Visualizzazione post con etichetta lamaismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lamaismo. Mostra tutti i post

giovedì 12 ottobre 2017

Il Grande Erudito

Il Monastero di Tashilunpo, residenza dei Panchen Lama;

In Tibet, tra il XVII e il XX secolo il Panchen Lama è stato la seconda autorità spirituale del Buddhismo locale, e insieme al Dalai Lama si è imposto come caposaldo della trasmissione dell’ insegnamento e della gerarchia della scuola dei Berretti Gialli. Eppure, in accordo con gli spietati interessi terreni della politica e a conferma della natura mutevole di tutte le cose, oggi questo elevato lignaggio religioso è stato violato dal governo della Cina, che nonostante le belle e ostentate dichiarazioni di rispetto per l’ autonomia amministrativa e culturale della «Regione Autonoma Tibetana» lo ha degradato alle condizioni di burattino le cui buone azioni assicurano un forte e diretto controllo sulla società tibetana e la particolare tradizione buddhista ivi fiorita.

Analogamente al Dalai Lama, il Panchen Lama è un lama reincarnato, più precisamente un tulku, termine che in tibetano significa «corpo dell’ emanazione» e che indica coloro che hanno maturato il Risveglio ma, spinti da bodhicitta, ossia la ferma, irremovibile, spontanea intenzione di aiutare gli altri, posticipano il più a lungo possibile il proprio ingresso nel Nirvana continuando a rinascere di vita in vita praticando e trasmettendo la Via del Buddha. Il titolo di Panchen Lama significa «Grande Erudito», e si compone di due termini: il primo, panchen, deriva dal sanscrito pandit, ossia «erudito», e khenpo, che in tibetano significa «grande», mentre il secondo, lama, viene dal solo tibetano, traducibile in «maestro». I tibetani si rivolgevano a lui con un termine sanscrito equivalente, Mahapandita, o come Panchen Rinpoche. Egli era lama e monaco della scuola dei Berretti Gialli, la stessa del Dalai Lama, e per tradizione era abate del Monastero di Tashilhunpo, nei pressi di Shigatse, fondato nel 1447 dal I Dalai Lama. Persona di elevato prestigio e influenza in Tibet, il suo scopo era di contribuire allo sviluppo e alla preservazione della dottrina buddhista, e al suo insegnamento, mentre la sua autorità era soggetta soltanto a quella del Dalai Lama, al contrario del quale non esercitava mai alcun potere temporale. Nei secoli, tra il Grande Erudito e l’ Oceano di Saggezza era maturato un legame di stima, cordialità e collaborazione così profondo che i tibetani li ritenevano uniti come il sole e la luna. Tale rapporto si fondava su due principi: la ricerca delle rispettive reincarnazioni e il successivo rapporto tra maestro e discepolo. Mentre il Dalai Lama è considerato la reincarnazione di Avalokiteshvara, il Bodhisattva della Compassione, il Panchen Lama è invece ritenuto la personificazione di Amitabha, il Bodhisattva della Conoscenza.
Il IX Panchen Lama;

L’ istituzione del titolo del Panchen Lama risale al XVII secolo, quando il V Dalai Lama, primo sovrano assoluto del Tibet e massima autorità spirituale del Buddhismo, lo conferì al suo grande insegnante, Lobsang Chökyi Gyaltsen, affidandogli peraltro la guida di Tashilhunpo. Considerato reincarnazione di tre saggi e profondi lama, Gyaltsen decise di trasmettere questo importante titolo ai suoi predecessori, divenendo il IV Panchen Lama. Nei secoli successivi, tra l’ Oceano di Saggezza e il Grande Erudito si stabilirono legami spirituali sempre più stretti, animati talvolta da contrasti a cui normalmente seguiva una riconciliazione, cosa che non mise mai in dubbio la fedeltà dell’ uno verso l’ altro. Sebbene ufficialmente i Panchen Lama non svolsero mai alcun ruolo politico, nei dintorni di Shigatse la loro influenza si estese presto e con grande rilievo anche in molti aspetti della vita sociale e ammnistrativa: nel XVIII e nel XIX secolo in particolare, acquisirono un’ autorità ben maggiore di quella dei Dalai Lama, dal momento che molti Oceani di Saggezza morirono troppo giovani per poter consolidare la propria posizione politica e religiosa. I Grandi Eruditi non ebbero pertanto rapporti con Lhasa, la capitale del Tibet, ormai abitualmente in mano ai Reggenti, e tra i dignitari di Tashilhunpo si affermò sempre più l’ idea che l’ area di Shigatse avesse il diritto di sviluppare una certa autonomia amministrativa e politica dal governo centrale: le proprietà del Panchen Lama, sulle quali vivevano migliaia di nomadi, divennero immense e sfiorarono la ricchezza e la magnificenza di quelle del Dalai Lama. Al Panchen Lama era riconosciuto il controllo di tre piccoli distretti attorno alla città di Shigatse, ma non sulla città, la quale rimase sotto il controllo di un prefetto nominato da Lhasa.
Il X Panchen Lama;

