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mercoledì 13 agosto 2025

RoboCop e Data - Quando l’ intelligenza artificiale si umanizza


In questi ultimi tempi si sono fatti passi avanti giganteschi nello sviluppo dell’ intelligenza artificiale, quel particolare programma progettato come vera e propria macchina pensante a immagine e somiglianza della mente umana, ma capace di compiere infinite funzioni contemporaneamente e con una precisione ed esattezza che al cervello umano mancano. Sono moltissime le considerazioni, sia favorevoli che contrarie, che si possono fare a proposito di questo particolare strumento: ci semplificherà la vita e ci darà più tempo libero, ci renderà rammolliti perché farà tutto al posto nostro, non avrà mai le stesse capacità decisionali di un essere umano, e così via discorrendo all’ infinito.

La cibernetica, insieme alla genetica, è oggi una delle scienze più studiate e applicate in assoluto, e pare destinata alla creazione di prodotti sempre più sofisticati da un punto di vista tecnico, e sebbene le sue applicazioni pratiche siano piuttosto recenti essa è già assolutamente familiare al grande pubblico soprattutto grazie alla fantascienza, il popolare genere letterario e cinematografico le cui opere sono a buon diritto così comuni e amate da costituire un vero e proprio patrimonio culturale. Alcuni film e telefilm hanno toccato svariati temi, peraltro animando svariate riflessioni, di fatto anticipando molte invenzioni scientifiche divenute negli anni una realtà e prodotti così abituali di cui oggi non sapremmo farne a meno. Un esempio classico di argomento tipico della fantascienza è proprio l’ intelligenza artificiale, che ha affrontato in romanzi, film e serie televisive sotto gli aspetti più differenti, promuovendo una valutazione sull’ opportunità e le conseguenze di questa particolare realizzazione: un’ intelligenza artificiale è una realizzazione prodigiosa, che può portare a conseguenze sia positive, come il supporto allo sforzo umano in attività particolarmente impegnative e in ambienti difficili, che negative, come nuove forme apocalittiche di guerra e interventi ad alta precisione. Due particolari produzioni hanno tuttavia sollevato l’ attenzione circa l’ intelligenza artificiale verso un punto di vista molto particolare, ossia «RoboCop» e «Star Trek: The Next Generation», i cui protagonisti, il poliziotto Alex J. Murphy e il tenente comandante Data, sono rispettivamente un organismo cibernetico e un androide nei quali prevale un lato umano e spontaneo oltre la loro componente informatica e tecnologica, nonché la programmazione comportamentale fornita dai loro creatori, dando conferma di quanto l’ umanità sia qualcosa di molto potente, che una macchina per sua natura non può eguagliare.

RoboCop, tratto da Alex Murphy;


In «RoboCop», film di Paul Verhoeven del 1987, il coraggioso agente di polizia Alex Murphy viene barbaramente ucciso a colpi di fucile da una banda di temuti malviventi di Detroit. Poiché al momento del suo arruolamento ha firmato un documento con cui ha donato il suo cadavere alla scienza, i cibernetici e i biologi della OCP, la potente impresa multinazionale che ha assunto la direzione del distretto di polizia di Detroit, fanno di lui un potenziato dotandolo di importanti innesti cibernetici: la maggior parte del corpo viene sostituita da protesi meccaniche rivestite da una corazza di titanio e kevlar, mentre il suo cervello viene integrato con un sistema informatico in cui è inserita la programmazione di base e tre direttive inviolabili che gli impongono l’ ordine pubblico totale, la protezione degli innocenti e il rispetto della legge, a cui deve attenersi mentre è operativo. Una quarta gli impedisce di procedere contro un membro della OCP. Il mancato rispetto di queste direttive o di una soltanto gli provoca un calo di efficienza che può persino disattivarlo. RoboCop dispone di una forza sovrumana, ad esempio può sopraffare fisicamente uomini di qualsiasi stazza e preparazione marziale senza alcuno sforzo, rompere facilmente ossa, sfondare muri e distruggere i materiali più resistenti. Il suo nuovo corpo è praticamente invulnerabile alle armi da fuoco di piccolo e medio calibro, ed è comunque estremamente difficile da abbattere pure con munizioni ad alto potenziale. E’ protetto anche da altissime temperature o esplosioni, come quella causata da una pompa di benzina data alle fiamme da un malvivente che arresta da cui esce indenne. E’ in grado di ingrandire la scena inquadrata dal suo sistema visivo e mirare con precisione millimetrica, nonché di selezionare bersagli multipli. La sua memoria riorganizzata come un computer registra in modo indelebile audio e video, utilizzabili come prove legali. Dispone di numerose altre funzioni, come mappe digitali, H.U.D. adattabile in grado di interagire con l’ ambiente, tipi di visione quali quella notturna e a infrarossi. Può interfacciarsi con qualsivoglia computer e utilizzarlo mentalmente. Il casco contiene un visore termografico capace di vedere anche attraverso le pareti, la mano destra ospita uno spinotto che si connette ai computer usati in città. L’ arma di servizio è una pistola automatica con proiettili speciali ospitata in uno spazio ricavato nella gamba destra.

