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sabato 26 aprile 2025

La Bibbia tra Rivelazione divina e analisi archeologica

Rotolo della Bibbia ebraica;


I testi sacri delle varie religioni rappresentano, data la loro complessità e vastità, una particolare sfida a livello scientifico, ma anche una preziosa testimonianza relativa al panorama storico e culturale delle varie civiltà antiche che li trascrissero. Per migliaia di anni sono stati considerati libri di storia esatti e indubitabili, che gli ordini sacerdotali insegnavano di generazione in generazione e permettevano di capire alla gente comune, tramandando il ricordo dell’ origine del mondo e la comprensione della rivelazione della verità divina così che il popolo si attenesse il più diligentemente possibile ad un comportamento virtuoso e onorasse le divinità esercitando correttamente la liturgia.

Con l’ avvento della Rivoluzione scientifica nel Cinquecento, tuttavia, si innescò un profondo mutamento culturale con la formazione di un nuovo tipo di sapere, e quindi di mentalità, che necessitava del continuo controllo dell’ esperienza, richiedeva un differente tipo di dotto in confronto al tradizionale erudito medievale formatosi con i testi antichi, che quindi non fosse mago, astrologo o sacerdote ma scienziato sperimentale, che con l’ osservazione e la deduzione fondesse la teoria con la tecnica, convalidando un’ ipotesi con un esperimento che necessitasse di prove evidenti. La rivoluzione culturale suscitata da quella scientifica fu ampia e di vasta portata, e toccò anche la religione e la filosofia. Nell’ Europa cristiana ebbe luogo un confronto molto teso tra la nuova scienza e la Chiesa cattolica, secondo la quale tutto ciò che l’ uomo dovesse sapere fosse già riferito nella Bibbia, infallibile perché parola di Dio, e la fede non avesse bisogno di conferme. Ma tale rivoluzione, nonostante le indagini e i processi per eresia portati avanti dai tribunali dell’ istituzione ecclesiastica dell’ Inquisizione, sostenitrice del dogma dell’ infallibilità biblica, non si arrestò, anzi rafforzò l’ evoluzione dell’ Umanesimo, movimento culturale sviluppatosi in Italia nel Quattrocento su ispirazione di autori trecenteschi quali Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, volto alla riscoperta dei classici latini e greci nella loro storicità e non più nella loro interpretazione allegorica, inserendo quindi anche conoscenze e usanze dell’ antichità nella quotidianità tramite le quali poter avviare una «rinascita» della cultura europea dopo i cosiddetti «secoli bui» del Medioevo, cosa che si compì con più forza nel Rinascimento. L’ Umanesimo portò alle prime indagini e comparazioni tra i diversi credi religiosi, e allo sviluppo della disciplina della storia delle religioni, che indaga il tema delle religioni secondo il procedimento storico ovvero avvalendosi delle documentazioni storiche, archeologiche, filologiche, ma anche di ambito etnologico, antropologico, ermeneutico ed esegetico.

Oggi, grazie a questi preziosi studi, i testi sacri sono considerati dottrinari e culturali ma non storici, importanti fonti antiche dalle cui pagine è possibile dedurre la mentalità dei popoli nelle varie epoche in cui sorsero. E la Bibbia, il libro sacro di ebrei e cristiani, rappresenta qualcosa di unico per la vasta e dettagliata narrazione delle origini del mondo e del popolo eletto, nonché della rivelazione divina svelata per mezzo dei patriarchi, dei profeti e di Gesù Cristo.

 

Il dibattito sulla storicità della Bibbia, e quindi la sua infallibilità in tutto ciò che afferma, è tuttora in corso. Da una parte vede coinvolgi gli scienziati, tra archeologi, storici e filologi, e dall’ altra gli esponenti di alcune denominazioni cristiane, protestanti fondamentaliste e restaurazioniste, come i cristadelfiani, e i testimoni di Geova, che citano la seconda lettera di San Paolo a Timoteo: «Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’ uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.». Altre scuole, come i cattolici, gli ortodossi e i protestanti storici come luterani, calvinisti e anglicani, hanno invece una posizione più moderata, affermando che la Bibbia sia ispirata da Dio e infallibile in materia di fede e morale, ma non necessariamente esente da errori nelle sue parti storiche e scientifiche. A questo proposito il Concilio Vaticano II afferma che la Bibbia riferisce «senza errori la verità che si riferisce alla nostra salvezza», parole molto simili a quelle pronunciate tre da Galileo, secondo cui la Bibbia ha solo lo scopo di insegnare agli uomini le verità «che sono necessarie per la salute loro», e anche a quanto affermato da Origene: «Noi sappiamo che la Scrittura non è stata redatta per raccontarci le storie antiche, ma per la nostra istruzione salvifica.». Lo stesso Concilio Vaticano II, inoltre, afferma che la corretta interpretazione richiede di tenere in conto il genere letterario del testo biblico e il contesto storico culturale dell’ agiografo, ragion per cui anche per quanto riguarda affermazioni con un implicito significato etico occorre distinguere nella sacra scrittura la parola di Dio dal contributo degli scrittori sacri «veri autori nel possesso delle loro facoltà e capacità».

 

Il professor Alessandro Barbero;

La posizione degli scienziati in materia di racconto storico è invece, per ovvie ragioni, ben più scettica. Innanzitutto, da un punto di vista filologico, occorre tenere presente quando la Bibbia venne scritta, e quindi di quanto risenta dell’ influenza della tradizione orale precedente. Il teologo britannico Martyn Percy disse che la Bibbia «non ci è arrivata per fax dal cielo», e il romanziere statunitense Dan Brown aggiunse che è un prodotto dell’ uomo, non di Dio, non caduta magicamente dalle nuvole: «L’ uomo l’ ha creata come memoria storica di tempi tumultuosi ed è passata attraverso innumerevoli traduzioni, aggiunte e revisioni. Nella storia non c’ è mai stata una versione finale del libro.». Infatti, la Chiesa cattolica sancì ufficialmente il canone biblico soltanto nel Concilio di Trento del 1546, in opposizione alla Riforma protestante innescata da Martin Lutero. Una lettura critica del testo biblico richiede consapevolezza di quando fu scritto, da chi e per quale scopo: per esempio, molti accademici concorderebbero sul fatto che la Tōrāh, o Pentateuco, l’ insieme dei primi cinque libri della Bibbia, ossia Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, fu messa per iscritto poco dopo il VI secolo prima di Cristo, ma non vi è certezza sul periodo preciso. Le date considerate vanno dal XV al VI secolo prima di Cristo. Un’ ipotesi abbastanza condivisa la collega al regno di Giosia, nel VII secolo prima di Cristo. In questa ipotesi, i presunti eventi dell’ Esodo si sarebbero svolti secoli prima della loro narrazione. Gli studiosi sono divisi principalmente in due scuole, ossia i minimalisti e i massimalisti: secondo i minimalisti, la Bibbia è un’ opera principalmente teologica e apologetica, e tutti i racconti che contiene hanno carattere eziologico, ideati su di una base storica fittizia ricostruita secoli dopo, durante e dopo l’ esilio babilonese, e che possiedano al massimo pochi frammenti di ricordo storico genuino, solo quei punti di cui si trova un riscontro nelle scoperte archeologiche. I racconti sui patriarchi biblici sarebbero di fantasia, e gli stessi patriarchi mere figure leggendarie con cui descrivere realtà storiche successive. Inoltre, le dodici tribù di Israele sarebbero una costruzione successiva, le storie dei re Saul e Davide modellate su posteriori esempi irano-ellenistici e non vi sarebbe prova archeologica dell’ esistenza del regno unito d’ Israele, che secondo la Bibbia avrebbe permesso a Davide e Salomone di dominare un impero esteso dall’ Eufrate ad Eilat. I massimalisti, invece, affermano che i resoconti dell’ Antico Testamento, soprattutto quelli dell’ epoca della monarchia davidica, si devono considerare ampiamente storici.

