Visualizzazione post con etichetta Costume e società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Costume e società. Mostra tutti i post

mercoledì 25 settembre 2024

La grande forza e attualità di «1984»

Perché ultimamente si è parlato del romanzo «1984» di George Orwell? Non per il solo piacere di leggere, ma perché espone cose che ragionano sul mondo in cui viviamo. Orwell scrisse di un mondo in cui «la guerra è pace» e «l’ ignoranza è forza», di un Grande Fratello che controlla la vita e i pensieri della gente, con la trasmissione dell’ informazione. Il Grande Fratello controlla ciò che la gente legge e ascolta: riempiendo la testa delle persone di pettegolezzi e stupidaggini, queste parleranno solo di ciò. In «1984» vi sono dipartimenti e fabbriche che lavorano sempre e in cui «si producono giornali spazzatura che parlano soltanto di sport, cronaca nera e astrologia, film che trasudano sesso e canzonette sentimentali».

Il Grande Fratello muta il senso delle parole e riscrive la storia, controllando il presente della gente. Suona attuale? Hanno censurato Peter Pan, «Il diario di Anna Frank» e «Il buio oltre la siepe», poi si è abbattuta la statua di Cristoforo Colombo. La maggior parte dei libri vittima della cultura della cancellazione sono quelli che trattano del passato razzista degli Stati Uniti. E non è proprio un caso che «1984» sia stato sconsigliato agli studenti, perché «contiene materiale che potrebbe essere sconfortante e pericoloso». Ed è vero: è pericoloso per lo status quo ma benefico per i giovani, che leggendolo possono fare come il protagonista Winston Smith, pensando autonomamente e quindi minacciando la forza di governi, potenti e Grandi Fratelli di oggi!

giovedì 7 settembre 2023

Intervista a Totò



Totò, una leggenda della comicità italiana, famoso per il suo umorismo unico e il talento versatile, ci accoglie per un’ intervista cordiale che promette di farci riflettere. Con una carriera che spazia dal teatro al cinema e alla televisione, il «principe della risata» è indubbiamente uno degli attori più iconici dello spettacolo italiano. Attraverso la sua abilità nel creare personaggi stravaganti e il suo linguaggio comico spontaneo è stato in grado di conquistare il cuore di intere generazioni. La sua comicità travolgente è una mescolanza esplosiva di satira sociale, giochi di parole e mimica corporea brillante. Ma dietro il suo viso buffo si nascondono una sensibilità e una profonda intelligenza artistica che gli hanno permesso di superare i confini dello schermo e diventare una voce di denuncia sociale. Totò ci offre uno sguardo intimo sulla sua vita e la sua carriera, e promette di farci vivere un’ avventura comica che resterà impressa nella nostra memoria.


Buongiorno, siamo molto felici di parlare con lei oggi. Vorremmo che ci parlasse brevemente della sua carriera. Come è diventato così famoso nel mondo dello spettacolo?


«Grazie per l’ invito! Sono diventato famoso perché sono nato con un’ innata propensione alla comicità. Fin da piccolo facevo ridere mio nonno, che poveretto, non riusciva nemmeno a bere il caffè senza sputarlo fuori dalle risate!».


Ci può raccontare un momento particolarmente importante della sua carriera, qualcosa che l’ ha segnata?


«Certo, ero sul palco a teatro e dovevo recitare una battuta irresistibilmente divertente, ma mentre iniziavo a parlare, mi accorsi che mi ero scordato la battuta! Allora ho improvvisato dicendo: ‘Mi seccate con queste risate, lasciatemi finire!’. E beh, credetemi, tutti si sono piegati dal ridere! Quel momento mi ha insegnato l’ importanza dell’ improvvisazione e di saper prendere in giro me stesso.».


Tra le sue caratteristiche più note vi sono i suoi giochi di parole, che l’ hanno resa un’ icona del mondo della comicità italiana. Come ha sviluppato questa abilità?


«I miei giochi di parole fanno parte della mia natura intrinseca. Fin da piccolo amavo giocare con le parole, cercando di trovare nuovi significati e combinazioni divertenti. Ho affinato questa abilità negli anni, sperimentando e studiando il linguaggio in tutte le sue sfumature.».


Questi giochi di parole spesso si legano alla sua satira sociale, che l’ ha resa celebre non solo come comico, ma anche come critico sociale. Qual’ è il suo approccio nel creare una satira così pungente?


«La satira sociale è una forma d’ arte che permette di mettere in luce gli aspetti più ridicoli e ipocriti della società. Io cerco di farlo attraverso l’ umorismo, perché penso che sia importante far riflettere le persone senza essere troppo pesanti. Il mio approccio consiste nel prendere situazioni e personaggi reali, amplificarli e presentarli in modo grottesco. In questo modo, posso spingere il pubblico a riflettere su alcuni aspetti che altrimenti potrebbero passare inosservati.».


Altra caratteristica distintiva del suo stile comico è la tua mimica corporea, che riesce a comunicare così tante emozioni senza pronunciare una parola. Come ha sviluppato questa abilità?


«La mia mimica corporea è sempre stata una parte essenziale del mio modo di comunicare sul palco. Anche quando ero giovane, ho capito che le espressioni del viso e i gesti possono essere altrettanto potenti di qualsiasi battuta. Ho trascorso ore davanti allo specchio, studiando i miei movimenti e cercando di renderli più espressivi. Anche l’ osservazione della vita quotidiana mi ha aiutato molto, perché le persone reagiscono alle situazioni in modo molto variopinto, e io ho cercato di cogliere tutte queste sfumature e renderle accessibili al mio pubblico.».


Che consiglio darebbe ai giovani comici che vogliono intraprendere la sua strada?


«Guardate, ragazzi, la comicità è un mestiere molto serio, ma non bisogna prenderlo troppo sul serio. L’ importante è trovare sempre il lato divertente delle cose e non aver paura di mettersi in ridicolo. Siate spontanei, creativi e mai finti! E ricordate, se riuscite a far ridere anche una pietra, allora sarete dei grandi comici! Ricordatevi, la vita è una commedia, e dovremmo trascorrerla ridendo!».


Qual è, secondo lei, il segreto per farsi amare dal pubblico?


«Il segreto è sedersi al tavolo con il pubblico e farlo ridere di gusto. Bisogna saperlo conquistare, come si conquista una bella donna. Divertitevi con lui, coinvolgetelo e fatelo sentire speciale. E ricordate, le risate sono come gli abbracci, possono toccare il cuore delle persone!».


Quale è stata la sua intenzione principale nello scegliere i progetti cinematografici in cui ha recitato?


«Innanzitutto, vorrei dire che era quella di far sorridere e divertire il pubblico. Amo portare un po’ di leggerezza e allegria nelle vite delle persone, anche solo per qualche istante. Il mio obiettivo principale è far dimenticare le preoccupazioni della quotidianità e regalare un momento di svago.».


E’ importante per lei che i suoi film abbiano un messaggio o un significato più profondo?


«Assolutamente. Anche se il mio scopo principale è di far ridere, non intendo che i miei film siano solo spettacoli leggeri. Spesso cerco di dare un messaggio, una critica sociale o politica, con le mie storie e i miei personaggi. Vorrei far riflettere il pubblico sulle questioni importanti della società, usando il linguaggio della commedia per renderlo più accessibile a tutti.».


Ci ricorderebbe qualche esempio di film in cui ha cercato di trasmettere un messaggio più profondo?


«Potrei citare ‘Miseria e nobiltà’, dove metto in risalto le ingiustizie sociali e le difficoltà che le persone più umili devono affrontare. E’ una commedia brillante con una trama molto divertente. Mi sono divertito tantissimo sulla scena e credo che il pubblico abbia amato il film proprio perché si trattava di un perfetto miscuglio di comicità e satira sociale. Oppure ‘Guardie e ladri’, in cui critico la corruzione e l’ abuso di potere. Anche in ‘Totò, Peppino e la malafemmina’ affronto tematiche come il ruolo delle donne nella società e l’ amore incondizionato.».


Quali sono le sue influenze nel mondo del cinema? Ci sono registi o attori che ammira particolarmente?


«Ammiro moltissimo Charlie Chaplin. Il suo modo di combinare comicità e dramma era unico. Ho anche tratto ispirazione dal cinema di Buster Keaton e di Stanlio e Ollio. Ogni attore o regista che riusciva a creare una connessione emozionale con il pubblico è sempre stato una fonte di ispirazione per me. Ammiro l’ abilità di far ridere e piangere allo stesso tempo.».


Cosa spera che il pubblico provi o impari attraverso i suoi film?


«Spero che il pubblico si senta alleggerito e felice dopo aver visto i miei film. Voglio che ridano e si divertano, ma spero anche che riflettano su ciò che è stato rappresentato. Vorrei che prendessero coscienza delle ingiustizie, delle ipocrisie e dei problemi della società, e che magari anche tentino di cambiarli. Ma, soprattutto, che portino a casa con loro uno spirito positivo, perché la risata è un’ arma potente per affrontare la vita.».


Qual’ è stato il momento più emozionante per lei sulla scena di un film?


«E’ difficile scegliere un solo momento emozionante, ma se devo dirne uno, direi quando ho ricevuto il premio come miglior attore per il film ‘Guardie e Ladri’. E’ stato un riconoscimento incredibile per il mio lavoro e mi ha reso molto orgoglioso.».


Quale è stato il suo film preferito in cui hai lavorato, e perché?


«E’ ancora più difficile scegliere un film preferito, ma se devo dirne uno, direi ‘Miseria e Nobiltà’.».


Interessante. Passando ad un argomento diverso, vorrei chiederle cosa pensa dell’ evoluzione del cinema italiano nel corso degli anni.


«Penso che il cinema italiano abbia fatto grandi progressi. Ci sono stati periodi di grande successo e altri di crisi, ma quello che caratterizza la cinematografia italiana è la creatività. Abbiamo prodotto opere che hanno lasciato un segno nel mondo del cinema e abbiamo talenti straordinari che si distinguono in tutto il mondo. Tuttavia, credo che ci sia ancora molto da fare per promuovere e sostenere il cinema italiano a livello internazionale.».


