima di sposarsi, mentre lui inizia ad allenare pugili nella vecchia palestra lasciatagli in eredità dal defunto Mickey.

Mentre Washington Duke tenta in tutti i modi di convincerlo a combattere ancora, Rocky conosce Tommy Gunn, un giovane pugile molto promettente che accetta alla propria palestra. Tra i due nasce un legame molto stretto, l’ ex Campione del mondo vede sé stesso nel giovane, che dimostra grande forza, e gli insegna a superare le proprie paure e a padroneggiare la propria forza. Washington Duke torna alla carica e circuisce il giovane Tommy: poiché tra lui e Rocky c’ è solo un patto informale, promette di introdurlo nel mondo del pugilato ad alto livello con la promessa di un facile e copioso guadagno. Tentato da un radioso futuro, l’ emergente sportivo accetta e abbandona Rocky, che inutilmente tenta di avvisarlo che loschi figuri come Washington Duke sono pericolosi perché mirano a sfruttare un pugile finché si rivela per loro una fonte di opportunità e li gettano via alla prima occasione. Lui invece vorrebbe guidarlo in un sentiero più graduale e insegnargli a prendersi cura di sé stesso.

Sotto la gestione di Washington Duke, Tommy riesce a vincere il titolo di Campione del mondo tramite incontri opportunamente manovrati, ma la stampa continua a parlare del suo legame con Rocky, e il dirigente sportivo quindi pensa che un incontro tra i due sul ring metterebbe le cose a tacere. I due vanno a cercare Rocky al bar, dove l’ ex Campione del mondo propone una sfida in strada, mentre Washington Duke vorrebbe un incontro sul ring. Benché provato dalle lesioni, il vecchio pugile riesce a battere l’ ex allievo e amico, esprimendogli il proprio rammarico per la sua ingratitudine, e assiste al suo arresto per rissa dai poliziotti e all’ abbandono da parte di Washington Duke che lo accusa di essersi fatto mettere al tappeto e umiliare in strada da quello che considera ormai un vecchio rottame.

In «Rocky Balboa», Rocky, ormai quasi sessantenne e vedovo da qualche tempo, dopo aver ceduto la vecchia palestra ereditata da Mickey possiede e gestisce un ristorante italiano. Vede poco il figlio Robert Junior, che, sentendosi a disagio per la sua fama internazionale, si tiene lontano da lui e vorrebbe farsi un nome per conto proprio. Malinconico e nostalgico, balza nuovamente agli onori della cronaca quando una simulazione al computer lo dà vincente contro l’ attuale Campione del mondo dei pesi massimi, Mason Dixon, la cui potenza fisica e temperamento non concedono spettacolo e che hanno fatto perdere l’ interesse per il pugilato. Deciso a rimettersi in gioco, Rocky decide di riprendere ad allenarsi e a combattere per piccole esibizioni, e proprio a questo punto i dirigenti sportivi e allenatori di Dixon lo contattano per proporgli un incontro con lui. Dopo un’ iniziale esitazione, accetta poiché per quanto sia effettivamente avanti con l’ età: «E’ meglio essere felici scegliendo essere quello che si è, piuttosto che essere infelici rinunciandoci.». Si allena duramente sotto l’ anziano Tony Evers, il vecchio allenatore di Apollo Creed, sebbene il cognato Paulie e Robert Junior rispondano con scetticismo. La stampa lo deride, sottolineando spesso l’ assurdità del ritorno sul ring di un pugile ormai anziano, ma lui tiene duro fino alla serata dell’ incontro a Las Vegas. Tutti si aspettano di vederlo vacillare ancor prima della fine della prima ripresa, ma a sorpresa dimostra di possedere ancora una notevole resistenza e forza fisica e presto pubblico e cronisti fanno il tifo per lui. L’ incontro si rivela teso e avvincente, con i due avversari che si fronteggiano senza risparmiarsi e dandosi filo da torcere fino alla fine della quindicesima ripresa: Rocky rimane fieramente e ostinatamente in piedi, esattamente come Dixon. Il verdetto non è unanime, e dichiara Dixon vincente, tuttavia, come già avvenuto nell’ incontro del 1976 con Apollo, il vero vincitore acclamato dal pubblico è Rocky, che riesce a dimostrare innanzitutto a sé stesso di valere ancora qualcosa, che la vita non lo ha battuto e neppure piegato nonostante la sua durezza.

Allenatore e guida di Adonis, figlio di Apollo;


A questo punto le vicende del pugile italoamericano di Filadelfia parrebbero ormai finite, ma nel 2015 venne presentato «Creed - Nato per combattere», primo episodio di una nuova serie dedicata ad Adonis Johnson, figlio illegittimo di Apollo, nato dopo la sua morte e che dopo un’ infanzia difficile tra riformatori e affidamenti a seguito della morte della madre viene adottato dalla vedova del padre. Nonostante le agiate condizioni di vita e il buon lavoro, sente il richiamo dell’ attività pugilistica e dopo alcuni combattimenti di basso livello raggiunge Filadelfia e chiede a Rocky di insegnargli. Questi, rimasto solo dopo la morte di Paulie e il trasferimento del figlio in Canada, inizialmente rifiuta dicendo che con il pugilato ha chiuso e sta per andare in pensione anche con il ristorante, ma alla fine riconosce qualcosa del vecchio amico nel giovane e accetta di fargli da allenatore: «Tuo padre era speciale, e sinceramente non so se tu lo sei. Solo tu lo capirai quando sarà il momento, ma non accadrà da un giorno all’ altro, finirai al tappeto tante volte finché rialzandoti in piedi non capirai di avere quella scintilla. Ma dovrai darci dentro, anche perché se non lo farai giuro che ti mollo.». Durante una sessione di allenamento, però, viene colpito da un malore e benché in apparenza stia meglio dalle analisi mediche si scopre che è soggetto a un linfoma non Hodgkin. La prima reazione è quella di non volersi curare, memore della sofferenza che Adriana ha dovuto passare con la chemioterapia, che neppure l’ ha salvata dalla malattia. Quando Adonis lo viene a sapere, sconvolto, convince l’ allenatore a ripensarci, incoraggiandolo a combattere le loro personali battaglie insieme: da combattente qual’ è sempre stato, ora scende in campo contro un nemico del tutto particolare, senza dimenticare l’ impegno preso con il nuovo amico, che vuole guidare nella sua preparazione. Si sente infatti orgoglioso di quello che il ragazzo sta diventando, lo ringrazia per non averlo abbandonato ed averlo convinto a non mollare, e gli chiede di fare lo stesso: «Sai una cosa, non ho mai potuto ringraziare Apollo, per avermi aiutato dopo la morte di Mickey ma non è niente, in confronto a ciò che hai fatto tu! Tu mi hai spinto a lottare di nuovo! Tornerò a casa e combatterò questa cosa, ma se lotto io, devi farlo anche tu!».

