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martedì 27 marzo 2018

Il sacrificio di Sophie Scholl

Sophie Scholl;


«Come non posso vedere un torrente limpido senza bagnarvi perlomeno i piedi, così non posso pensare davanti a un prato a maggio senza fermarmi. Non c’ è niente che attiri di più di questa terra profumata, su cui le fioriture del cerfoglio ondeggiano come una lieve spuma, mentre gli alberi da frutto tendono i loro rami coperti di fiori come se volessero emergere da questo mare di beatitudine. E io, io devo per forza lasciare la strada e addentrarmi in questa pienezza multiforme di vita. Senza più pensare a niente altro, mi arrampico su per la scarpata e mi trovo immersa fino alla vita nei fili d’ erba rigogliosi e nei fiori.» Sophie Scholl;

Tra tutti i valori a cui uomini e donne attribuiscono un valore, quello della libertà rappresenta il più grande in assoluto, superiore persino a quello della vita stessa: un’ esistenza non libera, soggetta a una qualsivoglia condizione, rappresenta un peso intollerabile a cui si preferirebbe la morte. La libertà, quella particolare facoltà di disporre liberamente di sé stessi, pensando, parlando, agendo e decidendo autonomamente, ha infiniti ambiti di applicazione, e fin dai tempi dell’ emanazione della Magna Charta Libertatum, nel 1215, essa è alla base di ogni sistema sociale civile e democratico, ponendo come limite essenziale il rispetto della libertà altrui: come Martin Luther King con arguzia ebbe a dire, il nostro diritto ad essere liberi finisce dove comincia quello degli altri.
Uno degli aspetti più noti e importanti della libertà è quello relativo alla facoltà di pensiero e della sua manifestazione. Coltivare e sviluppare appieno il proprio modo di pensare, scevro dalla volontà altrui e di chi esercita il potere, sia esso politico, religioso, sociale, o familiare, rappresenta senza dubbio un elemento fondamentale non solo per il buon funzionamento della società in cui viviamo, ma addirittura per lo sviluppo della singola persona: la libera circolazione delle idee da parte di tutti, in spirito di rispetto e sincerità, senza sopraffazioni e prepotenze, è il fondamento della conoscenza e della consapevolezza, nonché del retto pensiero, la cui unica fonte sono la ragione e l’ esperienza, senza dogmi precedentemente prodotti. Eppure, la libertà di pensiero e parola ha notoriamente sempre avuto un grande ostacolo rappresentato dalla censura, quel particolare controllo e limitazione della comunicazione presente in una certa misura anche nei sistemi democratici e mossa da motivi morali, estetici, o legati alla sicurezza. Nei regimi dittatoriali e totalitari, invece, tale facoltà viene più ampiamente abolita nell’ intento di garantire una certa uniformità alla società e alla nazione, considerando ogni infrazione un atto di alto tradimento da punire severamente con lunghe condanne detentive o addirittura con la morte. Ma in qualsivoglia regime non è mai mancato chi ha alzato la propria voce parlando liberamente, rompendo gli schemi e indicando la verità nei fatti, confutando con chiarezza la versione ufficiale imposta dagli artefici della censura e della propaganda, affrontando poi con eroico coraggio una sorte dolorosa divenendo un esempio, un incoraggiamento alla difesa di questo particolare valore.
Se occorrono eventi drammatici per scuotere la gente dall’ apatia, se nei tempi di crisi emergono persone che si consacrano a un ideale diventando simboli inattaccabili e la loro funesta fine provoca una reazione, tutto questo fu particolarmente vero nel caso di Sophie Scholl, giovane studentessa tedesca passata alla storia come attivista antinazista, parte del gruppo di ispirazione cristiana della Rosa Bianca, oggi ricordata come emblema della ribellione nonviolenta al Terzo Reich.
Vignetta rappresentativa di Sophie Scholl;

Sophie nacque il 9 maggio 1921, quarta di sei figli, a Forchtenberg, cittadina nel land del Baden-Württemberg. Suo padre, Robert, era un convinto liberale, e fu peraltro sindaco. La madre, Magdalena, era invece una protestante convinta che indusse i figli ad avvicinarsi alla religione e a frequentare la chiesa. Di aspetto semplice ma ben curato, con una corporatura alta e proporzionata, la giovane denotò fin da bambina un carattere profondamente riflessivo, riservato e silenzioso, nonché una mente critica ed un giudizio pronto e sereno. Fu educata sin dall’ infanzia all’ amore per la patria. Sempre piena di idee, amava la vita nonostante il periodo molto difficile che la Germania viveva dalla disastrosa sconfitta riportata durante la Grande Guerra.
Nel 1930 gli Scholl si trasferirono a Ludwigsburg, e due anni dopo a Ulma, dove si stabilirono definitivamente. Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler divenne Cancelliere del Reich, provvedendo da subito ad instaurare la dittatura, e come tutti i giovani, anche i fratelli Scholl furono contagiati dall’ entusiasmo e sostennero al Nazionalsocialismo, entrando volontariamente nella Hitler Jugend, la famigerata Gioventù hitleriana, organizzazione atta ad accogliere i giovani a partire dai dieci anni e a prepararli a servire nelle forze armate divenendo «buoni cittadini», attraverso un sistema di addestramento militare e paramilitare. Il padre fu apertamente contrario a tale adesione, ma dopo quattro anni esso rimasero fortemente delusi dal Nazionalsocialismo, e Sophie in particolare si avvicinò alla Deutsche Jungenschaft vom 1.11.1929, fondata da Eberhard Köbel, un gruppo giovanile vietato dal regime che coltivava il mito dei popoli del grande Nord. Dotata di talento artistico, in particolare per la pittura, frequentò ambienti letterari e artistici animati da oppositori del regime.
Gli studi classici e le sue ricerche la portarono a confrontarsi con i grandi filosofi e i maestri religiosi di varie epoche, e al centro della sua attenzione restarono il Vangelo e un Cristianesimo libero da qualsivoglia miscuglio con il potere politico. Dopo alcune letture sul rinnovamento cattolico francese si avvicinò alla scuola cattolica.
Il fratello Hans;

Uno dei suoi fratelli maggiori, Hans, ebbe sempre su di lei una grande influenza, tanto che nel 1937 il suo arresto da parte dei nazisti la sconvolse sentitamente rafforzando la sua avversione per il Nazionalsocialismo e per i metodi del Terzo Reich. Nella primavera del 1940 ottenne il diploma di maturità e trovò impiego come insegnante d’ asilo presso il Fröbel Institute a Ulm-Söflingen: tale scelta fu dettata anche dalla speranza che un simile lavoro le evitasse il periodo di servizio di lavoro obbligatorio a cui tutti i giovani erano tenuti, anche per iscriversi all’ università, e non le valse il risultato auspicato perché, in base alla sua esperienza con i bambini, fu chiamata a servire come ausiliaria per sei mesi in un istituto statale di Blumberg. Soltanto nel maggio 1942 poté finalmente iscriversi all’ Università di Monaco, alla facoltà di filosofia, dove studiava anche Hans. Nello stesso anno il padre venne arrestato e condannato ad un breve periodo di detenzione per aver pubblicamente criticato la politica del Führer. A Monaco, Sophie incontrò artisti, scrittori e filosofi che ebbero influenza nella sua decisione di coltivare e sviluppare la sua fede: una questione fondamentale per lei era capire quale dovesse essere il comportamento del buon cristiano da tenere nel corso di un regime dittatoriale.
Busto commemorativo di Sophie all’ Università di Monaco;

Durante le vacanze estive dovette prestare servizio di guerra in un impianto metallurgico, e, nello stesso periodo divenne membro attivo della Rosa Bianca, un gruppo di studenti di fede cristiana che si opponevano in modo nonviolento al regime nazionalsocialista, dedicandosi alla stampa e alla distribuzione di volantini nell’ ambiente accademico e intellettuale monacense, in cui si raccontavano gli orrori perpetrati nei confronti degli ebrei e le disfatte belliche. Il loro atteggiamento era sostenuto da un fervente intreccio di passione civile e rabbia. Lei fu la sola donna appartenente a questo gruppo, occupandosi con grandissimo impegno della preparazione dei volantini e della loro distribuzione.
La Rosa Bianca formò presto una rete che si diffuse in ampi territori della Germania sudoccidentale, giungendo poi fino al nord, comprendendo grandi città come Amburgo, Augusta, Ulm, Stoccarda e Berlino. Le copie dei volantini venivano stampate una alla volta, notte dopo notte, con una macchina che doveva essere azionata a mano con una manovella, e per restare svegli e lavorare durante il giorno i membri della Rosa Bianca prendevano eccitanti dalle cliniche militari dove alcuni di loro lavoravano come medici.
Il giudice Roland Freisler;

Sophie viaggiò molto, spedendo circa ottocento volantini, ma il 18 febbraio 1943, durante la distribuzione insieme ad Hans di circa milleottocento volantini all’ università di Monaco, che lasciarono davanti alle porte delle aule, sui davanzali e sulle grandi scale che conducevano all’ entrata principale, i due furono scoperti dal custode e arrestati. Il suo interrogatorio, durato quattro giorni da parte della Gestapo, si rivelò da subito un estenuante duello psicologico, e alla fine venne riconosciuta colpevole di alto tradimento e processata insieme ad Hans e all’ amico Christoph Probst, nel frattempo arrestato a sua volta: malgrado le resistenze della ragazza, gli inquisitori della temuta polizia segreta di Stato seppero a farle confessare la sua appartenenza alla Rosa Bianca, ma non i nomi degli altri membri dell’ organizzazione clandestina: così come prevedeva il piano del gruppo in caso di cattura, i fratelli Scholl sostennero di essere soltanto loro i responsabili delle azioni della Rosa Bianca, rifiutandosi di firmare ogni ritrattazione in quanto affermavano di aver agito secondo coscienza e per il vero bene del popolo tedesco.
La Gestapo riservò loro un durissimo trattamento, ma Sophie si rivelò straordinariamente forte, determinata e attiva. Il funzionario che condusse l’ interrogatorio le domandò: «Non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?». Rispose lei: «No, al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!».
La tomba di Hans e Sophie al cimitero di Monaco;

Il successivo 22 febbraio si tenne il processo a Monaco, e fin dall’ inizio parve chiaro che sarebbe stato una mera farsa in quanto presieduto dal crudele e spietato giudice Roland Freisler, Presidente del Tribunale del Popolo, il più celebre magistrato penale del Terzo Reich, il cui atteggiamento aggressivo e mortificante nei confronti degli imputati fu un esempio rappresentativo della stortura del diritto da parte del Nazionalsocialismo e dell’ asservimento della giustizia al terrore organizzato dal regime. Come giudice, questo individuo si era reso responsabile di migliaia di condanne a morte a seguito dei dibattimenti da lui stesso presieduti, e i gli esiti dei processi erano scontati fin dal principio. Sophie, Hans e Christoph Probst furono condannati a morte lo stesso giorno, e subito condotti alla prigione Stadelheim, ove avvenivano le esecuzioni. Sophie in particolare dimostrò grandissima dignità e coraggio, accettando le conseguenze della sua onestà intellettuale, non versando nemmeno una lacrima davanti ai suoi carcerieri e inquisitori. I genitori ottennero il permesso di vedere lei e Hans un’ ultima volta, cosa mai avvenuta durante il regime, e Sophie disse loro che avevano preso tutto sulle loro spalle per coprire gli amici, che moriva volentieri e soddisfatta per quel che aveva fatto. Lo stesso cappellano del carcere la vide poco prima dell’ esecuzione, e disse di averla trovata calma, senza paura.
I tre amici furono ghigliottinati nel cortile della prigione, e l’ esecuzione venne condotta dal dottor Walter Roemer, capo della polizia della corte distrettuale di Monaco. Le ultime parole di Sophie, appena ventunenne, furono:
«Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’ è quasi nessuno disposto a dare sé stesso individualmente per una giusta causa? E’ una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’ azione?».

venerdì 13 ottobre 2017

Mafalda, il triste destino di una principessa

«Italiani, io muoio: ricordatevi di me non come una principessa ma come una vostra sorella italiana.» ultime parole della principessa Mafalda;
Mafalda di Savoia;

