Visualizzazione post con etichetta Vaticano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vaticano. Mostra tutti i post

mercoledì 28 maggio 2025

Chiusi a chiave


La recente morte di Papa Francesco e la conseguente elezione di Papa Leone XIV hanno portato alla discussione del conclave, il voto da parte dei cardinali del nuovo Santo Padre alla guida della Chiesa cattolica. E’ una tra le più importanti e affascinanti procedure delle istituzioni pontificie, vista con particolare curiosità a causa dell’ alone di mistero che la avvolge, alimentandone la misticità. In esso, ogni forma di influenza esterna è vietata: nessuno può proporre candidati, promettere voti o stringere accordi prima o durante il suo corso, così come sono proibiti i patti in cui i cardinali si impegnano ad agire in un certo modo nel caso vengano eletti. Qualsiasi tentativo da parte di governi, gruppi di potere o singole persone di condizionare l’ elezione è considerato una grave interferenza e comporta la scomunica, e non esistono statistiche ufficiali sul numero di voti con cui sono stati eletti in passato i pontefici, solo determinate indiscrezioni.

Ogni volta che si deve identificare il successore di San Pietro, primo Papa scelto personalmente da Cristo secondo la tradizione cattolica, una vasta folla di fedeli provenienti da tutto il mondo si raduna in Piazza San Pietro per assistere alla fatidica fumata bianca, indice dell’ avvenuto responso da parte dell’ assemblea dei cardinali votanti. Nei giorni della sede vacante, gli alti dignitari del Vaticano affermano che il conclave sarà animato dallo Spirito Santo, che sceglierà per mezzo dei cardinali «un saggio, un santo, una persona che guiderà il popolo di Dio lungo la via della fede e della misericordia». Tuttavia, poiché la Chiesa cattolica è un’ istituzione millenaria e diffusa in tutto il mondo, e che peraltro ha avuto per tanti secoli un suo regno che ricopriva una vasta zona della penisola italiana su cui ha esercitato un forte potere politico, che tuttora vanta sia sul moderno Stato italiano che su altri, europei e non, è evidente che la realtà del conclave sia ben più complessa e meno romantica: la scelta di un Papa è qualcosa che richiede un’ attenzione del tutto particolare, una mossa fermamente condizionata dalla realtà del momento della Chiesa, che tiene conto della provenienza dei singoli cardinali elettori e papabili, delle varie interpretazioni a cui il Cattolicesimo è soggetto e dello scenario diplomatico internazionale…


Il conclave, dal latino cum clave, ossia «chiusi a chiave», avviene a porte chiuse nella Cappella Sistina secondo un preciso cerimoniale, ed è preceduto da rituali secolari, dei quali il mondo esterno vede soprattutto la fumata dal comignolo, nera o bianca. Prima che inizi, sono previsti alcuni passaggi e formule liturgiche, codificati nelle varie norme stabilite dai Papi che si sono avvicendati nel corso della storia, uno dei quali è il passaggio di consegne tra le varie sezioni della Segreteria di Stato e il Camerlengo, che ha la responsabilità di gestire gli affari correnti in sede vacante, il periodo di assenza del Papa. Tra i rituali simbolici fondamentali che il Camerlengo deve officiare nel periodo precedente al conclave ci sono la distruzione dell’ Anello del Pescatore, di cui ogni Papa è dotato e che raffigura San Pietro mentre getta una rete in qualità di «pescatore di uomini», e del Sigillo di Piombo, usato nei documenti più importanti per rappresentare i fondatori della Chiesa di Roma, gli apostoli Pietro e Paolo, con il nome del Papa che emana la bolla scritto nel retro. Un altro importante incarico del Camerlengo consiste nella chiusura delle stanze papali tramite appositi sigilli, per tenere al sicuro i documenti presenti fino a quando il nuovo Papa non prenderà possesso delle stanze. Il conclave inizia tra i quindici e i venti giorni dall’ inizio della sede vacante, ma anche prima se sono presenti in Vaticano tutti i cardinali votanti. Non tutto il collegio cardinalizio, cioè l’ insieme dei cardinali della Chiesa cattolica, può partecipare al conclave, ma solo gli elettori, che hanno meno di ottant’ anni, in ottemperanza ad una decisione presa da Paolo VI nel 1970. Secondo la tradizione, il Papa è sempre scelto tra i cardinali, benché nulla impedisca di nominare un sacerdote o persino un laico purché uomo, battezzato e celibe, condizioni che valgono anche per la nomina a vescovo. Nel giorno prefissato, il conclave comincia formalmente al mattino con una messa concelebrata da tutti i cardinali elettori nella Basilica di San Pietro. Nel pomeriggio, gli stessi cardinali si riuniscono nel Palazzo Apostolico, nella Cappella Paolina, per cominciare insieme ad altri prelati una processione verso la Cappella Sistina intonando le Litanie dei Santi, preghiere che fanno parte della tradizione cristiana da molti secoli.

Tutte le operazioni di voto vengono svolte nella Cappella Sistina, che al momento del conclave è chiusa al pubblico già da diversi giorni e che deve essere già stata bonificata per eliminare qualsiasi strumento di comunicazione con l’ esterno, con i banchi per i cardinali elettori e la grande stufa in cui saranno bruciati i fogli dopo ogni votazione già montati. Il conclave è presieduto dal Decano del collegio cardinalizio, e dopo il lungo giuramento che pronuncia chiamando i cardinali a rispettare i vincoli della Costituzione apostolica, il Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie pronuncia la frase latina extra omnes, «fuori tutti»: è il momento in cui tutte le persone che non hanno titolo per votare devono uscire dalla Sistina. Anche il personale ammesso negli ambienti del Conclave, come cerimonieri, religiosi, medici e addetti ai servizi, deve restare all’ interno delle aree riservate e viene scelto e approvato in anticipo. Tutti devono prestare un giuramento solenne di assoluto segreto su tutto ciò che riguarda lo svolgimento dell’ elezione, in particolare i voti e gli scrutini. Violare questo segreto comporta la scomunica automatica, che non richiede una dichiarazione ufficiale.

Dal 1996, con la riforma costituzionale di Papa Giovanni Paolo II, l’ elezione del Santo Padre può avvenire soltanto tramite scrutinio, cioè con il voto, ed è segreto: per procedere all’ elezione servono i due terzi dei voti dei presenti. In passato, benché fossero casi molto rari, erano possibili anche l’ elezione per acclamazione e quella per compromissum, attraverso cioè un ristretto gruppo di cardinali delegati in caso di ostacolo.


Durante il conclave sono tradizionalmente previste quattro votazioni al giorno, due la mattina e due il pomeriggio. Il primo giorno si tiene una sola votazione, di pomeriggio, dopo le altre cerimonie. Prima di ogni votazione vengono scelti tre scrutatori, tre revisori e tre incaricati di raccogliere le schede con i voti espressi da eventuali cardinali infermi presso la residenza Santa Marta, l’ edificio alberghiero che ospita i cardinali per tutto il periodo del conclave, nel cuore del Vaticano. Su una scheda che riceve prima di ogni votazione, ciascun cardinale scrive il nome della persona che vuole fare diventare Papa, nello spazio sotto la scritta latina Eligo in Summum Pontificem. Dopo ogni votazione, gli scrutatori contano le schede per verificare che il numero coincida con quello dei cardinali elettori: se non è così, tutte le schede vengono bruciate senza spoglio. Se il numero coincide, si procede allo spoglio: due scrutatori leggono il nome su ogni scheda, e il terzo lo legge a voce alta e fora la scheda per farci passare un filo attraverso, in modo da formare una specie di collana. Se il quorum non viene raggiunto si procede subito a una seconda votazione, che sia di mattina o di pomeriggio, senza ripetere il giuramento e mantenendo gli stessi scrutatori e revisori. Se il quorum viene raggiunto, l’ elezione del nuovo Papa è ritenuta valida. Sia in un caso che nell’ altro, tutte le schede e gli altri documenti prodotti durante le votazioni vengono bruciati nella stufa montata all’ interno della Sistina.

Data l’ assenza di comunicazioni con l’ esterno della Cappella, il colore del fumo che esce dal comignolo collocato sul tetto è il primo segno dell’ esito delle votazioni dei cardinali. Se questi non hanno ancora eletto il Papa, i documenti vengono bruciati insieme a una sostanza che genera una fumata nera. Se invece è stato eletto, la fumata è bianca. Le schede sono bruciate ogni due votazioni, e ci sono quindi due fumate al giorno: una alla fine della mattina, intorno a mezzogiorno, e una nel tardo pomeriggio, intorno alle 19:00. Possono però arrivare prima, a metà mattina o a metà pomeriggio, nel caso in cui si arrivi all’elezione del papa con la prima votazione. Se l’ elezione non avviene entro il trentaquattresimo scrutinio, quindi dopo nove giorni, si procede al ballottaggio tra i due cardinali che hanno ricevuto più consensi nello scrutinio precedente.


Quando finisce uno scrutinio in cui un papabile supera i due terzi dei voti, il Decano o il primo dei cardinali per ordine e anzianità chiede al neoeletto se accetta l’ elezione e quale nome pontificale ha scelto. Dopo l’ accettazione e la scelta del nome, i cardinali si avvicinano a lui per promettergli obbedienza. Solo a quel punto tutte le schede vengono bruciate con l’ aggiunta di paglia umida e altre sostanze, con il fumo che diventa bianco per segnalare l’ avvenuta elezione.

