domenica 15 aprile 2018

Il naufragio del Titanic, una tragedia entrata nella leggenda

Il naufragio in un dipinto d’ epoca di Willy Stöwer;
«Una vetta è inaccessibile finché qualcuno non la scala, una nave è inaffondabile finché non si inabissa.» Robert Crawley, VII conte di Grantham, leggendo la notizia del naufragio del Titanic sul giornale nell’ episodio pilota di ‘Downton Abbey’;

Nel 1898, lo scrittore e inventore statunitense Morgan Robertson pubblicò un romanzo, «Il naufragio del Titan», in cui narrò la storia del più grande transatlantico costruito fino ad allora, il Titan, che sebbene fosse considerato inaffondabile nel mese di aprile finì in rotta di collisione con un enorme blocco di ghiaccio galleggiante nell’ Atlantico settentrionale, naufragando in poche ore. Quattordici anni dopo, il 15 aprile 1912, ebbe luogo la tragedia dell’ RMS Titanic, e molti dettagli della sua vicenda apparvero incredibilmente simili a quella immaginata da Robertson: entrambe le navi, dotate di tripla elica e due alberi, erano ritenute inaffondabili; partite ad aprile, percorrevano la rotta che congiunge la Gran Bretagna con New York quando colpirono un blocco di ghiaccio sul lato di dritta; dotate di dimensioni simili, avanzavano a velocità analoghe, naufragando a circa quattrocento miglia da Terranova, in Canada, provocando la morte migliaia di persone anche per il numero clamorosamente scarso di lance di salvataggio; i loro nomi, peraltro, erano molto somiglianti. In molti indicarono il libro di Robertson come un romanzo profezia, alimentando le voci secondo cui il Titanic era stato maledetto, gettando le basi di quella che sarebbe divenuta una grandiosa e romantica leggenda tuttora capace di incuriosire e commuovere il pubblico.
Quello del Titanic, ormai, è un nome familiare a tutti. La notizia del suo disastro venne rapidamente diffusa in tutto il mondo dai principali mezzi di comunicazione, e per lungo tempo venne dibattuta dando origine ad un mito che ispirò articoli e editoriali sui giornali, storie e narrazioni più o meno fantasiose con cui non ha mai cessato di suscitare commozione e interrogativi.
Oggigiorno non vi è nessuno che non abbia mai sentito menzionare almeno una volta nella propria vita questa grandiosa nave e che ne ignori le vicende pur non rammentandone i singoli dettagli, o che non abbia mai visto nessuno dei numerosi film, sceneggiati televisivi o documentari ad essa dedicati. Io stesso ricordo tuttora come e quando mi interessai per la prima volta a questo straordinario avvenimento: nel 1998, a quattordici anni, quando ero studente di seconda media, la mia insegnante di inglese ne propose la vicenda tra gli esercizi di traduzione alla nostra classe, dal momento che rientrava nel contesto della storia britannica. Ovviamente, in passato ne avevo già vagamente sentito parlare, ma in quell’ occasione me ne interessai con una certa partecipazione, e il testo che ci era stato indicato era ricco di particolari stimolanti. Un passaggio in particolare rimase impresso nella mia mente: «L’ inaffondabile Titanic era affondato.». Appena un anno prima, nel 1997, era uscito al cinema il film «Titanic» con Kate Winslet e Leonardo DiCaprio, e in previsione dei miei compiti delle vacanze di inglese per l’ estate scelsi un libretto breve da tradurre in italiano, incentrato proprio sulla storia del Titanic, che a settembre mi valse una valutazione molto positiva da parte della professoressa, che scrisse: «Hai lavorato con buona volontà.».
Il Titanic;

Negli anni il mio personale interesse per questo particolare disastro navale non venne mai meno, un po’ come avvenuto per il misterioso incidente di Roswell, di cui sentì parlare per la prima volta quando avevo dieci anni e che tuttora stuzzica la mia curiosità, e per lungo tempo riflettei sul corso dei suoi eventi, in modo particolare sul motivo per cui dopo oltre cento anni susciti ancora tanto interesse e partecipazione: il grande clamore nato attorno a tale tragedia è dovuto non soltanto alle crudeli ragioni del destino, ma anche e soprattutto all’ insieme di gravi manchevolezze in ambito della sicurezza, dettate dalla grande fretta di rendere operativo l’ incrociatore il prima possibile per ragioni di lucro e concorrenza, ma anche per motivi estetici, in quanto molti dettagli erano stati trascurati per dare alla nave grazia ed eleganza.
Il Titanic in costruzione nei cantieri navali di Belfast;

Nel 1906, la Cunard Line, ricca e potente compagnia di navigazione britannica, inaugurò i transatlantici gemelli RMS Lusitania e RMS Mauretania, le navi più lussuose, veloci e imponenti tra quelle impegnate sulle rotte transatlantiche, con l’ intento di effettuare trasporti civili sulle stesse rotte del gruppo concorrente White Star Line, una delle più famose e considerevoli aziende navali britanniche, che in breve tempo decise di rispondere con il progetto «Olympic Class», consistente in tre transatlantici gemelli di dimensioni immani che avrebbero garantito ai passeggeri lusso e sicurezza, ossia l’ Olympic, il Titanic e il Gigantic.
Il commodoro Smith;
Nel 1909, durante una cena presso la sua casa nel raffinato quartiere londinese di Belgrave, Lord William James Pirrie, presidente della società di costruzioni navali Harland & Wolff di Belfast, concepì la nascita del Titanic insieme a Joseph Bruce Ismay, amministratore delegato della White Star Line. Il progetto riscosse l’ immediato entusiasmo dell’ armatore statunitense John Pierpont Morgan, che lo finanziò, e venne affidato all’ ingegner Thomas Andrews Jr., amministratore delegato e capo del reparto di architettura dei cantieri Harland & Wolff, nonché nipote di Lord Pirrie. Il Titanic fu pensato come massima espressione della tecnologia navale di quei tempi, nonché come il più grande e lussuoso transatlantico al mondo, addetto al collegamento settimanale di linea con la Costa Orientale statunitense. Poiché avrebbe svolto anche il servizio postale, gli fu assegnato il prefisso RMS, acronimo di Royal Mail Ship, e SS, ossia Steam Ship.
I lavori di costruzione iniziarono il 31 marzo 1909, presso i cantieri di Belfast della Harland & Wolff. Costruito accanto all’ Olympic, che era stato iniziato qualche mese addietro rispetto all’ incrociatore gemello, venendo varato il 20 ottobre 1910, il Titanic era lungo duecentosessantanove metri, largo ventotto e alto cinquantatré. Aveva una capienza di quarantaseimilatrecentoventotto tonnellate, e l’ altezza del ponte sulla linea di galleggiamento era di diciotto metri. Per quanto avesse la stessa lunghezza dell’ Olympic, aveva un tonnellaggio lordo superiore grazie al maggiore spazio interno, dovuto soprattutto alla chiusura di parte della passeggiata sul ponte A con finestre parzialmente apribili. Essendo un piroscafo, aveva una propulsione a vapore, con quattro cilindri contrapposti invertibili a triplice espansione più una turbina Parson a bassa pressione: le macchine alternative del Titanic e dell’ Olympic rimangono tuttora le più grandi mai costruite, occupando quattro piani in altezza e sviluppando quasi trentotto megawatt di potenza, muovendo le due eliche laterali. La turbina muoveva la sola elica centrale. Le ventinove caldaie, dal diametro di cinque metri ciascuna, erano in grado di bruciare circa settecentoventotto tonnellate di carbone al giorno. La velocità massima era di ventitré nodi, inferiore di tre rispetto a quella sull’ RMS Mauretania. Solamente tre dei quattro fumaioli erano in funzione, il quarto aveva solo la funzione di presa d’ aria e venne inserito per rendere più grandiosa la figura della nave.
L’ allestimento di bordo comprendeva una piscina coperta di nove metri per quattro sul ponte D, una palestra, un bagno turco e un campo di squash. La prima classe fu realizzata con la massima sfarzosità, tanto da essere la più elegante di qualsiasi altro transatlantico: vi erano trentaquattro suite, ognuna dotata di soggiorno, sala di lettura e sala da fumo e arredata in stile diverso. Erano presenti saloni di svago, bar e salotti. Per essa erano disponibili tre ascensori, e, per la prima volta, ne venne preparato uno anche per la seconda classe. La terza classe, nel cui ristorante era collocato un pianoforte, era paragonabile alla seconda delle altre navi, decorata con legno di pino verniciato di bianco, pareti smaltate e sedie di teak. Insieme a quella dell’ Olympic, la sua stazione radio era considerata la più moderna e potente mai installata su di un bastimento, in quanto la sua portata raggiungeva una distanza di seicentocinquanta chilometri e le antenne erano collocate sui due alberi maestri, ad un’ altezza di sessanta metri e distanti tra loro centottanta. Il ponte lance era dotato delle nuovissime gru Welin, in grado di sostenere complessivamente trentadue lance di salvataggio e ammainarne sessantaquattro, ma alla fine ne furono montate soltanto sedici. La chiglia della nave aveva un doppio fondo cellulare e lo scafo era suddiviso in sedici compartimenti stagni, le cui porte a ghigliottina si chiudevano automaticamente dal ponte di comando. Tali compartimenti, comunque, non attraversavano tutta l’ altezza dello scafo, fermandosi al ponte E, circa a metà dello scafo, per dare più spazio alla disposizione delle sale. Il Titanic avrebbe potuto galleggiare anche con due dei compartimenti intermedi oppure con tutti i primi quattro compartimenti di prua allagati.
Dotato di una capacità utile di tremilacinquecentoquarantasette persone, tra passeggeri ed equipaggio, fu completato il 31 marzo 1912, mentre il suo scafo era stato varato esattamente un anno prima.
La partenza del Titanic;

