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venerdì 13 ottobre 2017

Mafalda, il triste destino di una principessa

«Italiani, io muoio: ricordatevi di me non come una principessa ma come una vostra sorella italiana.» ultime parole della principessa Mafalda;
Mafalda di Savoia;

A seguito del referendum istituzionale del 1946, il Regno d’ Italia divenne una Repubblica. Per un lungo ventennio il regime fascista aveva soppresso numerose libertà in nome della sicurezza, e in appena sei anni la Seconda Guerra Mondiale aveva ridotto la raffinata Europa in un cumulo di macerie ricoperte di cadaveri, e l’ intera popolazione non chiedeva altro che voltare pagina il più velocemente possibile nella speranza che il futuro si rivelasse più sereno.
Molto si è detto e scritto sull’ era della Ricostruzione dell’ Italia, sostenendo peraltro le più diverse opinioni, ma per quanto riguarda Casa Savoia, la deposta famiglia reale indotta ad un esilio sancito dalla XIII Disposizione Transitoria della Costituzione repubblicana, calò una densa cortina del silenzio, talvolta infranta da giudizi molto severi animati più dall’ ideologia politica dominante del momento che da realistici ricordi storici. Oggi, tuttavia, si tende sempre più a chiedersi se fosse veramente necessario costringere al bando perpetuo Umberto II, il Re di Maggio, la moglie Maria José del Belgio e i giovanissimi quattro figli, peraltro requisendo l’ intero patrimonio dinastico situato entro i confini nazionali, dal momento che nessuno aveva mai pensato a rivalersi sui membri superstiti della famiglia di Benito Mussolini, ormai morto nel disonore e successivamente esposto a un disgustoso eccesso di spregio a Piazzale Loreto: la vedova Rachele Guidi, i quattro figli e i vari nipoti vissero una vita modesta e senza clamore sul suolo italiano senza mai dover rispondere di quanto compiuto dal Duce.
Vittorio Emanuele III fu senz’ altro connivente con il regime fascista, ma a questo proposito occorre ricordare il clima sociale e politico alla fine degli Anni Dieci e all’ inizio degli Anni Venti, reso assai precario dalla vittoria mutilata riportata con la Grande Guerra, dalla grande crisi economica e dall’ aggravarsi della paura comunista: in uno scenario del genere il Fascismo era effettivamente apparso come una garanzia di durevole stabilità, soprattutto agli occhi del sovrano che non aveva più le idee chiare su come procedere dal decisivo trionfo a Vittorio Veneto. Meno giustificabili furono invece l’ approvazione delle leggi fascistissime e la tolleranza nei confronti dell’ avvicinamento del Regno d’ Italia alla Germania, dell’ introduzione delle leggi razziali e dell’ entrata in guerra nonostante l’ antipatia più volte dimostrata verso Adolf Hitler.
L’ ondata di risentimento che il regnante lasciò dietro di sé fu tale che le correnti antimonarchiche, sia di destra che di sinistra, dipinsero facilmente i Savoia come un elemento negativo della storia italiana, inducendo più o meno intenzionalmente le nuove generazioni a confondere Monarchia con Fascismo.

Le guerre, come è noto, provocano vittime in ogni luogo e contesto sociale, e nel cupo conflitto avvenuto tra il 1939 e il 1945 anche Casa Savoia ebbe il suo martire: la principessa Mafalda, figlia secondogenita di Vittorio Emanuele ed Elena, arrestata dagli ufficiali nazisti per puro spirito di vendetta dal momento che il Führer si era sentito vilmente tradito dal monarca italiano, che aveva sostituito Mussolini con Badoglio e lasciato Roma per salvare le istituzioni dello Stato come un novello Pompeo in fuga da Cesare, promuovendo infine l’ Armistizio di Cassibile, con cui il Regno d’ Italia cessò ogni ostilità con gli Alleati.
Quello di Mafalda è un personaggio singolare, che il clima di propaganda antimonarchica non ha saputo fortunatamente scalfire.
Mafalda e il marito Filippo d' Assia;

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia nacque a Roma il 19 novembre 1902. Dotata di animo vivace e dolce, mite e obbediente, semplice e indulgente, era straordinariamente intelligente e colta, ricordata come benevola e amabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Dalla madre, Elena del Montenegro, ereditò il senso della famiglia, i valori umani e la passione per la pittura, il canto e l’ arpa. Devotissima cattolica, trascorse l’ infanzia in un ambiente più familiare che nobiliare, accanto alla madre e alle sorelle, denotando un temperamento piuttosto allegro, tanto che la regina la descriveva come la sola persona al mondo in grado di far ridere il re.
Durante la Prima Guerra Mondiale, la giovane principessa maturò un profondo senso di empatia per i bisognosi e i disagiati, e seguì la madre e le sorelle nelle frequenti visite ai soldati e agli ospedali, venendo coinvolta con entusiasmo nelle attività di conforto e cura alle truppe tanto care alla sovrana.