Indossati i paramenti bianchi nella sacrestia della Sistina, il nuovo Papa rientra poi in Cappella per una breve cerimonia con i cardinali. Il conclave si conclude dopo che viene intonato il Te Deum e tutti escono dalla Sistina. Dopo l’ elezione, il Santo Padre si presenta in pubblico affacciandosi alla grande finestra della loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro, preceduto dal cardinale protodiacono che annuncia ai fedeli: «Annuntio vobis gaudium magnum: habemus papam!», «Vi annuncio una grande gioia: abbiamo il papa!».


Dietro la facciata solenne e spirituale, il Conclave sembra un partito politico, tra correnti e temi divisivi. I cardinali che scelgono il nuovo Papa si dividono in varie correnti e l’ esito del voto dipende da dinamiche interne alla Santa Sede, spesso imprevedibili. Come avviene nei partiti, anche nel conclave esistono varie correnti, che esprimono visioni diverse sul futuro della Chiesa cattolica. Sulla base di alcuni indizi, è comunque sempre possibile intuire quali orientamenti potrebbero prevalere nella scelta del Papa futuro. Il potere di nominare i cardinali spetta allo stesso pontefice: l’ assoluta discrezionalità con cui può effettuare le nomine permette al pontefice in carica di influenzare, in parte, l’ esito del conclave che eleggerà il suo successore. In termini «partitici», li si potrebbe paragonare a un collegio di grandi elettori scelti in larga parte dal segretario uscente, chiamati ora a decidere la linea futura del movimento. Ma i numeri da soli non bastano a prevedere l’ esito di un conclave: per interpretarne le dinamiche, alcuni osservatori preferiscono distinguere tra chi vuole proseguire il cammino avviato dal Papa defunto e chi intende segnare una discontinuità.

Al di là delle provenienze geografiche, le differenze principali riguardano la visione futura della Chiesa cattolica: guidarla, infatti, significa fare scelte di campo su una serie di temi, politici e non. In questi anni, la Santa Sede si è molto interrogata, per esempio, sulla possibile apertura delle donne al diaconato, al sacerdozio e all’ episcopato, sulla benedizione delle coppie omosessuali, e sulla possibilità di rendere facoltativo il celibato dei sacerdoti. Oltre agli affari interni, la Chiesa dibatte anche sul suo posizionamento circa i temi più politici, come la lotta ai cambiamenti climatici e i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, dove vivono milioni di fedeli cristiani nonostante lo Stato sia ufficialmente ateo. Quando si elegge un Papa bisogna tenere conto della situazione politica internazionale, e in questi anni in particolare dell’ avanzata del conservatorismo di Destra in tante parti dell’ Occidente.


Come in un partito alla vigilia di un congresso, il dibattito sui «temi di programma» misura il peso delle varie correnti, ma a differenza di qualunque altro congresso politico, nessuno dei cardinali presenta mai una candidatura ufficiale né un programma formale: la regola stabilisce che lo Spirito Santo ispiri la scelta e il silenzio sostituisce la campagna elettorale. Come funziona quindi la «legge elettorale» per nominare il nuovo Papa? I cardinali votanti, e quindi votabili, si limitano a dire: «Io non sono degno.». Quando iniziano gli incontri informali per discutere l’ argomento, il cardinale a cui viene espressa la preferenza ringrazia ma declina l’ offerta facendo il nome di un altro papabile, preferibilmente fornendo una motivazione e frattanto lasciando intendere la propria visione personale, contando di ottenere la riconoscenza sua e di coloro che lo appoggiano: è tutto un gioco di sottigliezze e formalità.


L’ elezione di un Papa è l’ evento più complesso e importante nel panorama della Chiesa cattolica, reso affascinante tanto dal segreto a cui è soggetto quanto dall’ atmosfera di misticismo derivante dalle sacre scritture cristiane. Ne è un esempio il versetto del Vangelo di Matteo 16,18-19: «E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.». E nello stesso Vangelo, il versetto 28,20 narra del grande mandato che Gesù trasmette agli apostoli di cui il Papa è ritenuto successore ed erede: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.».

Tuttavia, occorre comprendere che un conclave è un evento che nel suo rigido isolamento cela implicazioni storiche e politiche, culturali e sociali non da poco, frutto di discussioni tra i cardinali elettori che si concentrano su temi decisivi come la gestione delle sfide interne alla Chiesa, il dialogo con le altre religioni, la giustizia sociale e la riforma della Curia. Le alleanze tra i cardinali sono determinanti per l’ esito dell’ elezione, con possibili compromessi tra le diverse fazioni. La presenza di molti cardinali provenienti da regioni lontane da Roma può portare a una maggiore influenza delle realtà locali nella scelta del nuovo Papa. Rappresenta un momento di transizione per la Chiesa cattolica, chiamata a scegliere una nuova guida in un contesto di cambiamento e sfide mondiali. La composizione internazionale del collegio cardinalizio e le diverse sensibilità in gioco rendono l’ esito del voto sempre imprevedibile. Un’ ovvietà tipica del mondo umano, che la Chiesa occulta abilmente citando le vie misteriose dello Spirito Santo, che nella sua indubitabile provvidenza indicherà una figura che possa unire le diverse anime del Cattolicesimo e guidare la Chiesa nel futuro con saggezza e compassione.

venerdì 24 marzo 2023

La mancante laicità dello Stato italiano

Il Vaticano visto dal Tevere;


«Credo che molti si aggrappino alla religione non perché sia consolante, ma perché sono vittime del nostro sistema educativo, che non ha offerto loro la possibilità di una visione laica della vita.» tratto da «L’ illusione di Dio», di Richard Dawkins;


In ambito politico si afferma che per assicurare la democrazia è fondamentale la presenza di più partiti che, ciascuno con la propria particolare visione, diano vita ad uno scambio di idee tale da migliorare la risposta del governo ai bisogni e ai problemi della nazione in modo pacifico e civile, rivolgendosi in egual misura all’ intera cittadinanza, senza esclusivismi. Tale atteggiamento di apertura e stimolo alla presenza e allo scambio di più opinioni che portino ad un’ efficace azione comune a beneficio del maggior numero possibile di persone è così positivo da essere tipico non solo della politica, ma di ogni ambito della vita umana: laddove esistono le persone, singoli o gruppi, ogni cosa deve essere soggetta alla libera espressione e al confronto tra diverse forme di esperienza a vantaggio dell’ interesse generale, oltre quello particolare.

Negli ultimi cinquecento anni, questo grande valore si è fatto sempre più strada anche in ambito religioso per mezzo del processo di laicizzazione, ossia lo svincolamento della cultura e della politica dalla religione, che ebbe inizio con la rottura dell’ unità spirituale dell’ Europa cristiana con la Riforma protestante di Martin Lutero nel Cinquecento. Il termine laicità deriva dal greco antico laïkós, ovvero «del popolo», spesso inteso come «vivente tra il popolo secolare e non ecclesiastico». La netta separazione tra religione, riguardante la sfera privata della coscienza personale, e politica, che invece tocca l’ ambito collettivo del diritto e delle istituzioni civiche, è una condizione fondamentale per organizzare più agevolmente la convivenza umana nel rispetto del pluralismo e della tolleranza: una democrazia non può mai essere completa se manca di laicità, poiché lo Stato, realtà a cui tutti indistintamente appartengono oltre le varie e legittime differenze del singolo, deve richiamarsi a principi e valori che siano riconosciuti e condivisi da tutti, pertanto indipendenti da un particolare credo religioso, che per sua natura è tipico di una parte soltanto della collettività. La laicità dello Stato e delle sue leggi e istituzioni implica il riconoscimento di eguali diritti ad ogni confessione e credenza presenti sul suo territorio, in un atteggiamento super partes da un lato atto ad impedire intrusioni del potere politico nella sfera privata della coscienza dell’ individuo, e dall’ altro intento a favorire la promozione di valori universali in cui tutti possano riconoscersi indipendentemente dall’ orientamento religioso. E’ un principio così benefico che difende sia l’ autonomia di uno Stato dagli interessi particolari di un ordine sacerdotale che una fede dalla ragion di Stato, peraltro sottraendo scienza e conoscenza dai valori religiosi, dell’ ideologia e da pregiudizi di qualsivoglia provenienza.

Il Crocifisso, simbolo della cristianità;


Nel mondo moderno può ormai apparire non più necessario continuare a discutere sul valore della laicità, dato che oggi in Italia ci sono italiani cattolici che convivono con altri che aderiscono alle altre scuole di pensiero cristiano, addirittura con agnostici o atei, e persino con convertiti ad altre tradizioni, come Ebraismo, Islam, Induismo, Buddhismo e così via discorrendo, ma in realtà, purtroppo, nel nostro Paese la laicità statale continua ad essere più apparente che reale in quanto il potere politico subisce ancora l’ influenza di quello sacerdotale, con la Chiesa cattolica che si avvale di una forte autorità morale in quanto detentrice dell’ insegnamento di Gesù Cristo, in una situazione che confuta fortemente l’ idea di neutralità religiosa dal momento che «l’ Europa ha radici cristiane», come più volte chiaramente affermato da molte importanti personalità, primo tra tutti il fu Papa Benedetto XVI, il pontefice recentemente venuto a mancare che durante il suo lungo sacerdozio è sempre stato fermamente convinto che l’ ideale cristiano avesse il potere di estendersi ovunque, e quindi fosse tenuto a farlo per confermare «i giusti valori» contro «il pericolo del relativismo». Fin dalla caduta dell’ Impero romano, nel 476, i sacerdoti cattolici di ogni livello hanno sempre goduto di un potere sia spirituale che politico straordinariamente elevato, sostenendo apertamente che nel Vangelo sia riferito tutto ciò che valga la pena di sapere, e che la vita in questo mondo debba necessariamente essere la preparazione di quella nel prossimo: questo mondo è stato creato da Dio, che ha stabilito i valori fondamentali dell’ esistenza per i quali Cristo si è incarnato come semplice uomo. Non vi è quindi stacco tra vita terrena e quella spirituale, pertanto politica e religione devono essere tutt’ uno!