La crisi vera e propria tra i due grandi lama reincarnati iniziò nel 1913: di ritorno dal suo esilio in Mongolia e Cina, il XIII Dalai Lama, seriamente deciso a riformare il Regno delle Montagne, volle che Shigatse pagasse le tasse come ogni altra regione tibetana, ma i dignitari del IX Panchen Lama, ormai abituati alla secolare lontananza del potere centrale, irritarono profondamente la capitale opponendo un netto rifiuto. All’ Oceano di Saggezza in particolare tornarono alla mente le indiscrezioni secondo cui nel pieno della Spedizione britannica in Tibet, da cui era sottratto fuggendo in esilio, il IX Panchen Lama, rimasto invece in patria, o forse qualcuno dei suoi dignitari, sarebbe stato pronto a chiedere l’ aiuto di Londra per fare di Shigatse un territorio autonomo e indipendente. Amareggiato, il Grande Tredicesimo aveva tentato di incontrare il Grande Erudito per verificare la fondatezza di tali dicerie, ma senza successo in virtù dell’ opposizione da parte delle stanze del potere di Tashilhunpo. La sua posizione effettiva non venne mai del tutto chiarita, ma pare che il IX Panchen Lama, descritto come un grande uomo dedito alla spiritualità, gentile e acuto osservatore, molto bene informato su quanto avveniva in Tibet, fosse vittima di intrighi mossi in suo nome e a sua insaputa dai suoi ambiziosi e infidi dignitari, interessati più al potere temporale che alle realizzazioni spirituali. Negli Anni Venti i rapporti tra i due massimi lama reincarnati precipitarono sempre di più: nel 1922 il IX Panchen Lama volle l’ intervento di Londra per mediare le contese con Lhasa, ma gli venne risposto che il governo di Sua Maestà non poteva interferire nelle questioni interne di un altro Paese, mentre nel 1924, a seguito di un’ oscura questione di tasse e privilegi, gli venne fatto credere dai suoi ingannevoli consiglieri che la sua libertà fosse in pericolo, pertanto si rifugiò nella Mongolia Interna lasciando ai propri lama e monaci una lettera in cui si dispiaceva amaramente della situazione, pur confidando vivamente nella possibilità di chiarirsi con il Dalai Lama e tornare velocemente in Tibet. A Lhasa, invece, nell’ intento di contenerne il potere e l’ autorità soprattutto nella regione di Shigatse, l’ Oceano di Saggezza vietò ai lama e ai monaci fedeli al Panchen Lama di ricoprire qualsiasi incarico nel governo centrale del Tibet, e proibì ai suoi dipendenti e ufficiali di lasciare Lhasa, mentre in un secondo momento requisì il suo patrimonio rimasto sul suolo tibetano allo scopo di coprire un quarto delle spese militari, evitando che Shigatse divenisse indipendente. Sempre più manovrato dai consiglieri, il Grande Erudito si appellò ai cinesi del Kuomintang, i quali, volendo annettere il Tibet alla Cina, sfruttarono prontamente la carta del Panchen Lama in esilio, usandola contro il Dalai Lama. L’ abate di Tashilhunpo collaborò molto attivamente con i cinesi, recandosi persino a Pechino nel 1925, divenendo Commissario Speciale per i Territori Occidentali, ma non pensò mai di ritornare in Tibet con la forza. Molto preoccupato di un suo eventuale ritorno sotto scorta cinese, nel 1932 il Dalai Lama rispose a una sua lettera affermando che ovviamente sarebbe stato sempre il benvenuto, ma a patto che riconoscesse l’ autorità di Lhasa su Shigatse e rinunciasse alla scorta cinese: tale invito, purtroppo, non ebbe seguito. Negli anni dell’ esilio il IX Panchen Lama collaborò comunque in modo costante e positivo ad alcuni importanti piani di sviluppo per un Tibet moderno, ma in patria fu accusato di essere favorevole molto più alla causa cinese che a quella tibetana: si dice infatti che sostenesse le idee di Sun Yat-sen, analogamente al rivoluzionario Pandatsang Rapga, che tradusse le opere del politico cinese in lingua tibetana. La morte del XIII Dalai Lama, avvenuta nel 1933, lo colpì profondamente, e insieme al V Reting Rinpoce, altro grande lama reincarnato, scelto come Reggente del governo tibetano, ebbe un ruolo molto importante nella ricerca della sua reincarnazione, un bambino nato nel 1935 in un villaggio dell’ Amdo. Morì nel 1937 a Gyêgu, in Cina.
A seguito della perdita del Grande Erudito, i cinesi intuirono facilmente che il suo successore sarebbe divenuto uno strumento persino migliore di lui nei loro piani atti a consolidare la propria influenza nella politica interna tibetana: Lhasa e Tashilhunpo avviarono due ricerche distinte atte ad indentificarne la reincarnazione, trovando ciascuna un proprio candidato. Il 3 giugno 1949 gli emissari del IX Panchen Lama annunciarono ufficialmente di avere trovato la reincarnazione in un bambino di undici anni nato nell’ Amdo, la stessa regione di provenienza del XIV Dalai Lama, e il successivo 11 giugno condussero una cerimonia di insediamento sotto la supervisione di alcuni ufficiali cinesi che ne avevano approvato il riconoscimento. Educato da grandi lama e assistito da consiglieri leali alla Cina, che ne seguiva costantemente le vicende, divenne presto un fantoccio: sostenne apertamente la pretesa di sovranità sul Tibet da parte della Cina e le sue politiche di riforma, tanto che Radio Pechino trasmise il suo invito a «liberare il Tibet», mentre nel 1951 fu invitato a Pechino come parte della delegazione tibetana che firmò l’ Accordo dei 17 punti. Venne riconosciuto dal XIV Dalai Lama e dai suoi dignitari come X Panchen Lama solo nel loro primo incontro, nel 1952. Nel 1954 accompagnò l’ Oceano di Saggezza a Pechino e in un lungo viaggio attraverso la Repubblica Popolare Cinese atto a negoziare con il governo cinese a proposito dell’ occupazione tibetana da parte della stessa Cina, da poco divenuta comunista, ma il tentativo di mediazione si rivelò infruttuoso, e nel 1956 lo seguì in pellegrinaggio in India, la terra originaria del Buddha. Successivamente, il 10 marzo 1959, il movimento di resistenza tibetano scatenò una grande sollevazione a Lhasa, che fu duramente repressa dall’ Esercito Popolare di Liberazione: migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade della capitale e in altri luoghi. Convinto di dover rendere pubblica la grave situazione in cui versava il suo Paese e di dover ottenere il sostegno della comunità internazionale, il XIV Dalai Lama fuggì dal Tibet la notte del successivo 17 marzo, giungendo in India esattamente due settimane dopo. Sostenuto da Nehru, primo capo di governo dell’ India autonoma, prese residenza a Dharamsala con un seguito di centoventimila tibetani, e formò un governo in esilio, divenendo così il primo Dalai Lama costretto a vivere a tempo indefinito al di fuori del Tibet. Al X Panchen Lama fu invece concesso di rimanere in Tibet esercitando le proprie funzioni, ma si accorse presto delle reali conseguenze dell’ occupazione. Nel 1962, dopo un viaggio attraverso il Regno delle Montagne, presentò al Primo Ministro cinese Zhou Enlai, che in seguito incontrò personalmente, una petizione a favore del popolo tibetano, in cui denunciò la difficile vita dei tibetani, oppressi dalle ferree regole cinesi. Inizialmente questo documento fu accolto favorevolmente, ma nel successivo mese di ottobre Mao e le autorità cinesi manifestarono un notevole risentimento per quel provvedimento. Nel 1964 venne pubblicamente umiliato e dichiarato «nemico del popolo tibetano», per poi venire imprigionato e torturato negli anni della Rivoluzione culturale. Nell’ ottobre 1977, venne scarcerato e tenuto agli arresti domiciliari a Pechino fino al 1982. Nel 1979 sposò Li Jie, una donna cinese, e nel 1983 ebbe una figlia, Yabshi Pan Rinzinwangmo: questo comportamento fu considerato da molti indegno, del tutto inconciliabile con la sua posizione di lama della scuola di Gelug. Dopo il suo rilascio venne persuaso a mantenere un atteggiamento pacifico, e come soggetto «politicamente riabilitato» gli fu assegnata la carica di Vicepresidente del Congresso Nazionale del Popolo. Nel 1989 rivolse pubblicamente alcune critiche contro il governo cinese, e cinque giorni dopo morì appena cinquantunenne in circostanze mai chiarite del tutto, tanto che ancora oggi molti pensano che venne ucciso tramite avvelenamento, piuttosto che da un infarto naturale come sostenuto ufficialmente da Pechino. Alla sua morte, il XIV Dalai Lama decise di riabilitare il nome del Grande Erudito affermando che, in quel determinato contesto storico, il suo modo di agire poté sembrare ambiguo e non consono alla carica che ricopriva, ma ogni sua azione fu volta a tutelare il popolo tibetano.
Il Dalai Lama e il Panchen Lama;