A seguito del referendum istituzionale del 1946, il Regno d’ Italia divenne una Repubblica. Per un lungo ventennio il regime fascista aveva soppresso numerose libertà in nome della sicurezza, e in appena sei anni la Seconda Guerra Mondiale aveva ridotto la raffinata Europa in un cumulo di macerie ricoperte di cadaveri, e l’ intera popolazione non chiedeva altro che voltare pagina il più velocemente possibile nella speranza che il futuro si rivelasse più sereno.
Molto si è detto e scritto sull’ era della Ricostruzione dell’ Italia, sostenendo peraltro le più diverse opinioni, ma per quanto riguarda Casa Savoia, la deposta famiglia reale indotta ad un esilio sancito dalla XIII Disposizione Transitoria della Costituzione repubblicana, calò una densa cortina del silenzio, talvolta infranta da giudizi molto severi animati più dall’ ideologia politica dominante del momento che da realistici ricordi storici. Oggi, tuttavia, si tende sempre più a chiedersi se fosse veramente necessario costringere al bando perpetuo Umberto II, il Re di Maggio, la moglie Maria José del Belgio e i giovanissimi quattro figli, peraltro requisendo l’ intero patrimonio dinastico situato entro i confini nazionali, dal momento che nessuno aveva mai pensato a rivalersi sui membri superstiti della famiglia di Benito Mussolini, ormai morto nel disonore e successivamente esposto a un disgustoso eccesso di spregio a Piazzale Loreto: la vedova Rachele Guidi, i quattro figli e i vari nipoti vissero una vita modesta e senza clamore sul suolo italiano senza mai dover rispondere di quanto compiuto dal Duce.
Vittorio Emanuele III fu senz’ altro connivente con il regime fascista, ma a questo proposito occorre ricordare il clima sociale e politico alla fine degli Anni Dieci e all’ inizio degli Anni Venti, reso assai precario dalla vittoria mutilata riportata con la Grande Guerra, dalla grande crisi economica e dall’ aggravarsi della paura comunista: in uno scenario del genere il Fascismo era effettivamente apparso come una garanzia di durevole stabilità, soprattutto agli occhi del sovrano che non aveva più le idee chiare su come procedere dal decisivo trionfo a Vittorio Veneto. Meno giustificabili furono invece l’ approvazione delle leggi fascistissime e la tolleranza nei confronti dell’ avvicinamento del Regno d’ Italia alla Germania, dell’ introduzione delle leggi razziali e dell’ entrata in guerra nonostante l’ antipatia più volte dimostrata verso Adolf Hitler.
L’ ondata di risentimento che il regnante lasciò dietro di sé fu tale che le correnti antimonarchiche, sia di destra che di sinistra, dipinsero facilmente i Savoia come un elemento negativo della storia italiana, inducendo più o meno intenzionalmente le nuove generazioni a confondere Monarchia con Fascismo.

Le guerre, come è noto, provocano vittime in ogni luogo e contesto sociale, e nel cupo conflitto avvenuto tra il 1939 e il 1945 anche Casa Savoia ebbe il suo martire: la principessa Mafalda, figlia secondogenita di Vittorio Emanuele ed Elena, arrestata dagli ufficiali nazisti per puro spirito di vendetta dal momento che il Führer si era sentito vilmente tradito dal monarca italiano, che aveva sostituito Mussolini con Badoglio e lasciato Roma per salvare le istituzioni dello Stato come un novello Pompeo in fuga da Cesare, promuovendo infine l’ Armistizio di Cassibile, con cui il Regno d’ Italia cessò ogni ostilità con gli Alleati.
Quello di Mafalda è un personaggio singolare, che il clima di propaganda antimonarchica non ha saputo fortunatamente scalfire.
Mafalda e il marito Filippo d' Assia;

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia nacque a Roma il 19 novembre 1902. Dotata di animo vivace e dolce, mite e obbediente, semplice e indulgente, era straordinariamente intelligente e colta, ricordata come benevola e amabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Dalla madre, Elena del Montenegro, ereditò il senso della famiglia, i valori umani e la passione per la pittura, il canto e l’ arpa. Devotissima cattolica, trascorse l’ infanzia in un ambiente più familiare che nobiliare, accanto alla madre e alle sorelle, denotando un temperamento piuttosto allegro, tanto che la regina la descriveva come la sola persona al mondo in grado di far ridere il re.
Durante la Prima Guerra Mondiale, la giovane principessa maturò un profondo senso di empatia per i bisognosi e i disagiati, e seguì la madre e le sorelle nelle frequenti visite ai soldati e agli ospedali, venendo coinvolta con entusiasmo nelle attività di conforto e cura alle truppe tanto care alla sovrana.

Donna di grande classe e finezza di tratti, guardò favorevolmente l’ ascesa del Fascismo, e il 23 settembre del 1925 sposò Philipp von Hessen-Kassel und Hessen-Rumpenheim, principe e langravio di Assia, da cui ebbe quattro figli nonostante la salute piuttosto cagionevole. Sposa e madre esemplare, per vivere accanto all’ amato consorte sopportò i rigori del clima tedesco finché i medici glielo impedirono. Nel 1930, il marito Philipp, eccitato dalle idee naziste, aderì al Partito. All’ indomani dell’ ascesa di Hitler alla Cancelleria di Berlino, nel 1933, fu nominato governatore della Provincia di Assia-Nassau, per poi ottenere un seggio nel Reichstag. In seguito divenne intermediario tra Mussolini e Hitler, e nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, divenne un distinto ufficiale delle SS.
Sul finire dell’ agosto 1943 la situazione politica e militare in Italia era sull’ orlo del baratro, e Mafalda, dotata di uno spirito sensibile, decise di partire per Sofia, in Bulgaria, nel desiderio di assistere la sorella Giovanna, il cui marito, il re Boris, era molto malato. Temendo che potesse eventualmente informare il marito, agli ordini del Führer nel suo quartier generale, il padre Vittorio Emanuele e nessun altro famigliare la mise al corrente dei molti pericoli e dei preparativi in corso atti ad aprire le trattative con gli Alleati, pertanto si mise in viaggio per la capitale bulgara, ma prima di arrivare a destinazione fu informata della morte del cognato, probabilmente fatto uccidere da Hitler per non essersi schierato con la Germania, e durante la permanenza nel regno orientale apprese la notizia dell’ Armistizio. Subito dopo i funerali decise di tornare a Roma, ma una volta giunta a Pescara seppe che i genitori e il fratello Umberto erano salpati da Ortona, senza avvertirla.
Rientrata finalmente nella capitale, ora occupata dai nazisti, si ricongiunse ai figli, tre dei quali erano stati condotti per sicurezza in Vaticano per disposizione della regina Elena, e sicura di poter contare sull’ assistenza del Terzo Reich perché cittadina tedesca, informò l’ ambasciata del suo arrivo. Il colonnello Kappler, tuttavia, il 22 settembre la attirò in trappola con la scusa di una telefonata da parte di Philipp: una volta arrivata, l’ ufficiale la arrestò e la trasferì a Monaco, da dove poi fu portata a Berlino e, infine, imprigionata nel lager di Buchenwald.
Il lager di Buchenwald;

Ormai prigioniera con un falso nome, Frau von Weber, fu assegnata a una baracca ai margini del campo, che condivise con un ex ministro socialdemocratico, e venne sottoposta a un regime durissimo, seppur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri dal momento che riceveva cibo più abbondante e di migliore qualità. Nondimeno la vita del campo e l’ intenso freddo invernale deperirono ulteriormente il suo già gracile e provato fisico, rimasto segnato dal tifo di cui aveva sofferto nel 1923, e i tentativi di nascondere la sua vera identità furono presto resi vani: i prigionieri italiani sentirono infatti parlare di lei, e un medico italiano ivi rinchiuso le prestò soccorso. Secondo le testimonianze fece sentire tutta la sua vicinanza agli altri detenuti, in particolare ai suoi compatrioti, soprattutto dividendo la maggior parte del cibo che le veniva destinato.
Nell’ agosto del 1944 gli Alleati bombardarono Buchenwald. La baracca in cui la principessa era prigioniera venne distrutta, e lei riportò gravi ustioni e contusioni su tutto il corpo. I soccorsi non furono solleciti, e quando venne estratta dalle macerie venne ricoverata nell’ infermeria della casa di tolleranza degli del campo, dove fu assistita dalle prostitute, che la medicarono con una semplice fasciatura al braccio sinistro, rimasto maciullato. Dopo quattro giorni le sue condizioni si aggravarono con l’ insorgenza della cancrena, e i medici delle SS decisero di amputarle il braccio: il chirurgo eseguì una minuziosa operazione avvalendosi dell’ anestesia generale, ma la principessa era troppo debole per sostenere tale narcosi e una così abbondante perdita di sangue. L’ intervento ebbe una durata dalla lunghezza sconvolgente, e quando finalmente terminò, Mafalda venne abbandonata a sé stessa ancora addormentata in una stanza del postribolo, ove in poche ore morì dissanguata la notte del giorno 28.
Busto commemorativo in Alessandria;

Il suo corpo venne completamente spogliato e gettato sul mucchio dei cadaveri del bombardamento, per essere cremato, ma padre Joseph Tyl, monaco cattolico dell’ ordine degli Agostiniani Premostratensi e di nazionalità boema, dopo molti sforzi riuscì a farlo seppellire in una bara di legno, in una fossa senza nome ove registrata con il numero 262.
Secondo il dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, che subito dopo essere rientrato a Trieste si recò personalmente a Roma per informare il principe Umberto, Mafalda venne intenzionalmente operata in ritardo e con una procedura molto precisa al fine di provocarne la morte: sembra che il metodo delle operazioni esageratamente lunghe fosse già stato regolarmente applicato a Buchenwald da parte delle SS su soggetti di cui ci si desiderava sbarazzare senza destare sospetti.

Il triste destino della principessa Mafalda, la cui tomba venne scoperta dopo alcuni mesi da sette marinai di Gaeta internati a Buchenwald, cosa che permise di spostarne le spoglie nel piccolo cimitero degli Assia, al castello di Kronberg im Taunus, nei pressi di Francoforte sul Meno, suscitò una generale commozione, al punto che alla vigilia del cinquantesimo anniversario della sua morte i massimi esponenti dell’ Unione Monarchica Italiana lanciarono al Vaticano un appello per la sua beatificazione.

Attualmente, il suo ricordo vive in oltre centocinquanta vie, piazze e giardini pubblici a lei intitolati, anche in città tradizionalmente legate alle correnti di sinistra, prime tra tutte Forlì e Modena. Un comune della provincia di Campobasso porta il suo nome, e in tutta Italia, da nord a sud, sono stati eretti in suo onore cippi e monumenti che vanno ad assommarsi alle numerose richieste di intitolazioni topografiche.

giovedì 12 ottobre 2017

Per amore di una divorziata statunitense

Edoardo di Windsor;

Tra le monarchie sopravvissute alla Rivoluzione francese e ai successivi moti rivoluzionari, che diedero un sonoro colpo di grazia alla gloria e ai fasti dell’ Ancien Régime sospingendo i sovrani sopravvissuti a Luigi XVI e ai suoi discendenti a suddividere i poteri dando vita a regni costituzionali e parlamentari, accontentandosi di esercitate un ruolo cerimoniale e di garanzia della costituzione e della tradizione pur di non perdere il trono, è indubbio che il Regno Unito di Gran Bretagna abbia da sempre avuto una posizione privilegiata e di gran fascino rimasta immutata nel corso dei secoli, soprattutto a causa della personalità e dell’ operato dei suoi più noti sovrani: il Regno d’ Inghilterra fu il primo ad assumere una forma costituzionale nel 1215, con la concessione da parte di re Giovanni Senzaterra della Magna Charta Libertatum, la prima costituzione scritta nella storia, e successivamente fu guidato in più occasioni da regine autorevoli come Elisabetta I e, dopo la proclamazione del Regno Unito, Vittoria, pietra miliare che regnò sessantaquattro anni durante i quali ispirò un’ epoca entrata nella leggenda, tanto da indurre a credere che se fosse vissuta più a lungo avrebbe saputo impedire ai suoi nipoti sul trono germanico e su quello zarista di scendere in guerra nel 1914.

