sabato 17 agosto 2019

Amore reale

Re Vittorio Emanuele II e l’ amata Bela Rosin;


«Regina senza trono e senza corona.» Costantino Nigra a proposito della Bela Rosin;

Si può affermare con una certa sicurezza che il termine «amore» sia uno dei più usati e persino abusati di tutti i tempi: libri, poesie, canzoni e film lo ripetono all’ infinito, tanto che oggi viviamo in una società in cui viene spesso usato a sproposito, quindi comprenderne il vero senso risulta molto difficile, eppure è necessario per comprenderne l’ importanza e il beneficio che può donare a noi stessi e alle nostre relazioni, contribuendo ad arricchirle e a prolungarle. In questo solo vocabolo sono racchiusi infiniti significati. Alcuni, ad esempio lo definiscono un trasporto quasi involontario, incontrollabile e passionale verso un’ altra persona, un sentimento quasi animalesco legato più al corpo che all’ anima, mentre per altri significa desiderare che l’ altra persona sia felice e fare di tutto perché ciò accada. Il concetto alla base di questa parola è costantemente mutato nel tempo, tanto che oggi si potrebbe affermare che amare significhi accettare la persona che si ama così com’ è, con tutti i suoi pregi e difetti, sebbene non manchi chi ragiona sul fatto che pretendere di cambiare chi si ama possa equivalere a non amarlo del tutto, oppure se sia possibile desiderare un mutamento nella persona amata in maniera disinteressata, auspicando cioè una trasformazione che porti quella persona ad essere più felice nel suo esclusivo interesse. In tal senso, pare assai più appropriato il concetto secondo cui ci si innamora di qualcuno per la sua unicità. Secondo i più, innamorarsi è quanto di più sconvolgente e sublime si possa provare, tanto nella gioia quanto nel dolore, qualcosa che si accarezza, si vive e si ruba nutrendo il cuore. E’ la sola emozione della sfera umana che porta oltre la vita, calandosi in un alone di immortalità e infinito sconosciuto allo spirito, di condivisione e complicità, di maturità e determinazione, di interesse e bisogno, di tenerezza e compassione, rappresentando il donare sé stessi all’ altro e fondendosi in una relazione indissolubile di una sola anima. L’ amore riesce quindi a districare quel groviglio di pulsioni, emozioni e passioni che confondono i bisogni e le ragioni, affinché scorrano fluide ed indipendenti, dentro gli infiniti rivoli del nostro cuore.
Naturale conseguenza dell’ esperienza amorosa è il matrimonio, quel particolare impegno tra due persone a vivere insieme risalente agli albori della civiltà umana, tanto che secondo svariate testimonianze avrebbe avuto origine già nella Preistoria, affinandosi costantemente nelle epoche successive assumendo un valore differente a seconda delle culture e del periodo storico, pur basandosi su valori tradizionali quali unione morale, fisica e legale tra un uomo, il marito, e una donna, la moglie, in completa comunità di vita, tesa a fondare una famiglia e una discendenza. Oggigiorno il valore più importante e tutelato dell’ unione coniugale è proprio l’ amore, tanto che la legge sostiene apertamente che un matrimonio può ritenersi valido solo se entrambi i coniugi hanno preso la decisione di unirsi autonomamente, senza pressioni esterne, riconoscendo loro il diritto di divorziare nel caso in cui la reciproca armonia dovesse venire a mancare, cosa che in passato non era affatto scontata: nel corso della storia, infatti, non erano rari i casi in cui un matrimonio veniva combinato dai padri degli sposi, oppure dal padre di lei direttamente con il pretendente ritenuto più idoneo, senza tenere conto dei desideri della sposa, destinata a passare la vita con un estraneo molto diverso da lei oppure più vecchio, finendo con il rivestire il ruolo di merce tesa ad accrescere il patrimonio e l’ importanza famigliari. Nella nobiltà, soprattutto tra le famiglie reali, e in seguito nell’ alta borghesia, il matrimonio significava proprio questo: un contratto, un’ unione vantaggiosa per entrambe le parti e resa indissolubile dai legami di sangue che ne sarebbero derivati, una pratica privilegiata con cui avvicinare vasti e articolati interessi politici e sociali, consacrati dal valore parentale. Tra le famiglie contadine, invece, rappresentava un utile espediente con cui preservare più facilmente il patrimonio terreno all’ interno dello stesso ceppo parentale, ricorrendo abitualmente ad unioni tra cugini, anche di primo grado.
La storia d’ amore tra Vittorio Emanuele II, primo re d’ Italia tra il 1861 e il
1878, appartenente ad una delle più antiche ed illustri famiglie reali europee, dalle origini quasi millenarie, e Rosa Vercellana, meglio nota come «Bela Rosin», una popolana analfabeta, figlia di un militare di carriera e promossa al rango di contessa di Mirafiori e Fontanafredda, rappresenta da sempre una bella storia d’ amore, che continua ad affascinare tuttora per i sentimenti evidentemente autentici sbocciati tra i due in aperta sfida alle loro differenze di rango, alle ostilità della corte sabauda e persino alla proverbiale abitudine da parte di lui a concedersi una scappatella dietro l’ altra, che gli valse una lunga e imprecisata sfilza di figli illegittimi. Lei non fu mai una patriota impegnata nella lotta per l’ unità nazionale, come Giuditta Sidoli, e neppure una testimone seppur minima del Risorgimento, come Olimpia Savio: non parlava mai di faccende di corte o di politica, ma con la sua semplicità permetteva a Vittorio Emanuele di liberarsi dagli impegnativi e solenni abiti del sovrano per indossare quelli di più semplici e gradevoli dell’ uomo amato, compreso e accettato per quello che era veramente. Circa la sua bellezza si discute ancora oggi: con le sue abbondanze e i suoi tratti grezzi aveva certamente il suo fascino, in tono con i criteri dell’ epoca, ma se fosse vissuta un secolo e mezzo più tardi, molto probabilmente non sarebbe diventata modella o un «simbolo sessuale» del fenomeno del divismo, forse nemmeno una comprimaria da palcoscenico.
Quel che unì il sovrano sabaudo e la popolana di provenienza astigiana fu un rapporto di amore vero, vissuto nell’ era del Romanticismo, delle disperazioni amorose, delle lacrime e dei sospiri, degli svenimenti e delle donne fatali, e rappresentò l’ insolita vicenda di una donna qualunque, non ambiziosa e neppure intrigante, ascesa ai vertici della società per la sua avvenenza e, una volta che questa era sfiorita, per la capacità di creare intorno all’ uomo che amava una tranquillità tipicamente borghese, un rasserenante ambiente familiare di cui lui aveva bisogno come persona.
Ritratto ufficiale di Vittorio Emanuele;

Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia nacque il 14 marzo 1820 a Torino, figlio primogenito di Carlo Alberto, VII principe di Carignano, e Maria Teresa d’ Asburgo-Lorena di Toscana, figlia di Ferdinando III di Toscana. Trascorse i primi anni della sua vita a Firenze, in quanto il padre, uno dei pochi membri di sesso maschile viventi di Casa Savoia, appartenente al ramo cadetto dei Carignano, era stato costretto a trasferirsi con la famiglia a Novara, dato il suo coinvolgimento nei disordini del 1821, nei quali aveva appoggiato i congiurati che volevano imporre la costituzione a Vittorio Emanuele I, re di Piemonte e Sardegna, finché il suo successore, Carlo Felice, gli fece pervenire un ordine di trasferimento in Toscana, oltre i confini del Regno. Ad appena due anni, il piccolo Vittorio Emanuele fu protagonista di un incidente che portò presto alla nascita di chiacchiere, miti e leggende ancora oggi ampiamente discussi, soprattutto a causa dei rapporti ufficiali preparati in modo frettoloso e confuso: così come venne documentato, la sera del 16 settembre dormiva nella propria culla, circondato da un nugolo di insistenti zanzare, finché la balia Teresa Zanotti Rasca, che lo vegliava, si avvicinò con una candela accesa nell’ intento di bruciarle. Inavvertitamente, la ragazza fece bruciare la culla, e dopo un attimo di spavento si lanciò verso di essa sottraendo il piccolo principe ad una sorte atroce. Se lui riportò leggere scottature al fianco sinistro e alla mano destra, che guarirono in pochi giorni, la sfortunata nutrice invece morì il successivo 6 ottobre, dopo venti giorni di agonia in quanto il suo intero vestito era andato a fuoco, ustionandola gravemente. La ricostruzione lasciò ovviamente alcuni dubbi, dalla culla distrutta dalle fiamme alla povera bambinaia defunta, con il bambino rimasto miracolosamente incolume. Subito dopo, pertanto, si disse che il bambino fosse in realtà morto, e che i genitori, preoccupati per la successione al trono sabaudo, avessero deciso di occultare la tragedia facendolo sostituire con un pargolo della stessa età, figlio di un macellaio di nome Tanaca, di Poggio Imperiale, di cui aveva denunciato ufficialmente la scomparsa, mentre secondo altre voci sarebbe stato scambiato con il bambino di un certo Mazzucca, a sua volta macellaio presso la vicina Porta Romana. Tale ipotesi, sostenuta dal fatto che Tanaca qualche anno dopo sarebbe divenuto improvvisamente ricco, venne tuttavia confutata dalla maggior parte degli storici, che la definirono improbabile e dubbiosa, confinandola nell’ ambito delle semplici maldicenze, soprattutto considerando il fatto che Carlo Alberto e Maria Teresa, ancora in giovane età e quindi pienamente in grado di generare altri figli, appena due mesi dopo, il 15 novembre, ebbero un secondo figlio, il duca Ferdinando di Genova, cosa che di fatto non aveva reso necessario il ricorso a simili stratagemmi, peraltro pericolosi per l’ immagine pubblica del casato. In secondo luogo, tempo dopo Maria Teresa inviò al proprio padre una lettera nella quale descriveva il piccolo Vittorio Emanuele e la sua particolare vivacità: «Io non so veramente di dove sia uscito codesto ragazzo. Non assomiglia a nessuno di noi, e si direbbe venuto per farci disperare tutti quanti.». Evidentemente, se il bambino non fosse stato figlio suo si sarebbe ben guardata dallo scrivere simili parole.
Negli anni seguenti, il granduca Ferdinando III affidò i nipoti Vittorio Emanuele e Ferdinando al precettore Giuseppe Dabormida, che impartì loro una disciplina militaresca. Ora che Vittorio Emanuele stava crescendo, non vi era nessuno che non si interrogasse vedendolo accanto al padre: Carlo Alberto era infatti pallido, alto più di due metri e magrissimo, di carattere timido, riservato e molto pudico, colto, anche se prevalentemente autodidatta, e assai intelligente, mentre il figlio era piccolo, grosso, dal carattere piuttosto aperto ed espansivo, poco amante dello studio, tanto che secondo il suo maestro aveva una certa difficoltà di comprensione: «Dopo che una cosa gli era stata spiegata più e più volte, con le sue domande faceva intendere di non averla affatto capita.». Occorre tuttavia ricordare che i precettori a cui il principe era stato affidato erano «parrucconi mediocri in tutto, rigidi nel pretendere un rispetto dissennato delle formalità, vecchi d’ età e d’ idee, consumati da cattivi pensieri, intrisi d’ etichetta, e ci sarebbe voluta l’ intelligenza di un Nobel per cavare qualcosa di utile dai loro insegnamenti», come affermò lo storico e giornalista Angelo Del Boca.
Vittorio Emanuele in tenuta da cacciatore;