In «Creed II», il giovane Adonis, che ha adottato il cognome del padre ed è divenuto Campione del mondo dei pesi massimi sotto la guida di Rocky, accetta di sfidare Viktor Drago, il figlio di Ivan, il pugile che portò il padre alla morte e che a seguito della sconfitta per mano di Rocky cadde in disgrazia trasferendosi in Ucraina. Rocky cerca di fargli cambiare per paura che faccia la stessa fine di Apollo, ma non ci riesce, ragion per cui gli comunica che questa volta se la dovrà vedere da solo: non lo allenerà e non sarà presente al suo angolo. Dopo essersi allenato con il figlio di Tony Evers, storico allenatore di suo padre e di Rocky stesso, affronta il giovane Drago, che lo massacra di colpi ma commette l’ errore di sferrare il pugno del KO mentre è inginocchiato, venendo squalificato. Adonis rimane Campione del mondo, ma è costretto ad una lunga convalescenza. Quando riprende gli allenamenti, deve innanzitutto riprendersi nello spirito, gravemente segnato. Dopo aver ritrovato l’ amico Rocky, riprende ad allenarsi intensamente e infine si recano in Russia per accogliere la rivincita richiesta da Viktor e Ivan Drago. Lo scontro è durissimo, ma alla fine Adonis vince e si conferma Campione del mondo. Al ritorno a casa, Rocky si fa coraggio e, dopo anni di silenzio bussa alla porta di Robert Junior per riabbracciarlo e soprattutto per conoscere il piccolo Logan, il nipotino mai visto: è questa la degna conclusione della parabola epica di un uomo, di un combattente che si avvia alla fine dei suoi giorni chiudendo il cerchio, dopo aver realizzato sogni profondi e risolto antiche difficoltà.

Rocky Balboa poco prima di riprendere a lottare;


Rocky Balboa è senza dubbio uno dei personaggi cinematografici più noti e amati di tutti i tempi, un classico capace di andare oltre l’ epoca in cui venne sviluppato e presentato al pubblico originario. Nel modellarlo, Sylvester Stallone si concentrò particolarmente sull’ idea che chiunque può avere successo nella vita, purché si scelga una stella e la segua con impegno e costanza: non bisogna mollare mai, e nessun ostacolo è insormontabile se ci si adopera al massimo. Non solo, durante la genesi del personaggio e delle sue vicende si ispirò soprattutto a sé stesso, e al proprio percorso di vita. Infatti, in molti, conoscendo i trascorsi personali di Stallone, riconoscono molto di lui in Rocky al punto da non vedere un confine preciso tra attore e personaggio: Filadelfia è la città in cui il giovane Stallone visse insieme alla madre ed entrò in contatto con lo sport, allenandosi con passione nella palestra materna e avvicinandosi al pugilato; sia Stallone che Rocky vissero in condizioni di vita piuttosto drammatiche prima dell’ improvviso e inaspettato successo, ed entrambi sono appassionati di arte: il primo è un pittore provetto in stile surrealista e l’ altro un frequentatore abituale del Philadelphia Museum of Art. Come raccontato dallo stesso Stallone, l’ improvviso successo lo portò ad un apprezzamento immenso da parte di pubblico e critica, e a incassi milionari con cui si concesse spese pazze e mondanità: «Mi sentivo come un bambino in un negozio di dolciumi in cui si può prendere tutto ciò che vuole liberamente, senza pagare.». Era corteggiatissimo, protagonista di film d’ azione e personaggio disinvolto nel mondo della pubblicità: proprio come Rocky in «Rocky III», che nei tre anni dopo la vincita del titolo di Campione del mondo ottiene un successo che gli dà alla testa sotto l’ occhio vigile e protettivo di Mickey, e solo l’ incontro con il brutale Lang, con la sua mortificante vittoria, lo richiama sonoramente alla realtà scuotendo la sua vanità. Durante gli anni della presidenza di Ronald Reagan, Stallone era divenuto un’ icona della Guerra fredda con l’ interpretazione di John J. Rambo in «Rambo», incentrato sulla figura del dramma di un reduce della guerra in Vietnam, e per sua natura Rocky ben avrebbe potuto seguirne le orme, in un film, «Rocky IV», che trattasse la contrapposizione tra Stati Uniti, culla di libertà e civiltà, e Unione Sovietica, impero del male e dell’ oppressione, per mezzo di un incontro tra sportivi che risultassero il prodotto del sogno americano da un lato e dell’ obbedienza ad un regime rigido e totalitario dall’ altro. A testimonianza di ciò, la caratterizzazione e gli atteggiamenti dei sovietici furono alquanto meccanici, tra il portamento, la disciplina, il nazionalismo e persino lo stile di allenamento. Proprio da questo tema ne sorse un altro di importanza centrale della storia: il confronto tra macchine e uomini, esaltato dalle macchine e tecnologie utilizzate negli allenamenti di Drago in contrasto con gli allenamenti rudimentali di Rocky e il robot domestico che viene regalato a Paulie per il suo compleanno.