Mentre le monarchie sia europee che orientali venivano messe in pericolo sia da tortuose vicende politiche che da duri contrasti e intrighi nella nobiltà e nelle stesse famiglie reali, il regno britannico rimase sempre saldamente al suo posto divenendo simbolo di stabilità e dedizione, nonché di antichissime e sfarzose tradizioni, pur affrontando a sua volta momenti di crisi anche gravi, come in occasione del distacco di Enrico VIII dalla Chiesa cattolica e degli squilibri mentali di Giorgio III, per poi giungere alle animate e discusse vicende sentimentali di Edoardo VIII, l’ unico sovrano britannico ad aver abdicato in mille anni di storia.
Re per meno di un anno, esattamente per trecentoventisei giorni, Edoardo di Windsor fu in svariate occasioni motivo di grande preoccupazione per il governo di Londra, tanto da indurlo molto presto a credere di non essere il sovrano più adatto ai tempi difficili che la Gran Bretagna e l’ Europa si preparavano ad affrontare per via della cupa minaccia rappresentata tanto da Adolf Hitler quanto da Iosif Stalin: Sir Alan Lascelles, ad esempio, per anni a lui vicino e futuro segretario privato di Giorgio VI, scrisse nei propri diari di non riconoscere in lui alcuna comprensione degli abituali princìpi di ragione ed etica, che ai suoi occhi non avevano il minimo significato, così come le idee fondamentali di dovere, dignità e sacrificio di sé. Follemente innamorato di una statunitense divorziata ben due volte, dai più considerata sguaiata e volgare, rinunciò al trono ancora prima dell’ incoronazione, e alla sua morte il principe Carlo di Galles scrisse di lui: «Nessuno ha mai lasciato così tanto per così poco.».
Edoardo con il padre, il nonno e la bisnonna Vittoria;

Nato il 23 giugno 1894 a Richmond upon Thames, il principe Edward Albert Christian George Andrew Patrick David era il primo dei sei figli del duca Giorgio di York, e di Mary di Teck. Il padre, secondo nella linea di successione al trono dopo il nonno, il principe Edoardo, figlio della regina Vittoria, fu un genitore estremamente rigido, tanto che sia lui che i fratelli minori nutrivano nei suoi riguardi un certo terrore. Corre voce che lo stesso Giorgio un giorno confidò: «Mio padre era terrorizzato da sua madre, io sono stato terrorizzato da mio padre, e sono dannatamente desideroso di vedere che i miei figli siano terrorizzati da me.». In realtà tale affermazione non fu mai dimostrata, e si pensa che Giorgio avesse semplicemente adottato il tradizionale stile di educazione da impartire ai figli.
Nel 1901, alla morte della regina Vittoria, il nonno salì al trono come Edoardo VII, e Giorgio e Mary, al fine di svolgere celebrazioni di rappresentanza, intrapresero un viaggio attraverso l’ Impero britannico che durò ben nove mesi. Edoardo e i fratelli rimasero invece in Gran Bretagna, dove vennero in gran parte accuditi dal re e dalla regina, che come nonni si presero cura di loro con un affetto inconsueto nei livelli più alti dell’ aristocrazia britannica. Al ritorno dei genitori, Edoardo fu affidato alle cure di due precettori, Frederick Finch e Henry Hansell, che gli impartirono lezioni atte a farlo crescere forte e deciso, rimanendo sotto la loro tutela fino ai tredici anni.

Il 6 maggio 1910 il nonno Edoardo morì, e il padre gli succedette come Giorgio V. Dopo il college e il Royal Naval College di Dartmouth, Edoardo ricevette il titolo di Principe di Galles, in una cerimonia in puro stile gallese che per la prima volta dal 1616 si tenne simbolicamente proprio in Galles, al Castello di Caernarfon, il 13 luglio 1911, nel cui corso dovette pronunciare anche alcune parole tipiche della lingua locale. Da quel momento fu sollevato dal corso di Marina che stava frequentando e venne mandato a bordo della nave da guerra Hindustan, entrando poi al Magdalen College di Oxford, che lasciò dopo otto mesi senza credenziali accademiche. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, aveva giusto l’ età minima per entrare in servizio attivo nell’ esercito: aderì ai Grenadier Guards nel giugno del 1914 ma, sebbene desiderasse servire sulla prima linea del fronte, il Segretario di Stato alla Guerra, Lord Kitchener, glielo impedì fermamente citando il grave pericolo per la Corona se egli fosse stato ucciso o catturato. Il principe ereditario visitò comunque il fronte il più spesso possibile, motivo per cui ottenne la Military Cross nel 1916, e nel 1918 si interessò anche all’ aeronautica, imparando a pilotare gli aerei e conseguendo anche un brevetto di volo. Per quanto limitato fosse il suo ruolo nella guerra gli valse un grande rispetto da parte dei veterani.
Edoardo VIII appena asceso al trono;

Al temine della Grande Guerra tornò a ricoprire i consueti incarichi istituzionali, soprattutto come rappresentante del padre, muovendosi molto nel Regno Unito e dedicandosi in particolare alla visita delle aree più povere e degradate dello Stato, compiendo ben sedici viaggi in varie parti dell’ Impero dal 1919 al 1935, acquisendo anche un ranch a Pekisko, in Canada. Nel 1924 assegnò il Prince of Wales Trophy alla National Hockey League.
Eccentrico ma sempre rispettoso e adeguato ai compiti che doveva assolvere e agli ambienti frequentati, il suo rango e il suo bell’ aspetto, insieme al suo stile personale e curato nei minimi dettagli e al fatto di essere ancora celibe, resero Edoardo un personaggio di rilievo della società Anni Venti, ammirato quanto un divo del cinema. Il raffinato stile del suo abbigliamento venne presto imitato in tutto il mondo, e contribuì a fare di lui una delle persone più fotografate del tempo: il suo sperimentalismo in campo sartoriale riproponeva grandi classici dell’ eleganza d’ oltremanica, come i pesanti tweed campagnoli e i sofisticati principe di Galles, tessuto inventato da suo nonno, e lo portò a inventare lo smoking di colore blu notte, dato che alla luce appariva più scuro dell’ abituale nero, con i baveri sciallati che richiamavano le soffici giacche da fumo in velluto tanto usate da un cultore del fumo lento come lui. Gli venne attribuita peraltro la paternità della camicia da smoking con collo rovesciabile, polsini doppi con gemelli e sparato a piegoline in alternativa alla classica camicia bianca da frac. Anche il nodo Windsor per la cravatta porta questo nome in suo onore.
Nel 1921 la Twinings, azienda produttrice di tè, miscelò appositamente per lui il Prince of Wales, un tè nero proveniente dallo Yunnan e da altre regioni meridionali e centrali della Cina, ed egli concesse il permesso di utilizzare il suo nome per la miscela, che a seguito della sua incoronazione fu ritirata dal mercato britannico, con il permesso però di continuarne l’ esportazione all’ estero. Il Prince of Wales può essere acquistato tuttora solo al di fuori del Regno Unito, in ottemperanza alle regole severe del Royal Warrant.

Prese molto presto l’ abitudine di frequentare donne sposate, suscitando la disapprovazione da parte degli ambienti più tradizionali della società. La favorita delle sue amanti, Lady Furness, nel 1931 gli presentò Wallis Simpson, una donna statunitense nata in un paesino della Pennsylvania, brillante, colta ed elegante eppure facile ad atteggiamenti impertinenti e sfacciati, unita in matrimonio a Ernest Aldrich Simpson, direttore di una grande azienda di trasporti marittimi e divorziata dal primo marito, ufficiale dell’ Aeronautica militare e spia: nel corso di vari ricevimenti dal 1931 al 1934, quando Lady Furness andò in viaggio a New York, Wallis ne prese il posto nelle grazie di Edoardo. Riusciva a far ridere e divertire il principe di Galles come poche altre persone cresciute in ambienti regolati da protocollo e disciplina, dove ridere di gusto e ubriacarsi risultavano ugualmente disdicevoli. Impenitente donnaiolo da ragazzo, dopo averla incontrata Edoardo si dedicò soltanto a lei, al punto da attenderla anche per ore durante le sue sedute dal parrucchiere e di presentarla alla madre, la regina Mary, ma non ne fece mai attentamente accenno al padre, ben sapendo che avrebbe disapprovato: i divorziati non erano ammessi a corte e nemmeno invitati ai ricevimenti della famiglia reale, e agli occhi di re Giorgio erano indegni fuori casta, invariabilmente destinati all’ emarginazione e all’ oblio. Eppure, i servitori del principe erano al corrente di tutto, trovandoli a letto insieme al mattino nei suoi alloggi, e meravigliandosi della grande devozione che aveva per lei: la voce si propagò ben presto di valletto in valletto, di palazzo in palazzo, giungendo infine alle orecchie del sovrano e del Primo ministro. Scotland Yard avviò un’ indagine sul conto della donna controllandola con estrema attenzione. Colmo di sdegno, re Giorgio vide in quella donna un concreto pericolo per la Corona e un rischio di divisione per il suo popolo, e prese a sperare di vivere il più a lungo possibile. Incoraggiò pertanto il figlio secondogenito, il duca Albert di York, detto Bertie, e la piccola Elisabetta, Lilibet, a prepararsi ad assumere le importanti responsabilità del trono britannico così che il fratello maggiore non potesse succedergli. Con tono piuttosto inquieto confidava alle persone a lui più vicine: «Domando a Dio che mio figlio non si sposi e non abbia mai figli, affinché nulla possa mettersi tra Bertie, Lilibet e il trono.».
Edoardo divenne totalmente succube di Wallis, e con l’ andare del tempo non parve all’ altezza dei grandi compiti a cui era destinato. Chi lo incontrava raccontava in confidenza di averlo trovato piuttosto simile a un adolescente, e che pendeva completamente dalle labbra della sua amante, in cui probabilmente aveva trovato quell’ affetto e protezione che in famiglia gli erano sempre mancate: prima di prendere una qualsivoglia decisione si consultava con lei, le scriveva lettere appassionate, le donava gioielli, la portava con sé dagli amici, nei viaggi in Europa e a sciare in Svizzera. Da parte sua, non è certo che lei ricambiasse tanta fedeltà e devozione: pare che avesse una relazione con un certo Guy Marcus Trundle, un funzionario della Ford, e, peggio ancora, con il barone Von Ribbentrop, ambasciatore tedesco a Londra, sebbene le voci sul suo conto potessero essere semplici menzogne atte a screditarla ulteriormente.
Sebbene tutti negli ambienti vicini alla famiglia reale fossero ormai al corrente della situazione, si fece di tutto per tenere segreta al pubblico la relazione. Nemmeno i giornali ne parlarono mai, per riguardo verso il principe ereditario, ma era chiaro a tutti che la relazione non poteva durare ancora a lungo, soprattutto a seguito della morte di Giorgio V.
Edoardo e Wallis Simpson;