Sulla riva occidentale del fiume Tevere, a nord del centro di Roma, si trova la Città del Vaticano, il più piccolo Stato sovrano al mondo sia per popolazione che per estensione territoriale, una città-Stato senza sbocco sul mare retta da una monarchia assoluta teocratica. Il papato, nei secoli passati cuore di tutta la cristianità e oggi del Cattolicesimo, presentato enfaticamente come la pura dottrina di Cristo, superiore alle altre forme di Cristianesimo, ha la propria sede praticamente al centro della capitale d’ Italia. Durante il Risorgimento, la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 da parte dell’ esercito italiano decretò la fine dello Stato Pontificio quale entità storica e politica. Il governo presieduto dal Conte Camillo Benso di Cavour fece della città la terza e definitiva capitale della neonata nazione dopo Torino e Firenze. Il Santo Padre, forte di un’ enorme influenza sia spirituale che politica su tutta l’ Europa cattolica, perse la propria dignità di Papa Re, e ne conseguì un animato terremoto politico che compromise gravemente i rapporti tra Stato e Chiesa, tanto che Papa Pio IX rifiutò di riconoscere lo Stato italiano e impedì ai cattolici di partecipare alla vita civile del Regno con il famoso non expedit, infliggendo poi la scomunica a Casa Savoia, da Re Vittorio Emanuele II ai suoi successori, insieme a chiunque partecipasse alla politica italiana. La scomunica venne ritirata solo in punto di morte del Sovrano: quando seppe della ormai imminente scomparsa del monarca sabaudo volle inviare al Quirinale un sacerdote affinché gli accordasse i sacramenti. Fu invece il cappellano di Corte a officiarli, poiché si temeva che dietro la generosità del Santo Padre si nascondessero scopi segreti. Solo la convalida dei Patti Lateranensi dell’ 11 febbraio 1929, in piena dittatura fascista, portò alla ricomposizione della frattura tra potere temporale e ordine spirituale.

In Italia, ben più che in altri Paesi europei e occidentali, quando si parla di religione e politica si citano due fattori fortemente intrecciati tra loro. Sarà per la presenza fisica al centro di Roma del Vaticano, che da sempre riserva una particolare attenzione al circostante Belpaese, piuttosto che per un clero italiano così predisposto ed esteso sul territorio da vantare molti e precisi interessi da difendere accanto ai tradizionali valori che insegna, o ancora per la debolezza delle istituzioni repubblicane che spesso avvertono l’ esigenza di tener conto di che cosa il Cattolicesimo rappresenti per la nazione. Come se la politica non potesse avere vita autonoma e indipendente dalla religione, dovendo costantemente fare i conti con essa, e come se il Cattolicesimo non potesse esentarsi dallo svolgere un ruolo particolare in ambito politico! Queste dinamiche sono tuttora fortemente presenti in Italia, alimentando il confronto su come in parte lo Stato debba comportarsi in una società che si scopre di giorno in giorno sempre più variegata, vedendo aumentare accanto alla fede maggioritaria sia tradizioni religiose diverse che gruppi di popolazione laici o irreligiosi, e in parte su come debbano agire nella società multicolore le stesse confessioni religiose, quella prevalente inclusa, che nello svolgimento della propria funzione non possono ignorare le numerose alternative e i riferimenti culturali che caratterizzano il giorno d’ oggi. Si presenta pertanto in tutta la sua complessità la questione della laicità in Italia, un fenomeno complesso eppure necessario per assicurare quell’ equilibrio che ogni democrazia decente vede tra sfera religiosa e secolare, improntato su di un leale e reciproco rispetto dei rispettivi ambiti di pertinenza.

 

Un chierico ad una inaugurazione pubblica;

La «laicità all’ italiana», come spesso viene definita, si fonda su varie insidie, se non addirittura contraddizioni, come di recente è stato confermato dalla cronaca con la reazione papista in occasione del dibattito sul disegno di legge presentato dal deputato Alessandro Zan durante la XVIII legislatura della Repubblica e approvato nel novembre 2020 alla Camera per poi rimanere bloccato in Senato. Il provvedimento prevede aggravanti specifiche in sede tribunalizia per i crimini d’ odio e discriminazioni contro omosessuali, transessuali, donne e disabili, ma ha alimentato accese discussioni. Sono state richieste importanti modifiche, a cui ha risposto in Parlamento il Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, il quale ha affermato che «l’ Italia è uno Stato laico» e che «il nostro ordinamento contiene tutte garanzie per rispettare gli impegni internazionali tra cui il Concordato». Indipendentemente dall’ assenza di un’ affermazione chiara in sede costituzionale sulla laicità dello Stato, a cui la giurisprudenza ha cercato di porre rimedio tramite una serie di sentenze della Corte costituzionale, come la 440 del 1995, la 334 del 1996, la 329 del 1997 e la 508 del 2000, è l’ Articolo 7 della Costituzione che rappresenta, sin dal 1948, il perno della laicità che il Conte di Cavour ben definì con la celeberrima espressione «libera Chiesa in libero Stato» nei discorsi tenuti tra i mesi di marzo e aprile del 1861 al primo Parlamento italiano.

Dopo una lunga e attenta discussione etica e politica, l’ Assemblea Costituente, il celebre organo legislativo preposto alla stesura della nuova Costituzione nazionale all’ indomani del voto referendario del 1946 tra Monarchia e Repubblica, trovò una soluzione per la regolazione dei rapporti tra la nascente Repubblica e la Chiesa cattolica nella promulgazione dell’ Articolo 7, che recita: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.». A questo seguì l’ Articolo 8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.». E’ bene ricordare che la Costituzione è la legge specifica che regola il funzionamento dello Stato, di conseguenza qualunque altra fonte legislativa, Parlamento compreso, non può concepire norme in contrasto con la Carta costituzionale stessa, pena la loro abrogazione per incompatibilità costituzionale. Tuttavia, dato che sulla base dell’ Articolo 7 i rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati dai Patti Lateranensi, essi sono da considerarsi parte a tutti gli effetti della legge fondamentale della Repubblica, godendo peraltro di uno statuto privilegiato non essendo necessario un processo di revisione costituzionale ordinario, sulla base dell’ Articolo 138 della stessa Costituzione, ma un semplice accordo tra le due parti interessate. I Patti Lateranensi furono rivisti, dopo lunghissime e difficili trattative, nell’ Accordo di Villa Madama, stipulati il 18 febbraio 1984 al fine di rimuovere la clausola che faceva del Cattolicesimo la religione di Stato in Italia. La rinegoziazione pose fine allo status di religione di Stato di cui il Cattolicesimo godeva, eppure questo continua a vantare ancora oggi una posizione di privilegio rispetto a qualunque altra fede religiosa, che consente alla Chiesa di Roma di intervenire con importanza nelle questioni di natura prettamente interna riguardanti la politica e la società dello Stato italiano. L’ Articolo 2 del Concordato del 1984 recita: «La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare, è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica». Tradotto, se in Italia fosse considerata la proposta di una legge atta a promuovere valori non contemplati o addirittura contrari a quelli tanto cari alla Chiesa cattolica, essa sarebbe da reputarsi incostituzionale. E l’ Articolo 4 del disegno di legge Zan, di fatto, urta la concezione eterosessualista e procreativista che è da sempre caldeggiata dal magistero. Ne segue che, finché il Cattolicesimo continuerà a insegnare che tra eterosessualità e omosessualità sussiste una differenza e che la seconda è peccato, agli occhi dell’ Articolo 4 del disegno di legge Zan tale ottica è discriminatoria e pone un gigantesco conflitto sia culturale che giuridico tra Stato e Chiesa. Il Concordato del 1984 riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di esercizio del suo magistero, il quale però pone un forte freno allo sviluppo culturale, sociale e giuridico dello Stato.

I Patti Lateranensi e le loro modifiche quindi sono quindi qualcosa di molto più di un semplice trattato internazionale: essendo stati inclusi nella Costituzione, ne sono divenuti un valore vincolate. Ogni cittadino italiano, sia egli credente, non credente o diversamente credente, deve farci i conti. La questione è pertanto assai più complessa di quanto generalmente si pensa. In Italia la laicità è assolutamente mancante e generica a netto vantaggio della Chiesa cattolica, solo a parole la Repubblica può vantare il proprio secolarismo. La Costituzione repubblicana è incatenata e depotenziata da una forte incoerenza logica e giuridica, la cui soluzione ideale sarebbe l’ annullamento dei Patti Lateranensi partendo da una proposta di emendamento dell’ Articolo 7, e proporre una normativa più chiara e dettagliata che stabilisca il giusto confine tra potere spirituale e politico.