Frattanto, a Torino, nel 1831, Carlo Felice morì senza eredi, fatto che portò all’ estinzione del ramo principale dei Savoia. Il cugino Carlo Alberto rientrò quindi come suo successore, e Vittorio Emanuele lo seguì insieme alla famiglia, venendo affidato ad uno stuolo di alti precettori incaricati di formarlo. La disciplina educativa destinata ai principi di Casa Savoia, soprattutto gli eredi al trono, era sempre stata piuttosto spartana: riceveva tenerezza solo dalla madre, mentre il padre non ne era capace con nessuno e comunque preferiva il secondogenito Ferdinando, mentre gli istitutori, rigidi formalisti scelti in base alla lealtà alla famiglia reale e alla devozione religiosa, gli imponevano orari da caserma sia in estate che in inverno, con la sveglia alle 5:30, tre ore di studio, un’ ora di equitazione, un’ ora per la colazione, poi scherma e ginnastica, altre tre ore di studio, mezz’ ora per il pranzo e la visita di etichetta alla madre, e mezz’ ora di preghiere per concludere la giornata. Gli sforzi dei dotti educatori ebbero scarso effetto sulla refrattarietà agli studi del principe ereditario, che preferiva di gran lunga dedicarsi ai cavalli, alla caccia e a maneggiare la sciabola, oltre che all’ escursionismo in montagna, mentre la grammatica, la matematica, la storia e qualunque altra materia che richiedesse lo studio o anche la semplice lettura erano cose da cui sfuggiva. Le uniche materie nelle quali aveva un certo profitto erano la calligrafia e il regolamento militare. Peraltro, era talmente privo di orecchio e ostile a ogni senso musicale che dovette fare studi appositi per imparare a dare i comandi, in quanto stonava pure in quelli.
Nonostante l’ educazione ricevuta, Vittorio Emanuele dimostrava con una certa fierezza di essere un uomo del popolo: amava la compagnia e l’ allegria, e disprezzava i salotti, era impulsivo e irascibile, ben poco incline all’ etichetta e al protocollo. Adorava combattere e cacciare, era molto sensibile alla buona cucina delle Langhe, ai vini invecchiati e, soprattutto, al fascino delle donne. Abituale frequentatore di trattorie, si intratteneva sempre affabilmente con tutti, parlando in dialetto torinese, la sua lingua corrente anche a corte, limitando il francese alle sole occasioni importanti. Con l’ italiano ebbe per tutta la vita enormi difficoltà. La sola cosa che lo accomunava ai suoi antenati era la passione per la caccia, non solo quella al cervo o al capriolo, ma specialmente quella amorosa: prediligeva le giovani contadine, con cui viveva fugaci amori campestri di cui nessuno si lamentò mai, soprattutto di fronte ai generosi contributi alla dote nuziale della ragazza, che lasciavano sempre tutti ampiamente soddisfatti. Era soprattutto in questo campo che il giovane Savoia denotava il gusto delle cose schiette, privilegiando le donne e i buoi dei paesi suoi, nonché il gusto delle conquiste spicce. Intorno a lui non orbitavano mai donne fatali, men che meno quelle dame tipiche dei salotti culturali e mondani, non visse nessuna di quelle avventure ricercate o esotiche nelle quali altri romantici rampolli di antichi casati dilapidavano patrimoni e sfoggiavano spiccate qualità interiori presso le stazioni termali di mezza Europa, allargando i memoriali e alimentando gli scandali.
Il castello reale di Racconigi;

Come era abituale per un erede al trono, Vittorio Emanuele era stato avviato alla disciplina militare ancora in tenera età: dopo essere stato capitano dei fucilieri a undici anni, a diciotto gli fu concesso il grado di colonnello e il comando di un reggimento. Per lui fu una vera benedizione, non solo per il comando, con cui finalmente avrebbe sfogato la sua ambizione di carattere militare, ma anche perché significava la tanto desiderata fine di quel regime oppressivo che lo aveva tormentato nell’ inutile tentativo di dargli una cultura.
Nel 1842, divenuto generale, dopo un’ estenuante negoziazione che durò due anni, sposò una cugina di primo grado, Maria Adelaide d’ Asburgo-Lorena, figlia dell’ arciduca Ranieri, viceré del Lombardo-Veneto, e Maria Elisabetta, sorella del padre Carlo Alberto. Si trattava ovviamente un matrimonio politico, di un’ unione combinata, sebbene lei fosse perdutamente innamorata di lui, come attestato dalle lettere che gli scrisse prima delle nozze, durante i reciproci scambi di profili, medaglie e miniature. Bruna, magra e di carnagione pallida, attraente nonostante il labbro pendulo tipico degli Asburgo, era più alta della media e del marito: per non sovrastarlo dovette ingobbirsi. Avendo fatto buoni studi con ottimi precettori, conosceva diverse lingue, amava la lettura e la conversazione, sapeva ricamare, lavorare a maglia e ballare. Gentile e premurosa con tutti, ignorava la presunzione e l’ alterigia, non si metteva mai in mostra, adempiendo diligentemente ai suoi doveri di moglie di un futuro re. Possedeva un vastissimo guardaroba, composto da duemiladuecentoquarantotto capi tra abiti, sottane, camicie, pellegrine, pellicce, scialli, velluti, manti, cuffie e ventagli che costituivano il suo corredo nuziale. Il marito, che in privato la chiamava Suzi o Suzette, pur attestandole stima e affetto la tradì costantemente con un’ abbondante schiera di amanti, da cui ebbe un numero di figli illegittimi così elevato da essere rimasto imprecisato, ai quali spesso diede il nome Vittorio o Vittoria ed il cognome Guerrieri o Guerriero, e sempre preoccupandosi di fornire loro una sistemazione. Uno di essi, in particolare, fu Giacomo Etna, che negli anni sarebbe divenuto generale degli Alpini. A partire dal 1844, la sua amante favorita fu l’ attrice teatrale Laura Bon, conosciuta a Torino, e che trattò con grande cura e riguardo, donandole peraltro un lussuoso appartamento in città, affinché potesse condurre agevolmente la sua vita mondana e rimanere comodamente vicina ai teatri. Maria Adelaide dimostrò una costante e straordinaria capacità di sopportazione verso Vittorio Emanuele, soffrendo in un fermo silenzio, in conformità con il suo carattere descritto come dolce, mite, paziente e remissivo, trovando consolazione nell’ educazione dei figli, nel cucito, nelle pratiche religiose e nelle opere pie. Con la stessa simpatia con cui lui faceva parlare di sé, lei veniva reputata una santa. Tra il 1843 e il 1855, marito e moglie ebbero sette figli, e le continue gravidanze minarono il fisico di lei, che per rimettersi in salute prese a trascorrere periodi di soggiorno al mare presso La Spezia, che contribuirono ad accentuare la distanza tra loro. Si mormorava che ogni volta che lei si ritirava in preghiera, lui ne approfittasse per le sue allegre scappatelle.
Noto ritratto della Bela Rosin;

Nel 1847, al castello di Racconigi, amatissimo luogo di villeggiatura della famiglia reale, ebbe luogo un evento molto importante per il principe ereditario, da un anno luogotenente generale: alla fine di una battuta di caccia vide affacciata a un balcone la giovanissima Rosa Vercellana, di cui si innamorò al primo sguardo. Benché appena quattordicenne, era dotata di una pienezza fisica che conturbava notevolmente gli spiccati desideri del rampollo reale: era bruna e sensuale, sebbene non particolarmente ossequiosa ai canoni estetici, con quel viso un po’ squadrato, i lineamenti decisi, gli occhi troppo distanti, un nasino non certo alla francese, il tutto addobbato da una bocca carnosa e una natura corvina che non era solo un colore di capelli ma una profondità fisica di tutto il corpo, stranamente in lei unita a una certa dolcezza. Lui, che stava per divenire padre per la quinta volta, aveva ventisette anni, e per la prima volta in vita sua fu amore nel vero senso della parola: «Bella è bella, molto bella. Gran massa di capelli corvini, occhi scurissimi, carnagione perfetta. Il petto tutt’ altro che acerbo.». I primi incontri tra i due furono ovviamente clandestini, rigorosamente lontani dagli occhi di re Carlo Alberto, che avrebbe disapprovato, e della corte pettegola, anche perché nel Regno di Piemonte e Sardegna vigeva una legge che puniva duramente il rapimento di ragazze al di sotto dei sedici anni dalle rispettive famiglie: uno scandalo avrebbe irrimediabilmente minato il buon nome della famiglia più importante del regno, tenuta a dare il buon esempio al popolo, rispettando la legge e la morale ed evitando qualsivoglia leggerezza e lussuria. La ragazza, residente a Pinerolo e che come il novanta percento della popolazione di quel tempo era analfabeta, venne quindi trasferita nella residenza della palazzina di caccia di Stupinigi, molto più vicina a Torino, in una dipendenza del parco stesso, ove gli incontri sarebbero stati più sicuri. Inizialmente, nulla avrebbe fatto supporre che fosse nato qualcosa di speciale tra i due, invece restarono tenacemente legati l’ uno all’ altra, e gli incontri presero a ripetersi sempre più abitualmente, tanto che la servitù e i pochissimi informati iniziarono a spettegolare, sia pur con prudenza e riguardo, domandandosi chi fosse questa giovincella che pareva proprio aver conquistato il cuore di Vittorio Emanuele: Rosa Vercellana era nata a Nizza Marittima l’ 11 giugno 1833, figlia di Giovanni Battista Vercellana, un militare originario di Moncalvo, e Maria Teresa Griglio. Il padre aveva fatto parte della Garde Impériale, la guardia del corpo dell’ Imperatore dei francesi, i cui reggimenti erano formati dai migliori uomini reclutati dagli eserciti europei degli Stati sottomessi, e che combattevano in solenni alte uniformi, ma nel 1814 si era rifiutato di seguire Napoleone nella sua fuga dall’ Elba, entrando nei granatieri di Casa Savoia, con il grado di tamburo maggiore. Attualmente era membro della guardia personale di Carlo Alberto, a cui era devotissimo, e Vittorio Emanuele lo definì «una perla d’ uomo», nonché un ottimo soldato fedelissimo al casato.