Edoardo piaceva molto alla gente: era un uomo molto distinto e sempre elegante, con una memoria prodigiosa che gli permetteva ad esempio di ricordare tutti i nomi. Lo amavano anche i laburisti, in quanto gli stavano molto a cuore gli interessi delle classi meno agiate degli operai e dei minatori: nel 1936, dopo una visita in Galles, ove vide le condizioni penose dei minatori e delle loro famiglie, esclamò che bisognava fare qualcosa, e le sue parole vennero riportate immediatamente su tutti i giornali, valendogli il soprannome di «principe del popolo». I suoi appelli, tuttavia, non suscitarono alcuna reazione, e nei giorni donò a Wallis un diamante talmente grande che, da solo avrebbe, risollevato per anni le sorti di decine di famiglie della regione di cui era principe.
Il 20 gennaio 1936 la situazione subì infine la prevista svolta: re Giorgio, da lungo tempo sofferente di enfisema polmonare, di bronchite anche in forma cronica, e di pleurite, morì, e Edoardo VIII gli succedette sul trono. Nelle ore immediatamente successive alla morte del padre fu visto in condizioni di pura follia, e sentito urlare in uno stato disperato e isterico al pensiero dei doveri che lo attendevano, più che per il dolore della morte del padre a cui era sempre stato estraneo. Si disse che il suo sfogo fosse dovuto almeno in parte ai sensi di colpa per tutto quello che non era stato e non poteva più essere, ma secondo le persone più vicine alla famiglia reale non aveva alcuna intenzione di divenire re, e intendeva rinunciare ai diritti dinastici per sposare Wallis, eppure l’ improvvisa morte del padre ostacolò i suoi progetti, portandolo a pensare a come abdicare il più velocemente possibile per poi ritirarsi da qualche parte nel mondo dopo averla finalmente sposata.
Dai tempi del nonno Edoardo VII, a Sandringham House, la residenza di campagna della famiglia reale, gli orologi erano avanti di mezz’ ora in modo tale che il sovrano potesse dedicare più tempo alla caccia, e il padre aveva molto apprezzato l’ idea, preservandola: Edoardo volle che tutti gli orologi segnassero l’ ora esatta, e pretese che le monete coniate con la sua immagine lo raffigurassero voltato a destra e non a sinistra, come era sempre stato. Fu il suo primo ordine come nuovo re. Nei giorni successivi, insieme al fratello Albert, volò a Londra divenendo il primo sovrano britannico a usare l’ aereo, e destò un certo scandalo preparando la cerimonia di proclamazione al St James’ s Palace in modo che Wallis potesse assistere da una finestra del palazzo: ad un certo punto, spazientito, abbandonò il suo posto e la raggiunse, divenendo il primo re della storia ad assistere alla propria proclamazione da una finestra. Ben presto la sua propensione ad ignorare il rigido protocollo che imponeva al re di tenersi lontano dalle interferenze nella politica nazionale e a trascurare l’ adempimento formale del suo incarico, e persino i documenti ufficiali e le relazioni che arrivavano alla sua residenza, gli procurarono una certa disapprovazione da parte del governo e del parlamento. In seguito, a settembre, scoppiò il primo scandalo: Edoardo disdisse la propria presenza all’ inaugurazione di un ospedale ad Aberdeen, in Scozia, incaricando Albert e la moglie Elizabeth di sostituirlo, in modo tale da raggiungere in auto la stazione in attesa del treno di Wallis. I giornali pubblicarono prontamente le foto dei duchi di York all’ ospedale e del re alla stazione, pur senza commentare, dal momento le foto erano già piuttosto eloquenti.
Al castello di Balmoral, sempre in Scozia, Edoardo fece alloggiare Wallis negli appartamenti della Regina madre, e non osando ancora dormire nella camera appartenuta al padre si fece sistemare un letto nello spogliatoio dell’ amante che, come pare, disapprovava gli antichi tappeti brontolando qualcosa sul fatto di volerli sostituire il prima possibile. Una di quelle sere si tenne al maniero un ricevimento al quale vennero invitati anche i duchi di York, che Wallis accolse alla porta della Ball Room, violando una regola conosciuta da tutti a corte: i membri della famiglia reale andavano accolti da chi aveva formulato l’ invito, in quel caso il re. Forse Wallis non era al corrente di una simile consuetudine o magari intendeva sfoggiare la propria posizione, ma Elizabeth passò oltre non degnandola di uno sguardo, dicendo a voce alta e senza rivolgersi a nessuno in particolare di essersi presentata su invito di Sua Maestà: imbarazzato, Edoardo la fece sedere alla propria destra, al posto d’ onore.

A ottobre Wallis divorziò dal marito, ed Edoardo tentò strenuamente di ottenere l’ approvazione del governo e dell’ Arcivescovo di Canterbury al loro matrimonio, ma senza successo: il re britannico era anche il governatore supremo della Chiesa anglicana, che vietava sia il divorzio che il matrimonio tra divorziati. Il Primo ministro, Stanley Baldwin, minacciò addirittura di dimettersi se il re avesse insistito nel suo desiderio di unirsi a Wallis, il cui caso a dicembre venne portato in parlamento facendone una questione di Stato: si decise che la donna dovesse lasciare immediatamente il Paese. Lei se ne andò a Cannes, ove venne costantemente assediata dai cronisti.
Circondato da atteggiamenti ostili e intimorito dalle responsabilità che ricadevano sulle sue spalle, Edoardo abdicò in favore del fratello Albert: fu un atto clamoroso e assai inconsueto nella storia e nella tradizione britannica, che venne interpretato come una diserzione al suo dovere. In mille anni di storia britannica, infatti, egli era il primo sovrano a rinunciare volontariamente al trono. Il 10 dicembre 1936 si rivolse via radio alla nazione annunciando il proprio ritiro in un discorso estremamente franco e sincero: «Dovete credermi se vi dico che avrei trovato impossibile sostenere il pesante carico di responsabilità e assolvere ai miei doveri di re come avrei voluto fare senza l’aiuto e il supporto della donna che amo.».
Ricevuto il titolo di duca di Windsor e il trattamento di Altezza reale, lasciò via nave la Gran Bretagna, passando sveglio tutta la notte, in uno stato euforico. Brindò con gli ufficiali e conversò per ore, mentre i suoi interlocutori si davano il cambio per dormire un po’. Era euforico, o forse troppo nervoso. Non avrebbe potuto incontrare Wallis Simpson fino al 3 maggio, data della sentenza definitiva di divorzio perché un loro incontro avrebbe potuto inficiarla. Restava in costante contatto telefonico con Wallis, di nuovo serena e briosa nei preparativi per il matrimonio, che riusciva a risollevargli il morale nonostante i continui attacchi velenosi che gli venivano ancora lanciati da Baldwin e dall’ arcivescovo di Canterbury. In prossimità della costa francese ordinò di tornare in mare aperto per poter mandare altri cablogrammi di congedo e saluto agli amici a Londra. Nessuno dei suoi servitori aveva accettato di seguirlo in esilio. Sbarcato in Francia al mattino, raggiunse Wallis, e il 12 maggio, data che doveva essere quella della sua incoronazione, seguì alla radio quella del fratello Albert, che divenne Giorgio VI: il nuovo sovrano vietò all’ intera famiglia reale di partecipare al matrimonio, riconoscendo alla cognata il titolo di duchessa di Windsor ma non il trattamento di Altezza reale: per il duca fu un enorme dolore che raffreddò notevolmente i suoi rapporti con la famiglia. Allo stesso modo, molti amici britannici di Edoardo si defilarono, per rispetto verso il nuovo re. Finalmente, i due si sposarono il 3 giugno 1937 in un castello vicino a Tours: Edoardo desiderava una cerimonia religiosa, ma tutti i pastori interpellati avevano rifiutato e il solo a offrirsi fu il reverendo Robert Jardine, il parroco ribelle secondo cui a nessun essere umano, reale o comune che fosse, si dovesse negare la benedizione delle nozze. Il sacerdote ebbe quindi grossi problemi al rientro in patria, ove poi venne completamente isolato. Il loro matrimonio, nel quale lui apparve estremamente commosso, venne filmato ma non trasmesso in Gran Bretagna. Da quel momento, Edoardo e Wallis si dedicarono alla vita mondana in tutta Europa, seguiti da cronisti sia europei che statunitensi.