E’ interessante notare quanto gli studi archeologici condotti negli ultimi decenni in Israele, non abbiano dato conferma degli eventi fondamentali descritti nella Bibbia, aumentando il solco tra la sacralità del testo biblico per i credenti, e quindi della verità divina dei fatti in esso raccontati, e i dati della scienza storica, che segue criteri razionali e pratici. A tal proposito, il professor Alessandro Barbero, professore di storia medievale all’ Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro, afferma: «E’ molto facile che il passato ci sorprenda, quindi siamo spesso costretti a scoprire quanto la nostra visione della storia fosse sbagliata. Succede continuamente, e per più motivi. Le cose cambiano e ci si rende conto di essere vittime di un’ interpretazione faziosa.». Ma la storia, per quanto non sia una scienza esatta, poggia su criteri ben precisi e non ragiona sui valori considerati dalla teologia, la disciplina della fede che si fonda sull’ interpretazione: «La Bibbia è qualcosa di particolarmente complicato. E’ il prodotto di un popolo dell’ antichità, che come ogni altro si è costruito la propria mitologia e religione, conservando maggiormente i numerosi scritti, redatti nel corso dei secoli e che hanno costituito la sua memoria storica e il suo immaginario. Gli ebrei non erano neppure un popolo piccolo come tendiamo ad affermare, al contrario: erano numerosi e molto presenti nell’ area mediorientale, soprattutto a seguito della Diaspora. Dal punto di vista di un credente, poi, sorge il problema di dover conciliare la descrizione di Dio che emerge dall’ Antico Testamento, un Dio che sinceramente fa un po’ paura, per quanto la dottrina cristiana sostenga che la venuta di Cristo abbia cambiato tutto. Se l’ Antico Testamento dice: ‘Occhio per occhio’, Gesù afferma: ‘Porgi l’ altra guancia.’.». Da qualsivoglia ottica la si osservi, la Bibbia è un soggetto molto impegnativo, arduo. Ma non pare storicamente molto attendibile, chi desidera avere una visione più esatta deve consultare altre fonti. Sempre il professor Barbero spiega: «Occupandosi della storia degli ebrei, per lungo tempo gli storici hanno sostenuto la versione della Bibbia relativamente all’ antico regno di Israele. Dalle sue pagine si legge che mille anni prima di Cristo era grande e potente, con capitale a Gerusalemme, grande città dagli imponenti edifici come la reggia e il Tempio di Salomone, e governato da gloriosi sovrani quali Davide e il figlio Salomone. L’ unica fonte disponibile era l’ Antico Testamento, gli storici vi si attenevano. Un giorno però gli archeologi israeliani iniziarono a scavare in cerca dei resti di questo antico e grande potentato e della sua capitale. Scavarono e scavarono, fino a raggiungere gli strati del 1000 avanti Cristo senza però trovare nulla, se non qualche focolare di nomadi. Lo ammisero pubblicamente, e il governo israeliano non ne rimase ovviamente soddisfatto, come l’ opinione pubblica. Ma gli archeologi israeliani proseguirono negli scavi e con grande obiettività scientifica, che renderà loro sempre onore, confermarono che nel 1000 avanti Cristo non esistevano un grande regno di Israele, una Gerusalemme con il suo Tempio, ma solo alcuni nomadi che vagavano per la steppa.».

 

Professor Israel Finkelstein;

Il professor Israel Finkelstein, docente di Archeologia all’ Università di Tel Aviv, è uno degli archeologi israeliani che per decenni hanno condotto gli scavi in territorio israelitico. Ha espresso le sue critiche nei confronti della prima generazione di studiosi che avevano interpretato i risultati delle loro campagne di scavo come conferme della narrazione biblica della conquista della Palestina, e si è guadagnato una solida reputazione di «attira fulmini» a causa delle controversie scatenatesi a seguito delle sue considerazioni e delle sue prese di posizione. Sostiene che la Bibbia non sia affidabile da un punto di vista del racconto storico e archeologico, e che solo le prove rinvenute nel terreno possano raccontare la storia dell’ antico Israele: «La Bibbia è un insieme di miti a supporto di politiche espansionistiche.». Nel libro «Le tracce di Mosè», scritto insieme al collega e compatriota Neil Asher Silberman, sintetizza molti anni di studi, ricerche e scavi archeologici: «Buona parte della narrazione biblica è mitologica. Figure come Noè risultano mitiche quanto il racconto del Diluvio universale. Non esistono fonti storiche che confermino la schiavitù ebraica in Egitto, l’ Esodo e la quarantennale peregrinazione dei patriarchi nel deserto. Risulta poco credibile la descrizione e le dimensioni del Tempio di Salomone, mentre la Città Santa del tempo era poco più di un semplice villaggio.». Molte parti dei libri biblici, prosegue, furono scritte in funzione del piano politico ed espansionistico di re Giosia, diciassettesimo re di Giuda e importante riformatore religioso vissuto nel VII secolo prima di Cristo, che intendeva unificare sotto il suo trono il regno di Giuda con il regno di Israele: «Gli scribi reali inventarono molti miti biblici o stravolsero precedenti racconti, come supporto propagandistico alla politica espansionistica di Giosia: dovevano magnificare l’ ascendenza e la potenza del loro signore. La religione nuova costituisce, quindi, come una sorta di istrumentum regni, di collante ideologico dell’ edificazione di un solo Stato sotto una sola divinità e un solo monarca.».

Lo stesso Mosè, fondatore dell’ Ebraismo, pone numerosi problemi di storicità, al pari dell’ Esodo. Entrambi sono stati ampiamente dibattuti in ambito accademico. A chi in passato ha difeso la storicità del personaggio, si contrappongono quanti oggi vi vedono una figura dai contorni mitici o leggendari, pur tenendo presente che una figura simile a Mosè potrebbe essere esistita da qualche parte nel sud della Transgiordania nella seconda metà del XIII secolo prima di Cristo e che l’ archeologia non sia al momento in grado di confermarlo.

Il professor Finkelstein, pur negando la verità storica della narrazione biblica, la considera la mitizzazione di un confronto attinente a una cronologia più bassa della storia d’ Israele intorno al X secolo prima di Cristo, come l’ invasione di Israele da parte del faraone Sheshonq I dopo la morte di Salomone e dello scontro tra il re Giosia e il faraone Necao II, ritenendo quindi che i suoi protagonisti non siano che il risultato di una forma di pia tradizione: «Nuovi strati sarebbero stati aggiunti alla storia dell’ Esodo nei secoli successivi, durante l’ esilio in Babilonia e oltre. Ma ora possiamo vedere come questa composizione sorprendente sia stata creata sotto la pressione di un conflitto crescente con l’ Egitto nel VII secolo prima di Cristo. La saga dell’ Esodo di Israele dall’ Egitto non è né verità storica né finzione letteraria, ma una potente espressione di memoria e speranza nata in un mondo in mezzo al cambiamento. Il confronto tra Mosè e il faraone riflette il confronto storico tra il giovane re Giosia e il nuovo faraone Necao. Ridurre questa immagine biblica a una sola data significa tradire il significato più profondo della storia. La Pasqua si rivela non essere un singolo evento, ma un’ esperienza continua di resistenza nazionale contro i poteri costituiti.». Stessa cosa si può affermare per le reliquie citate dalla Bibbia, come l’ Arca dell’ Alleanza: «La sua storia serviva l’ ideologia del Regno del Nord ai tempi di Geroboamo II, così come i reali bisogni territoriali derivanti dalla dominazione su Giuda, faceva parte di un'ideologia di Israele unito, precursore del concetto successivo della monarchia unita giudaica. La storia dell’ Arca che leggiamo nella Bibbia è affascinante, ma penso che possa esserci utile soprattutto per capire il mondo degli autori della Bibbia.».