Frattanto, in Europa e nella penisola italiana, passate attraverso la Rivoluzione francese, il Primo Impero, il Congresso di Vienna e la Restaurazione, fervevano nuove idee e tensioni. In Italia in particolare, tuttora divisa in otto Stati, si era sviluppata la Carboneria, una società segreta rivoluzionaria dagli ideali liberali e patriottici, di cui avevano fatto parte molti personaggi di rilievo, come Giuseppe Mazzini e Carlo Alberto. In seguito al fallimento dei carbonari, lo stesso Mazzini aveva fondato nel 1831 a Marsiglia la Giovine Italia, tesa a dar vita ad un’ Italia repubblicana. Le prime rivolte avevano spesso avuto esiti disastrosi, come il cosiddetto Fiasco di Savoia e l’ uccisione dei fratelli Bandiera. Ma ormai in diverse zone d’ Italia le cose erano mutate, al punto che nel 1847 re Ferdinando II delle Due Sicilie, tenendo conto delle insurrezioni in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia, pur represse dall’ esercito, concedette la costituzione, gesto un anno dopo imitato da Carlo Alberto, che nel 1848 introdusse nel Regno di Piemonte e Sardegna lo Statuto Albertino e, soprattutto, diede avvio al Risorgimento, il grande fenomeno di riunificazione nazionale dai tempi della caduta dell’ Impero romano d’ Occidente, pur riportando esiti disastrosi contro l’ Impero austriaco a Custoza e Milano, e soprattutto a Novara nel 1849, particolare disfatta che il 24 marzo lo portò ad abdicare in favore del figlio primogenito, che salì al trono come Vittorio Emanuele II, quarantesimo signore della dinastia, impegnandosi duramente nelle trattative con gli austriaci, riuscendo ad attenuare le condizioni dell’ armistizio, e in poco tempo venne soprannominato «Re Galantuomo» per aver accettato il sistema della monarchia costituzionale pur essendo di idee conservatrici e aver scelto di rispettare le decisioni del suo governo anche nel caso in cui non avrebbe concordato. Il Parlamento, a maggioranza democratica, gli era ostile e non voleva ratificare il trattato di pace con l’ Austria, che occupava Alessandria, ma lui lo sciolse e indisse nuove elezioni invitando gli elettori tramite il Proclama di Moncalieri a votare deputati moderati: il nuovo Parlamento risultò composto per due terzi da moderati favorevoli al governo di Massimo d’ Azeglio. Lo Statuto Albertino non gli era congeniale, ma lo accettò come segno di lealtà costituzionale, analogamente alle leggi Siccardi contro i privilegi del clero, che firmò pur non condividendole. In seguito, il 4 novembre 1852, con la propria ascesa alla carica di Primo ministro del Regno, nella sua vita di monarca entrò un personaggio che avrebbe acquisito enorme importanza, mutando radicalmente le sorti di Casa Savoia e d’ Italia: il conte Camillo Benso di Cavour. Figlio di un proprietario terriero e amministratore di grandi proprietà uscito indenne dalla bufera napoleonica, non godette mai della simpatia del re, il quale probabilmente ricordava di quando questi, ancora giovane, era stato segnalato come infido e capace di tradire a seguito delle sue esternazioni repubblicane e rivoluzionarie durante il servizio militare. Tra i due si instaurò un saldo ma faticoso connubio politico, durante i quali Vittorio Emanuele arrivò più volte a limitare le azioni del suo Primo ministro, anche a costo di mandargli in fumo svariati progetti politici, alcuni dei quali di notevole portata. Ciononostante, nei dieci anni tra il 1849 e il 1859 il conte si dedicò efficacemente all’ ammodernamento del Regno e alla sua riorganizzazione: da una parte finanziava i moti rivoluzionari, o li tollerava, e dall’ altra proponeva come soluzione del problema dei disordini l’ ampliamento del reame sabaudo, che con la partecipazione alla guerra di Crimea come alleato del Secondo Impero francese, retto da Napoleone III, si affacciò con una certa importanza alla scena internazionale. In seguito, con gli accordi segreti di Plombiéres, l’ astuto statista ottenne la promessa dell’ appoggio francese in caso di attacco austriaco in cambio della Savoia, di Nizza e della corona del Regno delle due Sicilie, che sarebbe spettata al principe Girolamo Bonaparte di Montfort. Tra il 1859 e il 1861, grazie ad una serie di azioni ingegnose e occasioni favorevoli Casa Savoia riuscì insperatamente a unire l’ Italia sotto propria la corona: il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele, che aveva sempre desiderato proseguire la politica espansionistica dei suoi avi, divenne il primo re d’ Italia, benché mancassero ancora importanti territori quali il Veneto, il Friuli, la Venezia-Giulia e il Trentino-Alto Adige, tuttora entro i confini austriaci, il Lazio, parte dello Stato Pontificio, e il meridione, rimasto sotto il Regno delle Due Sicilie. Con l’ eccezione del Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia, tutte queste zone vennero gradualmente annesse all’ Italia sabauda in una serie di azioni che durarono fino al 1871, mentre la capitale veniva spostata nel 1865 da Torino a Firenze, per poi essere definitivamente stabilita a Roma il 21 gennaio dello stesso 1871.
Il conte Emanuele Guerrieri;

Nonostante la sua intensa vita di re, trascorsa in un periodo molto particolare della storia del suo casato e della nazione su cui venne chiamato a regnare, Vittorio Emanuele non trascurò quella personale e le proprie passioni, soprattutto quelle amorose. Benché innamorato di Rosa, che divenne famosa come «Bela Rosin», non smise di frequentare l’ attrice Laura Bon, che nel 1849 per lui lasciò le scene, andando a vivere al castello di Moncalieri, ove condusse un’ esistenza dorata e piena di riguardo. I due amanti ebbero peraltro una figlia, Emanuela, nata prematura nel 1853, e che venne nominata dal padre contessa di Roverbella. Tuttavia, a causa della gelosia manifestata verso la giovane Rosa, l’ artista venne congedata e costretta a lasciare il vecchio Piemonte, riprendendo a calcare le scene a Firenze, Vienna e Napoli, vivendo gli ultimi anni della propria vita in povertà, al punto da dover recitare con compagnie teatrali modeste a Venezia, ove morì nel 1904. Altre donne condividevano le sue attenzioni, come l’ attrice quindicenne Emma Ivon, che frequentò a Firenze nel periodo in cui questa era la capitale nazionale: aveva perso la testa per lei, e spendeva somme enormi fino al giorno in cui, giunto da lei a sorpresa, la trovò tra le braccia di un ufficiale napoletano. Altra amante degna di nota fu la celeberrima contessa Virginia Oldoini di Castiglione, cugina del conte di Cavour, che nei suoi carnet, piccole agende che spesso le dame tenevano legati ai polsi, registrava gli incontri di ogni giornata, contrassegnando i nomi con una lettera, a seconda del carattere dell’ incontro: pare che la lettera F, che non mancava mai e spesso seguiva quello del Re Galantuomo, significasse «incontro carnale». Ironizzando sulle sue continue vicende ardenti, Massimo D’ Azeglio, già convinto della veridicità delle voci sullo scambio di neonati a seguito dell’ incendio della culla a Firenze, ebbe a dire: «Se continua così, più che il padre della patria sarà il padre degli italiani…».
Con l’ andare del tempo, Rosa si rivelò la donna ideale per il sovrano: sempre di buon umore, mai musona, tenace e convinta del valore dei sentimenti. Aveva compreso di non potersi aspettare la fedeltà fisica, e, ironicamente, lasciandolo libero lo legò ancora di più a sé. Qualche tempo dopo i loro primissimi incontri, i Vercellana richiesero un contributo affinché lei potesse rifarsi una vita con un sergente dell’ esercito, ma inaspettatamente Vittorio Emanuele reagì, e lo sfortunato rivale venne mandato in Sardegna. Peraltro, la ragazza di campagna si rivolse al suo principe per ottenere la grazia a beneficio del fratello Domenico, che era stato messo agli arresti. Tempo dopo, la sua posizione cominciò a divenire evidente quando Vittorio Emanuele, ormai re, esonerò il generale Cigala, in servizio a corte da trent’ anni, perché le aveva negato una vettura con lo stemma dei Savoia. Quando le cose tra i due amanti si fecero serie e le voci iniziarono a trapelare, presto emerse dal nulla una crescente schiera di parenti che, sempre vestiti a festa, accompagnavano la giovane praticamente ovunque, che fosse a teatro o durante la passeggiata attraverso il Parco del Valentino: vi fu perfino una vecchietta che aveva sempre venduto fiammiferi sotto i portici che incominciò addirittura a parlare del monarca come di «suo nipote Vittorio». Il sovrano reagì prontamente, ridimensionando con forza i pinerolesi dalla schiera degli aiutanti. Rosina riuscì comunque a piazzare a corte un cugino, Natale Aghemo, che divenne conte e addirittura capo di gabinetto di Vittorio Emanuele.
Ormai apertamente sulla bocca di tutti, questa relazione suscitò scandalo e ostilità sia a corte che presso l’ aristocrazia, ove imperavano bigottismo e alterigia, ma Vittorio Emanuele non cedette alle pressioni, e spesso ricordava a tutti e senza mezzi termini di essere il re. Affiancò a Rosa una dama di compagnia, Madama Michela, con il compito di insegnarle le buone maniere, ma per quanto lei si addobbasse con vistosi gioielli e sontuosi vestiti, venne sempre disprezzata ed evitata dalla nobiltà. I due amanti ebbero due figli, Vittoria ed Emanuele Guerrieri, nati rispettivamente nel 1848 e nel 1851 e denunciati come figli di ignoti. Maria Adelaide fu la sola a non accusare mai il colpo, andando costantemente avanti tra sorrisi e opere pie, sebbene un diplomatico francese di nome Ideville riferì che la regina un giorno incontrò uno dei figli di Vittorio e Rosina durante una passeggiata nel castello di Stupinigi e lo prese tra le braccia con il volto inondato di lacrime. Il 20 gennaio 1855, ella morì a seguito di un’ improvvisa e violenta gastroenterite manifestatasi mentre si trovava in carrozza, al ritorno a palazzo dai funerali della suocera Maria Teresa d’ Asburgo-Toscana. La sua agonia fu atroce, tanto che i suoi gemiti si udivano nella vicina piazza. Impietrito al suo capezzale, Vittorio Emanuele le tenne la mano sino all’ ultimo respiro. La morte della sua regina fu un duro colpo per lui, abbastanza forte da mettere per qualche tempo in crisi la convivenza con Rosa. Il sovrano manifestò un sincero dolore per la scomparsa della consorte, che aveva svolto magnificamente il proprio ruolo istituzionale, come una vera Asburgo, senza mai opporre ostacoli alla sua politica o compromettere il suo buon nome. Ora che il regnante si trovava vedovo, il conte di Cavour e i suoi ministri si interessarono vivamente alla preparazione di un nuovo matrimonio politico, identificando una cerchia di candidate ideali sulla base dei benefici dinastici che avrebbero portato con sé. La sola idea che sposasse ufficialmente la tanto invisa campagnola era intollerabile, e il Primo ministro in particolare non ebbe scrupoli a ricorrere a tenaci e costanti manovre che spesso sconfinarono nella minaccia pur di separare i due amanti: la Bela Rosin era impresentabile, avrebbe certamente finito con il gettare discredito sull’ immagine del re e Casa Savoia proprio ora che erano al centro di tutti i progetti per l’ unità d’ Italia, quindi non lasciò nulla di intentato nella sua opera, arrivando perfino a dire che lo tradiva, ma lei si difese con intelligenza affermando che non avrebbe mai potuto avere altri amanti perché i focosi assalti di Vittorio Emanuele erano piuttosto stancanti. Lo stesso re scrisse in una lettera: «Io non sposerò altra donna che lei!». Si racconta che quando il monarca convocava insieme il suo Primo ministro e la sua compagna in qualche residenza, loro viaggiassero sullo stesso treno ma su carrozze separate, però, una volta casa, lei cucinava risotti e tajarin di fronte ai quali anche il duro capo di governo tendeva ad ammorbidirsi.
Dopo la brillante partecipazione del Piemonte alla Guerra di Crimea, i sovrani di mezza Europa si mostravano interessati ad imparentarsi con Vittorio Emanuele, signore di quel piccolo Stato che, grazie al genio del conte di Cavour e all’ evolversi della situazione internazionale, stava espandendosi riscuotendo forti simpatie in ambito europeo: l’ imperatore Napoleone III voleva offrirgli una principessa dei belgi, mentre la regina Vittoria del Regno Unito, che lo invitò a Windsor per insignirlo dell’ ordine della Giarrettiera, pur avendo espresso privatamente alcuni dubbi su di lui, avanzò la candidatura di sua figlia Mary. Altri invece pensarono alla cognata Elisabetta di Sassonia, vedova del fratello Ferdinando di Genova. Benché comprendesse il prestigio e i numerosi vantaggi che avrebbe tratto da tali unioni dinastiche, il Re Galantuomo oppose sempre un fermo diniego: a proposito della principessa Mary, ad esempio, disse che «sapeva troppo di greco e di latino», manifestando una certa allergia verso la donna colta e al tempo stesso bellissima ed intrigante. Il re eluse con ostinazione i piani matrimoniali del suo governo, pensando sempre più spesso che Rosa fosse la sposa ideale per lui: cucinava per lui i cibi tradizionali della cucina piemontese, gli tagliava le unghie dei piedi, come tradizione nelle campagne, lo trattava con l’ affetto e la deferenza delle mogli borghesi dell’ epoca. Addirittura, nelle cene ufficiali non toccava cibo, mettendo tutti i commensali in imbarazzo. Ostile ad ogni forma di etichetta, nel proprio animo si considerava un borghese, un proprietario terriero, e lei lo faceva sentire tale. Lo seguì in ogni suo trasferimento lungo l’ Italia, sempre defilata ma presente: «E’ la compagna indivisa delle mie pene.».
In seguito, l’ 11 aprile 1858, la nominò contessa di Mirafiori e Fontanafredda, comprando per lei anche il castello di Sommariva Perno, con la possibilità di trasmettere il titolo al figlio Emanuele. Isolata e disprezzata dai nobili, Rosa fu invece amata dal popolo per le sue origini contadine: si dice che la canzone popolare risorgimentale «La bella Gigogin» si riferisse in realtà a lei, e il soprannome Bela Rosin veniva pronunciato sempre con affetto e rispetto. Nel 1863 si trasferì negli Appartamenti Reali di Borgo Castello. Tale residenza, che non apparteneva alla Corona ma al patrimonio privato del re, rimase sempre la preferita della coppia, poiché Vittorio Emanuele amava rifugiarvisi per cacciare e sfuggire alla vita di corte.
Vittorio Emanuele con Rosa e i figli;