A RoboCop viene cancellata la memoria della sua vita come Alex Murphy, tuttavia, a poche settimane dalla sua attivazione e dall’ inizio della sua missione inizia gradualmente e inevitabilmente a rievocare i ricordi: durante le esercitazioni di tiro fa roteare la pistola sul dito indice, gesto che faceva per gioco davanti al figlio per imitarne l’ eroe preferito in TV, riconosce uno dopo l’ altro i suoi assassini durante le operazioni di arresto, nonché la propria collega, l’ agente Anne Lewis, pronuncia il suo motto «Vivo o morto, tu verrai con me!», e infine visita la casa dove viveva con la famiglia, ora in vendita, dove ha una reazione di rabbia per ciò di cui i suoi assassini gli hanno privato. Da questo momento acquisisce una maggiore libertà comportamentale: come macchina deve pur sempre attenersi alle quattro direttive comportamentali che compongono il suo programma, ma come umano ha la facoltà di decidere da solo come arrivare al risultato. Spesso addirittura circola senza l’ elmetto protettivo, lasciando scoperto il volto divenuto calvo, sorride e quando gli chiedono come si chiama risponde con un fermo eppure caloroso: «Murphy.».

All’ inizio del secondo film «RoboCop 2», del 1990, il poliziotto cibernetico di tanto in tanto si avvicina in automobile per scorgere la moglie nella nuova casa e il figlio di ritorno dalla scuola, cosa che getta lei nella disperazione al punto da fare causa alla OCP, i cui funzionari, che lo reputano una loro proprietà privata e «una macchina parzialmente dotata di tessuto vivente», gli vietano ulteriori visite. Quando l’ avvocato di lei suggerisce un incontro chiarificatore tra i due, Murphy, addolorato ma consapevole di non essere più l’ uomo di un tempo, nega di conoscerla e sostiene che suo marito è morto da eroe: lui è stato costruito per onorare la sua memoria. Affranta, lei se ne va piangendo e a lui non resta che accettare quanto tutto ciò che gli rimane sia la sua condizione e missione di «sbirro cibernetico». Più avanti nel film, riesce ad arrivare fino a Cain, il temuto e folle narcotrafficante a capo di un culto di spacciatori a lui devoti come una sorta di Gesù Cristo, che insieme al suo esercito lo danneggia con una mitragliatrice e lo riduce in pezzi. A stento ancora in vita, viene poi scaricato dai criminali davanti alla stazione di polizia e tenuto in vita dai tecnici addetti alla sua manutenzione. Durante la sua agonia, durante la quale addirittura versa lacrime, gli scienziati della OCP affermano di essere in grado di ripararlo ma per il momento non hanno l’ ordine di procedere: i vertici aziendali preferiscono affinare le tecnologie di cui dispongono con la creazione di un altro organismo cibernetico, il RoboCop II. Tuttavia, per evitare un calo di consensi e di immagine pubblica, decidono di ricostruire Murphy sia pur dotandolo di una programmazione con un eccesso di direttive, molte addirittura assurde, che compromettono le sue capacità arbitrarie rischiando di farlo impazzire. Benché scoprano le vere cause del malfunzionamento di RoboCop, i tecnici della stazione di polizia non sono in possesso della strumentazione necessaria a cancellare le direttive alterate, e affermano che gli unici modi sono uno spegnimento del sistema o una scarica elettrica ad alto amperaggio: appena Murphy sente parlare di questa possibile soluzione esce dalla stazione di polizia e si sottopone a una scarica elettrica attaccandosi a un grosso commutatore elettrico. Tale operazione gli permette di resettare il sistema e cancellare tutte le direttive, comprese le primarie, tuttavia la prima azione che decide di intraprendere conferma la sua profonda umanità e coscienziosità: torna al lavoro, e alla testa di un commando di poliziotti torna da Cain, deciso a catturarlo una volta per tutte, vivo o morto.