 

Padre Giuseppe Pulcinelli;

Anche la Chiesa cattolica, come spiega Giuseppe Pulcinelli, presbitero della diocesi di Roma, teologo e Rettore del Pontificio Collegio Lateranense, la Bibbia non è un libro di storia in senso moderno, né nelle sue parti narrative intende descrivere gli avvenimenti semplicemente per informare il lettore su come essi si siano svolti concretamente: «Mettendo per iscritto dopo secoli di trasmissione orale l’ esperienza di fede del popolo di Israele e dei suoi personaggi più significativi, la sua intenzione è soprattutto quella di formare, di coinvolgere il lettore affinché entri a far parte di questa stessa storia salvifica. Perciò possiamo tranquillamente ammettere che la Sacra Scrittura contenga imprecisioni e incongruenze di tipo storico, anche nel presentare le figure dell’antichità, come quelle dei patriarchi. Più che i fatti concreti conta la loro interpretazione, che già l’autore sacro alla luce della fede ha voluto comunicare attraverso lo scritto. Quel senso che è sempre valido nell’ oggi della sua rilettura credente.». E’ sorprendente che oggi fede e scienza trovino un punto di contatto, concordando sull’ inattendibilità della storicità della Bibbia. Secondo il papato, i primi capitoli della Genesi sono parole ispirate da Dio, ma secondo il modo di intendere della gente di un tempo: «I primi undici capitoli della Genesi riferiscono in un linguaggio semplice e figurato, adattato alle intelligenze di un’ umanità meno progredita, le verità fondamentali presupposte all’ economia della salvezza e in pari tempo la descrizione popolare delle origini del genere umano e del popolo eletto.». In quest’ ottica viene chiaramente ammesso perfino che Adamo ed Eva siano figure simboliche e non personaggi storici: essi sono una profonda riflessione sapienziale sul creato e sull’ umanità voluta da Dio. Il nome Adam significa «uomo» e indica l’ umanità in senso collettivo, tant’ è che in Genesi 2,7 vi sarebbe un gioco di parole in ebraico tra adam e adamah, «suolo», per dire che l’ uomo è «terroso» in quanto tratto dalla terra, mentre il nome Eva, in ebraico Hawwah, dal verbo vivere e quindi «vivente», viene dato da Adam «perché ella fu la madre di tutti i viventi» come detto in Genesi 3,20. Molto più importante dell’ esistenza storica, ciò che conta nei racconti sulla creazione dell’ essere umano uomo-donna è che essi descrivono l’ umanità nella sua altissima dignità essere fatti a immagine e somiglianza di Dio, e insieme nella sua estrema fragilità che si mostra nella caduta. Dio, però, non lo abbandona nel suo peccato, ma promette la salvezza.

 

La Basilica di San Pietro, sede del papato;

L’ apertura alle ricerche scientifiche della Chiesa cattolica nasce con molta probabilità da una necessità pratica di sopravvivere cavalcando i mutamenti sociali e culturali della modernità. Lo spirito critico proprio del razionalismo che animò l’ epoca dei lumi dal Seicento all’ Ottocento fece sì che la Bibbia fosse guardata con crescente diffidenza, venendo considerata leggenda o racconto popolare senza fondamento storico. Gran parte delle critiche si basava sulla mancanza di prove esterne a sostegno di certe affermazioni spirituali tradizionali. Inoltre, si è ritenuto che la Bibbia, essendo uno scritto religioso, tendesse a contenere espressioni in un linguaggio mitologico, specifico del pensiero prescientifico, nel senso che non sono così accurate. Per questo motivo i dettagli di natura storica sono stati ampiamente criticati o, nel migliore dei casi, respinti come irrilevanti.

Sin dalla pubblicazione de «L’ origine delle specie» di Charles Darwin nel 1859, le gerarchie della Chiesa cattolica hanno lentamente affermato la propri posizione sull’ evoluzione, evitando inizialmente di prendere una posizione ufficiale, contrariamente alle chiese protestanti che, maggiormente legate ad una interpretazione letterale della Bibbia, immediatamente avversarono il pensiero darwiniano. Fino ai primissimi anni del Novecento, nel mondo cattolico si riscontrava una generale ostilità all’ evoluzionismo, tuttavia, in quel periodo la Chiesa non prese mai una posizione ufficiale sulla questione. Nei decenni successivi, però, il papato affermò ufficialmente che la fede cattolica e l’ evoluzionismo, in particolare riguardo all’ origine dell’ umanità, non sono in conflitto: diversi papi si espressero favorevolmente sulla conciliabilità dell’ evoluzionismo con la fede cattolica. I rapporti tra scienza e religione sono quindi stati, storicamente, una realtà molto varia e complessa. In quel tempo la Chiesa si sentiva letteralmente sotto assedio: dopo il Risorgimento, la riunificazione nazionale dell’ Italia, dello Stato Pontificio non rimaneva che una piccola area di Roma, il Vaticano, e il potere temporale dei pontefici era cessato aprendo le porte ad un periodo di forti contrasti tra Chiesa e Stato italiano. Dal mondo scientifico arrivavano inoltre dure critiche al Cattolicesimo, descritto spesso come causa di ignoranza, arretratezza e freno del progresso. In questa situazione è facile comprendere l’ esistenza nel mondo cattolico di un generale clima di sospetto o di opposizione nei confronti dell’ evoluzionismo. Ma nonostante queste condizioni la Chiesa non prese mai alcuna posizione sull’ evoluzionismo, né decise in generale di prendere provvedimenti verso quegli intellettuali cattolici che accettavano le nuove teorie avvalorandone la conciliabilità con la dottrina cattolica. Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, la teologia cattolica, confrontandosi con la teoria dell’ evoluzione, fece importanti progressi definendo peraltro alcune fondamentali questioni di fede relative all’ origine dell’ umanità, all’ azione di Dio nel mondo e alla dottrina sul peccato originale. In tutto questo panorama di cambiamenti, la Pontificia commissione biblica, organo del Magistero ecclesiastico, sancì la dottrina della creazione divina del corpo del primo uomo e della creazione immediata dell’ anima umana in ogni nuova persona: al di là di concetti quali creazionismo o evoluzionismo, la vita umana per la Chiesa resta sacra e dovuta all’ atto creativo e infallibile di Dio. Quindi, la Bibbia venne vista con sempre maggiore flessibilità, e meno rigore storico, come un testo essenzialmente dottrinale, una profonda riflessione sapienziale e poetica che, attraverso il ricorso a immagini, al mito e all’ epica vuole trasmettere alcune basilari verità di ordine teologico e filosofico: il mondo è stato creato da Dio, pertanto gli elementi della creazione non vanno divinizzati, come invece avveniva nelle culture antiche, per esempio con il sole o con alcuni animali. Uomini e donne, come immagine di Dio, rappresentano il coronamento del creato, che a essi è affidato. Il male nel mondo è originato dal cattivo uso della libertà, Dio non abbandona l’ umanità nel suo peccato ma promette la salvezza. La tradizione letteraria dell’ Antico Testamento risale a un periodo della storia d’ Israele, in cui si sentiva il bisogno di rafforzare la fede nel Dio unico, onnipotente, infallibile e provvidente.

 

Se, come disse George Santayana, scrittore, poeta e saggista spagnolo, la Bibbia è letteratura e non dogma, i tempi sono finalmente maturi per una lettura attenta e obiettiva di questo particolare testo sacro, basilare per ebrei e cristiani e rispettato dai musulmani. La maggioranza dei cristiani oggi sostiene che i dettagli storici o scientifici della Bibbia siano irrilevanti per la fede e la condotta e che quindi possano contenere errori. Per loro l’ infallibilità e l’ ispirazione del testo sacro vanno limitate alle questioni di fede o di morale e a una lettura complessiva della Bibbia che guidi l’ interpretazione del reale significato e della finalità delle singole affermazioni. I fondamentalisti, invece, sostengono che anche i dettagli scientifici, geografici e storici dei suoi testi originali siano completamente veri ed esenti da errori, come pure che apparenti contraddizioni o errori che ci sembri di trovare dipendano, di fatto, dalla nostra soggettiva percezione o conoscenza, inadeguata o falsata. Un atteggiamento estremo, ma fortunatamente poco condiviso anche all’ interno dello stesso mondo cristiano.