Anche se in circostanze drammatiche, nel 1869 giunse finalmente la grande svolta nel loro rapporto. Dopo una tenace opposizione da parte di governo e aristocrazia, i due poterono sposarsi: a dicembre, Vittorio Emanuele fu colpito da una forte polmonite, che per i medici sarebbe stata fatale, e complice il fatto che il conte di Cavour era morto nel 1861, pochi mesi dopo la proclamazione dell’ Italia unita, si parlò apertamente di un matrimonio religioso, al quale il parroco di Mirafiori già lavorava da tempo. La notte del 18, alla presenza del principe ereditario, Umberto di Piemonte, figlio secondogenito del re, del Primo ministro Luigi Federico Menabrea e di pochi intimi, Vittorio Emanuele ricevette in articulo mortis il sacramento del matrimonio, e quello dell’ estrema unzione, sebbene qualche tempo dopo guarì e, nel giro di un anno, entrò trionfalmente a Roma. Quasi otto anni dopo, il 7 novembre 1877, nella Villa Mirafiori di Roma, sarebbe stato celebrato anche il matrimonio civile, del quale però non esistono documenti. Le nozze tra il Re Galantuomo e la Bela Rosin furono morganatiche, che escludevano sia la moglie che i figli dall’ ereditarietà e dall’ acquisizione dei titoli e del marito. Rosa, quindi, non fu mai regina, traguardo a cui pare che non mirasse neppure, sebbene qualche storico sia convinto del contrario. Sicuramente, Vittorio Emanuele avrebbe tanto voluto condividere la corona con lei, trovandosi tuttavia costretto a cedere a pressioni politiche, veti dei figli legittimi e questioni di immagine. Il successo di Casa Savoia, unica famiglia reale rimasta sulla scena italiana, fu un peso sulla loro vita coniugale che furono tenuti sempre ad accettare: non potevano far parlare di sé, dando il minimo appiglio agli oppositori, fossero essi aristocratici locali nostalgici delle precedenti famiglie reali oppure repubblicani. Rosa risiedeva in una villa sulla Salaria, che il re raggiungeva ogni giorno uscendo dalla foresteria del Quirinale, che non amava particolarmente, e viveva nel più stretto riserbo, accettando la condizione di moglie ombra. Le residenze dove lei abitava, dalla Mandria di Venaria alla Pietraia nei pressi di Firenze, passando per Villa Mirafiori, fatta costruire proprio per lei sulla Nomentana a Roma, furono le vere case anche del sovrano, quelle dove trovava una vera famiglia, con lei che lo aspettava per dargli tutto quello che una brava moglie sa dare a un marito, divenendo il suo rifugio tranquillo e appartato dalle noiose cerimonie e dagli interminabili ricevimenti, l’ oasi di benessere semplice, quasi borghese, campagnolo ed erotico, sempre pronta ad accoglierlo e viziarlo con piatti di tajarin, agnolotti, cinghiale in civet e barolo davanti al caminetto, oltre che con passeggiate a braccetto nei boschi e tra le vigne, lontano dagli intrighi di corte. Certo, si vestiva in modo un po’ chiassoso, a un certo punto della vita sembrava un po’ troppo incline agli sfarzi, per quanto sempre relativi, mentre lui non metteva mai a freno i propri istinti amorosi, conquistando una bella e focosa amante dopo l’ altra. Ma la Bela Rosin aspettava sempre, paziente e fiduciosa, e lui tornava puntualmente da lei, pronta a togliergli gli stivali, a porgergli un sigaro intinto nel cognac e a preparagli un buon piatto di bagna caoda. Le residenze ufficiali a lei erano precluse, ma questo non le impedì di organizzare con una certa bravura un proprio regno all’ interno delle sue eleganti tenute.
Se perfino Laura Bon, la sua più accesa rivale, l’ aveva trovava bella è certo che secondo i criteri dell’ epoca lo fosse davvero, ma dalle fotografie attualmente rimaste l’ aggettivo che più le si addice è «riposante»: forse fu proprio questo il suo lato caratteriale più importante, la base sicura della decennale storia d’ amore con il Re Galantuomo. In tali fotografie, che la ritraggono in età matura, appare rotondetta, serena, paciosa, matronale e protettiva, con l’ aria da popolana rifatta. Non ha più il fascino acerbo della ragazzina scorta per la prima volta al castello di Racconigi, ma certamente basa su altri mezzi il proprio potere di seduzione. Fu una donna riposante e semplice, spettatrice di primo piano della storia del Risorgimento, che visse di riflesso, come dalle finestre di un’ elegante e pacifica alcova, e certamente non inquietante o disinibita come la contessa di Castiglione, inviata dal conte di Cavour a Parigi per sedurre Napoleone III affinché fosse più propenso ad appoggiare gli interessi del governo di Torino. E neanche fatale, profonda, graziosa e inattingibile come la baronessa milanese Metilde Viscontini Dembrowski, coinvolta nel 1821 in una congiura contro gli austriaci, di cui Henri Beyle, in arte Stendhal, s’ innamorò perdutamente senza essere riamato.
Il Mausoleo della Bela Rosin, a Mirafiori, Torino;

Il 9 gennaio 1878, Vittorio Emanuele morì al Quirinale, a seguito di una polmonite derivante da una notte trascorsa all’ addiaccio presso il lago nella sua tenuta di caccia laziale in occasione di una battuta venatoria. La commozione che investì rapidamente la nazione fu unanime, e i titoli dei giornali la espressero facendo uso della retorica tipica del periodo. La sua Rosa era lontana, colpita da un’ influenza nella tenuta della Mandria, a pochi passi da Torino, uno dei tanti nidi d’ amore in cui alla coppia piaceva trascorrere le vacanze. Il Padre della Patria venne seppellito al Pantheon, pur avendo espresso il desiderio di riposare eternamente nella Cripta Reale della Basilica di Superga, ove erano già stati tumulati alcuni membri di Casa Savoia, come il padre Carlo Alberto. In occasione dei suoi solenni funerali, a cui parteciparono esponenti di governi e famiglie reali, nonché diplomatici e militari di alto rango, Roma fu invasa da una moltitudine sconfinata, comprendente circa duecentomila persone. Sul trono del neonato regno italiano salì il figlio Umberto di Piemonte, freddo, autoritario e compassato, che pur essendo il quarto capo del casato a portare questo nome decise di chiamarsi Umberto I per rispetto verso la patria, a differenza del padre, che non aveva ritenuto opportuno cambiare il numero per sottolineare la continuità dinastica.
Dopo la morte dell’ amato marito, la Bela Rosin fu definita persona non gradita da Margherita, moglie di Umberto e prima regina d’ Italia, che analogamente al marito l’ aveva sempre trattata con distacco, come un’ intrusa. Le vennero requisite tutte le residenze in cui abitava ad eccezione del Castello di Sommariva Perno. Malinconica e nostalgica, assunse il ruolo di vedova ombra, al punto che la corona di fiori che inviava al Pantheon ogni anno in occasione dell’ anniversario della morte di Vittorio Emanuele non recava alcun nome. Trascorse quindi il resto della sua vita presso Palazzo Beltrami, a Pisa, ove morì di diabete il 26 dicembre 1885, dopo aver spesso ripetuto di essere «sopravvissuta» all’ amato consorte. Casa Savoia vietò espressamente che venisse seppellita al Pantheon, non essendo mai stata regina: per questo motivo, in aperta sfida alla corte di Roma, i figli Vittoria ed Emanuele decisero di riunire moralmente i genitori facendo edificare a Mirafiori un Pantheon in miniatura, il «Mausoleo della Bela Rosin», in cui deposero le spoglie mortali di lei, che vi rimasero fino al 1972, quando furono spostate al Cimitero monumentale di Torino per evitare profanazioni e vandalismi ai danni della tomba. Oggi, in seguito ad un grave periodo di degrado, il Mausoleo di Mirafiori è sede espositiva gestita dalle biblioteche civiche torinesi.
Mentre i Savoia consolidavano la propria posizione sulla scena nazionale e internazionale cogliendo l’ eredità di Vittorio Emanuele II, Vittoria ed Emanuele Alberto Guerrieri vissero un’ esistenza decorosa e tranquilla, lontana dai clamori e dalla notorietà. Lei sposò nel 1868 il marchese Giacomo Filippo Spinola, primo aiutante di campo del sovrano, e poi con il fratello Luigi, mentre lui, che nel 1866, appena quindicenne, aveva partecipato insieme al padre alla Terza Guerra d’ Indipendenza, svolse attività di produttore di vini e altri prodotti agricoli nei territori di Serralunga d’ Alba e Barolo, fungendo da presidente di associazioni di ex combattenti e sportive. Fondò le rinomate Cantine di Fontanafredda, prestigiosa ditta vinicola ancora esistente, dimostrandosi un valente pioniere della viticultura piemontese. Sposò Bianca Enrichetta de Larderel, una nipote del conte Francesco Giacomo de Larderel di Montecerboli, da cui ebbe due figli, il secondo dei quali, Gastone, prese in moglie Margherita Boasso, da cui ebbe una sola figlia, Vittoria, che convolò a nozze con il conte Melchiorre Gromis di Trana, da cui nacquero sei figli, il secondo dei quali, Gastone, fu padre di Caterina, classe 1962, etologa e autrice di libri sugli animali nativa di Torino, dove risiede tuttora.
La contessa Caterina Gromis di Trana;

Quella tra Vittorio Emanuele e Rosa fu senz’ altro una bella storia di amore, forse addirittura la più famosa del Risorgimento, e si intrecciò in modo unico con la tappe dell’ unità nazionale e con le prime vicende del neonato Regno d’ Italia. Nonostante la sua natura poligama, che visse beatamente anche dopo averla conosciuta, il Re Galantuomo vide costantemente nella Bela Rosin la propria anima gemella, il suo spirito complice e confortante, la fonte più autentica della sua felicità, da cui ebbe i figli che molto probabilmente amò più di tutti gli altri. Fu senz’ altro un amore intenso e passionale, vissuto rigorosamente nel segreto delle loro stanze da letto, perfettamente armonioso a dispetto della differente provenienza sociale dei due, visto dal di fuori e nel tempo soprattutto come una relazione pacata, domestica e familiare, rasserenante e straordinariamente capace di resistere alle pressanti difficoltà affrontate, prima tra tutte la ferma opposizione da parte del potente conte di Cavour, uomo dalla mente raffinata, vasta ed intricata. Fu un rapporto davvero straordinario, come dimostrato dai ritratti in cui i due appaiono insieme: entrambi tracagnotti, con lo sguardo fiero, dritto e profondo di chi sa cosa vuole dalla vita, immersi in una bella aria di campagna, a conferma del vecchio detto secondo cui chi si assomiglia si piglia.
Perfino il loro matrimonio morganatico, che impedì a lei di divenire regina e ai due figli di acquisire il nome dei Savoia e di entrare conseguentemente nella linea di successione al trono d’ Italia, fu una notevole eccezione, in un’ era in cui principi e principesse di sangue reale si sposavano soltanto tra di loro stringendo vincoli di interesse e arricchendo la discendenza dinastica, a beneficio esclusivo della ragion di Stato e di casta: celebrato quando lui pareva ormai al termine della sua esistenza, più di ogni altra cosa dimostrò un sincero e raro amore.

lunedì 17 giugno 2019

Ari, il principe dei mari e dei cieli

Aristotele Onassis, il grande armatore greco;
«Quando un uomo afferma che col denaro si può ottenere tutto, puoi esser certo che non ne ha mai avuto.» Aristotele Onassis;