La questione del Panchen Lama rimane tuttora una delle maggiori cause di ostilità tra il governo cinese e il popolo tibetano. All’ indomani della morte del X Panchen Lama iniziarono le ricerche per individuarne la reincarnazione. Chadrel Rinpoche, grande lama a capo della delegazione di ricerca, riconobbe la rinascita in un bambino di sei anni, Gedhun Choekyi Nyima, e ne comunicò prontamente la notizia al Dalai Lama. Tuttavia, quando l’ Oceano di Saggezza annunciò al mondo l’ avvenuto ritrovamento della reincarnazione del Grande Erudito, le autorità cinesi arrestarono immediatamente Chadrel Rinpoche e lo sostituirono con Sengchen Lobsang Gyaltsen, un fiero oppositore sia del Dalai Lama che del Panchen Lama, incaricandolo di formare una nuova commissione di ricerca con cui individuare una diversa incarnazione. Gedhun Choekyi, ritenuto «una scelta illecita fomentata dalla cricca del Dalai Lama per destabilizzare dall’ interno l’ unità cinese», venne rapito insieme alla sua famiglia e fatto sparire nel nulla. La delegazione di lama filocinesi compilò una nuova lista di candidati, e qualche mese dopo, l’ 11 novembre 1995, nel corso di una cerimonia fasulla a Lhasa, nel Tempio di Jokhang, a cui presenziò persino il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Jiang Zemin, fu insediato come XI Panchen Lama un bambino cinese di cinque anni, figlio di esponenti di rilievo del Partito Comunista. A seguito della celebrazione, il piccolo Jizun Losang Qamba Lhunzhub Qoigyijabu Baisangbu fu trasferito in Cina, ove trascorse tutta la sua infanzia, in chiara chiave antitibetana, crescendo nel rispetto degli usi e dei costumi della «madrepatria socialista», visitando il Tibet soltanto in rare occasioni, ricevendo sempre una fredda accoglienza dai monaci. Peraltro, fin dall’ inizio ha ricevuto l’ educazione di lama praticanti il culto di Dorje Shugden, entità spirituale del Buddhismo tibetano di cui il Dalai Lama ha vietato la pratica, pur essendo stato un praticante lui stesso, definendola «un demone dal terribile potere mondano». Questi lama, gli unici che opportunità politiche hanno riconosciuto il candidato imposto dai cinesi, oggi formano una coalizione ostile al Dalai Lama, che accusano di sopprimere la libertà religiosa, di cui la Cina si serve come strumento ideale per combattere l’ influenza dell’ Oceano di Saggezza sulla comunità tibetana sia in Tibet che all’ estero. Il Grande Erudito cinese è a sua volta praticante del culto dello spirito controverso, e considerato dal governo di Pechino «il supremo lama del Tibet».
Ancora oggi si ignorano il luogo in cui è detenuto il Panchen Lama legittimo e le esatte condizioni della sua incarcerazione. Molti lo ritengono il più giovane prigioniero politico della storia. Nel maggio 1996 l’ ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite disse che era stato messo sotto la protezione del governo dietro richiesta dei suoi genitori, e le autorità cinesi affermano soltanto che è «un perfetto ragazzo ordinario, alto 165 centimetri, in uno stato di eccellente salute, e che i suoi genitori non vogliono essere disturbati», ma di fronte alle richieste di chiarimenti inoltrate da organizzazioni umanitarie e gruppi di sostegno alla causa tibetana, movimenti sindacali, partiti politici e parlamentari di numerose nazioni si rifiutano ostinatamente di dare qualsiasi altra indicazione che possa portare a rintracciarlo.
Gedhun Choekyi Nyima;

Il caso del Panchen Lama, purtroppo, non è l’ unico esempio di interferenza cinese nelle questioni sociali e religiose del Tibet, dal momento che il governo di Pechino ha imposto i propri candidati alla reincarnazione di altri lignaggi di lama enorme rilievo, come ad esempio quello di Reting Rinpoce, che analogamente a quello del Panchen Lama era per tradizione coinvolto nella ricerca della reincarnazione del Dalai Lama: la nomina del XV Dalai Lama avverrà formalmente per mezzo di loro, in accordo con la costituzione cinese, da cui la carica di Dalai Lama «è sempre dipesa». Nessuno dei tulku presentati dai cinesi è mai stato riconosciuto dai lama tibetani, se non da quelli filocinesi e ostili all’ Oceano di Saggezza per ragioni puramente terrene, ma, per contro, intromissioni di questo tipo sono aumentate notevolmente negli anni, al punto che nell’ agosto 2007 Pechino rese nota una nuova ordinanza in base alla quale le reincarnazioni dei vari «Buddha viventi» dovranno essere approvate tramite un attestato rilasciato dall’ Ufficio per gli Affari Religiosi, pena severe sanzioni. Fortunatamente, sempre più tibetani riescono a mettere in salvo le nuove generazioni di lama reincarnati, inviandoli in gran segreto in India, Nepal e Bhutan, dove possono entrare in monasteri capaci di educarli come veri lama o ghesce, ricevendo il valore e la sostanza tradizionali del Buddhismo tibetano. Il Dalai Lama stesso ha recentemente fatto sapere che dal Tibet gli vengono ripetutamente fatte richieste di nuovi sapienti da inviare oltre il confine.