Se la storia passata e il suo ricordo vengono ricostruiti e tramandati secondo i criteri di osservazione, deduzione e dimostrazione tipici della scienza per mezzo di prove evidenti, non bisogna commettere l’ errore di leggere l’ Antico e nemmeno il Nuovo Testamento come una cronaca di fatti storici realmente avvenuti o una serie di biografie, ma ricordare che si trattano di un insieme di testi che riflettono la mentalità del popolo e del tempo presso cui vennero scritti, e che soprattutto l’ Antico venne influenzato dalla cultura e giurisprudenza sumeriche, come confermato dalla stessa narrazione biblica secondo cui Abramo, primo patriarca e capostipite del popolo israelitico, era un sumero originario della città Stato di Ur, l’ attuale Tell el-Mukayyar in Iraq. La lettura delle pagine dell’ Antico Testamento offre quindi numerosi richiami mitologici tipici della mitologia mesopotamica, come il Diluvio, di cui si parla anche nell’ epopea di Gilgamesh, e giudiziari come la legge del taglione e la schiavitù già espresse nel Codice di Hammurabi. E’ peraltro un insieme di testi colmi di violenza. L’ Onnipotente, per esempio, scatenò il Diluvio universale sterminando la maggior parte delle sue creature viventi dando una possibilità solo a pochi graziati che credeva meritevoli. Tempo dopo, però, il mondo ritornò oscurato dal male, e così mandò a Sodoma due angeli emissari che però vennero umiliati dagli abitanti locali. La città venne poi distrutta insieme a Gomorra da una pioggia di fuoco, una strage terribile a cui seguirono le piaghe d’ Egitto e l’ annegamento dei soldati del faraone nel Mar Rosso, i castighi terribili stabiliti dalla Tōrāh, la legge data Dio a Mosè, nella quale si impone senza speranza di appello la pena di morte per chiunque adori divinità differenti da Dio e pratichi la magia, oltre che per gli adulteri. Neppure il Nuovo Testamento, di mentalità grecoromana in quanto trascritto nelle province di lingua e cultura greche dell’ Impero romano, è esente da un simile spirito di durezza, come Gesù stesso afferma in Matteo 10, 34-36: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a mettere in lotta il figlio contro il padre, la figlia contro la madre, la nuora contro la suocera, e i nemici dell’ uomo saranno quelli della sua casa». Lo stesso si comporta in modo aggressivo sempre nel racconto di Matteo, 21,12-13, quando entra nel Tempio di Gerusalemme e scaccia i mercanti e i loro acquirenti, rovesciando i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe. Tutta la violenza descritta nella Bibbia è appunto la conferma dell’ umanità del popolo e del tempo da cui è scaturita.

Lasciandone quindi da parte l’ inesattezza storiografica e riconoscendone il valore più propriamente simbologico e interpretativo, leggendo la Bibbia con un’ ottica storica e culturale vi si può riconoscere un certo valore estetico e intellettuale, una vasta gamma di generi letterari, tra cui poesia, prosa, narrazione storica, e profezia. I Salmi sono apprezzati per la loro bellezza poetica, mentre i libri sapienziali come i Proverbi e l’ Ecclesiaste offrono profonde riflessioni filosofiche. E’ una parte centrale del canone della tradizione occidentale. Ha influenzato profondamente la letteratura, l’ arte, la musica e la filosofia occidentale. Opere letterarie come «Paradiso perduto» di John Milton e «Divina Commedia» di Dante Alighieri sono fortemente influenzate dalla Bibbia, che continua a essere una fonte di ispirazione per artisti, scrittori e pensatori, stimolati dai suoi valori. Esplora temi morali e filosofici fondamentali, come la natura del bene e del male, la giustizia, la misericordia, la fede e la redenzione.

giovedì 20 settembre 2018

E l’ uomo creò Dio a sua immagine



«La fede comincia là dove la ragione finisce.»
Soren Kierkegaard;

Parlare di religione non è mai una cosa semplice e scontata, tanto per la vastità dell’ argomento quanto per l’ atteggiamento con cui questo viene normalmente affrontato, sia da parte dei suoi sostenitori che dei suoi oppositori, i quali da sempre si sfidano in dibattiti arguti e appassionati eppure raramente oggettivi. Si potrebbe affermare che è proprio questo il motivo per cui il più delle volte viene fraintesa da entrambe le parti, e dunque malamente affrontata generando da un tempo infinito una serie di «guerre sante» che, con un minimo di saggezza, l’ umanità saprebbe benissimo evitare dedicandosi con maggiore impegno e concentrazione alla soluzione degli effettivi problemi che da sempre complicano la vita dei singoli individui.
Da migliaia di anni, la religione è senza dubbio un elemento molto importante nella vita della maggior parte delle persone, essendo stata concepita come consolazione in occasione dei momenti difficili della vita, nel cui corso ogni cosa che nasce contiene in sé la condizione del mutamento e della dissoluzione, ma anche come direzione morale in quanto causa ed effetto sono tutt’ uno e la positività generata da una condotta positiva si estende al mondo per poi ricadere su chi l’ ha generata in un continuo scambio, e soluzione dei vari eventi normalmente inspiegabili e dunque destinati a creare turbamento nell’ animo delle persone: si dice infatti che tanto il punto di partenza quanto la meta finale sfuggano alla comprensione umana, dunque sarebbe assurdo pretendere di conoscerli in assenza di una religione priva di dogmi. L’ umanità teme da sempre quello che non conosce e dunque non riesce a spiegare, pertanto sente la particolare esigenza di imporsi una disciplina, e conseguentemente i dogmi non esistono di per sé: tutte quante le religioni di cui abbiamo sentito parlare sono una precisa creazione dell’ uomo, tesa ad intendere l’ infinito, e non a caso riflettono con una certa chiarezza la mentalità della civiltà e del tempo in cui sono maturate. Come disse il filosofo e poeta statunitense Ralph Waldo Emerson: «Noi nasciamo credendo. Un uomo produce credi come un albero le mele.».

Durante la Preistoria, i primi uomini intelligenti cominciarono a porsi una serie di domande di grande interesse: «Noi chi siamo? Da dove veniamo? Dove andremo dopo la morte?». Svolgendo le loro attività quotidiane, peraltro, si accorsero che quello che facevano non dipendeva del tutto da loro: qualcosa di misterioso e potente che non conoscevano sfuggiva sempre al loro controllo, e ad un certo punto vollero dare un volto a questo mistero e stabilire un contatto positivo con esso: la religione nacque esattamente in quel momento. Dapprima sorse un insieme di forme di culto semplici, l’ animismo, che attribuiva qualità divine o sovrannaturali a oggetti, luoghi o esseri viventi. Questi culti non consideravano le divinità come esseri trascendenti, ma attribuivano poteri spirituali a determinate realtà fisiche e si basavano su un certo grado di identificazione tra principio spirituale e divino, l’ anima, e l’ aspetto materiale di esseri ed entità quali demoni o altre forme. Nel corso dei secoli queste credenze si svilupparono in forma deista, comprendendo la credenza in varie divinità, esseri supremi, creatori e regolatori delle leggi dell’ universo, da propiziare per mantenerne l’ ordine, l’ armonia e la regolarità.
Gli antichi consideravano divino tutto ciò che, soprattutto nel contesto della natura, non riuscivano a spiegare e che potevano provocare problemi nella loro vita quotidiana: la pioggia, il vento, il cielo, il mare e così via. Per questo le prime grandi civiltà della storia divennero politeiste, credenti cioè nell’ esistenza di tante divinità quanti erano gli aspetti magici del mondo intorno a loro. Gli dei erano molto potenti e gli antichi ne avevano paura, quindi per accattivarsi le potenze soprannaturali si formò una liturgia scandita da preghiere, rituali, offerte e sacrifici che non escludevano nemmeno quelli umani.