Donna di grande classe e finezza di tratti, guardò favorevolmente l’ ascesa del Fascismo, e il 23 settembre del 1925 sposò Philipp von Hessen-Kassel und Hessen-Rumpenheim, principe e langravio di Assia, da cui ebbe quattro figli nonostante la salute piuttosto cagionevole. Sposa e madre esemplare, per vivere accanto all’ amato consorte sopportò i rigori del clima tedesco finché i medici glielo impedirono. Nel 1930, il marito Philipp, eccitato dalle idee naziste, aderì al Partito. All’ indomani dell’ ascesa di Hitler alla Cancelleria di Berlino, nel 1933, fu nominato governatore della Provincia di Assia-Nassau, per poi ottenere un seggio nel Reichstag. In seguito divenne intermediario tra Mussolini e Hitler, e nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, divenne un distinto ufficiale delle SS.
Sul finire dell’ agosto 1943 la situazione politica e militare in Italia era sull’ orlo del baratro, e Mafalda, dotata di uno spirito sensibile, decise di partire per Sofia, in Bulgaria, nel desiderio di assistere la sorella Giovanna, il cui marito, il re Boris, era molto malato. Temendo che potesse eventualmente informare il marito, agli ordini del Führer nel suo quartier generale, il padre Vittorio Emanuele e nessun altro famigliare la mise al corrente dei molti pericoli e dei preparativi in corso atti ad aprire le trattative con gli Alleati, pertanto si mise in viaggio per la capitale bulgara, ma prima di arrivare a destinazione fu informata della morte del cognato, probabilmente fatto uccidere da Hitler per non essersi schierato con la Germania, e durante la permanenza nel regno orientale apprese la notizia dell’ Armistizio. Subito dopo i funerali decise di tornare a Roma, ma una volta giunta a Pescara seppe che i genitori e il fratello Umberto erano salpati da Ortona, senza avvertirla.
Rientrata finalmente nella capitale, ora occupata dai nazisti, si ricongiunse ai figli, tre dei quali erano stati condotti per sicurezza in Vaticano per disposizione della regina Elena, e sicura di poter contare sull’ assistenza del Terzo Reich perché cittadina tedesca, informò l’ ambasciata del suo arrivo. Il colonnello Kappler, tuttavia, il 22 settembre la attirò in trappola con la scusa di una telefonata da parte di Philipp: una volta arrivata, l’ ufficiale la arrestò e la trasferì a Monaco, da dove poi fu portata a Berlino e, infine, imprigionata nel lager di Buchenwald.
Il lager di Buchenwald;

Ormai prigioniera con un falso nome, Frau von Weber, fu assegnata a una baracca ai margini del campo, che condivise con un ex ministro socialdemocratico, e venne sottoposta a un regime durissimo, seppur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri dal momento che riceveva cibo più abbondante e di migliore qualità. Nondimeno la vita del campo e l’ intenso freddo invernale deperirono ulteriormente il suo già gracile e provato fisico, rimasto segnato dal tifo di cui aveva sofferto nel 1923, e i tentativi di nascondere la sua vera identità furono presto resi vani: i prigionieri italiani sentirono infatti parlare di lei, e un medico italiano ivi rinchiuso le prestò soccorso. Secondo le testimonianze fece sentire tutta la sua vicinanza agli altri detenuti, in particolare ai suoi compatrioti, soprattutto dividendo la maggior parte del cibo che le veniva destinato.
Nell’ agosto del 1944 gli Alleati bombardarono Buchenwald. La baracca in cui la principessa era prigioniera venne distrutta, e lei riportò gravi ustioni e contusioni su tutto il corpo. I soccorsi non furono solleciti, e quando venne estratta dalle macerie venne ricoverata nell’ infermeria della casa di tolleranza degli del campo, dove fu assistita dalle prostitute, che la medicarono con una semplice fasciatura al braccio sinistro, rimasto maciullato. Dopo quattro giorni le sue condizioni si aggravarono con l’ insorgenza della cancrena, e i medici delle SS decisero di amputarle il braccio: il chirurgo eseguì una minuziosa operazione avvalendosi dell’ anestesia generale, ma la principessa era troppo debole per sostenere tale narcosi e una così abbondante perdita di sangue. L’ intervento ebbe una durata dalla lunghezza sconvolgente, e quando finalmente terminò, Mafalda venne abbandonata a sé stessa ancora addormentata in una stanza del postribolo, ove in poche ore morì dissanguata la notte del giorno 28.
Busto commemorativo in Alessandria;

Il suo corpo venne completamente spogliato e gettato sul mucchio dei cadaveri del bombardamento, per essere cremato, ma padre Joseph Tyl, monaco cattolico dell’ ordine degli Agostiniani Premostratensi e di nazionalità boema, dopo molti sforzi riuscì a farlo seppellire in una bara di legno, in una fossa senza nome ove registrata con il numero 262.
Secondo il dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, che subito dopo essere rientrato a Trieste si recò personalmente a Roma per informare il principe Umberto, Mafalda venne intenzionalmente operata in ritardo e con una procedura molto precisa al fine di provocarne la morte: sembra che il metodo delle operazioni esageratamente lunghe fosse già stato regolarmente applicato a Buchenwald da parte delle SS su soggetti di cui ci si desiderava sbarazzare senza destare sospetti.

Il triste destino della principessa Mafalda, la cui tomba venne scoperta dopo alcuni mesi da sette marinai di Gaeta internati a Buchenwald, cosa che permise di spostarne le spoglie nel piccolo cimitero degli Assia, al castello di Kronberg im Taunus, nei pressi di Francoforte sul Meno, suscitò una generale commozione, al punto che alla vigilia del cinquantesimo anniversario della sua morte i massimi esponenti dell’ Unione Monarchica Italiana lanciarono al Vaticano un appello per la sua beatificazione.

Attualmente, il suo ricordo vive in oltre centocinquanta vie, piazze e giardini pubblici a lei intitolati, anche in città tradizionalmente legate alle correnti di sinistra, prime tra tutte Forlì e Modena. Un comune della provincia di Campobasso porta il suo nome, e in tutta Italia, da nord a sud, sono stati eretti in suo onore cippi e monumenti che vanno ad assommarsi alle numerose richieste di intitolazioni topografiche.

martedì 10 ottobre 2017

Il segreto di Ernesto

Questa storia mi fu raccontata nel 2002 da un anziano signore che viveva a Sordevolo, un piccolo paese accanto al mio.
La zona dove viveva «Ernesto»;