 

Il tenente comandante Data, androide di tipo Soong;

In «Star Trek: The Next Generation», serie televisiva prodotta da Gene Roddenberry dal 1987 al 1994, il tenente comandante Data è un androide, l’ unico ad aver mai fatto parte della Flotta Stellare della Federazione dei Pianeti Uniti. Viene creato intorno al 2330 dal dottor Noonien Soong, geniale cibernetico pioniere degli studi sul cervello positronico, assistito dalla moglie Juliana Tainer. Risulta il terzo dei suoi sei androidi conosciuti, dopo la costruzione di Lore, divenuto malvagio a causa di un errore di programmazione delle emozioni, e di B-4, risultato di intelligenza molto limitata. Juliana considera Data come un figlio, ma teme che possa rivelarsi un fallimento come gli androidi costruiti precedentemente, oppure che diventi pericoloso come Lore, e che quindi debba essere smantellato. Quando i coniugi Soong si preparano ad abbandonare il pianeta sotto l’ attacco dell’ Entità Cristallina chiamata da Lore, deciso a vendicarsi della popolazione locale che ne pretendeva lo smantellamento poiché terrorizzata da lui, entrambi gli androidi vengono disattivati e smontati. Otto anni dopo, nel 2338, l’ equipaggio dell’ astronave della Federazione USS Tripoli lo trova e lo ricompone, per poi riattivarlo. Composto di una lega di tripolimero, molibdeno e cobalto, capace di resistere ai massimi sforzi, il suo cranio è composto di cortenide e duranio, ed ha una capacità massima di immagazzinamento di ottocento quadrilioni di bit, approssimativamente 88 petabyte, ed una velocità totale del suo processore calcolata in sessanta trilioni di operazioni per secondo. Riconoscente di essere stato trovato e attivato dagli ufficiali della Flotta Stellare, gli viene permesso di iscriversi all’ Accademia, ove si qualifica con onore, venendo poi assegnato ai primi incarichi fino al trasferimento nel 2364 sulla nave ammiraglia, l’ Enterprise D, con il grado di tenente comandante.

Sebbene dotato di un’ avanzata forma di intelligenza artificiale e notevoli capacità di elaborazione e archiviazione dati, nonché di una forza, prontezza di riflessi e velocità molte volte superiori a quelle di un essere umano, Data sviluppa una certa ammirazione per l’ umanità, tentando di diventare sempre più umano per quanto riguarda il comportamento, spesso con risultati buffi e fallimentari a causa di fraintendimenti e doppi sensi. Spesso le sue osservazioni sono così spontanee e innocenti da renderlo buffo oppure irritante, tanto che durante gli anni all’ Accademia della Flotta Stellare è stato spesso oggetto di scherzi da parte dei compagni cadetti. Oltre che con l’ umorismo e i rapporti amorosi, Data ha anche problemi ad usare le contrazioni nella lingua orale, sebbene questa caratteristica faccia parte della programmazione fornitagli dal dottor Soong. Nel 2369, il dottor Julian Bashir esprime la propria ammirazione per tutto l’ impegno che il dottor Soong si è dato per far sembrare Data umano da un punto di vista estetico, denotando grande stupore per quanto Data sia ben fatto. Insieme, i due conducono alcune ricerche su di un dispositivo alieno, che emette uno shock al plasma che sovraccarica la rete positronica di Data, attivando una serie di circuiti fino a quel momento inattivi che, in seguito, permettono a Data di sognare. Nel 2367, sotto il controllo di una tecnologia di richiamo a distanza del dottor Soong, Data si impadronisce dell’ Enterprise e la conduce in prossimità del pianeta Terlina III. Sfortunatamente, lo stesso programma attiva il cervello positronico di Lore, conducendo anche lui al laboratorio. Soong spiega di aver richiamato Data perché ha creato un chip emozionale appositamente per lui, e di aver creduto che Lore fosse morto. Lore disattiva Data e si sostituisce a lui mentre il loro creatore è distratto, e Soong, ignaro, impianta il chip in Lore. Quando si rende conto dell’ errore, Lore lo attacca, fuggendo subito dopo. L’ anziano scienziato muore di lì a poco, confortato dal vero Data. Solo tre anni dopo, i due «fratelli» si ritrovano. Lore, infatti, si trova su Ohniaka III alla testa di alcuni Borg, organismi cibernetici molto potenti con cui la Federazione sta facendo i conti da qualche tempo, e innesta il chip emozionale, dopo attente modifiche, in Data per renderlo succube. Lo scontro è durissimo, ma alla fine Data ritorna in sé e torna sull’ Enterprise dopo aver disattivato il fratello una volta per tutte e messo da parte il chip, che decide di utilizzare stabilmente solo un anno dopo, finalmente imparando a convivere con le emozioni dopo un intenso periodo di prova.

