sabato 4 aprile 2020

Giulio Cesare, l’ uomo che volle essere re


«Egli ebbe ingegno, equilibrio, memoria, cultura, attività, prontezza, diligenza. In guerra aveva compiuto gesta grandi, anche se fatali per lo Stato. Non aveva avuto per molti anni altra ambizione che il potere, e con grandi fatiche e pericoli l’ aveva realizzata. La moltitudine ignorante se l’ era conquistata coi doni, le costruzioni, le elargizioni di viveri e banchetti. I suoi li aveva acquistati con premi, gli avversari con manifestazioni di clemenza, insomma aveva dato ad una città, ch’ era stata libera, l’ abitudine di servire, in parte per timore, in parte per rassegnazione.» Marco Tullio Cicerone;

Nell’ antica Grecia, il termine immortalità non si riferiva alla vita eterna, libera dall’ esperienza della morte, ma alla possibilità di restare segnati nella storia, venendo ricordati per sempre dalle generazioni future, nel corso di incalcolabili secoli. Questo concetto diede molto conforto agli uomini, spingendoli a compiere imprese eroiche in guerra come soldati, a sviluppare la scienza e la conoscenza come medici, filosofi e letterati, e a dare il proprio contributo alla prosperità della polis come politici prima che il cupo traghettatore Caronte venisse ad imbarcare sulla propria barca le anime dei defunti per trasportarle fino all’ Ade, dove sarebbero divenute ombre. Consci che nella vita futura non vi sarebbe stata alcuna apparente distinzione tra ombre buone e malvagie, e nemmeno un’ assegnazione di un premio o una pena in base ai meriti terreni, uomini e donne fecero del proprio meglio per essere ricordati da chi sarebbe venuto dopo di loro. La storia divenne leggenda, e la leggenda divenne mito.
La storia di un’ esistenza umana non può che avvincerci. Da tempo immemorabile, la gente ascolta i racconti di ciò che altri hanno fatto, riconoscendo che tali storie possono rappresentare un esempio di vita esplorando le proprie capacità e limiti. Vogliamo sapere fin dove può spingersi la nostra vita, che cosa possiamo farne, quanto lontano può arrivare e la sua sfera di azione. Anche se possiamo sembrare fermi, stiamo verificando le nostre vette e i nostri limiti oppure ci stiamo ritirando dopo averlo fatto. La convenzione e la vita ordinaria offrono una definizione illusoria e un paradiso falsamente sicuro, ma i muri sono molto sottili: se li attraversiamo quale sarà l’ ampiezza dell’ esistenza che vi si trova dentro? Tutto questo fu sicuramente vero per un uomo il cui nome oggi è senz’ altro ancora molto ricordato, e che quando era ancora vivo fu ammirato quanto avversato: Caio Giulio Cesare, uno dei personaggi più importanti della storia, che agì in numerosi ambiti come uomo di Stato, comandante militare e scrittore, gettando le basi del periodo più alto, glorioso e civile di Roma, ossia l’ Impero, che vide la propria realizzazione concreta durante il principato del suo erede, Gaio Ottaviano Turino, passato alla storia come Cesare Augusto. Uomo estremamente intelligente e ambizioso, dai numerosi ed elevati talenti, Cesare da un lato fu capace di straordinarie imprese che beneficiarono ampiamente Roma e l’ Italia, ma dall’ altro dimostrò un amore per il potere così grande da essere disposto a tutto pur di diventare l’ uomo più potente della Città eterna, e quindi del mondo. Nel corso della sua straordinaria avventura umana, politica e militare, la capitale del mondo si ritrovò paradossalmente tanto stimolata quanto dipendente da lui, rimanendo pur sempre un luogo costantemente intento a guardare avanti, e mai indietro.
Ritratto giovanile di Cesare;