Dopo una serie di rivolte operaie, scatenatesi perché la Harland & Wolff assumeva solo operai protestanti e non cattolici, il transatlantico fu varato il 31 maggio 1911 e completato il 31 marzo 1912, dopo soltanto dieci mesi: un vero e proprio primato per l’ epoca. Alla data di consegna, esso costò circa sette milioni e mezzo di dollari. Il biglietto di prima classe di sola andata per New York costava tremilacento dollari; un appartamento di prima classe ne costava quattromilatrecentocinquanta, mentre una cabina arrivava a centocinquanta; una cabina di seconda classe ne valeva sessanta; un biglietto di terza classe si aggirava tra i trentadue e i quaranta. Inviare un telegramma privato di dieci parole dal servizio telegrafico di bordo costava dodici scellini e sei pence, e nove pence per ogni parola aggiuntiva. Una partita a squash cinquanta centesimi, ed una seduta al bagno turco un dollaro.
Lord Pirrie, sinistra, e il commodoro Smith, destra;

Il mito del Titanic iniziò persino prima del suo viaggio inaugurale: fu salutato come un gioiello della tecnologia e definito come la nave più sicura del mondo, praticamente inaffondabile; i giornali ne parlavano in maniera eccellente, descrivendolo con articoli colmi di entusiasmo. In realtà non aveva sufficienti scialuppe di salvataggio, era privo di adeguati compartimenti stagni, e il personale non era addestrato per gestire le eventuali emergenze. Peraltro, mancava un sistema di altoparlanti interni e segnalazioni d’ allarme per avvisare i passeggeri in caso di pericolo. In quel tempo era sufficiente che una nave avesse scialuppe di salvataggio solo per un terzo dei passeggeri, ma sul neonato incrociatore ne vennero introdotte appena sedici, anziché sessantaquattro come previsto, con risparmio notevole di costi e tempi di allestimento, nella convinzione peraltro che avrebbero letteralmente imbruttito l’ aspetto di una nave elegante e praticamente impossibile da inabissare, che non a caso portava un nome che si rifaceva alle potentissime divinità della mitologia greca. Analogamente all’ Orient Express, essa simboleggiava il predominio incontrastato della meccanica e della scienza, capaci secondo la generale convinzione di risolvere tutti i problemi degli uomini, e persino di sconfiggere la morte.
Il blocco che colpì il Titanic nella sola fotografia che lo ritrae; 

Come comandante venne scelto il commodoro Edward John Smith, al suo ultimo comando dopo una carriera durata oltre quarant’ anni, che in una sua celebre dichiarazione affermò di non riuscire a immaginare alcun genere di incidente che potesse avvenire a questi nuovi transatlantici, in quanto la tecnica di costruzione che li aveva realizzati andava ben oltre gli incidenti allora immaginabili. Decorato nel 1903 da re Edoardo VII per il suo servizio navale nella Seconda guerra boera e ufficiale al servizio della White Star Line dal 1904, era reputato uno dei comandanti navali più esperti al mondo, e gli venivano regolarmente affidate le più grandiose e innovative navi dell’ epoca. Soprannominato «Comandante dei milionari», era costantemente richiesto dagli aristocratici al comando delle navi su cui viaggiavano, eppure la sua carriera non era stata esente da incidenti: il 27 gennaio 1889, l’ SS Republic, nave di cui era comandante, si era incagliata al largo di Sandy Hook, rimanendo immobile per cinque ore, e una volta libera aveva subito un’ esplosione alle caldaie che aveva ucciso tre uomini dell’ equipaggio, mentre nel dicembre 1890 aveva affrontato un nuovo arresto a bordo dell’ SS Coptic al largo di Rio de Janeiro. Nel 1901 era al comando dell’ RMS Majestic, a bordo del quale aveva avuto luogo un incendio il 7 agosto, al largo del porto di New York. Anche sull’ RMS Baltic, sua altra nave, era avvenuto un incendio nel bacino di Liverpool, mentre alla guida dell’ RMS Adriatic era stato protagonista di un altro incagliamento di cinque ore nel novembre del 1909. Il 20 settembre 1911, al comando dell’ RMS Olympic, era invece stato coinvolto in uno scontro con una nave da guerra, l’ HMS Hawke, che aveva provocato l’ allagamento di due compartimenti dell’ Olympic, riuscito ugualmente a raggiungere Southampton. La Royal Navy non aveva imputato l’ incidente all’ Olympic, dichiarando piuttosto che la sua massa imponente aveva generato un risucchio che aveva spinto contro la sua fiancata l’ Hawke. Tutti questi avvenimenti non avevano inciso minimamente sulla reputazione di Smith, considerato un ottimo ufficiale da tutti gli esperti di navigazione e dai vari comandanti.
Il commodoro pretese un comandante in seconda più esperto di quello che gli era stato assegnato, e all’ ultimo momento chiese alla White Star Line di trasferire Henry Tingle Wilde Jr. al Titanic anche solo per il viaggio inaugurale. Wilde subentrò pertanto a William Murdoch, retrocesso al rango di primo ufficiale, al posto di Charles Lightoller, che divenne secondo ufficiale, posizione assegnata al marinaio David Blair, che venne trasferito: andandosene, egli portò con sé i binocoli, suoi personali, ignorando che la nave ne fosse del tutto sprovvista poiché erano stati dimenticati.
Lo scalone di prima classe del transatlantico;

Dopo la sua ultimazione, il Titanic partì da Belfast il 2 aprile 1912 per giungere due giorni dopo a Southampton, città della contea dell’ Hampshire, nel sudest della Gran Bretagna, dotata di uno dei maggiori porti della costa meridionale. Dopo aver accolto vari passeggeri dirottati da altre navi che subivano gli effetti di uno sciopero nelle forniture di carbone, il transatlantico imbarcò un totale di duemiladuecentoventitré passeggeri, tra aristocratici, imprenditori, professionisti, borghesi e semplici migranti alla ricerca di fortuna nel Nuovo Mondo, molti dei quali irlandesi, e partì per il suo primo viaggio alle 12:00 del 10 aprile 1912, alla volta di New York. Data la fretta che gli armatori avevano di battere la concorrenza, la nave non aveva completato le prove in mare, e il commodoro Smith ordinò di spingere le macchine al massimo, così da attraversare l’ oceano in tempi da primato.
In prima classe erano imbarcati alcuni degli uomini più in vista del tempo, come i vertici della White Star Line, Ismay ed Andrews, che in particolare desiderava valutare con i propri occhi gli eventuali problemi del primo viaggio; il milionario John Jacob Astor IV, proprietario di alcuni preziosi immobili tra cui il noto Waldorf-Astoria Hotel; l’ industriale Benjamin Guggenheim, il cui fratello era proprietario dell’ omonima fondazione d’ arte; Isidor Straus, detentore del centro commerciale Macy, e la moglie Ida; Washington Roebling, figlio del costruttore del ponte di Brooklyn; Archibald Butt, Consigliere presidenziale statunitense, al ritorno da una missione diplomatica in Vaticano insieme al pittore Francis Millet; Arthur Ryerson, magnate statunitense dell’ acciaio; la contessa di Rothes; gli scrittori Helen Churchill Candee e Jacques Futrelle; Henry e Irene Harris, produttori di Broadway; l’ attrice cinematografica Dorothy Gibson e la milionaria Margaret Brown. Tra i grandi assenti che avevano rinunciato al viaggio vi erano Lord Pirrie, costretto a restare a terra a causa di un’ influenza, e l’ ambasciatore degli Stati Uniti in Francia.
Il Café Parisien;