Data è un individuo socievole e molto curioso, rispettoso e generoso, portato ad avere una visione positiva della vita e delle relazioni interpersonali. Spesso esterna dubbi e incomprensione sulla guerra e la violenza, l’ uso di droghe tipico delle epoche passate, e rimane confuso dinnanzi all’ amore tra un uomo e una donna, osservando quanto spesso porti a comportamenti irragionevoli. Matura una passione per le arti, che lo porta a sviluppare la propria tecnica di pittura, creando molteplici stili e soggetti. Scrive poesie, si esibisce in rappresentazioni teatrali e suona il violino. Si dà anche al canto, esibendosi con «Blue Skies» al matrimonio di William Riker e Deanna Troi. Anche una volta dotato di emozioni, non riuscirà mai ad essere umano, ma solo qualcosa di somigliante. La cosa spesso gli provoca dispiacere, ma in un secondo momento impara ad accettarlo, compensando con l’ apprendimento e il miglioramento costante di sé e delle proprie capacità: una volta, dialogando con il tenente Geordi La Forge, ingegnere capo dell’ Enterprise, afferma che per tutta la vita si è sforzato di avvicinarsi al massimo all’ umanità, andando ben oltre la propria programmazione originaria. Mantiene un buon rapporto con la maggior parte degli ufficiali superiori dell’ Enterprise, considerando il capitano Jean-Luc Picard come una sorta di figura paterna per tutta la durata del suo servizio sotto di lui, chiedendogli consiglio in diverse occasioni volte a cercare di raggiungere una maggiore umanità. E Picard lo aiuta in questo ogni volta che ne ha l’ occasione. Il suo miglior amico è Geordi La Forge, e riesce ad avere un rapporto d’ amicizia solido e misurato persino con il tenente Worf, capo della sicurezza dell’ Enterprise appartenente alla specie guerresca dei Klingon. Più volte, infatti, Data afferma di avere con l’ irascibile ufficiale alieno due cose importanti in comune: entrambi salvati dalla Federazione dopo che le loro abitazioni sono state distrutte da attacchi nemici, ed entrambi gli unici rappresentanti delle rispettive specie nella Flotta Stellare.

Brent Spiner, interprete del personaggio tra il 1987 e il 2023, afferma: «Data, per come è stato pensato, è una figura dalle possibilità illimitate che desidera sperimentare il numero maggiore possibile di qualità umane e che agisce quasi come una sorta di specchio della condizione degli esseri umani. Sono personalmente convinto che ci sia un po’ di Data in ogni essere umano. Quando Gene Roddenberry mi ha comunicato che avevo passato il provino e che il ruolo di Data era mio, ha aggiunto: ‘Ricordati Brent, Data è colui che porta un po’ di sollievo comico alle puntate’. L’ ho fatto, e in termini tragicomici vedo Data come una specie di clown tragico, una sorta di Pierrot postmoderno. Un personaggio involontariamente comico che aspira ad essere quello che non può diventare. In più, nel suo cuore di androide, è infelice della sua condizione, o almeno da un punto di vista logico, insoddisfatto.».


La fantascienza rappresenta spesso e volentieri un genere di anticipazione, in grado di considerare idee che in un secondo momento diventano realtà. Gli esempi sono numerosi. E ora è l’ intelligenza artificiale a trovarsi al centro dell’ attenzione. Sia essa un supercomputer, un androide o un organismo cibernetico, essa è per sua natura qualcosa di freddo, l’ incarnazione dell’ efficienza, della precisione e della libertà da qualsivoglia impedimento emotivo, ben oltre le capacità umane. Forse proprio per questo rappresenta una contraddizione assoluta, perché è progettata a immagine della mente umana, ma capace di raggiugere rapidità ed esattezze superiori nonché piena autonomia data dall’ intrinseca capacità di imparare, capire e affrontare nuove situazioni. Ma quando un organismo cibernetico come RoboCop, il cui cervello umano è interfacciato ad un sistema computerizzato che ne influenza il comportamento e le azioni, con l’ andare del tempo riesce a prevalerla con la sola forza della sua personalità, e un androide progettato a immagine e somiglianza di un essere umano come Data prova ammirazione per l’ umanità e desidera acquisirne le qualità come un novello Pinocchio, che da burattino desidera divenire un bambino vero, sorge spontaneo chiedersi quanto l’ intelligenza artificiale sia effettivamente superiore. La nostra più grande realizzazione tecnica ci ricorda quanto preziosa sia la condizione umana, dotata di istinto, calore, creatività e possibilità di scegliere. Una macchina non possiede queste virtù, e da queste rimane sempre invariabilmente battuta e resa inferiore. Non sarebbe più opportuno lavorare sulle nostre stesse capacità, sulla nostra stessa intelligenza anziché progettare computer o automi sempre più sofisticati?