Gli stessi monasteri, oggi, sono mere vetrine di un passato ormai lontano, in cui i monaci sono soggetti all’ autorità di funzionari del Partito Comunista di Cina attentamente scelti che stabiliscono l’ orario e l’ argomento delle lezioni, in buona parte delle quali si studia l’ ideologia comunista e si promuove una campagna tesa a sconfessare l’ autorità del Dalai Lama. Ciò sta comportando una rapida diminuzione della qualità dell’ istruzione dei monaci, ragion per cui stanno venendo a mancare maestri capaci di ereditare il posto degli anziani. Lo stesso Monastero di Tashilhunpo oggi è sede di circa quattromila monaci tibetani, dagli Anni Ottanta è aperto al pubblico come superficiale risorsa turistica del Tibet o museo vivente…

Oceano di Saggezza

«Apri le braccia al cambiamento, ma non lasciar andare i tuoi valori.» XIV Dalai Lama;
Il XIV Dalai Lama;

Tra le guide spirituali mondiali dei nostri giorni, il Dalai Lama occupa a buon diritto un posto di rilievo. Anche in Occidente risulta una delle figure più note, suggestive e rispettate. Appena cinquant’ anni fa, negli Anni Sessanta, all’ indomani della sua fuga in India dal natio Tibet, veniva generalmente indicato come uno strano giovane mistico proveniente da un lontano e misterioso Paese di monti colossali e monaci dagli abiti e copricapi variopinti, dediti a un’ oscura spiritualità animata da spiriti protettori e demoni sui quali troneggiava il sereno e sorridente Buddha. Oggi, invece, soprattutto in seguito alla consegna del Premio Nobel per la pace nel 1989, quest’ uomo dalla tonaca rossa e gialla e il costante e radioso sorriso rientra a pieno titolo tra gli uomini più influenti e stimati al mondo. Nessun Dalai Lama prima di lui ha mai riscosso una simile notorietà all’ estero, altrettanto consenso accompagnato talvolta da giudizi ostili. Con tanta allegria e un pizzico di ironia, lui stesso afferma di essere visto in modi assai differenti da persone assai differenti: secondo i buddhisti tantrici è la reincarnazione di Avalokiteshvara, il Bodhisattva della Compassione, mentre i tibetani lo considerano il loro quattordicesimo re divino e il governo cinese lo ritiene un monarca feudale dal quale ha generosamente liberato il Tibet. Per il resto del mondo corrisponde al Premio Nobel per la pace, erede del Mahatma Gandhi, che venera fin dalla più tenera età. Da parte sua, questo particolare individuo, diviso tra il suo ruolo di uomo, mistico e religioso, ama definire sé stesso «un semplice essere umano, incidentalmente tibetano, che ha scelto di essere un monaco buddhista». A dispetto della sua sincera umiltà occorre notare che l’ Occidente ha imparato a conoscerlo e apprezzarlo come simbolo di un cammino non violento teso a una duplice liberazione, politica per il Tibet, e spirituale per ogni essere vivente.
Il Dalai Lama in gioventù;

La figura del Dalai Lama, appartenente alla scuola Gelug, i Cappelli Gialli, ha un’ origine piuttosto antica, risalente al 1578, quando il condottiero mongolo Altan Khan strinse uno stretto legame spirituale con il monaco tibetano Sonam Gyatso, a cui attribuì per la prima volta il titolo, derivante dal mongolo dalai, ossia «oceano», e dal tibetano lama, ovvero «maestro spirituale», tradizionalmente tradotto come «Oceano di Saggezza». In quanto lama reincarnato, Sonam Gyatso attribuì l’ appellativo alle proprie precedenti incarnazioni, divenendo in tal modo il III Dalai Lama, e da allora il metodo di successione di tale istituzione si basa sulla reincarnazione.
Fino al 1959 dimorante nell’ immenso e maestoso palazzo del Potala, in cima a un colle della capitale, la città santa di Lhasa, il Dalai Lama divenne presto la massima autorità spirituale del Buddhismo tibetano e il sovrano assoluto del Tibet, caposaldo e simbolo della civiltà tibetana. Il suo popolo si riferisce a lui come Kyabgon, «Salvatore», o Yeshe Norbu, «Gemma che realizza i desideri», e gli si rivolge usando il termine Kundun, «Presenza». A dispetto dell’ assoluta venerazione di cui gode, occorre precisare che non è il capo della scuola Gelug, che attribuisce la propria guida ufficiale al Ganden Tripa, il «Detentore del Trono di Ganden», un lama scelto tramite elezione dagli abati dei più autorevoli monasteri e che in genere rimane in carica per tre anni.
Il Dalai Lama e il Pandit Nehru, Primo ministro indiano;