 

Il 19 aprile 1989 la Gazzetta ufficiale pubblicò la sentenza della Corte costituzionale numero 203, in cui per la prima volta si stabilì che il principio di laicità è supremo, al pari di altri valori come quello della dignità della persona. Un passo davvero importante, addirittura storico. Fino a cinque anni prima il Cattolicesimo era la religione di Stato. Solo con tale delibera si parlò per la prima volta in Italia di laicità nell’ ambito dell’ ordinamento dello Stato, benché il Risorgimento così come il Conte di Cavour lo aveva concepito nell’ Ottocento fosse animato da ideali chiaramente anticlericali. Attualmente, però, bisognerebbe riflettere a proposito di un Belpaese in cui i politici sventolano i Vangeli, come il leghista Matteo Salvini durante i suoi comizi, mentre negli edifici pubblici è ancora ben chiaramente esposto il Crocifisso. Laicità implica un’ autonomia decisionale non vincolata da norme confessionali: l’ autorità che governa una nazione non dovrebbe quindi essere condizionata da qualsivoglia valore religioso, ma morale ed empirico. Ovviamente, i nostri politici sono in maggioranza cattolici, e questo non è un problema: in occasione della legge sull’ aborto del 1978 i politici cattolici accettarono un compromesso inserendo l’ articolo sull’ obiezione di coscienza. Anche se oggi lo si attua spesso e in modo sconsiderato, non è stata usata una legge per affermare un valore religioso. In questi anni si è assistito a un aumento delle già forti intromissioni sacerdotali in questioni riguardanti lo Stato. Uno degli esempi più importanti riguarda la campagna referendaria per la modifica della legge sulla procreazione assistita del 2005, quando le gerarchie ecclesiastiche promossero la tesi della superiorità dell’ embrione a discapito della salute della madre. Per non parlare delle campagne ideologiche da loro incoraggiate per negare i diritti agli omosessuali, o ancora a chi voleva regolamentare il fine vita. Il Parlamento si è costantemente espresso con prudenza: si direbbe che la politica cerchi di rincorrere la Chiesa, impoverendo lo spirito della Costituzione e dimostrando la debolezza di uno Stato che si fa scudo con la religione. Il fatto è che gli esponenti della Chiesa cattolica hanno certamente il diritto di esprimere il proprio pensiero in temi di carattere civile, altra questione però è incitare i fedeli ad azioni politiche, soprattutto rigidamente ostili al progresso culturale e sociale. Questo vale quando il Santo Padre si esprime sull’ aborto, ma anche sulla questione dei migranti: il confine evidentemente è labile ma spetta ai politici il compito di governare la nazione e condurla lungo il sentiero della democrazia, della civiltà e della modernità.

In Italia siamo abituati a sentire il parere della Chiesa su qualsivoglia argomento. Sembra normale, tuttavia il concetto di laicità è inteso diversamente a seconda della forma mentis della singola persona. Insomma, la laicità in Italia non vive affatto un momento prospero: la Repubblica è uno Stato a sovranità limitata, e il Vaticano, forte della sua posizione geografica e della preminenza che il Cattolicesimo vanta nella storia e cultura del Belpaese, nei suoi confronti non sta certo con le mani in mano. Anzi, le usa entrambe: una aperta a palmo largo per ricevere offerte, e l’ altra intenta a suonare manrovesci alla politica, soprattutto in occasione dei risultati di vari referendum, come quello sul divorzio nel 1974, sull’ aborto nel 1981, nel 2005 per la già citata questione dell’ abrogazione della legge sulla fecondazione assistita e infine sull’ ostacolo all’ adozione della legge sull’ eutanasia. E cardinali come Camillo Ruini, fermamente convinto della necessità di una presenza della Chiesa e dei cattolici nel mondo della cultura, svolgono il duplice ruolo di guide sia spirituali che politiche: lo stesso Ruini è stato apertamente contestato da componenti laiche e non della politica italiana, che pur giudicando inerente alla missione ecclesiastica l’ interesse per questi argomenti, hanno discusso il settarismo e la pretesa di universalità di alcune sue esternazioni, ritenendo che su certi argomenti il messaggio della Chiesa non debba entrare nello specifico della legislazione di uno Stato sovrano, ma limitarsi a indicazioni di carattere generale e senza imporre per legge le prescrizioni di un’ ideologia o fede particolare. In seguito, Papa Benedetto XVI ha più volte bollato come «relativismo etico» tutto ciò che non aderisce ai dettami catechetici, «un lasciarsi portare qua e là da ogni vento di dottrina» fino ad arrivare a essere una dittatura «che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». L’ influenza morale della Chiesa sulla società civile italiana ha conseguenze più che evidenti con cui la cittadinanza deve fare i conti: l’ aborto è legalizzato, ma è spesso difficile accedervi a causa delle dimensioni del fenomeno dell’ obiezione di coscienza. L’ eutanasia è vietata, ma è ammesso il testamento biologico, oggetto di forte discussione in quanto eticamente sensibile tra varie correnti di pensiero di tipo radicale di ispirazione cristiana sull’ eutanasia e di forte privazione della libertà di scelta sulla propria vita. L’ accesso fecondazione artificiale è pesantemente limitato dalla legge. Per le coppie di fatto, anche omosessuali, esiste un riconoscimento di legge a partire dal 2016, sebbene debba essere ancora perfezionato. Il divorzio è consentito, eppure i tempi per ottenerlo sono lunghi quando vi sono beni e figli in comune. Il vilipendio è considerato un reato.

 

Matteo Salvini esibisce i Vangeli a un comizio;

Che l’ Italia e la Chiesa cattolica avrebbero avuto una convivenza scomoda fu subito chiaro ai padri risorgimentali. Nel suo primo discorso in Parlamento dopo l’ unità nazionale, il Conte di Cavour parlò di Roma come la naturale e necessaria capitale del nuovo Regno, confermando l’ idea della libera Chiesa in un libero Stato. Una sorta di contratto con gli italiani, ma anche in questo caso le promesse furono piuttosto azzardate: la storia italiana è piena di intromissioni sempre meno appropriate da parte della Chiesa in politica; che fosse l’ omelia in dialetto del parroco di paese o la nota ufficiale del pontefice, le parole del mondo cattolico hanno spesso rallentato, invalidato, favorito, fatto e disfatto. E l’ Italia, il più delle volte, ha ascoltato. E quando il Santo Padre o i cardinali non si esprimono apertamente, ci pensano i gruppi influenti di ideali cattolici a manovrare leggi e iniziative sociali, ritardando intollerabilmente il Paese su temi sociali rispetto al resto d’ Europa. Più in generale, il problema riguarda il rapporto tra la libertà di tutti e il dogma dell’ infallibilità pontificia. Per mezzo secolo in Italia ha avuto un ruolo onnipervasivo il partito politico della Democrazia Cristiana, fondato nel 1943 e attivo fino al 1994, retto da ideali religiosi e sostenuto apertamente dalla Chiesa cattolica, in opposizione al Partito Comunista Italiano. In occasione della campagna referendaria del 1974 in tema di divorzio, fu emblematico l’ intervento di Amintore Fanfani, figura storica della DC, essendo stato per cinque volte Presidente del Senato e per sei Presidente del Consiglio dei ministri: «Dopo il divorzio verrà l’ aborto, poi il matrimonio tra omosessuali e magari un giorno vostra moglie scapperà con la serva!». E la Chiesa, allora guidata da Papa Paolo VI, scese in campo con tutte le sue forze politiche e sociali, ma dovette incassare il colpo della sconfitta e il divorzio divenne realtà.

Gli esempi sulla mancante laicità nello Stato italiano, purtroppo, sono davvero tanti. Il più famoso per eccellenza riguarda il Crocifisso nei luoghi pubblici, come scuole, aule di tribunale e ospedali. Con le disposizioni emanate in epoca fascista, per la precisione tra il 1924 e il 1928, la presenza del Crocifisso trovò una base giuridica che le successive novità legislative non scalfirono, benché la Costituzione del 1948 sancisca l’ eguaglianza delle religioni di fronte alla legge e nonostante numerose sentenze della Corte Costituzionale riaffermanti la laicità dello Stato e la supremazia dei valori costituzionali nell’ interesse generale. Negli ultimi anni sono state espresse molte richieste di rimozione, ma ognuna è stata respinta nella convinzione che il Crocifisso sia parte del patrimonio storico e culturale italiano, sebbene il nostro retaggio non poggi esclusivamente sul Cristianesimo: l’ Occidente, Italia compresa, poggia soprattutto su basi culturali celtiche, greche e romane, pertanto il Cristianesimo, sorto in epoca romana e diffusosi dapprincipio nelle province di lingua e cultura greca, si adeguò a tali schemi privandosi dei fondamenti ebraici originari fin dall’ insegnamento di San Paolo. La cristianità e i suoi simboli e valori sono solo una piccola parte della nostra civiltà, nonché la più recente e la sola a godere di tanta visibilità. In uno Stato laico, nella piena attuazione di una Costituzione che non prevede religioni di Stato, la presenza di simboli religiosi è una contraddizione, un privilegio senza giustificazione per il Cattolicesimo. Essendo chiaramente assurdo concepire la presenza dei simboli di tutte le religioni ammesse visto il loro grande numero, la via più logica da percorrere è la rimozione del Crocifisso dagli edifici pubblici alla pari di ogni altra icona spirituale. La presenza nei tribunali è poi ancora più inconcepibile, in quanto abbinata al concesso secondo cui la legge è uguale per tutti: come può sentirsi giudicato serenamente un italiano di fede ebraica dinnanzi a magistrati con un Crocifisso cristiano che troneggia alle loro spalle? O uno musulmano? O ancora uno induista o buddhista? Senza contare che, per gli stessi cattolici, la crocifissione di Gesù Cristo fu un’ ingiustizia! In passato vi sono state diverse interrogazioni parlamentari, presentate chiedendo chiarimenti sulla presenza del Crocifisso nei luoghi pubblici: nel 1996 fu la volta dei senatori del PDS, e sulla scia della vicenda Montagnana nel 2000 vennero presentate altre due interrogazioni parlamentari, una da parte dei DS, e l’ altra dei Verdi, ma nessuna di queste ottenne mai risposta.