Nel 509 prima di Cristo, con la cacciata di Tarquinio il Superbo, settimo e ultimo re, oppressore violento e ingiusto, fomentata dal figlio di sua sorella, Lucio Giunio Bruto, Roma instaurò la Repubblica, un governo ispirato saldamente al principio di governo collettivo, saggio ed egualitario. Volendo evitare altri abusi da parte di un uomo solo, i fondatori del nuovo ordine suddivisero i poteri appartenuti in forma assoluta al re tra la carica di console, il collegio del Senato, i tribuni e il pontefice massimo, e decisero che ogni carica sarebbe stata collegiale, come quella di console, che avrebbe visto due candidati contemporaneamente, temporanea, dalla durata di un anno, e non esercitabile per più di un mandato. La nuova Urbe sarebbe stata un luogo civile, retto da un governo illuminato ed esemplare capace di assicurarne costantemente il bene e il progresso ed evitare derive autoritarie.
Tuttavia, qualche tempo dopo, nel secondo secolo prima di Cristo, la Repubblica costituiva già un impero dalle forti tendenze espansionistiche e una politica accorta nel tenere divise e sottomesse le popolazioni conquistate: non a caso, infatti, divenne famoso il motto divide et impera, ossia «dividi e comanda». La sua politica, tuttavia, rimaneva quella della città-Stato, che si era rivelata valida durante tutte le guerre di difesa quanto in quelle di conquista, avendo fornito una classe politica e militare ben organizzata e addestrata, in grado di fornire un ricambio continuo di uomini capaci di affrontare le più diverse circostanze. Eppure, l’ influsso di nuovi costumi, l’ enorme aumento dei poteri dei patrizi, ossia l’ aristocrazia le cui famiglie discendevano da quei cento patres che avevano formato il primo Senato al tempo di Romolo, e dello stesso Senato, oltre che la possibilità di facile arricchimento offerta dagli incarichi nelle province portarono ben presto a lotte furiose per la conquista del potere.
Roma e il Senato si divisero in due distinti schieramenti: gli ottimati, gli «ottimi», ossia i patrizi, e i popolari, ovvero la plebe. I primi difendevano gli interessi dell’ aristocrazia, a cui si apparteneva esclusivamente per via ereditaria, e dei grandi proprietari terrieri, mentre gli altri sostenevano le rivendicazioni dei piccoli proprietari terrieri, dei cavalieri e delle classi urbane meno abbienti.
La Suburra, quartiere natio di Cesare;

In questo ventre di discordie e reciproci intrighi e attacchi, Cesare vide la luce il 13 luglio del 100 prima di Cristo, figlio di un senatore e pretore romano dal quale prese l’ intero nome, appartenente alla gens Iulia e sostenitore e cognato di Caio Mario, il potente militare e console della Repubblica che ne aveva sposato la sorella, e di Aurelia Cotta, affascinante e ammirata matrona esponente alla gens Aurelia, divenuta particolarmente influente nell’ era della Repubblica. La gens Iulia era un’ antichissima stirpe patrizia di cui nei secoli avevano fatto parte alcuni tra i personaggi più influenti dello Stato, e che secondo il mito discendeva dal principe troiano Enea, figlio della dea Venere e del mortale Anchise, da suo figlio Ascanio, chiamato Iulo dai latini e progenitore dei re di Alba Longa, quindi da Romolo e Remo, figli di Rea Silvia e il dio Marte. Nonostante le origini aristocratiche e l’ ottima reputazione, mai venuta meno, attualmente la famiglia non era ricca secondo i canoni della nobiltà romana, né particolarmente influente. La Suburra, il quartiere in cui viveva e nella quale nacque lo stesso Cesare, era infatti la parte peggiore della città, un vasto e popoloso quartiere situato sulle pendici dei colli Quirinale e Viminale fino alle propaggini dell’ Esquilino, la cui popolazione era costituita dai livelli più bassi e spregevoli della società e viveva in condizioni miserabili benché affacciata su di un’ area monumentale e munita di servizi pubblici. Ancora oggi, nel linguaggio comune, il suo nome è sinonimo di luogo malfamato, di malaffare, crimini e immoralità di ogni tipo.
Ultimo di tre figli, di cui era l’ unico maschio, Cesare crebbe sotto l’ attento occhio della madre Aurelia, ritenuta ad unanime giudizio saggia e attenta, intelligente, indipendente, molto bella e dotata di senso pratico, e degli Aurelii, che vedevano in lui un futuro statista. Di alta statura, magro ma forte, assai elegante, occhi scuri, fronte spaziosa, guance pallide, zigomi sporgenti, naso diritto e lungo, bocca grande e capelli neri, aveva un aspetto nobile e voce vibrante. Lo sguardo era mutevole, dolce e severo, folgorante come quello di uno sparviero. Ebbe come precettore l’ illustre grammatico gallo Marco Antonio Gnifone, cresciuto come schiavo presso gli Antonii, dai quali in seguito sarebbe stato liberato, e divenuto poi allievo di Dionisio Scitobrachione, di cui divenne il migliore studente, dotato com’ era di memoria e capacità di espressione. Imparò facilmente il greco, che divenne una seconda lingua per lui, e amò i classici, la poesia e la storia. Fu eccellente nel dibattito, particolare disciplina a cui ogni politico era soggetto data l’ importanza dell’ abilità nell’ argomentare, meglio ancora se a spese dell’ avversario, di cui si doveva contestare ogni affermazione con intelligenza e persino ironia. Si appassionò anche all’ astronomia, alla matematica e alle scienze naturali, e compì lunghe e intense esercitazioni in Campo Marzio, poiché il mestiere delle armi garantiva ad ogni buon romano maggior successo nell’ oratoria e nel poetare, oltre che una buona opportunità di carriera politica e ascesa sociale.
Anchise e il figlio Enea, antenati di Cesare secondo il mito;