Nell’ antica Roma, l’ homo novus era un cittadino nella cui famiglia, patrizia o plebea che fosse, nessuno aveva mai rivestito una carica pubblica o svolto incarichi per conto dello Stato. Si trattava quindi di qualcuno che partiva dal niente, facendosi strada da sé fino ad una posizione di potere, senza attenersi ad una tradizione precedente in quanto nessuno dei suoi antenati aveva mai intrapreso tale percorso. All’ inizio, gli homines novi erano molto malvisti dal patriziato e dall’ oligarchia politica che esso stesso costituiva, al punto da evitare rigorosamente di concedere loro un qualsivoglia incarico, perfino di fronte ad evidenti meriti. La Roma delle origini era infatti estremamente rigida e legata alle consuetudini: alla nobiltà romana si apparteneva esclusivamente per via ereditaria, come suggerito dal termine «patrizio», discendente cioè dei cento patres che avevano dato origine al Senato al tempo di Romolo, mentre alle cariche statali si accedeva solo nel caso in cui si aveva uno o più avi che le avessero a loro volta ricoperte, così come chi era soldato non poteva muoversi dalla propria condizione sociale e così avanti.
In un secondo momento, però, soprattutto grazie all’ influenza della cultura greca su quella romana, la figura dell’ homo novus, forte di una sempre crescente ammirazione da parte dei ceti meno fortunati, poté avere libero accesso a tutte le cariche pubbliche, anche alle più elevate, nella convinzione che la sua azione avrebbe portato una costante aria di modernità e innovazione. Il principio alla base di questi soggetti fu uno dei più importanti di tutta la cultura romana, tanto da sopravvivere ed evolversi costantemente nel corso dei secoli in tutto l’ Occidente, trovando ampia espressione non più soltanto nel mondo politico ma anche in quello commerciale e imprenditoriale, per poi raggiungere in tempi più recenti ogni contesto sociale, soprattutto quello delle professioni, ispirando il concetto del self-made man statunitense, che indica quel particolare uomo che, come i padri pellegrini, partendo dal basso raggiunge da solo per propri meriti il successo, la ricchezza e la celebrità.
Fin dagli albori della storia, gli uomini e le donne che si sono fatti da sé partendo da umili e poco desiderabili natali hanno sempre catturato l’ immaginario collettivo, suscitando ogni volta un misto di ammirazione, invidia, emulazione e persino ostilità e concorrenza. Indipendentemente da come le si guardi, si tratta certamente di persone molto ambiziose e intelligenti, dotate di talento ma anche aiutate dalle circostanze, desiderose di fare qualcosa di grande con cui essere notate dai contemporanei e ricordate dai posteri, che vivono vicende uniche e irripetibili, ricche di colpi di scena, e che finiscono con il divenire veri e propri simboli di trionfo e riscatto, ma anche nomi ambigui e discutibili a causa di un certo lato oscuro che, talvolta, le induce a qualche azione poco limpida nel desiderio di seguire una scorciatoia. La storia ricorda molte persone nate nella modestia ed elevatesi ai fasti del potere e della gloria: re Davide di Israele, il console e generale romano Giulio Cesare, il banchiere fiorentino Giovanni di Bicci de’ Medici, papa Alessandro VI, Napoleone Bonaparte e tanti altri che, ciascuno a modo proprio, seppero emergere in parte sfruttando abilmente le circostanze e in parte ricorrendo a metodi poco degni, dando in ogni caso un evidente contributo al mondo in cui vissero e lasciando una certa eredità di cui tuttora noi godiamo.
Durante il Novecento, secolo animato da numerosi cambiamenti rivoluzionari, se non veri e propri sconvolgimenti sia politici che sociali e scientifici, che molto influirono sulla vita di tutti, un uomo in particolare incarnò il principio dell’ homo novus, catturando l’ attenzione del mondo e suscitando una serie di sentimenti sia favorevoli che contrari, esattamente come chi lo aveva preceduto e che sarebbe venuto dopo di lui all’ apice del potere e della ricchezza: l’ armatore greco Aristotele Onassis, il principe dei mari e dei cieli, un uomo che, scappato dal natio Impero ottomano alla volta del Nuovo Mondo, negli anni arrivò a vantare un’ immensa ricchezza accumulata con il lavoro, spesso favorito da giochi d’ astuzia poco puliti. Esempio per alcuni e furfante per altri, maestro di grandi raggiri finanziari e amante di molte donne famose e bellissime, questo abile magnate levantino ebbe una vita intensa e suggestiva tra affari milionari e donne belle e famose come Athina Livanou, Maria Callas e Jacqueline Lee Bouvier, sebbene solo la seconda poté vantare un peso autentico, per quanto rimasta in una lotta continua per stare al suo fianco. Il suo nome divenne sinonimo di successo, opulenza e potere sconfinati, ma pur avendo tutto ciò che si potesse desiderare la sorte non gli risparmiò profonde sofferenze e il dolore di una morte solitaria.
Onassis in una foto del 1932;

Aristotele Sokrates Homer Onassis nacque il 15 gennaio 1906 a Smirne, nella Turchia centro-occidentale, la terza più popolosa del Paese dopo Costantinopoli e Ankara, durante il regno del sultano Abdul Hamid II, da genitori greci, Socrate e Penelope Dologu. Aveva una sorella più grande, Artemis. Il padre proveniva dal villaggio di Moutalasski, nella Turchia centrale.
In epoca ottomana, la città di Smirne era divenuta un importante scalo commerciale, snodo fra le piste carovaniere asiatiche e le rotte mediterranee, dalla popolazione multietnica, poliglotta e multiconfessionale, perfettamente in tono con il modello della società del Sublime Stato. I turchi stessi la chiamavano gâvur Izmir, ossia «l’ infedele Smirne», in riferimento all’ alta percentuale di non musulmani tra levantini, greci, armeni ed ebrei ivi residenti. Secondo il censimento del 1893, circa la metà della popolazione cittadina era maomettana e i greci costituivano la più importante minoranza. A seguito della sconfitta dell’ Impero ottomano al termine della Grande Guerra, a cui aveva partecipato al fianco dell’ Impero germanico, il trattato di Sèvres del 1920 assegnò l’ amministrazione di Smirne alla Grecia, e Onassis, chiamato affettuosamente Ari da parenti e amici, frequentò la Evangelical School, ove nel 1922, a sedici anni, si diplomò. In questa stessa scuola aveva imparato a parlare fluentemente quattro lingue, ossia il greco, sua lingua madre, il turco, lo spagnolo e l’ inglese.
A seguito dell’ invasione greca e, specialmente, della Catastrofe dell’ Asia Minore del 1922, ossia la sconfitta greca presso Dumlupınar che determinò i confini attuali della Grecia, la città fu riconquistata dai turchi al comando di Mustafa Kemal, il celebre Atatürk, padre della Repubblica Turca di cui fu il primo Presidente, e devastata da un rovinoso incendio che distrusse gran parte della zona vecchia: durante il disastro, tra devastazioni e saccheggi, le popolazioni cristiane, principalmente quella greca e armena, in parte massacrate, si imbarcarono sulle navi dell’ Intesa alla fonda nel porto, trovando poi rifugio in Grecia. Gli Onassis persero le loro varie proprietà immobiliari, e lo stesso Aristotele, che contò la morte di tre zii, una zia e il relativo marito insieme alla loro figlia, arsi vivi in una chiesa a Thyatira dove cinquecento cristiani stavano cercando riparo, venne imprigionato, torturato e condannato a morte, ma fu in grado di liberarsi e fuggire. Grazie ad un passaporto Nansen, un documento rilasciato dalla Società delle Nazioni a beneficio di profughi e rifugiati apolidi, nel 1923 emigrò a Buenos Aires, in Argentina, con in tasca sessanta dollari, allora cifra più che discreta. I superstiti della sua famiglia, frattanto, erano tornati in Grecia come rifugiati.
Con la moglie Athina e i figli Alexander e Christina;

Il giovane Ari iniziò a lavorare come centralinista per la British United River Plate Telephone Company. Terra di frontiera ed in rapida espansione economica, in quel tempo l’ Argentina brulicava di uomini d’ affari di ogni provenienza e settore, e ascoltando le loro conversazioni telefoniche il ragazzo recepì preziose informazioni da cui ricavò investimenti estremamente vantaggiosi: si racconta che un giorno richiese il turno di notte per ascoltare le conversazioni di azionisti statunitensi, britannici e svizzeri. In un’ occasione apprese della vendita di una società, di cui volle acquistare le azioni, cosa che gli permise di guadagnare una prima cospicua somma di denaro. Con i primi ricavi pensò per la prima volta di mettersi in proprio, diventando imprenditore dedito all’ importazione di tabacco orientale, e in soli due anni intascò ben centomila dollari. Nel 1928 divenne console generale greco, e in seguito si occupò anche di sigarette e beni indifferenziati, raggiungendo il suo primo milione nel 1931, mentre l’ anno dopo, durante la Grande Crisi provocata dal crollo di Wall Street del 24 ottobre 1929, fece la prima mossa che lo avviò verso un inarrestabile successo: mentre vaste schiere di armatori si liberavano delle proprie flotte navali, Onassis sfruttò la debolezza di un’ azienda canadese in bancarotta acquistando circa settanta navi, alcune delle quali di uso militare, per soli centoventimila dollari, e quando il mercato dei noli vide un rialzo iniziò una prospera e fortunata attività di armatore che non conobbe rallentamenti neanche durante la Seconda Guerra Mondiale, che anzi gli fu assai propizia in quanto guadagnò cifre esorbitanti offrendo la propria flotta a beneficio degli Alleati, in particolare agli Stati Uniti. Con la crescita dei suoi interessi in Occidente decise di lasciare l’ Argentina per New York, senza tuttavia abbandonarla, in quanto il suo nascente impero marittimo aveva uffici anche a Buenos Aires, in cui tornò frequentemente, e ad Atene.
Il figlio Alexander;

Impenitente donnaiolo, nella sua vita non si negò mai le donne, di cui fu sempre circondato grazie al fascino e al potere di cui disponeva in abbondanza, e ogni volta che ne conquistava una bella e interessante la seduceva e ricopriva di munifici doni, per poi scaricarla una volta che se ne era stancato: «Se le donne non esistessero, tutti i soldi del mondo non avrebbero alcun significato.». Non corrispondeva certamente al consueto esempio di uomo affascinante, essendo tozzo, di carnagione olivastra, con un naso enorme e un volto poco gradevole perennemente calato in espressioni acute, peraltro nascosto da grandi occhiali scuri, e abitualmente impaludato in abiti sformati, tanto che spesso si diceva di lui: «Sembra molto più alto quando sta in piedi sopra i suoi soldi.».
Il 28 dicembre 1946 sposò la bellissima Athina Mary Livanos, figlia diciassettenne del ricco e potente armatore Stavros Livanos, nonostante il suo parere contrario proprio a causa della notevole differenza di età tra i due, e che alla fine donò loro una nave Liberty dal valore pari cinquecentomila dollari. Grazie a lei, che era considerata una delle donne più belle al mondo, Ari entrò molto attivamente a far parte dell’ alta società del Vecchio continente, di cui fece sempre parte nonostante i vari impegni professionali, e dal loro matrimonio nacquero due figli, Alexander e Christina, rispettivamente nel 1948 e nel 1950. Tale unione non tardò a rivelarsi alquanto difficile e sofferta: nella mente di lui, infatti, essa equivaleva soprattutto ad una mossa con cui avvicinarsi convenientemente alle risorse dei Livanos, eppure non mancava di picchiarla rabbiosamente per gelosia e al tempo stesso di ricoprirla di doni quali la casa di moda di Jean Dessés, il sarto parigino di provenienza greca che lei prediligeva, una residenza di cinque piani a New York appositamente costruita e una magnifica villa sull’ elegante Ouster Bay, vicino alla stessa Grande mela, senza contare i gioielli e i preziosi il cui valore raggiungeva i due milioni di sterline.
La figlia Christina;