Ha ragione, il cinema italiano ha avuto un impatto significativo sulla cultura cinematografica globale! Quale consiglio darebbe agli aspiranti attori che vogliono seguire le sue orme?


«Il consiglio che darei è di seguire la propria passione e di non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà. E’ un mestiere difficile, ma se si è disposti a lavorare duro e a dedicarsi interamente all’ arte dell’ interpretazione, allora si può raggiungere il successo. E’ importante studiare, prendere lezioni e affinare continuamente le proprie capacità. E, soprattutto, bisogna credere in sé stessi e non arrendersi mai.».


Quanto è importante per lei essere un nobile? E quali significati riconosce alle buone maniere?


«Essere un nobile non è solo una questione di titoli o di status sociale. Rappresenta un’ autentica eredità culturale, una tradizione di valori e di principi che mi sono sempre stati cari. Le buone maniere sono fondamentali per avere rispetto e dignità nella vita quotidiana. Le considero un ponte tra le persone e un modo per esprimere rispetto reciproco. Certo, può sembrare paradossale per un comico come me essere così attento alle buone maniere, ma le vedo come una forma di arte e di rispetto verso il prossimo.».


La nobiltà quindi non è una questione di titoli ereditari.


«Per me, la nobiltà è un’ aspirazione all’ elevatezza morale, all’ educazione e al rispetto per gli altri. Certo, la nobiltà ereditaria ha avuto la sua importanza in passato e non posso negarne l’ esistenza, ma quello che mi preme sottolineare è che non è sufficiente essere nobili per nascita. La vera nobiltà risiede nell’ animo e nelle azioni di un individuo. Per me, la vera nobiltà si esprime attraverso l’ atteggiamento di una persona nel suo rapporto con gli altri, implica comportarsi in modo gentile, rispettoso e generoso, sempre con uno sguardo rivolto verso il bene comune. La nobiltà è la saggezza, la modestia e la bontà d’ animo.


Perché pensa che sia così importante essere nobili, intesa nel suo senso, nella vita di tutti i giorni?


«Beh, secondo il mio punto di vista, quando una persona è nobile nel vero senso della parola, è in grado di influenzare positivamente il suo ambiente sociale. Un nobile di spirito diffonde gentilezza, rispetto e umanità, creando così un contesto sociale migliore. Inoltre, la nobiltà di atteggiamento e comportamento porta con sé anche una speciale responsabilità verso gli altri e il mondo. Essere nobili significa agire con integrità, aiutare coloro che sono meno fortunati e lavorare per il bene delle persone che ti circondano.».


Quindi la nobiltà è una sorta di obbligo morale.


«Esattamente. Sì, la nobiltà richiede responsabilità. Si tratta di un traguardo da raggiungere nella propria vita, sempre consapevoli delle nostre azioni e del loro impatto sulle altre persone. Essere nobili ci spinge a fare del nostro meglio per contribuire a un mondo migliore.».


Grazie per aver condiviso con noi la sua visione sulla nobiltà. Le sue parole fanno riflettere su quanto l’ atteggiamento e l’ integrità possano fare una differenza nel mondo. Come si sente in un mondo che si sta impoverendo socialmente e culturalmente?


«Mi rattrista profondamente vedere il progressivo impoverimento sociale e culturale della società. Vedo svanire lentamente quei valori che consideravo fondamentali per la coesione sociale. Il mio intento è sempre quello di intrattenere il pubblico, ma anche di indurre una certa riflessione e consapevolezza sui cambiamenti che hanno luogo intorno a noi. Cerco di far sorridere la gente, ma anche di farle prendere coscienza delle ingiustizie e delle contraddizioni del mondo. La mia comicità ha anche una componente satirica e critica nei confronti di una società che sta perdendo il suo equilibrio.».


Grazie infinite per questa gradevolissima intervista. E’ stato un onore parlare con lei e scoprire di più su ciò che voleva trasmettere con i suoi film.


«Grazie a voi per avermi dato questa opportunità. Spero che i miei film continuino a far sorridere e a far riflettere chiunque li guardi. La commedia è un dono prezioso, e sono felice di aver potuto condividerla con il pubblico.».

lunedì 2 dicembre 2019

La spiritualità oltre la religione



«La spiritualità è riconoscere la luce divina che è dentro di noi. Non appartiene a nessuna religione in particolare, ma a tutti.» Muhammad Ali;
La parola come timone con cui orientare le masse;

Un antico proverbio zen dice: «Una buona parola tiene inchiodato un asino a un palo per cento anni.». Devo ammettere che quest’ affermazione mi ha molto colpito, e che mi ha fatto ricordare un concetto che fin da bambino ho spesso sentito dire dalla mia vecchia maestra elementare di italiano e, in seguito, da altre persone intelligenti che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente: le parole hanno ciascuna un preciso significato, con il quale possono ampiamente influenzare il nostro modo di pensare e percepire la realtà, modellando le nostre convinzioni in un modo piuttosto che in un altro. Se usate con una motivazione e in un certo modo hanno il potere di elevarci a superiori livelli di consapevolezza oppure di allontanarcene nettamente, come dimostrato purtroppo dalle tecniche propagandistiche. Al tempo stesso, come tutte le cose del contesto umano il linguaggio ha i suoi limiti e non sempre è in grado di aiutarci a comprendere appieno i concetti, finendo spesso con l’ indurci a coltivare opinioni inesatte. Occorre quindi fare un uso molto attento delle parole, scegliendo quelle giuste quando occorrono e limitandoci al silenzio se invece non servono proprio: prima di parlare dovremmo infatti sempre domandarci se ciò che diremo corrisponde al vero, se non provoca male a nessuno, se è utile e, soprattutto, se valga davvero la pena turbare il silenzio per ciò che abbiamo da dire.
Il condizionamento e la metodicità della religione;

Uno dei contesti in cui le parole vengono utilizzate in maniera sconveniente e addirittura oppressiva è quello delicato della religione, un contesto molto antico e tutt’ altro che scontato. Da sempre, infatti, ogni dottrina poggia su concetti enigmatici e mai dimostrati in pratica, e i relativi chierici e maestri, impaludati in suggestivi abiti talari, trascorrono tutta la vita a studiarli e a insegnarli alla comunità spirituale, i cui membri pendono dalle loro labbra ammirando la bravura e la dimestichezza che denotano dalla santa cattedra. Non a caso, infatti, uno dei termini più ricorrenti nel mondo religioso è quello relativo ai pastori, intesi come vere e proprie guide autorevoli incaricate di indirizzare la massa: la comunità spirituale deve mettere da parte pensieri, dubbi e riflessioni e affidarsi alla conoscenza e all’ esperienza del suo pastore, che ha ricevuto l’ insegnamento, comprendendolo e divenendo poi in grado di trasmetterlo agli altri, sul preciso esempio delle pecore, che senza pensare seguono tutte insieme il loro allevatore mentre le conduce dalla stalla ai pascoli e viceversa.
In questo contesto, uno degli errori fondamentali che noi tutti comunemente facciamo in partenza è il confondere la religione con la spiritualità. Da migliaia di anni, infatti, questi due elementi sono molto presenti nella vita delle persone, e sono strettamente intrecciate fra loro, eppure ad un’ attenta considerazione si può capire quanto siano diverse e addirittura sappiano esistere l’ una senza l’ altra. Generalmente, siamo portati a credere che la religione sia l’ apice della spiritualità, ma in realtà non è così: essa è infatti un semplice prodotto umano. Fin dall’ origine dei tempi, infatti, ogni popolo ha avuto la propria religione, con le sue divinità buone e cattive, i propri dogmi, rituali e preghiere. Per certi aspetti, tutti i culti hanno molti aspetti in comune e altri punti di diversità, e per quanto si siano sempre presentati come una verità rivelata, non si può non notare quanto ognuno di essi sia il riflesso di una determinata mentalità in vigore una determinata epoca storica e regione geografica. Ogni confessione religiosa sorse in un’ era in cui uomini e donne si interrogavano sulle origini della vita, ma ancora non vi era la scienza con cui rispondere adeguatamente. Dalla religiosità sorge la ritualità, elemento tipico della psiche umana al punto da essere parte delle nostre attività quotidiane più familiari, e da questa sorgono la metodicità e, soprattutto, la convinzione, che il più delle volte sfocia nel pregiudizio divenendo un limite e addirittura un ostacolo al raggiungimento della comprensione della verità, in quanto una volta che siamo certi di qualcosa ci attacchiamo alle nostre convinzioni e abitudini adeguando ad esse la nostra mentalità ed esistenza divenendone praticamente prigionieri.
La libertà della personale ricerca spirituale;

In realtà, il culmine a cui noi tutti più o meno consapevolmente puntiamo è la spiritualità: è questo il nostro vero traguardo, peraltro slegato da tutti quei vincoli, limiti e dogmi tipici della religione. Ognuno di noi possiede uno spirito, indipendentemente dalla fede religiosa, e tende ad essere felice e ad evitare la sofferenza. La spiritualità parte proprio da qui, e consiste nella cura di questo nostro spirito: è il sentiero che ci conduce al benessere, indipendentemente da tutto ciò che ha a che fare con la religione. Persino molti atei affermano di praticare una qualche forma di spiritualità, sentendosi pervasi da una grande energia e senso di completezza semplicemente immergendosi nella natura, osservando le opere d’ arte o facendo del bene agli altri, impegnandosi in un sentiero vivo e radicato nella vita quotidiana in cui siamo tutti immersi.
Per sua natura, la religione non riesce a fornire una risposta a tutti i problemi delle persone, e ovviamente non si può cambiare il mondo dichiarandosi seguaci di una religione per poi passare il tempo pregando, andando al tempio più vicino a casa oppure in pellegrinaggio. La spiritualità consente invece di individuare sé stessi, riconoscendo quello che si è, che si può fare e di cui si ha bisogno. E’ una via basata sull’ astensione dal male, sul fare il bene e l’ essere sempre consapevoli, in un percorso basato su virtù quali disponibilità, condotta appropriata, pazienza, diligenza, saggezza, tolleranza e rispetto reciproco e che non è appannaggio esclusivo della religione. Solo aprendoci a noi stessi e alla realtà che ci circonda potremo finalmente vivere in armonia e trovare la pace.

