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venerdì 13 dicembre 2019

I campi di concentramento statunitensi

«L’ America è il solo Paese idealista al mondo.» Woodrow Wilson, ventottesimo Presidente degli Stati Uniti;
Un campo di concentramento nel Colorado sudorientale;

Secondo un vecchio proverbio, la storia è scritta dai vincitori, quindi ogni volta che qualcuno sale al potere o vince una guerra si preoccupa di diffondere informazioni opportunamente costruite o ritoccate al fine di giustificare la propria posizione, passando alla storia come persone giuste, mosse da ideali positivi e disposte a tutto, anche ad azioni drastiche, pur di preservare l’ ordine o ristabilire l’ armonia perduta. I vincitori vengono sempre santificati, mentre agli sconfitti tocca la demonizzazione, in una tendenza senza appello. Tale fenomeno dura da migliaia di anni, e si è costantemente consolidata nelle motivazioni quanto nella sua efficacia, come dimostrato ad esempio dalle vicende di Giulio Cesare e Cesare Augusto, passati alla storia come grandi eroi che salvarono il caput mundi da un’ aristocrazia malevola a costo di sopprimere ogni libertà in nome della sicurezza instaurando un sistema di potere rigorosamente monocratico e condannando all’ eterno disonore i propri rivali politici, come Marco Giunio Bruto, Marco Tullio Cicerone, Marco Antonio e Cleopatra. Eppure, anche se con più fatica e lentezza, la verità tende sempre a riemergere dalle sabbie del tempo e dai dettami della versione ufficiale riportata dai cronisti di parte, consentendo di risalire ai fatti così come avvennero e di smontare i miti e le leggende che avvolgono la storia.
Parimenti, quando si parla di campi di concentramento noi tutti pensiamo ai famigerati lager che i nazisti sparpagliarono in Germania, Austria, Polonia, Italia, Francia e negli altri Paesi occupati, che le SS gestirono con un’ estrema organizzazione imprigionandovi milioni di persone per motivi razziali, politici e religiosi, dando luogo alla Soluzione finale con cui liberare la razza ariana dall’ inquinamento genetico indotto dal sangue ebraico e dei disabili e il Terzo Reich dalle interferenze delle varie forze politiche ad esso ostili, soprattutto il Bolscevismo. Il trattamento di prigionieri civili e militari nei campi di internamento, tuttora regolato dalla III e IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, fa pensare a bui periodi di guerra e a regimi dittatoriali particolarmente duri e ingiusti, qualcosa di crudele e intollerabile agli occhi dei più elementari sistemi democratici. Eppure, diversamente da quanto si pensa attualmente i campi di concentramento non furono un fenomeno esclusivo di Germania nazista e Unione Sovietica, ma anche degli Stati Uniti d’ America, che certa propaganda inesatta dal 1945 in poi descrive come il tempio della democrazia, della tolleranza e della pace, il pilastro della libertà perennemente impegnato con forza e convinzione contro ogni forma di oppressione e ingiustizia. Se noi tutti oggi pensiamo agli Stati Uniti come l’ eroica potenza che scese coraggiosamente in campo armata di nobili ideali aiutando la Gran Bretagna a sconfiggere Adolf Hitler e il Nazismo al fine di ristabilire la democrazia in Europa, tralasciamo il fatto che non da subito si rivelarono ostili a quanto il Führer favoriva con la sua politica, e che molti statunitensi avevano addirittura un’ aperta simpatia per il Terzo Reich, che vedevano come un forte baluardo contro il proletario abisso incarnato dall’ Unione Sovietica, oltre che sentimenti antisemiti. Soprattutto, dimentichiamo che persino il Nuovo Mondo ebbe i suoi campi di concentramento, voluti dal Presidente Roosevelt, che con l’ ordine esecutivo 9066 decretò che tutti i residenti di provenienza giapponese, tedesca e italiana, immigrati o nati in territorio statunitense che fossero, dovevano essere rinchiusi in un campo di concentramento: donne, vecchi, bambini e intere famiglie umiliate e private della propria libertà in una vera e propria caccia alle streghe, analogamente a quanto avveniva in quel totalitarismo a cui Washington tanto si oppose a partire dal 1941, dando luogo ad una vicenda che, come molte altre, andrebbe doverosamente approfondita consentendo alla verità di riemergere in opposizione ad ogni visione parziale dei fatti.
Roosevelt firma la dichiarazione di guerra al Giappone;

A seguito dell’ occupazione tedesca della Polonia, la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania il 1º settembre 1939, dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. Durante i primi due anni, gli Stati Uniti mantennero formalmente la propria neutralità, dimostrandosi tuttavia favorevoli alla causa britannica e a quella francese. In una dimostrazione di sostegno, il Presidente Franklin Delano Roosevelt richiese a J. Edgar Hoover, direttore dell’ FBI, di compilare un indice dei soggetti da arrestare al fine di garantire la sicurezza in un momento di emergenza nazionale. Tale disposizione riguardò la Germania e i suoi principali alleati, ossia Italia e Giappone, e il Dipartimento della giustizia iniziò a compilare elenchi di possibili sabotatori e spie nemiche tra i relativi gruppi etnici residenti sul suolo statunitense. A partire dal 1940, gli stranieri residenti furono tenuti a registrarsi in base a quanto disposto dallo Smith Act. A causa dell’ avanzata giapponese nell’ Indocina francese e in Cina, gli statunitensi, in accordo con i britannici e gli olandesi, bloccarono ogni rifornimento di carburante ai giapponesi, che ne importavano il novanta percento. L’ embargo minacciò la potenza militare del Paese de Sol Levante, che rigettò la richiesta statunitense di lasciare la Cina e segretamente decise che la guerra con gli Stati Uniti era inevitabile, sebbene la sola speranza di vittoria consistesse nel colpire per primo. Alcuni mesi prima, Roosevelt aveva ordinato che la flotta statunitense si spostasse dalla California alle Hawaii, in modo che fosse pronta se i giapponesi avessero dichiarato guerra. Il 7 dicembre 1941, le forze aeronavali giapponesi, guidate dal generale Isoroku Yamamoto, attaccarono senza preavviso la flotta e le installazioni militari statunitensi stanziate nella base navale di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, infliggendo una notevole perdita alla flotta nemica, mandando fuori combattimento diciotto navi. Durante i bombardamenti, duemilaquattrocentotre statunitensi persero la vita, e altri millecentosettantotto rimasero feriti. I giapponesi persero ventinove aerei, un grande sommergibile e cinque sottomarini, e contarono sessantaquattro morti. Fu la peggior sconfitta navale della storia degli Stati Uniti. Roosevelt e i suoi comandanti, che formavano gli Stati maggiori riuniti, decisero che nonostante l’ aggressione giapponese nel Pacifico l’ obiettivo principale della guerra fosse la sconfitta della Germania nazista, il nemico più pericoloso e potente. Appena il giorno dopo, su deliberazione del Congresso, gli Stati Uniti dichiararono guerra all’ Impero giapponese, e di conseguenza al Terzo Reich e al Regno d’ Italia.
Tuttavia, il fronte europeo non fu il solo in cui il governo di Washington si impegnò. Nel gennaio 1942, tutti gli stranieri appartenenti alle nazionalità ostili furono tenuti a registrarsi presso gli uffici postali del luogo di residenza. Come stranieri nemici dovevano essere prese loro le impronte digitali, andavano fotografati, e dovevano portare sempre con sé speciali documenti di identificazione. I giapponesi in particolare furono accusati di tradimento, e l’ odio, covato ormai da un secolo, dilagò sfociando in una campagna diffamatoria su vasta scala: essi facevano concorrenza sleale ai contadini e ai pescatori statunitensi, costituivano una minaccia per la virtù delle donne locali con i loro vizi e la loro lussuria, contaminavano la cultura occidentale con i loro costumi e la loro religione. Iniziarono presto retate e detenzioni, e furono confiscati fucili, coltelli, strumenti da lavoro, kimoni da cerimonia, statuine religiose, documenti e scritti in lingua giapponese.
Il Procuratore generale Francis Biddle garantì che gli stranieri nemici non sarebbero stati discriminati se si fossero dimostrati fedeli, e citando le cifre del Dipartimento di Giustizia indicò un milione e centomila stranieri nemici degli Stati Uniti, di cui novantaduemila giapponesi, trecentoquindicimila tedeschi e seicentonovantacinquemila. Il 19 febbraio 1942, ad appena due mesi dal proditorio attacco nipponico, il Presidente Roosevelt firmò l’ ordine esecutivo 9066, con il quale decretò che tutti i residenti sul territorio degli Stati Uniti di origine giapponese, tedesca e italiana, anche se nati in territorio statunitense, erano «nemici alieni» da rinchiudere in campi di concentramento. Ufficialmente, alla base di tale azione vi era lo stato di guerra in atto con i Paesi del Patto tripartito, quindi l’ esigenza di porre la nazione al sicuro da agenti segreti, spie e sabotatori al servizio del nemico. Tale provvedimento causò l’ imprigionamento di oltre centoventimila cittadini statunitensi di provenienza giapponese, italiana e tedesca, tra cui donne e bambini, in appositi campi di concentramento. Le operazioni furono rapide: i campi predisposti erano appena dieci, sparsi in Arizona, Idaho, Montana e Utah, dichiarati zone militari, e faticarono moltissimo a contenere le vaste ondate di prigionieri, provenienti dalla media borghesia e dalla classe lavoratrice e che si erano visti spogliare di ogni cosa alla stregua dei criminali più nefandi. Uno dei campi più noti e affollati fu quello di Manzanar, posto in un’ arida valle a più di trecento chilometri a nord di Los Angeles, a est delle montagne della Sierra Nevada. L’ ordine 9066 non tardò a svelare il proprio movente di pura fobia razziale, come infatti ebbe a dire il generale John L. De Witt, posto alla difesa del fronte occidentale: «La razza giapponese è una razza nemica, i cui effetti non si diluiscono neppure dopo tre generazioni.». I giornali usarono parole altrettanto impietose, come ad esempio si lesse in un articolo del Los Angeles Times: «Una vipera nasce vipera dovunque sia stato deposto l’ uovo.». Sulle vetrine dei negozi californiani comparivano invece cartelli recanti slogan antigiapponesi: «I giapponesi non sono desiderati». La rivista Life, invece, insegnava ai lettori come distinguere i tratti somatici dei giapponesi da quelli cinesi.
Prigionieri italiani all’ ingresso di un campo di prigionia;