Ad un certo punto, però, Stallone decise di invertire la tendenza. All’ inizio degli Anni Novanta, infatti, sentì il bisogno di diminuire con l’ impegno nel genere di azione che l’ aveva reso celebre, tentando un’ incursione anche nella commedia per dare risalto alla propria vena ironica, di cui era notoriamente dotato. Tali riflessioni ebbero conseguenze anche su Rocky, che nel terzo e nel quarto film era divenuto un personaggio più serio e cupo, per il quale provava meno simpatia in confronto al ragazzone semplice e trasandato come era stato nei primi due episodi, quindi in «Rocky V» richiamò il regista del primo film e fece di tutto per ricreare le atmosfere iniziali, arrivando al punto da far perdere a Rocky e famiglia la grande ricchezza accumulata in anni di successo sportivo e rimandandoli a vivere nel vecchio e povero quartiere, dove il suo personaggio avrebbe ripreso il ruolo di Mickey allenando un giovane allievo che avrebbe continuato a fare ciò che ormai a lui non sarebbe stato più possibile. Negli anni successivi, proprio come Rocky, Stallone visse un periodo di declino: se il pugile era ormai costretto per motivi di salute a non combattere più, l’ attore fu penalizzato per tutti gli Anni Novanta e buona parte dei primi Anni Duemila a insuccessi e produzioni di scarso peso. Le chiamate dalle grandi produzioni cessarono, e la stella che tanto aveva brillato pareva ormai affievolita. Tuttavia, la sua creatura più amata gli avrebbe nuovamente teso la mano, e alla non più tenera età di sessant’ anni lo interpretò nuovamente in «Rocky Balboa», storia in cui le analogie tra attore e personaggio sono infinite: entrambi, ormai vecchi, nostalgici e visti come ricordo di un periodo ormai trascorso decidono di rimettersi in gioco con ciò che sanno fare meglio, uno ricominciando con i film di azione e l’ altro riprendendo a combattere. Tanto Stallone quanto Rocky vengono inizialmente derisi e guardati con scetticismo, suscitando le reazioni meno lusinghiere, eppure tengono duro, sicuri di essere nel giusto, e si battono fino alla fine senza risparmiarsi: entrambi alla fine portano il pubblico a ricredersi, dimostrando che non è mai troppo tardi per essere ciò che si è, in piena libertà, a dispetto di un’ età che comincia a farsi sentire. Quando Mason Dixon, suo sfidante nell’ ultimo incontro, gli chiede perché sia sceso in campo, Rocky risponde sardonico ma incisivo: «Un giorno lo capirai!».

Sylvester Stallone in tarda età;


Ad un’ attenta analisi, Rocky Balboa appare molto più di un semplice personaggio cinematografico di genere sportivo, ma un esempio di vita e mentalità, e la sua storia vuole essere una parabola dal significato ben preciso. La vita sarà senz’ altro bella e meravigliosa come sacerdoti e filosofi ripetono da secoli, ma comporta anche una certa mole di dolori e avversità a cui occorre imparare a rispondere per crescere, evolversi, sopravvivere. Proprio come dice lo stesso Rocky in un drammatico confronto con il figlio, Robert Junior: «Il mondo non è tutto rose e fiori, è davvero un postaccio misero e sporco e per quanto forte tu possa essere, se glielo permetti ti mette in ginocchio e ti lascia senza niente per sempre. Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’ importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti... così sei un vincente! E se credi di essere forte lo devi dimostrare che sei forte! Perché un uomo vince solo se sa resistere! Non se ne va in giro a puntare il dito contro chi non c’ entra, accusando prima questo e poi quell’ altro di quanto sbaglia! I vigliacchi fanno così e tu non lo sei! Non lo sei affatto!».

Con la sua caratterizzazione, Sylvester Stallone ha voluto presentare un personaggio che parlasse di sé e della sua voglia di realizzarsi, e nel quale ha immesso molto della propria personalità, narrando una parabola sulla vita e le sue difficoltà, ma anche sulla possibilità di riscattarsi tramite il duro impegno e la fiducia in sé stessi e nel proprio potenziale: «Non mi considero diverso dalle altre persone: il segreto è sconfiggere la paura. Tutti abbiamo problemi, ma se tieni duro può arrivare improvvisamente la telefonata che ti cambia la vita. Bisogna essere ottimisti. Rocky e Rambo sono così.».

giovedì 24 marzo 2022

L’ ombra lunga di Nosferatu

La lunga e inquietante ombra del vampiro...
<script async src="https://pagead2.googlesyndication.com/pagead/js/adsbygoogle.js?client=ca-pub-6206953545724805"
     crossorigin="anonymous"></script>

«‘Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore’ dovrebbe essere il più bel film realizzato su Dracula. Un capolavoro. Un film possente che dimostra la profondità della nostra ossessione per i vampiri.» Francis Ford Coppola;


Secondo l’ antica filosofia cinese, ogni cosa ha un suo opposto di cui contiene il fondamento. Tutti gli elementi sono interdipendenti, hanno un’ origine reciproca e non possono esistere senza il proprio opposto, come la luce e la tenebra, la vita e la morte, il calore e il freddo, la pace e la violenza. E tra tutto questo vi è un equilibrio che mantiene unito e in armonia l’ intero universo. Questo, molto probabilmente, spiega il fascino che nella letteratura e al cinema vanta il personaggio cattivo. Leggendo un racconto epico o guardando un film, a chi non è mai capitato di rimanere intrigato da un personaggio palesemente malvagio e di rimanerci male nel vederlo sconfitto in conseguenza delle sue cattive azioni? Significa forse che siamo attratti dal male o, piuttosto, che gli autori sono stati capaci di presentare in maniera affascinante qualcosa o qualcuno di moralmente scorretto? Riflettendo sul successo delle tragedie greche, dei combattimenti tra i gladiatori nell’ antica Roma e delle esecuzioni pubbliche nei Paesi laddove sussiste la pena di morte, a livello superficiale si direbbe che l’ umanità prediliga la violenza, ma ad una più attenta valutazione si intuisce quanto ognuno di noi, in periodi di crisi e forte tensione tenda a perdere l’ equilibrio tra bene e male facendo emergere il proprio lato peggiore, che in condizioni normali si tiene imbrigliato e che quindi, in epoche caratterizzate da guerre e soprusi, l’ essere spettatore di un episodio tragico rappresenti un momento di evasione dalla realtà e dalle proprie disgrazie. E in una società scandita da consuetudini, numeri, impegni e soprattutto fondata sull’ immagine, la persona ha bisogno di qualcosa che la stupisca: e cosa vi è pertanto di meglio di vedere un individuo che sfida il comune buonsenso, o che perde i freni inibitori, vivendo momenti di trasgressione o addirittura di follia? Non è forse il sogno di ognuno di noi quello di poter finalmente dire tutto ciò che pensa e fare tutto ciò che vuole, senza ripercussioni o senso di colpa? Ed ecco che l’ eroe nel senso tradizionale del termine diventa solo un seccatore, colui per il quale è giusto fare il tifo e che ci riporta alla realtà, ricordandoci che è bene essere in un determinato modo e che la bontà vince sempre sulla malvagità, quindi che il cattivo paga perché ha sbagliato, per quanto fosse di bell’ aspetto, ironico e con qualche imperfezione che lo rendeva particolare e unico, portato a combattere, a rialzarsi ancora più forte e animato da passioni e vivesse conflitti interiori alla base di una possibile redenzione.