L’ attuale Dalai Lama, il quattordicesimo, nacque nel 1935 a Taktser, un piccolo villaggio nelle regioni nordorientali, presso il confine cinese, in una famiglia di contadini, e all’ età di due anni fu visitato ed esaminato da una delegazione di alti lama e monaci alla ricerca della reincarnazione del XIII Dalai Lama, morto nel 1933, e che riconobbe in lui il nuovo Salvatore. Il piccolo Lhamo Dondrub, come si chiamava, ossia «Dea che esaudisce i desideri», fu pertanto portato nel 1940 a Lhasa, ove fu proclamato XIV Dalai Lama e consacrato come monaco novizio, venendo peraltro ribattezzato Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso, ovvero «Sacro Signore, Gloria gentile, Compassionevole, Difensore della fede». Mentre alla sua famiglia veniva concesso un titolo nobiliare con tanto di una sostanziosa proprietà fondiaria, in tono con le antiche tradizioni riguardanti i lama reincarnati, il nuovo Oceano di Saggezza iniziò il duro percorso religioso sotto le più eminenti guide spirituali del tempo, particolarmente severe ed esigenti nei suoi riguardi in quanto Dalai Lama.
Mentre il Prescelto si divideva tra i giochi e gli studi, rigorosamente isolato dal resto del mondo nelle mille stanze della reggia e del monastero entro il Potala, il Tibet subiva gli effetti nocivi di una serie di governi retti da Reggenti ambiziosi e corrotti che, inavvertitamente, esposero sempre più il Regno delle Montagne all’ interesse della Cina, che da secoli faceva di tutto per annetterlo al proprio territorio sostenendo che ne fosse una parte integrante. Il Dalai Lama studiò con costante diligenza, dando ripetutamente prova di grande intelligenza e capacità e denotando notevoli abilità nel dibattito, peraltro maturando un certo interesse per l’ Occidente e la modernità stimolati dai suoi frequenti incontri con l’ alpinista austriaco Heinrich Harrer, che divenne suo buon amico e insegnante di inglese. Nel 1959, ormai ventiquattrenne, sostenne gli esami preliminari a Drepung, Sera e Ganden, le maggiori università monastiche tibetane, conseguendo con onore al termine del grande esame al Tempio di Jokhang, a Lhasa, il titolo di Ghesce Lharampa, equivalente a un dottorato in filosofia buddhista. Ma molto presto la situazione precipitò assai drammaticamente: tra il 1949 e il 1959 la Repubblica Popolare Cinese aveva infatti invaso gradualmente il Paese delle Nevi, sostenendo pubblicamente che oltre ad esserle sempre appartenuto desiderava sottrarlo all’ imperialismo angloamericano, colpevole di aver sostenuto il dominio feudale del Dalai Lama, che da parte sua sostenne fin dall’ inizio una politica conciliante, comprendente perfino un Tibet all’ interno della Cina purché dotato di autonomia, ma senza successo. Con l’ inasprimento delle brutalità da parte dei cinesi in territorio tibetano, tra il 1954 e il 1956 visitò con i maggiori lama al suo seguito e i ministri del suo governo la Cina, incontrandosi più volte con il Presidente Mao, ma i tentativi di pacificazione non diedero alcun risultato. Nel 1959, infine, a seguito di una grande sollevazione popolare motivata dal timore che il presidio cinese volesse rapirlo e portarlo in Cina, o persino assassinarlo, fuggì in India, seguito da migliaia di tibetani di ogni ceto sociale ed età, dai più influenti e ricchi aristocratici ai più umili sudditi, ove ottenne la protezione del governo di Nuova Delhi. Da allora vive a Dharamsala, con lo stato di rifugiato politico, riconosciuto soltanto come guida spirituale e non più come capo di Stato. Si prodiga costantemente e di persona a vantaggio degli esuli tibetani che tuttora ogni anno sfuggono in massa alle persecuzioni in patria, facendo del proprio meglio nella preservazione delle millenarie tradizioni sociali e religiose della sua gente, dando insegnamenti religiosi e promuovendo la causa politica del Tibet all’ estero. La propaganda cinese lo descrive accanitamente come un traditore, un secessionista ostile alla nobile causa comunista e desideroso di riappropriarsi degli antichi e dispotici privilegi feudali.
Le numerose e costanti avversità non hanno mai minimamente scalfito la sua attitudine diplomatica e conciliante, il suo ottimismo e la sua pratica dell’ insegnamento del Buddha. Parla spesso in favore del popolo cinese, sottolineando l’ inutilità della tendenza autoritaria del regime comunista non solo in Tibet ma in tutta la Cina, e condannando ogni soluzione che comprenda l’ impiego della violenza. Dal 1967 viaggia costantemente per il mondo: nell’ autunno del 1991, per esempio, visitò gli Stati baltici su invito del Presidente della Lituania, divenendo il primo capo straniero a rivolgersi al Parlamento lituano. Nel 1973, in Vaticano, incontrò papa Paolo VI, e alla conferenza stampa di Roma nel 1980 espresse la speranza di incontrare papa Giovanni Paolo II:
«Viviamo in un periodo di grande crisi e di problematici sviluppi mondiali. Non è possibile trovare la pace nell’ anima senza la sicurezza e l’ armonia tra le persone. Per questa ragione aspetto con fede e speranza l’ incontro con il Santo Padre: per uno scambio d’ idee e sentimenti e per i suoi consigli, così da poter aprire la porta a una progressiva pacificazione tra gli individui.». L’ Oceano di Saggezza e il Vescovo di Roma si incontrarono più e più volte, soprattutto nel 1980, 1982, 1986, 1988 e 1990, divenendo sinceri amici uniti dalle analoghe esperienze con il comunismo, che tanto scompiglio aveva creato nei rispettivi Paesi di provenienza. Il Dalai Lama stabilì peraltro duraturi rapporti amichevoli con l’ Arcivescovo di Canterbury e altri capi della Chiesa anglicana, oltre che con le guide delle comunità cattoliche ed ebraiche, affermando in un evento interreligioso tenutosi in suo onore al World Congress of Faith:
«Credo che sia sempre assai preferibile che esista una varietà di religioni e filosofie in luogo di una singola religione o filosofia. Tutto ciò è necessario a causa delle differenti predisposizioni mentali di ogni singolo essere umano. Ogni religione prevede proprie idee e tecniche, il cui apprendimento non può che arricchire la fede di ognuno.».
Nella sua lunga vita di monaco e guida spirituale e politica non si è mai minimamente allontanato dai principi buddhisti fondamentali a cui è stato educato, denunciando con fermezza costante la decennale repressione cinese in terra tibetana senza però mai incitare il suo popolo o i Paesi del mondo ad adottare un atteggiamento ostile contro la Cina, pertanto la decisione della Commissione norvegese del Nobel di assegnargli il Premio della Pace nel 1989 riscosse lodi e plausi in tutto il mondo, fuorché in territorio cinese. Così recitava la motivazione della Commissione:
«La Commissione intende enfatizzare il fatto che il Dalai Lama, nella sua lotta per la liberazione del Tibet, si sia coerentemente opposto all’ uso della violenza. Ha invece propugnato soluzioni pacifiche basate sulla tolleranza e sul rispetto reciproco, in modo da preservare l’ eredità storica e culturale della sua gente.». Il 10 dicembre 1989, accettando il prestigioso riconoscimento a nome di tutti gli oppressi e di tutti coloro che si battono per la libertà e lavorano per la pace nel mondo e i tibetani, affermò:
«Il Premio ribadisce la nostra convinzione che il Tibet sarà liberato usando come proprie armi la verità, il coraggio e la determinazione. La nostra battaglia deve rimanere non violenta e libera da ogni odio.».
Il Dalai Lama e papa Giovanni Paolo II;

Ora che Sua Santità il Dalai Lama ha superato gli ottant’ anni, inevitabilmente si è aperta la questione della sua successione. Dal 2011, quando si dimise da capo politico, la sua posizione è chiara e netta: spetta al popolo tibetano decidere se mantenere il suo lignaggio di reincarnazione o meno, e nel caso di un parere favorevole si limiterà a reincarnarsi per esercitare la sola guida religiosa, magari anche in forma femminile, lasciando le funzioni politiche al governo e al parlamento tibetani in esilio, mentre in caso contrario sceglierà di non reincarnarsi più. A dispetto del carattere tipicamente tibetano dell’ istituzione che incarna, però, il governo di Pechino ha deciso di assumersi personalmente il diritto di nominare le future incarnazioni. Nel 1995, ad esempio, gli agenti cinesi rapirono la reincarnazione del X Panchen Lama, la seconda autorità religiosa del Tibet, soggetta solo al Dalai Lama, con cui aveva stretti legami spirituali, al punto che uno ricercava la reincarnazione dell’ altro, fungendo successivamente da maestro. Dopo la sparizione del candidato riconosciuto dall’ Oceano di Saggezza, un bambino di appena sei anni di cui si fece abilmente perdere ogni traccia, Pechino impose un proprio candidato, un bambino cinese di cinque anni figlio di influenti esponenti del Partito comunista, affermando che tutti gli alti monaci tibetani dovranno essere nominati dal governo cinese, i quali dovranno designare ed investire ufficialmente il XV Dalai Lama sotto la supervisione del Panchen Lama gradito alla madrepatria socialista: poiché il Tibet è sempre stato cinese, la nomina del Dalai Lama è sempre dipesa dal governo cinese. In risposta, il rappresentante del Dalai Lama in Europa fece sapere che tali elezioni saranno del tutto prive di valore:
«Non si possono imporre imam o vescovi alle altre religioni. La decisione di nominare lama e monaci spetta ai tibetani. I cinesi possono usare la loro forza politica, ma le loro decisioni saranno comunque senza valore. Così è stato per l’ usurpatore del Panchen Lama, così sarà per ogni carica non eletta dai tibetani.».
Da parte sua, il Dalai Lama rispose con un sorriso accompagnato dalla sua proverbiale ironia:
«Il Buddhismo raggiunse il Tibet dopo essersi già molto diffuso in Cina. Spiritualmente, i cinesi sono pertanto nostri fratelli maggiori, ma stranamente pare che non abbiano capito molto né del Buddhismo, né della reincarnazione…».
Il Dalai Lama alla consegna del Nobel per la Pace;