Il provvedimento presidenziale venne molto criticato fin dall’ inizio in molti ambienti della società e della politica statunitense, al punto che persino la First lady, Eleanor Roosevelt, ne parlò in termini alquanto sfavorevoli, schierandosi apertamente contro il marito e facendo notare che il movente razziale da cui era mosso andava a colpire gruppi che, nonostante i forti pregiudizi che subivano da parte del popolo statunitense, si erano perfettamente integrati nella vita e nel sogno americano: tra i prigionieri vi erano infatti lavoratori, imprenditori, insegnanti, artisti e via dicendo, e oltre il settanta percento degli internati era cittadino statunitense. L’ ordine 9066 li aveva semplicemente colpiti per quello che erano, non per quello che avevano fatto. Come disse la signora Roosevelt: «Sono persone che non hanno commesso nessun crimine.». Molti di loro erano cittadini di seconda generazione nati in terra statunitense, ma bastava avere un bisnonno nato in Giappone, Germania e Italia per essere additati come traditori. Iniziò quindi l’ internamento forzato di molte migliaia di persone che videro andare in rovina la propria vita, senza sapere dove sarebbero state portate e per quanto tempo.
I soli nippoamericani colpiti dal provvedimento furono centodiecimila, e il loro trasferimento e internamento venne effettuato in modo diverso a seconda dell’ area nazionale in cui avveniva. Il provvedimento del Presidente permetteva ai locali comandanti militari di stabilire all’ interno delle aree militari ciò che vennero definite «zone di esclusione», in cui si sarebbero potute isolare in tutto o in parte le persone colpite. Quasi tutti i giapponesi internati risiedevano lungo la Costa Occidentale, in particolare in California, e nelle regioni occidentali degli Stati dell’ Oregon e di Washington, oltre che in Arizona. Nelle Hawaii, dove i nippoamericani erano oltre centocinquantamila, formando quindi più di un terzo della popolazione locale, ne vennero internati circa milleottocento. Si calcola che tra i giapponesi circa il sessantadue percento disponesse della cittadinanza statunitense. Molti giapponesi immigrati di prima generazione si presentarono volontariamente ai centri di trasferimento, per dimostrare lealtà e gratitudine nei confronti del Paese che li aveva accolti e in aperta condanna all’ attacco di Pearl Harbor, ma molti giovani nati negli Stati Uniti seminarono disordini e furono rinchiusi in spietati centri di detenzione, come il famigerato Tule Lake.
L’ internamento dei tedeschi rappresentò un fenomeno più articolato, in quanto era già in corso dal 1939 e colpì diecimila civili di provenienza tedesca residenti negli Stati Uniti e considerati come possibile minaccia, e i prigionieri di guerra. In una realtà come quella statunitense, che fa del «crogiolo di culture» in cui diverse provenienze etniche e religiose si amalgamano all’ interno di una stessa società una caratteristica essenziale e un proprio motivo di vanto, la popolazione di provenienza germanica era piuttosto silenziosa fin dal tempo della Grande Guerra, quando negli Stati Uniti era maturato un forte sentimento antitedesco: all’ inizio gli statunitensi di discendenza germanica erano stati spesso aggrediti per le strade, l’ insegnamento della loro lingua madre venne bandito dalle scuole e i libri tedeschi bruciati. Nemmeno la loro cucina venne risparmiata: uno dei piatti tipici che gli immigrati avevano importato dalla madrepatria, i sauerkraut, crauti fermentati che accompagnano i piatti principali della tradizione tedesca, fu ribattezzato liberty cabbage, ossia «cavoli della libertà». I prigionieri civili tratti nei campi di concentramento in virtù dell’ ordine 9066 appartenevano in maggioranza a famiglie che avevano smesso di parlare in tedesco e anglicizzato i propri cognomi, nel tentativo di nascondere il più possibile le proprie origini. I prigionieri di guerra cominciarono ad arrivare negli Stati Uniti in gran numero nella tarda primavera del 1943, dopo le vittorie degli Alleati in Africa. Si calcolarono trecentosettantottomila prigionieri catturati in Africa settentrionale, Italia e Francia, suddivisi in centotrenta campi base e duecentonovantacinque campi affiliati. Un numero aggiuntivo di prigionieri era distribuito in ospedali e vari istituti penali. Nel corso degli anni venne documentata la presenza di campi di prigionia in ben quarantacinque Stati su quarantotto. Per combattere più efficacemente il Terzo Reich, Roosevelt ebbe l’ idea di nominare numerosi comandanti militari con cognomi di chiara origine tedesca, ma le violenze perpetrate dal regime nazista e la Shoah funsero da ulteriore spinta per i tedeschi-statunitensi a tacere il più possibile sulle proprie origini e a sforzarsi in un’ integrazione maggiore e nell’ assunzione di una nuova identità statunitense.
Infine, venne la realtà italiana. Nei mesi immediatamente successivi all’ attacco presso Pearl Harbor centinaia di italiani vennero arrestati. Già nel mese di gennaio, poco prima che l’ ordine 9066 entrasse in vigore, duecentomila sindacalisti italoamericani lanciarono un appello alla Casa Bianca per rimuovere la macchia intollerabile rappresentata dal fatto di essere considerati «stranieri ostili» per conto di tutti quegli italiani che avevano formalmente dichiarato l’ intenzione di diventare cittadini statunitensi e di rinunciare ai vecchi documenti ancor prima dell’ entrata in guerra degli Stati Uniti. Nel giugno 1942, gli italiani arrestati dalla polizia federale furono millecinquecentoventuno, e circa duecentocinquanta di essi vennero internati per un massimo di due anni nei campi militari in Montana, Oklahoma, Tennessee e Texas. Nel mese di marzo fu istituita la War Relocation Autority, un ente governativo atto a gestire la detenzione secondo i canoni previsti dall’ ordine 9066, che nel caso degli italiani dovette sforzarsi molto di più che nel caso dei nippoamericani: tanto quelli con la cittadinanza che quelli senza furono internati, ma la maggior parte, circa il sessanta percento, erano cittadini italiani nati in territorio statunitense. Gli italoamericani internati non furono arrestati in base alla legge sui nemici interni, ma erano semplicemente «persone» trasferite forzosamente dalla War Relocation Authority.
A seguito dell’ Armistizio di Cassibile, che l’ 8 settembre 1943 portò alla resa dell’ Italia, la maggior parte degli italiani venne liberata entro la fine dell’ anno. Alcuni erano stati rilasciati già da mesi sulla parola dopo un esonero stabilito da un consiglio di seconda audizione sulla base di appelli avanzati dalle loro famiglie, tuttavia la maggior parte degli internati avevano già passato due anni come prigionieri, passando da un campo all’ altro ogni tre o quattro mesi.
Un giornale italiano dell’ epoca;

Nel complesso, la vita nei campi di concentramento fu molto difficile. Le strutture erano spesso troppo fredde in inverno e troppo calde in estate. Gli alloggi erano spartani, costituiti principalmente da grandi caserme. Le famiglie cenavano tutte insieme in mense povere e austere, e ai bambini era possibile frequentare la scuola. Gli adulti avevano la possibilità di lavorare per uno stipendio di cinque dollari al giorno. Il governo statunitense sperava che i campi fossero autosufficienti nella coltivazione del cibo, ma la produzione in terreni aridi costituì una sfida assai penosa. Gli alimenti erano prodotti in massa secondo lo stile dell’ esercito, e gli internati sapevano che se avessero tentato di fuggire le sentinelle armate avrebbero prontamente aperto il fuoco. Il campo di Manzanar, che significa «campo di mele» in spagnolo, divenne l’ esempio più noto di questi campi di concentramento, così come Aushwitz si erse a simbolo della Shoah nazista. Durante suoi i quattro anni di esistenza fu il luogo di internamento di ben undicimilasettanta persone, tra uomini, donne, bambini e anziani. Ospitava chiese, negozi, un ospedale, un ufficio postale e un auditorium per la scuola, ma la vita al suo interno era ardua, tra problemi di sovraffollamento, pochi servizi igienici in comune tra uomini e donne, alloggi assegnati spesso in modo casuale, causando la divisione di infinite famiglie che venivano costrette a convivere con estranei. Anche se privati della libertà, gli internati cercarono di sopravvivere in qualche modo, organizzando numerose attività, anche di carattere religioso. Il direttore del campo, Ralph Merrit, nel 1943 incaricò un suo amico fotografo Ansel Adams, di documentare quello che stava succedendo nella sua struttura. Adams catturò i momenti di vita quotidiana degli internati, evidenziandone la determinazione e la resistenza. Le fotografie furono raccolte nel libro «Born Free and Equal», pubblicato nel 1944 dopo essere passato attraverso le oscure e crudeli alchimie della censura.
La controversa disposizione esecutiva venne sospesa dallo stesso Roosevelt nel dicembre 1944, e i prigionieri vennero finalmente rilasciati, ormai liberi di tornare alle proprie normali esistenze. Tuttavia, l’ impatto della riacquistata libertà fu traumatizzante quanto l’ incarcerazione, e molti tra gli ex prigionieri politici non sapevano dove andare: giapponesi, tedeschi e italiani vennero spesso guardati tornare con sospetto nelle rispettive città e paesi, nella convinzione che fossero le avanguardie del nemico in Europa ed Estremo Oriente, e non mancò chi li paragonò alle orde barbariche che con le invasioni e i saccheggi avevano contribuito fortemente alla caduta di Roma. Tra i giapponesi in particolare, molti addirittura scoprirono di non poter neppure tornare nelle loro città d’ origine, perché soprattutto lungo la Costa Occidentale l’ ostilità antigiapponese rimaneva altissima, tanto che in molti villaggi vi erano cartelli nei quali si chiedeva che non tornassero. Tale animosità perdurò per lungo tempo nel Dopoguerra.
Il campo di Manzanar;