Fiero della propria discendenza divina, reale e patrizia, e sofferente di epilessia, il «morbo sacro» ritenuto dai greci la massima maledizione divina a cui si poneva fine solo se si cercava il favore degli dei, mentre alla Città eterna era nota come  «morbus comitialis», dal momento che l’ eventuale presenza di convulsioni epilettiche di un partecipante a un comizio era ritenuta di malaugurio e provocava lo scioglimento dell’ adunanza, il giovane trascorse il proprio periodo di formazione in un’ epoca tormentata da gravi disordini: tra i problemi da lungo tempo rimasti in sospeso, vi era quello delle concessione della cittadinanza romana alle popolazioni italiche. Nonostante le promesse fatte quando venivano chiesti agli alleati sacrifici straordinari in caso di pericolo, nessuno tra ottimati e popolari era mai stato disposto a condividere diritti e privilegi, e all’ ennesimo rifiuto ufficiale espresso dal Senato, nel 91 prima di Cristo gli italici insorsero dando inizio alla Guerra sociale. Proprio in quegli anni i due consoli della Repubblica erano il popolare Caio Mario e l’ ottimato Lucio Cornelio Silla. Mario era un celebre e valente generale che nel 107 aveva sconfitto Giugurta, re di Numidia, che si era ribellato a Roma, mentre nel 102 aveva vinto i teutoni e l’ anno dopo i cimbri, due popolazioni germaniche che avevano sbaragliato le legioni romane nell’ Italia settentrionale. La morte dei fratelli Gracchi, grandi riformatori e paladini del popolo, aveva profondamente scosso e indebolito i popolari, che videro in Mario l’ uomo che avrebbe ripreso la loro opera e ridato vigore al partito a danno degli ottimati, anche con la forza dell’ esercito che riorganizzò in maniera geniale aprendolo a tutti i cittadini e stabilendo che ai soldati venisse data una paga: ora l’ esercito era potente come non mai, composto prevalentemente da proletari arruolatisi in massa al richiamo di un più facile guadagno. Silla era invece un giovane rampollo del patriziato, che in Numidia si era segnalato come valido ufficiale agli ordini di Mario. Le brillanti vittorie fecero di Mario l’ idolo dei romani, che lo rielessero console per cinque anni consecutivi, benché la legge lo vietasse rigorosamente. Il nuovo esercito romano, peraltro, combatteva più per la paga che per l’ Urbe, ed era fedelissimo al comandante che spartiva il bottino: la Repubblica aveva perso il controllo delle forze armate, e i generali si erano fatti più potenti. Il sanguinoso conflitto terminò nell’ 88, quando il Senato estese la cittadinanza alle popolazioni italiche che non si erano sollevate e a coloro che entro due mesi avessero deposto le armi. L’ esercito guidato da Silla riuscì a prevalere, ma i veri vincitori furono gli italici, che ottenendo la cittadinanza romana crearono l’ unità romano-italica, che quasi duemila anni dopo sarebbe equivalsa al fondamento dello Stato nazionale italiano.
Caio Mario;