Il desiderio di sposare una divorziata statunitense non fu l’ unico motivo che spinse Edoardo VIII all’ abdicazione: recentemente, infatti, sono emersi alcuni documenti a sostegno delle sue simpatie, e soprattutto quelle di Wallis, verso il Nazionalsocialismo, e del fatto che Hitler giudicasse Edoardo il più adatto a guidare la Gran Bretagna dopo la vittoria del Terzo Reich. In realtà, quando i nazisti presero il potere nel 1933, a Londra essi avevano molti simpatizzanti, soprattutto tra i nobili e i politici conservatori, convinti che il Führer fosse l’ uomo più adatto sia a risollevare le sorti della Germania, fortemente umiliata a seguito della sconfitta avvenuta nel 1918, che a contenere l’ espansione del proletario abisso rappresentato dall’ Unione Sovietica di Stalin. La nobiltà tedesca aveva stretti legami di parentela con quella britannica, e la stessa famiglia reale era di discendenza germanica. Ed è pertanto in quest’ ottica che occorre guardare le simpatie di Edoardo per Hitler, sebbene non fosse un vero nazista. Peraltro, il Primo Ministro Neville Chamberlain aveva adottato una politica pacifista, e al momento la potenza della Germania non era vista come una minaccia: Chamberlain era convinto di poter trattare con Hitler, aveva fatto concessioni al riarmo proprio per dimostrare che si poteva evitare la guerra. Non bisogna dimenticare, quando si critica Edoardo, che nel 1936 tutte le nazioni avevano partecipato alle olimpiadi di Berlino, gli atleti avevano gareggiato sotto le bandiere con la svastica e i saluti nazisti. A parte qualche movimento che le voleva boicottare e messo subito in minoranza, tutto si svolse come da programma, nonostante gli ebrei fossero già esclusi dalle gare. Edoardo e Wallis erano grandi ammiratori del Terzo Reich, e all’ ambasciata statunitense si pensava addirittura che lei fosse una spia nazista, mandata tra le braccia di lui per condizionare le decisioni della nazione nel prossimo conflitto, e che inviasse a Von Ribbentrop regolari rapporti. Forse si tratta solo di invenzioni, ma il viaggio che i duchi di Windsor fecero nell’ ottobre 1937 in Germania confermò la loro vicinanza al Nazionalsocialismo: incontrarono i gerarchi del partito, tra cui Rudolf Hess e Joseph Goebbels, e infine Edoardo si incontrò con Hitler in persona nel rifugio di Berchtesgaden. L’ accoglienza fu trionfale e umanamente si può capire l’ entusiasmo e la riconoscenza di Edoardo e Wallis, dopo gli affronti subiti in patria. I coniugi vennero trattati come veri re. Ovviamente videro solo quello che gli si voleva far vedere, vale a dire una nazione in crescita, operosa, entusiasta e ordinata, senza fermarsi agli aspetti più atroci del Nazismo e della sua politica razziale. La programmata visita negli Stati Uniti, dove i duchi avrebbero dovuto incontrare Roosevelt, fu infine annullata: i britannici non volevano che Edoardo diventasse troppo famoso, che passasse quasi per una vittima, un martire. In seguito, il duca sostenne di aver voluto visitare la Germania per vedere di persona il miracolo nazista, che aveva dato agli operai case pulite e decorose, assistenza e salari adeguati, ed espresse la speranza che tale modello potesse essere presto introdotto in Gran Bretagna.
La propaganda germanica usò la visita dei duchi di Windsor per far credere ai tedeschi che Edoardo fosse stato deposto in quanto amico della Germania: Hitler stesso si disse infastidito al pensiero dell’ abdicazione, e che senza di essa avrebbero potuto contare su di un potente alleato a Londra che avrebbe reso tutto molto più semplice. Si sarebbe quindi dato da fare per rimetterlo sul trono dopo la capitolazione britannica.
Recentemente, lo storico Alexander Larman, impegnato in una ricerca presso la biblioteca di Balliol College, a Oxford, per la preparazione di un libro incentrato su Edoardo, rinvennne le memorie manoscritte di Walter Monckton, uno consiglieri del monarca, insieme al quale scoprì un secondo testo finora inedito, scritto da George McMahon, un informatore dell’ MI5, ente britannico per la sicurezza e il controspionaggio, peraltro responsabile della protezione del re e dei membri della famiglia reale. Dalla lettura di questa particolare testimonianza, emerse un’ incredibile vicenda: durante il suo breve regno, Edoardo subì uno strano attentato. Un giorno, mentre andava a cavallo vicino a Buckingham Palace, lo stesso McMahon estrasse una pistola di tasca e prese la mira per sparargli: una donna tra la folla se ne accorse e si aggrappò al suo braccio facendogli mancare il colpo, mentre un poliziotto intervenne con un pugno facendo finire la rivoltella in strada, sparando un proiettile che colpì il destriero del sovrano. Arrestato e processato, McMahon sostenne che una potenza straniera lo aveva pagato per assassinare il Edoardo, affermando tuttavia di averlo volontariamente mancato. Descritto come un mezzo squilibrato, fu condannato soltanto a dodici mesi di prigione per possesso illecito di arma da fuoco e comportamento pericoloso. Nel manoscritto, McMahon scrisse di essere entrato in contatto con emissari italiani durante la guerra di Abissinia, nella quale era coinvolto come trafficante di armi, e che una volta tornato a Londra fu reclutato dall’ ambasciata d’ Italia, allora retta da Dino Grandi, con vari compiti tra cui l’ assassinio del nuovo re. Il racconto può suonare come il vaneggiamento di un pazzo, ma non del tutto: documenti recentemente declassificati indicano McMahon come un informatore che trasmetteva informazioni al controspionaggio britannico sull’ ambasciata italiana. Alexander Larman scrisse in proposito: «McMahon informò l’ MI5 che nell’ estate 1936 ci sarebbe stato un tentativo di assassinare il re. Ma il controspionaggio ignorò l’ informazione, giudicandola poco credibile. Quando l’ attentato ci fu davvero, il 16 luglio di quell’ anno, fu enormemente imbarazzante per l’ MI5, che mise in moto un insabbiamento per nascondere il proprio errore di valutazione.». Tuttavia, descrisse un’ altra possibile verità: «L’ MI5 poteva essere a conoscenza dei piani di McMahon per assassinare Edoardo VIII e lo lasciò andare avanti per eliminare un re internazionalmente imbarazzante per le sue dichiarate simpatie per il Nazismo.». La realtà a volte supera la fantasia romanzesca. Questa storia pare un giallo spionistico uscito dalla penna di Ian Fleming, Graham Greene o John Le Carré, ma è una vicenda reale rimasta sepolta per quasi un secolo negli archivi di Stato del Regno Unito. Non si può escludere a priori che qualcuno, ai vertici del servizio segreto britannico, scoperto il complotto abbia sperato che andasse a buon fine, sebbene alla fine fallì per un banale imprevisto. Rimane però un punto oscuro da chiarire: fu davvero l’ Italia fascista a tramare la morte di un sovrano sostenitore della Germania nazista, di cui all’ epoca era alleata? Che interesse avrebbe avuto il Duce in questo? Una possibile risposta sta nel nome di colui che era in quel tempo era l’ ambasciatore italiano a Londra, ossia Grandi, il portavoce dell’ ala moderata del Fascismo, per anni Ministro degli Esteri, finché Mussolini lo rimosse dall’ incarico nel 1932 con l’ accusa di essere «andato a letto con il Regno Unito» per poi mandarlo in una sorta di esilio dorato appunto a Londra come ambasciatore, incarico mantenuto sino al 1939. Tre anni più tardi, sarebbe stato proprio Grandi a firmare l’ ordine del Gran Consiglio del Fascismo che portò alla caduta del regime e all’ arresto del Duce. C’ era dunque il suo zampino nel tentato assassino di re Edoardo? Era concorde con l’ MI5? Raccontò sempre lo storico Larman: «Nel suo memoriale, McMahon cita come contatto presso l’ ambasciata italiana a Londra una certa Miss Ponte. E afferma di essere stato pagato centocinqunta sterline dall’ ambasciata d’ Italia per assassinare re Edoardo. Certo, anch’ io mi sono chiesto che interesse poteva avere l’ Italia a fare uccidere un sovrano che aveva sentimenti amichevoli verso la Germania nazista, con cui la stessa Italia era alleata. La mia ipotesi è che ci fosse un elemento dissidente all’ interno dell’ ambasciata a Londra.». Lo storico riconobbe di non sapere che l’ ambasciatore dell’ epoca era un avversario di Mussolini e che dunque proprio Dino Grandi avrebbe potuto essere quel dissidente da lui immaginato, magari in combutta con l’ MI5. «Talvolta i servizi segreti usano figure di secondo piano per realizzare i loro progetti e McMahon poteva essere l’ uomo giusto. Se così fosse, dubito che troveremo da qualche parte negli archivi un documento che lo dimostra. Ma se perfino il premier di quei tempi, Stanley Baldwin, si augurava apertamente che re Edoardo ‘cadesse da cavallo e si rompesse la faccia’, non è da escludere che qualcuno all’ interno dei piani alti del Regno Unito abbia provato a eliminare quel re così imbarazzante, con l’ aiuto di un dissidente nell’ ambasciata d’ Italia e di un utile idiota come sicario.».
Nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Edoardo e Wallis si godevano vita nella villa di Antibes, e furono avvisati telefonicamente dall’ ambasciatore britannico a Parigi. Si recarono immediatamente a Parigi, mentre a Buckingham Palace si discuteva cosa fare con loro, e infine Edoardo fu arruolato nelle forze armate con una missione, ma a seguito dell’ invasione della Francia da parte dei nazisti la sua posizione si fece presto assai ambigua, con il rischio che divenisse il centro di intrighi pericolosi, ragion per cui il nuovo Primo ministro, Winston Churchill, il 3 settembre lo mandò a prendere insieme alla moglie a Cherbourg per riportarli in patria, ma a Portsmouth c’ era solo un picchetto d’ onore mandato dal 10 di Dowing Street e per loro non era neppure prevista nessuna residenza, ragion per cui vennero ospitati da amici. A Edoardo fu offerta la scelta fra un incarico in Galles e uno in Francia: scelse il Galles, ma alla fine il governo lo invò in Francia per non farlo restare sul suolo britannico, ove poteva offuscare la fama del re suo fratello. L’ incarico era puramente onorifico, la Francia non era ancora in guerra e i Windsor tornarono a La Croè. Ma il 10 giugno del 1940 cambiò tutto: i duchi di Windsor si trasferirono in Spagna, controllati sia dal servizio segreto britannico e da quello tedesco. I tedeschi pensavano a Edoardo come un re fantoccio da porre sul trono britannico dopo la sicura vittoria, e volevano rapirlo. Churchill non lo voleva in Spagna, nazione amica della Germania, e voleva riportarlo in Gran Bretagna, dove però si rifiutava di andare se Wallis non fosse stata riconosciuta come membro della famiglia. I rapporti tra i due, che in passato erano stati ottimi ed estremamente amichevoli, si raffreddarono, e il Primo ministro, che aveva ben altro a cui pensare che non ai capricci di Edoardo, fu la scelta di una destinazione che Wallis definì la «Sant’ Elena del 1940», ossia le Bahamas, di cui il marito fu nominato Governatore del marito alle Bahamas: il duca di Windsor comprese all’ istante che rappresentava una mossa per allontanarlo dalla politica e dai suoi contatti con la Germania e reputò umiliante l’ incarico, che mantenne fino al 1945. La vita a Nassau, per quanto fosse serena rispetto allo scenario di guerra europeo, era un incubo per i duchi: clima orribile e insetti combinati alla noia mortale. Wallis si occupava di Croce Rossa ed Edoardo della carica di Governatore, ma questa non era certo la vita che avevano sognato. Lui sperò di convincere Roosevelt ad appoggiare la sua candidatura ad ambasciatore del Regno Unito, ma infine arrivò il veto britannico. Delle Bahamas affermò senza mezzi termini che costituivano una colonia di terza classe, ma non mancò di interessarsi ai problemi di povertà delle isole cercando di risolverli. In oltre pare che incontrandosi con i nobili spagnoli fedeli al dittatore Franco abbia apertamente sperato che i bombardamenti su Londra si facessero più intensi così da obbligare la nazione a trattare con il governo hitleriano, concedendosi pure affermazioni antisemite e giudizi poco lusinghieri nei confronti del fratello e della cognata, che considerava uno stupido e una donna assai intrigante, e di Churchill.

Alla fine della guerra, sancita dalla vittoria di Stati Uniti e Gran Bretagna e dalla capitolazione del Nazionalsocialismo e del Fascismo, Edoardo sperava sempre in un incarico ufficiale da parte del re o di poter rientrare in Gran Bretagna in famiglia con Wallis. Tutto fu inutile. Per Wallis Simpson le porte erano sempre chiuse. I due tornarono quindi a Parigi, ai margini di Bois de Boulogne, in una villa di proprietà comunale che venne loro affittata a un prezzo simbolico, godendosi la vita venendo ricevuti tanto nei salotti più in vista quanto dai governanti più influenti del mondo, incluso Richard Nixon: erano filmati e fotografati ovunque, lui con quella costante aria di tristezza e malinconia sul volto, e lei sempre sfavillante, attorniata da gentildonne sempre desiderose di scoprire che cosa avesse di tanto particolare da indurre il marito a rinunciare alla corona dell’ Impero più potente e rispettato al mondo. Edoardo, che godeva di una rendita consistente che gli spettava in quanto proprietario nonostante l’ abdicazione delle residenze private della famiglia reale, come Sandringham House e il castello di Balmoral, di cui il fratello gli versava un notevole affitto, ammise di essere stato abbindolato e strumentalizzato da Hitler e con il tempo ne fu estremamente disgustato. Ormai l’ etichetta di nazista gli era stata appiccicata addosso e stranamente molti, tuttora, lo definiscono in questo modo.
In seguito acquistarono un vecchio mulino, le Moulin de la Tuilerie, chiamato «The Mill» da Edoardo, che ristrutturarono per farne una casa da week end, l’unica casa che acquistarono nella loro vita. Qui Edoardo si poteva sbizzarrire col suo passatempo preferito insieme al golf e al giardinaggio. Il 6 febbraio 1952, segnato dallo stress della guerra, dal fumo e dallo svilupparsi di un cancro che portò ad una forma di aterosclerosi, Giorgio VI morì di infarto durante il sonno a Sandringham House, all’ età di cinquantasei anni. Durante tutta la guerra, e soprattutto nel periodo dei bombardamenti su Londra, aveva saputo conquistare la stima e l’ affetto dei suoi sudditi, rimanendo sempre al proprio posto e rifiutando l’ idea di fuggire, contribuendo con i suoi discorsi radiofonici a tenere alto il morale del paese durante la resistenza all’ attacco subito dai nazisti. Nel dopoguerra invece era stato tra i principali promotori della ripresa economica e sociale della nazione.
Edoardo apprese la notizia dai giornalisti di New York, ove trascorreva l’ inverno alle Walford Towers con Wallis, in quanto nessuno della sua famiglia gli comunicò la notizia. Tornò da solo in Gran Bretagna per i funerali, in quanto la moglie non era stata invitata. Ospitato dalla madre, fu informato che l’ appannaggio di diecimila sterline annue, che era stato un favore personale del fratello, sarebbe stato sospeso. Visto con sdegno in quanto disertore amico dei nazisti, durante il corteo funebre sfilò insieme agli altri duchi con la divisa della Marina, e se ne andò il prima possibile. Sul trono salì la principessa Elisabetta, figlia primogenita di Giorgio, allora quasi ventiseienne, che analogamente alla madre biasimò lo zio per avere abbandonato il proprio ruolo obbligando il padre a diventare re, accorciandogli la sua vita di molti anni. Lei era notoriamente la sua nipote preferita e il duca sperava che le cose potessero cambiare e di poter ritornare in Gran Bretagna. Sarebbe bastato un invito esteso a Wallis per appianare tutto, ma non accadde. Lo invitò comunque alla propria incoronazione, ma lui rifiutò, e a questo proposito Wallis ebbe a dire: «Perché mai dovrebbe andare all’ incoronazione della regina? Non è andato nemmeno alla sua…». Alla morte della Regina madre, Mary di Teck, poco prima dell’ incoronazione di Elisabetta, ancora una volta Edoardo andò al funerale senza Wallis, che solo per la commemorazione fu invitata insieme a lui: fu la sua prima apparizione ufficiale nel Regno Unito. In seguito, benchè il popolo desiderasse il ritorno dei Duchi di Windsor, la famiglia reale non fece nulla, anzi, durante le visite di Elisabetta in Francia, per non creare imbarazzo, da Buckingham Palace si faceva capire loro che una loro assenza da Parigi sarebbe stata gradita.
Edoardo in tarda età;

Negli Anni Sessanta la salute di Edoardo prese a declinare, e nel 1971 gli venne diagnosticato un cancro alla gola, avendo fumato moltissimo fin da ragazzo. Nel 1972, la regina Elisabetta II si recò in visita con il marito, il principe Filippo, e il figlio Carlo a Parigi, ove visitò lo zio, ancora lucido ma assai debole, costretto a letto con le fleboclisi alle braccia. Volendo farsi trovare in piedi e convenientemente vestito nel salotto di fianco, si fece nascondere i tubi sotto la camicia e provvide a far nascondere i flaconi dietro le tende: quando Elisabetta entrò chinò elegantemente il capo. I due parlarono per quindici minuti, e lasciando la stanza la regina, che nonostante tutto lo amava molto, non trattenne le lacrime: anche negli errori e nella follia gli riconobbe sempre una certa grandezza, e ogni volta che aveva potuto lo aveva invitato a tornare per qualche giorno, quasi sempre in occasione di cerimonie o funerali di membri della famiglia reale.