Spesso considerato dagli studiosi uno dei tre Presidenti statunitensi più popolari, dopo George Washington e Abraham Lincoln, Roosevelt fu una figura centrale del XX secolo, il solo ad essere eletto per ben quattro mandati consecutivi. Con il suo ottimismo, la sua calma e la sua capacità di giudizio, ebbe un ruolo di grande rilievo nel grandioso sviluppo della potenza militare statunitense, nella conduzione della guerra, nel consolidamento della «Grande Alleanza» con la Gran Bretagna di Sir Winston Churchill e l’ Unione Sovietica di Iosif Stalin, e nelle decisioni geopolitiche della fase finale del conflitto. Sostenne anche lo sviluppo e la costruzione delle prime bombe atomiche della storia dell’ umanità, impiegate dal suo successore Harry Truman in Giappone, sulle città di Hiroshima e Nagasaki. Diede inoltre un contributo fondamentale alla formazione dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite. Tuttavia, l’ ordine 9066 fu senza dubbio la sua decisione più discutibile. Sebbene ritenuto costituzionale dalla Corte Suprema, fu considerato una grave violazione delle libertà civili e avversato da molti gruppi e da importanti funzionari come J. Edgar Hoover, che spesso criticarono il Presidente per non essersi opposto veramente al genocidio contro gli ebrei perpetrato dai nazisti, benché fosse dovutamente informato su tale atrocità. Questa disposizione andò a colpire persone civili che nulla avevano a che fare con il conflitto o i servizi segreti e di destabilizzazione dei Paesi da cui venivano, gente innocente che viveva tranquillamente, lavorando sodo per guadagnarsi la vita in modo onesto, mandando i figli a scuola.
Molti anni dopo, nel 1980, il Presidente Jimmy Carter, convinto sostenitore della pace, della democrazia e dei diritti umani, avviò un’ indagine atta a stabilire se l’ internamento dei giapponesi, dei tedeschi e degli italiani, soprattutto coloro che possedevano la cittadinanza statunitense, fosse giustificato dal punto di vista legale. Predispose un’ apposita Commissione, nella cui relazione, denominata «Giustizia personale negata», sostenne di non aver trovato prove significative di slealtà da parte dei giapponesi, contestando apertamente la motivazione fornita da Roosevelt per l’ adozione dell’ ordine 9066, non essendo suffragata da alcuna necessità militare ma solo da un mero pregiudizio razziale, isteria della guerra, e mancanza di controllo politico. Il governo venne pertanto sollecitato a pagare un risarcimento ai sopravvissuti. Successivamente, nel 1988, Ronald Reagan firmò un documento in cui gli Stati Uniti si scusavano ufficialmente per la deportazione e l’ internamento dei giapponesi che l’ amministrazione Roosevelt aveva ordinato, e l’ ammontare dei risarcimenti giunse a ventimila dollari per ogni reduce dei campi di concentramento, talvolta erogandoli ai loro discendenti.
A differenza dei nippoamericani, gli italoamericani non ricevettero mai nessun risarcimento. Nel 2010, la legislatura della California approvò una risoluzione in cui si chiedeva scusa per i maltrattamenti subiti dai residenti di origini italiane. I tedeschi, invece, non ricevettero mai risarcimenti e neppure scuse.
Alcuni giovani prigionieri giapponesi;

A dispetto di certa propaganda equivoca, il razzismo è tuttora molto forte in ogni parte del mondo, e in tempo di guerra si acutizza a livelli esponenziali. Gli Stati Uniti non fanno assolutamente eccezione, ed entro i loro confini non si riesce neppure a parlare liberamente di questo argomento. La grande visione di Abraham Lincoln, di John e Robert Kennedy nonché di Martin Luther King Jr. resta un sogno tuttora molto lontano dal suo traguardo. Il problema che da sempre affligge il mondo libero e civile sta nel fatto che il «popolo sovrano» è credulone e si lascia sempre opportunamente manipolare da delegati avidi e litigiosi, a cui nulla importa del bene comune. L’ umanità teme da sempre ciò che non riesce a capire, e sugli alti scranni del potere siede sempre chi ne istiga la paura contro il diverso: nonostante la scoperta della forza di gravità, dei vaccini, dei trapianti e i viaggi sulla luna la gente scivola tuttora nelle consuete sabbie mobili dell’ ignoranza, condannando gli stranieri e i migranti a rimanere nemici, delinquenti che rubano tutto ai nativi.
Tra il 1892 e il 1954, Ellis Island, isolotto parzialmente artificiale alla foce del fiume Hudson, nella baia di New York, fu il principale punto d’ ingresso per gli immigrati che sbarcavano negli Stati Uniti: ognuno di essi contemplava con meraviglia e fascino la Statua della Libertà, nella certezza di essere finalmente sbarcati nel Paese della tolleranza e della pace, ove avrebbero trovato fortuna. Invece, ahimè, non esiste alcun Paese tollerante o Terra promessa, non vi è pace e neppure uguaglianza in nessun posto: donne, bambini, intere famiglie distrutte semplicemente perché nati diversi dai detentori del potere. E il fenomeno, purtroppo, continua imperterrito ancora oggi sotto l’ amministrazione di Donald J. Trump, tramite il muro lungo il confine messicano e il Muslim ban, provvedimenti famigerati e discriminanti che più di tutto riescono a rievocare nel subconscio civile degli statunitensi quella parte dimenticata della loro storia. Un capitolo imbarazzante che il campo di Manzanar, designato come sito storico di interesse nazionale per l’ eccezionale stato di conservazione delle strutture del campo, potrebbe aiutare come non mai a far comprendere appieno con quella stessa bandiera a stelle e strisce generalmente indicata come simbolo di page e giustizia per tutti che sventola su quel deserto che sfortunatamente non è solamente ambientale, ma anche e soprattutto culturale…

giovedì 29 agosto 2019

L’ uomo che divenne re


Ritratto ufficiale di re Giorgio VI;
«La più grande tra le distinzioni è il servizio agli altri.» re Giorgio VI di Gran Bretagna;

In questo mondo, le apparenze hanno spesso avuto il vizio di trarre in inganno. Capita infatti con una certa facilità di trovarsi di fronte ad una persona e affrettare nella nostra mente un giudizio superficiale, mosso da un’ analisi di pochi elementi. Non è raro che una persona venga reputata strana per un determinato atteggiamento o un’ idea, di cui si ignorano le ragioni precise, o magari dissoluta perché contesta un principio generalmente accettato come corretto, piuttosto che debole e inadeguata per via di una condotta introversa e appartata. La gente comune ha l’ abitudine piuttosto scorretta di formulare facili giudizi che conducono puntualmente in errore, e che si tramutano rapidamente in convinzioni che con il tempo si fanno sempre più difficili da contrastare. Il più delle volte, i punti di vista, le opinioni e le illusioni riescono a divenire più potenti dei fatti reali, ma per fortuna ci troviamo sovente di fronte ad individui molto speciali che, inizialmente incompresi e sottovalutati, riescono a superare e vincere con onore i vari pregiudizi nei loro confronti, manifestando all’ occorrenza grandi doti di forza e coraggio con le quali riescono a stupire ampiamente l’ ambiente circostante.
Tutto questo fu senz’ altro vero nel caso di re Giorgio VI di Gran Bretagna, figlio secondogenito di Giorgio V, un uomo che nella prima parte della sua vita venne giudicato in modo piuttosto ingiusto, essendo visto come uno scialbo ometto privo della personalità adatta ad un membro di uno dei più prestigiosi e rispettati casati della storia, e che con la rinuncia al trono da parte del fratello maggiore, Edoardo VIII, evento sconvolgente che ebbe luogo proprio nel periodo in cui il Bolscevismo e il Nazismo allungavano i loro malevoli tentacoli sull’ Occidente per poi affacciarsi al mondo, ponendo i monarchi europei sull’ orlo del precipizio, venne chiamato a guidare l’ Impero britannico nell’ ora più buia della sua storia. Lui stesso non aveva molta stima di sé, non si sentiva portato per essere un sovrano: soffriva di una fortissima balbuzie, era timido e viveva un costante conflitto con il mondo che lo circondava, non era molto forte fisicamente, e si sentiva privo del talento e della sicurezza che invece aveva sempre molto ammirato nel fratello. Eppure, nei suoi quindici anni di regno fu capace di un vero e proprio miracolo: se al tempo della sua incoronazione la Corona era instabile a causa di determinati movimenti antimonarchici che sfruttavano abilmente le vicende personali dell’ abdicatario Edoardo, che aveva pensato di poter agire al di sopra delle regole e per sé stesso proprio mentre la nazione era alle prese con un nemico mortale che avrebbe persino osato un’ invasione, lui si mise personalmente al servizio della nazione, concependo la regalità come un dovere, fortemente convinto dell’ imparzialità del suo ruolo nei confronti della politica e della netta distinzione tra sfera pubblica ed istituzionale e quella privata, in cui comunque sentiva di dover dare il buon esempio al popolo. Conscio del forte valore simbolico del proprio ruolo di fronte all’ intera nazione, senza distinzioni sociali, divenne una vera icona per genti e generazioni distanti e differenti tra loro, superando insperatamente scandali e guerre. Quest’ uomo così pacato e comune, divenuto re controvoglia, vinse sia la propria intensa battaglia personale quanto quella a beneficio del Paese, che guidò con grande onore, precisione e costanza, passando alla storia come un uomo forte e coraggioso, un vero eroe che ancora oggi riceve grande apprezzamento e stima da tutto il mondo.
Bertie in giovane età;

Albert Frederick Arthur George nacque il 14 dicembre 1895 a Sandringham House, amata residenza di campagna della famiglia reale britannica nella contea di Norfolk, figlio del duca Giorgio di York, il secondo e il maggiore dei figli sopravvissuti del principe Edoardo di Galles, l’ erede al trono, e della principessa Maria di Teck, appartenente al casato germanico dei Von Teck. Alla sua nascita era il quarto nella linea di successione al trono, venendo dopo il nonno, il padre e il principe David, suo fratello maggiore, di appena un anno più vecchio, mentre il trono britannico era occupato dalla bisnonna paterna, la celebre e rispettata Vittoria, l’ ultima sovrana di Casa Hannover, a sua volta di provenienza tedesca.