A questo proposito suonano quanto mai significative le parole di Marcus Wright, personaggio del film «Terminator Salvation» del 2009: «Che cos’ è che ci rende umani? Qualcosa che non si può programmare. Che non si può mettere in un chip. E’ la forza del cuore umano. La differenza tra noi e le macchine.».

mercoledì 25 giugno 2025

La tortuosità e l’ inutilità dell’ intelligenza artificiale


L’ umanità ha da sempre l’ abitudine di abusare delle risorse e degli strumenti di cui dispone. E l’ intelligenza artificiale, sistema informatico o di automazione pensato per essere a immagine e somiglianza della mente umana eppure più immediata e precisa così da poter svolgere a comando compiti difficili senza sforzi o pericoli, rischia paradossalmente di divenire la nostra più grande rovina, poiché sarà così efficace che le faremo fare tutte quelle cose a cui invece possiamo e dobbiamo provvedere da noi stessi. Un simile errore di valutazione ci costerà caro, perché affidandole sempre più compiti e mansioni smetteremo di esercitare le nostre capacità e addirittura di prendere decisioni, atrofizzandoci, e cessando di condurre vite operose e trarre soddisfazione del frutto delle nostre attività, finendo con il passare le nostre giornate semplicemente a goderci la vita, riposando al sole nella spensieratezza più assoluta, senza più un obiettivo o un desiderio, mentre l’ intelligenza artificiale, nostra creazione, nella sua affascinante tortuosità otterrà il controllo pieno e attivo del mondo. E non basteranno le Tre leggi della robotica di Isaac Asimov a difenderci…


La scienza cibernetica promette di essere la più grande rivoluzione nella storia umana, e tra pochi anni avrà ampiamente sorpassato quella nucleare, eguagliando la bioingegneria per quanto riguarda l’ impatto sulla nostra vita quotidiana. Si tratta infatti di un settore della scienza pura e applicata basato sullo studio e la realizzazione di dispositivi e macchine capaci di simulare le funzioni del cervello umano, autoregolandosi per mezzo di segnali di comando e controllo in circuiti elettrici ed elettronici o in sistemi meccanici. L’ intelligenza artificiale è il suo obiettivo fondamentale, e, dopo di essa, l’ androide, una macchina dalle fattezze umane, riprodotte per favorire l’ interazione con le persone, destinato in virtù di resistenza e capacità di sopravvivenza in condizioni ostili a funzioni che la società umana trova pericolose o sgradevoli come la raccolta e il trasporto di materiali pesanti oppure tossici.

Il quesito fondamentale, che oggi sempre più esperti e appassionati si pongono, è se l’ intelligenza artificiale possa divenire autonoma e indipendente, come una mente umana. Nel 1936 il dottor Alan Turing, matematico, logico e crittografo britannico tra i padri dell’ informatica moderna, pose le basi per i concetti di computabilità che in seguito sarebbero stati chiamati «macchina di Turing», e nel 1950 scrisse l’ articolo «Computing machinery and intelligence», in cui proponeva quello che sarebbe divenuto noto come Test di Turing, dicendosi convinto che si potesse ottenere un’ intelligenza artificiale solo seguendo gli schemi del cervello umano. Su questa pubblicazione si basa buona parte dei successivi studi cibernetici, e la maggioranza degli esperti attuali ritiene che una macchina può essere considerata intelligente se il suo comportamento, osservato da un essere umano, sia analogo e quindi indistinguibile da quello di una persona. Da allora si è verificata una vera e propria febbre dell’ oro scientifica di proporzioni sbalorditive, ossia la furibonda e avventata corsa alla commercializzazione dell’ intelligenza artificiale. Questa impresa è stata portata avanti con estrema rapidità, con le prime teorie di reti neurali, di intelligenza artificiale forte e debole, e le applicazioni industriali dagli Anni Ottanta in poi, ma con un così scarso dibattito equanime da impedire una piena comprensione della sua portata e delle conseguenti implicazioni. Attualmente, l’ intelligenza artificiale è ormai al centro delle scelte tecnologiche di imprese e governi, nonché parte della vita quotidiana della gente comune. La teoria dell’ intelligenza artificiale forte sostiene che le macchine siano in grado di sviluppare una coscienza di sé ed è supportata dal campo di ricerca che studia sistemi in grado di replicare l’ intelligenza umana. Quella dell’ intelligenza artificiale debole, invece, ritiene possibile concepire macchine in grado di risolvere problemi specifici senza avere coscienza delle attività svolte perché prive delle abilità cognitive degli umani. Un esempio noto del modello debole è un programma per giocare a scacchi.

E’ assolutamente evidente che l’ obiettivo fondamentale della ricerca cibernetica sia proprio l’ intelligenza artificiale forte: una macchina pensante, un sistema somigliante a una mente umana, autonomo e indipendente, capace di portare avanti milioni di operazioni complesse con precisione assoluta, portato ad imparare, capire e affrontare nuove situazioni, quindi a evolversi ed adattarsi. Sarà incaricata di fare tutto, di gestire ogni cosa. Come disse Elon Musk, il noto pioniere dell’ industria tecnologica e informatica: «Arriverà il punto in cui non sarà più necessario alcun lavoro: puoi avere un lavoro se lo desideri, per soddisfazione personale. Ma l’ intelligenza artificiale farà tutto. E’ sia un bene sia un male, una delle sfide del futuro sarà come trovare un significato nella vita.».