All' ombra di un culto tibetano controverso

XIV Dalai Lama;

In questi ultimi anni il Buddhismo tibetano è divenuto una delle più note e seguite forme di spiritualità in tutto il mondo. In Occidente annovera un sempre crescente numero di praticanti o semplici interessati. Riscuote generali apprezzamenti in ogni ambiente, nella convinzione che rappresenti una delle forme filosofiche e spirituali più profonde e complete, e i suoi maestri, primo tra tutti il XIV Dalai Lama, vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 1989, sono ormai figure sempre più familiari e stimate.

Monastero di Drepung, a Lhasa;
Il Tibet è un’ immensa regione dell’ Asia centrale, posta sull’ altopiano più elevato al mondo, tra Cina e India. Un tempo i tibetani erano un popolo guerriero composto da tribù nomadi e seminomadi di allevatori e pastori, dediti a una cultura sciamanica e spiritistica, e nell’ VIII secolo entrarono per la prima volta in contatto con il Buddhadharma, termine sanscrito usato per indicare il Buddhismo, per mezzo di Padmasambhava, un insigne maestro ed esorcista indiano di scuola tantrica, basata su tecniche avanzate con cui raggiungere velocemente il Risveglio. Secondo una suggestiva leggenda, al suo arrivo in Tibet il «Prezioso Maestro» si scontrò con le divinità e gli spiriti locali, ostili all’ insegnamento del Buddha, e li assoggettò ricorrendo a sconfinati poteri soprannaturali con cui fece di loro una schiera di Dharmapala, ossia «protettori del Dharma» in sanscrito, entità spirituali incaricate di eliminare gli ostacoli interni ed esterni che impediscono al praticante buddhista di conseguire le realizzazioni spirituali. Nechung, l’ attuale oracolo di Stato e protettore del lignaggio dei Dalai Lama, è forse l’ esempio più noto di Dharmapala soggiogato da Padmasambhava.
Nei secoli successivi alla venuta del maestro indiano, il Buddhismo tramontò in Tibet con il ritorno dell’ antica tradizione Bön, per poi riaffermarsi suddiviso in quattro diverse scuole, ossia Nyingma, Kagyu, Kadam e Sakya, contraddistinte le une dalle altre da testi, tecniche meditative e specifici Dharmapala. Erede dell’ antica spiritualità Bön, che non scomparve mai del tutto, il Buddhismo tibetano diede un certo risalto all’ astrologia, agli oracoli e ai presagi, e tra le sue particolarità più suggestive figura senz’ altro il sistema dei tulku, i maestri reincarnati che in virtù delle loro qualità eccelse scelgono volontariamente di reincarnarsi per continuare a insegnare di vita in vita anziché accedere al Nirvana al momento della morte. La cultura tibetana subì moltissimo l’ influenza della nuova religione, e venne fortemente indirizzata allo spirito della nonviolenza. La popolazione divenne presto assai devota, al punto che in ogni famiglia, che appartenesse all’ aristocrazia feudale o al ceto contadino, divenne consuetudine avere almeno un monaco o una monaca. Eppure, com’ è nella natura di tutte le cose tipicamente umane, anche negli ambienti monastici buddhisti si alternarono luci e ombre: nel corso dei secoli, quando il Tibet era ancora un Paese autonomo e indipendente, la sua teocrazia, composta da potenti lama e monaci funzionari coinvolti con i nobili feudali nel governo terreno, agiva spesso in maniera arbitraria e ingiusta. Svariati lama erano coinvolti in faccende poco limpide, e altri si svagavano in faccende secolari lasciandosi prendere la mano dal potere, agendo più per sé stessi che per il bene comune. Solo alcune guide spirituali particolarmente rette non si immischiavano nella politica, attendendosi ai principi indicati dal Buddha e prediligendo una vita semplice, fatta di saggezza e compassione. Il Tibet non era esente da corruzione e assassini, e pochi lama e monaci soltanto seppero conservare la vera essenza del Buddhismo. In un contesto del genere risulta emblematica la lunga vicenda di Dorje Shugden, un’ entità spirituale di aspetto irato e terrificante dalla natura profondamente discussa e ormai sempre più comune non solo nei luoghi tradizionali quali Tibet, Mongolia, India settentrionale, Nepal e Cina sudorientale, ma anche nei Paesi occidentali, soprattutto Europa e America settentrionale. Dharmapala per alcuni e demone dal potere terribilmente nocivo per altri, oggi tra i tibetani la pratica del suo culto si è sempre più ridotta in confronto al passato, ma si è progressivamente espansa nei crescenti centri occidentali.
Alla luce di intense e animate dimostrazioni portate avanti dai discepoli occidentali del culto e perfino di determinati atti di violenza avvenuti in Oriente negli ultimi anni risulta sempre più urgente affrontare con animo equanime l’ antica controversia legata a questo culto, che da una parte vede schierato il Dalai Lama e dall’ altra un’ ala di lama e monaci dalle posizioni inflessibili.

Dorje Shugden;