Da anni quindi sostengo senza mezzi termini che possiamo tranquillamente fare a meno della religione, ma non della spiritualità. Se fin dal suo apparire la religione ha sempre esposto i propri concetti fondamentali senza alcuna dimostrazione pratica, fino a perdere ovviamente terreno di fronte alle recenti scoperte scientifiche, molto di ciò che ci vediamo attorno può costituire un ottimo punto di partenza per il nostro percorso spirituale, superando tutte quelle convinzioni erronee, distorte e ingannevoli che con l’ andare del tempo possono radicarsi sempre di più, conducendoci inevitabilmente in una solida gabbia mentale da noi stessi costruita e dalla quale si rischia seriamente di non uscire più, imprigionandoci nell’ aridità e nella desolazione del «materialismo religioso». Anziché credere occorre fare esperienza diretta di tutte le cose, in modo tale da poter comprendere e infine sapere. Bisogna ragionare attivamente con la propria testa e il cuore, tralasciando tutti quei concetti statici e leggende deleterie che ormai non valgono più, ai quali da sempre le religioni si aggrappano disperatamente da lungo tempo. Soprattutto, non bisogna mai commettere l’ errore di affidarsi ciecamente ad un maestro, per quanto famoso, carismatico e convincente, ricordando piuttosto che bisogna valutare con cura tutto quello che dice e l’ esempio che offre con le sue azioni: è bene che ciascuno sia il maestro di sé stesso, affidandosi alla propria esperienza. La verità si trova sempre e solo nei fatti, non nelle convinzioni: si deve quindi imparare a coltivare un atteggiamento di scetticismo con cui fare le domande giuste, a cui occorre dare le dovute risposte, evitando la trappola della liturgia, della dottrina, del mito, del culto, della fede e quindi della religione. Perché il cuore umano si trova sempre oltre la fitta coltre della teologia. Con la spiritualità si imbocca quella via che ci riporta al nostro vero io, al «qui e ora», distaccandoci dalle distrazioni inutili e dagli atteggiamenti mentali che ci isolano dalla realtà. E’ un’ attitudine che va oltre la fede, sperimentando l’ attimo presente e provando riconoscenza per il dono stesso della vita, acquisendo piena consapevolezza del nostro legame con il mondo e tutto ciò che ne fa parte, oltre le disattenzioni e i conflitti illusori del mondo materiale. Lo stato dello spirito non ha tempo, luogo e neppure religione, e dipende essenzialmente dalla nostra intuizione, esperienza soggettiva e unica per ogni persona. Giunti a questo punto potremmo chiederci perché sia così importante la religione, con tutti i suoi dogmi che ci isolano dalla realtà e da noi stessi impedendoci di percepirci come una parte fondamentale di qualcosa di più grande.
Il lato maggiormente importante della spiritualità è l’ esperienza effettiva, con la quale ci rendiamo parte del moto perpetuo dell’ esistenza. In un certo senso, questa è la vita stessa: per vivere la spiritualità servono solo quei piccoli gesti che ci avvicinino alla pace mentale, vivendo ogni momento con consapevolezza. Ad esempio, se stiamo pulendo casa dovremmo immergerci nell’ atto di pulizia; se siamo con i nostri cari, bisognerebbe essere completamente presenti per loro; se ci stiamo rilassando, ci si dovrebbe rilassare e basta, non lasciando che gli eventi del giorno o le preoccupazioni del futuro infestino i nostri pensieri. Questo atteggiamento ci aiuta ad accettare le cose pienamente così come vengono e apprezzarle nella loro interezza, preoccupandoci per il benessere nostro e di tutti gli altri esseri come se fossimo un tutt’ uno, per capire come siamo tutti interconnessi: la spiritualità è semplicemente questo.

venerdì 7 dicembre 2018

Quando il Natale veniva più decorosamente festeggiato in trincea

Una casa pronta per i festeggiamenti natalizi;


Pur essendo la seconda festività cristiana più importante dopo la Pasqua, il Natale è da sempre il giorno più sentito e atteso dai due miliardi e quattrocento milioni di cristiani attualmente sparsi in tutto il mondo. Per settimane, se non addirittura per mesi, soprattutto in Occidente ogni famiglia si prepara con cura e solennità a questa speciale ricorrenza, comprando abeti o sempreverdi, addobbi, cibi e infine doni, preparando i presepi e identificando gli abiti migliori con cui presentarsi. Le strade vengono gradualmente riempite di luci e immagini di Babbo Natale e, ovviamente, della Natività. Quella del Natale è un’ atmosfera generale e molto potente che cala su tutto, senza risparmiare apparentemente nessuno, nemmeno le famiglie meno praticanti, lontane dall’ ambiente parrocchiale, e in certi casi neppure i non credenti: tutti quanti a modo proprio subiscono il suo richiamo e si assicurano di fare qualcosa, per quanto minimo, concorrendo all’ atmosfera collettiva.
Corsa alle spese natalizie;

Si deve tuttavia riconoscere che il Natale di oggi non è più quello di una volta. Sempre più persone, infatti, si allontanano dal Cristianesimo perché non soddisfatte dai suoi princìpi fondamentali, mentre altre pur continuando ad aderire al suo credo mettono in dubbio la parola dei sacerdoti di qualsivoglia livello, dal parroco di provincia al Santo Padre assiso sul Soglio di Pietro. Vi sono cristiani che si sentono vicini a Dio e Gesù ogni giorno della propria vita senza alcun bisogno di recarsi in chiesa oppure di festeggiare una ricorrenza, mentre molti altri, forse la maggioranza, si definiscono «cristiani» semplicemente per convenzione, senza tuttavia esserlo veramente in quanto del tutto prive di fede, e si riducono a festeggiare il Natale soltanto per abitudine, per un puro riflesso automatico: lo si è sempre festeggiato e sempre lo si festeggerà, non importa il motivo che si trova alla base di questo particolare giorno, basta solo scambiarsi i doni, sedersi a tavola in compagnia di parenti e amici e mangiare e bere.
Il Natale, insomma, è stato ridotto ad una festa vuota, ad un pranzo collettivo dal movente che può tranquillamente essere ignorato, ad una gara a chi acquista meglio e di più. Si è tramutato in una giornata povera e insensata. Appena pochi decenni fa, invece, soprattutto durante gli Anni Ottanta e Novanta, le cose erano molto diverse: si andava in chiesa per la messa, e se ciò non era possibile ci si radunava a tavola recitando una preghiera con cui si tributava con semplicità ma con partecipazione e consapevolezza un pensiero al fatto del giorno, per poi dare giustamente inizio ai festeggiamenti. Erano entrambe forme più che valide di vivere propriamente il Natale, con spirito cosciente e gioioso, in cui l’ aspetto degli acquisti generali e della preparazione della festa materiale acquisivano uno scopo funzionale e di secondo piano, ossia quello della forma che racchiudeva una precisa sostanza, come un vaso che include la terra in cui far germogliare i fiori. Ma dal momento che oggi del Natale importa a ben poca gente ha davvero senso dedicare tanto tempo alla sua preparazione e buona parte della settimana in cui ricade visitando amici e parenti pronunciando il fatidico augurio? Serve veramente a qualcosa curare tanto finemente e vigorosamente il vaso se il fiore non è più considerato?
Natale a New York;

Una volta il Natale era profondamente sentito dai cristiani. Era vissuto come un giorno speciale, unico nel suo genere, in cui i credenti si sentivano più buoni trasmettendo all’ ambiente una speciale carica di positività ed ottimismo che, non soggetta a limitazioni, si propagava in ogni direzione nell’ ambiente come un profumo o un’ onda luminosa o sonora, peraltro tornando indietro al mittente apportando risultati amplificati in accordo alla purezza e all’ intensità con cui era stata generata. Non di rado allietava con effetti riequilibranti e risananti persino i pochi non credenti, oggi aumentati a dismisura. Era un giorno talmente particolare che durante i penosi anni della distruttiva Grande Guerra seppe compiere un vero e proprio miracolo: il giorno di Natale dell’ anno 1914 venne attuata una tregua durante la quale le trincee si rasserenarono vedendo il cessate il fuoco, e i soldati di entrambi gli schieramenti si raggiunsero fraternizzando e festeggiando insieme, peraltro scambiandosi doni e cibo.
Soldati britannici e tedeschi durante la Tregua di Natale, 1914;