Un discorso vale anche per l’ ora di religione cattolica a scuola. Esiste per via dell’ Accordo di Villa Madama. Nella legislazione postunitaria l’ insegnamento era previsto solo per le scuole elementari, affidate ai comuni. Nel 1923 il primo Governo Mussolini lo rese obbligatorio con la riforma della scuola. Con i Patti Lateranensi lo si introdusse anche nelle scuole medie e superiori, quale «fondamento e coronamento dell’ istruzione pubblica». Nelle modifiche concordatarie del 1984 la formula venne mutata: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del Cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’ insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado.». Un protocollo addizionale sancisce: «E’ impartito in conformità della dottrina della Chiesa.». E’ pertanto chiaro che l’ ora di religione serve esclusivamente alla Chiesa cattolica per insegnare la propria religione, cosa che sarebbe più opportuno fare nelle proprie parrocchie durante il catechismo. E’ possibile insegnare anche le dottrine delle altre religioni, ma soltanto da un punto di vista cattolico. Come prescrive il Codice di diritto canonico: «L’ Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica.». Gli insegnanti di religione nelle scuole pubbliche sono scelti dai vescovi ma pagati dai contribuenti. Lo Stato è talmente escluso da questo insegnamento che lo stesso Luigi Berlinguer, Ministro della pubblica istruzione tra il 1996 e il 2000, in un’ intervista a Famiglia Cristiana, sostenne di non sapere bene cosa effettivamente si insegni durante l’ ora di religione...

Un’ affissione municipale;


Quando l’ Italia era uno Stato confessionale, il servizio pubblico televisivo si limitava alla messa domenicale e a un sermone il sabato antecedente, in un meritevole atteggiamento misurato. Oggi pare vero l’ esatto contrario: in un Paese laico e ormai largamente scristianizzato, la RAI attribuisce un’ enfasi colossale agli ambienti papisti e alle questioni religiose. La figura del pontefice gode di ampio risalto, tra ciò che riguarda la sua salute e le sue affermazioni anche su questioni minori. In occasione dei suoi viaggi per il mondo è seguito da uno stuolo di telecronisti. Nell’ ora di massimo ascolto imperversano sceneggiati sui protagonisti del racconto biblico ed evangelico, prodotti con un copioso investimento e che riscuotono elevati profitti: i consulenti che garantiscono il rispetto della dottrina si fanno pagare profumatamente, e i divi non fanno sconti sulle tariffe. In essi, peraltro, i patriarchi ottantenni sono spesso interpretati da attori ben più giovani e prestanti, segno che i consulenti non prestano la dovuta attenzione all’ aderenza della realtà storica se la narrativa già aderisce ai valori che è chiamata a promuovere. Non sempre però gli ascolti sono quelli sperati, non superando il più delle volte il quinto della popolazione: una produzione dedicata a Padre Pio, ad esempio, ha avuto ascolti inferiori a quelli del Grande Fratello. Nei salotti e nei dibattiti la presenza di un sacerdote, anche sui temi più distanti dall’ evangelizzazione, non manca mai: talvolta sono anche più di uno, magari tra gli ospiti che commentano le partite della squadra del cuore. Le rare volte in cui il dibattito presenta un confronto tra esponenti di fedi diverse, mancano rappresentanti dell’ ateismo che espongano un parere non religioso. Non stupisce che, nel corso di un dibattito tra giornalisti televisivi, Michele Santoro abbia potuto commentare nel silenzioso assenso degli intervenuti che «non è facile definire la linea politica di questo o di quel canale: evidente è invece l’ influenza del Vaticano su tutti i canali.». Il clericalismo della RAI è tale che, nell’ agosto 2014, l’ UAAR, ossia l’ Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, chiese l’ intervento della Commissione parlamentare di vigilanza. Ma la risposta fu che la TV di Stato non ha nessun obbligo normativo di assicurare un vero pluralismo.



Purtroppo, in Italia la laicità dello Stato è più irreperibile di un partigiano alla macchia in montagna ai tempi della Repubblica di Salò. La religiosità di un popolo è qualcosa di assolutamente legittimo, legato alla sua particolare cultura, unica e irripetibile, tuttavia essa non può pretendere di influenzare la più ampia e dinamica realtà di un governo e il relativo sistema legale. Un dogma o una divinazione non hanno il diritto di influenzare le disposizioni di un governo e le leggi di un Parlamento. Questo è avvenuto nelle teocrazie. Oggi gli italiani sono un popolo culturalmente molto più differenziato di un tempo per via di una maggiore istruzione che ne ha reso la mentalità più flessibile, cosa che si è ripercossa anche sul piano della religione, da cui sono più lontani o che vivono in maniera differente in confronto a una volta, eppure in Italia la giornata del non credente e del diversamente credente è costellata da continue sollecitazioni di origine cattolica e tradizionale che influenzano la sua attenzione. Qualcuno dirà che ciò è inevitabile, vivendo in un Paese convenzionalmente cattolico, ma in realtà il Belpaese è solo in parte cattolico: i praticanti sono una minoranza, è invece la Chiesa che, non volendosi arrendere a tale evidenza e mancando di rispetto verso chi non segue le sue verità indiscutibili, tende a infiltrarsi in ogni ambito della vita italiana come una tossina in tono con la sentenza del Dictatus Papæ di Papa Gregorio VII nel 1075, tuttora in vigore in Vaticano: «La Chiesa romana non ha mai sbagliato né mai in futuro sbaglierà, come testimonia la Sacra Scrittura.». In secondo luogo, questa massiccia sovraesposizione religiosa non è quasi mai giustificata: è solo frutto dell’ accondiscendenza di tanti alla tesi dell’ Italia cattolica, ormai superata dagli eventi.

Le invadenze papiste sono praticamente ovunque. Le nomine nei consigli di amministrazione delle banche e delle fondazioni bancarie di competenza politica vedono sempre più spesso la scelta di esponenti legati alle diocesi, quando non di ecclesiastici in carne e tonaca. Forse lo si deve alla competenza tipicamente clericale nel maneggiare il denaro! A Natale, Pasqua e così via il sacerdote che passa per benedire le case è un classico consolidato: gli si può anche non aprire la porta, tanto lo farà un altro condomino a cui chiederà chi è quel maleducato che non accetta la parola di Dio, e cosa si può fare per farlo ravvedere. Nelle carceri, un cappellano stanziale ha a disposizione permanentemente una o più cappelle dove celebrare le sue funzioni. I carcerati devono poter usufruire di locali idonei per le pratiche rituali: nessuna menzione per gli atei e gli agnostici all’ interno della normativa, evidentemente la popolazione non credenti negli istituti penitenziari è minore rispetto alla popolazione non credente totale! Vedendo sempre alti prelati cattolici partecipare in posizioni d’ onore alle cerimonie pubbliche, e quindi laiche, molti pensano che ciò possa essere il retaggio di antiche consuetudini sopravvissute all’ avvento della Repubblica e della Costituzione, alla rinegoziazione del 1984 e alla perdita dello status di religione di Stato offerto dal Fascismo alla Chiesa cattolica. Invece, la presenza di un sacerdote è dovuta ad una normativa sui cerimoniali pubblici di recente adozione, diligentemente osservata dai nostri governanti, e di ogni schieramento: tali disposizioni risiedono in un Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, le «Disposizioni generali in materia di cerimoniale e disciplina delle precedenze tra le cariche pubbliche» firmate il 14 aprile 2006 da Silvio Berlusconi, poco prima delle elezioni politiche, e già oggetto di una estesa riforma da parte di un altro decreto firmato il 16 aprile 2008 dal suo successore Romano Prodi. Tali provvedimenti distinguono le cerimonie pubbliche nazionali da quelle territoriali, e per ognuna delle due categorie fissa nel dettaglio l’ ordine delle precedenze da accordare alle varie cariche: per le cerimonie nazionali viene riconosciuto al vescovo della diocesi il quarantaduesimo posto di precedenza, in ordine assoluto, mentre per le cerimonie territoriali viene riconosciuto allo stesso l’ undicesimo posto. Una prima osservazione riguarda lo status di carica pubblica che il Decreto sembra riconoscere al vescovo della diocesi: scorrendo gli elenchi delle cariche si può infatti notare che in esso sono compresi altri soggetti che non sono cariche pubbliche, come ad esempio Premi Nobel, scienziati, umanisti e artisti di chiarissima fama, industriali di assoluta eminenza a livello nazionale e regionale, segretari regionali dei partiti politici rappresentati nel Consiglio regionale, Presidente regionale della Associazione Industriali, Segretari regionali dei sindacati maggiormente rappresentativi in sede regionale, ma tali soggetti, a differenza delle cariche pubbliche, sono indicati tutti quanti tra delle parentesi. Invece il vescovo della diocesi, tra i soggetti non appartenenti alle istituzioni pubbliche, non è compreso tra parentesi apparendo così riconosciuto come personaggio: alla faccia della laicità dello Stato e dell’ abrogazione della religione di Stato! La seconda osservazione nasce dall’ esame delle postille che accompagnano i posizionamenti del vescovo. Le posizioni richiamate potrebbero considerarsi, tutto sommato, abbastanza moderate considerato il diffuso stato di asservimento dei nostri politici e delle nostre istituzioni all’ imperium vaticano, ma leggendo le postille si trova la sorpresa: nel caso in cui il vescovo della diocesi sia anche un cardinale, egli balza al primo posto assoluto di precedenza, tra tutte le cariche, sia nelle cerimonie nazionali che in quelle locali. Il solo scrupolo, per i nostri governanti, è che in questi casi il sacerdote non può assumere la presidenza della cerimonia, che sarebbe davvero la manifestazione della mancanza laicità in Italia. L’ assurda conseguenza di queste previsioni normative del nostro ordinamento, attualissime e ben studiate dai nostri politici di entrambe le ali parlamentari, è che il Papa, in quanto vescovo della Diocesi di Roma e capo di Stato estero, sia considerato una sorta di seconda carica dello Stato, dopo il Presidente della Repubblica. Si può peraltro aggiungere che la Regione Marche ha provato ad impugnare questo Decreto davanti alla Corte costituzionale, per conflitto di attribuzione, contestando che almeno la disciplina delle cerimonie pubbliche locali dovrebbe rientrare nella competenza normativa delle Regioni, e non in quella dello Stato, ma la Corte, con la sentenza 104 del 2009, ha respinto la contestazione, dichiarando che la materia del cerimoniale pubblico sia nazionale che locale rientra nella competenza normativa esclusiva dello Stato. Insomma, in Italia la disciplina del cerimoniale pubblico è questa del Decreto del 14 aprile 2006, e va rispettato con tutte le gerarchie cattoliche ben salde nei loro seggi d’ onore, davanti a fotografi e telecamere.