Essendo nato il 14 dicembre, anniversario della morte del suo bisnonno paterno, Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, l’ amatissimo principe consorte di Vittoria, altro esponente della nobiltà germanica, venne chiamato Albert: la nonna materna, la principessa Maria Adelaide di Cambridge, non disapprovò mai questo particolare nome, scrivendo che si augurava che avrebbe utilizzato l’ ultimo, Giorgio.
Bertie, a sinistra, con la madre Maria e David;

Come comunemente avveniva nelle famiglie più altolocate del tempo, soprattutto se appartenenti alla nobiltà, i suoi genitori furono spesso lontani da lui e dai fratelli, non potendo assisterli nella loro crescita in quanto tenuti a viaggiare molto sia per la Gran Bretagna che per l’ Impero al fine di confermare con le proprie apparizioni la simpatia della sudditanza nei riguardi della Corona. Le bambinaie e i precettori svolsero quindi nei suoi riguardi le principali funzioni genitoriali ed educative fin dalla più tenera età.
Fin dai suoi primi anni, Albert, chiamato informalmente «Bertie» in famiglia, venne abitualmente descritto come timoroso e incerto nelle sue azioni. Soffrì di problemi cronici di stomaco e di una leggera deformazione alle ginocchia che il padre corresse imbrigliandolo in dolorose steccature correttive da portare giorno e notte. Nato mancino, venne forzato a scrivere con la mano destra. Soprattutto, soffriva di una spiccata balbuzie, che molto influì sui suoi tormenti interiori e sulle sue relazioni personali: si sentiva inadeguato, un debole e un incapace. Timido e impacciato, eppure capace di scoppi d’ ira estremamente violenti come tutte le persone pacate, venne scambiato per indeciso e stupido. Giorgio non fu mai tenero o affettuoso con lui, anzi, lo trattò sempre con grande severità, come faceva con il figlio maggiore, David. Noto come genitore assai rigido, tanto che i suoi figli erano terrorizzati da lui, pare che un giorno abbia confidato a Edward Stanley, XVII conte di Derby: «Mio padre era terrorizzato da sua madre, io sono stato terrorizzato da mio padre, e sono dannatamente desideroso di vedere che i miei figli siano terrorizzati da me.». In realtà non vi è alcuna fonte diretta di questa citazione, ma si tende a pensare che il principe ereditario semplicemente seguisse l’ allora abituale stile di educazione da impartire ai suoi figli.
Il padre, re Giorgio V;

Alla morte della regina Vittoria, avvenuta il 22 gennaio 1901, suo nonno salì al trono come re Edoardo VII, mentre il padre divenne il secondo nella linea di successione al trono. Dal 1909 frequentò il Royal Naval College di Osborne come cadetto della Royal Navy. Si dimostrò poco propenso agli studi, che comunque, ligio a i suoi doveri, affrontò con perseveranza. Il 6 maggio 1910, dopo appena dieci anni di regno, re Edoardo morì e il figlio gli succedette come Giorgio V. Il principe Albert divenne quindi il secondo in linea di successione. Arrivato ultimo della classe nell’ esame finale, si qualificò al Royal Naval College di Dartmouth nel 1911. Entrò in servizio il successivo 15 settembre 1913, e un anno dopo prese parte alla Grande Guerra, con il nome in codice di Mister Johnson, seguendo le azioni militari dalla torretta di avvistamento della HMS Collingwood, mentre la nave da guerra era impegnata in guerra contro la flotta tedesca nella battaglia dello Jutland, azione inizialmente indecisa che poi si rivelò una vittoria strategica per la Gran Bretagna. Tuttavia, in seguito il principe non poté seguire molte altre azioni del conflitto mondiale in quanto si ammalò di ulcera duodenale.
Nominato ufficiale in carico nella Royal Naval Air Service a Cranwell nel febbraio del 1918, con la fondazione della Royal Air Force due mesi dopo passò in questo nuovo corpo d’ arma, venendo nominato comandante del quarto squadrone a Cranwell, in cui rimase fino all’ agosto del 1918, prestando servizio durante le ultime settimane di guerra nel gruppo dirigenziale della Independent Air Force, che aveva il suo quartier generale in Francia, a Nancy. A seguito dello scioglimento della Independent Air Force nel novembre del 1918, tornò alla Royal Air Force.
David, il fratello maggiore;

Nel 1919, ad un anno dal termine del conflitto, che la nazione aveva vinto con onore, frequentò il Trinity College di Cambridge, studiando storia, economia e diritto civile per un anno. Nel 1920 fu nominato dal padre duca di York e conte di Inverness, e da quel momento iniziò ad occuparsi degli affari di corte, rappresentando re Giorgio nella visita di alcune miniere di carbone, fabbriche e cantieri ferroviari, ottenendo il soprannome di «Principe Industriale».
Era profondamente legato al fratello David, con cui faceva fronte comune contro i genitori. Lo ammirava sinceramente, e forse lo invidiava perché era bravissimo nello stare con la gente e nel comunicare in pubblico, mentre lui era contento di restarsene defilato, in disparte. Si volevano bene e si rispettavano. David era estremamente popolare, un vero fenomeno mediatico. Era bello, distinto, elegante, ricco di stile. Curato nei minimi dettagli, eccentrico ma sempre rispettoso e adeguato ai compiti che doveva assolvere e agli ambienti frequentati, sapeva parlare in modo eccezionale, e riusciva a stare molto bene davanti ai microfoni. Analogamente a lui, fin da ragazzo Bertie fu un accanito fumatore, arrivando presto a fumare quotidianamente decine di sigarette anche nella convinzione, avallata dai medici, che l’ atto di inspirare fumo rilassasse la laringe stimolando la fiducia in sé stesso.
Bertie e Elizabeth Bowes-Lyon;

Nel 1920, Bertie fu invitato ad un ballo da Elizabeth Bowes-Lyon, appartenente ad un’ elegante famiglia scozzese, nona dei dieci figli di Claude Bowes-Lyon, XIV conte di Strathmore e Kinghorne, e Cecilia Cavendish-Bentinck, che discendeva dal Primo ministro William Henry Cavendish-Bentinck, III duca di Portland, e dal Governatore generale dell’ India Richard Wellesley, a sua volta fratello minore di un altro Primo ministro, Arthur Wellesley, I duca di Wellington e celebre vincitore di Napoleone a Waterloo nel 1815. Ne rimase profondamente colpito, al punto da volerla sposare. Si propose per la prima volta un anno dopo tramite un intermediario, come si soleva allora, ma lei rifiutò ritenendo di essere inadatta al ruolo di duchessa. Peraltro, pur trovandolo simpatico, era incerta per la sua balbuzie. Nel 1922, lei partecipò come damigella d’ onore al matrimonio della principessa Mary, sorella di lui, che un mese dopo domandò nuovamente la sua mano, ma lei rifiutò nuovamente: «Mai... ho paura di non poter essere libera di pensare, parlare e agire come vorrei davvero.». Determinato più che mai a sposarla, Albert decise di fare da solo, chiedendole personalmente di sposarlo e dicendo che non avrebbe maritato nessun’ altra: lei finalmente acconsentì, malgrado le sue perplessità sulla restrittiva vita di corte. Subito dopo, la regina Maria la andò a trovare, essendo curiosa di vedere con i propri occhi la ragazza che aveva rubato il cuore del figlio, e pur rifiutandosi di interferire nella loro relazione si convinse che fosse la donna ideale per lui. Il fidanzamento venne ufficialmente annunciato nel gennaio del 1923, e la coppia si sposò il successivo 26 aprile nell’ abbazia di Westminster. Il matrimonio ebbe grande risalto sui giornali, e venne interpretato come un grande segnale di rinnovamento e modernità. Era infatti la prima volta da secoli che un principe britannico sposava una nobildonna di rango non elevato, non appartenente ad un casato reale: i principi reali, infatti, si sposavano con altre principesse europee di sangue reale. Peraltro, contravvenendo alle tradizioni ma con un gesto che venne molto apprezzato, la sposa lasciò il bouquet sulla tomba del Milite Ignoto, dove si trova tuttora, e che tutti i cortei evitano con cura di calpestare.
I duchi di York e le figlie;

I duchi di York rifiutarono cordialmente la sistemazione che il sovrano aveva trovato per loro a Richmond Park, in una residenza gradevole ma antiquata, e preferirono andare a vivere al 145 di Piccadilly, una delle vie più famose e trafficate di Londra, in un palazzo di quattro piani da cui si vedevano le mura del parco di Buckingham Palace, con il retro del palazzo sullo sfondo. In esso vivevano un po’ più stretti, ma in modo soddisfacente. La loro servitù comprendeva un accompagnatore, una governante, la cameriera personale della duchessa, il valletto del duca, due lacchè, tre cameriere, un cuoco e due aiutanti di cucina, una bambinaia e la sua assistente, un fattorino e un guardiano notturno: nulla di straordinario per i livelli dell’ epoca, dal momento che per i nobili, i banchieri e gli uomini d’ affari di alto livello questo personale era considerato il minimo indispensabile.
Elizabeth ebbe un ruolo molto importante nella vita di Bertie. Era una donna sempre allegra e molto forte, perfettamente adatta ad un ruolo pubblico. I due facevano squadra, con lui che si appoggiava costantemente a lei e alla sua forza e sicurezza. Sembrava tenera, dolce e mite, ma era aveva un gran carattere. Lo sosteneva con convinzione, sebbene la cosa le risultasse spesso difficile. Ogni volta che lui balbettava in pubblico, lui incrociava lo sguardo di lei, che lo guardava con la speranza che quel momento passasse il più velocemente possibile. Pur consapevole che la sua timidezza e la laconicità lo facevano apparire molto meno impositivo in confronto a David, come figlio minore del regnante si sentiva tranquillo al pensiero di non dovergli succedere sul trono, evitando in tal modo tutte le pesanti e continue responsabilità che ne comportavano, limitandosi ai suoi piccoli doveri reali, che non erano eventi pubblici di grande peso, come l’ andare in visita alle fiere, alle fabbriche e ai campi per ragazzi. Amava tenersi in forma con sport come il tennis, e quando parlava in pubblico lo si vedeva concentrarsi e cercare di calmarsi, con pause che sembravano eterne davanti a folle vaste che pendevano dalle sue labbra. Soprattutto, quando parlava, aveva grossi problemi con i suoni articolati nella parte posteriore del cavo orale, e in modo particolare gli era quasi impossibile articolare la parola king, ossia «re», e non solo per problemi meccanici: tale termine gli faceva venire in mente il padre e l’ incredibile mole di doveri e responsabilità a cui forse nessun uomo di sua conoscenza si sarebbe mai offerto volontariamente. Tuttavia, su richiesta di re Giorgio, il 31 ottobre 1925 dovette tenere il discorso di chiusura alla British Empire Exhibition, presso lo stadio di Wembley, di fronte ai rappresentanti e agli sportivi dei cinquantotto domini e colonie britannici, il risultato fu straziante: totalmente terrificato, non riuscì praticamente a parlare, creando imbarazzo nella platea.
Lionel Logue;