A partire dal 1945, fino al giorno in cui morì, questo mite e simpatico vecchietto visse completamente isolato nella sua casa, senza amici o veri contatti con il mondo esterno. In rare occasioni, durante le sue passeggiate, concedeva un rapido saluto a qualcuno, ma mai si fermava per scambiare due parole. Solamente sua nipote, la figlia del defunto fratello, aveva un rapporto diretto con lui e lo aiutava nelle faccende domestiche. Sordevolo è un paese di neppure millequattrocento abitanti, una società piccola e pettegola, a suo modo meschina, e in giro per le strade correva voce che la testa di questo signore funzionasse a ritmi alternati, lo si descriveva come uno strano e vecchio eremita che faceva i suoi bisogni nei barattoli e, peggio ancora, pur di non andare nei negozi, dove avrebbe incontrato altra gente, amava rovistare tra i rifiuti delle bancarelle del mercato, alla ricerca di qualcosa da mangiare o per riscaldarsi nei mesi freddi. Ma tutto ciò era soltanto un mucchio di frottole, di sciocche cattiverie mosse da gente che pur definendosi civile perdeva il suo tempo accanendosi contro una persona che semplicemente viveva per conto suo, qualcuno che dietro la sua vita tranquilla nascondeva un passato doloroso.
Il suo racconto ha caratteri sinistri, qualcosa di unico, e quando lo udì per la prima volta ne rimasi inquietato, come del resto mi è sempre accaduto a proposito di molte delle cose che ho sentito sul regime nazista e sulla Seconda Guerra Mondiale. Durante tutta la sua vita, il mio anziano amico cercò anonimato e tranquillità, standosene lontano da ogni forma di pubblicità, e sebbene sia morto ormai da undici anni preferisco non svelare il suo nome nel corso della narrazione. Ogni volta che mi riferirò a lui lo chiamerò Ernesto.

Nell’ estate del 2002, tra i mesi di luglio e settembre, svolsi volontariato nella casa di riposo di Sordevolo. In quel piccolo paese, confinante con il mio, avevo molti amici, e collaboravo molto con le associazioni come la Passione di Cristo, la rinascente Alpina e la Pro Loco. Avevo diciotto anni e studiavo in una scuola superiore per i servizi sociali. Quasi ogni giorno portavo a spasso i vecchietti ricoverati in casa di riposo, rendendoli sempre molto contenti, e durante tutte quelle uscite passavamo accanto alla chiesa di Santa Marta, dove ad una certa ora sedeva un vecchietto di età indefinibile, con i capelli bianchi e un bastone. Lo salutavo con un sorriso gentile, e lui rispondeva con un silenzioso cenno del capo. A volte sorrideva di rimando.
Un sabato pomeriggio mi recai a Sordevolo per visitare un amico, che però era fuori casa, e per pura coincidenza passai vicino alla chiesa di Santa Marta, dove, seduto al solito posto, incontrai il signore canuto con il bastone. Lo salutai, e quando gli domandai come stesse mi chiese come mi chiamassi e che cosa facessi durante la settimana. Gli risposi di essere un volontario della casa di riposo, che abitavo a Occhieppo Superiore e che frequentavo da circa un paio d’ anni Sordevolo, sebbene non lo avessi mai notato prima.
«Io mi chiamo Ernesto, e vivo da solo da molti anni.» mi disse «Non parlo quasi mai a nessuno. Vengo qui a prendere il sole e l’ aria fresca, poi torno a casa a godermi la pace e il silenzio.».
Sorrisi educatamente, e lui proseguì dicendo di aver sempre vissuto isolato non perchè fosse strano, ma per paura delle persone, avendo visto chiaramente ciò di cui erano capaci:
«A volte nel mondo capitano cose così dolorose che fanno riflettere sulla natura degli uomini. Durante la Seconda Guerra Mondiale ero nell’ esercito, e i miei occhi videro fatti che non avrei mai concepito neppure nei peggiori incubi.».
Annuì, comprensivo, e gli risposi che tutte quelle storie mi interessavano moltissimo. Mia madre, morta da appena due anni, era infatti nata nel 1943, e benchè fosse piccola all’ epoca dei fatti ricordava alcuni episodi legati alla guarnigione tedesca nei pressi di Voghera, la sua città, e spesso me li raccontava. Da quei ricordi era nata in me la voglia di saperne di più sul Fascismo e sul Nazismo, e su quanto accadde tra il 1939 e il 1945. Ogni volta che incontravo un reduce di quei giorni lontani lo ascoltavo con grande entusiasmo. Ernesto mi guardò con attenzione, e sfoderò un sorriso enigmatico.
«Non sono cose da raccontare in un posto come questo.» disse guardandosi furtivamente in giro «Vieni, ogni giorno a quest’ ora io bevo il caffè.».
Si alzò, mi prese per mano e mi condusse con passo lento e affaticato a casa sua, a poche decine di metri dalla chiesa. Giunti in salotto, molto ben tenuto come il resto della piccola abitazione, mi mostrò le fotografie dei suoi genitori e del fratello, morto da una decina di anni. In una era invece ritratto lui in uniforme. Mi fece accomodare, e in pochi minuti venne con il caffè, una bottiglia di grappa e un piatto di ottimi biscotti. Conversammo amabilmente per circa un paio d’ ore, in cui domandò ogni cosa su di me. Ascoltava con molta attenzione, dimostrando grande lucidità e memoria. Ebbi perfino la piacevole impressione di essere sotto esame! In quel nostro primo incontro scoprì che il mio nuovo amico non era mai stato sposato, e che non aveva mai avuto figli.
«Sei un ragazzo intelligente, Giacomo.» mi disse «Conoscerti mi ha reso molto felice. Non ricordo nemmeno l’ ultima volta che ho fatto una chiacchierata così bella. Voglio che nelle prossime settimane torni spesso a trovarmi, perchè abbiamo molte cose da raccontare.».
Il campo di concentramento di Auschwitz;