Nel XVII secolo, il Tibet era una terra frammentata in vari potentati coinvolti in guerre e tensioni con gli imperi vicini, soprattutto Cina e Mongolia. Il V Dalai Lama, coreggente del Monastero di Drepung insieme a Tulku Drakpa Gyaltsen, nonché uno dei più rispettati lama reincarnati di scuola Gelug, fondata dal lama tibetano Tzong Khapa, erede della tradizione Kadam, ispirata dal maestro bengalese Atiśa, si recò personalmente in Mongolia per aprire i negoziati con i khan, a cui ebbe peraltro l’ opportunità di insegnare i principi del Buddhismo. I mongoli rimasero così colpiti dalle sue qualità sia diplomatiche che spirituali da accordargli la suprema autorità politica su tutto il Tibet, rendendolo di fatto un sovrano assoluto. Rientrato nel Paese delle Montagne, egli confermò la città di Lhasa come capitale e avviò la costruzione del maestoso palazzo del Potala, il centro del potere politico e religioso, e volendo consolidare sia la propria autorità che la stabilità della nascente nazione, intuì pur diffondendo i principi Gelug di doversi aprire senza esclusivismi anche alle altre tre scuole, ricevendo e dando insegnamenti. Tuttavia, l’ ala più conservatrice dei Gelug disapprovava tale atteggiamento e si schierò con Tulku Drakpa Gyaltsen, che in parte si opponeva all’ entrata in politica dei Gelug, nella convinzione che ciò avrebbe contaminato l’ insegnamento di lama Tzong Khapa, e in parte disapprovava gli insegnamenti di scuola Nyingma, la più antica, attribuita direttamente a Padmasambhava e basata sullo Dzogchen, a cui il V Dalai Lama dava molta importanza: a giudizio suo e dei Gelug a lui vicini, lo Dzogchen, che si richiamava al concetto di rigpa, che in tibetano significa «intelligenza» o «consapevolezza», era erede della scuola cinese Chán, che venne bandita dal Tibet nell’ VIII secolo a seguito di un dibattito tenutosi al Monastero di Samye tra il pandit Kamalshila e il maestro cinese Hoshang, che venne battuto, e promuoveva il principio di Ātman indù tradizionalmente confutato dal Buddha. In quel tempo molti lama e monaci tibetani promuovevano solo quegli insegnamenti ritenuti validi da tutti, affiancandoli ai sūtra tradizionali. I Gelug in particolare dubitavano dell’ efficacia di certe pratiche Nyingma, credendole difficili da applicare a favore del prossimo senza la dovuta preparazione e la necessaria compassione. Molte di esse venivano scoperte da yogi che dicevano di averne recuperato i testi nascosti tra le rocce, nelle grotte, sotto i sassi dei fiumi o addirittura di averle ricevute in sogno o in una visione di Padmasambhava. La maggioranza dei Gelug non vi prestava fede, e sconsigliò vivamente di non avventurarsi in esperimenti pericolosi senza un’ adeguata preparazione e la certezza della loro origine ed efficacia. Dal canone tibetano furono pertanto escluse gran parte di queste dottrine, che però si svilupparono più agevolmente tra i Nyingma e i Kagyu.
Tra i due lama reincarnati alla guida del Monastero di Drepung esistevano peraltro seri motivi di dissidio. Tulku Dragpa Gyaltsen era infatti considerato la reincarnazione di un grande lama, ed era il detentore della Residenza Superiore, che gli occhi di molti confermava una certa superiorità del suo rango in confronto a quello del V Dalai Lama, possessore della Residenza Inferiore: la loro rivalità e le gelosie reciproche non fece che precipitare a causa di queste divergenze di opinione, tanto che nel 1655, mentre il Tibet assumeva sempre più l’ assetto di nazione teocratica, in cui monaci e aristocratici fondiari accentravano nelle proprie mani un enorme potere, Tulku Dragpa Gyaltsen venne trovato morto nei suoi appartamenti in circostanze misteriose, forse stroncato da una malattia infettiva, ma i suoi discepoli accusarono prontamente il Reggente di aver inviato alcuni sicari che l’ avrebbero brutalmente ucciso facendogli ingoiare una sciarpa per ristabilire l’ onore e il prestigio del V Dalai Lama, e com’ è tipico in un Paese altamente spiritualista e addirittura superstizioso, in cui tutto è divinizzabile, da un semplice testo di preghiere a un saggio e profondo uomo praticante, nella loro opposizione al Dalai Lama e al suo governo sostennero che lo spirito della loro sfortunata guida spirituale fosse asceso ad un superiore livello di esistenza, divenendo Dorje Shugden, un Dharmapala di aspetto feroce intento a spaventare tutti gli ostacoli alla pratica della via graduale indicata da Atiśa e lama Tzong Khapa, e a impedire ogni mescolanza con le altre scuole, specialmente la Nyingma, punendo con malattie e sciagure i trasgressori e beneficiando generosamente gli osservanti.
La nuova entità divenne quindi il fondamento di un nuovo culto che si diffuse anche in certi ambienti di scuola Sakya, ove però era visto come un protettore mondano, pronto ad assistere il praticante in faccende terrene, per esempio nell’ accumulo di ricchezza, e mentre il potere sociale e politico dei Gelug cresceva a dismisura, anche con la chiusura o la conversione di molti monasteri delle altre tre tradizioni, la venerazione di Dorje Shugden continuò ad essere tramandato. Il V Dalai Lama e i suoi dignitari religiosi affermarono invece che per effetto di preghiere e invocazioni distorte Tulku Dragpa Gyaltsen si era trasformato in uno spirito malvagio desideroso di vendicarsi di lui e del governo tibetano. Lama e monaci di alto rango tentarono quindi di esorcizzarlo, ma senza successo.
Pabongka Rinpoche;