Durante i primi quattro giorni, la navigazione fu regolare e particolarmente veloce per l’ epoca, ma domenica 14 aprile 1912 la stazione radio di bordo ricevette numerose segnalazioni che riferivano la presenza di montagne di ghiaccio vaganti lungo la rotta, assai frequentata da navi passeggeri e da trasporto. In serata la traversata procedeva agevolata dal mare calmo, e sebbene mancasse la luna la visibilità era ottima per via del cielo limpido e stellato, ma alle ore 23:40 le vedette, sprovviste di cannocchiali, avvistarono a occhio nudo, e quindi in ritardo, un enorme blocco di ghiaccio dritto di prora e lanciarono l’ allarme. L’ ufficiale di guardia William Murdoch ordinò l’ indietro tutta e una virata, ma la nave avanzava troppo velocemente e l’ ostacolo era a poco meno di cinquecento metri di distanza: si pensò quindi di passare a sinistra della montagna di ghiaccio, sfiorandola con il fianco destro, ma il Titanic la urtò subendo uno squarcio lungo il fianco per una novantina di metri, su una lunghezza complessiva di circa duecentosettanta metri.
Mentre l’ acqua cominciava a invadere i compartimenti, le porte stagne vennero immediatamente chiuse e il commodoro Smith ordinò di scandagliare la nave, che sarebbe potuta rimanere a galla anche con quattro compartimenti allagati in successione, ma non con cinque, dal momento che le sei fessure aperte dall’ impatto interessarono i primi cinque compartimenti prodieri. Inoltre, le paratie stagne non superavano il ponte E, posto circa a metà dell’ altezza della nave.
La situazione si rivelò fin da subito drammatica: i quattro compartimenti di carico situati alla prua della nave imbarcarono in appena dieci minuti più di quattro metri d’ acqua, causando un primo abbassamento della carena viva di due gradi, che facilitò l’ ingresso dell’ acqua all’ interno degli altri compartimenti e del primo dei compartimenti caldaie già colpito dal blocco di ghiaccio. In un primo momento la chiusura istantanea delle paratie non permise di rallentare il flusso d’ acqua nei compartimenti stagni di prua, destinati ad essere allagati completamente.
Il ponte lance;

I calcoli effettuati da Thomas Andrews rivelarono che il transatlantico sarebbe affondato in un’ ora e mezza, al massimo due. Fu dato quindi l’ ordine di abbandonare la nave: i passeggeri furono chiamati a raccolta, e le lance vennero preparate mentre veniva predisposta la lista delle assegnazioni per ognuna di esse. Per quanto la situazione continuasse a sembrare sicura, bisognava assolutamente evitare di diffondere il panico. Il vapore che fuoriusciva dalle valvole dei fumaioli, onde impedire lo scoppio delle caldaie, sibilava paurosamente, tanto che si avevano difficoltà a sentire le trasmissioni radio.
Il Titanic era dotato di tremilacinquecentosessanta salvagenti individuali, ma di sole venti lance quattro delle quali pieghevoli, per una capacità totale di millecentosettantotto posti, non bastanti per i passeggeri e l’ equipaggio. Le operazioni di carico si svolsero rispettando l’ ordine del commodoro, che aveva indicato di far salire prima le donne e i bambini, eppure l’ equipaggio equivocò tale disposizione impedendo agli uomini di salire sulle lance, quando in realtà Smith intendeva dire che gli uomini sarebbero potuti salire successivamente se fosse rimasto spazio disponibile. La prima lancia fu calata alle 00:40 dal lato destro con sole ventotto persone a bordo, e poco dopo ne fu calata un’ altra con appena dodici persone, sebbene la capacità di ogni scialuppa fosse di ben sessantacinque passeggeri: sciupando ben tre quinti dei posti disponibili, molte delle lance vennero calate in mare praticamente mezze vuote. I passeggeri di prima e seconda classe ebbero facile accesso al ponte lance, tramite le scale che conducevano al ponte, mentre quelli di terza ebbero notevoli difficoltà a trovare il percorso: di essi se ne salvò solamente un terzo, cosa che fece pensare che vennero intenzionalmente trascurati.
Peraltro, in un primo momento i passeggeri considerarono la faccenda un banale scherzo: se qualcuno aveva il salvagente veniva preso in giro, altri mostravano blocchetti di ghiaccio come souvenir mentre l’ orchestra si stabilì addirittura nel salone di prima classe ove iniziò a suonare, spostandosi poi all’ ingresso dello scalone sul ponte lance. A più di un’ ora dalla collisione, quasi nessuno era consapevole della gravità della situazione, in parte perché l’ equipaggio fu estremamente cauto nel diffondere le informazione ma anche perché i passeggeri furono chiamati nel ponte superiore esterno a molto tempo dalla collisione.

Poco dopo la mezzanotte vennero avvistate le luci di una nave, il Californian, a circa dieci miglia di distanza e Smith ordinò di sparare gli otto razzi di segnalazione, uno ogni cinque minuti, ma senza risultati. Poco dopo, il comandante si recò in sala radio a consegnare una richiesta di aiuto ai due marconisti, che, dopo aver usato il CQD, a partire dalle 00:45 cominciarono a inviare l’ SOS, il nuovo segnale di soccorso che aveva sostituito ufficialmente dal 1908 il precedente CQD. I marconisti si servivano raramente del nuovo segnale, che cominciò a essere utilizzato universalmente dopo che venne usato a bordo del Titanic. In quel tempo, peraltro, non tutte le navi erano dotate di mezzi radiofonici. Diversi bastimenti risposero, tra cui l’ Olympic, ma erano tutti troppo lontani per intervenire in tempo.
La nave più vicina era l’ RMS Carpathia, distante cinquantotto miglia: il marconista Cottam restò allibito quando ricevette un messaggio di soccorso dal celebre transatlantico al viaggio inaugurale, e svegliò immediatamente il comandante Arthur Rostron, che diede subito l’ ordine di invertire la rotta a tutto vapore, ma sarebbero state necessarie ben quattro ore per giungere sul posto. A due ore dall’ impatto con il blocco di ghiaccio, il Titanic aveva imbarcato oltre venticinque milioni di litri di acqua, pari a circa venticinquemila tonnellate, e la situazione continuava a precipitare: il ponte di prua si inondava e tutte le lance tranne due si erano già allontanate. A bordo erano rimaste più di millecinquecento persone, alcune delle quali tentarono di assaltare le ultime lance, tanto che l’ ufficiale Lowe si vide costretto a sparare alcuni colpi di pistola in aria per allontanare la folla in panico. Anche il Commissario di bordo sparò due colpi di pistola in aria, mentre l’ ufficiale Murdoch sventava un assalto alla barca numero 15. L’ orchestra di bordo continuò a suonare almeno fino all’ 1:40 circa. L’ ultimo brano suonato fu un inno cristiano.
Verso l’ 1:30 la prua della nave era completamente sommersa, con la poppa fuori dall’ acqua, e prima di ritirarsi in plancia il comandante Smith invitò i passeggeri a essere galantuomini: «Siate britannici!», mentre in un secondo momento diramò l’ ordine: «Si salvi chi può!», e liberò l’ equipaggio dal suo lavoro. Non è chiaro come morì. Secondo alcuni sopravvissuti era in acqua con il salvagente, mentre altri dissero di averlo visto su un ponte mentre si allagava. Altri ancora sostennero che Smith accompagnò un bambino ad una scialuppa per poi allontanarsi dicendo: «Addio gente, seguirò la mia nave!». Il progettista Andrews, che aveva trascorso le ultime ore cercando di rassicurare passeggeri e camerieri incitandoli a indossare i salvagente, fu visto dal cameriere John Stewart, in piedi, nel salone fumatori, con lo sguardo fisso su un quadro, «Il porto di Plymouth», del pittore Norman Wilkinson. Stewart, che riuscì a salvarsi, gli chiese se volesse fare almeno un tentativo, ma l’ imprenditore rimase al proprio posto come inebetito. Benjamin Guggenheim, invece, rifiutò il salvagente indossando l’ abito da sera insieme al proprio segretario: «Ci siamo messi gli abiti migliori, e affonderemo come gentiluomini.». Tali parole passarono alla storia, sebbene non sia chiaro a chi fossero rivolte. Il milionario J.J. Astor, che si era visto rifiutare un posto nella lancia numero 4 accanto alla moglie, rimase sul ponte lance fino alla morte, e mise in testa a un ragazzino un cappello da bambina dicendo: «Ecco, adesso puoi andare.».
Poco dopo le 2:00 si tentò di calare in mare il battello pieghevole B, ma senza successo, mentre il pieghevole A venne portato via dal risucchio, galleggiando capovolto. Il D fu invece calato in mare con quarantaquattro persone a bordo, benché potesse imbarcarne quarantasette, e i marinai lo difesero dall’ assalto dei passeggeri tenendosi per le mani formando una catena umana mentre una folla immensa e ormai incontrollabile proveniente dai ponti inferiori invadeva tutto il ponte lance: erano passeggeri di terza classe fino a quel momento rimasti sottocoperta, alla ricerca di un posto su quelle che in pratica erano le ultime lance rimaste a disposizione. Circa un centinaio di persone ormai rassegnate si radunò intorno a due sacerdoti, e iniziarono a recitare il rosario. Ad essi si unirono i macchinisti, che avevano lavorato alle pompe ritardando il più possibile l’ inabissamento e assicurando la luce elettrica fino quasi alla fine.