Il 25 dicembre 1914, tedeschi e britannici uscirono dalle rispettive fosse trincerate per festeggiare insieme la festività. Si tende tuttora a credere che questa storia sia soltanto una bella e commovente favola di Natale, paragonabile ad un miracolo, e nei libri di storia quasi non viene menzionata, eppure il tema è stato ampiamente ripreso in romanzi e film, nonché in una canzone popolare di Mike Harding, intitolata «Christmas 1914», i cui versi recitano: «I fucili rimasero in silenzio […] senza disturbare la notte. Parlammo, cantammo, ridemmo […] e a Natale giocammo a calcio insieme, nel fango della terra di nessuno.». La partita a pallone ebbe veramente luogo, venendo giocata nei pressi della cittadina belga di Ypres, e si tenne entro la «terra di nessuno», lo spazio che divideva le trincee britanniche da quelle germaniche: fu il momento fondamentale di quella che sarebbe passata alla storia come «Tregua di Natale».
Nell’ estate 1914 l’ Europa era divenuta teatro di una guerra senza precedenti per dimensioni e combattimenti che vedeva opposti due grandi schieramenti: Gran Bretagna, Francia e Impero russo contro l’ Impero tedesco, quello austro-ungarico e infine quello ottomano. Più tardi sarebbero scesi in campo anche Bulgaria, Giappone, Italia, Stati Uniti e una serie di altri Paesi trasformando la contesa nella prima guerra su scala mondiale della storia. Inizialmente, il fronte più caldo fu proprio quello occidentale, tra Francia settentrionale e Belgio, ove britannici, francesi e belgi contrastarono l’ avanzata tedesca. Dopo una sanguinosa battaglia nei pressi di Ypres, a fine autunno gli eserciti si ritrovarono impantanati sia qui che in altri fronti in un’ estenuante guerra di logoramento combattuta soprattutto intorno ai trinceramenti. Da questi fossati profondi un paio di metri e rinforzati alla buona con tavole di legno, i soldati si lanciavano quotidianamente all’ assalto del nemico, guadagnando o cedendo ogni volta pochi metri di terreno e trascorrendo il resto della giornata tra fango, pioggia e cadaveri in decomposizione. Tali condizioni coinvolgevano tutti e il «mal comune» indusse presto a svariati episodi di solidarietà tra nemici, che si trovavano ad appena pochi passi di distanza gli uni dagli altri. I soldati di entrambi gli schieramenti cominciarono a scambiarsi favori, come ad esempio il non aprire il fuoco durante i pasti: quel che contava era salvare le apparenze agli occhi dei superiori, evitando l’ accusa di tradimento e quindi la fucilazione, e tornare a casa sani e salvi. Il compito di punire i soldati che si fossero mostrati troppo concilianti con i nemici spettava agli ufficiali dei vari comandi, i soli autorizzati a stabilire una tregua, principio che sia a Ypres che in altre zone del fronte sarebbe però stato infranto nel dicembre 1914.
Brindisi tra nemici;

Dopo aver dato ordine alle truppe di non interrompere per nessun motivo i combattimenti, i comandi britannico e tedesco fecero arrivare nelle prime linee alcuni piccoli pacchi dono natalizi contenenti dolci, liquori, tabacco, alberelli natalizi e candele. La sera della vigilia, a Ypres i tedeschi addobbarono le postazioni scambiandosi gli auguri e cantando vari motivetti natalizi. In una trincea qualcuno intonò la canzone «Stille nacht», la versione germanica della celebre «Silent night» britannica. Da quel momento, e per buona parte della serata, i soldati dei due eserciti non smisero di cantare, ognuno nella propria lingua e al riparo della propria postazione. Come testimoniò in seguito il soldato tedesco Kurt Zehmisch, nel libro «Silent night: the story of the World war I Christmas truce», firmato dallo storico statunitense Stanley Weintraub, che negli Anni Ottanta ricostruì la vicenda: «Quando addobbammo gli alberi e accendemmo le candele, dall’ altra parte giunsero fischi di gioia e applausi. Poi cantammo tutti quanti assieme.». Al momento di andare a dormire, un po’ tutti erano ormai convinti che qualcosa di straordinario stesse per verificarsi, e infatti all’ alba del giorno dopo i tedeschi esposero piccoli cartelli con le scritte «Buon Natale» e «Non sparate, noi non spariamo.». Era il segnale d’ inizio: ripresero i canti e gli applausi, poi dalla trincea tedesca uscì un uomo, che nella nebbia i britannici intravidero appena, quanto bastava per notare che era disarmato. Increduli, uscirono dai loro ripari e si incamminarono verso i tedeschi, che fecero altrettanto. Come scrisse il soldato britannico Dougan Carter in una lettera alla famiglia: «Ho visto la cosa più straordinaria che si possa vedere: stavamo per sparare a quel tedesco e poco dopo eravamo tutti in festa.».
La vita in trincea;

Dopo aver sepolto i cadaveri dei commilitoni uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti, i due schieramenti fraternizzarono, organizzando una festa vera e propria. Come canta Mike Harding nella sua canzone: «Fritz portò sigari e brandy, Tommy della carne di manzo e sigarette.». Parole assolutamente veritiere, in quanto nel diario di campo del 133° Reggimento sassone si parla infatti di un tedesco di nome Fritz e anche di Tommy, un britannico che si mise a tagliar capelli ai nemici in cambio di qualche sigaretta. Nel frattempo, attorno a lui tutti si scambiavano abbracci e visite di cortesia. Britannici e germanici si regalarono caffè e cioccolata, marmellata e sigari, tè e whisky, nonché alcuni accessori delle divise. Ci fu persino chi si fece fotografare in gruppo. Come disse il soldato britannico Bruce Bairnsfather: «Non vi fu un solo momento di odio: per un po’ nessuno pensò più alla guerra.». Pareva una scena degna di un film, che in effetti si sarebbe ritrovata nel copione di «Joyeux Noël», film del 2005 di Christian Carion.
Prima che gli alti comandi potessero intervenire interrompendo la tregua, i soldati fecero un patto solenne: nel caso di ripresa dei combattimenti nessuno avrebbe mirato ad altezza uomo, rendendo inoffensive le munizioni «sparando alle stelle in cielo». La notizia della tregua non tardò a diffondersi, e in appena poche ore la febbre da armistizio contagiò ben due terzi del fronte occidentale: quasi ovunque britannici e germanici si tesero la mano e festeggiarono insieme, e il simbolo di quell’ insolito Natale di guerra divenne la partita di calcio che si tenne a Ypres fra le truppe britanniche del reggimento Scottish seaforth highlanders e quelle tedesche del Reggimento sassone, benché quel giorno le partite di calcio furono moltissime, giocate con palloni realizzati con stracci pieni di sabbia legati con lo spago e porte delimitate da pile di cappotti. Per alcune ore la «terra di nessuno» si tramutò in un campo di calcio, e nei giorni successivi i familiari dei soldati furono inondati di lettere e foto dell’ evento, che finirono ai quotidiani. La stampa di Torino, posseduta e diretta dal biellese Alfredo Frassati e sottoposta alla censura, ne ritardò la pubblicazione, quindi le prime notizie vennero trasmesse dalla stampa statunitense, soprattutto il New York Times. Subito dopo, la stampa europea dedicò ampio risalto all’ avvenimento, tanto che il 1 gennaio 1915 il Times di Londra pubblicò un articolo su quella partita, riportando anche il risultato finale: 3 a 2 per i tedeschi. Le notizie della tregua natalizia trovarono in seguito sempre più spazio sui giornali dell’ Europa settentrionale, con titoli euforici e commossi come: «Straordinario: inglesi e tedeschi si stringono la mano». In alcuni casi la tregua durò fino a Capodanno, ma quasi ovunque tutto finì la sera stessa di Natale, come avrebbe in seguito ricordato con una punta di malinconia il capitano britannico J. C. Dunn: «Ci salutammo e rientrammo nelle trincee, poi udimmo dei colpi: la guerra era ricominciata.».
Gli alti comandi dei rispettivo fronti non provarono la minima nostalgia per quell’ evento, dandosi ampiamente da fare affinché altre scandalose tregue si ripetessero in futuro: si minacciò di istituire la corte marziale contro chiunque avesse avuto contatti con il nemico, e si considerò persino l’ idea di bombardare le trincee nei giorni precedenti ogni Natale. Inoltre, per evitare che i soldati familiarizzassero con il nemico, si decise di spostarli a turno in diverse zone del fronte, e in un secondo momento si compì un atto di censura contro ogni notizia che riguardasse la tregua del 1914, negando ufficialmente che fosse mai avvenuta. Tutti questi sforzi, tuttavia, non seppero impedire nuovi atti distensivi, per quanto lo spirito di quel primo Natale in tempo di guerra non venne mai più effettivamente eguagliato, come riassunto dai ricordi del soldato britannico George Eade: «Un tedesco mi sussurrò con voce tremante: ‘Oggi abbiamo avuto la pace, ma da domani tu combatterai per il tuo Paese e io per il mio. Buona fortuna.’. Poi, in silenzio, tornò dalla propria parte.». Il miracolo era finito.
L’ esterno di una trincea;

Nel 1915 la guerra peggiorò, e negli anni successivi Ypres divenne famosa per i bombardamenti con armi chimiche che coinvolsero anche la popolazione: la cittadina diede infatti il nome a uno dei gas utilizzati, l’ iprite. Ad annunciare il ritorno alla normalità guerresca, tra i britannici, fu un secco comunicato alle truppe: «Mai più tregue, partite di calcio incluse. In guerra non bisogna mai interrompere l’ uccisione del nemico». E così, in pochi mesi, quella bella storia di Natale fu destinata all’ oblio, ma non tutti la presero male: un giovane soldato austriaco arruolato nell’ esercito tedesco di nome Adolf Hitler, all’ epoca dei fatti di stanza proprio nella zona di Ypres, fu ben lieto di ricominciare a sparare, avendo criticato con impetuosità quella che ritenne senza mezzi termini una «stupida tregua». Di opinione opposta, invece, rimase sempre Bertie Felstead, un signore britannico morto il 22 luglio 2001, a centosei anni, ultimo reduce ancora in vita ad aver preso parte a una certa partita di calcio giocata in quello speciale giorno di Natale: la meno famosa, ma forse la più straordinaria di tutta la storia.
Sul fronte italiano, vennero segnalati casi di fraternizzazione con il nemico il 25 dicembre 1916. Le tregue italiane consistevano solo nel deporre le armi rimanendo a debita distanza, ma in alcuni casi italiani e austro-ungarici brindarono addirittura gomito a gomito, per esempio sui monti Kobilek, in Friuli, e Zebio, sull’ altopiano di Asiago. Della tregua approfittò anche il poeta Giuseppe Ungaretti, che quel giorno scrisse la poesia «Natale». Tuttavia, anche fuori dai periodi festivi accadeva che fra sudditi sabaudi e asburgici ci si scambiasse cibo e sigarette, o che si stabilissero lealmente turni per l’ uso di una fonte d’ acqua. Nel febbraio del 1916, sui monti del Carso, ci fu una tregua spontanea proposta dagli austriaci al grido di: «Venite, non spariamo.». In seguito, nel maggio del 1917, sulla vetta Chapot, in Friuli, alcuni ufficiali sorpresero un gruppo di alpini intenti a parlare, bere e fumare in compagnia
del nemico.
Pranzo natalizio servito in tavola;