Anche il calendario delle festività italiane può a buon diritto essere considerato un’ invadenza clericale, essendo ancora composto in maggioranza da ricorrenze religiose cattoliche, come Immacolata Concezione, Natale, Santo Stefano, Pasqua, e così avanti. Una cosa a parte sono le festività paesane, vera e propria baldoria per la parrocchia quando si festeggia il santo patrono. Spesso avvengono fuori da ogni regola: nel settembre 2002 i NAS dovettero intervenire al santuario di Polsi, in Aspromonte, dove la «secolare tradizione di uccidere e cucinare capre e agnelli sul posto» non rispettava la normativa sanitaria. Ovviamente le festività religiose devono svolgersi senza la minima concorrenza laica: il vescovo di Imola, ad esempio, ha più volte protestato contro «l’ inopportuna» coincidenza del Gran Premio di Formula 1 di San Marino con la ricorrenza pasquale. La folta delegazione italiana in rappresentanza del governo al Giubileo straordinario indetto da Francesco per il cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II si limitò soltanto a confermare una realtà da tempo sotto gli occhi di tutti: una parte consistente del governo e del Parlamento non risponde agli elettori, ma direttamente agli alti dignitari del Vaticano. Le conseguenze sono evidenti per tutti: mentre i Presidenti della Repubblica e quelli del Consiglio dei ministri appena insediati formalmente danno molta enfasi alla prima udienza con il Santo Padre, le manifestazioni che la Chiesa cattolica disapprova suscitano in costoro disdegno e ironia, e vengono tollerate soltanto perché ancora vige una Costituzione. Le cose vanno anche peggio nel cosiddetto sottogoverno: autorevoli esponenti della gerarchia ecclesiastica vengono chiamati a far parte di consulte e commissioni…



La religione è un prodotto culturale umano. Fin dall’ origine dei tempi, dai giorni remoti della Preistoria in cui gli uomini delle caverne presero a riflettere sulle origini della vita e sulla possibilità di vita dopo la morte, ogni popolo ha sviluppato la propria spiritualità a cui poi si è imposta una religione organizzata, con il suo clero e, con l’ andare del tempo, con la sua ramificazione in svariate scuole di pensiero caratterizzate ciascuna da una differente interpretazione e liturgia a seconda dei tempi e dei luoghi. Ha un ideale di fondo positivo, tutto considerato. Eppure si può affermare che non viene vissuta con spirito positivo e di servizio dalla maggior parte dei suoi sacerdoti, come dovrebbe avvenire per la democrazia in politica. E’ divenuta con il tempo un sistema di potere rigido e oppressivo, finendo con l’ occuparsi di potere politico così da governare secondo «i sani principi divini», perseguitando e reprimendo tutto ciò che ignorasse la sua ortodossia, bollandola come eresia.

Nel mondo di oggi, scandito dalla rivoluzione scientifica che dal Seicento ha portato la luce della comprensione e della consapevolezza ramazzando la superstizione promossa da dignitari religiosi avidi e ambiziosi, è rimasta come sistema tradizionale. Tuttavia, benché in confronto ad una volta il mondo si sia ampiamente allontanato dall’ antica mentalità devozionale e puramente fideistica, la Chiesa cattolica continua a promuovere una concezione della vita e del mondo rigidamente conservatrice, e soprattutto in Italia ha abdicato al potere temporale solo in apparenza, preservando un forte potere influenzando la mentalità dei credenti per mezzo della trasmissione di concetti convenzionali, influenzando la vita politica inducendo i cittadini a votare candidati opportuni alle elezioni e favorevolmente o contrariamente ai referendum incentrati su questioni morali: in tal senso si può dire tranquillamente che l’ epoca del Papa Re non sia veramente cessata di esistere con il pontificato di Pio IX a seguito della presa di Roma da parte di Casa Savoia nel 1870, lo Stato italiano infatti soffre una grave ed intollerabile mancanza di laicità a tutto vantaggio delle invadenze papiste nella vita civile…

venerdì 21 dicembre 2018

Papa Francesco, il Santo Padre scelto per riparare l’ immagine pubblica della Chiesa cattolica

Papa Francesco, il cui personaggio simboleggia la bontà;


«La Chiesa Romana non ha mai errato, né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l’ eternità.» papa Gregorio VII;

Secondo il mito evangelico, così come riferito nel testo di Matteo, Gesù si trovava nei pressi di Cesarea di Filippo quando domandò ai suoi discepoli chi pensassero che lui fosse. San Pietro rispose spontaneamente di reputarlo il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Il Maestro, di conseguenza, gli replicò: «Tu sei beato, o Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io altresì ti dico che tu sei Pietro, e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa e le porte dell’ inferno non la potranno vincere. Ed io ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto nei cieli.».
San Pietro viene quindi riconosciuto dalla Chiesa cattolica come suo primo papa, termine derivante dal greco pàppas, ossia «padre», adottato a partire dal III secolo e indicante una particolare autorità che nel tempo divenne vescovo della comunità cristiana di Roma, fondata da San Paolo e poi retta dallo stesso San Pietro. A partire dal 376, quando l’ imperatore Graziano, convinto cristiano, rinunciò alla carica di pontefice massimo, che lo rendeva capo del collegio dei sacerdoti, i pontefici, che sorvegliavano e guidavano il culto religioso, questa divenne il titolo del vescovo di Roma, tuttora chiamato «romano pontefice», o «sommo pontefice». Dopo la caduta dell’ Impero d’ Occidente, il papa divenne la guida politica dello Stato Pontificio, nuova nazione sovrana che si estendeva nell’ Italia centrale, dotata di una popolazione e un ordinamento giuridico formato da istituzioni e leggi proprie, che esercitò il potere temporale per oltre un millennio, dal 756 al 1870, durante il pontificato di Pio IX, quando con la presa di Roma durante il Risorgimento Casa Savoia ne fece la capitale del nascente Regno d’ Italia. Nonostante la perdita della sovranità temporale su Roma e i territori pontifici in favore dell’ Italia riunificata per la prima volta dal 476, la figura del papa rimase particolarmente influente nel panorama sia religioso che politico dell’ Occidente cristiano, soprattutto in Europa, benché attualmente regni sul più piccolo Stato sovrano al mondo sia per popolazione che per estensione territoriale, la Città del Vaticano, in cui vige un regime di monarchia assoluta teocratica, ierocratica ed elettiva, nato ufficialmente l’ 11 febbraio 1929 a seguito della firma dei Patti Lateranensi tra il Primo ministro Benito Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri, rappresentanti del Regno d’ Italia e della Santa Sede.
La Basilica di San Pietro vista dal Tevere;

Benché sia uno Staterello particolarmente ridotto, incapace di sostenere una guerra per insufficienza di mezzi militari, il Vaticano può contare su di un potere immenso derivante dall’ autorità del Santo Padre, visto da milioni fedeli educati ai principi cattolici e sparsi in tutta Europa, nonché nelle Americhe, in Africa e in Oceania, come la propria guida morale: le sue affermazioni, specialmente quelle improntate su temi di grande importanza sociale quali separazione e divorzio, fecondazione assistita, aborto e adozioni, unioni omosessuali, razzismo e accoglienza di profughi e migranti, ottengono sempre una grande sonorità e non di rado influiscono enormemente sui vari processi di riforma in corso in più Paesi. Curiosamente, però, il più delle volte questa particolare autorità politica, talmente elevata da rendere il sommo pontefice uno dei dieci uomini più potenti al mondo e ovviamente soggetta a sottili alchimie strategiche e materiali, viene scarsamente valutata o addirittura completamente ignorata in favore di quella spirituale, ragion per cui tutto quello che fa e dice viene accolto come assolutamente buono e meraviglioso: come con forza sostenuto da Gregorio VII, il papa è l’ uomo più santo al mondo per i meriti di San Pietro, il solo a cui tutti i potenti debbano baciare i piedi.
Benedetto XVI mentre annuncia il proprio ritiro;