Oltre ad essere la sua consigliera e assistente, aiutandolo nella composizione dei suoi documenti ufficiali, Elizabeth fu fondamentale anche sullo spinoso fronte del rimedio alla balbuzie. Dopo che lui si era rivolto a moltissimi specialisti di elevato prestigio e formazione, nessuno dei quali aveva saputo risolvere il problema, la duchessa nel 1926 fece qualche ricerca e venne inaspettatamente a sapere di uno scienziato e logopedista australiano, Lionel Logue, che aveva uno studio per il trattamento delle disfunzioni del linguaggio al numero 146 di Harley Street. Nato a Adelaide, capitale dell’ Australia Meridionale, e trasferitosi con la famiglia a Londra nel 1924, Logue era un personaggio del tutto fuori del comune: mosso dalla passione per la lingua di William Shakespeare, era un attore non professionista fallito, e in conseguenza di ciò aveva iniziato ad esercitare come insegnante di dizione. Non era medico, e neppure vantava un’ istruzione particolare, ma aveva accumulato una notevole esperienza nel campo della logoterapia lavorando con i reduci australiani della Grande Guerra, che al ritorno dal fronte europeo erano traumatizzati, soffrivano di spasmi, paralisi isteriche alle gambe e altri disturbi come psicosi traumatiche e impedimenti di linguaggio. Logue imparò moltissimo lavorando con loro, divenendo un pioniere dell’ approccio psicoterapeutico, che allora era poco considerato, e addirittura visto con un certo scetticismo: in quel tempo si pensava che la balbuzie fosse dovuta semplicemente a idee confuse, e che limitandosi ad un approccio meccanico le parole sarebbero certamente uscite. Conosceva l’ anatomia, la terapia muscolare, la respirazione e vari esercizi come il rotolarsi per terra, il tirare pugni in aria, fare movimenti particolari e ripetere vocali. Sapeva che il problema dei balbuzienti non era solo fisico, ma soprattutto psicologico, quindi riportandoli al momento del trauma e facendoglielo esprimere li avrebbe aiutati efficacemente.
Bertie e Logue, un rigido membro di Casa Windsor e un suddito alla buona che non si intendeva di etichetta, strinsero un legame molto speciale, un rapporto di vera e propria amicizia tutt’ altro che scontato per varie ragioni. Prima di tutto, in quel tempo l’ Australia era un luogo sconosciuto alla maggior parte del popolo britannico, che nei suoi riguardi esprimeva un atteggiamento piuttosto imperialistico, guardando gli australiani come persone strane. In secondo luogo, in Gran Bretagna la monarchia era, ed è tuttora, un’ istituzione solenne e rispettata, quindi i membri della famiglia reale erano tutti trattati con estremo riguardo, secondo una precisa e particolareggiata etichetta da rispettare con la massima diligenza. In quanto australiano, Logue non aveva mai incontrato barriere sociali del genere nel corso della sua vita, quindi raggiungere Londra e trovarsi davanti alla barriera sociale più solida di tutte fu un’ esperienza davvero insolita per lui. Uomo sfaccettato e pragmatico, non fu indifferente al prestigio del suo nuovo cliente: ne era in soggezione, ma non al punto da lasciarsi condizionare, e non sentì mai il dovere di doverlo trattare come un membro della famiglia reale, volendo privilegiare un rapporto paritario e sincera amicizia, nella convinzione che la chiave fosse nel fargli capire che un amico lo avrebbe ascoltato e accompagnato nel lungo sentiero atto a ritrovare la sua voce. Evitò persino di chiamarlo «Altezza Reale» o «Sir», volendo usare il nome Bertie, ignorando altre forme protocollari come il sedersi ad una certa distanza, nel desiderio di abbattere ogni barriera. Bertie venne quindi salvato dall’ amicizia e dalla sicurezza in sé stesso, più che dalle cure e dalle rivelazioni scientifiche. La sua amicizia con Logue, che pretendeva di essere chiamato Lionel, fu un rapporto davvero avvincente. L’ australiano, guaritore di natura, proveniente da un clima di apertura e semplicità, capiva la psicologia delle persone e sapeva infondere sicurezza in ogni paziente, aiutandolo a migliorare l’ oratoria e anche a sviluppare un rapporto di amicizia con un’ altra persona. Era molto premuroso, affezionato ed appassionato, e seppe rendere tutto più facile a coloro che prendeva in carico, soprattutto Bertie, abituato com’ era alle pressioni tipiche della propria famiglia e a corte, animate com’ erano da un’ imponente tradizione millenaria. Il loro rapporto, che per ragioni di rango non avrebbe mai avuto luogo in condizioni normali, era forse alimentato proprio dalla sua unicità. Sebbene molto probabilmente Logue non riuscì mai ad abbattere del tutto la barriera dell’ etichetta reale, si pensa che nessuno da allora sia più riuscito ad arrivare fin dove poté spingersi lui.
Grazie agli esercizi quotidiani, in breve tempo Bertie migliorò moltissimo il proprio eloquio, superando ampiamente i problemi originari, potendosi persino mettere alla prova nel 1927 con il tradizionale discorso di apertura del Parlamento australiano, che fu un vero successo in quanto poté parlare solo con una piccola esitazione emotiva.
Giorgio V tiene via radio il discorso natalizio nel 1934;

Albert ed Elizabeth ebbero due figlie, Elisabetta, detta Lilibet, nel 1926, e Margaret, nel 1930. Pur essendo spesso assente per i suoi doveri reali, Bertie amava moltissimo la vita famigliare, dimostrandosi assai premuroso e divertente. Non aveva un grande senso dell’ umorismo, ma vantava uno spiccato senso del divertimento, condiviso dalla moglie. Insegnò alle bambine ad andare a cavallo nei parchi presso il castello di Windsor e a Sandringham House, giocava con loro a carte e risolveva sciarade. Elizabeth in particolare gli lasciò una serie di toccanti lettere recanti una serie di suggerimenti da seguire se fosse morta all’ improvviso. In una di esse consigliava come comportarsi con le figliolette: «Non ridicolizzare mai le bambine o ridere di loro. Quando dicono cose buffe sono sempre del tutto innocenti. Devi sempre rivolgerti e parlare pacatamente ai bambini. Ricordati di come tuo padre, gridandoti addosso e facendoti sentire a disagio, ha perduto il tuo affetto. Nessuno dei suoi figli gli è amico.». Molti storici pensano che la famiglia reale britannica abbia generato i peggiori padri di tutti i casati regnanti, tuttavia Bertie seppe essere uno splendido genitore, in parte per volersi distinguere dal proprio padre e in parte grazie alla moglie. Si riferiva sempre alla propria famiglia come a «noi quattro», un gruppo fortemente unito e solidale.
Sandringhram House;