Verso le 2:10 la poppa si sollevò al punto da stagliarsi contro il cielo stellato, e la spaventosa forza generata dall’ emersione dello scafo provocò il lento schiacciamento della chiglia e la dilatazione delle sovrastrutture, che portarono lo scafo quasi al punto di rottura: in quel preciso momento sul Titanic agì una pressione di tre tonnellate per centimetro quadrato, il fumaiolo di proravia si staccò e l’ acqua ruppe i vetri della cupola inondando lo scalone e riversandosi nella nave. Si vedevano mucchi dei passeggeri rimasti a bordo che si ammassavano come sciami d’ api, per poi ricadere a gruppi, a coppie, da soli, mentre circa ottanta metri di scafo si alzavano formando con la superficie un angolo di circa settanta gradi. Poi, la nave sembrò fermarsi, e gradualmente il ponte si volse, come per nascondere il tremendo spettacolo alla vista dei superstiti sulle lance. Improvvisamente, tutta la struttura del transatlantico si ruppe in due sulla parte anteriore, e prima che il ponte fosse completamente sommerso, si innalzò verticalmente per tutta la sua lunghezza e per pochi minuti, almeno centocinquanta piedi della nave si elevarono sopra il livello del mare, verso il cielo. Infine, alle 2:20, il Titanic precipitò obliquamente e affondò.
Scialuppe del Titanic fotografate a bordo del Carpathia;

Per quanto il numero preciso del disastro non sia certo, poiché la lista esatta dei passeggeri e dell’ equipaggio andò perduta, secondo i dati forniti dall’ inchiesta statunitense il disastro uccise millecinquecentodiciotto persone. I superstiti furono solo settecentocinque, ossia coloro che avevano preso posto sulle lance, una sessantina tra chi si trovava ancora a bordo del Titanic durante l affondamento e soltanto sei tra le innumerevoli persone finite nelle gelide acque dell’ oceano, che fecero morire gran parte dei naufraghi per assideramento anziché per annegamento, dato che quasi tutti indossavano il giubbotto salvagente. Nessuno fu vittima degli squali, presenti anche a quelle latitudini. Finalmente, verso le 8:00 di mattina, il Carpathia giunse sul posto e recuperò i naufraghi, alcuni dei quali morirono subito dopo essere portati a bordo dell’ incrociatore, mentre le salme di quattro vittime decedute sulle lance furono sepolte in mare dal piroscafo. A bordo del Carpathia si tenne una cerimonia religiosa per i dispersi, e alle 8:50 la nave partì per New York, dove arrivò il 18 aprile.
Il disastro narrato sui giornali italiani;

Il naufragio del Titanic suscitò un’ enorme impressione sull’ opinione pubblica, e portò alla convocazione della prima conferenza sulla sicurezza della vita umana in mare.
Una volta stabilito il numero di vittime, la White Star Line inviò la nave posacavi Mackay-Bennett a recuperare i resti. Partito il 17 aprile 1912, il piroscafo recuperò trecentosei salme, duecentouno delle quali vennero portate ad Halifax, nel Canada orientale. Le altre tre navi inviate alla ricerca dei corpi, la Minia, la Montmagny e l’ Algerine, tra il 6 e il 15 maggio recuperarono ventidue corpi. Le salme non reclamate furono sepolte nel cimitero di Halifax, e la White Star Line si assunse il compito di mantenere il decoro di queste tombe fino al 1927, quando si fuse con la concorrente Cunard Line, che tuttora onora questo impegno. Nei mesi successivi al disastro, alcune navi trovarono casualmente altre salme: l’ RMS Oceanic si imbatté nel relitto della pieghevole A, con tre corpi a bordo, mentre l’ Ottawa e l’ Ilford recuperarono ognuno una salma dal mare, rispettivamente il 6 e l’ 8 giugno 1912.
In tutto vennero recuperati trentanove cadaveri di passeggeri di prima classe, trentadue di seconda, settantacinque di terza e duecentotredici appartenenti a membri dell’ equipaggio, oltre a quattordici che non vennero mai identificati. Centodiciannove di essi furono sepolti in mare, mentre cinquantanove vennero riconsegnati alle famiglie.
Stele commemorativa del Titanic a Southampton;

In virtù dell’ elevato ammontare delle vittime, vennero aperte due inchieste, una negli Stati Uniti e l’ altra in Gran Bretagna, atte a definire l’ eventuale negligenza dell’ equipaggio e della società proprietaria del transatlantico, quindi il possibile diritto al risarcimento dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime. Entrambe le indagini raccolsero le testimonianze dei passeggeri e degli equipaggi sia del Titanic che del Californian, oltre che il parere di vari esperti. In conseguenza del mancato funzionamento della radio sul Californian durante la notte, ventinove nazioni ratificarono il Radio Act, che regolamentava l’ uso delle comunicazioni radiofoniche. Il disastro portò alla riunione della Prima convenzione internazionale sulla sicurezza della vita in mare, che si aprì a Londra il 12 novembre 1913, portando a siglare il 20 gennaio 1915 un trattato che stabilì il finanziamento internazionale dell’ International Ice Patrol, agenzia della guardia costiera statunitense che ancora oggi controlla e segnala la presenza di blocchi di ghiaccio vaganti al fine di tutelare la navigazione nell’ Atlantico settentrionale. Si stabilì inoltre che le lance di salvataggio dovessero essere sufficienti per tutte le persone a bordo, che venissero svolte le opportune esercitazioni di addestramento per le emergenze, che le comunicazioni radio dovessero essere operative ventiquattro ore al giorno e dovessero avere un generatore di emergenza con autonomia di un giorno. Inoltre, ci si accordò sul fatto che lo sparo di un razzo di segnalazione rosso da una nave dovesse essere interpretato come richiesta di soccorso.
Il Titanic naufragò in acque internazionali, era condotto da equipaggio britannico e navigava sotto la bandiera della Gran Bretagna, ma apparteneva ad una società armatoriale statunitense. In base al diritto di proprietà, quindi, il Congresso statunitense avviò un’ indagine con il diritto di citare ad apparire testimoni anche di nazionalità non statunitense, e infatti a nessun superstite fu permesso di lasciare New York fino a conclusione dell’ inchiesta. L’ intera commissione, composta di sette senatori, era però priva di competenza tecnica circa i fatti in discussione, e non si intendeva di costruzioni navali, diritto della navigazione, doveri degli ufficiali e dell’ equipaggio, pertanto non è tuttora escluso il sospetto che l’ intera inchiesta avesse il proposito di condannare ad ogni costo la proprietà del transatlantico. In totale vennero ascoltati ottantadue testimoni, ventinove statunitensi e cinquantatré britannici, e il comportamento del defunto commodoro Smith venne condannato per non aver prestato ascolto ai messaggi di avviso sul pericolo dei blocchi di ghiaccio, quindi non riducendo la velocità di crociera della nave, non modificando la rotta, tardando di oltre venti minuti nell’ ordinare l’ abbandono della nave, non coordinandone peraltro le fasi. La White Star Line venne a sua volta condannata al risarcimento dei superstiti e delle famiglie dei deceduti per aver oltremodo rimandato l’ annuncio della perdita della nave.
In base al fatto che, pur appartenendo ad una società armatoriale statunitense, il Titanic era una nave immatricolata sul suolo britannico e costruita secondo le norme locali, peraltro navigante con un equipaggio britannico, il 30 aprile 1912 la Wreck Commissioner’ s Court britannica aprì una propria inchiesta su formale richiesta del Lord cancelliere, Robert Threshie Reid, I conte Loreburn. La commissione britannica era tecnicamente competente, e si avvaleva anche della consultazione dei progetti di costruzione del Titanic, delle mappe con le rotte nell’ Atlantico settentrionale e di un modellino in scala della nave. Al loro rientro da New York, vennero interrogate novantasette persone, tutte britanniche, che furono obbligate a rimanere a Londra per gli interrogatori: tale inchiesta biasimò il mancato soccorso da parte del Californian e criticò il commodoro Smith per gli identici motivi espressi dalla commissione statunitense. L’ equipaggio venne criticato soltanto per aver calato in mare la prima lancia con poche persone a bordo.
Il relitto del Titanic in fondo all’ oceano;