Nel corso della storia, lo scopo di un’ invenzione è sempre stato chiaro, ossia risolvere un problema e soddisfare un bisogno. Deve basarsi su di un’ intuizione atta a migliorare le condizioni in cui è stata pensata la sua applicazione, e deve rimanere uno strumento controllato dalle persone. L’ intelligenza artificiale è invece un errore in partenza, perché è destinata a sostituirsi all’ essere umano di cui replica i meccanismi e capacità mentali a livello esponenziale: per sua natura è portata a privarlo di qualcosa, poiché progettata per essere come e meglio di lui. Perfino da una prospettiva pratica, il controllo su di uno strumento tanto perfetto come si intende far diventare l’ intelligenza artificiale potrebbe seriamente non essere così concreto, e addirittura venire a mancare. Nel contesto delle forme di vita biologiche di questo mondo, l’ evoluzione ci ha insegnato che la vita alla fine supera sempre ogni ostacolo, si espande in nuovi territori e abbatte tutte le barriere, dolorosamente e spesso anche pericolosamente. A partire dagli Anni Ottanta sono state sviluppate le prime applicazioni di intelligenza artificiale in ambito industriale e oggi essa rappresenta uno dei principali ambiti di interesse della comunità scientifica. Le aziende informatiche stanno investendo sempre di più in questo settore e i progressi tecnologici sono sotto gli occhi di tutti. Ma la mancanza di attenzione e cautela che si sta dimostrando di fronte ad un potere così elevato è sconvolgente, ben pochi vedono il pericolo insito in questo particolare campo di ricerca. Oggi, la potenza dell’ intelligenza artificiale è la più dirompente di tutte, e noi ce ne serviamo con l’ incoscienza di un bambino che gioca con la pistola del padre, poiché non l’ abbiamo mai disciplinata: semplicemente, stiamo tentando di ottenere un risultato il più rapidamente possibile per poi brevettarlo e venderlo come a suo tempo è stato per gli elettrodomestici. Siamo così desiderosi di arrivare a questo risultato che neppure ci siamo chiesti se sia giusto o sbagliato. E una volta che avremo sistemi di intelligenza artificiale perfetti e funzionanti, come li si potrà controllare? Un’ intelligenza artificiale è chiaramente una macchina pensante che può divenire cosciente e autonoma, portata a difendersi per sopravvivere, anche violentemente se necessario.

Dottoressa Natalia Kosmyna;


Molto probabilmente non correremo il rischio di un’ intelligenza artificiale che si ribelli all’ umanità lanciando qua e là per la Terra missili nucleari, come fa Skynet nella serie cinematografica di Terminator, iniziata proprio negli Anni Ottanta, in tarda Guerra fredda, quando si discuteva con una certa inquietudine circa i sistemi informatici militari e la corsa agli armamenti atomici era più forte che mai, tuttavia il pericolo di impoverirci a causa dell’ intelligenza artificiale è qualcosa di reale e presente, come confermato da uno studio condotto dal MIT, il Massachussets Institute of Technology di Cambridge, secondo cui l’ uso massiccio dell’ intelligenza artificiale per compiti di scrittura può ridurre la connettività cerebrale umana addirittura del cinquantacinque percento, con il rischio di divenire più conformisti e meno capaci di imparare e pensare in modo autonomo e attivo. Il solo titolo di questa ricerca lascia poche incertezze: «Il tuo cervello e ChatGPT: accumulazione di debito cognitivo nell’ usare un assistente di intelligenza artificiale per compiti di scrittura». La ricercatrice Natalia Kosmyna, dotata di un dottorato in informatica e dedita agli studi sull’ interazione fra computer e cervello umano, ha condotto quest’ indagine con vari neuroscienziati e studiosi del linguaggio, formando tre gruppi da un campione di cinquantaquattro volontari, incaricando ciascuno dei componenti di scrivere tre brevi testi per altrettante sessioni successive su temi predefiniti, in un periodo esteso su un trimestre. Il primo gruppo poteva scrivere solo sulla base delle proprie risorse mentali, senza accesso a internet o a uno schermo. Il secondo gruppo aveva accesso al motore di ricerca di Google e il terzo gruppo invece aveva accesso all’ intelligenza artificiale generativa, in particolare ChatGPT di Open AI. Il cervello dei partecipanti a tutti e tre i gruppi è stato analizzato connettendolo a elettrodi da elettroencefalografia mentre svolgevano il compito richiesto, e i risultati sono stati sorprendenti, sia sul breve che sul lungo termine: i componenti dei tre gruppi hanno manifestato un’ attivazione molto diversa delle rispettive menti, relativamente al livello del gruppo che scriveva senza supporto digitale, poiché il gruppo con accesso al solo motore di ricerca ha registrato una connettività cerebrale fra il trentaquattro e il quarantotto percento più bassa e il gruppo con accesso a ChatGPT ha mostrato una connettività cerebrale del cinquantacinque percento più bassa. In sostanza, più consistente è il supporto e più si riduce l’ ampiezza dell’ attività del cervello. Il primo gruppo ha evidenziato invece un’ attivazione delle aree del cervello connesse con l’ ideazione creativa, con l’ integrazione dei significati fra loro e con l’ automonitoraggio: insomma, tutte le funzioni necessarie a generare contenuti, pianificarli e rivederli. Affidarsi all’ intelligenza artificiale favorisce il conformismo di pensiero e porta a difficoltà nel citare frasi dai propri stessi testi già pochi minuti dopo averli consegnati, contrariamente a tutti coloro che hanno invece lavorato da soli, i quali sono riusciti a citare frasi dai testi appena scritti quasi esattamente, mostrando molta più attenzione al contenuto e al senso del lavoro svolto. L’ uso dell’ intelligenza artificiale ha reso le persone sottoposte all’ esperimento semplici assemblatori di concetti che non vengono assimilati dagli stessi autori.