Affarista dalla mente subdola e raffinata, convinto che il segreto negli affari stesse nel conoscere qualcosa che nessun altro sa, come spesso ripeteva, l’ armatore greco ricorse ad uno stratagemma particolarmente astuto: issò sulle proprie navi la bandiera di Panama, ottenendo così una condizione esentasse con la quale rispettò ugualmente le regole tipiche di uno Stato come quello statunitense. Ciò gli permise di ridurre i costi, erogando salari molto bassi e riducendo al minimo le altre spese. Successivamente investì molto del denaro ricavato per costruire e acquistare navi petroliere, arrivando a formare una delle più grandi flotte mai viste al mondo. Ormai ricchissimo, nel 1953 stabilì nuovi interessi nel Principato di Monaco, acquistando attraverso compagnie di facciata operative a Panama molte quote della Société des Bains de Mer, la più antica società monegasca, da cui dipendono tuttora svariati ristoranti, casinò, alberghi, bar e night club, SPA, circoli sportivi e sale da spettacoli, assumendone di fatto il controllo durante l’ estate: la maggioranza di tali quote gli garantì un immenso potere. L’ ingresso di Onassis fu inizialmente accolto molto bene da Ranieri III, principe sovrano di Monaco dal 1949, attivamente impegnato nel ridare l’ antico lustro al piccolo Stato dopo gli scandali provocati dalla madre, la principessa Charlotte Grimaldi, soprattutto in ambito finanziario, i quali avevano pesantemente dilapidato le finanze statali, inducendolo ad aprire il Paese agli investimenti esteri.
In ufficio;

Un anno dopo, nel 1954, Ari finì nel mirino dell’ FBI statunitense, allora diretta da J. Edgar Hoover, da cui fu indagato per frode ai danni del fisco e fatto condannare ad un risarcimento pari a sette milioni di dollari in quanto aveva stretto un accordo con Abdulaziz bin Saud, re dell’ Arabia Saudita, per formare a Gedda, la seconda città più grande e importante del Regno delle Due Sante Moschee nonché suo cuore finanziario, nota per il suo porto, una compagnia dedita alla distribuzione del petrolio saudita, la Saudi Arabian Maritime Tankers Company, registrata in territorio arabo e intestataria di petroliere dai nomi sauditi e quindi fornite della bandiera nazionale locale. Tutto questo era entrato in rotta di collisione con gli interessi degli Stati Uniti, che avevano un monopolio con l’ Arabian-American Oil Co, la quale negli Anni Trenta aveva scoperto i più grandi giacimenti al mondo, assicurandosi un accordo di concessione che copriva gran parte del reame degli Al Saud.
Nello stesso anno, il magnate acquistò per trentaquattromila dollari una nave da guerra canadese lunga novantanove metri e larga undici, posta in disarmo nel novembre del 1945, che trasformò in un panfilo estremamente lussuoso. Il riallestimento, che fece dell’ incrociatore la barca privata più elegante e tecnologica del suo tempo, gli costò circa quattro milioni di dollari, e a lavori compiuti lo battezzò Christina O, in onore della figlia.
L’ Olympic Tower di New York;

Convinto di dover diversificare i propri interessi il più possibile, dopo un periodo trascorso interessandosi anche alla caccia alle balene lungo la costa del Perù tra il 1950 e il 1956, affare rivelatosi un vicolo cieco in cui alla fine cedette il posto ad una delle maggiori compagnie giapponesi del settore, guardò con sempre maggiore interessamento ai trasporti aerei, altro grande ambito destinato a fare di lui un grande nome. Come ebbe a dire in proposito: «Dobbiamo liberarci dalla speranza che il mare esisterà per sempre: dobbiamo imparare a navigare il vento.».
Nel 1956, periodo di forti difficoltà finanziarie, il governo di Atene decise di privatizzare le compagnie aeree di bandiera, e un anno dopo Onassis fondò la Olympic Airways, che contando sedici aerei nel primo anno di attività gli garantì il monopolio del settore in Grecia. Sotto la sua direzione, essa arrivò a trasportare due milioni e mezzo di persone all anno e a contare oltre settemilatrecento dipendenti. Finanziò e seguì da vicino la costruzione dell Olympic Tower di New York, un grattacielo di centottantanove metri di altezza e cinquantuno piani situato a Manhattan, lungo la Quinta Strada, considerato tuttora uno dei più lussuosi della città. Disse di lui e della sua nuova e grande passione Paul Ionnidis, uno dei dirigenti della Olympic Airways: «Era sposato con il mare, ma la Olympic era la sua amante: avrebbe speso tutto il denaro che guadagnava in mare con la sua signora nei cieli.».
Il Christina O, leggendario panfilo di Onassis;

Ormai uno degli uomini più ricchi e potenti al mondo, Ari vantava partecipazioni in ben novantacinque società, conti bancari disseminati in duecentodiciassette istituti bancari in tutto il mondo e svariati investimenti in America meridionale, soprattutto nell’ estrazione dell’ oro, nell’ industria chimica e nel settore immobiliare. Il suo potere e la sua influenza crescevano senza sosta, cosa che gli fu costantemente di aiuto negli affari, e non mancò mai di scherzare sul fatto che un miliardario spesso non è che un pover’ uomo con tanti soldi, e che non bisogna correre dietro al denaro ma andargli incontro. In tutto il mondo le sue attività erano attentamente sorvegliate dalle autorità.
Deteneva peraltro un saldo potere sull’ economia e le scelte del Principato di Monaco, ma i suoi rapporti con il principe Ranieri III presero ad incrinarsi: l’ armatore vedeva nel piccolo regno affacciato alla Costa Azzurra un posto esclusivo, mentre il principe sovrano voleva farne un’ attrazione turistica aperta anche al grande pubblico, con un grande albergo. Come paradiso fiscale, Monaco si era indebolito a causa di alcuni provvedimenti voluti dal governo francese, quindi Ranieri esortò più volte a investire nella costruzione dell’ albergo il magnate greco, restio a investire senza una garanzia da parte del monarca che non avrebbe avallato lo sviluppo di altri alberghi dai quali sarebbe sorta una concorrenza. Ranieri non diede mai tale garanzia, anzi pose il proprio veto per cancellare l’ intero progetto alberghiero e durante un’ apparizione televisiva attaccò duramente la SBM per la sua «malafede», criticando implicitamente Onassis.
L’ isola greca di Skorpios;

Tra gli sconfinati possedimenti di Ari, uno gli fu particolarmente caro: l’ isola greca di Skorpios, situata nel Mar Ionio, al largo delle coste elleniche e subito ad est dell’ isola di Leucade. Quasi interamente coperta da foreste da nord a sud, offre uno scenario di alberi di varie specie e colori, e fu la culla dei suoi momenti più lieti e sereni.

Nel 1957, Onassis incontrò il celebre John Fitzgerald Kennedy, senatore del Massachusetts, e la moglie Jacqueline Lee Bouvier, che invitò per una crociera sul Christina O su richiesta del suo caro amico Sir Winston Churchill, ex Primo ministro britannico, il quale nel 1938 aveva conosciuto suo padre, Joseph Patrick Kennedy, grande imprenditore e politico, membro del Partito Democratico, scelto dal Presidente Franklin Delano Roosevelt per l’ importante carica di ambasciatore degli Stati Uniti nel Regno Unito. Inizialmente, Churchill aveva provato grande apprezzamento e stima per «papà Joe», ma poi se ne allontanò drasticamente quando questi manifestò la certezza che il Terzo Reich nazista avrebbe vinto la guerra e sostenne il non intervento degli Stati Uniti. Ora era curioso di conoscerne il figlio. Ari fu piuttosto scortese con i coniugi Kennedy nel momento in cui li accolse sul panfilo: «Sono costretto a chiedervi di andarvene entro le 19:30: Sir Winston cena alle 20:15 in punto.».
Durante la serata, il senatore Kennedy non parve particolarmente a proprio agio, a differenza invece di Jacqueline, e quando i due se ne furono andati Churchill confidò al magnate greco di reputare il giovane destinato alla presidenza degli Stati Uniti, mentre l’ armatore sostenne che in sua moglie vi fosse qualcosa di dannatamente attraente e provocante, un’ anima sensuale.
Nello stesso anno, nella vita del grande uomo d’ affari entrò quello che sarebbe stato il grande amore della sua vita, la donna a cui, tra alti e bassi, sarebbe rimasto legato fino alla morte: Maria Callas, nome d’ arte di Anna Maria Cecilia Sophia Kalos, il leggendario soprano statunitense di discendenza greca, detta «la Divina», che conobbe il 3 settembre ad un ricevimento all’ hotel Danieli di Venezia organizzato da Elsa Maxwell, nota giornalista, e scrittrice, nonché pianista e grande organizzatrice di serate mondane. Tra i due fu subito un grandissimo interesse reciproco: lui aveva cinquantatré anni, lei trentatré, e per tutta la notte conversarono in greco, escludendo tutti gli altri ospiti. Moglie dal 1949 dell’ imprenditore italiano Giovanni Battista Meneghini, affarista acuto e intelligente che molto le fu di supporto nei suoi primi anni di carriera artistica, e dotata di una voce assai particolare, che coniugava un timbro unico a volume notevole, grande estensione e agilità, la Callas era nota per il considerevole contributo alla riscoperta del repertorio italiano della prima metà dell’ Ottocento, la cosiddetta «belcanto renaissance», in particolare le opere di Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, di cui seppe dare una lettura personale in chiave drammatica attraverso la riscoperta della vocalità ottocentesca, definita «canto di bravura», che applicò a tutti i repertori e per la quale venne coniato il termine «soprano drammatico d’ agilità». Alta un metro e ottanta e dal peso pari a novantaquattro chili, si racconta che ne perse ben quarantuno nel giro di appena due anni anche grazie a una tenia, forse contratta a furia di mangiare insalata e carne cruda oppure inghiottita appositamente: un giorno, mentre faceva il bagno, scoprì un pezzetto di verme che sbucava dal suo corpo, e colta da una crisi isterica chiamò il marito gridando di averla uccisa.
Nel giugno 1959 Ari organizzò una cena in suo onore al Dorchester Hotel di Londra, in occasione della prima della «Medea» al Covent Garden, occasione nella quale si fece platealmente fotografare mentre, al momento dei saluti, cercava di trattenere a sé la donna, ormai in pelliccia portata via dal marito, mentre il successivo 23 luglio, alle 8:00 del mattino, insieme alla moglie Athina la ospitò per una crociera di tre settimane sul Christina O, ormai stanchissima per una massacrante tournée di concerti, con la voce che incominciava a mostrare segni di cedimento e in uno stato psicologico complesso, dove la dipendenza sempre più forte dalla mondanità si univa al desiderio di porre fine alla carriera. Tra gli ospiti vi era ancora una volta Sir Winston Churchill, e il marito e pigmalione Meneghini la accompagnava diligentemente, ma, soffrendo il mal di mare, passò quasi tutto il viaggio chiuso in cabina. A bordo di quella nave tanto opulenta, che negli anni aveva accolto gente dell’ alta società mondiale come Frank Sinatra, Marilyn Monroe e Greta Garbo, senza dimenticare Elizabeth Taylor e Richard Burton, che amavano rilassarsi davanti al camino del salone Lapis, la Callas visse in un’ atmosfera aurea e grandiosa. A bordo, Onassis aveva un appartamento personale di quattro stanze. Nel bagno spiccava una vasca incassata nel pavimento circondata di mosaici con un motivo di pesci volanti, mentre in camera da letto vi erano pareti verde spuma di mare, adorne di specchi veneziani racchiusi in cornici d’ avorio con decorazioni a forma di conchiglia. Nello studio si notavano la Madonna con un angelo di El Greco, fiancheggiata da due sciabole d’ oro massiccio, dono del monarca saudita Abdulaziz, e un Buddha di giada verde tempestato di rubini. Il magnate greco amava far abbassare a poco a poco la pista da ballo della barca mentre gli ospiti danzavano e getti d’ acqua illuminati zampillavano tutt’ intorno. Gli sgabelli del bar erano rivestiti col prepuzio delle balene uccise dalla sua flotta di baleniere, quindi l’ armatore amava dire alle donne: «Signora, lei è seduta sul pene più grande del mondo!».
Durante la crociera, che contribuì enormemente ad avvicinarli, Ari e la Callas passavano intere notti insonni, durante le quali lui le confidava le sue imprese romantiche di gioventù, costringendo gli ospiti a stare svegli a turno per salvare le apparenze. Nel giorno dello scalo a Istanbul, Atenagora di Costantinopoli, il celebre e riverito arcivescovo ortodosso greco, chiamò davanti a tutti Onassis e la Divina per benedirli: «La migliore cantante e il più famoso marinaio del mondo moderno, un odierno Ulisse.». Tale augurio diede l’ impressione di una cerimonia nuziale, e quella notte i due ebbero il loro primo rapporto sessuale.
Maria Callas, «la Divina»;