Ancora oggi, esattamente a centosei anni di distanza, il nome del Titanic non rievoca semplicemente un grave incidente marittimo, bensì la fine di un’ era, in quanto il suo drammatico destino frantumò duramente il sogno della Belle Époque, fungendo da richiamo all’ inconsistenza di una fede granitica nello sviluppo materiale e alla vulnerabilità umana: in quella fatidica notte erano sprofondati nell’ abisso senza alcuna distinzione ricchi, borghesi e poveri. Altri aggiunsero che in quell’ occasione furono rigorosamente applicate per l’ ultima volta le regole di una cavalleria un po’ romantica che costituiva il punto di arrivo della civiltà occidentale: vennero salvate per primi donne e bambini, mentre gli uomini, tra cui svettavano dignitari e notabili ricchi e famosi, si rassegnavano a perire con signorile dignità. Era tramontato il mito dell’ indistruttibilità di un prodotto della tecnologia moderna, di un mondo ritenuto sicuro e inviolabile soprattutto a beneficio dei ricchi, e appena due anni dopo l’ Europa avrebbe vissuto un mostruoso conflitto il cui esito ridefinì radicalmente il suo panorama sociale e politico.
Ma forse non tutti furono colti di sorpresa. La vanità allora largamente diffusa aveva risparmiato determinate persone avvedute come Morgan Robertson, appassionato ed esperto di marineria: alla fine dell’ Ottocento si continuava a costruire navi sempre più grandi, e il pericolo dei blocchi di ghiaccio vaganti qua e là per le traversate atlantiche era noto ormai da tempo, pertanto c’ era chi affermava che viaggiare con poche lance di salvataggio fosse rischioso. Per lui fu quindi abbastanza semplice immaginare la storia del naufragio di una grande nave già nel 1898, nelle pagine di un romanzo come «Il naufragio del Titan». Se il libro fosse stato letto con più attenzione dalle persone competenti sarebbero stati compresi tanti dettagli che quasi certamente avrebbero prevenuto la morte di oltre millecinquecento persone. Altro che maledizioni e profezie!

martedì 27 marzo 2018

Il sacrificio di Sophie Scholl

Sophie Scholl;


«Come non posso vedere un torrente limpido senza bagnarvi perlomeno i piedi, così non posso pensare davanti a un prato a maggio senza fermarmi. Non c’ è niente che attiri di più di questa terra profumata, su cui le fioriture del cerfoglio ondeggiano come una lieve spuma, mentre gli alberi da frutto tendono i loro rami coperti di fiori come se volessero emergere da questo mare di beatitudine. E io, io devo per forza lasciare la strada e addentrarmi in questa pienezza multiforme di vita. Senza più pensare a niente altro, mi arrampico su per la scarpata e mi trovo immersa fino alla vita nei fili d’ erba rigogliosi e nei fiori.» Sophie Scholl;

Tra tutti i valori a cui uomini e donne attribuiscono un valore, quello della libertà rappresenta il più grande in assoluto, superiore persino a quello della vita stessa: un’ esistenza non libera, soggetta a una qualsivoglia condizione, rappresenta un peso intollerabile a cui si preferirebbe la morte. La libertà, quella particolare facoltà di disporre liberamente di sé stessi, pensando, parlando, agendo e decidendo autonomamente, ha infiniti ambiti di applicazione, e fin dai tempi dell’ emanazione della Magna Charta Libertatum, nel 1215, essa è alla base di ogni sistema sociale civile e democratico, ponendo come limite essenziale il rispetto della libertà altrui: come Martin Luther King con arguzia ebbe a dire, il nostro diritto ad essere liberi finisce dove comincia quello degli altri.
Uno degli aspetti più noti e importanti della libertà è quello relativo alla facoltà di pensiero e della sua manifestazione. Coltivare e sviluppare appieno il proprio modo di pensare, scevro dalla volontà altrui e di chi esercita il potere, sia esso politico, religioso, sociale, o familiare, rappresenta senza dubbio un elemento fondamentale non solo per il buon funzionamento della società in cui viviamo, ma addirittura per lo sviluppo della singola persona: la libera circolazione delle idee da parte di tutti, in spirito di rispetto e sincerità, senza sopraffazioni e prepotenze, è il fondamento della conoscenza e della consapevolezza, nonché del retto pensiero, la cui unica fonte sono la ragione e l’ esperienza, senza dogmi precedentemente prodotti. Eppure, la libertà di pensiero e parola ha notoriamente sempre avuto un grande ostacolo rappresentato dalla censura, quel particolare controllo e limitazione della comunicazione presente in una certa misura anche nei sistemi democratici e mossa da motivi morali, estetici, o legati alla sicurezza. Nei regimi dittatoriali e totalitari, invece, tale facoltà viene più ampiamente abolita nell’ intento di garantire una certa uniformità alla società e alla nazione, considerando ogni infrazione un atto di alto tradimento da punire severamente con lunghe condanne detentive o addirittura con la morte. Ma in qualsivoglia regime non è mai mancato chi ha alzato la propria voce parlando liberamente, rompendo gli schemi e indicando la verità nei fatti, confutando con chiarezza la versione ufficiale imposta dagli artefici della censura e della propaganda, affrontando poi con eroico coraggio una sorte dolorosa divenendo un esempio, un incoraggiamento alla difesa di questo particolare valore.
Se occorrono eventi drammatici per scuotere la gente dall’ apatia, se nei tempi di crisi emergono persone che si consacrano a un ideale diventando simboli inattaccabili e la loro funesta fine provoca una reazione, tutto questo fu particolarmente vero nel caso di Sophie Scholl, giovane studentessa tedesca passata alla storia come attivista antinazista, parte del gruppo di ispirazione cristiana della Rosa Bianca, oggi ricordata come emblema della ribellione nonviolenta al Terzo Reich.
Vignetta rappresentativa di Sophie Scholl;

Sophie nacque il 9 maggio 1921, quarta di sei figli, a Forchtenberg, cittadina nel land del Baden-Württemberg. Suo padre, Robert, era un convinto liberale, e fu peraltro sindaco. La madre, Magdalena, era invece una protestante convinta che indusse i figli ad avvicinarsi alla religione e a frequentare la chiesa. Di aspetto semplice ma ben curato, con una corporatura alta e proporzionata, la giovane denotò fin da bambina un carattere profondamente riflessivo, riservato e silenzioso, nonché una mente critica ed un giudizio pronto e sereno. Fu educata sin dall’ infanzia all’ amore per la patria. Sempre piena di idee, amava la vita nonostante il periodo molto difficile che la Germania viveva dalla disastrosa sconfitta riportata durante la Grande Guerra.
Nel 1930 gli Scholl si trasferirono a Ludwigsburg, e due anni dopo a Ulma, dove si stabilirono definitivamente. Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler divenne Cancelliere del Reich, provvedendo da subito ad instaurare la dittatura, e come tutti i giovani, anche i fratelli Scholl furono contagiati dall’ entusiasmo e sostennero al Nazionalsocialismo, entrando volontariamente nella Hitler Jugend, la famigerata Gioventù hitleriana, organizzazione atta ad accogliere i giovani a partire dai dieci anni e a prepararli a servire nelle forze armate divenendo «buoni cittadini», attraverso un sistema di addestramento militare e paramilitare. Il padre fu apertamente contrario a tale adesione, ma dopo quattro anni esso rimasero fortemente delusi dal Nazionalsocialismo, e Sophie in particolare si avvicinò alla Deutsche Jungenschaft vom 1.11.1929, fondata da Eberhard Köbel, un gruppo giovanile vietato dal regime che coltivava il mito dei popoli del grande Nord. Dotata di talento artistico, in particolare per la pittura, frequentò ambienti letterari e artistici animati da oppositori del regime.
Gli studi classici e le sue ricerche la portarono a confrontarsi con i grandi filosofi e i maestri religiosi di varie epoche, e al centro della sua attenzione restarono il Vangelo e un Cristianesimo libero da qualsivoglia miscuglio con il potere politico. Dopo alcune letture sul rinnovamento cattolico francese si avvicinò alla scuola cattolica.
Il fratello Hans;