Il malvagio è affascinante perché psicologicamente complesso e non scontato, nelle sue vesti lo spettatore rivede una piccola parte di sé. Vedendo le sue azioni il pubblico si sente «più buono» perché alla fin fine comprende che i propri problemi ed errori sono molto meno gravi e quindi più facilmente recuperabili. Sotto tale ottica, quindi, non sorprende affatto che un particolare personaggio del cinema, presentato al pubblico in un periodo molto difficile della storia recente, i ruggenti Anni Venti, con la sua lunga ombra si sia tanto facilmente imposto nell’ immaginario collettivo divenendo sinonimo di male eppure di fascino, di oscurità nondimeno di attrazione: il conte Orlok di Transilvania, meglio noto come Nosferatu, il primo volto vampiresco comparso sul grande schermo segnando un fortissimo primo impatto nell’ immaginario collettivo. Un personaggio il cui nome soltanto incute spavento, e che negli ultimi cento anni si è prestato a numerose e approfondite interpretazioni e chiavi di lettura concettuali che gli hanno permesso un’ eredità culturale vastissima, per certi aspetti addirittura superiore se paragonata a quella dell’ iconico Dracula a cui i suoi autori si ispirarono. Un simbolo eloquente di demonismo, oscurità ed empietà ma anche della natura vasta e sfaccettata dell’ umanità. Introdotto sulla scena nel 1922, con il film muto «Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore», che ben presto avrebbe affrontato una lunga serie di vicissitudini legali, questo tenebroso individuo dall’ inquietante ombra fu generato in un Paese martoriato dalla pesante sconfitta riportata nella Grande Guerra, dalla conseguente crisi economica, dalla repressione della rivolta spartachista e dalla tetra nube del Nazionalsocialismo che si addensava sempre più, portando magistralmente sul grande schermo l’ incubo, la deformazione e la paura che in molti già stavano vivendo quotidianamente...

Il conte Orlok, detto Nosferatu;


Nel 1921, l’ imprenditore Enrico Dieckmann e l’ architetto, occultista e artista Albin Grau fondarono a Berlino la Prana-Film G.m.b.H., una piccola casa di produzione cinematografica dedita al genere del mistero e del sovrannaturale che chiamarono con il termine prāṇa, che in sanscrito significa «vita», «respiro», «spirito». Grau ebbe l’ idea di girare un film sui vampiri traendo l’ ispirazione dai ricordi della tragica Grande Guerra, a cui aveva partecipato prestando servizio sul fronte orientale, in Serbia: nell’ inverno del 1916, infatti, un contadino locale gli aveva detto che il padre era un vampiro, un morto vivente. Lui e Dieckmann assegnarono a Henrik Galeen, sceneggiatore, regista e attore austriaco discepolo di Hanns Heinz Ewers, scrittore tedesco di letteratura dell’ orrore, il compito di preparare una sceneggiatura ispirata al romanzo «Dracula», dello scrittore dublinese Bram Stoker, benché la casa di produzione non detenesse i diritti legali per un suo adattamento cinematografico. Lo sceneggiatore dovette inventarsi il titolo, «Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore», e mutare i nomi dei personaggi e dei luoghi, trasferendo la vicenda dalla Gran Bretagna di fine Ottocento al borgo immaginario di Wisborg, in Germania settentrionale, ambientandola nel 1838, convertendo la figura di Dracula nel conte Orlok, nome tratto dalla parola ungherese ordog, ossia «diavolo», e dal termine slovacco vrolok, cioè «vampiro» o «lupo mannaro». In considerazione della recente pandemia di influenza spagnola, manifestatasi tra il gennaio 1918 e il dicembre 1920, aggiunse l’ idea del vampiro portatore di pestilenza tramite i ratti presenti nella nave su chi si era imbarcato. La grande influenza aveva ucciso dai venti ai cento milioni di persone nel mondo, pertanto la storia di un mostro che conduceva con sé un’ epidemia avrebbe ricordato un terrore che la gente del tempo aveva sperimentato sulla propria pelle. Nosferatu, il suo soprannome, derivò quindi dal romeno nosferat, vale a dire «non spirato», e dal termine greco nosophoros, traducibile in «portatore di pestilenza». Per il resto, la vicenda calcava chiaramente le vicende narrate nelle pagine «Dracula», a proposito di un giovane agente immobiliare inviato nei Carpazi presso un vecchio e misterioso conte che viveva tra le pericolanti vestigia di un antico castello e desideroso di trasferirsi in una zona più centrale del continente europeo, che poi si sarebbe dimostrato un vampiro dai terrifici poteri demoniaci, noto alla popolazione locale da lui terrorizzata, e che intendeva riversare la propria nefasta influenza su una nuova e più ampia zona, venendo infine sconfitto nel tentativo di impadronirsi dell’ anima di una bellissima e innocente fanciulla.