Quando il 20 gennaio 1936 re Giorgio morì e il principe David salì al trono come Edoardo VIII, il clima nella famiglia reale mutò improvvisamente. Tutti erano nervosi, in quanto si percepiva qualcosa che non andava come avrebbe dovuto. In Europa, i regimi totalitari sovietico, fascista e nazionalsocialista si rafforzavano e si espandevano complicando i già precari equilibri interni del Vecchio Mondo, tuttora sconquassati dal terremoto politico, diplomatico e militare della Grande Guerra. Peggio ancora, il nuovo re non si preoccupava minimamente di nascondere la propria ammirazione per Hitler, e da anni era al centro di un animato dibattito vista la sua tendenza a frequentare donne sposate, suscitando le critiche della società tradizionalista in quanto come sovrano sarebbe stato anche Governatore Supremo della Chiesa anglicana, secondo una tradizione risalente al 1534, durante il regno di Enrico VIII, e aggravò ulteriormente la situazione annunciando che sarebbe salito al trono accompagnato dall’ attuale compagna, Wallis Simpson, una donna statunitense moglie dell’ uomo d’ affari Ernest Aldrich Simpson, e che in precedenza era già stata sposata con il pilota della US Navy Earl Winfield Spencer Junior, da cui aveva divorziato nel 1927. Sua amante dal 1934, la Simpson aveva fama di essere una persona molto venale e un’ arrampicatrice sociale, e Edoardo manifestò la ferma intenzione di sposarla ufficialmente. A causa dei pregiudizi radicati sul conto degli statunitensi risalenti all’ indipendenza del 1776, dell’ origine non aristocratica e del burrascoso passato matrimoniale di lei, la relazione fu fortemente ostacolata da tutti, soprattutto dalla famiglia reale, dal governo e dal Parlamento: la Simpson era sposata di fronte a Dio con il suo primo marito, mentre Edoardo ne era l’ amante-concubino, e tale sarebbe rimasto anche a seguito del matrimonio. Si aprì quindi una grave crisi costituzionale che preannunciava serie difficoltà per la Corona. Sir Winston Churchill reputava disastrosa l’ idea che un’ «imperatrice della notte» divenisse regina consorte della Gran Bretagna, e sottolineava spesso il fatto che quando sarebbe scoppiata la guerra con la Germania sarebbe servito un regnate saldo e ineccepibile dietro al quale la nazione potesse schierarsi. Il 16 novembre 1936, il sovrano convocò a Buckingham Palace il Primo ministro, Stanley Baldwin, comunicandogli la propria intenzione di sposare la divorziata statunitense, ma il capo di governo gli fece nuovamente presente che il popolo non avrebbe approvato il matrimonio, rifiutando l’ idea di avere la Simpson come regina: qualora avesse deciso di procedere con i suoi propositi, il governo si sarebbe dimesso in massa. Stanley Bruce, High Commissioner australiano a Londra, fece a sua volta sapere che la sudditanza avrebbe provato orrore nell’ apprendere chi sarebbe stata la nuova sovrana, mentre John Buchan, Governatore generale del Canada, andò oltre affermando che nonostante il grande affetto che nutriva per il re, i canadesi si sarebbero sentiti insultati dal fatto che questi sposasse una donna divorziata, con due ex mariti ancora viventi. Di fronte a tanta opposizione, Edoardo rispose che non avrebbe rinunciato a sposare la sua compagna, e che se questo avesse comportato dimissioni e disordini sarebbe stato pronto ad andarsene al posto di tutti gli altri.
Alla fine, il 5 dicembre 1936, il re richiese di rivolgersi al popolo via radio, annunciando che avrebbe abdicato e sposato Wallis. Appena cinque giorni dopo, a Fort Belvedere, firmò l’ atto ufficiale alla presenza dei fratelli Albert, Henry e George, e il giorno seguente parlò nuovamente alla radio chiarendo ancora una volta i motivi che lo avevano portato alla sua scelta, affermando che non avrebbe potuto ottemperare ai suoi doveri di re senza il supporto della donna che amava.
L’ ex re Edoardo VIII e Wallis Simpson il giorno delle nozze;

Sovrano per quasi undici mesi, Edoardo VIII lasciò il mondo a bocca aperta con la propria rinuncia al trono. Fu il solo monarca britannico ad aver abdicato in mille anni di storia, peraltro per ragioni sentimentali. Per la nazione fu un colpo durissimo, mentre per la nobiltà e le corti reali di tutta Europa fu un fulmine a ciel sereno. Se in tutto il mondo equivalse ad un evento drammatico e seguito per ragioni ugualmente distribuite tra la politica e il pettegolezzo, per Bertie fu un fardello estremamente pesante da accettare: come figlio secondogenito era sempre stato sotto gli occhi di tutti, obbligato a tenere discorsi e presenziare a certi eventi, ma se aveva vissuto tutto questo come un tormento, essendo privo della sicurezza del fratello, ora lo aspettava un cimento infinitamente peggiore. Edoardo agì senza pensa minimamente alle conseguenze che la sua abdicazione avrebbe avuto sul fratello minore: per lui era solo una scelta personale, una cosa giusta per sé, un modo per coronare il proprio sogno d’ amore. Gettò il fratello impedito in prima linea proprio ora che la guerra era alle porte, addossandogli l’ ultima cosa che avrebbe mai desiderato. Il loro rapporto si incrinò per sempre. Peraltro, prima di uscire di scena e lasciare la Gran Bretagna, cercò molto opportunamente di ottenere tutto quello che poteva da lui, come ad esempio un titolo per Wallis. Non esitò a mettere il fratello sotto pressione, abusando del loro rapporto. Da allora i rapporti tra loro si fecero insanabili. La Regina Madre, Maria, pur sensibile al bene di Edoardo, non comprese mai perché avesse preferito mettere i propri sentimenti personali davanti al suo dovere reale, e non lo perdonò mai per questa diserzione, al punto da non desiderane più il ritorno in Gran Bretagna.
Giorgio VI e la famiglia reale il giorno dell’ incoronazione;

La vita di Bertie mutò radicalmente. La sera del 10 dicembre 1936 tornò a casa, con la moglie Elizabeth a letto, travolta dalle emozioni della giornata. Le due bambine, che lo aspettavano, gli fecero il curtsy, l’ inchino dovuto ai sovrani che avevano imparato a fare ai nonni e allo zio: lui le abbracciò piangendo, comprendendo solo in quel momento lo straordinario, inatteso e indesiderato cambiamento che aveva influito per sempre sulla sua vita e quella della famiglia. Salì al trono assumendo il nome di Giorgio VI, per enfatizzare la continuità nominale con suo padre e incoraggiare i sudditi a recuperare la fiducia perduta nella monarchia a seguito dello scandalo. Elizabeth, nuova regina consorte, definì quello a Buckingham Palace il peggiore trasloco della sua vita: in quel tempo il palazzo era decrepito, con i cavi elettrici penzolanti nelle sale, gli interminabili corridoi, le stanze fredde e piene di topi. Valletti e domestici andavano e venivano in continuazione, ma l’ uomo che la impressionò di più fu l’ addetto alla disinfestazione, che incontrava spesso carico di trappole e dispositivi micidiali per topi, scarafaggi e insetti.
Obbligato a titolare il fratello abdicatario, Giorgio gli confermò il titolo di «Altezza Reale», nominandolo poi duca di Windsor. Edoardo partì alla volta della Francia e sposò la Simpson sei mesi dopo, il 3 giugno 1937. Il monarca vietò all’ intera famiglia di partecipare al matrimonio.

Re Giorgio si erse a massima autorità dell’ Impero britannico nella sua ora più buia. La costituzione non gli riconosceva molte funzioni: non poteva imporre una tassa, dichiarare una guerra e neppure scegliere il Primo ministro. Il suo impegno era parlare, e quando lo faceva la nazione credeva che lo facesse a suo nome. Il valore della sua esistenza e della sua attività era proprio questo. Soprattutto, da poco più di un decennio la radio si stava diffondendo come mezzo di comunicazione di massa, quindi come monarca se ne sarebbe dovuto servire per rivolgersi a milioni di persone sparse in oltre un quarto del pianeta. Suo padre era stato il primo re britannico a parlare in diretta via radio. I futuri monarchi avrebbero avuto la comodità e il vantaggio di registrazioni editate tramite nastro, ma allora lui avrebbe dovuto parlare dal vivo a tutto l’ Impero, e per quanti progressi avesse compiuto, la sua balbuzie era ancora leggermente presente, ragion per cui temeva una ricaduta che l’ avrebbe reso inutile e indegno di fiducia e rispetto. Nella nazione serpeggiava il timore che non sarebbe stato all’ altezza del suo compito, tanto che un giornale dell’ epoca sostenne apertamente che i sudditi dubitavano che potesse farcela, e che molti erano certi che sarebbe stato così fuori luogo da abdicare a sua volta. La monarchia era instabile, l’ abdicazione di Edoardo l’ aveva scossa profondamente dando forza ai vari movimenti politici antimonarchici, che quasi le inchiodarono il coperchio della bara insistendo sulle scomode faccende familiari appena accadute. Ma Giorgio si impegnò a fondo per salvare la Corona, applicando tutto sé stesso nella convinzione che un re sia al servizio del popolo, per nessuna ragione autorizzato ad agire al di sopra delle regole.
Il discorso del re allo scoppio della guerra con la Germania;

Incoronato il 12 maggio 1937, data inizialmente prevista per Edoardo, si misurò con un’ esperienza dal forte coinvolgimento emotivo. La British Broadcasting Corporation aveva infatti organizzato la trasmissione in diretta del discorso del re, preparato con largo anticipo e registrato anche su un disco, per ogni evenienza, in tutto il Regno Unito e nell’ Impero. Per Giorgio fu un impegno logorante, ma di grande successo: «E’ con tutto il cuore che vi parlo questa sera. Mai prima d’ ora un re appena incoronato ha potuto parlare a tutto il suo popolo nelle sue case nel giorno dell’ incoronazione. La regina e io auguriamo salute e felicità a tutti voi. Non trovo le parole per ringraziarvi dell’ affetto e della lealtà alla regina e alla mia persona. Vi dico solo che, se negli anni futuri potrò darvi prova della mia gratitudine nel servirvi, sarà questo il modo che più d’ ogni altro sceglierò. La regina e io serberemo sempre nei nostri cuori l’ ispirazione che viene da questo giorno. Che possiamo essere sempre degni della benevolenza che con orgoglio credo ci circondi dall’ inizio del mio regno. Vi ringrazio di cuore, e che Dio vi benedica.».

In Gran Bretagna, ormai, si percepiva sempre più vicina la guerra contro la Germania nazista. Il re era costituzionalmente affidato alle parole del nuovo Primo ministro, Neville Chamberlain, succeduto a Baldwin, dimessosi ad un giorno dall’ incoronazione di Giorgio VI in quanto incolpato di eccessiva docilità nei confronti dell’ Italia fascista e della stessa Germania. Dopo gli accordi di Monaco del 1938, Giorgio ed Elizabeth si servirono del capo di governo anche come figura di riferimento per la popolazione, favorendo un’ interazione sociale e pubblica tra la Corona e i politici, dal momento che la classica apparizione al balcone di Buckingham Palace era riservata unicamente ai membri della famiglia reale.
Allo scoppio della guerra, il 1° settembre 1939, il re e la regina consorte divennero veri e propri simboli viventi della resistenza nazionale. Contrariamente al parere del governo, fecero testamento e scelsero di rimanere in terra britannica anziché cercare la salvezza in Canada, mandando le figlie al sicuro presso il castello di Windsor. Ufficialmente rimanevano stabilmente a Buckingham Palace, sebbene trascorressero le notti prevalentemente al castello di Windsor per ragioni di sicurezza dopo i primi bombardamenti, di cui vissero in prima persona il dramma con lo scoppio di una bomba proprio all’ interno della reggia.