Ogni fede ha la propria versione a proposito di quali e quanti volti abbia il mistero da cui tutte traggono origine, e infatti nel mondo si contano attualmente più di trentamila credenze, suddivise in un vasto e articolato panorama di religioni, filosofie e persino culti tribali. Secondo il CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove religioni, nella sola Italia ne vengono praticate ben ottocentocinquantaquattro diverse. Il Cristianesimo e l’ Islam sono tra le più diffuse. Eppure, nonostante le differenze, tutte le religioni si somigliano tra loro nei principi di base. E’ peraltro interessante notare quanto ognuno dei rispettivi maestri fondatori sia accomunato agli altri da una vita leggendaria, basata su particolari indispensabili quali una nascita miracolosa, l’ abbandono dell’ esistenza mondana, il raggiungimento di un elevato livello spirituale e infine la trasmissione degli insegnamenti, turbata dallo scontro con le consuetudini saldamente radicate nella terra di origine. Appare evidente quanto i racconti tradizionali delle loro vite siano stati modellati secondo precisi propositi religiosi e filosofici: vennero ammantate di leggenda e tramandate allo scopo di sottolineare la grandezza delle loro persone, quindi la levatura del sentiero spirituale da loro tracciato, ispirando i seguaci a seguirlo fino in fondo.
Si può pertanto affermare che nel momento in cui si decide volontariamente di aderire ad un culto religioso non ha davvero alcun senso odiare chi ha invece una fede diversa, e in particolare il XIV Dalai Lama del Tibet ritiene assai preferibile che esista una varietà di religioni e filosofie anziché una soltanto, in modo da rispondere alle differenti predisposizioni mentali di ogni singolo individuo, in quanto ogni religione prevede proprie idee e tecniche, il cui apprendimento non può che arricchire la fede di tutti. Al tempo stesso, però, occorre sempre ricordare il pericolo della fede cieca in qualsivoglia filosofia e religione, in quanto il messaggio supera il messaggero, e non bisogna mai e poi mia pendere dalle labbra di nessuno, nemmeno nel caso di un maestro di comprovata saggezza, o più semplicemente carismatico. Come dice lo stesso Gesù nel Vangelo di Matteo: «Guardate che nessuno vi seduca. Poiché molti verranno sotto il mio nome, e sedurranno molti. Ma tutto questo non sarà che il principio di dolori.».
Quello degli imbroglioni dalle menti oscure e delle false informazioni, pregevolmente infiorettate, è un tema molto più antico di quanto si pensi, che non sfiora soltanto i tempi in cui noi viviamo. Da sempre esistono individui mossi da una motivazione malevola che influiscono sull’ opinione pubblica per ragioni di potere, minacciando il benessere della collettività a proprio esclusivo vantaggio. Le cosiddette bufale sono notizie lontane dalla realtà dei fatti che si diffondono senza controllo, sfruttando la credulità e a volte lo stato di crisi delle persone, modificandone il pensiero. Uomini e donne devono sempre affidarsi alla propria coscienza per distinguere una notizia vera da una falsa, avendo ben chiari i pericoli e i danni che le false credenze possono prosaicamente provocare così da smontarne i meccanismi, spiegando perché siamo indotti a crederci e capire come difenderci è sempre la scelta più utile ed efficace.

Attualmente, occorre riconoscere senza mezze misure che anche la religione figura tra le principali e più tortuose fonti di false informazioni, influendo facilmente e in modo spesso negativo sulla mente di un’ infinità di persone. Tanto per cominciare è un errore ritenere che una qualunque religione sia una verità rivelata: da tempo, infatti, gli storici e gli antropologi fanno notare che pur essendo un evidente riflesso della mentalità e della cultura in cui si sviluppa nessuna religione presenta nulla di nuovo rispetto alle precedenti, in quanto svariati concetti dottrinari fondamentali, festività e aneddoti vengono presi in prestito dalle tradizioni più antiche, venendo poi adattati. Ciò si spiega con i vari contatti diplomatici, commerciali, culturali, sociali e migratori tra gli antichi popoli della Terra, che per quanto mutevoli favorirono sempre e comunque un certo scambio reciproco. Peraltro, alcune religioni come il Buddhismo, il Giainismo e il Sikhismo in India, piuttosto che il Cristianesimo nella Giudea romana, nacquero come scuole di pensiero minoritarie locali in opposizione al rigido e oppressivo sistema religioso e sacerdotale allora in vigore, e perdendo progressivamente terreno nella terra originaria si diffusero in altri Paesi subendone la locale influenza culturale e quindi dottrinaria, trasformando profondamente l’ insegnamento originario, di cui rimase molto poco.
Ebraismo e Cristianesimo, quindi l’ Islam, non sfuggono a questo particolare principio: sono religioni antiche nate in precisi contesti storici, politici e culturali unici e irripetibili, e l’ adesione ad una qualunque di queste fedi dovrebbe essere compiuta a seguito di un’ attenta conoscenza delle rispettive dottrine e della loro evoluzione nel corso della storia. L’ adesione in sé non va criticata, se avviene in piena coscienza e consapevolezza.

Si ritiene che l’ Ebraismo ebbe inizio con Mosè, il rav per antonomasia vissuto tra il XIII e il XII secolo prima di Cristo, sebbene generalmente la si attribuisca in forma retroattiva ad Abramo, patriarca di tutte e tre le religioni semitiche, che da lui prendono il nome, vissuto intorno al 2000 prima di Cristo. Occorre innanzitutto notare che non esiste alcuna testimonianza oltre a quanto riferito nella Genesi sull’ esistenza di Abramo, quindi non è possibile confermare la sua veridicità, anche perché, come è risaputo, il contenuto di un testo religioso risulta sempre comprensibilmente di parte: sembra che la trascrizione delle pagine che parlano di lui siano opera di un autore sacerdotale vissuto ai tempi della deportazione degli ebrei nell’ Impero babilonese, quindi come generalmente accade per i testi riguardanti i patriarchi, non si tratterebbe di una biografia o un racconto storico nel senso comune del termine, ma della trascrizione di una tradizione orale, con enfatizzazioni e contraddizioni. Peraltro, buona parte degli studiosi afferma che il Pentateuco, ossia i primi cinque libri della Bibbia attribuiti a Mosè, sia stato composto nel periodo persiano, tra il 520 e il 320 prima di Cristo come risultato delle tensioni tra i possidenti terrieri ebrei, che erano rimasti nel Regno di Giuda durante la cattività babilonese e affermavano Abramo come loro padre spirituale tramite il quale facevano risalire il proprio diritto alla terra, e i reduci esuli sacerdotali, che basavano la propria rivendicazione sulla preminenza di Mosè e la tradizione dell’ Esodo. Anche la figura di Mosè e gli eventi narrati dall’ Esodo presentano forti problemi di storicità, ampiamente dibattuti in ambito scientifico: a chi in passato difese la storicità del personaggio si contrappongono quanti oggi vedono in Mosè una figura dai soli contorni mitici e leggendari, e tra queste posizioni si collocano alcuni studiosi come Israel Finkelstein, che pur negando la verità storica della relativa narrazione biblica la considerano la mitizzazione di un confronto attinente ai fatti relativi al VII secolo prima di Cristo, ossia lo scontro tra il re Giosia e il faraone Necao II, ritenendo quindi che i suoi protagonisti non siano che un risultato scaturito da una pia tradizione.