Dieckmann e Grau vollero come regista il giovane Friedrich Wilhelm Murnau, classe 1888, proveniente da una famiglia di ricchi commercianti e datosi al teatro, divenendo dapprima assistente del grande regista e produttore Max Reinhardt e poi uno dei i massimi esponenti dell’ Espressionismo e del Kammerspiel tedeschi, le cui poche pellicole oggi sopravvissute sono considerate dai critici e dagli studiosi di storia del cinema come capolavori assoluti. Grau si occupò della direzione artistica, delle scenografie e dei costumi: caratterizzò Nosferatu con svariati riferimenti esoterici e mistici seminascosti, come ad esempio il criptico contratto di locazione tra il conte Orlok e il signor Knock, titolare dell’ agenzia immobiliare, scritto con un linguaggio enochiano dagli evidenti simboli alchemici ed esoterici. Ebbe anche l’ idea nella definizione dell’ aspetto verminoso ed emaciato del conte. La musica fu composta da Hans Erdmann. Per la parte di Nosferatu venne scelto l’ attore teatrale Max Schreck, nato nel 1879 a Berlino, allora poco famoso e attorno a cui nacquero ben presto strane leggende soprattutto a causa del suo nome, che in tedesco significa letteralmente «Massimo Terrore»: si vociferò che sotto il pesante trucco di Orlok si fosse calato lo stesso Murnau, o che si fosse recato nei Carpazi alla ricerca di un vero vampiro. In realtà, a dispetto della coincidenza del nome, peraltro sfruttata dal regista medesimo per ragioni promozionali, Schreck era una persona normale e un attore competente la cui carriera era confermata dagli annali del teatro: si era formato presso il Berliner Staatstheater e aveva fatto una serie di spettacoli di due anni lavorando per esempio a Zittau, Erfurt, Brema, Lucerna, Gera e Francoforte sul Meno.

Il protagonista in una nota scena del film;


Le riprese di «Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore» ebbero inizio nel luglio 1921, con le scene in esterni girate a Wismar, in Germania. Altre ambientazioni furono il Wassertor, la Heiligen-Geist-Kirche e il porto. A Lubecca, le rovine dei magazzini del sale ormai in disuso servirono come nuova residenza di Nosferatu a Wisborg. Il cimitero della Aegidienkirche fu utilizzato per la casa di Hutter, e lungo il Depenau sfilò una processione di bare delle vittime della peste. Le scene in esterni ambientate in Transilvania furono girate nella Slovacchia settentrionale, incluso il Castello di Orava, scelto per essere il maniero di Orlok. Gli interni furono generalmente filmati presso gli studi di Berlino. Per questioni economiche, il cineoperatore Fritz Arno Wagner ebbe a disposizione soltanto una cinepresa, e solo un negativo originale del film venne approntato. Murnau seguì diligentemente la sceneggiatura scritta di Galeen, ottemperando alle indicazioni in materia di inquadrature, luci, e così via disccorrendo, ma riscrisse completamente dodici pagine del copione, soprattutto il finale, nel quale Ellen si sacrifica e il vampiro viene distrutto dall’ esposizione ai primi raggi del sole albeggiante.

Il film debuttò il 4 marzo 1922 al cinema Marmorsaal, all’ interno del giardino zoologico di Berlino. L’ evento venne programmato come un importante avvenimento mondano dal titolo «Festival di Nosferatu», e agli ospiti fu richiesto di venire vestiti con costumi d’ epoca in stile Biedermeier. La prima del film a livello nazionale avvenne il 15 marzo 1922 a Berlino presso il cinema Primus-Palast. La distribuzione fu un successo, e l’ opera portò Murnau alla ribalta del pubblico. La stampa si occupò ampiamente di questa realizzazione, parlandone in termini assai favorevoli. Fu definita una produzione affascinante e una storia dal coinvolgente tema psicologico, complici le atmosfere oniriche che le diedero una logica nascosta e decifrabile solo in modo oscuro, che destinava a presentarla con un carattere forte e accattivante. Qualcuno addirittura sottolineò che lo stile visivo, la tecnica e la chiarezza delle immagini erano così perfette che non si adattavano al genere dell’ orrore, che Orlok fosse troppo corporeo e illuminato per apparire davvero spaventosamente. Il film ricevette recensioni estremamente positive, e divenne da subito un influente capolavoro del cinema muto, forte dell’ atmosfera inquietante e gotica e da una prestazione agghiacciante e superlativa da parte di Schreck.

Il vampiro si appresta a nutrirsi di sangue;


Essendo un libero adattamento di «Dracula», realizzato senza aver ottenuto in i diritti legali dell’ opera dagli eredi di Stoker, «Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore» fu oggetto di una causa per violazione dei diritti d’ autore intentata dalla vedova dell’ autore irlandese, Florence Balcombe. La donna venne a conoscenza dell’ esistenza del film germanico per mezzo di una lettera anonima speditale da Berlino, che conteneva un programma di sala per una proiezione del film avvenuta allo Zoologischer Garten. In quel tempo la Balcombe si trovava in difficoltà finanziarie, e, notoriamente protettiva nei confronti dell’ opera del marito, la sua reazione fu pronta ed energica: chiese che le venissero pagati i danni e che tutti i negativi e le stampe del film, che non vide mai, venissero immediatamente distrutti. Una volta avviata la causa a danno della Prana-Film G.m.b.H., venne rappresentata dagli avvocati della British Incorporated Society of Authors. Il contenzioso si trascinò a lungo perché all’ epoca le leggi sulla paternità artistica erano ancora agli albori e non esistevano precedenti consistenti in materia, ma nel luglio 1925 la donna riuscì a far distruggere tutte le copie esistenti del film, tranne una che venne salvata da Murnau in persona. Nell’ autunno dello stesso anno, la Balcombe entrò a far parte della Film Society of London e scoprì con grande disappunto che l’ associazione era in possesso di una copia sopravvissuta di «Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore», conservata negli archivi non a fini commerciali ma a scopo di preservazione storica. Chiese spiegazioni all’ organizzatore Ivor Montagu, e venne a sapere che tale copia era stata donata da una fantomatica società chiamata Sargent’ s Trust Ltd con sede negli Stati Uniti d’ America, dove non erano in vigore le leggi sul diritto d’ autore riconosciute in Europa. Tuttavia, Montagu non riuscì a nascondere a lungo la copia dall’ annientamento. Quando, quattro anni dopo, la Film Society fece un altro tentativo di mostrare il film, la vedova Stoker prevalse e la copia fu distrutta. Nel frattempo, lei aveva iniziato i negoziati con la Universal Pictures sui diritti cinematografici di «Dracula». Lo studio cinematografico statunitense acquistò i diritti per quarantamila dollari e produsse il primo adattamento cinematografico autorizzato nel 1931, «Dracula», di Tod Browning, in cui il protagonista fu impersonato dall’ indimenticabile Bela Lugosi. Nonostante gli sforzi di Florence Balcombe di distruggere ogni copia esistente di «Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore», alcune di esse rimasero in circolazione. Il film era già stato venduto all’ estero, soprattutto Stati Uniti, e fu così che uno dei più rilevanti film dell’ era del muto sopravvisse nel tempo.