Oggi, a cento anni di distanza dalla cessazione del gigantesco conflitto che mise l’ Europa a ferro e fuoco, sconvolgendola radicalmente e portandola a maturare un contesto sociale, politico e militare profondamente diverso da quello vissuto fino a quel momento, viene spontaneo riflettere sul legame che la popolazione cristiana conserva attualmente nei riguardi del giorno scelto nel III secolo dalla Chiesa come quello in cui avvenne la nascita di Gesù.
Al giorno d’ oggi si può beatamente affermare che sarebbe del tutto impensabile interrompere anche solo per un’ ora i combattimenti di una qualunque delle guerre in corso «perché è Natale»: la sola idea susciterebbe una certa ilarità. Generazione dopo generazione, le persone si sono sempre vantate di essere più moderne e progredite in confronto ai propri antenati, quindi quel che è accaduto in passato non tornerà mai più. L’ unica costante in questo mondo è il cambiamento, pertanto si cerca istintivamente di cambiare in meglio. Ma purtroppo, se un calcolo va fatto, negli ultimi cento anni l’ umanità non si è evoluta veramente: oggi esistono tante comodità che un tempo non erano neppure immaginabili, c’ è stato un indubbio sviluppo materiale tuttavia accompagnato da un’ altrettanto profonda degenerazione sociale e individuale. Se oggi si può viaggiare fino alla luna in appena una settimana a bordo di una navetta spaziale, per contro si sono perduti per strada importanti valori come l’ amicizia, l’ altruismo, la lealtà e l’ empatia, quindi nessuno pensa più alle altre persone come compagni di viaggio uguali a noi seppur nella propria natura specifica, ma come concorrenti e possibili rivali nella grande competizione della vita. Tale clima di ricchezza materiale unita a povertà interiore ovviamente non ha risparmiato neppure il Natale, tramutandolo in una sorta di spettacolo di varietà, in una desolante giornata ai limiti del farsesco dedita ad abbondanti scorpacciate e bevute, a lunghe conversazioni apparentemente brillanti ma in realtà prive di argomenti sensati e degni di stima, agli scambi di regali il più possibile appariscenti e costosi, all’ albero più vistoso e addobbato, al presepio più suggestivo.
Anziché affannarsi tanto in numerosi e costosi acquisti, senza peraltro sentirsi mai veramente soddisfatti dei risultati, quando si approssima il Natale e si decide di festeggiarlo in ottemperanza alla propria fede religiosa, perché non ha alcun senso celebrare una qualsiasi ricorrenza senza seguire veramente la relativa tradizione spirituale, sarebbe salutare imparare la grandissima lezione di quei valorosi combattenti che lottarono e morirono lungo le linee trincerate della Grande Guerra, uomini coraggiosi e degni di rispetto oggi purtroppo estinti e che trovarono spontaneamente il modo di cessare le ostilità tra i rispettivi governi per festeggiare in pace e tutti insieme una giornata importante come questa, dividendo come fratelli quel poco che avevano, dando alla ricorrenza un significato particolarmente profondo e commovente in un contesto tutt’ altro che scontato, e ottenendo risultati infinitamente superiori a quanto la gente di oggi potrà mai purtroppo vantare pur nel pieno della grande epoca della modernità, del progresso e del benessere. E’ più che evidente che il Natale venne ahimè più decorosamente festeggiato nel biasimato inferno delle trincee piuttosto che nella lodata civiltà dei centri urbani…

giovedì 20 settembre 2018

E l’ uomo creò Dio a sua immagine



«La fede comincia là dove la ragione finisce.»
Soren Kierkegaard;

Parlare di religione non è mai una cosa semplice e scontata, tanto per la vastità dell’ argomento quanto per l’ atteggiamento con cui questo viene normalmente affrontato, sia da parte dei suoi sostenitori che dei suoi oppositori, i quali da sempre si sfidano in dibattiti arguti e appassionati eppure raramente oggettivi. Si potrebbe affermare che è proprio questo il motivo per cui il più delle volte viene fraintesa da entrambe le parti, e dunque malamente affrontata generando da un tempo infinito una serie di «guerre sante» che, con un minimo di saggezza, l’ umanità saprebbe benissimo evitare dedicandosi con maggiore impegno e concentrazione alla soluzione degli effettivi problemi che da sempre complicano la vita dei singoli individui.
Da migliaia di anni, la religione è senza dubbio un elemento molto importante nella vita della maggior parte delle persone, essendo stata concepita come consolazione in occasione dei momenti difficili della vita, nel cui corso ogni cosa che nasce contiene in sé la condizione del mutamento e della dissoluzione, ma anche come direzione morale in quanto causa ed effetto sono tutt’ uno e la positività generata da una condotta positiva si estende al mondo per poi ricadere su chi l’ ha generata in un continuo scambio, e soluzione dei vari eventi normalmente inspiegabili e dunque destinati a creare turbamento nell’ animo delle persone: si dice infatti che tanto il punto di partenza quanto la meta finale sfuggano alla comprensione umana, dunque sarebbe assurdo pretendere di conoscerli in assenza di una religione priva di dogmi. L’ umanità teme da sempre quello che non conosce e dunque non riesce a spiegare, pertanto sente la particolare esigenza di imporsi una disciplina, e conseguentemente i dogmi non esistono di per sé: tutte quante le religioni di cui abbiamo sentito parlare sono una precisa creazione dell’ uomo, tesa ad intendere l’ infinito, e non a caso riflettono con una certa chiarezza la mentalità della civiltà e del tempo in cui sono maturate. Come disse il filosofo e poeta statunitense Ralph Waldo Emerson: «Noi nasciamo credendo. Un uomo produce credi come un albero le mele.».

Durante la Preistoria, i primi uomini intelligenti cominciarono a porsi una serie di domande di grande interesse: «Noi chi siamo? Da dove veniamo? Dove andremo dopo la morte?». Svolgendo le loro attività quotidiane, peraltro, si accorsero che quello che facevano non dipendeva del tutto da loro: qualcosa di misterioso e potente che non conoscevano sfuggiva sempre al loro controllo, e ad un certo punto vollero dare un volto a questo mistero e stabilire un contatto positivo con esso: la religione nacque esattamente in quel momento. Dapprima sorse un insieme di forme di culto semplici, l’ animismo, che attribuiva qualità divine o sovrannaturali a oggetti, luoghi o esseri viventi. Questi culti non consideravano le divinità come esseri trascendenti, ma attribuivano poteri spirituali a determinate realtà fisiche e si basavano su un certo grado di identificazione tra principio spirituale e divino, l’ anima, e l’ aspetto materiale di esseri ed entità quali demoni o altre forme. Nel corso dei secoli queste credenze si svilupparono in forma deista, comprendendo la credenza in varie divinità, esseri supremi, creatori e regolatori delle leggi dell’ universo, da propiziare per mantenerne l’ ordine, l’ armonia e la regolarità.
Gli antichi consideravano divino tutto ciò che, soprattutto nel contesto della natura, non riuscivano a spiegare e che potevano provocare problemi nella loro vita quotidiana: la pioggia, il vento, il cielo, il mare e così via. Per questo le prime grandi civiltà della storia divennero politeiste, credenti cioè nell’ esistenza di tante divinità quanti erano gli aspetti magici del mondo intorno a loro. Gli dei erano molto potenti e gli antichi ne avevano paura, quindi per accattivarsi le potenze soprannaturali si formò una liturgia scandita da preghiere, rituali, offerte e sacrifici che non escludevano nemmeno quelli umani.

Ogni fede ha la propria versione a proposito di quali e quanti volti abbia il mistero da cui tutte traggono origine, e infatti nel mondo si contano attualmente più di trentamila credenze, suddivise in un vasto e articolato panorama di religioni, filosofie e persino culti tribali. Secondo il CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove religioni, nella sola Italia ne vengono praticate ben ottocentocinquantaquattro diverse. Il Cristianesimo e l’ Islam sono tra le più diffuse. Eppure, nonostante le differenze, tutte le religioni si somigliano tra loro nei principi di base. E’ peraltro interessante notare quanto ognuno dei rispettivi maestri fondatori sia accomunato agli altri da una vita leggendaria, basata su particolari indispensabili quali una nascita miracolosa, l’ abbandono dell’ esistenza mondana, il raggiungimento di un elevato livello spirituale e infine la trasmissione degli insegnamenti, turbata dallo scontro con le consuetudini saldamente radicate nella terra di origine. Appare evidente quanto i racconti tradizionali delle loro vite siano stati modellati secondo precisi propositi religiosi e filosofici: vennero ammantate di leggenda e tramandate allo scopo di sottolineare la grandezza delle loro persone, quindi la levatura del sentiero spirituale da loro tracciato, ispirando i seguaci a seguirlo fino in fondo.
Si può pertanto affermare che nel momento in cui si decide volontariamente di aderire ad un culto religioso non ha davvero alcun senso odiare chi ha invece una fede diversa, e in particolare il XIV Dalai Lama del Tibet ritiene assai preferibile che esista una varietà di religioni e filosofie anziché una soltanto, in modo da rispondere alle differenti predisposizioni mentali di ogni singolo individuo, in quanto ogni religione prevede proprie idee e tecniche, il cui apprendimento non può che arricchire la fede di tutti. Al tempo stesso, però, occorre sempre ricordare il pericolo della fede cieca in qualsivoglia filosofia e religione, in quanto il messaggio supera il messaggero, e non bisogna mai e poi mia pendere dalle labbra di nessuno, nemmeno nel caso di un maestro di comprovata saggezza, o più semplicemente carismatico. Come dice lo stesso Gesù nel Vangelo di Matteo: «Guardate che nessuno vi seduca. Poiché molti verranno sotto il mio nome, e sedurranno molti. Ma tutto questo non sarà che il principio di dolori.».
Quello degli imbroglioni dalle menti oscure e delle false informazioni, pregevolmente infiorettate, è un tema molto più antico di quanto si pensi, che non sfiora soltanto i tempi in cui noi viviamo. Da sempre esistono individui mossi da una motivazione malevola che influiscono sull’ opinione pubblica per ragioni di potere, minacciando il benessere della collettività a proprio esclusivo vantaggio. Le cosiddette bufale sono notizie lontane dalla realtà dei fatti che si diffondono senza controllo, sfruttando la credulità e a volte lo stato di crisi delle persone, modificandone il pensiero. Uomini e donne devono sempre affidarsi alla propria coscienza per distinguere una notizia vera da una falsa, avendo ben chiari i pericoli e i danni che le false credenze possono prosaicamente provocare così da smontarne i meccanismi, spiegando perché siamo indotti a crederci e capire come difenderci è sempre la scelta più utile ed efficace.