Secondo molti esperti, l’ evoluzione dell’ Ebraismo deve moltissimo ai contatti con la cultura persiana e babilonese, dunque allo Zoroastrismo, antichissima religione monoteista, preceduta dall’ Atonismo egizio. Nel 597 di Cristo, infatti, durante il regno di Nabucodonosor II, il Regno di Giuda venne attaccato e invaso dai babilonesi, che deportarono gli ebrei nei confini del loro Impero dando luogo a quello che oggi viene ricordato come Esilio babilonese. In seguito, nel 538 prima di Cristo, dopo la presa di Babilonia da parte dei persiani, Ciro il Grande concesse agli ebrei il permesso di ritornare nella loro terra di origine e di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, distrutto dai babilonesi. Durante la dominazione babilonese e la deportazione ebraica nelle varie regioni dell’ Impero venne trascritta la versione definitiva dell’ Antico Testamento, e poiché gli ebrei erano in contatto diretto con una grande cultura molto diversa dalla loro dovettero reinterpretare la propria identità e religione subendo l’ influenza dello Zoroastrismo, che dominava quasi tutta l’ Asia centrale: alcuni studiosi evidenziano che i concetti principali dell’ escatologia e della demonologia zoroastriana e probabilmente anche il concetto di risurrezione, influenzarono la religione attribuita a Mosè. Lo Zoroastrismo stesso, del resto, aveva ereditato idee da altri credi, e come altre religioni integrava in certa misura il sincretismo.
Secondo la tradizione, lo Zoroastrismo, o Mazdeismo, nacque con la parola di Zoroastro, nella Persia di circa ottomila anni fa, sebbene determinate analisi storiche situino la vita di Zarathustra fra il 1500 e il 1000 prima di Cristo. In esso si adora Aura Mazda, il «Saggio Signore», creatore del mondo e dell’ umanità, di cui sarà giudice alla fine dei tempi. Egli agisce tramite Spenta Mainyu, ossia «Spirito Santo» in avestico, di cui è padre, i sei Ameša Spenta, «santi immortali», sorta di arcangeli, e gli Yavata, «venerabili», analoghi agli angeli minori, di cui Mitra è il più importante. Il nemico di Aura Mazda è Angora Mainyu, spirito del male, della menzogna, delle tenebre e dell’ impurità e origine delle malattie, che agisce circondato dai sei demoni chiamati daēva, ribellatosi ad Aura Mazda tremila anni dopo la creazione del mondo.
Nello Zoroastrismo i due Mainyu, Spenta e Angora, che si rivolgono rispettivamente al bene e al male, così come gli Ameša spenta, gli Yavata e i daēva, sono spiriti nati nel mondo creato da Mazda, e acquisiscono spesso carattere di principi astratti, concetti etici, il cui confronto avviene a livello di coscienza individuale. Il libro sacro dello Zoroastrismo è l’ Avestā, che include le parole originarie di Zarathustra, raccolte nei cinque inni detti gāthā. Secondo lo Zoroastrismo, il mondo, che venne sommerso da un diluvio da Aura Mazda per essere liberato dal male, salvando gli animali in un palazzo su di un monte altissimo, deve attraversare tre ere: la creazione, il mondo presente in cui il Bene e il Male si mescolano e si fronteggiano, e l’ era finale, in cui essi saranno separati e il Bene vincerà sul Male, grazie all’ intervento di un Saoshyant, ossia «Salvatore», nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, che risorgerà dalla morte per essere giudice nel Giudizio Finale, che coinciderà con la resurrezione dei morti, chiamati a rispondere delle proprie azioni, buone e cattive.