Come promesso, nelle settimane successive tornai a visitare Ernesto altre tre volte, e sempre di sabato. I nostri incontri seguivano sempre lo stesso schema: ci trovavamo alla chiesa di Santa Marta, andavamo a casa sua e chiacchieravamo per almeno un paio d’ ore davanti a una tazza di caffè con grappa e a un piatto di biscotti freschi e deliziosi. Poi ci congedavamo cordialmente, con un abbraccio. Il 20 luglio, però, in occasione della mia ultima visita, ricordo molto bene che assunse un tono serio, e compresi che era sul punto di dirmi qualcosa di importante:
«Confesso che durante le altre visite ti ho studiato con attenzione, e mentre chiacchieravamo ho capito che sei un ragazzo maturo, acuto, e che finalmente ho trovato qualcuno con cui dividere il grande peso che mi porto dentro da circa sessant’ anni.».
Il suo tono mi incuriosì, e lo invitai di cuore a parlare. Mi disse di aver trascorso tutta la vita nel tormento, e che prima di morire doveva narrare ciò che ricordava almeno a una persona. Raccontò di essere nato nel 1918, e che la sua era una famiglia di droghieri che vantava un po’ più di benessere delle altre a Sordevolo. Il fratello aiutava i genitori nella drogheria, ma lui nutriva scarso interesse per quella particolare attività:
«Se invece mi fossi unito a loro! Quanto dolore mi sarei risparmiato! Ma ero giovane, non conoscevo ancora nulla della vita e non avevo idea di quanto sarebbe accaduto.».
Svolgendo il servizio militare scoprì la passione per la vita del soldato, tanto da arruolarsi regolarmente nell’ esercito italiano, riempiendo di grande gioia la famiglia. Nel 1940, quando l’ Italia entrò in guerra a fianco della Germania, fu inviato per un anno in Albania, e l’ anno successivo combatté in Libia, un fronte particolarmente drammatico per il Regno. Infine, nel 1942, fu mandato in Trentino-Alto Adige, in una base posta in una località ai piedi delle Dolomiti che preferì non rivelare:
«Fui assegnato al comando del colonnello Serafino, ufficiale di grande abilità e intelligenza. Il suo accento calabrese mi divertiva molto, ma era molto severo e rigoroso, la sua sola presenza imponeva rispetto.».
La base disponeva di un’ infermeria molto attrezzata, e di un laboratorio medico all’ avanguardia. Ernesto era incaricato di smaltire i rifiuti, e spesso guidava il camion per i rifornimenti. Attraversando le strade lungo le maestose Dolomiti si incantava delle bellezze paesaggistiche, e gli pareva incredibile pensare nel resto d’ Europa infuriasse una guerra particolarmente drammatica. Ma presto vi furono gravi conseguenze anche in quella regione: nel 1943 il nuovo governo italiano firmò l’ armistizio con gli Alleati, e in autunno il Trentino-Alto Adige fu di fatto occupato militarmente dal Terzo Reich, pur continuando a far parte della Repubblica Sociale Italiana. Divenne una Zona d’ operazioni delle Prealpi, con capoluogo a Bolzano, retta da un Commissario Supremo dotato di pieni poteri, compreso quello di vita e di morte, soggetto solo all’ autorità di Adolf Hitler:
«Da quel momento non vedemmo altro che tedeschi. Erano dappertutto. Sorse anche un tribunale speciale per i casi in cui risultavano coinvolti i cittadini dei domini tedeschi, colpevoli o vittime che fossero.».
Di fatto, Ernesto si trovò in una «Germania d’ Italia», come la chiamò. Il numero dei morti fu catastrofico, tra le condanne a morte e gli scontri con la Resistenza locale. I rapporti parlavano sempre di impiccagioni, fucilazioni e morti per le orribili sevizie nelle prigioni, oltre che di feriti. Ma l’ aspetto peggiore era rappresentato dalle deportazioni e dagli internamenti degli ebrei, come previsto dalle leggi razziali fasciste:
«In Italia, gli arresti e la deportazione in massa degli ebrei iniziarono proprio in Trentino-Alto Adige. La maggior parte di quei poveri diavoli passava per il Campo di transito di Bolzano.».
Poi, senza un nesso evidente con quanto stava raccontando, mi domandò:
«Sapresti dirmi che fine fece Hitler?».
Evidentemente sorpreso, gli risposi che secondo la versione ufficiale si era sparato un colpo in testa ingerendo una capsula di cianuro, ormai consapevole di aver perduto la guerra:
«Qualcuno però ha contestato questa versione dei fatti, sostenendo che invece riuscì a sfuggire e a nascondersi in un luogo lontano. Anche mia madre diceva che non potevamo essere certi di quanto accadde davvero.».
Ernesto assunse l’ espressione tipica di chi è a conoscenza di un importante segreto:
«Sulla sorte di Hitler sono sempre stati espressi seri dubbi. Fin dai primi di maggio del 1945 circolarono voci piuttosto contraddittorie: alcuni gerarchi lo davano caduto in battaglia alla testa delle sue truppe, e altri dissero di averne occultato le spoglie. La stampa tedesca, invece, assicurava che fosse sano e salvo, nascosto da qualche parte nel Sudtirolo.».
Proseguì dicendo che nel bunker di Berlino i sovietici trovarono alcuni cadaveri carbonizzati, che studiarono attentamente, ma in seguito li cremarono e ne dispersero le ceneri. Oggi ne resterebbe soltanto una porzione di calotta cranica custodita all’ Archivio di Stato della Federazione Russa, attribuita proprio a Hitler. Come era noto, i sovietici avevano un assoluto bisogno di annunciare la morte del grande nemico, così da sfatare sul nascere incertezze e pettegolezzi, ma la fretta con cui agirono destò un generale clima di scetticismo. Tanto per cominciare, come in seguito fu più volte confermato, il cadavere carbonizzato era stato indicato dai reduci nazisti che, per ovvie ragioni, non volevano che le spoglie mortali del loro comandante cadessero in mano ai sovietici. In secondo luogo, l’ assistente dentista di Hitler, una certa Heusermann, consegnò ai comunisti le radiografie dei suoi denti, in base alle quali si stabilì che il cadavere semicarbonizzato era autentico, ma è possibile che i dati presentati non fossero esattamente quelle giuste. La Heusermann era infatti una devota nazista, e poteva essere parte di un piano appositamente studiato.
«Tutto questo ha un legame con quanto accadde un giorno nella mia base.» precisò infine Ernesto.
Un giorno come tanti, infatti, tornò nel suo centro con il camion carico di rifornimenti, e intuì che era accaduto qualcosa di grave. Sentì parlare di un incidente di qualche genere, e gli fu detto di restare in attesa di ordini alla base con un piccolo gruppo di giovani soldati:
«Arrivarono rapporti a proposito di un crollo di sassi in una strada di montagna che io conoscevo bene. Uno dei nostri camion ne era stato travolto, e c’ era qualche vittima.».
Il colonnello Serafino si presentò all’ improvviso e ordinò loro di andare fin lassù con il camion, e di recuperare i corpi. Parlava con un tono che non ammetteva repliche:
«Fate più in fretta che potete. Portate tutto subito qui!».
Ernesto raggiunse facilmente e con molta fretta il luogo dell’ incidente, una delle strade di montagna che lui percorreva sovente per provvedere ai rifornimenti. Solo la parte posteriore del camion non era stata sommersa dai massi: 
«Fui tra i primi ad avvicinarmi al veicolo, e nel retro vidi i cadaveri: avevano tutti le stesse sembianze, erano praticamente identici. Era come se una sola madre avesse concepito di colpo una miriade di gemelli.».
Ciò che lo inquietò di più fu la notevole somiglianza di tutti quei morti con Adolf Hitler. Avendo visto molte sue fotografie conosceva bene il suo volto:
«Per un attimo non credetti ai miei occhi, ed ebbi paura. I morti erano circa una dozzina, e tutti gli somigliavano alla perfezione. Anche i baffetti e la capigliatura combaciavano.».