Attualmente, occorre riconoscere senza mezze misure che anche la religione figura tra le principali e più tortuose fonti di false informazioni, influendo facilmente e in modo spesso negativo sulla mente di un’ infinità di persone. Tanto per cominciare è un errore ritenere che una qualunque religione sia una verità rivelata: da tempo, infatti, gli storici e gli antropologi fanno notare che pur essendo un evidente riflesso della mentalità e della cultura in cui si sviluppa nessuna religione presenta nulla di nuovo rispetto alle precedenti, in quanto svariati concetti dottrinari fondamentali, festività e aneddoti vengono presi in prestito dalle tradizioni più antiche, venendo poi adattati. Ciò si spiega con i vari contatti diplomatici, commerciali, culturali, sociali e migratori tra gli antichi popoli della Terra, che per quanto mutevoli favorirono sempre e comunque un certo scambio reciproco. Peraltro, alcune religioni come il Buddhismo, il Giainismo e il Sikhismo in India, piuttosto che il Cristianesimo nella Giudea romana, nacquero come scuole di pensiero minoritarie locali in opposizione al rigido e oppressivo sistema religioso e sacerdotale allora in vigore, e perdendo progressivamente terreno nella terra originaria si diffusero in altri Paesi subendone la locale influenza culturale e quindi dottrinaria, trasformando profondamente l’ insegnamento originario, di cui rimase molto poco.
Ebraismo e Cristianesimo, quindi l’ Islam, non sfuggono a questo particolare principio: sono religioni antiche nate in precisi contesti storici, politici e culturali unici e irripetibili, e l’ adesione ad una qualunque di queste fedi dovrebbe essere compiuta a seguito di un’ attenta conoscenza delle rispettive dottrine e della loro evoluzione nel corso della storia. L’ adesione in sé non va criticata, se avviene in piena coscienza e consapevolezza.

Si ritiene che l’ Ebraismo ebbe inizio con Mosè, il rav per antonomasia vissuto tra il XIII e il XII secolo prima di Cristo, sebbene generalmente la si attribuisca in forma retroattiva ad Abramo, patriarca di tutte e tre le religioni semitiche, che da lui prendono il nome, vissuto intorno al 2000 prima di Cristo. Occorre innanzitutto notare che non esiste alcuna testimonianza oltre a quanto riferito nella Genesi sull’ esistenza di Abramo, quindi non è possibile confermare la sua veridicità, anche perché, come è risaputo, il contenuto di un testo religioso risulta sempre comprensibilmente di parte: sembra che la trascrizione delle pagine che parlano di lui siano opera di un autore sacerdotale vissuto ai tempi della deportazione degli ebrei nell’ Impero babilonese, quindi come generalmente accade per i testi riguardanti i patriarchi, non si tratterebbe di una biografia o un racconto storico nel senso comune del termine, ma della trascrizione di una tradizione orale, con enfatizzazioni e contraddizioni. Peraltro, buona parte degli studiosi afferma che il Pentateuco, ossia i primi cinque libri della Bibbia attribuiti a Mosè, sia stato composto nel periodo persiano, tra il 520 e il 320 prima di Cristo come risultato delle tensioni tra i possidenti terrieri ebrei, che erano rimasti nel Regno di Giuda durante la cattività babilonese e affermavano Abramo come loro padre spirituale tramite il quale facevano risalire il proprio diritto alla terra, e i reduci esuli sacerdotali, che basavano la propria rivendicazione sulla preminenza di Mosè e la tradizione dell’ Esodo. Anche la figura di Mosè e gli eventi narrati dall’ Esodo presentano forti problemi di storicità, ampiamente dibattuti in ambito scientifico: a chi in passato difese la storicità del personaggio si contrappongono quanti oggi vedono in Mosè una figura dai soli contorni mitici e leggendari, e tra queste posizioni si collocano alcuni studiosi come Israel Finkelstein, che pur negando la verità storica della relativa narrazione biblica la considerano la mitizzazione di un confronto attinente ai fatti relativi al VII secolo prima di Cristo, ossia lo scontro tra il re Giosia e il faraone Necao II, ritenendo quindi che i suoi protagonisti non siano che un risultato scaturito da una pia tradizione.

Secondo molti esperti, l’ evoluzione dell’ Ebraismo deve moltissimo ai contatti con la cultura persiana e babilonese, dunque allo Zoroastrismo, antichissima religione monoteista, preceduta dall’ Atonismo egizio. Nel 597 di Cristo, infatti, durante il regno di Nabucodonosor II, il Regno di Giuda venne attaccato e invaso dai babilonesi, che deportarono gli ebrei nei confini del loro Impero dando luogo a quello che oggi viene ricordato come Esilio babilonese. In seguito, nel 538 prima di Cristo, dopo la presa di Babilonia da parte dei persiani, Ciro il Grande concesse agli ebrei il permesso di ritornare nella loro terra di origine e di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, distrutto dai babilonesi. Durante la dominazione babilonese e la deportazione ebraica nelle varie regioni dell’ Impero venne trascritta la versione definitiva dell’ Antico Testamento, e poiché gli ebrei erano in contatto diretto con una grande cultura molto diversa dalla loro dovettero reinterpretare la propria identità e religione subendo l’ influenza dello Zoroastrismo, che dominava quasi tutta l’ Asia centrale: alcuni studiosi evidenziano che i concetti principali dell’ escatologia e della demonologia zoroastriana e probabilmente anche il concetto di risurrezione, influenzarono la religione attribuita a Mosè. Lo Zoroastrismo stesso, del resto, aveva ereditato idee da altri credi, e come altre religioni integrava in certa misura il sincretismo.
Secondo la tradizione, lo Zoroastrismo, o Mazdeismo, nacque con la parola di Zoroastro, nella Persia di circa ottomila anni fa, sebbene determinate analisi storiche situino la vita di Zarathustra fra il 1500 e il 1000 prima di Cristo. In esso si adora Aura Mazda, il «Saggio Signore», creatore del mondo e dell’ umanità, di cui sarà giudice alla fine dei tempi. Egli agisce tramite Spenta Mainyu, ossia «Spirito Santo» in avestico, di cui è padre, i sei Ameša Spenta, «santi immortali», sorta di arcangeli, e gli Yavata, «venerabili», analoghi agli angeli minori, di cui Mitra è il più importante. Il nemico di Aura Mazda è Angora Mainyu, spirito del male, della menzogna, delle tenebre e dell’ impurità e origine delle malattie, che agisce circondato dai sei demoni chiamati daēva, ribellatosi ad Aura Mazda tremila anni dopo la creazione del mondo.
Nello Zoroastrismo i due Mainyu, Spenta e Angora, che si rivolgono rispettivamente al bene e al male, così come gli Ameša spenta, gli Yavata e i daēva, sono spiriti nati nel mondo creato da Mazda, e acquisiscono spesso carattere di principi astratti, concetti etici, il cui confronto avviene a livello di coscienza individuale. Il libro sacro dello Zoroastrismo è l’ Avestā, che include le parole originarie di Zarathustra, raccolte nei cinque inni detti gāthā. Secondo lo Zoroastrismo, il mondo, che venne sommerso da un diluvio da Aura Mazda per essere liberato dal male, salvando gli animali in un palazzo su di un monte altissimo, deve attraversare tre ere: la creazione, il mondo presente in cui il Bene e il Male si mescolano e si fronteggiano, e l’ era finale, in cui essi saranno separati e il Bene vincerà sul Male, grazie all’ intervento di un Saoshyant, ossia «Salvatore», nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, che risorgerà dalla morte per essere giudice nel Giudizio Finale, che coinciderà con la resurrezione dei morti, chiamati a rispondere delle proprie azioni, buone e cattive.