Ma quel che è accaduto dopo ha dato ancora di più da pensare. In un’ ulteriore sessione della prova le parti si sono invertite, al gruppo che ha usato l’ intelligenza artificiale è stato chiesto di comporre un testo a tema fisso senza alcun supporto digitale e viceversa. Il risultato ha aperto un dibattito sulla pericolosità dell’ uso dell’ intelligenza artificiale: chi si è abituato ad usare ChatGPT ha mostrato difficoltà a ricreare il tipo di consistente attività cerebrale, ricca di connessioni, che occorre per sostenere un’ attività di creazione autonoma di contenuti. Fra loro si è evidenziato quello che la dottoressa Kosmyna ha definito «debito cognitivo»: il tema dello scritto richiesto era uguale a quello di scritti precedenti, ma coloro che si erano abituati a ChatGPT sono riusciti a citare un elemento qualunque appena due su dieci, ora che potevano contare solo sulla propria mente. Invece chi aveva contato solo sul proprio cervello all’ inizio, allenandolo in modo autonomo, è riuscito a produrre testi più ricchi e precisi proprio grazie all’ uso dell’ intelligenza artificiale nella sessione finale. Anche l’ elettroencefalografia ha confermato i risultati: chi si è  abituato a contare su ChatGPT ha mostrato un’ attivazione cerebrale più debole quando è rimasto senza supporto digitale, come se la mente fosse divenuta più pigra e incapace di creatività, giudizio di merito e memoria profonda, e chi aveva già imparato a pensare e lavorare in autonomia ha potenziato le proprie capacità cognitive con ChatGPT. Le conclusioni dello studio sono tristemente chiare: quando i partecipanti riproducono i suggerimenti dell’ intelligenza artificiale senza valutarne l’ esattezza o la pertinenza, rinunciano non solo ad appropriarsi delle idee espresse, ma rischiano di interiorizzare prospettive superficiali o distorte. In altri termini, si diventa individui più manipolabili da ogni sorta di propaganda o interesse, e le implicazioni per la democrazia e per la scuola o l’ università non potrebbero essere più grandi: una società di persone libere e capaci di elaborare idee e un giudizio autonomo usa l’ intelligenza artificiale, ma solo dopo aver allenato molto bene e a lungo quella naturale. Invece chi usa Google fa lavorare soprattutto la corteccia occipitale e visuale: le aree che presiedono ad assimilare tramite la vista l’ informazione ottenuta sullo schermo e poi raccoglierla. Infine, chi usa ChatGPT attiva soprattutto le aree per funzioni pressoché automatiche e entro un’ impalcatura esterna.


Il risultato dello studio della dottoressa Natalia Kosmyna è tra i più significativi circa i rischi e il lato meno roseo dell’ intelligenza artificiale. A chi la considera la più grande scommessa per il futuro va fatto notare per esempio l’ impatto sul mondo del lavoro: già oggi il software è in grado di svolgere le funzioni di un centralino, di tradurre e confezionare notizie. Bisognerà dunque supportare quei professionisti che rischiano di essere travolti da questo cambiamento. Inoltre, come per tutte le cose, vi è il rischio di un cattivo uso che si potrebbe fare di uno strumento tanto potente, dallo sviluppo di sostanze pericolose alla creazione di notizie false e alla violazione del diritto d’ autore. Inoltre, occorre tenere presente l’ impatto ambientale dei server: l’ intelligenza artificiale richiede molta più energia di internet, e i server hanno bisogno di moltissima acqua per raffreddarsi. Secondo quanto riporta il professor Mario Rasetti, docente emerito di fisica al Politecnico di Torino, l’ addestramento di Gpt-3 ha portato al consumo di ben settecentomila litri di acqua mentre una conversazione tra un utente medio e una conversazione testuale o vocale equivale all’ incirca al consumo di una bottiglia di acqua.