Dalla morte del V Dalai Lama, nel 1682, in avanti, il Tibet consolidò le proprie basi teocratiche, confermando la scuola Gelug come la più influente. Le sue due immediate reincarnazioni si distanziarono molto dalle rigidità della propria scuola, e dal 1757, quando il VII Dalai Lama morì, questo lignaggio di reincarnazione si indebolì notevolmente, in quanto ogni Dalai Lama a partire dall’ VIII al XII venne opportunamente manipolato dai Reggenti e dai ministri fedeli all’ Impero cinese per poi morire in giovane età in circostanze sospette, forse per mano degli stessi Reggenti tramite avvelenamento, su istigazione cinese, nell’ idea che fossero impostori.
Tuttavia, nel 1895, il XIII Dalai Lama, uomo dalla forte personalità, assunse pieni poteri politici e religiosi, e riuscì a vivere abbastanza a lungo da restaurare il ruolo unificante della propria istituzione, peraltro impegnandosi in un ambizioso progetto di modernizzazione e riforme sia temporali che religiose, aprendosi come il Grande Quinto alla scuola Nyingma. Tra le guide spirituali Gelug che videro di malanimo tutti i suoi sforzi spiccò Pabongka Rinpoche, il più grande e influente lama Gelug dell’ epoca, noto peraltro per il modo inusuale di dare insegnamenti al di fuori dei monasteri a un gran numero di discepoli laici. Convinto praticante del culto di Dorje Shugden, che riteneva un’ emanazione di Manjusri, Bodhisattva della Saggezza, iniziò a promuoverlo senza sosta al suo vasto novero di discepoli, molti dei quali erano aristocratici, alti dignitari religiosi e semplici cittadini. Circondato da funzionari e monaci intransigenti che di fatto frenavano ogni suo sforzo di apertura del Tibet verso l’ estero e di modernizzarlo nel timore che il Buddhadharma venisse inutilmente inquinato, il XIII Dalai Lama gli intimò di interrompere la propiziazione di questo culto, indicandolo come dannoso tanto per il Buddhismo quanto per la causa del Tibet, ma Pabongka Rinpoche si attenne alle disposizioni solo nell’ ambito del culto pubblico, proseguendo in forma privata la trasmissione ai discepoli, tra cui quello che prediligeva, Trijang Rinpoche.
Alla morte del Grande Tredicesimo, nel 1933, l’ influenza di Pabongka Rinpoce era tale che gli venne offerta la carica di Reggente, ma egli rifiutò sostenendo di non gradire gli affari politici. Tuttavia i suoi discepoli assunsero il pieno controllo di vari posti di grande importanza nella guida del Tibet: il V Reting Rinpoche divenne Reggente, mentre Trijang Rinpoche, che cominciava ad assumere importanza e seguito pari a quelle del maestro, divenne una figura sempre più autorevole anche al Potala. Il culto di Dorje Shugden veniva praticato alla luce del sole, senza alcun intralcio. Nel 1937 venne finalmente identificata la reincarnazione del Dalai Lama in Lamo Dondrub, un bambino di appena due anni nato nei pressi del confine cinese. Il nuovo Reggente, il III Taktra Rinpoche, altro discepolo di Pabongka Rinpoche e grande praticante del culto, gli assegnò come maestro Trijang Rinpoche. Contemporaneamente, il giovane X Panchen Lama, la seconda autorità religiosa dopo il Dalai Lama, fu a sua volta iniziato alla liturgia di Dorje Shugden.
Tra il 1950 e il 1959, il Tibet venne gradualmente conquistato dalla neonata Repubblica Popolare Cinese, e il giovanissimo XIV Dalai Lama tentò ripetutamente di trovare un accordo con gli occupanti per alleggerire la loro stretta, dal momento che nessun Paese accolse le richieste di aiuto del governo di Lhasa. Sotto la tutela di Trijang Rinpoche iniziò a praticare assiduamente il culto di Dorje Shugden, che gli venne presentato durante la permanenza al Monastero di Dungkar, a poca distanza dal confine indiano, peraltro ricorrendo spesso al parere del suo oracolo. Nel 1959, dato il peggioramento della situazione in Tibet, sfuggì in India, ove trovò rifugio insieme a migliaia di tibetani di ogni ceto ed età. Ben presto si diffuse la voce che l’ oracolo di Dorje Shugden gli avesse salvato la vita indicandogli la via migliore da seguire per scappare senza farsi trovare dai cinesi.
Mentre il governo indiano, presieduto da Jawaharlal Nehru, si spendeva tra mille difficoltà nell’ aiutare l’ enorme massa di profughi in continuo arrivo, il XIV Dalai Lama e i suoi funzionari politici e religiosi furono chiamati a provvedere alle esigenze sia materiali che culturali dei tibetani in condizioni assolutamente inconsuete, istituendo ad esempio un governo in esilio. In condizioni di tale precarietà, i tibetani avevano più che mai bisogno di una guida che unificasse tutte quante le tradizioni, e a tal proposito si sostiene che al Dalai Lama venne esplicitamente richiesto dalle massime guide Nyingma, Kagyu e Sakya di abbandonare il culto di Dorje Shugden. Di certo ebbero luogo alcune importanti aperture e concessioni, che permisero anche a queste antiche scuole di emergere per mezzo dei loro più importanti maestri, e davanti alle quali i Gelug, tuttora la tradizione dominante, risposero consolidando la preminenza del XIV Dalai Lama, promotore di una politica non settaria e una certa libertà di pensiero, sugli affari tibetani e in un certo modo sulle stesse altre scuole. Egli stesso seguì la via già intrapresa dal Grande Quinto e dal Grande Tredicesimo, aprendosi molto alle pratiche e agli insegnamenti Nyingma, e nel 1978 annunciò di aver smesso di praticare il culto di Dorje Shugden, descrivendolo come uno spirito malvagio e sconsigliandone vivamente la pratica, richiedendo a chi volesse invece mantenerla di non partecipare ai suoi insegnamenti, iniziazioni o conferimenti di voti, per non mettere in pericolo sia il maestro che i discepoli a causa di una relazione contaminata. La maggior parte dei tibetani si attenne alle sue disposizioni, ma alcuni lama e monaci si rifiutarono di ascoltarlo, anche per via di un clima di paura scatenato dalla pubblicazione del «Libro giallo», in cui Zemey Rinpoche, lama Gelug discepolo di Trijang Rinpoche, raccontò di disgrazie accadute a monaci e laici Gelug che avrebbero irritato Dorje Shugden mescolando gli insegnamenti della loro tradizione con quelli Nyingma o di altra natura: secondo alcuni tra i più noti esponenti del culto si tratterebbe di un testo di rara assurdità dal momento un essere illuminato o un Dharmapala non può recare danno, e la quasi totalità degli eventi descritti risultano impossibili da dimostrare.
Il XIV Dalai Lama condannò la pubblicazione e confermò le restrizioni al culto, incoraggiando quello di Nechung e ordinando la rimozione delle immagini di Dorje Shugden dai monasteri e dai templi. Ai monaci e ai funzionari del governo fu richiesto di sottoscrivere un atto di abiura: da quel momento iniziò una grave divisione nella comunità tibetana, con i devoti al Dalai Lama e i seguaci del culto della controversa entità coinvolti in violenti scontri e scambi di accuse, pestaggi, incendi di case ed emarginazione. La protesta dei lama, monaci e discepoli Gelug rimasti legati al culto si levò prontamente, e negli anni culminò con le accuse rivolte al XIV Dalai Lama di sopprimere la libertà religiosa. Le loro abitazioni vennero conseguentemente perquisite, forse dai loro avversari religiosi, e alcuni di loro furono assaliti, mentre le immagini e gli altari di Dorje Shugden subirono atti di distruzione.
XIII Dalai Lama;


In tale clima di odio e scontri senza esclusione di colpi, la notte del 4 febbraio 1997 vennero sorpresi e barbaramente uccisi ghesce Lobsang Gyatso, Responsabile della scuola di Dialettica e tra i più ascoltati consiglieri spirituali del Dalai Lama, nonché avversario dichiarato del culto, e due monaci suoi discepoli. Il raccapricciante assassinio ebbe luogo proprio a Dharamsala, la cittadina ai piedi dell’ Himalaya indiana ove risiede il XIV Dalai Lama, e molto probabilmente fu incoraggiato e gestito dai servizi segreti cinesi, nell’ intento di sfruttare a proprio vantaggio una situazione critica e gettare discordia tra le persone vicine al Dalai Lama. Certamente da allora sono emerse molte prove secondo cui il governo cinese sostiene i seguaci di Dorje Shugden all’ estero con generosi finanziamenti, mentre in Tibet concede un’ ulteriore protezione costituzionale nell’ intento di estinguere l’ importanza Dalai Lama nell’ ambito della cultura, dalla religione e dalla politica del Tibet.