Avendo degli ordini da rispettare, si diede da fare come un pazzo con il resto della squadra nel prendere i cadaveri e nel riportali immediatamente alla base, guidando poi a folle velocità prima che occhi indiscreti lo vedessero sul posto. Nessuno avrebbe dovuto sapere niente di quei cadaveri. Quando si incontrarono nuovamente, Serafino gli ordinò senza troppa cordialità di scordarsi di quella faccenda, ufficialmente non era mai accaduta.
«Hai mai sentito parlare dei trucchi di Saddam per garantirsi la sicurezza?» mi chiese Ernesto «A volte si dice che in giro per l’ Iraq ci siano tanti Saddam allo stesso tempo.».
Rabbrividì di fronte alla macabra intuizione che trassi udendo simili parole:
«Stai dicendo di aver lavorato in una fabbrica di sosia?».
Ernesto annuì:
«Proprio così. Hitler era ricercato vivo o morto da almeno mezzo mondo, ma se fosse venuto a mancare l’ avrebbero sicuramente lasciato in pace. E l’ idea che al posto suo sia morto un sosia è già stata presa in considerazione, sebbene manchino le prove in merito. Fino a oggi, però, si è sempre taciuto sull’ origine di questi sosia creati per via chirurgica, e su come venissero preparati a questa sinistra missione.».
Ernesto però non rientrava in quel brutto affare, e nessuno gli parlava mai di progetti segreti o esperimenti in corso. Dopo tutto, lui era un ufficiale di basso livello. Ma il giorno dopo l’ incidente giunsero dagli avamposti austriaci alcuni ufficiali tedeschi, che forti della loro autorità scatenarono il finimondo. Presero il controllo della situazione e fecero veramente di tutto per mettere le cose a tecere. Interrogarono i tre montanari che avevano segnalato l’ incidente, per verificare se avessero scoperto qualcosa o meno, e assicurarsene il silenzio. Avrebbero dovuto tacere sull’ intera faccenda:
«Volevano una segretezza totale, a qualunque costo, e usarono toni aspri anche con noi che avevamo trasportato tutto il materiale fino alla base. Ci fecero capire che se avessimo aperto bocca le cose si sarebbero messe molto male per noi.».
Furono molto rigorosi, in quanto rimossero il camion semisepolto dalla frana e lo fecero letteralmente sparire, e andandosene non lasciarono neppure le prove del loro passaggio. Nel frattempo, i cadaveri furono sicuramente cremati, avendo perso ogni utilità. Ma era chiaro che in poco tempo sarebbero saltate alcune teste per una così grave perdita di «materie prime», come quei sosia erano considerati. Trovare i candidati e alterare chirurgicamente i loro volti era infatti molto difficile.
«Che cosa accadde dopo?» domandai.
«La situazione a quel punto si complicò molto.» rispose Ernesto facendosi triste «Soprattutto per me e per chi mi accompagnò a recuperare i morti.».
Nel corso della settimana seguente ciascuno tornò alle mansioni che gli erano proprie, come se nulla fosse mai accaduto. Ma Ernesto e gli altri naturalmente pensavano ancora a quell’ incidente, pur tenendo rigorosamente per  la minima considerazione. Alla base, frattanto, giungevano sempre più voci sul movimento dei partigiani, e tra le schiere dei militari ne aumentavano di giorno in giorno i fiancheggiatori e gli informatori. Ernesto e molti altri cominciarono a provare una certa simpatia per loro, chiamandoli con l’ espressione in codice «quei buoni figlioli». Ad un tratto, però, ci si rese conto che molti di coloro che avevano recuperato i cadaveri erano spariti:
«Sulle prime non me ne accorsi, come del resto nessuno. Ma giorno per giorno spuntavano sempre delle facce nuove, tizi che sostituivano chi era stato sul luogo dell’ incidente.».
Tali sostituzioni erano evidentemente avvenute con calma e astuzia, senza destare sospetti o clamore di alcun tipo, probabilmente una per volta. Ma la situazione precipitò d’ un tratto:
«A una settimana dall’ incidente, un commilitone più giovane di me di un anno o due mi si avvicinò mentre terminavo di preparare il camion per dare rifornimenti alla base. Si muoveva agile come una spia, e aveva un fagotto contenente abiti borghesi. Mi fece capire di essere un informatore dei partigiani, e che doveva avvisarli di quanto accaduto nei giorni precedenti. Senza che nessuno se ne accorgesse salì nel retro del camion, che io poi misi in moto. Dovevo stare molto attento perché se lo avessero scoperto sarebbe stata anche la mia fine.».
Tuttavia raggiunsero senza problemi le sperdute aree montagnose, dove il compagno vestito da civile scese e scomparve facilmente tra le Dolomiti, diretto dai buoni figlioli. Ma quando fu di ritorno alla base, Ernesto si trovò di fronte alla svolta fatale:
«Nel frattempo erano tornati i tedeschi, secondo i quali tra noi vi erano molte spie partigiane.».
Lui stesso fu agguantato con malagrazia e portato a suon di strattoni e pedate al cospetto del comandante tedesco e del colonnello Serafino. Nei pochi minuti seguenti furono portati con altrettanta brutalità altri due commilitoni, gli ultimi rimasti tra chi era stato con lui nel luogo dell’ incidente.
«Dissero di averci smascherato.» fece Ernesto «Non c’ era possibilità di errore: noi eravamo le spie dei partigiani, e saremmo stati puniti duramente.».
Ad un certo punto un soldato tedesco entrò nella sala e parlò al comandante, che si rivolse a Serafino in italiano dicendo che avevano catturato e ucciso la spia saltata giù dal camion di Ernesto. Serafino annuì e lo indicò come il guidatore del veicolo incriminato:
«In quel momento compresi di essere finito. Mi sentivo sospeso tra la vita e la morte, non più vivo ma non ancora morto.».
I tre prigionieri furono dunque caricati con forza sul trasporto tedesco e portati al Campo di transito di Bolzano, dove furono messi in riga davanti al terribile Michael Seifert, il famoso Mischa, un giovanissimo ufficiale delle SS addetto alla vigilanza del campo:
«Era un mostro, capace delle peggiori brutalità, un vero demonio! Non so come abbia potuto Dio mandare quaggiù un tipo così...».
Si diceva che torturasse e uccidesse per divertimento, senza alcun intento preciso. Dopo il 1945 si accertarono tra le sue vittime almeno diciotto civili, per la maggior parte adolescenti. Davanti ai nuovi prigionieri appena arrivati sbraitò qualcosa in tedesco, agitando un frustino, e poi fece l’ appello. Subito dopo le guardie li trascinarono violentemente in una baracca, al cui interno erano state predisposte celle di isolamento piuttosto buie e umide, senza aria. Il mattino dopo i tre vennero presi e condotti a turno in una baracca che svolgeva da ufficio, in cui ricevettero il numero personale, quindi furono mandati in un recinto all’ aria aperta, in mezzo a tanti altri prigionieri nel corso della loro ora d’ aria.
«Erano tutti italiani.» disse Ernesto «E ci chiesero il motivo per cui fossimo stati condotti in quell’ inferno.».
Verso sera le guardie vennero nuovamente a prenderli, e li gettarono su di un camion che li condusse alla stazione ferroviaria di Bolzano, dove furono presi in consegna da alcuni ufficiali delle SS che li caricarono su di un treno diretto fino al famigerato campo di Auschwitz, dove Ernesto fu sbattuto in una baracca, lontano dai suoi compagni:
«Non li rividi mai più.» precisò con le lacrime che gli rigavano il volto «E di loro si persero per sempre le tracce.».
Parlandomi del tempo trascorso in quell’ inferno, la sua commozione si fece qualcosa di tangibile, come se avessi potuto farne una coperta in cui avvolgermi: gli furono rasati i capelli, e in seguito fu dolorosamente tosato in tutto il corpo, parti intime incluse, tramite rasoi senza filo. Lo disinfettarono con prodotti che gli irritarono la pelle, lo lavarono alternando acqua bollente e gelata e infine gli fu data la divisa del campo, un pigiama a strisce grige scure e chiare di pessima qualità, fatto di stracci dalle enormi toppe. Ai piedi dovette portare zoccoli di legno pesanti e piuttosto logori:
«Compilai una scheda con i dati personali e l’ indirizzo dei miei familiari più vicini. Mi dissero che da quel momento sarei stato chiamato con il numero che mi avevano attribuito, mai per nome. Ovviamente, dovevo impararlo a memoria in tedesco, e se non l’ avessi pronunciato nel modo giusto mi avrebbero punito severamente.».
Era necessario usare il numero sia per ricevere la brodaglia del vitto che nel corso dei lunghi e faticosi appelli. Era impresso su di un pezzo di tela e cucito sul lato sinistro della casacca, all’ altezza del torace, e sulla cucitura esterna della gamba destra dei pantaloni. Inoltre Ernesto era stato etichettato con un cerchietto di colore rosso recante la sigla «IL», usato per identificare i prigionieri pericolosi o che avrebbero tentato la fuga:
«Mi esentarono dalla pratica del tatuaggio sull’ avambraccio sinistro, analogamente ai prigionieri tedeschi, a quelli da rieducare e agli ebrei che dal 1942 venivano da Varsavia. Ne derivava però un trattamento di punizione particolare, più crudele e sadico in confronto agli altri. Più tardi seppi che chi non era registrato era destinato a un’ esecuzione quasi immediata.».
Ma per lui avevano piani diversi, in quanto lo mandarono a Birkenau, al Settore B-II-f:
«Era l’ ospedale per i prigionieri maschi. Vi morivano tantissimi per le selezioni periodiche e per la mancanza di cure, ma il suo aspetto peggiore era un altro.».
«Quale?» volli sapere, ed Ernesto, chinandosi in avanti, rispose:
«Il personale medico delle SS mi usò per gli esperimenti.».
Nei campi di sterminio tutti gli internati dovevano lavorare, e chi non ne era in grado veniva ucciso appena arrivato. Ma le condizioni di lavoro erano impossibili, il cibo era scarso e avariato e l’ igiene non esisteva, dunque gli internati non avevano una speranza di vita troppo lunga. Ma Ernesto non fu mai costretto a lavorare, bastava che si presentasse agli appelli del mattino, e un giorno, dopo tre settimane trascorse in isolamento totale con appena pochi mestoli di minestra, fu prelevato dalle guardie, che spintonandolo e pigliandolo violentemente a calci lo condussero in un laboratorio medico, dove fu spogliato davanti al dottore, che lo visitò in silenzio. In fondo alla stanza, accanto alla finestra, vi era un ufficiale in divisa, silenzioso e impassibile:
«Nessuno mi disse una parola. Del resto, io non ho mai conosciuto il tedesco. Ad un certo punto il dottore parlò all’ ufficiale in disparte, che fece un cenno di assenso. Come per riflesso mi rivestirono e mi riportarono alla mia baracca, dove rimasi fino al giorno dopo.».
Come noi tutti oggi sappiamo, Auschwitz era un luogo di studio. Da qualche tempo vi lavorava il famigerato dottor Josef Mengele, passato alla storia per l’ ossessione circa il fenomeno dei parti gemellari, ma soprattutto per la natura raccapricciante dei suoi esperimenti, che portavano regolarmente alla morte dei malcapitati. Gli era consentito eseguire ricerche su qualsiasi internato lo interessasse, analizzandolo, operandolo, sezionandolo e uccidendolo senza la minima conseguenza:
«Quando arrivai, aveva da tempo organizzato una squadra di medici e infermiere, con tanto di un patologo. Erano tutti prigionieri come noi, reclutati nel campo, godevano di protezione e questo ruolo li salvò da una morte quasi certa.».
All’ alba del giorno seguente, Ernesto fu condotto nei laboratori di Mengele. Non era più un essere umano, ma un animale per le sperimentazioni. Mentre mi raccontava cosa gli fecero mi mostrò alcune parti della sua pelle, ancora segnate da tanta follia. Mi indicò i segni intorno alla bocca, dicendo che le scosse elettriche gli avevano fatto cadere tutti i denti. Disse che lo lasciavano spesso sospeso con le braccia all’ indietro, appeso al soffitto come un salame, e appiccavano il fuoco per ustionargli varie parti del corpo:
«Mi risvegliavo sempre coperto di vomito e urina, e una volta, tra mille dolori, sputai letteralmente alcuni denti.».
Si trattava soltanto di una tra le molte prove di resistenza. Un’ altra prevedeva intensi prelievi di sangue. Seguivano i ferri roventi, i pungoli elettrici nell’ ano, e molte altre su cui preferì tacere. In seguito fu lasciato per giorni in una camera gelida:
«Non credevano che sarei sopravvissuto tanto, e poiché mi misero da una parte per riprendermi intuì che mi reputassero un esemplare pregiato.».
Fu inviato in una baracca vicina al laboratorio, dove perdurò il suo isolamento per giorni e giorni. Frattanto aveva naturalmente perduto la normale percezione del tempo. Un giorno tornarono a prenderlo, e lo portarono in un altro laboratorio, dove analizzarono le sue condizioni. In un secondo momento gli fecero due iniezioni, la prima sul braccio destro e l’ altra sul collo. La seconda puntura fu piuttosto dolorosa, e quando ritrassero l’ ago fu attraversato da violenti spasmi:
«Non ricordo di aver mai provato un dolore del genere. Mi sembrava di morire. Sentivo salire un gran bruciore dai piedi alla testa, lo stomaco mi doleva. Mi girò la testa e caddi vomitando, poi non ricordo nulla. Neppure oggi saprei dire quanto accadde dopo, evidentemente la mia testa ha preferito cancellare il ricordo di quegli istanti brutali.».
Del periodo trascorso tra quei momenti drammatici e l’ arrivo dei sovietici in quel luogo infernale, il 27 gennaio 1945, aveva solo qualche ricordo molto vago, come in sogno: girava nella baracca gridando e farfugliando parole sconnesse, talvolta sotto lo sguardo attento dei medici. Niente di più:
«Quando i sovietici raggiunsero il campo per liberarmi, ero tornato lucido da un giorno o due. Quando mi fecero capire che giorno era non potei davvero crederci: ero rimasto in quelle condizioni per un anno e mezzo!».
Di fronte all’ avanzata dell’ Armata Rossa, frattanto, dal mese di novembre del 1944, a Birkenau erano già state distrutte varie camere e i relativi forni, mentre quelle di Auschwitz erano state adibite a rifugi antibomba. Il comando centrale delle SS non voleva lasciare prove del genocidio, che solo in quel luogo era costato la vita a più di un milione e centomila persone.
«Noi sopravvissuti eravamo ormai a un passo dalla morte per lo stremo, chi per i ritmi di lavoro e chi per l’ interesse scientifico di Mengele e dei suoi, che intanto avevano abilmente tagliato la corda.» disse Ernsesto «Io ad esempio pesavo appena trentanove chili, e durante le pene patite avevo riportato così tanti danni fisici che ormai non fui ritenuto più idoneo a fare il soldato.».
Lo vidi scuotere il capo, chiedendosi come potesse avere luogo tanta crudeltà:
«Avevano paura che parlassi dei sosia di Hitler, e mi mandarono lassù a morire, come gli altri miei compagni. Non era bastato intimidirci. Finché sarei vissuto, almeno avrei contribuito allo sviluppo della loro scienza. Non so proprio come ho fatto a uscirne vivo, tra tanta gente che moriva!».
Fu soccorso dalla Croce Rossa, che lo curò, lo nutrì e gli innestò una dentiera. Appena fu in grado di muoversi tornò a Sordevolo, e dopo la guerra lo Stato gli riconobbe una pensione di invalidità. Da allora viveva isolato, con la paura della gente, e con pochi contatti con il mondo oltre la porta di casa:
«Amiamo considerarci superiori agli animali per intelligenza e civiltà, o per religione, ma mi sono reso conto che le cose peggiori hanno luogo soltanto tra di noi. Siamo veramente figli a immagine e somiglianza di Dio, esseri che salgono in Cielo dominando il proprio lato oscuro?».
Proseguì dicendo che chi gli aveva fatto tutto questo non era stato  un branco di lupi e nemmeno una legione di diavoli con le corna e la coda, ma uomini come lui, come me, come tutti, e che da quando tornò da Auschwitz aveva sempre saputo che non sarebbe mai più riuscito muoversi liberamente in mezzo agli altri. Solo nella pace della sua casa poteva stare sereno.
 