Alcuni commentatori ironizzarono sul fatto che, da bravo vampiro, Nosferatu non accettasse di morire, e che la sua maledizione si fosse abbattuta su coloro che lo avevano creato. Già afflitta da vari problemi economici, la Prana-Film G.m.b.H. fallì nel 1923 dovendo far fronte alle spese giudiziarie e non potendo trarre ricavi economici dalla distribuzione del film, che di fatto rimase la sua sola produzione. Nel 1931, nove anni dopo l’ uscita del suo film più importante, Friedrich Wilhelm Murnau, quasi quarantatreenne e approdato gloriosamente a Hollywood, morì in un incidente automobilistico durante il quale il quattordicenne filippino Garcia Stevenson, suo valletto e amante, perse il controllo della vettura scontrandosi frontalmente con un camion. Per una curiosa coincidenza, appena un mese prima aveva debuttato il film di Dracula con Bela Lugosi. Max Schreck morì improvvisamente per infarto nel 1936 a Monaco di Baviera, a cinquantasei anni, dopo aver recitato in teatro nei panni del grande inquisitore nel «Don Carlos», tragedia in cinque atti di Friedrich Schille. Quasi un secolo dopo, nella notte del 15 luglio 2015, ignoti tombaroli si recarono al cimitero di Stahnsdorf, presso Berlino, forzarono la cappella della famiglia Murnau e rubarono il teschio del grande regista. Intorno al sacrario vennero identificate tracce di cera liquefatta che fecero pensare a un rito satanico. L’ attore Gerd J. Pohl offrì una ricompensa per riavere il cranio trafugato, che però non è stato ancora riconsegnato.

Il conte soccombe dinnanzi al sole levante;


Film pionieristico nell’ impiego degli effetti speciali e nella gestione del ritmo della narrazione, «Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore» è ancora efficace nell’ inquietare lo spettatore e nel mettere in scena un orrore onirico e straniante che, complice l’ onnipresente binomio luce-ombra, ha il sapore di una fiaba gotica opprimente e malinconica, nonostante la liberatoria purificazione del finale. E anche per questa sua anima allegorica, il film si presta a numerose interpretazioni: dall’ atto di accusa alle tirannie alla riflessione sul tema della morte, passando attraverso la chiave psicanalitica che vedrebbe il viaggio di Hutter come l’ avvicinarsi al proprio doppio più oscuro. Fu soggetto di svariate interpretazioni e persino di letture ideologizzate. Oltre ai paesaggi selvaggi, il regista presentò nel film una gran varietà di flora e fauna: un polpo, una pianta carnivora, una iena, cavalli e soprattutto ratti. In tal modo Murnau simboleggiò il rapporto tra il vampirismo e la natura nell’ implacabile legge della catena alimentare, dove «il più forte si nutre del più debole», rendendo «normale la funzione del vampiro», incorporandolo nella natura intrinseca del mondo, e rendendolo ancora più sinistro in quanto naturale e quindi irrevocabile. In qualità di non morto, il vampiro è «oltre i concetti morali di colpa e rimorso». Con l’ ambientazione della storia agli albori dell’ Ottocento e del suo Naturalismo, Murnau seguì una tendenza degli Anni Venti nel cercare una visione trasfigurante e romantica dei tempi preindustriali. Nel film si nota una tendenza alla fuga verso il passato, a un’ epoca più semplice e idealizzata, priva della modernità e degli sconvolgimenti della società del dopoguerra. Essendo una pellicola uscita pochi anni dopo gli eventi della Grande Guerra, si riflettono le turbolenze del periodo postbellico. La figura del conte Orlok venne vista come una sorta di Attila, un flagello di Dio, un sanguinario tiranno, il simbolo metafisico della dittatura politica e dell’ oscurantismo medievale. Come molte figure simili nei film muti di quel tempo, egli è malvagio solo perché sente di non essere amato, e il suo potere può essere sconfitto solamente attraverso l’ amore. Il rapporto di reciproca dipendenza che lega tra loro i personaggi principali e la manipolazione alla quale sono sottoposti, possono anche essere trasferiti nell’ ambito della sessualità. Quando Ellen concede «finalmente» al vampiro l’ accesso alla sua camera da letto, questo può essere visto come una rappresentazione del vecchio detto popolare circa il fatto che una fanciulla innocente possa salvare una città dalla peste. D’ altra parte, sembra anche che con un gesto del genere, la giovane donna si ribelli alle consuetudini insite nell’ istituzione forzata del matrimonio, cercando di superare la frustrazione sessuale del suo rapporto con il fidanzato. Contrariamente alla quasi asessuata figura di Hutter, il compagno di Ellen, il vampiro, nonostante il suo ripugnate aspetto, simboleggerebbe «la sessualità repressa che irrompe nella vita idilliaca, ma fondamentalmente casta, degli sposi». Thomas Elsaesser si spinse anche oltre e vide nel film una connotazione sessuale biografica da parte del regista: l’ omosessuale Murnau trasfigurò nella figura di Orlok «lo spostamento e la repressione del proprio desiderio omosessuale, che riflette il lato oscuro della propria sessualità».

L’ allestimento realistico del film diede l’ impressione che i processi soprannaturali che avvengono nella storia fossero ancorati nel mondo reale. Nella rappresentazione del vampiro come figura magica, eppure reale, e a conoscenza del potente mondo dell’ occulto, l’ influenza dell’ esoterismo sul film divenne lampante. Questa influenza è riscontrabile soprattutto nella lettera che Knock riceve dal conte all’ inizio del film. In due brevi inquadrature, visibili solo per pochi secondi, è possibile scorgere un testo cifrato con simboli della Cabala, il cui codice, secondo l’ esperto Sylvain Exertier, è abbastanza facilmente interpretabile: oltre a caratteri come la croce maltese e la svastica, è possibile riconoscere le lettere dell’ alfabeto ebraico e simboli di astrologia. Exertier interpretò il testo come l’ annuncio dell’ arrivo a Wisborg di Orlok attraverso un viaggio, anche spirituale. Presenti anche alcuni disegni decorativi di un teschio, un serpente e un drago, che Exertier considerò più spettacolari che autentici. Non è chiaro se la lettera sia una «civetteria del regista o un occhiolino agli occultisti da parte di Albin Grau», che effettivamente si interessava di esoterismo.