Al rientro a Monte Carlo del panfilo, la Callas era perdutamente innamorata dell’ amante, e decise di lasciare per sempre il consorte. Rimasta peraltro incinta da parte del magnate, iniziò a sentendosi goffa e brutta, e temendo che lui la raggiungesse prima del parto, una volta giunta al nono mese sollecitò il medico della clinica Dezza di Milano a praticarle un taglio cesareo: il bimbo nacque il 30 marzo 1960 e morì a poche ore dal parto a causa di un’ insufficienza respiratoria. Avendo scoperto che il marito aveva una relazione con la cantante lirica, e già al corrente delle svariate storie circa i tradimenti da parte di lui, che proprio come i suoi popolavano le pagine dei rotocalchi, Athina ottenne in giugno il divorzio con una sentenza emessa da un tribunale dell’ Alabama, nonostante i tentativi di rappacificazione compiuti dalla principessa Grace di Monaco, moglie di Ranieri III e sua amica personale.
I due amanti ora avevano mano libera, eppure la loro storia fu estremamente dolorosa e ricca di tormenti, tra anni di passione sfrenata, lusso e sregolatezza. Già dal 1957 le condizioni vocali della Callas mostravano segni di logoramento a causa dell’ afonia: la sua voce andava e veniva. Ari, che da anni era soprannominato «collezionista di donne celebri», avendo avuto amanti famose come Veronica Lake, Gloria Swanson e Greta Garbo, la fece soffrire spesso e piuttosto crudelmente, facendone una vera e propria vittima. Non mancava mai di deriderla, arrivando persino al punto di dirle davanti all’ equipaggio del Christina O: «Sei solo una che ha un fischietto in gola, e adesso non funziona nemmeno più!». Per quanto i due fossero uniti da molte cose, per un oscuro istinto autodistruttivo Onassis faceva di tutto per svalutare e rovinare l’ amore più vero che avesse mai provato. Merope, la sua sorellastra minore, nata dal secondo matrimonio del padre Socrate, disse con una punta di cattiveria: «Era talmente grassa che a stento attraversava la porta, e aveva le gambe coperte di fitti peli neri.». Da parte sua, il soprano descrisse l’ armatore come un uomo brutto e violento.
Il magnate e il soprano a Venezia nel 1957;

Nel 1963, nel pieno della sua relazione con la Divina, iniziarono a girare pettegolezzi secondo i quali Ari si stesse incontrando di nascosto con Caroline Lee Bouvier, sposa del principe Stanisław Albrecht Radziwiłł, appartenente ad un noto e rispettato casato di discendenza polacca e lituana, e sorella più giovane di Jacqueline, moglie di John Kennedy, che in tono con le previsioni di Churchill era uscito vincitore dalle elezioni presidenziali del 1960, diventando il trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti. Si disse che tale frequentazione fosse più che altro una scorciatoia con cui arrivare alla stessa Jacqueline, traguardo che in effetti raggiunse a seguito di una serie di eventi drammatici che videro coinvolta la distinta e affascinante First Lady. Quello fu per lei un vero e proprio annus horribilis, una lenta e inarrestabile discesa in una spirale di lutti e sofferenze: in agosto, infatti, perse il figlio appena nato, Patrick, venuto a mancare a soli due giorni dal parto a causa di una malformazione polmonare. Volendo aiutarla a combattere la disperazione, la sorella Caroline convinse Onassis ad invitarla a bordo del Christina O per una crociera nel Mediterraneo, cosa che venne da subito molto discussa, al punto da suscitare un animato dibattito politico che non tardò ad approdare perfino al Congresso di Washington, a causa dei continui e sfaccettati intrighi finanziari e imprenditoriali del magnate greco. Un articolo del Washington Post domandava addirittura se l’ ambizioso armatore sperasse di diventare cognato del Presidente, lanciandogli di fatto contro un siluro in vista del voto del 1964: non solo l’ imprenditore era sotto accusa per frode al governo, ma risultava divorziato e coinvolto in una relazione ampiamente pubblicizzata con una stella del canto lirico, a sua volta separata. Robert Kennedy, fratello minore di John e suo Ministro della Giustizia, disse senza mezzi termini che Caroline avrebbe fatto meglio ad allontanarsi da Ari, mentre un membro della Casa Bianca sostenne: «Lo scorso anno abbiamo avuto Castro e la crisi dei missili di Cuba, ora invece abbiamo Onassis e la crisi del matrimonio.».
Oliver Bolton, deputato repubblicano dell’ Ohio, contestò l’ opportunità della crociera di Jacqueline sul Christina O, ricordando che molte delle navi del magnate erano state costruite con garanzie ipotecarie fornite dallo Stato e che lui doveva ancora finire di saldare il suo debito con la Marina, senza dimenticare che nel 1957 aveva realizzato un guadagno pari a venti milioni di dollari quando l’ amministrazione marittima gli aveva permesso di trasferire quattordici unità dal registro navale a quelli di altri Paesi. L’ armatore aveva già acquistato varie navi precedentemente di proprietà governativa, poco dopo il 1945, in condizioni assai favorevoli a patto che sarebbero state sempre impegnate sotto la sola bandiera a stelle e strisce, cosa che invece non era avvenuta. Kennedy contattò subito la consorte per invitarla ad interrompere il suo viaggio, ma senza successo, mentre J. Edgar Hoover si affannava a scavare più a fondo sul conto dell’ affarista, senza a sua volta ottenere risultati soddisfacenti: il direttore dell’ FBI lo detestava istintivamente, convinto com’ era che non vi fosse fumo senza arrosto e che stesse cercando di sedurre la First Lady nel desiderio di passarla liscia, ma al tempo stesso era ben felice dei guai in cui si trovava il Presidente, avendo rapporti molto difficili sia con lui che con Robert, da cui dipendeva gerarchicamente.
Jacqueline Lee Bouvier;

La favolosa crociera fu un periodo molto felice per la bella ospite, e si concluse con il dono di una collana di diamanti e rubini da parte di Ari, che voleva lasciarle un bel ricordo. Jacqueline tornò alla Casa Bianca più bella e in forma che mai, ma appena ebbe riabbracciato il marito il destino le sferrò un secondo colpo durissimo: il successivo 22 novembre, durante un viaggio a Dallas, il Presidente venne assassinato.
Onassis, che si trovava ad Amburgo in occasione del varo della superpetroliera Olympic Chivalry, telefonò subito a Caroline, che gli chiese di accompagnarla al funerale del cognato. Lui sostenne che non sarebbe stato saggio tornare tanto presto negli Stati Uniti e soprattutto farsi vedere al funerale del Presidente per via della sua sfilza di reati tributari che lo vedeva debitore del governo, ma la principessa sostenne che la cosa non aveva ormai più alcuna importanza e il giorno dopo gli fece avere un invito ufficiale dal capo del cerimoniale della Casa Bianca, anche per trattenersi dopo i funerali. L’ armatore greco, che si era aspettato un lutto tipicamente mediterraneo, fatto di lacrime e silenzio, rimase stupito dal clima della veglia funebre irlandese, scandita da alcol, canti e battute scherzose, durante la quale il defunto venne ricordato non solo per i suoi successi e i piccoli imbrogli, ma anche per le gesta di donnaiolo incallito. Il magnate fu fatto oggetto di ogni tipo di motto spiritoso, e venne stuzzicato anche a proposito del suo panfilo e dell’ aria misteriosa che si portava sempre dietro. Con notevole abilità e prontezza, lui si calò nella parte del buffone, ruolo che aveva già svolto per Sir Winston e Greta Garbo, raccontando svariate storielle e accettando di essere preso in giro, senza mai lasciare sola Jacqueline, neanche per un momento. Robert Kennedy gli fece persino firmare un ridicolo documento formale nel quale accettava di destinare metà del suo leggendario patrimonio ai poveri in America meridionale. Ari lo siglò in caratteri ellenici: Αριστοτέλης Ωνάσης.
Mentre la Callas si avviava lungo il tramonto artistico e una profonda crisi psicologica che si accentuò nel 1964, Onassis iniziò presto a corteggiare Jacqueline, che dopo aver lasciato la Casa Bianca si era ritirata in un lussuoso appartamento nella Quinta Strada di New York, alla ricerca di una certa riservatezza, frequentandola sempre più assiduamente. Frattanto, al Principato di Monaco, la tensione diplomatica contro di lui si fece sempre più forte, aizzata soprattutto dalla principessa Grace, sua fiera oppositrice, al punto che nel 1967 venne costretto a cedere a Casa Grimaldi il pacchetto di maggioranza di cui disponeva presso la Société des Bains de Mer a seguito di un piano di emissione di seicentomila nuove azioni della società, definito da Ranieri, che dovevano essere riservate allo Stato: tale mossa fu considerata legittima dalla Suprema Corte del Principato e il magnate vendette le quote incassando nove milioni e mezzo di dollari, corrispondenti ad oltre duecentosettanta milioni attuali.
Onassis e Jacqueline;