Il dottor Josef Mengele, folle ricercatore nazista;
Ma la storia non era ancora finita. Nel 1981, infatti, fu visitato da un agente segreto dal forte accento emiliano che era appena andato in pensione. Disse che pochi giorni prima di ritirarsi dal lavoro aveva seguito un’ inchiesta nel cui corso aveva avuto accesso a dati riservati risalenti agli anni della guerra, in cui si attestava che Ernesto aveva prestato servizio nella base in Trentino-Alto Adige, e che risultava l’ unico membro del personale ancora vivo. La base stessa era stata demolita durante la guerra in circostanze mai chiarite. Gli chiese se avesse mai saputo che cosa vi accadesse, ed Ernesto citò per la prima volta i sosia di Hitler. L’ ex agente segreto a quel punto gli domandò se conoscesse la provenienza dei prigionieri, e lui ipotizzò che fossero ebrei e partigiani. L’ uomo annuì, e raccontò che da un tempo imprecisato i servizi segreti fascisti avevano stretto un accordo riservato con quelli nazisti: la Germania era impegnata nel famoso programma nucleare e nello sviluppo di tecnologie di propulsione avanzate, anche in capo missilistico, e in cambio di un certo numero di sosia ottenuti per vie chirurgiche dai prigionieri tratti nei rastrellamenti di ebrei, dissidenti e partigiani originari del Trentino-Alto Adige, l’ Italia avrebbe beneficiato di parte dei risultati delle ricerche. Tali spedizioni si intensificarono a partire dal 1943:
«Mi disse che non solo Hitler aveva bisogno di sosia, ma anche molti dei gerarchi che poi scapparono in America meridionale. Quanti innocenti con la faccia ricostruita morirono facendo da copertura mentre i ricercati veri se la svignavano!».
Ernesto aggiunse che pur non pronunciandosi ufficialmente, l’ ex agente segreto non era sicuro che tra i cadaveri ritrovati vi fosse quello di Adolf Hitler: 
«Non era riuscito a stabilire se Mussolini fosse al corrente o meno dell’ accordo, e mi disse che la mia base è tuttora la sola fabbrica di sosia accertata.».
L’ uomo confermò peraltro che Ernesto era stato mandato al campo a morire in quanto testimone dell’ incidente segreto sulle Dolomiti, e che di tutti gli altri si erano perse le tracce in quei giorni lontani. I servizi segreti tedeschi avevano fatto un ottimo lavoro nel custodire i propri segreti.
Ernesto gli chiese perché gli stesse raccontando tutti quei dettagli dopo così tanti anni, e l’ ex agente segreto rispose che in cuor suo aveva capito di avere il dovere di informarlo, tenendo conto di tutto ciò che gli era accaduto, e che da pensionato aveva maggiori possibilità di informarlo senza essere notato, dato che tutte quelle informazioni erano coperte ancora dal segreto di Stato. Gli fece peraltro molte domande sugli esperimenti subiti, e quando sentì delle due iniezioni e dei loro effetti affermò che gli avevano iniettato una miscela dopante studiata per aumentare la forza fisica e le capacità di guarigione dei soldati. La sperimentavano regolarmente sui prigionieri dei campi, e provocava spesso la morte dei soggetti.