Appare quindi evidente quanto l’ Ebraismo debba larga parte della propria dottrina a quest’ altra tradizione religiosa, che largo seguito ebbe nei tempi antichi nella regione mediorientale ove sopravvive ancora oggi praticata da una ristretta minoranza di fedeli. Non fu una realtà rivelata da Dio, ma una delle tante religioni antiche concepite da un determinato popolo per rispondere ai propri enigmi esistenziali, confezionandola a propria misura e ricavando una nozione fondamentale come quella di popolo eletto, e che nel corso dei secoli si evolse profondamente adeguandosi ai tempi e differenziandosi in svariate scuole di pensiero come quella dei farisei, dei sadducei, dei samaritani, degli esseni e così via nel corso dei secoli. YHWH, «Io sono Colui che E’», non è che una divinità concepita secondo precisi concetti ebraici.
Lo stesso Cristianesimo non sfugge al principio di influenza di religioni precedenti o ad esso contemporanee, principalmente per via di San Paolo, il principale diffusore del Vangelo, «buona notizia» in greco, tra i greci e romani. Nato a Tarso, capitale della Cilicia, in Asia minore, dove erano molto diffusi la cultura greca e il Mitraismo, inizialmente si rivolse a discepoli ebrei, ma poi si recò nell’ attuale Giordania, in Grecia e Asia minore, dove ebbe un grandissimo seguito, scontrandosi dapprincipio con San Pietro e San Giacomo, contrari alla diffusione presso i non ebrei, e in seguito con molti cristiani ebrei che volevano imporre agli stranieri convertiti l’ osservanza di tutta la legge religiosa mosaica, uscendo tuttavia vittorioso a seguito di una serie di appassionati e intensi dibattiti teologici.
Per meglio diffondere il Cristianesimo presso popoli diversi da quello ebraico, agli occhi di San Paolo era fondamentale staccarlo dall’ originaria cultura ebraica e avvicinarlo alle rispettive culture e mentalità, facendo di Gesù non più il Messia mandato da Dio al solo popolo eletto ma a tutto il mondo, in quanto popolato dai discendenti di Adamo ed Eva secondo il mito biblico. La divinità di Gesù era dichiarata già nei primi testi cristiani, probabilmente su ispirazione diretta di San Paolo e degli apostoli, tuttavia nei primi tre secoli dopo la sua morte esistevano molte correnti che ritenevano il Nazareno un semplice profeta mortale. Il ritratto di un Gesù divino, conforme all’ ortodossia, giunge dai quattro Vangeli, che ispirarono i concetti e lo stile del Nuovo Testamento. Essi, però, furono composti a settant’ anni dal giorno della Crocifissione, cosa che ha indotto gli storici a soppesarne con attenzione la credibilità storica poiché, analogamente ad altri documenti umani, nella loro esistenza conobbero una lunga fase di trascrizioni, interpretazioni e aggiunte. Peraltro, gli esperti affermano con una certa sicurezza che gli autori non fossero realmente Marco, Matteo, Luca e Giovanni, ma seguaci delle scuole di pensiero sorte attorno ad essi e al loro insegnamento. Si racconta persino che San Pietro, San Giovanni e Giacomo, uno dei quattro fratelli di Gesù, ebbero un’ aspra disputa con San Paolo, giungendo ad una rottura da cui sarebbero sorti numerosi Vangeli che però furono subito esclusi dalla teologia ufficiale. Nel corso dei secoli numerosi di questi scritti andarono persi, finendo con l’ essere soltanto nominati in opere successive, ma alcuni vennero fortunatamente riscoperti nel corso di ritrovamenti archeologici avvenuti tra il XIX secolo e i giorni nostri. La Chiesa ne riconobbe solamente quattro, che vennero chiamati Canonici, mentre quelli rigettati in quanto ritenuti portatori di tradizioni misteriose o esoteriche furono detti Apocrifi, ossia «nascosti», «riservati a pochi».
L’ influenza di San Paolo nella formulazione della teologia cristiana fu imparagonabile: mentre i Vangeli narrano parole e opere di Gesù, le lettere paoline alle varie comunità cristiane da lui fondate definiscono i fondamenti dottrinali del valore salvifico della sua venuta nel mondo, nonché della sua morte e risurrezione, concetti tuttora alla base del pensiero cristiano. Per questo alcuni studiosi contemporanei lo identificano come il vero fondatore del Cristianesimo, colui che prese in prestito elementi del Mitraismo e, seppur in misura minore, della mitologia greca. In primo luogo, analizzando con attenzione i testi evangelici e le lettere di San Paolo, è possibile riscontrare alcune fondamentali differenze dottrinarie che evidenziano l’ evoluzione della teologia cristiana da San Paolo in avanti: Gesù, fondatore del Cristianesimo, in nessun brano dice mai di voler fondare una nuova religione e neppure di essere chiamato a morire per sanare il peccato originale, ristabilendo l’ alleanza tra Dio e l’ umanità. Non afferma mai di essere nato da una vergine che lo ha concepito per intervento divino e nemmeno di essere unica e indistinta sostanza con Dio. Non riconosce mai particolare risalto allo Spirito Santo e neppure al battesimo, di cui nessun vangelo riporta una trasmissione a nessun fedele, quindi tace su precetti, norme, cariche, vestimenti, ordini di successione, liturgie e formule. Sempre secondo i testi riconosciuti dalla Chiesa non pensò mai di creare uno sconfinato panorama di santi e non richiese che venissero scritte le sue parole, né lo fece lui stesso. Sappiamo che Gesù ebbe quattro fratelli e varie sorelle, e che quasi sicuramente era sposato con figli, poiché tra gli ebrei del tempo il celibato era largamente disapprovato, analogamente a un matrimonio senza o con pochi figli. L’ ipotesi della Linea di sangue di Gesù, la sua figliolanza, fu già considerata addirittura nel XIII secolo. Ma nulla di ciò sopravvisse, poiché oggi, ovunque si volga lo sguardo, si scorge un essere mistico ascetico, distaccato, un figlio unico che riconobbe come fratelli, sorelle e madre soltanto chi compisse la volontà di Dio. Appare evidente che il Cristianesimo, così come Gesù l’ aveva insegnato originariamente, fosse semplicemente una scuola di pensiero dell’ Ebraismo, inizialmente seguita da una minoranza di ebrei, una via di fuga dal rigido insegnamento tradizionale, rivolto soprattutto agli umili, ai semplici e agli emarginati.
Negli anni vari studiosi hanno evidenziato certe somiglianze tra Cristianesimo e Mitraismo. Il culto di Mitra ha origini molto antiche, risalenti al 1400 prima di Cristo circa, ma occorre ricordare che esisteva una forma indopersiana, l’ originaria, e una romana, differenziatasi nel momento in cui il culto giunse a Roma con il ritorno delle legioni dall’ Oriente nel I secolo prima di Cristo: come dio delle armi e campione degli eroi, Mitra attrasse infatti i soldati romani, che in seguito portarono il suo culto in Iberia, Britannia e Dacia.
Ambedue le religioni utilizzano il battesimo come rito di purificazione e ammissione nella comunità, sebbene il cerimoniale fosse distante a seconda della tradizione: il battesimo mitraico romano si esprimeva nel rituale della tauroctonia, consistente nel disporre il fedele in una cavità sotterranea, chiusa in alto da una grata, sulla quale era condotto e sgozzato un toro, coprendo il fedele dal sangue ancora caldo dell’ animale, mentre nell’ antico rito cristiano avveniva per immersione in una vasca di acqua, senza alcun sacrificio animale e senza sangue come diretta derivazione dalle usanze essene di cui al monastero di Qumran si sono ritrovate ampie tracce. Sebbene il battesimo cristiano preveda solamente l’ acqua, nel corso del tempo essa si è imposta come simbolo rappresentare del sangue di Cristo che purifica il fedele. San Giovanni Battista, colui al quale viene attribuita l’ introduzione del battesimo, disse infatti che dopo di lui sarebbe venuto qualcuno che avrebbe battezzato con il fuoco.
La nascita di Mitra e Gesù sono entrambe avvolte nella leggenda: l’ iconografia romana rappresenta Mitra che nasce già fanciullo da una roccia, la petra genetrix, ritenuta un simbolo della materia cosmica primordiale, e affiancato da Cautes e Cautopates, i suoi vicari mitologici in abiti da pastore tipici della Frigia. Gesù, invece, come riferito nel Vangelo di Luca, è un neonato e visitato dai pastori poco dopo la sua nascita. Secondo una leggenda iranica, Mitra sarebbe nato da una dea vergine, e in alcune culture il calendario cominciava originariamente nella costellazione della Vergine, pertanto il Sole sarebbe nato da una vergine. Peraltro, Mitra viene indicato come yazata, una divinità minore o un angelo, nato per combattere il male, per il dominio definitivo sul mondo, creato originariamente da Aura Mazda, di cui  era il rappresentante nel mondo mortale con l’ incarico di proteggere i giusti dalle forze demoniache di Angora Mainyu. Era quindi una entità di verità e giustizia, un nemico degli spiriti del male e delle tenebre che proteggeva le anime e le accompagnava in paradiso, concetto e parola di origine persiana, tanto che nell’ Avestā si pone in luce come «Giudice delle Anime». Tutti questi concetti, in seguito, vennero notoriamente ripresi per definire il personaggio di Gesù.
Tanto il Mitraismo quanto il Cristianesimo considerano la domenica, il «giorno del sole», come giorno santo della settimana, per quanto in ambito cristiano la ricorrenza tragga origine dal fatto che Gesù sarebbe risorto «il primo giorno dopo il sabato», in riferimento al giorno di Pasqua. Originariamente, i giorni della settimana erano chiamati in base ai sette corpi celesti conosciuti, i primi cinque mostrano chiaramente l’ origine dell’ attuale denominazione dei giorni della settimana in italiano e nelle altre lingue: è interessante che molte lingue nordeuropee, come l’ inglese, domenica sia tuttora sunday, il «giorno del sole».
L’ epoca e l’ intervento di Costantino rappresentarono una tappa fondamentale nella storia e nell’ evoluzione del Cristianesimo, quindi della Chiesa, poiché questo imperatore ne fece un strumento di potere di efficacia imparagonabile. Tale operazione fu successivamente completata da Teodosio, al termine del IV secolo, quando l’ insegnamento di Cristo divenne definitivamente la religione di Stato. Nei primi tre secoli dopo la venuta di Gesù, il Cristianesimo si diffuse ampiamente in tutto l’ Impero romano, pur divenendo un fenomeno vasto e frammentato che a dispetto di ciò si richiamava all’ autorità del papa, guida della comunità di Roma. A partire dal 324, quando era uscito vittorioso da una violenta guerra civile, l’ imperatore Costantino restaurò il sistema classico della guida politica unica, venuto a mancare con il modello della Tetrarchia imposto da Diocleziano, in cui il potere imperiale era stato suddiviso tra due Augusti e due Cesari, sparsi tra Occidente e Oriente. Ma l’ unità politica, purtroppo, ancora non bastava a garantire pace e stabilità. Per tradizione, l’ imperatore di Roma era anche pontefice massimo, massima autorità di tutte le religioni ammesse sul suolo imperiale, e in quel tempo il Cristianesimo rappresentava una corrente potente, perfettamente inserita sia nelle sfere più alte dell’ aristocrazia e della politica che tra la gente comune, sebbene mancasse di unità dottrinaria: ogni città aveva una comunità cristiana con un suo vescovo, e ciascuna aveva una propria filosofia, con un relativo insieme di scritture e dogmi. Dopo l’ editto di Milano del 313, Costantino convocò nel 325 il Concilio di Nicea, allo scopo di fare del Cristianesimo una religione con un’ ortodossia chiara e solida: insieme ai vescovi discusse e votò in tema di scritture, sacramenti, festività, e, soprattutto, valutò con grande cura la divinità di Gesù, sostenendo con autorità il principio della consustanzialità del Padre e del Figlio, e dando fermo impulso a quella legata all’ incarnazione, morte e resurrezione di Cristo, oltre che a quella della nascita virginale di Gesù, già affermata nel Vangelo di Matteo. Da quel preciso momento Gesù passò definitivamente alla storia come entità divina, e chiunque ancora lo considerasse solo umano sarebbe stato accusato di eresia. L’ imperatore divenne il rappresentante di Dio sulla Terra, dando al potere temporale di cui era investito un carattere di sacralità e inviolabilità in quanto concesso direttamente da Dio: con un Gesù generato direttamente dal Signore, in grado di compiere miracoli, Costantino fu il primo dei sovrani europei la cui autorità derivava da un diritto divino, concetto che perdurò lungo tutto il Medioevo, gettando le basi dell’ Assolutismo. Il «Credo», tuttora recitato a messa la domenica, si basa sui geniali concetti avvalorati da Costantino: «Generato e non creato della stessa sostanza del Padre.».