Nel 1940, dopo l’ invasione nazista della Norvegia, Chamberlain si dimise dalla carica di Primo ministro, ritenendo necessario un governo di larghe intese, e consapevole che nessuno tra i liberali e i laburisti avrebbero appoggiato un esecutivo guidato da lui. Venne succeduto da Sir Winston Churchill. Durante la guerra il sovrano fu costantemente in prima linea, prodigandosi intensamente e senza sosta al fine di tenere alto il morale della popolazione: si dice che la moglie del Presidente degli Stati Uniti, Eleanor Roosevelt, apprezzando sinceramente il gesto, si sia adoperata in prima persona nell’ organizzare spedizioni di cibo alla reggia britannica. Re Giorgio si rivolse spesso via radio, e finalmente con una parlata dignitosa e raffinata, ai sudditi in terra britannica e in tutto l’ Impero al fine di esaltarli al patriottismo davanti a un minaccioso nemico, senza tuttavia mai scagliarsi contro di esso, invitando il popolo all’ unità e al sacrificio per difendere i valori tradizionali su cui il Paese poggiava: responsabilità, coraggio, abnegazione e decoro, virtù che, come disse, erano indispensabili non solo per governare, ma per sopravvivere. Lionel Logue gli fu accanto in tutti i discorsi, guidandolo come un direttore d’ orchestra. Tramite le sue trasmissioni, Giorgio poté finalmente smentire gli ingiusti giudizi che gli erano sempre stati mossi contro, dimostrando di essere una guida esemplare, un uomo di grande forza, di animo assai rigoroso e devoto al dovere. Il monarca giusto al momento giusto. Fu anche grazie alla moglie se seppe essere un buon sovrano, non soltanto un buon padre, tanto che si dice che Hitler l’ abbia definita «la donna più pericolosa d’ Europa».
Nel 1944, nominò Logue Comandante dell’ Ordine Reale Vittoriano: questo alto onore da parte di un re riconoscente rese il logoterapista australiano parte del solo ordine di cavalleria che premia specificatamente atti di servigi personali al monarca.
Il saluto del re e del Primo ministro, 8 maggio 1945; 

La Seconda Guerra Mondiale si concluse dopo sei lunghi anni, nel 1945, con la vittoria britannica e statunitense a danno della Germania. L’ 8 maggio 1945, Giorgio, idolatrato dalla sudditanza per il ruolo che aveva svolto, invitò Churchill ad apparire con lui e la famiglia reale sulla balconata di Buckingham Palace: fu il momento più importante del suo regno e il culmine della sua popolarità.
Ora che il devastante conflitto era finalmente cessato, il sovrano fu tra i principali promotori della ripresa economica e sociale della Gran Bretagna, sebbene proprio in quel momento l’ Impero si avviò sulla via della decadenza, dopo aver già dato i primi segni di cedimento nel 1926, dopo la Dichiarazione di Balfour, quando i vari domini britannici iniziarono ad essere conosciuti con il nome di Commonwealth delle Nazioni, nuova grande entità formalizzatasi con gli Statuti di Westminster del 1931. Il tramonto della potenza coloniale britannica subì un duro colpo nel 1947 con l’ indipendenza dell’ India e della secessione del Pakistan, fatto che rese re Giorgio l’ ultimo imperatore d’ India, nonché l’ ultimo monarca europeo che potesse vantare il titolo imperiale. L’ Irlanda, che nel 1937 aveva ottenuto la piena indipendenza, nel 1949 divenne una Repubblica indipendente, lasciando addirittura il Commonwealth. Tuttavia, al sovrano venne riconosciuto il titolo di capo dell’ organizzazione intergovernativa, che ancora oggi spetta ai suoi successori.
Giorgio e il nipote, il principe Carlo;

Tra la fine della guerra e gli inizi degli Anni Cinquanta, la precaria salute di Giorgio si aggravò notevolmente, soprattutto di fronte alle intense e costanti responsabilità del trono, alla tensione procurata dalla guerra e alla sua forte attitudine di fumatore. Nel settembre del 1951 gli fu diagnosticato un tumore maligno, che peraltro gli portò una forma di arteriosclerosi, tuttavia volle continuare ad esercitare al meglio le proprie funzioni reali.
Malgrado il suggerimento dei medici, il successivo 31 gennaio 1952 volle recarsi all’ aeroporto per salutare la figlia Elisabetta, in partenza insieme al consorte Filippo per un viaggio in Australia con tappa in Kenya: era stato operato a un polmone, il suo cuore era debole e nelle ultime settimane il suo volto era diventato grigio e scavato, con gli occhi infossati che spesso guardavano nel vuoto. Subito dopo si trasferì all’ amata Sandringham House, dove le sue condizioni migliorarono sensibilmente. Il 5 febbraio andò a caccia con Elizabeth e la figlia Margareth, e al ritorno scherzò con loro. Cenò e si ritirò a letto, con il solito bicchiere di liquore al cioccolato sul comodino. Alle 7:30 del mattino dopo, il suo cameriere personale, in servizio da vent’ anni, andò a svegliarlo, ma non ricevette risposta: il re era morto nel sonno. Una telefonata partì immediatamente dalla residenza: «Hyde Park corner. Avvisate il governo.». Ogni prevedibile evento che riguardasse il sovrano e i membri della famiglia reale avevano un nome in codice, e «Hyde Park corner» annunciava la morte del monarca. Un assistente del segretario del sovrano si recò immediatamente a Londra, al 10 Dowing Street, la residenza del Primo ministro, e svegliò Churchill, ancora in camera da letto, annunciando la morte di re Giorgio: la notizia sconvolse profondamente lo statista, che pianse amaramente la morte del regnante appena cinquantaseienne, così fragile e coraggioso, che aveva vinto con lui la guerra contro il Führer.
L’ ultima foto di re Giorgio;

La preparazione dei funerali del re e della successione al trono iniziarono immediatamente. Elisabetta, ora regina con il nome di Elisabetta II, rientrò il giorno 7, incontrandosi dapprima con la nonna, la regina Mary, per poi recarsi a Sandringham House. Il successivo 11 febbraio un treno speciale portò la salma del re a Londra, per essere sposta al Westminster Hall, per l’ omaggio della sudditanza. Il settimanale statunitense Time scrisse: «Sotto il regno di Giorgio VI, i britannici si sono messi in coda per il cibo, il divertimento, i vestiti, le necessità e le ricompense della vita. Ora sono nuovamente in coda, per lo stesso re.». In appena tre giorni, trecentomila persone sfilarono davanti alla bara, e il 15 febbraio si tenne finalmente il funerale. Alle 9:30 il corteo si mosse mentre la campana del vicino Big Ben suonava cinquantasei rintocchi, come gli anni del defunto. A Hyde Park e alla Torre di Londra i cannoni spararono cinquantasei salve. La sfilata, lunga quasi due chilometri, attraversò lentamente il Mall, Piccadilly, Marble Arch, Edgware Road. Dietro alla bara del sovrano vi erano per la prima volta tre regine contemporaneamente: la madre Mary, la moglie Elizabeth e la figlia Elisabetta II, tutte e tre austere e impressionanti nel loro lutto, vestite di nero, con un velo che copriva il loro volto. Dietro di loro, vi erano il principe Filippo e gli altri parenti, incluso l’ ex re Edoardo, in alta uniforme della Royal Navy, il solo partecipante reputato fuori posto, additato come un disertore amico dei nazisti.
Alla stazione di Paddington, la bara fu caricata sul treno che l’ avrebbe condotta a Windsor, per essere seppellita nella St George’ s Chapel accanto a quelle del padre Giorgio V, del nonno Edoardo VII e degli avi Enrico VIII e Carlo I. Tra le corone di fiori, vi era quella di garofani bianchi inviata dal governo, la cui scritta sul nastro, dettata da Churchill, diceva semplicemente: «Al valore».
Il corteo funebre del re;

Quello di Bertie fu senza dubbio un grande viaggio soprattutto come persona, non soltanto come re. Fu la dimostrazione più evidente delle infinite capacità di una persona di crescere e superare i propri problemi, anche i più gravi. Per anni, il duca di York era stato affranto e vulnerabile, costantemente alle prese con un debilitante e frustrante impedimento che gli impediva di controllare la sua voce come avrebbe voluto, specialmente in pubblico, mentre in privato andava molto meglio. Generalmente considerato scialbo e debole, affrontò un grande viaggio personale giungendo splendidamente ad una grande meta impegnandosi duramente, meritandosi finalmente il controllo e sviluppando una sicurezza che non avrebbe mai neppure sospettato di raggiungere, divenendo uno dei migliori monarchi europei di cui si abbia tuttora il ricordo. La straordinaria vita e il regno di Giorgio VI, asceso al trono nel momento peggiore della storia della monarchia britannica, salvandola insperatamente dagli scandali e guidandola molto attivamente durante guerre e ricostruzioni, fu la conferma della straordinaria forza dell’ animo umano, una potenza che si annida spesso ignota in profondità, qualcosa che non può essere ingabbiato ma che si può gestire fino a cogliere risultati straordinari.

venerdì 13 ottobre 2017

Mafalda, il triste destino di una principessa

«Italiani, io muoio: ricordatevi di me non come una principessa ma come una vostra sorella italiana.» ultime parole della principessa Mafalda;
Mafalda di Savoia;