Appare quindi evidente quanto l’ Ebraismo debba larga parte della propria dottrina a quest’ altra tradizione religiosa, che largo seguito ebbe nei tempi antichi nella regione mediorientale ove sopravvive ancora oggi praticata da una ristretta minoranza di fedeli. Non fu una realtà rivelata da Dio, ma una delle tante religioni antiche concepite da un determinato popolo per rispondere ai propri enigmi esistenziali, confezionandola a propria misura e ricavando una nozione fondamentale come quella di popolo eletto, e che nel corso dei secoli si evolse profondamente adeguandosi ai tempi e differenziandosi in svariate scuole di pensiero come quella dei farisei, dei sadducei, dei samaritani, degli esseni e così via nel corso dei secoli. YHWH, «Io sono Colui che E’», non è che una divinità concepita secondo precisi concetti ebraici.
Lo stesso Cristianesimo non sfugge al principio di influenza di religioni precedenti o ad esso contemporanee, principalmente per via di San Paolo, il principale diffusore del Vangelo, «buona notizia» in greco, tra i greci e romani. Nato a Tarso, capitale della Cilicia, in Asia minore, dove erano molto diffusi la cultura greca e il Mitraismo, inizialmente si rivolse a discepoli ebrei, ma poi si recò nell’ attuale Giordania, in Grecia e Asia minore, dove ebbe un grandissimo seguito, scontrandosi dapprincipio con San Pietro e San Giacomo, contrari alla diffusione presso i non ebrei, e in seguito con molti cristiani ebrei che volevano imporre agli stranieri convertiti l’ osservanza di tutta la legge religiosa mosaica, uscendo tuttavia vittorioso a seguito di una serie di appassionati e intensi dibattiti teologici.
Per meglio diffondere il Cristianesimo presso popoli diversi da quello ebraico, agli occhi di San Paolo era fondamentale staccarlo dall’ originaria cultura ebraica e avvicinarlo alle rispettive culture e mentalità, facendo di Gesù non più il Messia mandato da Dio al solo popolo eletto ma a tutto il mondo, in quanto popolato dai discendenti di Adamo ed Eva secondo il mito biblico. La divinità di Gesù era dichiarata già nei primi testi cristiani, probabilmente su ispirazione diretta di San Paolo e degli apostoli, tuttavia nei primi tre secoli dopo la sua morte esistevano molte correnti che ritenevano il Nazareno un semplice profeta mortale. Il ritratto di un Gesù divino, conforme all’ ortodossia, giunge dai quattro Vangeli, che ispirarono i concetti e lo stile del Nuovo Testamento. Essi, però, furono composti a settant’ anni dal giorno della Crocifissione, cosa che ha indotto gli storici a soppesarne con attenzione la credibilità storica poiché, analogamente ad altri documenti umani, nella loro esistenza conobbero una lunga fase di trascrizioni, interpretazioni e aggiunte. Peraltro, gli esperti affermano con una certa sicurezza che gli autori non fossero realmente Marco, Matteo, Luca e Giovanni, ma seguaci delle scuole di pensiero sorte attorno ad essi e al loro insegnamento. Si racconta persino che San Pietro, San Giovanni e Giacomo, uno dei quattro fratelli di Gesù, ebbero un’ aspra disputa con San Paolo, giungendo ad una rottura da cui sarebbero sorti numerosi Vangeli che però furono subito esclusi dalla teologia ufficiale. Nel corso dei secoli numerosi di questi scritti andarono persi, finendo con l’ essere soltanto nominati in opere successive, ma alcuni vennero fortunatamente riscoperti nel corso di ritrovamenti archeologici avvenuti tra il XIX secolo e i giorni nostri. La Chiesa ne riconobbe solamente quattro, che vennero chiamati Canonici, mentre quelli rigettati in quanto ritenuti portatori di tradizioni misteriose o esoteriche furono detti Apocrifi, ossia «nascosti», «riservati a pochi».
L’ influenza di San Paolo nella formulazione della teologia cristiana fu imparagonabile: mentre i Vangeli narrano parole e opere di Gesù, le lettere paoline alle varie comunità cristiane da lui fondate definiscono i fondamenti dottrinali del valore salvifico della sua venuta nel mondo, nonché della sua morte e risurrezione, concetti tuttora alla base del pensiero cristiano. Per questo alcuni studiosi contemporanei lo identificano come il vero fondatore del Cristianesimo, colui che prese in prestito elementi del Mitraismo e, seppur in misura minore, della mitologia greca. In primo luogo, analizzando con attenzione i testi evangelici e le lettere di San Paolo, è possibile riscontrare alcune fondamentali differenze dottrinarie che evidenziano l’ evoluzione della teologia cristiana da San Paolo in avanti: Gesù, fondatore del Cristianesimo, in nessun brano dice mai di voler fondare una nuova religione e neppure di essere chiamato a morire per sanare il peccato originale, ristabilendo l’ alleanza tra Dio e l’ umanità. Non afferma mai di essere nato da una vergine che lo ha concepito per intervento divino e nemmeno di essere unica e indistinta sostanza con Dio. Non riconosce mai particolare risalto allo Spirito Santo e neppure al battesimo, di cui nessun vangelo riporta una trasmissione a nessun fedele, quindi tace su precetti, norme, cariche, vestimenti, ordini di successione, liturgie e formule. Sempre secondo i testi riconosciuti dalla Chiesa non pensò mai di creare uno sconfinato panorama di santi e non richiese che venissero scritte le sue parole, né lo fece lui stesso. Sappiamo che Gesù ebbe quattro fratelli e varie sorelle, e che quasi sicuramente era sposato con figli, poiché tra gli ebrei del tempo il celibato era largamente disapprovato, analogamente a un matrimonio senza o con pochi figli. L’ ipotesi della Linea di sangue di Gesù, la sua figliolanza, fu già considerata addirittura nel XIII secolo. Ma nulla di ciò sopravvisse, poiché oggi, ovunque si volga lo sguardo, si scorge un essere mistico ascetico, distaccato, un figlio unico che riconobbe come fratelli, sorelle e madre soltanto chi compisse la volontà di Dio. Appare evidente che il Cristianesimo, così come Gesù l’ aveva insegnato originariamente, fosse semplicemente una scuola di pensiero dell’ Ebraismo, inizialmente seguita da una minoranza di ebrei, una via di fuga dal rigido insegnamento tradizionale, rivolto soprattutto agli umili, ai semplici e agli emarginati.
Negli anni vari studiosi hanno evidenziato certe somiglianze tra Cristianesimo e Mitraismo. Il culto di Mitra ha origini molto antiche, risalenti al 1400 prima di Cristo circa, ma occorre ricordare che esisteva una forma indopersiana, l’ originaria, e una romana, differenziatasi nel momento in cui il culto giunse a Roma con il ritorno delle legioni dall’ Oriente nel I secolo prima di Cristo: come dio delle armi e campione degli eroi, Mitra attrasse infatti i soldati romani, che in seguito portarono il suo culto in Iberia, Britannia e Dacia.
Ambedue le religioni utilizzano il battesimo come rito di purificazione e ammissione nella comunità, sebbene il cerimoniale fosse distante a seconda della tradizione: il battesimo mitraico romano si esprimeva nel rituale della tauroctonia, consistente nel disporre il fedele in una cavità sotterranea, chiusa in alto da una grata, sulla quale era condotto e sgozzato un toro, coprendo il fedele dal sangue ancora caldo dell’ animale, mentre nell’ antico rito cristiano avveniva per immersione in una vasca di acqua, senza alcun sacrificio animale e senza sangue come diretta derivazione dalle usanze essene di cui al monastero di Qumran si sono ritrovate ampie tracce. Sebbene il battesimo cristiano preveda solamente l’ acqua, nel corso del tempo essa si è imposta come simbolo rappresentare del sangue di Cristo che purifica il fedele. San Giovanni Battista, colui al quale viene attribuita l’ introduzione del battesimo, disse infatti che dopo di lui sarebbe venuto qualcuno che avrebbe battezzato con il fuoco.
La nascita di Mitra e Gesù sono entrambe avvolte nella leggenda: l’ iconografia romana rappresenta Mitra che nasce già fanciullo da una roccia, la petra genetrix, ritenuta un simbolo della materia cosmica primordiale, e affiancato da Cautes e Cautopates, i suoi vicari mitologici in abiti da pastore tipici della Frigia. Gesù, invece, come riferito nel Vangelo di Luca, è un neonato e visitato dai pastori poco dopo la sua nascita. Secondo una leggenda iranica, Mitra sarebbe nato da una dea vergine, e in alcune culture il calendario cominciava originariamente nella costellazione della Vergine, pertanto il Sole sarebbe nato da una vergine. Peraltro, Mitra viene indicato come yazata, una divinità minore o un angelo, nato per combattere il male, per il dominio definitivo sul mondo, creato originariamente da Aura Mazda, di cui  era il rappresentante nel mondo mortale con l’ incarico di proteggere i giusti dalle forze demoniache di Angora Mainyu. Era quindi una entità di verità e giustizia, un nemico degli spiriti del male e delle tenebre che proteggeva le anime e le accompagnava in paradiso, concetto e parola di origine persiana, tanto che nell’ Avestā si pone in luce come «Giudice delle Anime». Tutti questi concetti, in seguito, vennero notoriamente ripresi per definire il personaggio di Gesù.
Tanto il Mitraismo quanto il Cristianesimo considerano la domenica, il «giorno del sole», come giorno santo della settimana, per quanto in ambito cristiano la ricorrenza tragga origine dal fatto che Gesù sarebbe risorto «il primo giorno dopo il sabato», in riferimento al giorno di Pasqua. Originariamente, i giorni della settimana erano chiamati in base ai sette corpi celesti conosciuti, i primi cinque mostrano chiaramente l’ origine dell’ attuale denominazione dei giorni della settimana in italiano e nelle altre lingue: è interessante che molte lingue nordeuropee, come l’ inglese, domenica sia tuttora sunday, il «giorno del sole».
L’ epoca e l’ intervento di Costantino rappresentarono una tappa fondamentale nella storia e nell’ evoluzione del Cristianesimo, quindi della Chiesa, poiché questo imperatore ne fece un strumento di potere di efficacia imparagonabile. Tale operazione fu successivamente completata da Teodosio, al termine del IV secolo, quando l’ insegnamento di Cristo divenne definitivamente la religione di Stato. Nei primi tre secoli dopo la venuta di Gesù, il Cristianesimo si diffuse ampiamente in tutto l’ Impero romano, pur divenendo un fenomeno vasto e frammentato che a dispetto di ciò si richiamava all’ autorità del papa, guida della comunità di Roma. A partire dal 324, quando era uscito vittorioso da una violenta guerra civile, l’ imperatore Costantino restaurò il sistema classico della guida politica unica, venuto a mancare con il modello della Tetrarchia imposto da Diocleziano, in cui il potere imperiale era stato suddiviso tra due Augusti e due Cesari, sparsi tra Occidente e Oriente. Ma l’ unità politica, purtroppo, ancora non bastava a garantire pace e stabilità. Per tradizione, l’ imperatore di Roma era anche pontefice massimo, massima autorità di tutte le religioni ammesse sul suolo imperiale, e in quel tempo il Cristianesimo rappresentava una corrente potente, perfettamente inserita sia nelle sfere più alte dell’ aristocrazia e della politica che tra la gente comune, sebbene mancasse di unità dottrinaria: ogni città aveva una comunità cristiana con un suo vescovo, e ciascuna aveva una propria filosofia, con un relativo insieme di scritture e dogmi. Dopo l’ editto di Milano del 313, Costantino convocò nel 325 il Concilio di Nicea, allo scopo di fare del Cristianesimo una religione con un’ ortodossia chiara e solida: insieme ai vescovi discusse e votò in tema di scritture, sacramenti, festività, e, soprattutto, valutò con grande cura la divinità di Gesù, sostenendo con autorità il principio della consustanzialità del Padre e del Figlio, e dando fermo impulso a quella legata all’ incarnazione, morte e resurrezione di Cristo, oltre che a quella della nascita virginale di Gesù, già affermata nel Vangelo di Matteo. Da quel preciso momento Gesù passò definitivamente alla storia come entità divina, e chiunque ancora lo considerasse solo umano sarebbe stato accusato di eresia. L’ imperatore divenne il rappresentante di Dio sulla Terra, dando al potere temporale di cui era investito un carattere di sacralità e inviolabilità in quanto concesso direttamente da Dio: con un Gesù generato direttamente dal Signore, in grado di compiere miracoli, Costantino fu il primo dei sovrani europei la cui autorità derivava da un diritto divino, concetto che perdurò lungo tutto il Medioevo, gettando le basi dell’ Assolutismo. Il «Credo», tuttora recitato a messa la domenica, si basa sui geniali concetti avvalorati da Costantino: «Generato e non creato della stessa sostanza del Padre.».