L’ 11 febbraio 2013, Benedetto XVI, duecentosessantacinquesimo papa della Chiesa cattolica e settimo sovrano dello Stato della Città del Vaticano, stupì il mondo intero annunciando la rinuncia al ministero petrino, l’ atto raramente invocato di cessazione di un papa dal proprio ufficio per dimissioni volontarie, disponendone l’ entrata in vigore dal successivo 28 febbraio, permettendo la convocazione di un conclave per l’ elezione di un successore. Espresse personalmente l’ intento in latino durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto e altri tre beati, seguendo i dettami stabiliti dal diritto canonico, secondo il quale la rinuncia va fatta liberamente e debitamente manifestata: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’ età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei cardinali il 19 aprile 2005.». Ritiratosi con il titolo di «papa emerito», divenne l’ ottavo pontefice rinunciatario della storia della Chiesa cattolica, dopo Clemente I, Ponziano, Silverio, Benedetto IX, Gregorio VI, Celestino V e Gregorio XII.
L’ abbandono del Soglio di Pietro da parte del pontefice tedesco, allora ottantacinquenne, venne giustificato ufficialmente da ragioni di anzianità e salute: egli non si sentiva più in grado di reggere il pesante fardello della responsabilità di guida della cristianità, sentendosi ormai un papa debole e privo di valore. Tuttavia, per mezzo di quanto emerso in occasione sia dello scandalo Vatileaks, legato alla fuga di informazioni riservate dalla corte pontificia, che di una vasta serie di rivelazioni più autonome, si può tuttavia affermare con una certa sicurezza che la situazione fosse molto più complicata di quanto il papato avesse lasciato opportunamente intendere: la Chiesa era caduta da lungo tempo in un oscuro e profondo abisso animato da scontri intestini tra fazioni cardinalizie per il potere, sottrazioni massicce di documenti segreti, corruzione, finanze occulte e riciclaggio di denaro. Il cuore della cristianità pareva drammaticamente ridotto ad un inquietante nido di vipere, un labirinto di immoralità particolarmente lontano dal Cielo ma vicino ai peccati terreni, privo di limiti, entro il quale si fomentavano intrighi e tradimenti atti a conservare prerogative e privilegi molto antichi e vantaggiosi.
Il Vaticano era uno degli Stati più opachi al mondo, quasi impossibile da modernizzare o risanare, e le notizie trasmesse a più riprese parlavano chiaro: la corte del vicario di Cristo era profondamente divisa su come gestire lo IOR, la banca vaticana, e lo scandalo si addensò attorno alla figura del cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano e presidente della commissione cardinalizia di vigilanza dello IOR, che venne indagato dalle autorità vaticane per aver autorizzato a sottoscrivere obbligazioni della società cinematografica Lux Vide, diretta dall’ amico Ettore Bernabei, per un totale di quindici milioni di euro, causando una perdita corrispondente nel bilancio dello IOR. Altre divulgazioni fecero scoprire i dettagli di svariate lotte di potere all’ interno del Vaticano, con la formazione di veri e propri potentati cardinalizi la cui forza trascendeva l’ autorità del papa, e alcune irregolarità nella gestione finanziaria dello Stato e nell’ applicazione delle normative antiriciclaggio, tanto che nel marzo 2012 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aggiunse per la prima volta il Vaticano alla lista di Paesi monitorati perché possibili centri di riciclaggio di denaro illecito. Tra i gli elementi che più suscitarono sorpresa vi furono i dettagli relativi ad un presunto piano omicida nei confronti di Benedetto XVI, da compiersi entro un anno in favore dell’ ascesa al papato del cardinale Angelo Scola. Successivamente, nel maggio 2012, la gendarmeria vaticana arrestò un uomo in possesso di carteggi riservati del pontefice: si trattava di Paolo Gabriele, dal 2006 Aiutante di camera di Sua Santità, una delle persone più vicine a Benedetto. Il suo arresto per furto aggravato, il primo in assoluto compiuto dalla gendarmeria vaticana, avvenne il giorno stesso dell’ allontanamento di Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello IOR. Gli inquisitori sollevarono ben presto seri dubbi in merito al fatto che Gabriele avesse agito da solo, ritenendolo piuttosto un «corvo», termine ripreso dalla «stagione dei veleni» di Palermo che aveva nel mirino il magistrato Giovanni Falcone, e affermando che le persone coinvolte fossero in tutto una ventina.
Il Conclave, l’ assemblea atta a scegliere il nuovo pontefice;

L’ anzianità e la salute in costante indebolimento di Benedetto XVI furono pertanto una scusa credibile dietro la quale nascondere un clima di divisione e ingiustizia che stava compromettendo sempre di più la Chiesa, che il Successore del principe degli apostoli non era più in grado di guidare adeguatamente, essendo circondato da dignitari politici e religiosi avidi e litigiosi, ambiziosi e disonesti, che non rispondevano alle sue disposizioni. Come confermato da determinate fonti legate ad ambienti a lui vicini, la sua decisione di rinunciare al ministero petrino non fu improvvisa, ma il frutto di attente considerazioni rese gradualmente note nel tempo ai suoi stretti collaboratori, e che solo alla fine vennero confermate e tradotte in pratica. Peraltro, il papato era cosciente che la propria immagine pubblica fosse ormai profondamente compromessa, aggravando una crisi delle fedi già in atto: il cattolicesimo non si era mai trovato in una condizione peggiore, in quanto non solo i giovani ma anche le persone anziane stavano perdendo la fede nella religione organizzata, sia per ragioni dottrinarie che per il cattivo esempio di prelati coinvolti in faccende poco limpide. Entro le mura vaticane, alle autorità governative e alle guide spirituali era ormai chiaro che occorreva un Santo Padre più forte, un uomo carismatico che recuperasse il consenso perduto, qualcuno che fungesse da simbolo dietro cui schierarsi e che attuasse le riforme necessarie a guidare la Chiesa oltre la bufera in cui si era addentrata. Benedetto XVI manifestò pertanto il desiderio di ritirarsi pur continuando a risiedere nella Città del Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae, dedicandosi alla preghiera e alla liturgia, ma mentre alcuni sostengono che prese questa decisione concordemente con le più alte autorità vaticane, molti altri affermano che avrebbe subito forti pressioni da parte di alcuni esponenti dei potentati in cui la corte vaticana si era frazionata, ansiosi di dare il via ad una nuova era per la Chiesa cattolica.
Il saluto del nuovo papa, Francesco;

Fu a questo punto che entrò in scena il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, che già nel conclave del 2005 era stato uno dei candidati più in vista per la successione a Giovanni Paolo II, e che alla fine era risultato il più votato dopo Joseph Ratzinger. L’ ascesa del cardinale argentino, figlio di migrati italiani, fu prontamente salutata con entusiasmo da tutto il mondo, e una forte ventata di ottimismo prese a soffiare in Vaticano e dintorni, incoraggiata dallo stile molto informale e simpatico dello stesso personaggio, che non a caso assunse un nome dalla profonda valenza simbolica, ossia Francesco, in onore al celebre santo di Assisi. La sera del 13 marzo 2013, la stessa della sua elezione, il nuovo pontefice si affacciò alla loggia: «Fratelli e sorelle, buonasera! Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui. Vi ringrazio dell’ accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca. E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.».
Il meccanismo delle pubbliche relazioni, atto a riparare l’ immagine pubblica della Chiesa cattolica, si era efficacemente messo in movimento, e i mezzi di comunicazione di massa diedero ampiamente risalto a questo nuovo notabile, così umile, aperto, gioioso e spontaneo, che si comportava chiaramente come una persona qualunque, analogamente ad un parroco di paese o ad un vicino di casa.
Un Santo Padre informale e vicino alla gente;

La sua elezione fu una vera rivoluzione per il papato, essendo il primo latinoamericano, nonché il primo dopo cinquecentonovantotto anni a succedere ad un papa rinunciatario e quindi ancora vivo e, soprattutto, il primo appartenente all’ ordine dei gesuiti, la celebre Compagnia di Gesù, congregazione fondata nel 1540, in pieno scisma protestante, attualmente tra le più importanti di tutta la Chiesa e tra quelle con la storia più ricca. Dotati di una forte impronta militaresca lasciata dal fondatore, Ignazio di Loyola, in passato i gesuiti esplorarono nuovi mondi, combatterono guerre e organizzarono complotti, venendo soppressi e poi rifondati, ed ergendosi a guardie dei papi più intransigenti ed avanguardie del progressismo. Già prima dello scisma di Lutero, all’ interno della Chiesa di Roma si erano sviluppate molte correnti che chiedevano una riforma e un ritorno a un maggiore distacco dalle faccende temporali, e i gesuiti si distinsero come il gruppo più radicale, divenendo una delle fazioni più importanti, in grado di esercitare la propria influenza dall’ Europa all’ Estremo oriente, e in seguito anche sul continente americano. L’ istruzione era un requisito fondamentale per loro, sia nella preparazione dei singoli aderenti, che dovevano essere esperti di teologia e diritto canonico ma spesso erano anche linguisti, storici e scienziati, che come strumento per diffondere il cattolicesimo. La loro fedeltà andava direttamente al Santo Padre, cosa che spesso li portò a scavalcare vescovi e cardinali, mentre il loro Superiore Generale, il capo dell’ ordine, per secoli fu ritenuto il capo occulto della Chiesa, che muoveva il pontefice come un burattino e per questo era chiamato il «Papa Nero». Per questo motivo i gesuiti furono spesso oggetto di svariati pregiudizi: fanatici e devoti al papa e al loro Superiore Generale, consiglieri dei potenti da dietro le quinte e manipolatori di fanciulli. Prima che esistesse la massoneria, il complottismo vedeva la mano dei gesuiti dietro le epidemie, le carestie e le morti sospette che colpivano i nemici della Chiesa cattolica. Nell’ Inghilterra di Shakespeare e di Elisabetta I, quella dei gesuiti era una vera e propria paranoia. Anche nella loro attività missionaria i gesuiti si portarono spesso dietro l’ accusa di essere troppo vicini ai potenti.
Quello che non tutti sanno è che al momento di prendere i voti un gesuita accetta la regola che vieta di diventare vescovo, quindi cardinale e infine papa, ma a Bergoglio fu concessa una dispensa in quanto l’ arcivescovo di Buenos Aires, Antonio Quarracino, nel 1992 domandò al Vaticano di avere proprio lui come vescovo ausiliare.
Il papa con alcuni migranti;