Alla luce di questa analisi è evidente che analogamente a qualunque altra religione apparsa nella storia dell’ umanità, il Cristianesimo è un prodotto umano, e non una realtà rivelata da una divinità effettivamente esistente. E’ un insieme di credenze, riti e preghiere sorti per dare risposte e soluzioni tramite un contesto mitologico e leggendario, che con l’ andare del tempo si è evoluto assumendo più forme e suddividendosi in numerose scuole di pensiero, ognuna delle quali molto diversa da quanto Gesù insegnò in terra israelitica quasi ventuno secoli fa. Scienza e archeologia ne hanno gradualmente smontato i vari dogmi fondamentali, dall’ origine divina del mondo in appena sei giorni al flagello del Diluvio universale, per non parlare di altri concetti quali la natura piatta della Terra o la sua posizione centrale rispetto al sole, oltre che la presenza di un popolo eletto piuttosto che i poteri miracolosi e segreti o di autorità morali trasmessi dal Messia ai discepoli, dunque alle future generazioni sacerdotali. Non è neppure un caso che la Chiesa abbia sempre avuto rapporti piuttosto ostili con gli scienziati, perpetrando una vasta e intensa opera di persecuzione nei loro riguardi lunga un millennio, sostenendo che la scienza fosse una maledizione e un’ eresia in quanto la fede non ha mai avuto alcun bisogno di conferme da parte di individui sciocchi e vanesi sotto le spoglie di persone illuminate dalla sapienza.
Esiste un’ evidente ed insanabile competizione tra religione e ragione: entrambe le discipline promettono all’ umanità la soluzione dei suoi problemi quotidiani come la salute, i trasporti, i rapporti con il potere, la sconfitta dei nemici e via dicendo. La scelta tra queste vie riguarda il modo in cui si vogliono affrontare i problemi, in quanto la prima sostiene che si debba chinare il capo, pregare e sperare che qualcuno ascolti, mentre l’ altra dice che ci si deve rimboccare le maniche e darsi da fare. Ma l’ esempio degli studiosi ha sempre evidenziato la necessità di dimostrare empiricamente ogni cosa, che si può arrivare alla consapevolezza tramite l’ esperienza diretta di tutte le cose, con l’ osservazione e l’ intuizione, e non con un atto di fede. Ad esempio, credere nell’ esistenza della balena e in quella di Dio non è affatto lo stesso: chi crede nella balena lo fa perché la sua esistenza fisica è stata materialmente accertata e documentata, e può essere riscontrata da chiunque lo desideri, viaggiando per mare o visitando acquari o musei di storia naturale. Diversamente, chi crede in Dio non lo fa perché la sua esistenza sia stata riscontrata da qualcuno: essa è stata e viene tuttora supposta per fornire la giustificazione dell’ esistenza dell’ universo. Vi è semplicemente la parola dei mistici, priva di una qualunque prova inconfutabile, dunque destinata a far presa su quelle menti disposte già in partenza a credere. Non è la religione che ha creato l’ idea del puro e dell’ impuro, del sacro e del profano, del lecito e del proibito, ma la pratica sociale da cui si è riflesso il mondo dei riti e dei miti.
Il fatto stesso che il fondamento della religione sia la fede in un Dio la cui esistenza non è mai stata dimostrata in quanto non supportata dal minimo indizio logico evidenzia che la religione porta con sé tre pericoli fondamentali: la fede, il settarismo e la teodipendenza. La fede impone di credere a principi indubitabili, comunemente chiamati dogmi, che non possono e non devono mai essere messi in discussione, neanche quando urtano con la nostra coscienza. Il settarismo, conseguente al principio della fede, porta il credente a sentirsi orgoglioso di vivere e praticare la sola realtà ammissibile di questo mondo, e a ritenere gli altri una massa di infedeli: la sua religione gli pare la sola vera, tutte le altre sono false. La teodipendenza, invece, porta il devoto ad affidarsi totalmente alla sua entità spirituale di riferimento, invocandola per ricevere aiuto e protezione, domandandosi che cosa essa possa fare per lui anziché credere in sé stesso e nelle proprie capacità interiori.

Inizialmente la religione rispondeva alle curiosità della gente sprovviste di mezzi con cui rispondere, aveva un nobile intento che tuttavia venne meno nel corso dei secoli lasciando spazio a persone avide di potere che misero in piedi severi sistemi di potere, tanto che oggi addentrarsi nel mondo della religione significa spingersi in un mondo in cui manca il fondamentale diritto al libero arbitrio che la natura ha fornito all’ umanità. Già nei tempi antichi l’ ordine sacerdotale forniva al sovrano un apparato prezioso per il governo dello Stato: sotto il velo del mito e sempre più staccata dalla realtà, la religione assunse una particolare valenza nel contesto della preservazione dell’ ordine costituito, giustificando l’ esigenza di precisi rapporti di sudditanza tra gli uomini, assicurando un sistema basato sul controllo di pochi.
Peraltro, occorre ricordare che ancora oggi in Italia, benché siano ormai trascorsi quarant’ anni dalle prime conquiste della società civile come divorzio e autodeterminazione della donna in materia di aborto, e nonostante gli articoli 7 e 8 della carta costituzionale, quello della laicità rappresenta un interrogativo dalle risposte tutt’ altro che scontate. Uno Stato può essere definito laico quando non adotta alcuna morale religiosa, contrapponendosi ad uno Stato clericale in cui i precetti della fede sono seguiti dallo stesso Stato e diventano vincolanti per tutti i cittadini. Quello della laicità, pur non essendo citato espressamente, è uno dei principi fondanti della nostra Costituzione, ma non è debitamente osservato in termini pratici: ne sono un esempio il Crocifisso cristiano esposto nei luoghi pubblici, soggetti all’ autorità e alle funzioni dello Stato, le indicazioni di voto fornite dalla Chiesa cattolica ai parlamentari, piuttosto che l’ introduzione da parte del governo di Roma nel progetto di legge sul testamento biologico le definizioni volute dalla gerarchia vaticana, secondo la quale la vita non è un bene disponibile.
I rapporti con la Chiesa cattolica sono regolati da un Concordato del 1929, modificato nel 1984 e menzionato all’ interno della Costituzione. Le altre confessioni religiose possono richiedere un’ Intesa con lo Stato: finora l’ hanno ottenuta undici di esse, eccezion fatta per i musulmani e i testimoni di Geova, due minoranze assai diffuse. La Chiesa cattolica dispone di cappellani nelle strutture obbliganti e di insegnanti di religione nelle scuole pubbliche, scelti dai vescovi ma pagati dai contribuenti, mentre una sentenza della Corte Europea di Strasburgo ha sancito la legittimità della presenza del Crocifisso nelle scuole, e ancora più controversa è la sua presenza nei seggi elettorali. L’ aborto è ammesso dalla legge, ma è spesso difficile accedervi a causa delle dimensioni del fenomeno dell’ obiezione di coscienza. L’ eutanasia è vietata, il testamento biologico è riconosciuto dalla giurisprudenza, l’ accesso fecondazione artificiale è pesantemente limitato dalla legge. Per le coppie di fatto, anche omosessuali, esiste un riconoscimento di legge a partire dal 2016. Il divorzio è consentito, ma i tempi per ottenerlo sono tuttavia lunghi quando vi sono beni e figli in comune. Il vilipendio è considerato un reato.
L’ Italia non è mai stata un Paese laico, in quanto i Patti Lateranensi hanno introdotto principi di gerarchia teocratica nell’ ordinamento politico che oggi consente ad una particolare religione di avere privilegi che altre non hanno, come le ore di insegnamento nelle scuole, che sono un indottrinamento non solo per chiunque professi una religione, ma anche per chi è ateo. In tutta evidenza non è corretto che la Chiesa pretenda di intervenire nella vita pubblica. Nel Belpaese è tuttora radicata un’ intensa cultura di accettazione silenziosa della autorità sacerdotale, che interferisce in continuazione, a differenza di quanto accade in altri Paesi cattolici come Francia e Spagna, come dimostrato dalla questione dell’ otto per mille. Ma non è una questione legata soltanto alla religione: il fatto è che i protagonisti della politica devono essere i singoli cittadini, non le comunità religiose. Finché la politica sarà retta da una maggioranza di persone educate secondo i principi cattolici su cui il papato potrà fare leva come guida spirituale, non si potrà mai avere un’ Italia laica, e considerando la forte tendenza populista impostasi recentemente in Italia nessuno farà mai nulla per la laicità, perché si sfocerebbe nella perdita del consenso elettorale. E tutto presso l’ altare di un Dio creato dall’ uomo a propria immagine.