Uno dei suoi fratelli maggiori, Hans, ebbe sempre su di lei una grande influenza, tanto che nel 1937 il suo arresto da parte dei nazisti la sconvolse sentitamente rafforzando la sua avversione per il Nazionalsocialismo e per i metodi del Terzo Reich. Nella primavera del 1940 ottenne il diploma di maturità e trovò impiego come insegnante d’ asilo presso il Fröbel Institute a Ulm-Söflingen: tale scelta fu dettata anche dalla speranza che un simile lavoro le evitasse il periodo di servizio di lavoro obbligatorio a cui tutti i giovani erano tenuti, anche per iscriversi all’ università, e non le valse il risultato auspicato perché, in base alla sua esperienza con i bambini, fu chiamata a servire come ausiliaria per sei mesi in un istituto statale di Blumberg. Soltanto nel maggio 1942 poté finalmente iscriversi all’ Università di Monaco, alla facoltà di filosofia, dove studiava anche Hans. Nello stesso anno il padre venne arrestato e condannato ad un breve periodo di detenzione per aver pubblicamente criticato la politica del Führer. A Monaco, Sophie incontrò artisti, scrittori e filosofi che ebbero influenza nella sua decisione di coltivare e sviluppare la sua fede: una questione fondamentale per lei era capire quale dovesse essere il comportamento del buon cristiano da tenere nel corso di un regime dittatoriale.
Busto commemorativo di Sophie all’ Università di Monaco;

Durante le vacanze estive dovette prestare servizio di guerra in un impianto metallurgico, e, nello stesso periodo divenne membro attivo della Rosa Bianca, un gruppo di studenti di fede cristiana che si opponevano in modo nonviolento al regime nazionalsocialista, dedicandosi alla stampa e alla distribuzione di volantini nell’ ambiente accademico e intellettuale monacense, in cui si raccontavano gli orrori perpetrati nei confronti degli ebrei e le disfatte belliche. Il loro atteggiamento era sostenuto da un fervente intreccio di passione civile e rabbia. Lei fu la sola donna appartenente a questo gruppo, occupandosi con grandissimo impegno della preparazione dei volantini e della loro distribuzione.
La Rosa Bianca formò presto una rete che si diffuse in ampi territori della Germania sudoccidentale, giungendo poi fino al nord, comprendendo grandi città come Amburgo, Augusta, Ulm, Stoccarda e Berlino. Le copie dei volantini venivano stampate una alla volta, notte dopo notte, con una macchina che doveva essere azionata a mano con una manovella, e per restare svegli e lavorare durante il giorno i membri della Rosa Bianca prendevano eccitanti dalle cliniche militari dove alcuni di loro lavoravano come medici.
Il giudice Roland Freisler;

Sophie viaggiò molto, spedendo circa ottocento volantini, ma il 18 febbraio 1943, durante la distribuzione insieme ad Hans di circa milleottocento volantini all’ università di Monaco, che lasciarono davanti alle porte delle aule, sui davanzali e sulle grandi scale che conducevano all’ entrata principale, i due furono scoperti dal custode e arrestati. Il suo interrogatorio, durato quattro giorni da parte della Gestapo, si rivelò da subito un estenuante duello psicologico, e alla fine venne riconosciuta colpevole di alto tradimento e processata insieme ad Hans e all’ amico Christoph Probst, nel frattempo arrestato a sua volta: malgrado le resistenze della ragazza, gli inquisitori della temuta polizia segreta di Stato seppero a farle confessare la sua appartenenza alla Rosa Bianca, ma non i nomi degli altri membri dell’ organizzazione clandestina: così come prevedeva il piano del gruppo in caso di cattura, i fratelli Scholl sostennero di essere soltanto loro i responsabili delle azioni della Rosa Bianca, rifiutandosi di firmare ogni ritrattazione in quanto affermavano di aver agito secondo coscienza e per il vero bene del popolo tedesco.
La Gestapo riservò loro un durissimo trattamento, ma Sophie si rivelò straordinariamente forte, determinata e attiva. Il funzionario che condusse l’ interrogatorio le domandò: «Non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?». Rispose lei: «No, al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!».
La tomba di Hans e Sophie al cimitero di Monaco;

Il successivo 22 febbraio si tenne il processo a Monaco, e fin dall’ inizio parve chiaro che sarebbe stato una mera farsa in quanto presieduto dal crudele e spietato giudice Roland Freisler, Presidente del Tribunale del Popolo, il più celebre magistrato penale del Terzo Reich, il cui atteggiamento aggressivo e mortificante nei confronti degli imputati fu un esempio rappresentativo della stortura del diritto da parte del Nazionalsocialismo e dell’ asservimento della giustizia al terrore organizzato dal regime. Come giudice, questo individuo si era reso responsabile di migliaia di condanne a morte a seguito dei dibattimenti da lui stesso presieduti, e i gli esiti dei processi erano scontati fin dal principio. Sophie, Hans e Christoph Probst furono condannati a morte lo stesso giorno, e subito condotti alla prigione Stadelheim, ove avvenivano le esecuzioni. Sophie in particolare dimostrò grandissima dignità e coraggio, accettando le conseguenze della sua onestà intellettuale, non versando nemmeno una lacrima davanti ai suoi carcerieri e inquisitori. I genitori ottennero il permesso di vedere lei e Hans un’ ultima volta, cosa mai avvenuta durante il regime, e Sophie disse loro che avevano preso tutto sulle loro spalle per coprire gli amici, che moriva volentieri e soddisfatta per quel che aveva fatto. Lo stesso cappellano del carcere la vide poco prima dell’ esecuzione, e disse di averla trovata calma, senza paura.
I tre amici furono ghigliottinati nel cortile della prigione, e l’ esecuzione venne condotta dal dottor Walter Roemer, capo della polizia della corte distrettuale di Monaco. Le ultime parole di Sophie, appena ventunenne, furono:
«Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’ è quasi nessuno disposto a dare sé stesso individualmente per una giusta causa? E’ una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’ azione?».

domenica 12 novembre 2017

La regina e il munshi

«L’ ignoranza non ci farà entrare vincitori nel XX secolo.» Vittoria di Hannover, regina del Regno Unito;
Vittoria di Hannover, sovrana britannica;

Viviamo in un mondo da sempre molto diviso, pieno di paura, rabbia, intolleranza e aggressività. Un mondo in cui il nostro prossimo rappresenta un possibile nemico, mentre le popolazioni diverse dalla nostra vengono guardate con disapprovazione e freddezza, in quanto probabile minaccia alla nostra civiltà e tradizione. L’ umanità teme da sempre quello che non conosce e non riesce a capire, ma in ogni tempo ci sono coloro che vanno contro tutto questo, contribuendo a generare un clima di distensione e amicizia, nonché di comprensione reciproca.
Uno degli esempi più notevoli di amicizia e stima tra persone particolarmente diverse per nazionalità e condizione sociale balzò agli onori della cronaca nel 2010, con il ritrovamento dei diari perduti di Abdul Karim, un umile servo indiano divenuto segretario della regina Vittoria durante gli ultimi quattordici anni del suo regno, un incredibile documento che permise di scoprire i dettagli di un legame straordinario nato tra lui e la potente ma triste e malinconica sovrana, che venne prontamente occultato dalla cerchia più ristretta di lei. L’ amicizia annulla qualsivoglia distanza, anche quella imposta dal ceto sociale, dalla religione e dalla ricchezza, e fu proprio quel che accadde a Vittoria e Abdul: un affiatamento inaspettato, vivace e intenso che Edoardo VII, figlio e successore della monarca più potente dell’ epoca, infastidito e spaventato dalla profondità del loro legame, contribuì personalmente ad oscurare con la complicità della corte, nella rigida convinzione della superiorità britannica nei riguardi delle popolazioni coloniali, soprattutto quella indiana, arrivando persino al punto di dare letteralmente alle fiamme gran parte della corrispondenza fra i due.