Dopo l’ attentato di Dallas, Jacqueline si avvicinò molto al cognato Robert, tanto che si iniziò a parlare di una relazione segreta tra loro. In realtà, ancora oggi risulta difficile separare la leggenda dal suo fondo di verità, ma è assolutamente certo che Robert prese molto a cuore i due figli di John, Caroline e John Junior. Candidato alla presidenza e salutato come l’ erede ideale del fratello, si rivolse spesso alla cognata, che gli fece da consigliera e partecipò attivamente a molte occasioni pubbliche, finché il 6 giugno 1968, all’ Ambassador Hotel di Los Angeles, venne a sua volta assassinato. L’ ex First Lady ripiombò nella disperazione più cupa, e l’ armatore greco colse al volo l’ occasione per chiederle di sposarlo, ben sapendo che ricercava un uomo che proteggesse i suoi bambini dalla «maledizione dei Kennedy» e, al tempo stesso, le garantisse quel tenore di vita a cui era abituata. Lei accettò e firmò un contratto prematrimoniale di ventotto pagine caldeggiato dal cognato Ted, ultimo fratello sopravvissuto di John e Robert, e preparato da un gruppo di valenti avvocati, che costò ad Ari l’ equivalente di una superpetroliera: in esso fu messo per iscritto che lei poteva continuare a vivere da sola, organizzare le proprie vacanze, accedere a qualsivoglia lusso, quanti rapporti sessuali settimanali era tenuta a concedergli. Erano stabiliti persino i dettagli di una sostanziosa liquidazione in caso di divorzio e di una rendita altrettanto cospicua in caso di vedovanza. Parallelamente, lui dovette sborsare ben tre milioni di dollari a beneficio della promessa sposa perché, con il matrimonio, avrebbe perduto il diritto di riscuotere il fondo fiduciario del primo marito, e altri due milioni, uno per Caroline e l’ altro per John Junior.
Il matrimonio tra Onassis e Jacqueline a Skorpios, nel 1968;
Il 20 ottobre 1968, con una sfarzosa cerimonia sull’ isola di Skorpios, i due infine si sposarono. Il matrimonio fu molto discusso ed osteggiato, e a dispetto della lussuosa celebrazione e delle gioiose fotografie, nelle quali balzavano all’ occhio il volto triste e lacrimoso di Caroline e la testa bassa di John Junior, non fu affatto un’ unione felice, anzi. Jacqueline, che voleva lasciarsi alle spalle le tante tragedie e i conseguenti fiumi di lacrime, fu assai criticata circa la scelta del suo secondo marito, generalmente ritenuto il candidato più orrendo al ruolo di patrigno dei piccoli Kennedy: se John era stato una figura nobile, sorridente e carismatica, un uomo bello e atletico, fortemente rimpianto come un vero eroe della pace e della diplomazia, Ari era invece volgare e grossolano, basso e brutto, dall’ espressione equivoca da mercante levantino. Anche la differenza di età fu da subito oggetto di ampie critiche: sessantadue anni lui, trentanove lei. Alcuni giornalisti non risparmiarono commenti neppure sul fatto che il matrimonio si era tenuto in un luogo, Skorpios, il cui nome incuteva spavento. La notizia degli sponsali fu una vera e propria bomba che colpì il mondo lasciandolo allibito: la Callas ne fu informata attraverso i giornali, e per lei fu un colpo impietoso che accentuò la sua dolorosa discesa verso l’ oblio, tanto da volersi ritirare dal mondo e rifugiarsi a Parigi. Come disse con una punta di spietatezza sul conto della rivale: «Ha fatto bene a dare un nonno ai suoi figli.». Della Divina, Onassis disse semplicemente: «Vi era una naturale curiosità tra di noi. Dopo tutto, eravamo i più celebri greci viventi al mondo…».
John Junior, che al momento del matrimonio aveva otto anni, era inizialmente intimidito dalla figura vecchia e sgradevole del patrigno, che fece di tutto per avvicinarsi a lui e alla sorella Caroline: in realtà, superata la prima impressione, oltre che un uomo brutto il magnate greco sapeva essere molto affascinante, tanto da riuscire a conquistare gente assai difficile come Greta Garbo e Sir Winston Churchill, morto nel 1965, che era stato un uomo tendenzialmente depresso ma sempre pronto a ridere di gusto ai suoi scherzi volgari e scurrili, soprattutto quelli al Chez Maxim di Parigi, ove all’ uscita lo vedeva deporre abitualmente i genitali sul piattino delle mance della guardarobiera. Con il tempo e la pazienza, l’ armatore si guadagnò il rispetto e la stima di John Junior, che parlò sempre bene di lui, dicendo peraltro che gli aveva insegnato a vivere in mare. Per sedurli mise a disposizione tutti i suoi mezzi, dalle barche agli aerei, senza escludere grandi doni come mini-jeep, jukebox, fuoribordo e pony, oltre che un palazzo di centosessanta stanze a Skorpios in cui i due ragazzini trascorsero magnifiche estati sotto la costante protezione di drappelli di guardie del corpo.
Ma benché Ari si trovasse bene con i figliastri, l’ unione con Jacqueline fu un’ esperienza ben poco felice, e i rapporti tra loro divennero presto gelidi. I signori Onassis non avevano assolutamente niente in comune, e raramente vissero insieme più di quanto garantito dal contratto prematrimoniale: lui tornò al più presto ai suoi molti e redditizi affari, lei invece si diede ai viaggi, alle pazze spese e alla bella vita. Lui rimpianse apertamente di non aver sposato la Callas, e disse senza mezzi termini di reputare Jacqueline vuota, fredda e vanesia, mentre lei lo definiva rozzo, avaro, sempre pronto a parlare di soldi, dal cattivo gusto e le orrende maniere a tavola. I figli Alexander e Christina rimasero a loro volta sconvolti dall’ unione, in quanto avevano sempre sperato che il padre potesse riconciliarsi con la madre Athina, ipotesi sembrata possibile alla fine della storia la Callas. Ma così non fu, e Alexander ebbe a dire che al padre piacevano i nomi, mentre a Jacqueline i quattrini. I giovani Onassis non legarono mai con la matrigna, ma furono sempre molto amichevoli con Caroline e John Junior, tanto che Alexander, appassionato di volo, diede a John Junior le prime lezioni di pilotaggio aereo.
Grace di Monaco, oppositrice di Onassis;

Nello stesso mese di ottobre, poco dopo il matrimonio, Onassis annunciò il varo del Progetto Omega, un grande piano di investimenti pari a quattrocento milioni di dollari sostenuto dalla banca statunitense First National City e atto a costruire una considerevole infrastruttura industriale in Grecia, in quel tempo retta dalla Dittatura dei colonnelli, che dopo il colpo di Stato del 21 aprile 1967 aveva soppresso il governo democraticamente eletto, effettuando poi continui arresti e deportazioni degli oppositori, abolendo le libertà politiche e civili, sciogliendo i partiti e costringendo all’ esilio gli Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg, la famiglia reale. Il prospetto compreva peraltro una raffineria di petrolio e una fonderia di alluminio. In precedenza, il magnate aveva stretto un’ intensa relazione con il Primo ministro greco, il colonnello Geōrgios Papadopoulos, che corteggiò molto e con costanza, mettendo a sua disposizione la propria villa e donando abiti per sua moglie. L’ iniziativa fu pesantemente criticata da molte persone, come la giornalista ateniese Helen Vlachos, e presto venne offuscata da svariati problemi, tra cui l’ opposizione dei finanziatori statunitensi dell’ armatore, che si stancarono dei termini sfavorevoli da lui imposti, mentre un altro colonnello, Nikolaos Makarezos, uno dei cervelli della Giunta militare, concordemente con Ioannis-Orlandos Rodinos, Viceministro del Coordinamento economico, preferì un accordo offerto da Stavros Niarchos, grande rivale del magnate, cosa che portò ad una ripartizione del Progetto tra loro due.
Onassis e Sir Winston Churchill;

All’ inizio degli Anni Settanta ebbe inizio il tramonto della parabola del grande affarista levantino. Dopo le nozze con Jacqueline i suoi affari cominciarono ad andare male, tanto che i suoi più stretti collaboratori incominciarono a parlare della «iella di Jackie». Si ammalò di miastenia gravis, malattia neuromuscolare degenerativa caratterizzata da debolezza muscolare fluttuante e stanchezza, ragion per cui si sottopose ad un’ attenta cura, mentre il 23 gennaio 1973 suo figlio Alexander morì appena ventiquattrenne in seguito ad un incidente aereo nei pressi dell’ aeroporto di Atene-Ellinikon. Tale tragedia colpì Ari molto duramente, anche per il rimpianto dei rapporti conflittuali che avevano sempre avuto: rimase talmente affranto da smettere subito di curarsi e di dedicarsi agli affari, rimanendo definitivamente a letto nel 1974, mentre la Olympic Airways, nonostante gli alti indici operosità, entrò in crisi.
Jacqueline ordinò pertanto il suo trasferimento in Francia, a Neuilly-sur-Seine, dove si rivelò urgente un intervento a causa di un’ infezione e, soprattutto, ricevette un’ ultima visita da parte dell’ amata Maria Callas, che mai aveva dimenticato: la perdita della voce di lei e quella del figlio di lui avevano reso più profondo il loro legame, tanto che lui aveva portato con sé in ospedale la coperta di cachemire rosso di Hermès che lei gli aveva donato anni addietro, in occasione di un suo compleanno. Il 15 marzo 1975, pochi giorni dopo questo malinconico e nostalgico incontro, Onassis morì. Aveva sessantanove anni, e al suo capezzale non vi era nessuno al momento della sua morte. La salma venne trasferita in Grecia e inumata nel cimitero di Skorpios, accanto alla tomba di Alexander.
Athina Roussel Onassis, figlia di Christina;

Al momento della sua morte, il patrimonio del grande magnate greco ammontava a ben cinquecento milioni di dollari, oggi pari a oltre due miliardi. Solo il decesso del marito evitò a Jacqueline un divorzio già nell’ aria. Come vedova vantava il diritto di intascare una cospicua eredità, ma la legge greca imponeva un limite alla somma che un cittadino straniero poteva ereditare, dunque la disputa che si aprì fra lei e la figliastra Christina finì con il farle accettare dopo due anni una liquidazione pari a ventisei milioni di dollari. Il quarantacinque percento dell’ eredità fu destinata alla Fondazione Alexander Onassis, creata da Ari in memoria del figlio venuto a mancare prima del tempo e dedita a cause benefiche e sociali. Il restante cinquantacinque percento andò a Christina, che si ritrovò sola a gestire l’ immenso patrimonio della famiglia: tormentata dal proprio aspetto fisico, tanto da sottoporsi a soli diciassette anni a un intervento di rinoplastica, e con alle spalle ben quattro matrimoni, tentò varie volte di suicidarsi, analogamente alla madre Athina, la quale dopo altri due matrimoni infelici, uno con John Spencer-Churchill, XI duca di Marlborough e cugino di terzo grado di Sir Winston, e l’ altro con Stavros Niarchos, vedovo di sua sorella Eugenia, scomparsa nel 1970, e peggiore nemico dello stesso Onassis, era morta nel 1974 per cause mai chiarite, forse per un edema, oppure per un’ overdose di droga o addirittura un avvelenamento, senza escludere la possibilità di un suicidio. Nel 1978 donò il panfilo Christina O al governo greco affinché ne facesse una barca di rappresentanza, mentre il successivo 19 novembre 1988 morì mentre si trovava a Buenos Aires, a soli trentasette anni, per edema polmonare: i medici sostennero che la sua morte fosse dovuta all’ abuso di droghe e medicinali, in quanto pare che fosse ossessionata dal proprio peso al punto di prendere molti farmaci per non ingrassare, soprattutto anfetamine. Fu a sua volta sepolta a Skorpios.
Oggi l’ eredità degli Onassis appartiene alla giovane Athina Roussel Onassis, figlia di Christina e Thierry Roussel, noto donnaiolo francese, nata il 29 gennaio 1985 a Neuilly-sur-Seine e oggi una delle donne più ricche al mondo.
Alexander Siddig interpreta Onassis;

Come Ari spiegò a Jacqueline durante la controversa crociera del 1963, c’ erano una volta gli dèi: «Ne avevamo uno per ogni cosa: un dio per la guerra, uno per l’ amore, uno per i ladri e via dicendo. Prima di scomparire, gli dèi scesero in terra, si immischiarono nelle faccende umane e generarono una razza di semidei, con le stesse passioni e la stessa energia, ma non più mortali.».
Oggi i semidei sono i miliardari, i capi di Stato e le loro donne. Le loro vicende a forti tinte sarebbero degne delle antiche tragedie, se non fosse che nel nostro mondo la volgarità frena la grandezza. Onassis poté degnamente fregiarsi del titolo di semidio, non solo di homo novus e self-made man: nato umile in un reame antico e un tempo glorioso ormai al crepuscolo, quello dei sultani ottomani, e poi rifugiato politico nell’ emergente Nuovo Mondo ove morì tra le vette del potere e della ricchezza terrena rese possibili da una grande ambizione mista ad altrettanta disinvoltura, condensate nel suo celebre detto: «Meglio essere infelici sui cuscini di una Rolls Royce che sulle panchette di un tram.». Ebbe a che fare con principi, presidenti, primi ministri, imprenditori e artisti che contagiò con la propria visione, come lui stesso disse: «Per aver successo in affari è necessario fare in modo che gli altri riescano a vedere le cose nel modo in cui le vedi tu.». Rimase segnato nella storia anche e soprattutto per la sua controversa vita privata, movimentata da infinite relazioni e sconvolta dal peggiore di tutti i lutti, e in tono con la concezione degli antichi greci divenne un vero e proprio immortale, un uomo destinato ad essere ricordato per sempre dalle future generazioni a causa delle sue particolari azioni.
Il principe Xizor, della serie di «Guerre stellari»;

Poteva forse un simile personaggio rimanere confinato entro i limiti di questo mondo? Ovviamente no: i suoi tratti e le sue vicende ispirarono non solo i rotocalchi, ma anche libri, film e sceneggiati televisivi, soprattutto «Il magnate greco», il cui protagonista interpretato da Anthony Quinn si ispira chiaramente a lui, senza dimenticare «Onassis, l’ uomo più ricco del mondo» e «Callas e Onassis», miniserie coprodotta da Lux Vide, RTI e Pampa Production con la partecipazione di Telecinco che narra la storia tra lui e la Divina. La sua ultima apparizione avviene in «I Kennedy - La storia continua», nella quale è interpretato da Alexander Siddig. Nemmeno la fantascienza ha resistito al suo fascino, in quanto la figura del principe Xizor, uno dei personaggi più riusciti ed amati della serie di «Guerre stellari», introdotto nel romanzo «L’ ombra dell’ Impero» di Steve Perry, si richiama a lui per vari tratti, dalla tragedia familiare in gioventù all’ avvento sociale e professionale nell’ Impero Galattico come ricco e potente armatore spaziale.