A seguito del referendum istituzionale del 1946, il Regno d’ Italia divenne una Repubblica. Per un lungo ventennio il regime fascista aveva soppresso numerose libertà in nome della sicurezza, e in appena sei anni la Seconda Guerra Mondiale aveva ridotto la raffinata Europa in un cumulo di macerie ricoperte di cadaveri, e l’ intera popolazione non chiedeva altro che voltare pagina il più velocemente possibile nella speranza che il futuro si rivelasse più sereno.
Molto si è detto e scritto sull’ era della Ricostruzione dell’ Italia, sostenendo peraltro le più diverse opinioni, ma per quanto riguarda Casa Savoia, la deposta famiglia reale indotta ad un esilio sancito dalla XIII Disposizione Transitoria della Costituzione repubblicana, calò una densa cortina del silenzio, talvolta infranta da giudizi molto severi animati più dall’ ideologia politica dominante del momento che da realistici ricordi storici. Oggi, tuttavia, si tende sempre più a chiedersi se fosse veramente necessario costringere al bando perpetuo Umberto II, il Re di Maggio, la moglie Maria José del Belgio e i giovanissimi quattro figli, peraltro requisendo l’ intero patrimonio dinastico situato entro i confini nazionali, dal momento che nessuno aveva mai pensato a rivalersi sui membri superstiti della famiglia di Benito Mussolini, ormai morto nel disonore e successivamente esposto a un disgustoso eccesso di spregio a Piazzale Loreto: la vedova Rachele Guidi, i quattro figli e i vari nipoti vissero una vita modesta e senza clamore sul suolo italiano senza mai dover rispondere di quanto compiuto dal Duce.
Vittorio Emanuele III fu senz’ altro connivente con il regime fascista, ma a questo proposito occorre ricordare il clima sociale e politico alla fine degli Anni Dieci e all’ inizio degli Anni Venti, reso assai precario dalla vittoria mutilata riportata con la Grande Guerra, dalla grande crisi economica e dall’ aggravarsi della paura comunista: in uno scenario del genere il Fascismo era effettivamente apparso come una garanzia di durevole stabilità, soprattutto agli occhi del sovrano che non aveva più le idee chiare su come procedere dal decisivo trionfo a Vittorio Veneto. Meno giustificabili furono invece l’ approvazione delle leggi fascistissime e la tolleranza nei confronti dell’ avvicinamento del Regno d’ Italia alla Germania, dell’ introduzione delle leggi razziali e dell’ entrata in guerra nonostante l’ antipatia più volte dimostrata verso Adolf Hitler.
L’ ondata di risentimento che il regnante lasciò dietro di sé fu tale che le correnti antimonarchiche, sia di destra che di sinistra, dipinsero facilmente i Savoia come un elemento negativo della storia italiana, inducendo più o meno intenzionalmente le nuove generazioni a confondere Monarchia con Fascismo.

Le guerre, come è noto, provocano vittime in ogni luogo e contesto sociale, e nel cupo conflitto avvenuto tra il 1939 e il 1945 anche Casa Savoia ebbe il suo martire: la principessa Mafalda, figlia secondogenita di Vittorio Emanuele ed Elena, arrestata dagli ufficiali nazisti per puro spirito di vendetta dal momento che il Führer si era sentito vilmente tradito dal monarca italiano, che aveva sostituito Mussolini con Badoglio e lasciato Roma per salvare le istituzioni dello Stato come un novello Pompeo in fuga da Cesare, promuovendo infine l’ Armistizio di Cassibile, con cui il Regno d’ Italia cessò ogni ostilità con gli Alleati.
Quello di Mafalda è un personaggio singolare, che il clima di propaganda antimonarchica non ha saputo fortunatamente scalfire.
Mafalda e il marito Filippo d' Assia;

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia nacque a Roma il 19 novembre 1902. Dotata di animo vivace e dolce, mite e obbediente, semplice e indulgente, era straordinariamente intelligente e colta, ricordata come benevola e amabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Dalla madre, Elena del Montenegro, ereditò il senso della famiglia, i valori umani e la passione per la pittura, il canto e l’ arpa. Devotissima cattolica, trascorse l’ infanzia in un ambiente più familiare che nobiliare, accanto alla madre e alle sorelle, denotando un temperamento piuttosto allegro, tanto che la regina la descriveva come la sola persona al mondo in grado di far ridere il re.
Durante la Prima Guerra Mondiale, la giovane principessa maturò un profondo senso di empatia per i bisognosi e i disagiati, e seguì la madre e le sorelle nelle frequenti visite ai soldati e agli ospedali, venendo coinvolta con entusiasmo nelle attività di conforto e cura alle truppe tanto care alla sovrana.

Donna di grande classe e finezza di tratti, guardò favorevolmente l’ ascesa del Fascismo, e il 23 settembre del 1925 sposò Philipp von Hessen-Kassel und Hessen-Rumpenheim, principe e langravio di Assia, da cui ebbe quattro figli nonostante la salute piuttosto cagionevole. Sposa e madre esemplare, per vivere accanto all’ amato consorte sopportò i rigori del clima tedesco finché i medici glielo impedirono. Nel 1930, il marito Philipp, eccitato dalle idee naziste, aderì al Partito. All’ indomani dell’ ascesa di Hitler alla Cancelleria di Berlino, nel 1933, fu nominato governatore della Provincia di Assia-Nassau, per poi ottenere un seggio nel Reichstag. In seguito divenne intermediario tra Mussolini e Hitler, e nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, divenne un distinto ufficiale delle SS.
Sul finire dell’ agosto 1943 la situazione politica e militare in Italia era sull’ orlo del baratro, e Mafalda, dotata di uno spirito sensibile, decise di partire per Sofia, in Bulgaria, nel desiderio di assistere la sorella Giovanna, il cui marito, il re Boris, era molto malato. Temendo che potesse eventualmente informare il marito, agli ordini del Führer nel suo quartier generale, il padre Vittorio Emanuele e nessun altro famigliare la mise al corrente dei molti pericoli e dei preparativi in corso atti ad aprire le trattative con gli Alleati, pertanto si mise in viaggio per la capitale bulgara, ma prima di arrivare a destinazione fu informata della morte del cognato, probabilmente fatto uccidere da Hitler per non essersi schierato con la Germania, e durante la permanenza nel regno orientale apprese la notizia dell’ Armistizio. Subito dopo i funerali decise di tornare a Roma, ma una volta giunta a Pescara seppe che i genitori e il fratello Umberto erano salpati da Ortona, senza avvertirla.
Rientrata finalmente nella capitale, ora occupata dai nazisti, si ricongiunse ai figli, tre dei quali erano stati condotti per sicurezza in Vaticano per disposizione della regina Elena, e sicura di poter contare sull’ assistenza del Terzo Reich perché cittadina tedesca, informò l’ ambasciata del suo arrivo. Il colonnello Kappler, tuttavia, il 22 settembre la attirò in trappola con la scusa di una telefonata da parte di Philipp: una volta arrivata, l’ ufficiale la arrestò e la trasferì a Monaco, da dove poi fu portata a Berlino e, infine, imprigionata nel lager di Buchenwald.
Il lager di Buchenwald;

Ormai prigioniera con un falso nome, Frau von Weber, fu assegnata a una baracca ai margini del campo, che condivise con un ex ministro socialdemocratico, e venne sottoposta a un regime durissimo, seppur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri dal momento che riceveva cibo più abbondante e di migliore qualità. Nondimeno la vita del campo e l’ intenso freddo invernale deperirono ulteriormente il suo già gracile e provato fisico, rimasto segnato dal tifo di cui aveva sofferto nel 1923, e i tentativi di nascondere la sua vera identità furono presto resi vani: i prigionieri italiani sentirono infatti parlare di lei, e un medico italiano ivi rinchiuso le prestò soccorso. Secondo le testimonianze fece sentire tutta la sua vicinanza agli altri detenuti, in particolare ai suoi compatrioti, soprattutto dividendo la maggior parte del cibo che le veniva destinato.
Nell’ agosto del 1944 gli Alleati bombardarono Buchenwald. La baracca in cui la principessa era prigioniera venne distrutta, e lei riportò gravi ustioni e contusioni su tutto il corpo. I soccorsi non furono solleciti, e quando venne estratta dalle macerie venne ricoverata nell’ infermeria della casa di tolleranza degli del campo, dove fu assistita dalle prostitute, che la medicarono con una semplice fasciatura al braccio sinistro, rimasto maciullato. Dopo quattro giorni le sue condizioni si aggravarono con l’ insorgenza della cancrena, e i medici delle SS decisero di amputarle il braccio: il chirurgo eseguì una minuziosa operazione avvalendosi dell’ anestesia generale, ma la principessa era troppo debole per sostenere tale narcosi e una così abbondante perdita di sangue. L’ intervento ebbe una durata dalla lunghezza sconvolgente, e quando finalmente terminò, Mafalda venne abbandonata a sé stessa ancora addormentata in una stanza del postribolo, ove in poche ore morì dissanguata la notte del giorno 28.
Busto commemorativo in Alessandria;

Il suo corpo venne completamente spogliato e gettato sul mucchio dei cadaveri del bombardamento, per essere cremato, ma padre Joseph Tyl, monaco cattolico dell’ ordine degli Agostiniani Premostratensi e di nazionalità boema, dopo molti sforzi riuscì a farlo seppellire in una bara di legno, in una fossa senza nome ove registrata con il numero 262.
Secondo il dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, che subito dopo essere rientrato a Trieste si recò personalmente a Roma per informare il principe Umberto, Mafalda venne intenzionalmente operata in ritardo e con una procedura molto precisa al fine di provocarne la morte: sembra che il metodo delle operazioni esageratamente lunghe fosse già stato regolarmente applicato a Buchenwald da parte delle SS su soggetti di cui ci si desiderava sbarazzare senza destare sospetti.

Il triste destino della principessa Mafalda, la cui tomba venne scoperta dopo alcuni mesi da sette marinai di Gaeta internati a Buchenwald, cosa che permise di spostarne le spoglie nel piccolo cimitero degli Assia, al castello di Kronberg im Taunus, nei pressi di Francoforte sul Meno, suscitò una generale commozione, al punto che alla vigilia del cinquantesimo anniversario della sua morte i massimi esponenti dell’ Unione Monarchica Italiana lanciarono al Vaticano un appello per la sua beatificazione.

Attualmente, il suo ricordo vive in oltre centocinquanta vie, piazze e giardini pubblici a lei intitolati, anche in città tradizionalmente legate alle correnti di sinistra, prime tra tutte Forlì e Modena. Un comune della provincia di Campobasso porta il suo nome, e in tutta Italia, da nord a sud, sono stati eretti in suo onore cippi e monumenti che vanno ad assommarsi alle numerose richieste di intitolazioni topografiche.