Alexandrina Victoria nacque il 24 maggio 1819 a Kensington Palace, la residenza ufficiale della famiglia reale e della corte britanniche, unica figlia di Edoardo Augusto di Hannover, quarto figlio di re Giorgio III, e di Vittoria di Sassonia-Coburgo-Saalfeld. Giorgio Augusto Federico, figlio primogenito di re Giorgio, aveva avuto solo una figlia, Carlotta Augusta del Galles, morta nel 1817 a causa di un’ emorragia avvenuta a seguito del parto del primo figlio, nato morto. Gli altri figli del sovrano si erano quindi affrettati a sposarsi per avere figli con cui assicurare a Giorgio un successore. Edoardo Augusto morì il 23 gennaio 1820, dopo una breve malattia, lasciando orfana la figlia di soli otto mesi, e appena sei giorni prima del padre Giorgio, a cui successe Giorgio Augusto Federico, che, assunto il nome di Giorgio IV, chiamò la bambina Alexandrina Vittoria di Kent, in onore dello zar Alessandro I, scelto come padrino di battesimo.
Alla nascita, Vittoria, portatrice sana di emofilia, era la quinta nella linea di successione, venendo dopo il padre e i suoi tre fratelli maggiori, ma quando compì undici anni lo zio Giorgio morì senza figli, lasciando il trono al fratello, che divenne re con il nome di Guglielmo IV: dato che anche il nuovo sovrano non aveva avuto figli, Vittoria divenne sua erede al trono. Nonostante la posizione preminente nella linea di successione, le fu insegnato dapprima il tedesco, mentre dopo i tre anni le venne trasmesso l’ inglese, e in seguito apprese anche l’ italiano, il greco, il latino e il francese. Trascorse una giovinezza malinconica, con una madre estremamente protettiva e soffocante che la teneva rigorosamente isolata dai coetanei di Kensington Palace, amministrato da John Conroy, militare e avventuriero irlandese che peraltro divenne amministratore delle finanze della stessa duchessa vedova Vittoria, nonché suo amante: nei suoi diari, la giovane Vittoria parlò degli imbrogli messi in atto da Conroy e della sua tirannia, portati avanti con la complicità della madre anche al fine di controllare la sua vita in vista delle ricchezze che sarebbero maturate alla sua ascesa al trono. Re Guglielmo ebbe rapporti assai rari con la cognata e la nipote, in quanto la duchessa vedova desiderava preservare la figlia da ogni rapporto sconveniente, specialmente con i figli illegittimi di lui, arrivando al punto da costringerla a dormire nelle proprie stanze.
Il principe Alberto;

Su incoraggiamento dello zio materno, re Leopoldo I del Belgio, all’ età di sedici anni Vittoria incontrò il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, suo cugino di primo grado, figlio di un altro fratello della duchessa vedova Vittoria: i due si innamorarono e decisero di sposarsi. In un primo tempo, il giovane tedesco non era molto popolare presso il popolo britannico, essendo percepito come uno straniero di secondo piano, proveniente da una famiglia aristocratica marginale. Peraltro, si disse che non fosse particolarmente innamorato di Vittoria, calcolando più che altro i vantaggi sociali e politici che avrebbe tratto dal matrimonio. Lo stesso re Guglielmo caldeggiava un matrimonio tra la nipote e Alessandro di Orange-Nassau, ma le sue obiezioni non ebbero seguito. Il matrimonio con Alberto fu comunque posticipato per la giovane età di Vittoria.
Alle prime ore del 20 giugno 1837, dopo dieci giorni di agonia, Guglielmo IV morì di infarto, e Vittoria, diciottenne, divenne regina, evitando la reggenza che lo zio sovrano tanto disdegnava: la nuova sovrana dimostrò da subito un carattere assai determinato ordinando alla madre di lasciarla dormire nella propria camera, riducendo al minimo i loro rapporti, e allontanando Conroy, non concedendogli assolutamente nulla. Subito dopo diede disposizioni sul funerale dello zio, predisponendo la composizione del corteo. Un anno dopo, il 28 giugno 1838, venne incoronata ufficialmente regina e, dimostrando di conoscere a fondo la situazione del Paese, impose una profonda riforma della scuola e incoraggiò nuove leggi atte a ridurre l’ orario di lavoro delle donne e dei bambini. Divenne in breve assai popolare. Tornato nel 1839 in Gran Bretagna dopo una visita in Italia, il principe Alberto si recò in visita a Vittoria, che gli chiese di sposarlo in rispetto della tradizione, che vietava di proporsi alla sovrana: dotato attraverso un atto parlamentare di cittadinanza britannica appena prima del matrimonio, che avvenne nel 1840, oltre che del trattamento di altezza reale, il principe consorte fu da subito di grande aiuto, contribuendo fortemente allo sviluppo della monarchia costituzionale e guidando la moglie lungo un percorso che le permise di diventare una figura dominante sulla scena politica nazionale. La sua influenza fu così grande che per tutta la sua vita fu paragonabile a un sovrano a tutti gli effetti.
Un raro ritratto sorridente di Vittoria;

Il regno di Vittoria fu il più lungo di quello di tutti i monarchi britannici che l’ avevano preceduta, e vide un periodo di stabilità politica, prosperità economica ed espansione commerciale e coloniale, pur assistendo a vari e notevoli problemi sociali. La Gran Bretagna divenne la nazione più potente al mondo, soprattutto grazie al fatto di aver imboccato meglio di ogni altro Paese europeo la via dello sviluppo industriale. Prima del matrimonio, la giovane regina aveva subito l’ influenza di Lord William Lamb, II visconte Melbourne, che seppe educarla molto bene sul piano politico, tanto che quando uscì di scena nel 1841 ella conosceva il mestiere quanto il principe consorte, divenendo nel corso dei decenni l’ abile e lungimirante signora dell’ Impero più saldo e importante del suo tempo, forte dei suoi possedimenti in Africa, India e Oceania. Tutto il mondo ammirava Londra come centro di una guida assoluta e di una ferma prosperità sia politica che economica.
In meno di undici anni, Vittoria e Alberto ebbero nove figli, molti dei quali colpiti da emofilia come lei. Nel 1861, poco dopo la morte della duchessa vedova Vittoria, appena riconciliatasi con la figlia, Alberto morì a causa per febbre tifoidea, e Vittoria, profondamente colpita, decise di vestire il lutto per tutti i restanti giorni della sua vita da vedova, dando ordine di mantenere inalterate le sue stanze. Pur continuando senza sosta a svolgere il proprio ruolo, la sovrana si ritirò quasi completamente dalla vita pubblica, trascorrendo il suo tempo nelle residenze di campagna, al castello di Windsor, a Osborne House e soprattutto al castello di Balmoral, circondata da pochissime persone fidate,
cosa che contribuì a rinforzare il repubblicanesimo e a indebolire notevolmente quanto lui aveva compiuto nel tentativo di mostrare al popolo una monarchia moderna e dinamica come istituzione nazionale e morale, e come esempio per tutti. In seguito instaurò una profonda relazione con John Brown, un cameriere scozzese: secondo i pettegolezzi più fantasiosi i due giunsero a un matrimonio segreto, ragion per cui alla regina venne dato il soprannome di «Signora Brown». Di certo, Brown fu un uomo a lei assai vicino e fidato, un grande confidente e consigliere fino al 1883, quando morì per i postumi di un’ aggressione subita da alcuni invidiosi che vedevano di cattivo occhio la sua vicinanza a Sua Maestà. I lutti e le tristezze di Vittoria proseguirono ulteriormente tra il 1878 e il 1900 con la morte di ben tre figli, che la lasciarono sola con Albert Edward, il principe ereditario, grasso e irresoluto, incapace di aiutarla nella guida del regno, mentre la prole superstite era sistemata in matrimoni reali qua e là per l’ Europa ma assente dalla vita politica internazionale: nessuno dei figli sopravvissuti fu all’ altezza del rango reale quanto lei. Per quanto la sua vita privata fosse infelice, la caparbia regina britannica non smise mai di viaggiare e lavorare per il bene del suo regno.
Abdul Karim, il Munshi;