Il 23 luglio, a tre giorni da questo agghiacciante racconto, il mio amico Ernesto morì. Quando mi giunse la notizia provai una grande tristezza, e volli a tutti i costi partecipare al suo funerale, a cui incontrai soltanto la nipote, la figlia del defunto fratello, che in vita l’ aveva assistito con amore. Fu un rito deserto per un uomo che aveva sempre vissuto da solo. Sono trascorsi undici anni da quando conobbi Ernesto, e conservo sempre nel cuore un felice ricordo di lui. Naturalmente, continuo a ricordare pure la sua raggelante storia. Ieri sera, il 23 luglio, il telegiornale ha mandato in onda un servizio in cui si è parlato di un’ iniziativa del governo di Berlino, deciso a dare la caccia agli ultimi ex ufficiali nazisti rimasti in libertà in giro per l’ Europa. Oggi sono tutti intorno ai novant’ anni di età, e conducono una vita normale grazie a uno stile di vita tranquillo e ritirato, privo di pubblicità, ma le istituzioni sostengono che i loro crimini non conoscono limiti di tempo, e si sono dichiarate disposte a offrire una cifra pari a venticinquemila euro per ogni segnalazione che possa contribuire a rintracciarli e a trascinarli di fronte alla giustizia.
Per uno strano gioco del destino, questa notizia è ricaduta proprio l’ undicesimo anniversario della morte di Ernesto. Lo conobbi nei suoi ultimi giorni di vita, giusto in tempo perché mi affidasse le sue memorie, e ho sempre pensato che in cuor suo sperasse che un giorno le narrassi a tutti, ma per qualche motivo fino a oggi ho sempre preferito aspettare. Ora però l’ ho fatto, sperando che il ricordo del supplizio passato in quegli anni da lui e da molte altre degne persone continui a farci riflettere sul grande valore dell’ uguaglianza nonostante le differenze e della democrazia. Sono certo che finché ricorderemo questa storia, Ernesto sarà sempre con noi.
                                                                                                                                                                                                                                             24 luglio 2013