Il conte Orlok nel film del 1979;


Primo volto vampiresco comparso sul grande schermo, Nosferatu è fondamentalmente una rilettura della tradizionale immagine del vampiro nelle credenze popolari slave. Il suo aspetto sinistro è sottolineato anche dal suo modo di muoversi: si sposta da una stanza all’ altra, cammina come se non poggiasse i piedi a terra fluttuando in aria. L’ ombra di Orlok dà al personaggio un’ aura di terrore e di potere: lo si vede in particolare nella scena finale, quando l’ ombra sale le scale fino alla camera di Ellen, estendendosi su tutto il muro. Il vampiro è fuori campo, lo spettatore vede solo l’ ombra che cresce e le lunghe dita che si avvicinano alla porta e successivamente sembrano quasi stritolare il cuore di Ellen. Nel periodo in cui fu girato il film si diffondevano le teorie di Sigmund Freud in tema di psicoanalisi e interpretazione dei sogni: se nel romanzo di Stoker la figura di Dracula, contrapponendosi alla repressiva e perbenista società vittoriana, incarnava il desiderio e il timore di sovversione delle regole sociali e morali, Murnau attuò una più specifica interpretazione psicoanalitica. Orlok, in questa chiave, è l’ alter ego di Hutter, sfogo delle pulsioni nascoste nell’ inconscio del giovane, presentato come un individuo dalla chiara immaturità emotiva e sessuale che trova sfogo nella sessualità deviata e aberrante del conte, il quale diventa a sua volta la risposta all’ inappagamento sessuale di Ellen, al tempo stesso tentata ed inorridita dal mostro. Una più ampia lettura vede anche in Orlok il precursore del Nazismo. Tale teoria venne espressa da Siegfried Kracauer: «Gli orrori descritti in Nosferatu sono provocati da un vampiro che si identifica con la pestilenza. E’ lui l’ incarnazione della pestilenza, oppure l’ immagine della pestilenza viene evocata per caratterizzarlo? Se egli fosse soltanto l’ incarnazione della natura distruttrice, l’ influenza di Mina, Ellen nella pellicola, sulle sue azioni non sarebbe nient’ altro che magia, priva di senso in questo contesto. Come Attila, Nosferatu è un ‘flagello di Dio’, e soltanto in quanto tale identificabile con la pestilenza. E’ una figura di tiranno assetato di sangue che succhia sangue, vagante in quelle sfere dove miti e fiabe s’ incontrano. E’ facile comprendere come da tali parole possa scaturire una teoria: Nosferatu, il ribelle alle regole, che preconizza l’ ascesa al potere di un uomo, Adolf Hitler.».

Nosferatu e Dracula a confronto;


Sarebbe corretto e sbagliato allo stesso tempo considerare il conte Orlok una copia di Dracula, avendo caratteristiche sia in comune con lui che proprie. Non è sempre facile stabilire se ci si trova di fronte a uno e quando all’ altro. In diversi film infatti il personaggio è chiamato Dracula ma ha le caratteristiche di Nosferatu, in altre si chiama Nosferatu ma le caratteristiche sono quelle di Dracula. Tuttavia, con l’ andare del tempo, Orlok acquisì un’ individualità tutta sua, che ne privilegiò la figura al punto da influenzare il panorama vampiresco ed essere citata in modi diversi in moltissimi altri prodotti. Innanzitutto il suo aspetto è agli antipodi dello stile nobiliare e raffinato a cui il cinema ci ha abituati e molto più fedele al concetto di morto vivente delle tradizioni slave. Orlok è magro, con la testa glabra, le orecchie appuntite, gli incisivi da ratto, il naso adunco e le unghie lunghe. Rispetto a Dracula, che è stato interpretato come un male più vigoroso, sensuale e attraente, è una ripugnante manifestazione su due gambe della peste, quasi una malattia venerea vivente, detestabile ma che al contempo incarna qualcosa di irresistibile. Tale aspetto fisico valicò i limiti del cinema e del genere per diventare una delle icone più note e diffuse del nostro secolo, presente su loghi, manifesti, murales, opere pittoriche, serie televisive e film. Con il tempo acquisì un’ importanza privilegiata sull’ iconografia del vampiro classico, basti pensare al concetto del vampiro che muore una volta esposto al sole e si riduce in cenere, che non proviene dal romanzo originale ma proprio con il debutto di Orlok nel 1922. Stoker specificò soltanto che i non morti non possono muoversi liberamente quando il sole non è tramontato, perciò l’ idea della mortalità della luce è dovuta proprio alla fine di Nosferatu in questo film, venendo poi integrata nei media successivi.

Ormai segno visivo affascinante e inquietante carico di significati, un po’ per i suoi tratti e un po’ per l’ eccellente prestazione del suo interprete, Nosferatu ha prestato le proprie fattezze come base per lo sviluppo di altri personaggi immaginari. In «Star Trek - La nemesi», i remani, specie umanoide originaria del pianeta Remus considerata una casta indesiderabile nella gerarchia dell’ Impero Romulano, e ben nota per i suoi guerrieri formidabili, impegnati negli scontri più violenti e possessori di abilità telepatiche, hanno l’ aspetto esteriore del conte Orlok, e come lui vivono in un mondo oscuro e vantano una reputazione crudele che incute paura. Nel film «Batman il ritorno» di Tim Burton, noto estimatore del genere dell’ orrore che ha ripreso in chiave fantastica e alle volte persino umoristica, l’ avido, cinico e immorale capitalista di Gotham City, capace di macchinazioni sottili e occulte, assai concrete e catastrofiche, che raggira il deforme Pinguino per usarlo nel buon esito delle sue faccende poco limpide si chiama proprio Max Schreck in omaggio all’ attore protagonista di Nosferatu.