Il 20 giugno 1887, in occasione dei cinquant’ anni di regno di Vittoria, ebbe luogo la solenne celebrazione del Giubileo d’ Oro, a cui vennero invitati a corte ben cinquanta re e regine provenienti da tutto il mondo. La sovrana era all’ apice della sua popolarità, complice la morte di Brown, che aveva placato i pettegolezzi sulla sua vita privata rendendola un simbolo morale di grande importanza, mentre più in generale la monarchia aveva recuperato il terreno perduto. Tre giorni dopo, il 23 giugno, Vittoria assunse come camerieri due indiani di fede musulmana: uno dei due, il ventiquattrenne Abdul Karim, la incantò immediatamente, tanto da volerlo a tutti i costi tra i suoi servi personali. Fu l’ incontro più importante di quel periodo così desolante della sua vita privata, che non tardò a manifestare conseguenze importanti anche in ambito istituzionale e politico. Il giovane Abdul, nato a Lalitpur e figlio di un assistente ospedaliero, in occasione della sua assunzione si era traferito in Gran Bretagna con l’ intera famiglia e non gradiva per niente la sua condizione di servo: pur non vedendo assolutamente l’ ora di tornare in India instaurò all’ istante un profondissimo legame con la regina, che da servitore al tavolo lo promosse ad attendente personale, nonché suo munshi, ossia «maestro» in lingua urdu: le insegnò la nota lingua indoeuropea, le parlò dell’ Islam e del Corano, e le svelò i misteri della sua terra lontana, di cui era peraltro imperatrice, affascinandola grandemente. Venuta in contatto con un’ antichissima cultura che fino a quel momento le era rimasta del tutto ignota, Vittoria fece di Abdul il proprio consigliere e confidente per le questioni relative all’ India, peraltro favorendo la moda indiana a corte, che accolse di buon grado il modo di vestire, i cibi, soprattutto il curry, e altre usanze indiane. Il padre di Abdul fu addirittura la prima persona a cui fu concesso di fumare il narghilé a corte, nonostante la proverbiale avversione della sovrana per il fumo.
La profonda amicizia che in breve finì per legare la regina e il munshi rappresentò molto presto un grave scandalo a corte, soprattutto agli occhi del principe Albert Edward, dal momento che si riteneva impensabile che un nativo delle colonie, soprattutto un musulmano proveniente da un protettorato animato da crescenti fermenti indipendentisti, potesse vantare una simile familiarità con Vittoria, che in quanto monarca era Governatore Supremo della Chiesa anglicana. Ma lei, al contrario di tutti i membri della corte britannica, non era per nulla razzista: durante il suo regno si era abolita la schiavitù, e lei stessa aveva adottato Aina, una principessa africana rimasta orfana. Nel corso del tempo lo riempì di onori, gli assegnò una tenuta in India e una pensione dorata. Consapevole della sua natura irascibile e persino arrogante, nel corso della fitta corrispondenza tra loro lo esortò spesso a divenire più rispettoso nei confronti della corte e degli ospiti.
Vittoria e Abdul nel 1893;

A palazzo e nella nobiltà il malcontento cresceva di giorno in giorno, tanto che Albert Edward e alcuni aristocratici di altissimo livello dissero apertamente alla sovrana che Abdul apparteneva ad un ceto sociale particolarmente misero, tanto da essere stato addirittura un impiegato della prigione di Agra, accusandolo falsamente di favorire lo spionaggio da parte dell’ emiro afghano Abdur Rahman Khan: Vittoria respinse prontamente quest’ insinuazione tacciando la corte di razzismo, e continuò a portarselo ovunque, sia in viaggio che alle cerimonie ufficiali, difendendo con coraggio la propria posizione anche quando molti iniziarono ad affermare che avesse perduto la ragione. Alimentò il veleno delle malelingue trascorrendo una notte con lui in un cottage con cui anni prima era stata solo l’ amatissimo consorte Alberto e facendosi costruire a Osborne House una Durbar Room, una camera di rappresentanza in stile indiano decorata con i ritratti dei notabili indiani, tra cui spiccava quello dello stesso Abdul. Nonostante sia assai improbabile che tra loro vi fosse del romantico, la regina e il munshi ebbero di certo un’ amicizia davvero speciale, assolutamente unica nel suo genere: l’ anziana Vittoria, malinconica e triste dal giorno della morte del suo fedele servitore e amante John Brown gli aprì il cuore confidandogli i suoi segreti più intimi, finalmente sfuggendo alla solitudine e alle tristezze della sua vita, mentre il giovane Abdul, bello e aitante, riempì il vuoto maschile nel cuore di lei, intrattenendola e insegnandole moltissimo sulla lontana India.
Seguendo un’ abitudine che mantenne nel corso di tutta la sua vedovanza, la regina trascorse ogni compleanno a Osborne House, il cui restauro era stato progettato personalmente dal principe Alberto. Abdul le domandò il titolo di nababbo e la nomina a Cavaliere Comandante dell’ Ordine dell’ Impero indiano: a Vittoria fu prontamente suggerito di nominarlo membro dell’ Ordine reale vittoriano, cosa che non avrebbe comportato alcun titolo o implicazioni politiche in India. Il Primo ministro, Lord Robert Gascoyne-Cecil, III marchese di Salisbury, si oppose anche a tale onorificenza inferiore, ma nel 1899, in occasione del suo ottantesimo compleanno, la sovrana nominò il munshi Comandante dell’ ordine, rango intermedio tra membro e cavaliere.
La regina e il munshi nel 1897;

Ormai vecchia, spesso confusa e gravemente minata dai reumatismi, Vittoria morì il 22 gennaio 1901, dopo un regno di sessantatré anni, sette mesi e due giorni. Nel settembre del 1896 aveva superato in longevità sul trono ogni altro monarca inglese, scozzese o britannico. Dopo i funerali venne tumulata al Mausoleo Frogmore, accanto al marito.
Albert Edward, che divenne re con il nome di Edoardo VII, colse al volo l’ occasione per disfarsi di Abdul Karim: subito dopo la morte della madre lo rispedì in India con la famiglia e distrusse tutti i documenti che lo riguardavano, pur permettendogli di essere l’ ultimo a vedere il corpo di Vittoria prima della chiusura della bara e di far parte della processione del funerale. Una volta rimpatriato, il munshi si stabilì ad Agra, al Karim Lodge, voluto per lui dalla regina, ove visse agiatamente grazie alla cospicua pensione da ex dignitario reale. Su istruzione del nuovo sovrano, i funzionari britannici in India recuperarono la rimanente corrispondenza tra Abdul e Vittoria o tra lui e la corte, che fu inviata allo stesso Edoardo in persona. Il governatore generale d’ India, il suo vice e i funzionari del Ministero britannico dell’ India biasimarono il sequestro e richiesero che le lettere fossero restituite: alla fine il re ne restituì solo quattro, a condizione che gli fossero rimandate alla morte della prima moglie di Abdul. Il munshi rimase sempre in contatto con la famiglia reale britannica, tanto che il principe Giorgio di Galles, figlio di Edoardo ed erede al trono, nel 1905 si recò in India in visita ufficiale, ed ebbe modo di incontrarlo scrivendo poi al padre che non lo trovava per nulla abbellito, e che stava ingrassando: «Devo riconoscere che è stato molto civile ed umile, e davvero lieto di vederci.».
Abdul morì a Karim Lodge nell’ aprile 1909. Gli sopravvissero due mogli, e fu sepolto in un mausoleo a forma di pagoda nel cimitero Panchkuin Kabaristan di Agra, accanto a suo padre.
Edoardo VII, figlio e successore di Vittoria;

Per ben un secolo, la cancellazione di qualsiasi traccia che potesse tramandare ai posteri la presenza di Abdul in terra britannica e il suo rapporto con Vittoria impedì di conoscere la notevole influenza che lui ebbe sulla politica britannica di fine Ottocento: fra le poche note personali rimaste emergevano fugaci e misteriose scritte in urdu come «Abdul insegna alla regina.», «Tienimi stretto.» e «Mancherà molto al munshi.». Nel 2001, tuttavia, la scrittrice indiana Shrabani Basu, impegnata nelle ricerche sulla storia del curry, scoprì che alla regina piaceva molto mangiare piatti conditi con questa polvere. Visitò quindi Osborne House e rimase affascinata da due ritratti e un busto di bronzo che ritraevano un uomo indiano di aspetto regale, mentre nello spogliatoio della sovrana vide un altro suo ritratto, appeso proprio sotto quello di John Brown. La Durbar Room, come vide con i suoi occhi, era piena di tesori provenienti dall’ India, un monumento al fascino che in tutta evidenza Vittoria subiva per questo Paese che non visitò mai pur essendone imperatrice: «Per ragioni di sicurezza non poteva andare in India e per questo fece venire l’ India da lei.».

Nel 2006 la scrittrice visitò il castello di Balmoral, dove vide la casa che la sovrana aveva fatto costruire per quel misterioso e importante giovane uomo indiano, e decise di scoprire chi fosse: consultando gli archivi reali rinvenne i diari scritti a mano in tredici volumi in urdu da Vittoria, e che Edoardo VII non aveva pensato di toccare perché nessuno sapeva leggere l’ urdu. Dalla traduzione il rapporto tra Vittoria e Abdul poté finalmente riemergere in tutta la sua statura, e quattro anni dopo, nel 2010, la famiglia di Abdul, migrata in Pakistan durante la Partizione dell’ India avvenuta nel 1947, rese pubblici il diario dello stesso munshi e la corrispondenza tra lui e la sua regina.