All’ indomani della sua intronizzazione, il 19 marzo 2013, a sei giorni dall’ elezione, il nuovo pontefice, costantemente al centro di una colossale celebrazione mediatica sconosciuta ai suoi predecessori, venne soprannominato «Papa rivoluzionario», particolare appellativo destinato a saldarsi con lui come «Flagello di Dio» con Attila, «Magnifico» con Solimano o «Re Sole» con Luigi XIV. Il termine venne da subito confermato con tanta insistenza da far facilmente intuire una vera e propria campagna debitamente orchestrata: qualunque cosa Francesco facesse o dicesse era rivoluzionaria. Non fu mai definito riformista o progressista.
Ad una attenta analisi si può intuire quanto la campagna fosse predisposta e studiata nel dettaglio ormai da tempo, perché fin dal primo giorno, ancor prima di avere il tempo di esprimersi su qualcosa in particolare, Bergoglio fu indicato come il papa della rivoluzione, soprattutto per la semplicità dei suoi gesti: salutare dicendo buonasera, portare la croce in argento anziché in oro, comprare personalmente le scarpe ortopediche, andare dall’ ottico a farsi riparare gli occhiali, risiedere alla Domus Sanctae Marthae anziché nei tradizionali Palazzi Apostolici, avvicinarsi costantemente alla gente per stringere mani e rivolgersi direttamente ai fedeli, compiere la lavanda dei piedi in occasione del Giovedì Santo, aprire le porte agli omosessuali e ai divorziati, in particolare circa la concessione della comunione ai divorziati risposati civilmente o conviventi, e persino battezzare personalmente i bambini in determinate occasioni. Tutto ciò catturò inevitabilmente l’ attenzione e il consenso del pubblico, incantandolo e riempiendolo di entusiasmo all’ idea che, finalmente, il Soglio di Pietro fosse occupato da un vero santo che avrebbe rimesso le cose a posto. Francesco ha qualcosa che piace alla gente, uno stile profondamente diverso dai suoi predecessori che ha portato allegria e simpatia in un ambiente tradizionalmente severo, metodico e distaccato. Perfino il suo nome venne indicato come rivoluzionario: «Nell’ elezione, io avevo accanto a me l’ arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il clero, il cardinale Cláudio Hummes. Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’ applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: ‘Non dimenticarti dei poveri!’. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’ Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’ uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’ Assisi. E’ per me l’ uomo della povertà, l’ uomo della pace, l’ uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? E’ l’ uomo che ci dà questo spirito di pace, l’ uomo povero...».
Nel frattempo, si espresse anche a parole, come nel viaggio di ritorno dal Brasile. Oltre ad essere ripreso mentre portava da solo la celebre borsa non di marca, che divenne oggetto di numerosi servizi e destinata a diventare un oggetto di culto, affermò: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». Fu una riflessione assai amplificata dai giornalisti e salutata da autorevoli commentatori come una sfida al Sinodo sulla famiglia in programma per l’ anno successivo, che sebbene si sarebbe concluso senza rivoluzioni, ribadendo la dottrina tradizionale della Chiesa, non vietò al papa di promette profonde, dunque rivoluzionarie, riforme della curia: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».
Rito della lavanda dei piedi a Regina Coeli;

Negli ultimi tempi, tuttavia, le azioni sorprendenti e carismatiche che lanciarono il mito di Francesco quale riparatore di una Chiesa compromessa sono gradualmente diminuite. Oggi è infatti molto raro che sentir parlare di infrazioni al protocollo o di proposte rivoluzionarie. Anzi, spesso e volentieri conferma la dottrina cattolica convenzionale a proposito di famiglia, composta da genitori sposati e con figli, e di matrimoni eterosessuali, ed esprimendosi sia contro l’ aborto, che paragona all’ affitto di un sicario, che contro l’ omosessualità, che definisce un fenomeno da curare con la psichiatria. Nell’ aprile 2015, ad esempio, il Vaticano rifiutò la nomina da parte del governo francese del diplomatico Laurent Stefanini a nuovo ambasciatore presso la Santa Sede, in quanto omosessuale dichiarato. Il ruolo di ambasciatore francese restò conseguentemente vacante per un anno fino alla nomina di Philippe Zeller, eterosessuale.
Nel corso degli anni seguenti alla sua istituzione, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, sorta per volere di Francesco allo scopo di rispondere pubblicamente ad un antico e spinoso scandalo legato agli abusi sessuali rimasti impuniti a carico di minorenni da parte di alcuni sacerdoti di ogni livello, uno dei più gravi crucci che segnò il pontificato di Benedetto XVI, è stata oggetto di una serie di defezioni dei propri membri, seguite da polemiche e critiche sull’ effettiva utilità della stessa. Il 6 febbraio 2016, ad esempio si dimise Peter Saunders, attivista britannico nella lotta contro la pedofilia e lui stesso vittima di abusi da bambino, che criticò l’ impotenza della Commissione nei confronti del cardinale George Pell, ex arcivescovo di Sydney, che aveva protetto molti sacerdoti pedofili in Australia e non rispondeva alle richieste di comparizione dei tribunali australiani inviando certificati medici da Roma. Il 1 marzo 2017 si dimise anche l’ irlandese Marie Collins, molestata quando era tredicenne da un cappellano in ospedale, protestando contro la vanifica del lavoro della Commissione da parte degli stessi dicasteri vaticani, come ad esempio per la semplice proposta di dover rispondere alle lettere inviate alla Santa Sede dalle vittime di abusi oppure per la richiesta di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti nel perseguire questi crimini.
Il celebre e unico esorcismo attribuito a Francesco;

Se un calcolo va fatto, si può affermare con una certa sicurezza che la «rivoluzione di Francesco» tanto enfatizzata dai mezzi di comunicazione si sia ormai estinta, per quanto l’ attuale pontefice sia rimasto saldamente al suo posto essendo ormai una figura abituale e costante, forte della sua simpatia e singolarità, mentre l’ era di Benedetto XVI, con tutte le sue luci e le sue ombre, è stata definitivamente consegnata al passato, con il papa emerito che vive gli ultimi anni della sua vita in un tranquillo e silenzioso ritiro spirituale. Ora che il vicario di Cristo germanico, caratterialmente freddo e teologicamente schietto ed erudito, costituisce un ricordo sbiadito, non vi è più bisogno di confrontare con lui il suo successore, sull’ esempio del vecchio confronto tra sbirro buono e cattivo. Più che quella di rivoluzionare la Chiesa, l’ utilità di Francesco consiste nel sanare certe sue imperfezioni che ne minano la credibilità, come dimostrato dalla pulizia frettolosa nello IOR e dai regolamenti di conti interni nella curia romana, che hanno portato al rinnovo delle alte gerarchie politiche e spirituali, nonché nel riproporre sul fronte dottrinario i consueti dogmi incrollabili del cattolicesimo, con l’ accortezza di un linguaggio alla buona, invitante e a volte meno diretto, evitando le questioni più imbarazzanti, giocando le proprie carte migliori con battute espresse a margine di eventi o discorsi ufficiali, prontamente amplificate e su cui molto si gioca per mezzo di equivoci e commenti: spesso, infatti, ci si dimentica delle «contestualizzazioni» che subito il Vaticano si affretta abitualmente a precisare, come accaduto proprio per lo IOR, con la rassicurazione dell’ arcivescovo Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato: «Il papa è rimasto sorpreso nel vedersi attribuite frasi che non ha mai pronunciato e che travisano il suo pensiero.». Allo stesso modo si smentirono anche le presunte aperture di Francesco per concedere la comunione ai divorziati risposati.
Autoscatto con il papa;

Al fine di individuarne un senso, gli eventi relativi all’ attuale capo della Chiesa vanno considerati prevalentemente in un contesto politico e pubblicitario, anziché spirituale. Si tratta infatti di un papa che, analogamente a Pio X e Giovanni XXIII, si mostra assai vicino al fedele: la sua venuta, per certi versi paragonabile a quella di Mary Poppins, discesa magicamente dal cielo al momento in cui vi era più bisogno di lei, le sue parole e i suoi gesti, in cui i più pii riposero grandissime aspettative, la sua capacità di incantare e attrarre a sé le folle, costituiscono oltre ogni ragionevole dubbio un estremo vantaggio per i custodi della cristianità.
Benedetto XVI e Francesco;

Ma la tanto sospirata rivoluzione altro non rimane che un inganno, dal momento che in termini di dottrina, di visione della storia e della politica Francesco conferma un approccio per nulla moderno, in quanto saldamente ancorato ai principi classici del cattolicesimo. Di nuovo vanta piuttosto il potere della costruzione dell’ immagine e il rapporto privilegiato con i mezzi di comunicazione. Analogamente ai suoi predecessori sarà a sua volta giudicato dai fatti, ma per ora si rimane alle prese con un personaggio dotato di potere assoluto negli ambiti in cui opera, appoggiato dai vari potentati cardinalizi interni da cui è stato chiamato a riformare il papato attuando soluzioni che possano andare bene per il maggior numero possibile di persone, consentendo alla Chiesa di restare a galla, con pochi scossoni. Si è di fronte ad un Santo Padre che nonostante le esigenze delle apparenze non deve fare i conti con un’ opposizione particolarmente agguerrita, in quanto le crisi e le necessità di farvi fronte sono solite a generare nuove e impensabili alleanze nel nome del bene comune. Proprio come sostiene il principio fondamentale del gattopardismo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»…