Edoardo morì qualche giorno dopo, il 28 maggio 1972. Uno dei primi ad arrivare a porgere le condoglianze fu Umberto II di Savoia, l’ ex re d’ Italia: i due avevano scherzato sempre brindando «ai due re». I Windsor avevano deciso di farsi seppellire a Baltimora, ma Elisabetta e il resto della famiglia reale, temendo che la gente lo avrebbe considerato un insulto a un ex re, decise che le loro tombe sarebbero state a Windsor. Elisabetta mandò un aereo della RAF per prenderne il corpo, che venne deposto nella St. George’ s Chapel, nel castello di Windsor. I funerali vennero tenuti nella cappella il 5 giugno successivo alla presenza della sovrana e di tutta la famiglia reale, oltre che di Wallis, per la prima volta ricevuta a corte: durante il soggiorno Elisabetta pranzò con lei e Carlo la chiamò zia. Questo, infine, poteva solo accrescere il suo dolore. Edoardo aveva aspettato una vita un piccolo gesto di riconoscimento per la moglie, che venne infine fatto soltanto dopo la sua morte. L’ ex re venne sepolto nella Royal Burial Ground, dietro il Mausoleo Reale della regina Vittoria e del principe Alberto. La duchessa di Windsor risiedette a Buckingham Palace durante il periodo delle cerimonie funebri: fu l’ unica occasione in cui poté visitarlo, ma ormai era colpita dai primi sintomi della demenza, e se ne tornò presto al Bois de Boulogne, morendo quattordici anni dopo, e venendo sepolta accanto al marito. Nel suo spogliatoio aveva sempre conservato, incorniciato, il messaggio scritto a mano da Edoardo, sulla carta con lo stemma reale: «Amica mia, vivere solo con te penso sia stato meglio che avere una corona, uno scettro e un trono.».

martedì 10 ottobre 2017

Il segreto di Ernesto

Questa storia mi fu raccontata nel 2002 da un anziano signore che viveva a Sordevolo, un piccolo paese accanto al mio.
La zona dove viveva «Ernesto»;

A partire dal 1945, fino al giorno in cui morì, questo mite e simpatico vecchietto visse completamente isolato nella sua casa, senza amici o veri contatti con il mondo esterno. In rare occasioni, durante le sue passeggiate, concedeva un rapido saluto a qualcuno, ma mai si fermava per scambiare due parole. Solamente sua nipote, la figlia del defunto fratello, aveva un rapporto diretto con lui e lo aiutava nelle faccende domestiche. Sordevolo è un paese di neppure millequattrocento abitanti, una società piccola e pettegola, a suo modo meschina, e in giro per le strade correva voce che la testa di questo signore funzionasse a ritmi alternati, lo si descriveva come uno strano e vecchio eremita che faceva i suoi bisogni nei barattoli e, peggio ancora, pur di non andare nei negozi, dove avrebbe incontrato altra gente, amava rovistare tra i rifiuti delle bancarelle del mercato, alla ricerca di qualcosa da mangiare o per riscaldarsi nei mesi freddi. Ma tutto ciò era soltanto un mucchio di frottole, di sciocche cattiverie mosse da gente che pur definendosi civile perdeva il suo tempo accanendosi contro una persona che semplicemente viveva per conto suo, qualcuno che dietro la sua vita tranquilla nascondeva un passato doloroso.
Il suo racconto ha caratteri sinistri, qualcosa di unico, e quando lo udì per la prima volta ne rimasi inquietato, come del resto mi è sempre accaduto a proposito di molte delle cose che ho sentito sul regime nazista e sulla Seconda Guerra Mondiale. Durante tutta la sua vita, il mio anziano amico cercò anonimato e tranquillità, standosene lontano da ogni forma di pubblicità, e sebbene sia morto ormai da undici anni preferisco non svelare il suo nome nel corso della narrazione. Ogni volta che mi riferirò a lui lo chiamerò Ernesto.

Nell’ estate del 2002, tra i mesi di luglio e settembre, svolsi volontariato nella casa di riposo di Sordevolo. In quel piccolo paese, confinante con il mio, avevo molti amici, e collaboravo molto con le associazioni come la Passione di Cristo, la rinascente Alpina e la Pro Loco. Avevo diciotto anni e studiavo in una scuola superiore per i servizi sociali. Quasi ogni giorno portavo a spasso i vecchietti ricoverati in casa di riposo, rendendoli sempre molto contenti, e durante tutte quelle uscite passavamo accanto alla chiesa di Santa Marta, dove ad una certa ora sedeva un vecchietto di età indefinibile, con i capelli bianchi e un bastone. Lo salutavo con un sorriso gentile, e lui rispondeva con un silenzioso cenno del capo. A volte sorrideva di rimando.
Un sabato pomeriggio mi recai a Sordevolo per visitare un amico, che però era fuori casa, e per pura coincidenza passai vicino alla chiesa di Santa Marta, dove, seduto al solito posto, incontrai il signore canuto con il bastone. Lo salutai, e quando gli domandai come stesse mi chiese come mi chiamassi e che cosa facessi durante la settimana. Gli risposi di essere un volontario della casa di riposo, che abitavo a Occhieppo Superiore e che frequentavo da circa un paio d’ anni Sordevolo, sebbene non lo avessi mai notato prima.
«Io mi chiamo Ernesto, e vivo da solo da molti anni.» mi disse «Non parlo quasi mai a nessuno. Vengo qui a prendere il sole e l’ aria fresca, poi torno a casa a godermi la pace e il silenzio.».
Sorrisi educatamente, e lui proseguì dicendo di aver sempre vissuto isolato non perchè fosse strano, ma per paura delle persone, avendo visto chiaramente ciò di cui erano capaci:
«A volte nel mondo capitano cose così dolorose che fanno riflettere sulla natura degli uomini. Durante la Seconda Guerra Mondiale ero nell’ esercito, e i miei occhi videro fatti che non avrei mai concepito neppure nei peggiori incubi.».
Annuì, comprensivo, e gli risposi che tutte quelle storie mi interessavano moltissimo. Mia madre, morta da appena due anni, era infatti nata nel 1943, e benchè fosse piccola all’ epoca dei fatti ricordava alcuni episodi legati alla guarnigione tedesca nei pressi di Voghera, la sua città, e spesso me li raccontava. Da quei ricordi era nata in me la voglia di saperne di più sul Fascismo e sul Nazismo, e su quanto accadde tra il 1939 e il 1945. Ogni volta che incontravo un reduce di quei giorni lontani lo ascoltavo con grande entusiasmo. Ernesto mi guardò con attenzione, e sfoderò un sorriso enigmatico.
«Non sono cose da raccontare in un posto come questo.» disse guardandosi furtivamente in giro «Vieni, ogni giorno a quest’ ora io bevo il caffè.».
Si alzò, mi prese per mano e mi condusse con passo lento e affaticato a casa sua, a poche decine di metri dalla chiesa. Giunti in salotto, molto ben tenuto come il resto della piccola abitazione, mi mostrò le fotografie dei suoi genitori e del fratello, morto da una decina di anni. In una era invece ritratto lui in uniforme. Mi fece accomodare, e in pochi minuti venne con il caffè, una bottiglia di grappa e un piatto di ottimi biscotti. Conversammo amabilmente per circa un paio d’ ore, in cui domandò ogni cosa su di me. Ascoltava con molta attenzione, dimostrando grande lucidità e memoria. Ebbi perfino la piacevole impressione di essere sotto esame! In quel nostro primo incontro scoprì che il mio nuovo amico non era mai stato sposato, e che non aveva mai avuto figli.
«Sei un ragazzo intelligente, Giacomo.» mi disse «Conoscerti mi ha reso molto felice. Non ricordo nemmeno l’ ultima volta che ho fatto una chiacchierata così bella. Voglio che nelle prossime settimane torni spesso a trovarmi, perchè abbiamo molte cose da raccontare.».
Il campo di concentramento di Auschwitz;