Alla luce di questa analisi è evidente che analogamente a qualunque altra religione apparsa nella storia dell’ umanità, il Cristianesimo è un prodotto umano, e non una realtà rivelata da una divinità effettivamente esistente. E’ un insieme di credenze, riti e preghiere sorti per dare risposte e soluzioni tramite un contesto mitologico e leggendario, che con l’ andare del tempo si è evoluto assumendo più forme e suddividendosi in numerose scuole di pensiero, ognuna delle quali molto diversa da quanto Gesù insegnò in terra israelitica quasi ventuno secoli fa. Scienza e archeologia ne hanno gradualmente smontato i vari dogmi fondamentali, dall’ origine divina del mondo in appena sei giorni al flagello del Diluvio universale, per non parlare di altri concetti quali la natura piatta della Terra o la sua posizione centrale rispetto al sole, oltre che la presenza di un popolo eletto piuttosto che i poteri miracolosi e segreti o di autorità morali trasmessi dal Messia ai discepoli, dunque alle future generazioni sacerdotali. Non è neppure un caso che la Chiesa abbia sempre avuto rapporti piuttosto ostili con gli scienziati, perpetrando una vasta e intensa opera di persecuzione nei loro riguardi lunga un millennio, sostenendo che la scienza fosse una maledizione e un’ eresia in quanto la fede non ha mai avuto alcun bisogno di conferme da parte di individui sciocchi e vanesi sotto le spoglie di persone illuminate dalla sapienza.
Esiste un’ evidente ed insanabile competizione tra religione e ragione: entrambe le discipline promettono all’ umanità la soluzione dei suoi problemi quotidiani come la salute, i trasporti, i rapporti con il potere, la sconfitta dei nemici e via dicendo. La scelta tra queste vie riguarda il modo in cui si vogliono affrontare i problemi, in quanto la prima sostiene che si debba chinare il capo, pregare e sperare che qualcuno ascolti, mentre l’ altra dice che ci si deve rimboccare le maniche e darsi da fare. Ma l’ esempio degli studiosi ha sempre evidenziato la necessità di dimostrare empiricamente ogni cosa, che si può arrivare alla consapevolezza tramite l’ esperienza diretta di tutte le cose, con l’ osservazione e l’ intuizione, e non con un atto di fede. Ad esempio, credere nell’ esistenza della balena e in quella di Dio non è affatto lo stesso: chi crede nella balena lo fa perché la sua esistenza fisica è stata materialmente accertata e documentata, e può essere riscontrata da chiunque lo desideri, viaggiando per mare o visitando acquari o musei di storia naturale. Diversamente, chi crede in Dio non lo fa perché la sua esistenza sia stata riscontrata da qualcuno: essa è stata e viene tuttora supposta per fornire la giustificazione dell’ esistenza dell’ universo. Vi è semplicemente la parola dei mistici, priva di una qualunque prova inconfutabile, dunque destinata a far presa su quelle menti disposte già in partenza a credere. Non è la religione che ha creato l’ idea del puro e dell’ impuro, del sacro e del profano, del lecito e del proibito, ma la pratica sociale da cui si è riflesso il mondo dei riti e dei miti.
Il fatto stesso che il fondamento della religione sia la fede in un Dio la cui esistenza non è mai stata dimostrata in quanto non supportata dal minimo indizio logico evidenzia che la religione porta con sé tre pericoli fondamentali: la fede, il settarismo e la teodipendenza. La fede impone di credere a principi indubitabili, comunemente chiamati dogmi, che non possono e non devono mai essere messi in discussione, neanche quando urtano con la nostra coscienza. Il settarismo, conseguente al principio della fede, porta il credente a sentirsi orgoglioso di vivere e praticare la sola realtà ammissibile di questo mondo, e a ritenere gli altri una massa di infedeli: la sua religione gli pare la sola vera, tutte le altre sono false. La teodipendenza, invece, porta il devoto ad affidarsi totalmente alla sua entità spirituale di riferimento, invocandola per ricevere aiuto e protezione, domandandosi che cosa essa possa fare per lui anziché credere in sé stesso e nelle proprie capacità interiori.

Inizialmente la religione rispondeva alle curiosità della gente sprovviste di mezzi con cui rispondere, aveva un nobile intento che tuttavia venne meno nel corso dei secoli lasciando spazio a persone avide di potere che misero in piedi severi sistemi di potere, tanto che oggi addentrarsi nel mondo della religione significa spingersi in un mondo in cui manca il fondamentale diritto al libero arbitrio che la natura ha fornito all’ umanità. Già nei tempi antichi l’ ordine sacerdotale forniva al sovrano un apparato prezioso per il governo dello Stato: sotto il velo del mito e sempre più staccata dalla realtà, la religione assunse una particolare valenza nel contesto della preservazione dell’ ordine costituito, giustificando l’ esigenza di precisi rapporti di sudditanza tra gli uomini, assicurando un sistema basato sul controllo di pochi.
Peraltro, occorre ricordare che ancora oggi in Italia, benché siano ormai trascorsi quarant’ anni dalle prime conquiste della società civile come divorzio e autodeterminazione della donna in materia di aborto, e nonostante gli articoli 7 e 8 della carta costituzionale, quello della laicità rappresenta un interrogativo dalle risposte tutt’ altro che scontate. Uno Stato può essere definito laico quando non adotta alcuna morale religiosa, contrapponendosi ad uno Stato clericale in cui i precetti della fede sono seguiti dallo stesso Stato e diventano vincolanti per tutti i cittadini. Quello della laicità, pur non essendo citato espressamente, è uno dei principi fondanti della nostra Costituzione, ma non è debitamente osservato in termini pratici: ne sono un esempio il Crocifisso cristiano esposto nei luoghi pubblici, soggetti all’ autorità e alle funzioni dello Stato, le indicazioni di voto fornite dalla Chiesa cattolica ai parlamentari, piuttosto che l’ introduzione da parte del governo di Roma nel progetto di legge sul testamento biologico le definizioni volute dalla gerarchia vaticana, secondo la quale la vita non è un bene disponibile.
I rapporti con la Chiesa cattolica sono regolati da un Concordato del 1929, modificato nel 1984 e menzionato all’ interno della Costituzione. Le altre confessioni religiose possono richiedere un’ Intesa con lo Stato: finora l’ hanno ottenuta undici di esse, eccezion fatta per i musulmani e i testimoni di Geova, due minoranze assai diffuse. La Chiesa cattolica dispone di cappellani nelle strutture obbliganti e di insegnanti di religione nelle scuole pubbliche, scelti dai vescovi ma pagati dai contribuenti, mentre una sentenza della Corte Europea di Strasburgo ha sancito la legittimità della presenza del Crocifisso nelle scuole, e ancora più controversa è la sua presenza nei seggi elettorali. L’ aborto è ammesso dalla legge, ma è spesso difficile accedervi a causa delle dimensioni del fenomeno dell’ obiezione di coscienza. L’ eutanasia è vietata, il testamento biologico è riconosciuto dalla giurisprudenza, l’ accesso fecondazione artificiale è pesantemente limitato dalla legge. Per le coppie di fatto, anche omosessuali, esiste un riconoscimento di legge a partire dal 2016. Il divorzio è consentito, ma i tempi per ottenerlo sono tuttavia lunghi quando vi sono beni e figli in comune. Il vilipendio è considerato un reato.
L’ Italia non è mai stata un Paese laico, in quanto i Patti Lateranensi hanno introdotto principi di gerarchia teocratica nell’ ordinamento politico che oggi consente ad una particolare religione di avere privilegi che altre non hanno, come le ore di insegnamento nelle scuole, che sono un indottrinamento non solo per chiunque professi una religione, ma anche per chi è ateo. In tutta evidenza non è corretto che la Chiesa pretenda di intervenire nella vita pubblica. Nel Belpaese è tuttora radicata un’ intensa cultura di accettazione silenziosa della autorità sacerdotale, che interferisce in continuazione, a differenza di quanto accade in altri Paesi cattolici come Francia e Spagna, come dimostrato dalla questione dell’ otto per mille. Ma non è una questione legata soltanto alla religione: il fatto è che i protagonisti della politica devono essere i singoli cittadini, non le comunità religiose. Finché la politica sarà retta da una maggioranza di persone educate secondo i principi cattolici su cui il papato potrà fare leva come guida spirituale, non si potrà mai avere un’ Italia laica, e considerando la forte tendenza populista impostasi recentemente in Italia nessuno farà mai nulla per la laicità, perché si sfocerebbe nella perdita del consenso elettorale. E tutto presso l’ altare di un Dio creato dall’ uomo a propria immagine.