Un remano di «Star Trek»;


La qualità di una storia dipende in gran parte dallo spessore dei suoi personaggi. Per quanto riguarda il conte Orlok, gli autori si sono concentrati soprattutto sulla sua grandiosa presenza scenica e i suoi demoniaci poteri, giungendo ad una caratterizzazione iconica, principalmente visiva, in cui appare come elemento malvagio inserito ai soli fini narrativi, non arricchito da riferimenti sul suo passato o spiegazioni che giustifichino in alcun modo il suo modo di agire. La sua natura sintetica snellisce la trama, e si presta alle più differenti interpretazioni. Eppure, il vampiro transilvano è la forza narrativa fondamentale attorno a cui gravitano la storia ed i personaggi, in termini narrativi è la «causa scatenante», la forza di base che mette in movimento la vicenda creando una necessità d’ intervento, lo squilibrio verso il male che può portare il mondo alla rovina. Ma come gli spettatori più attenti hanno imparato da tempo, spesso in una storia c’ è più di quanto sembra, e Orlok non può sottrarsi a questa felice regola. Solitamente i malvagi letterari o cinematografici non sono cattivi per il solo gusto di esserlo: quasi sempre è possibile ricondurre la loro svolta verso la strada del male ad un dolore o ad un torto da loro subìto o che, nella loro mente deviata, ritengono di aver subìto. Come reazione agiscono contro l’ etica comune per ottenere vendetta o «giustizia». Se Orlok segue questo schema, da qualche parte nel suo passato deve esserci stato un elemento scatenante che lo ha deviato sul binario del male. Forse un pensiero ossessionante, un timore, non importa se reale o solo un’ esasperazione della sua mente. Essendo un aristocratico della Transilvania, aspra e pericolosa terra di passaggio in cui convergevano i confini di potenti imperi, come il Sacro Romano Impero Germanico, il Sublime Stato ottomano e, prima ancora, l’ Impero romano d’ Oriente, deve essersi ritrovato in mezzo a sanguinose lotte di potere, intrighi e tradimenti a cui dovette reagire con altrettanta durezza, in base al detto: «Uccidi, o sarai ucciso». Si può ragionevolmente desumere che la sua vita fosse perennemente appesa ad un filo, ed è facile capire come ambisse ad una certa sicurezza pensando ai vicini imperi, più centrali e saldi del suo modesto potentato. Preda di un sentimento di paura di soccombere dinnanzi a giganti più vigorosi di lui, deve aver ceduto alla collera dinnanzi alla propria inferiorità, una reazione talmente aggressiva da fargli abbracciare metodi feroci fino ad apprendere le vie esoteriche che gli avrebbero garantito un potere ben al di sopra di quello umano, portandolo a tramutarsi in un vampiro, sacrificando la propria umanità in cambio del potere di distruggere anziché essere distrutto, legandosi indissolubilmente al Male, divenendone veicolo e utilizzatore al tempo stesso. Ma il Male non regala niente a nessuno: Orlok non possiede un legame simbiotico con esso, subendo un orrido deterioramento che lo consuma e divora giorno dopo giorno, portandolo a nutrirsi di sangue, simbolo per eccellenza della Vita. Per quanto divenuto demoniaco e mostruoso, rimane profondamente umano nella motivazione, un’ emotività basata su paura, collera e aggressività, ma contro ogni prudenza ha perduto la scintilla della propria umanità in cambio del potere oscuro, illudendosi di poterlo controllare ma rimanendone vittima e senza alcuna speranza di redenzione.

Nel 1979, il regista, sceneggiatore, produttore scrittore e attore tedesco Werner Herzog girò il rifacimento del capolavoro di Murnau, «Nosferatu, il principe della notte», rielaborandolo a modo proprio e dandogli significati completamente nuovi, adattandolo ancor più al romanzo originario di Bram Stoker. Pur affermando di considerare «Nosferatu: Una Sinfonia dell’ Orrore» la pellicola più importante mai prodotta in Germania e di voler stabilire attraverso il proprio film un collegamento tra il grande cinema tedesco del passato e il cosiddetto «nuovo cinema tedesco», scelse, forse per esigenze commerciali, di utilizzare il nome del personaggio di Stoker, mantenendo comunque nel personaggio interpretato da Klaus Kinski tutte le caratteristiche fisiche della figura di Orlok. Rispetto al vampiro di Murnau, la creatura di Herzog è visibilmente più umana e sensibile, con atteggiamenti romantici tipici degli eroi dei romanzi dell’ Ottocento. Inoltre presenta un elemento davvero innovativo rispetto al precedente: la parola. La voce del conte è flebile, spezzata e sembra avere un valore catartico. Il desiderio della parola come espressione dell’ io è pari solo al desiderio d’ amore per Lucy, trasmesso alla donna quasi per telepatia. Per il Nosferatu di Herzog la pena più crudele non è la morte ma un’ esistenza senza amore: «La mancanza d’ amore è la più abbietta delle pene, è una condanna peggiore della morte.». Questa reinterpretazione lo rende più completo e complesso, offre un più ampio panorama della sua umanità e oscurità. Probabilmente ci rifiutiamo di credere che in tutti noi ci sia qualcosa di Orlok, e non di rado ben più di «qualcosa». Eppure tra Nosferatu che si danna e noi comuni mortali non esiste affatto l’ abisso che in un primo momento ci illudiamo di scorgere. Dinanzi alla tentazione e al peccato, anche al desiderio di compiere il più feroce dei crimini, nessuno di noi è immune. Se di pochi è la colpa, di tutti è la tentazione. La vicenda del conte transilvano è una vicenda di colpa, di «peccato», di cedimenti, di dannazione. A lui questa lezione costa la vita e tutto ciò che la rende degna di essere vissuto: è più facile diffondere pestilenza e calamità e far levitare un oggetto con il pensiero, piuttosto che credere nel Bene. Sprofondato com’ è nel Male, non può immaginare che una piccola scintilla di Bene persista ancora intorno a sé. Non vede i due opposti in base ai quali è possibile l’ equilibrio. Questa «miopia» è il suo punto debole. Per quanto malvagia possa essere, ogni persona contiene in sé questa variabile, che influenza più o meno significativamente le sue azioni. La lunga ombra di Nosferatu ce lo ricorda con chiarezza…