Come promesso, nelle settimane successive tornai a visitare Ernesto altre tre volte, e sempre di sabato. I nostri incontri seguivano sempre lo stesso schema: ci trovavamo alla chiesa di Santa Marta, andavamo a casa sua e chiacchieravamo per almeno un paio d’ ore davanti a una tazza di caffè con grappa e a un piatto di biscotti freschi e deliziosi. Poi ci congedavamo cordialmente, con un abbraccio. Il 20 luglio, però, in occasione della mia ultima visita, ricordo molto bene che assunse un tono serio, e compresi che era sul punto di dirmi qualcosa di importante:
«Confesso che durante le altre visite ti ho studiato con attenzione, e mentre chiacchieravamo ho capito che sei un ragazzo maturo, acuto, e che finalmente ho trovato qualcuno con cui dividere il grande peso che mi porto dentro da circa sessant’ anni.».
Il suo tono mi incuriosì, e lo invitai di cuore a parlare. Mi disse di aver trascorso tutta la vita nel tormento, e che prima di morire doveva narrare ciò che ricordava almeno a una persona. Raccontò di essere nato nel 1918, e che la sua era una famiglia di droghieri che vantava un po’ più di benessere delle altre a Sordevolo. Il fratello aiutava i genitori nella drogheria, ma lui nutriva scarso interesse per quella particolare attività:
«Se invece mi fossi unito a loro! Quanto dolore mi sarei risparmiato! Ma ero giovane, non conoscevo ancora nulla della vita e non avevo idea di quanto sarebbe accaduto.».
Svolgendo il servizio militare scoprì la passione per la vita del soldato, tanto da arruolarsi regolarmente nell’ esercito italiano, riempiendo di grande gioia la famiglia. Nel 1940, quando l’ Italia entrò in guerra a fianco della Germania, fu inviato per un anno in Albania, e l’ anno successivo combatté in Libia, un fronte particolarmente drammatico per il Regno. Infine, nel 1942, fu mandato in Trentino-Alto Adige, in una base posta in una località ai piedi delle Dolomiti che preferì non rivelare:
«Fui assegnato al comando del colonnello Serafino, ufficiale di grande abilità e intelligenza. Il suo accento calabrese mi divertiva molto, ma era molto severo e rigoroso, la sua sola presenza imponeva rispetto.».
La base disponeva di un’ infermeria molto attrezzata, e di un laboratorio medico all’ avanguardia. Ernesto era incaricato di smaltire i rifiuti, e spesso guidava il camion per i rifornimenti. Attraversando le strade lungo le maestose Dolomiti si incantava delle bellezze paesaggistiche, e gli pareva incredibile pensare nel resto d’ Europa infuriasse una guerra particolarmente drammatica. Ma presto vi furono gravi conseguenze anche in quella regione: nel 1943 il nuovo governo italiano firmò l’ armistizio con gli Alleati, e in autunno il Trentino-Alto Adige fu di fatto occupato militarmente dal Terzo Reich, pur continuando a far parte della Repubblica Sociale Italiana. Divenne una Zona d’ operazioni delle Prealpi, con capoluogo a Bolzano, retta da un Commissario Supremo dotato di pieni poteri, compreso quello di vita e di morte, soggetto solo all’ autorità di Adolf Hitler:
«Da quel momento non vedemmo altro che tedeschi. Erano dappertutto. Sorse anche un tribunale speciale per i casi in cui risultavano coinvolti i cittadini dei domini tedeschi, colpevoli o vittime che fossero.».
Di fatto, Ernesto si trovò in una «Germania d’ Italia», come la chiamò. Il numero dei morti fu catastrofico, tra le condanne a morte e gli scontri con la Resistenza locale. I rapporti parlavano sempre di impiccagioni, fucilazioni e morti per le orribili sevizie nelle prigioni, oltre che di feriti. Ma l’ aspetto peggiore era rappresentato dalle deportazioni e dagli internamenti degli ebrei, come previsto dalle leggi razziali fasciste:
«In Italia, gli arresti e la deportazione in massa degli ebrei iniziarono proprio in Trentino-Alto Adige. La maggior parte di quei poveri diavoli passava per il Campo di transito di Bolzano.».
Poi, senza un nesso evidente con quanto stava raccontando, mi domandò:
«Sapresti dirmi che fine fece Hitler?».
Evidentemente sorpreso, gli risposi che secondo la versione ufficiale si era sparato un colpo in testa ingerendo una capsula di cianuro, ormai consapevole di aver perduto la guerra:
«Qualcuno però ha contestato questa versione dei fatti, sostenendo che invece riuscì a sfuggire e a nascondersi in un luogo lontano. Anche mia madre diceva che non potevamo essere certi di quanto accadde davvero.».
Ernesto assunse l’ espressione tipica di chi è a conoscenza di un importante segreto:
«Sulla sorte di Hitler sono sempre stati espressi seri dubbi. Fin dai primi di maggio del 1945 circolarono voci piuttosto contraddittorie: alcuni gerarchi lo davano caduto in battaglia alla testa delle sue truppe, e altri dissero di averne occultato le spoglie. La stampa tedesca, invece, assicurava che fosse sano e salvo, nascosto da qualche parte nel Sudtirolo.».
Proseguì dicendo che nel bunker di Berlino i sovietici trovarono alcuni cadaveri carbonizzati, che studiarono attentamente, ma in seguito li cremarono e ne dispersero le ceneri. Oggi ne resterebbe soltanto una porzione di calotta cranica custodita all’ Archivio di Stato della Federazione Russa, attribuita proprio a Hitler. Come era noto, i sovietici avevano un assoluto bisogno di annunciare la morte del grande nemico, così da sfatare sul nascere incertezze e pettegolezzi, ma la fretta con cui agirono destò un generale clima di scetticismo. Tanto per cominciare, come in seguito fu più volte confermato, il cadavere carbonizzato era stato indicato dai reduci nazisti che, per ovvie ragioni, non volevano che le spoglie mortali del loro comandante cadessero in mano ai sovietici. In secondo luogo, l’ assistente dentista di Hitler, una certa Heusermann, consegnò ai comunisti le radiografie dei suoi denti, in base alle quali si stabilì che il cadavere semicarbonizzato era autentico, ma è possibile che i dati presentati non fossero esattamente quelle giuste. La Heusermann era infatti una devota nazista, e poteva essere parte di un piano appositamente studiato.
«Tutto questo ha un legame con quanto accadde un giorno nella mia base.» precisò infine Ernesto.
Un giorno come tanti, infatti, tornò nel suo centro con il camion carico di rifornimenti, e intuì che era accaduto qualcosa di grave. Sentì parlare di un incidente di qualche genere, e gli fu detto di restare in attesa di ordini alla base con un piccolo gruppo di giovani soldati:
«Arrivarono rapporti a proposito di un crollo di sassi in una strada di montagna che io conoscevo bene. Uno dei nostri camion ne era stato travolto, e c’ era qualche vittima.».
Il colonnello Serafino si presentò all’ improvviso e ordinò loro di andare fin lassù con il camion, e di recuperare i corpi. Parlava con un tono che non ammetteva repliche:
«Fate più in fretta che potete. Portate tutto subito qui!».
Ernesto raggiunse facilmente e con molta fretta il luogo dell’ incidente, una delle strade di montagna che lui percorreva sovente per provvedere ai rifornimenti. Solo la parte posteriore del camion non era stata sommersa dai massi: 
«Fui tra i primi ad avvicinarmi al veicolo, e nel retro vidi i cadaveri: avevano tutti le stesse sembianze, erano praticamente identici. Era come se una sola madre avesse concepito di colpo una miriade di gemelli.».
Ciò che lo inquietò di più fu la notevole somiglianza di tutti quei morti con Adolf Hitler. Avendo visto molte sue fotografie conosceva bene il suo volto:
«Per un attimo non credetti ai miei occhi, ed ebbi paura. I morti erano circa una dozzina, e tutti gli somigliavano alla perfezione. Anche i baffetti e la capigliatura combaciavano.».
Avendo degli ordini da rispettare, si diede da fare come un pazzo con il resto della squadra nel prendere i cadaveri e nel riportali immediatamente alla base, guidando poi a folle velocità prima che occhi indiscreti lo vedessero sul posto. Nessuno avrebbe dovuto sapere niente di quei cadaveri. Quando si incontrarono nuovamente, Serafino gli ordinò senza troppa cordialità di scordarsi di quella faccenda, ufficialmente non era mai accaduta.
«Hai mai sentito parlare dei trucchi di Saddam per garantirsi la sicurezza?» mi chiese Ernesto «A volte si dice che in giro per l’ Iraq ci siano tanti Saddam allo stesso tempo.».
Rabbrividì di fronte alla macabra intuizione che trassi udendo simili parole:
«Stai dicendo di aver lavorato in una fabbrica di sosia?».
Ernesto annuì:
«Proprio così. Hitler era ricercato vivo o morto da almeno mezzo mondo, ma se fosse venuto a mancare l’ avrebbero sicuramente lasciato in pace. E l’ idea che al posto suo sia morto un sosia è già stata presa in considerazione, sebbene manchino le prove in merito. Fino a oggi, però, si è sempre taciuto sull’ origine di questi sosia creati per via chirurgica, e su come venissero preparati a questa sinistra missione.».
Ernesto però non rientrava in quel brutto affare, e nessuno gli parlava mai di progetti segreti o esperimenti in corso. Dopo tutto, lui era un ufficiale di basso livello. Ma il giorno dopo l’ incidente giunsero dagli avamposti austriaci alcuni ufficiali tedeschi, che forti della loro autorità scatenarono il finimondo. Presero il controllo della situazione e fecero veramente di tutto per mettere le cose a tecere. Interrogarono i tre montanari che avevano segnalato l’ incidente, per verificare se avessero scoperto qualcosa o meno, e assicurarsene il silenzio. Avrebbero dovuto tacere sull’ intera faccenda:
«Volevano una segretezza totale, a qualunque costo, e usarono toni aspri anche con noi che avevamo trasportato tutto il materiale fino alla base. Ci fecero capire che se avessimo aperto bocca le cose si sarebbero messe molto male per noi.».
Furono molto rigorosi, in quanto rimossero il camion semisepolto dalla frana e lo fecero letteralmente sparire, e andandosene non lasciarono neppure le prove del loro passaggio. Nel frattempo, i cadaveri furono sicuramente cremati, avendo perso ogni utilità. Ma era chiaro che in poco tempo sarebbero saltate alcune teste per una così grave perdita di «materie prime», come quei sosia erano considerati. Trovare i candidati e alterare chirurgicamente i loro volti era infatti molto difficile.
«Che cosa accadde dopo?» domandai.
«La situazione a quel punto si complicò molto.» rispose Ernesto facendosi triste «Soprattutto per me e per chi mi accompagnò a recuperare i morti.».
Nel corso della settimana seguente ciascuno tornò alle mansioni che gli erano proprie, come se nulla fosse mai accaduto. Ma Ernesto e gli altri naturalmente pensavano ancora a quell’ incidente, pur tenendo rigorosamente per  la minima considerazione. Alla base, frattanto, giungevano sempre più voci sul movimento dei partigiani, e tra le schiere dei militari ne aumentavano di giorno in giorno i fiancheggiatori e gli informatori. Ernesto e molti altri cominciarono a provare una certa simpatia per loro, chiamandoli con l’ espressione in codice «quei buoni figlioli». Ad un tratto, però, ci si rese conto che molti di coloro che avevano recuperato i cadaveri erano spariti:
«Sulle prime non me ne accorsi, come del resto nessuno. Ma giorno per giorno spuntavano sempre delle facce nuove, tizi che sostituivano chi era stato sul luogo dell’ incidente.».
Tali sostituzioni erano evidentemente avvenute con calma e astuzia, senza destare sospetti o clamore di alcun tipo, probabilmente una per volta. Ma la situazione precipitò d’ un tratto:
«A una settimana dall’ incidente, un commilitone più giovane di me di un anno o due mi si avvicinò mentre terminavo di preparare il camion per dare rifornimenti alla base. Si muoveva agile come una spia, e aveva un fagotto contenente abiti borghesi. Mi fece capire di essere un informatore dei partigiani, e che doveva avvisarli di quanto accaduto nei giorni precedenti. Senza che nessuno se ne accorgesse salì nel retro del camion, che io poi misi in moto. Dovevo stare molto attento perché se lo avessero scoperto sarebbe stata anche la mia fine.».
Tuttavia raggiunsero senza problemi le sperdute aree montagnose, dove il compagno vestito da civile scese e scomparve facilmente tra le Dolomiti, diretto dai buoni figlioli. Ma quando fu di ritorno alla base, Ernesto si trovò di fronte alla svolta fatale:
«Nel frattempo erano tornati i tedeschi, secondo i quali tra noi vi erano molte spie partigiane.».
Lui stesso fu agguantato con malagrazia e portato a suon di strattoni e pedate al cospetto del comandante tedesco e del colonnello Serafino. Nei pochi minuti seguenti furono portati con altrettanta brutalità altri due commilitoni, gli ultimi rimasti tra chi era stato con lui nel luogo dell’ incidente.
«Dissero di averci smascherato.» fece Ernesto «Non c’ era possibilità di errore: noi eravamo le spie dei partigiani, e saremmo stati puniti duramente.».
Ad un certo punto un soldato tedesco entrò nella sala e parlò al comandante, che si rivolse a Serafino in italiano dicendo che avevano catturato e ucciso la spia saltata giù dal camion di Ernesto. Serafino annuì e lo indicò come il guidatore del veicolo incriminato:
«In quel momento compresi di essere finito. Mi sentivo sospeso tra la vita e la morte, non più vivo ma non ancora morto.».
I tre prigionieri furono dunque caricati con forza sul trasporto tedesco e portati al Campo di transito di Bolzano, dove furono messi in riga davanti al terribile Michael Seifert, il famoso Mischa, un giovanissimo ufficiale delle SS addetto alla vigilanza del campo:
«Era un mostro, capace delle peggiori brutalità, un vero demonio! Non so come abbia potuto Dio mandare quaggiù un tipo così...».
Si diceva che torturasse e uccidesse per divertimento, senza alcun intento preciso. Dopo il 1945 si accertarono tra le sue vittime almeno diciotto civili, per la maggior parte adolescenti. Davanti ai nuovi prigionieri appena arrivati sbraitò qualcosa in tedesco, agitando un frustino, e poi fece l’ appello. Subito dopo le guardie li trascinarono violentemente in una baracca, al cui interno erano state predisposte celle di isolamento piuttosto buie e umide, senza aria. Il mattino dopo i tre vennero presi e condotti a turno in una baracca che svolgeva da ufficio, in cui ricevettero il numero personale, quindi furono mandati in un recinto all’ aria aperta, in mezzo a tanti altri prigionieri nel corso della loro ora d’ aria.
«Erano tutti italiani.» disse Ernesto «E ci chiesero il motivo per cui fossimo stati condotti in quell’ inferno.».
Verso sera le guardie vennero nuovamente a prenderli, e li gettarono su di un camion che li condusse alla stazione ferroviaria di Bolzano, dove furono presi in consegna da alcuni ufficiali delle SS che li caricarono su di un treno diretto fino al famigerato campo di Auschwitz, dove Ernesto fu sbattuto in una baracca, lontano dai suoi compagni:
«Non li rividi mai più.» precisò con le lacrime che gli rigavano il volto «E di loro si persero per sempre le tracce.».
Parlandomi del tempo trascorso in quell’ inferno, la sua commozione si fece qualcosa di tangibile, come se avessi potuto farne una coperta in cui avvolgermi: gli furono rasati i capelli, e in seguito fu dolorosamente tosato in tutto il corpo, parti intime incluse, tramite rasoi senza filo. Lo disinfettarono con prodotti che gli irritarono la pelle, lo lavarono alternando acqua bollente e gelata e infine gli fu data la divisa del campo, un pigiama a strisce grige scure e chiare di pessima qualità, fatto di stracci dalle enormi toppe. Ai piedi dovette portare zoccoli di legno pesanti e piuttosto logori:
«Compilai una scheda con i dati personali e l’ indirizzo dei miei familiari più vicini. Mi dissero che da quel momento sarei stato chiamato con il numero che mi avevano attribuito, mai per nome. Ovviamente, dovevo impararlo a memoria in tedesco, e se non l’ avessi pronunciato nel modo giusto mi avrebbero punito severamente.».
Era necessario usare il numero sia per ricevere la brodaglia del vitto che nel corso dei lunghi e faticosi appelli. Era impresso su di un pezzo di tela e cucito sul lato sinistro della casacca, all’ altezza del torace, e sulla cucitura esterna della gamba destra dei pantaloni. Inoltre Ernesto era stato etichettato con un cerchietto di colore rosso recante la sigla «IL», usato per identificare i prigionieri pericolosi o che avrebbero tentato la fuga:
«Mi esentarono dalla pratica del tatuaggio sull’ avambraccio sinistro, analogamente ai prigionieri tedeschi, a quelli da rieducare e agli ebrei che dal 1942 venivano da Varsavia. Ne derivava però un trattamento di punizione particolare, più crudele e sadico in confronto agli altri. Più tardi seppi che chi non era registrato era destinato a un’ esecuzione quasi immediata.».
Ma per lui avevano piani diversi, in quanto lo mandarono a Birkenau, al Settore B-II-f:
«Era l’ ospedale per i prigionieri maschi. Vi morivano tantissimi per le selezioni periodiche e per la mancanza di cure, ma il suo aspetto peggiore era un altro.».
«Quale?» volli sapere, ed Ernesto, chinandosi in avanti, rispose:
«Il personale medico delle SS mi usò per gli esperimenti.».
Nei campi di sterminio tutti gli internati dovevano lavorare, e chi non ne era in grado veniva ucciso appena arrivato. Ma le condizioni di lavoro erano impossibili, il cibo era scarso e avariato e l’ igiene non esisteva, dunque gli internati non avevano una speranza di vita troppo lunga. Ma Ernesto non fu mai costretto a lavorare, bastava che si presentasse agli appelli del mattino, e un giorno, dopo tre settimane trascorse in isolamento totale con appena pochi mestoli di minestra, fu prelevato dalle guardie, che spintonandolo e pigliandolo violentemente a calci lo condussero in un laboratorio medico, dove fu spogliato davanti al dottore, che lo visitò in silenzio. In fondo alla stanza, accanto alla finestra, vi era un ufficiale in divisa, silenzioso e impassibile:
«Nessuno mi disse una parola. Del resto, io non ho mai conosciuto il tedesco. Ad un certo punto il dottore parlò all’ ufficiale in disparte, che fece un cenno di assenso. Come per riflesso mi rivestirono e mi riportarono alla mia baracca, dove rimasi fino al giorno dopo.».
Come noi tutti oggi sappiamo, Auschwitz era un luogo di studio. Da qualche tempo vi lavorava il famigerato dottor Josef Mengele, passato alla storia per l’ ossessione circa il fenomeno dei parti gemellari, ma soprattutto per la natura raccapricciante dei suoi esperimenti, che portavano regolarmente alla morte dei malcapitati. Gli era consentito eseguire ricerche su qualsiasi internato lo interessasse, analizzandolo, operandolo, sezionandolo e uccidendolo senza la minima conseguenza:
«Quando arrivai, aveva da tempo organizzato una squadra di medici e infermiere, con tanto di un patologo. Erano tutti prigionieri come noi, reclutati nel campo, godevano di protezione e questo ruolo li salvò da una morte quasi certa.».
All’ alba del giorno seguente, Ernesto fu condotto nei laboratori di Mengele. Non era più un essere umano, ma un animale per le sperimentazioni. Mentre mi raccontava cosa gli fecero mi mostrò alcune parti della sua pelle, ancora segnate da tanta follia. Mi indicò i segni intorno alla bocca, dicendo che le scosse elettriche gli avevano fatto cadere tutti i denti. Disse che lo lasciavano spesso sospeso con le braccia all’ indietro, appeso al soffitto come un salame, e appiccavano il fuoco per ustionargli varie parti del corpo:
«Mi risvegliavo sempre coperto di vomito e urina, e una volta, tra mille dolori, sputai letteralmente alcuni denti.».
Si trattava soltanto di una tra le molte prove di resistenza. Un’ altra prevedeva intensi prelievi di sangue. Seguivano i ferri roventi, i pungoli elettrici nell’ ano, e molte altre su cui preferì tacere. In seguito fu lasciato per giorni in una camera gelida:
«Non credevano che sarei sopravvissuto tanto, e poiché mi misero da una parte per riprendermi intuì che mi reputassero un esemplare pregiato.».
Fu inviato in una baracca vicina al laboratorio, dove perdurò il suo isolamento per giorni e giorni. Frattanto aveva naturalmente perduto la normale percezione del tempo. Un giorno tornarono a prenderlo, e lo portarono in un altro laboratorio, dove analizzarono le sue condizioni. In un secondo momento gli fecero due iniezioni, la prima sul braccio destro e l’ altra sul collo. La seconda puntura fu piuttosto dolorosa, e quando ritrassero l’ ago fu attraversato da violenti spasmi:
«Non ricordo di aver mai provato un dolore del genere. Mi sembrava di morire. Sentivo salire un gran bruciore dai piedi alla testa, lo stomaco mi doleva. Mi girò la testa e caddi vomitando, poi non ricordo nulla. Neppure oggi saprei dire quanto accadde dopo, evidentemente la mia testa ha preferito cancellare il ricordo di quegli istanti brutali.».
Del periodo trascorso tra quei momenti drammatici e l’ arrivo dei sovietici in quel luogo infernale, il 27 gennaio 1945, aveva solo qualche ricordo molto vago, come in sogno: girava nella baracca gridando e farfugliando parole sconnesse, talvolta sotto lo sguardo attento dei medici. Niente di più:
«Quando i sovietici raggiunsero il campo per liberarmi, ero tornato lucido da un giorno o due. Quando mi fecero capire che giorno era non potei davvero crederci: ero rimasto in quelle condizioni per un anno e mezzo!».
Di fronte all’ avanzata dell’ Armata Rossa, frattanto, dal mese di novembre del 1944, a Birkenau erano già state distrutte varie camere e i relativi forni, mentre quelle di Auschwitz erano state adibite a rifugi antibomba. Il comando centrale delle SS non voleva lasciare prove del genocidio, che solo in quel luogo era costato la vita a più di un milione e centomila persone.
«Noi sopravvissuti eravamo ormai a un passo dalla morte per lo stremo, chi per i ritmi di lavoro e chi per l’ interesse scientifico di Mengele e dei suoi, che intanto avevano abilmente tagliato la corda.» disse Ernsesto «Io ad esempio pesavo appena trentanove chili, e durante le pene patite avevo riportato così tanti danni fisici che ormai non fui ritenuto più idoneo a fare il soldato.».
Lo vidi scuotere il capo, chiedendosi come potesse avere luogo tanta crudeltà:
«Avevano paura che parlassi dei sosia di Hitler, e mi mandarono lassù a morire, come gli altri miei compagni. Non era bastato intimidirci. Finché sarei vissuto, almeno avrei contribuito allo sviluppo della loro scienza. Non so proprio come ho fatto a uscirne vivo, tra tanta gente che moriva!».
Fu soccorso dalla Croce Rossa, che lo curò, lo nutrì e gli innestò una dentiera. Appena fu in grado di muoversi tornò a Sordevolo, e dopo la guerra lo Stato gli riconobbe una pensione di invalidità. Da allora viveva isolato, con la paura della gente, e con pochi contatti con il mondo oltre la porta di casa:
«Amiamo considerarci superiori agli animali per intelligenza e civiltà, o per religione, ma mi sono reso conto che le cose peggiori hanno luogo soltanto tra di noi. Siamo veramente figli a immagine e somiglianza di Dio, esseri che salgono in Cielo dominando il proprio lato oscuro?».
Proseguì dicendo che chi gli aveva fatto tutto questo non era stato  un branco di lupi e nemmeno una legione di diavoli con le corna e la coda, ma uomini come lui, come me, come tutti, e che da quando tornò da Auschwitz aveva sempre saputo che non sarebbe mai più riuscito muoversi liberamente in mezzo agli altri. Solo nella pace della sua casa poteva stare sereno.
 