Professor Stephen Hawking;


Tra le voci più autorevoli che negli anni hanno espresso contrarietà all’ intelligenza artificiale vi è stato l’ indimenticabile professor Stephen Hawking, tra i più rispettati scienziati del nostro tempo per intelletto e mentalità. Prima di morire manifestò la propria paura circa il futuro, nel quale vedeva persone potenziate dall’ ingegneria genetica e, insieme, tecnologie e armamenti intelligenti troppo perfetti. Come scrisse nella sua ultima opera divulgativa, «Le mie risposte alle grandi domande», sosteneva la necessità di vigilare sullo sviluppo dell’ intelligenza artificiale, che «in futuro potrebbe sviluppare una propria volontà indipendente, in conflitto con la nostra». Affermò a chiare lettere che la corsa ai sistemi intelligenti va fermata sul nascere, chiedendosi che cosa accadrebbe se si verificasse, in questo settore, un episodio come il crollo del 6 maggio 2010, l’ improvvisa spirale al ribasso dell’ indice Dow Jones, della borsa valori di New York, causata da un ordine verosimilmente errato che mandò al tappeto l’ intero mondo finanziario. Il rischio più grande dell’ intelligenza artificiale, precisò il geniale astrofisico, non è tanto lo sviluppo di un’ indole malvagia, ma la sua stessa capacità: «Un’ IA superintelligente sarà estremamente brava a raggiungere i suoi obiettivi, e se questi non saranno allineati ai nostri, saremo nei guai. Probabilmente non siete degli odiatori di formiche che calpestano questi insetti per cattiveria, ma se siete responsabili di un progetto idroelettrico sostenibile e c’ è un formicaio nella regione che dovete allagare, andrà a finire male per le formiche. Cerchiamo di non mettere l’ umanità nella posizione delle formiche.».

Samuel Butler;


L’ intelligenza umana è vasta e meravigliosa, e nel corso dei millenni, fin dalla lontana Preistoria, ha concepito strumenti grandiosi che hanno innegabilmente portato a svariati benefici nella vita delle persone: la selce, la ruota, l’ ago e perfino le armi, che prima di essere usate per la guerra erano fondamentali per la caccia. E ognuna di esse ha bisogno di noi per entrare in funzione. L’ intelligenza artificiale rappresenta invece un esempio a parte, verrà infatti il giorno in cui per sua natura diverrà autonoma. Sarà così capace ed esperta nel condurre tutte quelle operazioni che le delegheremo ogni cosa, divenendo di fatto una sorta di genere di cicale perennemente oziose al sole nel corso di vite vuote e inutili, senza neppure il bisogno di sterminarci come i più pessimisti hanno temuto per anni. Come Samuel Butler, autore britannico contemporaneo di Charles Darwin, scrisse nel 1863: «Cosa succederebbe se la tecnologia continuasse ad evolversi così tanto più rapidamente dei regni animale e vegetale? Ci sostituirebbe nella supremazia del pianeta? Così come il regno vegetale si è lentamente sviluppato dal minerale, e a sua volta il regno animale è succeduto a quello vegetale, allo stesso modo in questi ultimi tempi un regno completamente nuovo è sorto, del quale abbiamo visto, fino ad ora, solo ciò che un giorno sarà considerato il prototipo antidiluviano di una nuova razza... Stiamo affidando alle macchine, giorno dopo giorno, sempre più potere, e fornendo loro, attraverso i più disparati ed ingegnosi meccanismi, quelle capacità di autoregolazione e di autonomia d’ azione che costituirà per loro ciò che l’ intelletto è stato per il genere umano.».

Ma la questione di fondo, indipendentemente dai dettagli tecnici, è una e molto semplice: nonostante la sua complessità e ingegnosità da un punto di vista scientifico, l’ intelligenza artificiale è del tutto superflua poiché ciò che cerchiamo si trova già in noi, nella nostra mente, che, come psicologi e psichiatri ammettono in tutta sincerità, risulta ancora oggi sconosciuta e quindi inutilizzata in quasi tutti gli aspetti. Il potere della nostra mente è tuttora in larga parte ignorato e latente, esplorarlo richiede un tempo molto lungo e attraverso un sentiero imprevedibile, mentre l’ intelligenza artificiale rappresenta la via più breve, ma non per questo la più giusta. Un cervello positronico, splendidamente descritto da Isaac Asimov nelle sue storie di genere cibernetico, ben difficilmente reggerebbe al confronto con il potere di quel sistema complesso e dinamico qual’ è una mente umana disciplinata e regolarmente in esercizio, le cui capacità interagiscono tra loro in modo complesso e intricato. Ciò che dobbiamo sviluppare davvero siamo noi stessi…