Il dottor Josef Mengele, folle ricercatore nazista;
Ma la storia non era ancora finita. Nel 1981, infatti, fu visitato da un agente segreto dal forte accento emiliano che era appena andato in pensione. Disse che pochi giorni prima di ritirarsi dal lavoro aveva seguito un’ inchiesta nel cui corso aveva avuto accesso a dati riservati risalenti agli anni della guerra, in cui si attestava che Ernesto aveva prestato servizio nella base in Trentino-Alto Adige, e che risultava l’ unico membro del personale ancora vivo. La base stessa era stata demolita durante la guerra in circostanze mai chiarite. Gli chiese se avesse mai saputo che cosa vi accadesse, ed Ernesto citò per la prima volta i sosia di Hitler. L’ ex agente segreto a quel punto gli domandò se conoscesse la provenienza dei prigionieri, e lui ipotizzò che fossero ebrei e partigiani. L’ uomo annuì, e raccontò che da un tempo imprecisato i servizi segreti fascisti avevano stretto un accordo riservato con quelli nazisti: la Germania era impegnata nel famoso programma nucleare e nello sviluppo di tecnologie di propulsione avanzate, anche in capo missilistico, e in cambio di un certo numero di sosia ottenuti per vie chirurgiche dai prigionieri tratti nei rastrellamenti di ebrei, dissidenti e partigiani originari del Trentino-Alto Adige, l’ Italia avrebbe beneficiato di parte dei risultati delle ricerche. Tali spedizioni si intensificarono a partire dal 1943:
«Mi disse che non solo Hitler aveva bisogno di sosia, ma anche molti dei gerarchi che poi scapparono in America meridionale. Quanti innocenti con la faccia ricostruita morirono facendo da copertura mentre i ricercati veri se la svignavano!».
Ernesto aggiunse che pur non pronunciandosi ufficialmente, l’ ex agente segreto non era sicuro che tra i cadaveri ritrovati vi fosse quello di Adolf Hitler: 
«Non era riuscito a stabilire se Mussolini fosse al corrente o meno dell’ accordo, e mi disse che la mia base è tuttora la sola fabbrica di sosia accertata.».
L’ uomo confermò peraltro che Ernesto era stato mandato al campo a morire in quanto testimone dell’ incidente segreto sulle Dolomiti, e che di tutti gli altri si erano perse le tracce in quei giorni lontani. I servizi segreti tedeschi avevano fatto un ottimo lavoro nel custodire i propri segreti.
Ernesto gli chiese perché gli stesse raccontando tutti quei dettagli dopo così tanti anni, e l’ ex agente segreto rispose che in cuor suo aveva capito di avere il dovere di informarlo, tenendo conto di tutto ciò che gli era accaduto, e che da pensionato aveva maggiori possibilità di informarlo senza essere notato, dato che tutte quelle informazioni erano coperte ancora dal segreto di Stato. Gli fece peraltro molte domande sugli esperimenti subiti, e quando sentì delle due iniezioni e dei loro effetti affermò che gli avevano iniettato una miscela dopante studiata per aumentare la forza fisica e le capacità di guarigione dei soldati. La sperimentavano regolarmente sui prigionieri dei campi, e provocava spesso la morte dei soggetti.

Il 23 luglio, a tre giorni da questo agghiacciante racconto, il mio amico Ernesto morì. Quando mi giunse la notizia provai una grande tristezza, e volli a tutti i costi partecipare al suo funerale, a cui incontrai soltanto la nipote, la figlia del defunto fratello, che in vita l’ aveva assistito con amore. Fu un rito deserto per un uomo che aveva sempre vissuto da solo. Sono trascorsi undici anni da quando conobbi Ernesto, e conservo sempre nel cuore un felice ricordo di lui. Naturalmente, continuo a ricordare pure la sua raggelante storia. Ieri sera, il 23 luglio, il telegiornale ha mandato in onda un servizio in cui si è parlato di un’ iniziativa del governo di Berlino, deciso a dare la caccia agli ultimi ex ufficiali nazisti rimasti in libertà in giro per l’ Europa. Oggi sono tutti intorno ai novant’ anni di età, e conducono una vita normale grazie a uno stile di vita tranquillo e ritirato, privo di pubblicità, ma le istituzioni sostengono che i loro crimini non conoscono limiti di tempo, e si sono dichiarate disposte a offrire una cifra pari a venticinquemila euro per ogni segnalazione che possa contribuire a rintracciarli e a trascinarli di fronte alla giustizia.
Per uno strano gioco del destino, questa notizia è ricaduta proprio l’ undicesimo anniversario della morte di Ernesto. Lo conobbi nei suoi ultimi giorni di vita, giusto in tempo perché mi affidasse le sue memorie, e ho sempre pensato che in cuor suo sperasse che un giorno le narrassi a tutti, ma per qualche motivo fino a oggi ho sempre preferito aspettare. Ora però l’ ho fatto, sperando che il ricordo del supplizio passato in quegli anni da lui e da molte altre degne persone continui a farci riflettere sul grande valore dell’ uguaglianza nonostante le differenze e della democrazia. Sono certo che finché ricorderemo questa storia, Ernesto sarà sempre con noi.
                                                                                                                                                                                                                                             24 luglio 2013