Nato nella città scelta dagli dei come centro del mondo in una stirpe di sangue divino e reale ma vissuto nella sua parte più umile, a contatto diretto con il popolo, Cesare maturò ben presto una sconfinata ambizione: in quegli anni la città era visibilmente sprofondata nel caos e nella paura, e il popolo intorno a lui brancolava nella confusione senza una guida forte e illuminata. Serviva pertanto un uomo risoluto e saggio, alle volte anche severo, che la guidasse verso la civiltà e le vette della potenza: quell’ uomo, naturalmente, doveva essere lui. Dotato di un’ intelligenza molto acuta, maturò un atteggiamento fine e amabile, forte e carismatico che molto lo avrebbe agevolato lungo il suo cammino in politica. Sebbene patrizio, si schierò fin dal principio dalla parte dei popolari, sicuramente condizionato dalle convinzioni dello zio Mario. Ciò rappresentò un grande ostacolo all’ inizio della sua carriera politica e militare, e dovette contrarre ingenti debiti per ottenere le sue prime cariche politiche. Frattanto, nell’ 88, Mitridate VI, re del Ponto, si mise a capo di tutti i popoli orientali ostili a Roma e minacciò le province orientali. Il Senato reagì dichiarandogli guerra e affidò a Silla il comando della spedizione. Mentre questi partiva per la Grecia con le sue legioni, Mario costrinse il Senato a togliergli il comando a proprio vantaggio, quindi Silla scelse le sei legioni a lui più fedeli e, alla loro testa, marciò su Roma: nessun comandante, in precedenza, aveva mai osato violare con l’ esercito il perimetro della città, il cosiddetto pomerio. La cosa era talmente contraria alle tradizioni che Silla esentò gli ufficiali dal parteciparvi. Spaventati da tanta risolutezza, Mario e i suoi seguaci fuggirono dalla città, pertanto il patrizio partì nuovamente contro Mitridate. Con il rivale lontano, Mario tornò a Roma e fece una strage di nemici, facendosi eleggere console per la settima volta, ma poco dopo morì di polmonite, ormai settantunenne. Allarmato dalle notizie che giungevano da Roma, Silla negoziò un compromesso con Mitridate, garantendo al Ponto l’ indipendenza entro i tradizionali confini, e nella primavera dell’ 83 prima di Cristo sbarcò a Brindisi e si impose nell’ Italia meridionale, sbaragliando i mariani una volta per tutte a Porta Collina l’ anno dopo. Ormai padrone della Repubblica, Silla compilò le liste di proscrizione che fece affiggere al Foro: in esse comparivano i nomi dei suoi oppositori che, dichiarati nemici dello Stato, potevano essere denunciati e uccisi da chiunque. Mentre migliaia di persone venivano uccise, molte delle quali semplicemente per essere espropriate dei propri beni, Silla assunse la carica di dittatore a vita, carica straordinaria che veniva concessa in tempi di emergenza e garantiva poteri assoluti ma che fino ad allora aveva avuto sempre una scadenza entro sei mesi, e ne approfittò per rafforzare il suolo del Senato e limitando il potere di consoli e tribuni, che persero il diritto di veto sulle deliberazioni dei senatori e dei magistrati.
Lucio Cornelio Silla;

Con la morte dello zio Mario e del padre quando aveva rispettivamente quattordici e quindi anni, la vita e la carriera di Cesare si fecero assai più precarie: ripudiò Cossuzia, giovane donna di famiglia molto ricca e appartenente all’ ordine equestre che aveva sposato per volere del padre, per maritare nell’ 83 la tredicenne Cornelia, figlia di Lucio Cornelio Cinna, patrizio e influente esponente dei popolari, console per quattro volte consecutive e prezioso alleato di Mario nella guerra civile, ucciso da un gruppo di militari presso Ancona. Già malvisto e temuto da Silla per la sua parentela con Mario e le sue emergenti qualità, il nuovo legame con una famiglia notoriamente schierata con i popolari lo misero ulteriormente in cattiva luce agli occhi del dittatore, perché avrebbe costituito un nuovo comando politico unendo i discendenti dei due celeberrimi capi popolari defunti. Cercò di ostacolarne in tutti i modi le ambizioni, bloccando la sua nomina a Flamen Dialis, sacerdote preposto al culto di Giove Capitolino, e gli ordinò di divorziare da Cornelia, ma il ragazzo rifiutò. Silla meditò allora di farlo uccidere, ma fece un passo indietro dopo i numerosi appelli rivoltigli dalle vestali, sacerdotesse consacrate alla dea Vesta, e da Gaio Aurelio Cotta, zio dello stesso Cesare: si limitò ad esiliarlo, affermando che presto il giovane sarebbe stato potente quanto dieci Mario e fatale per gli ottimati che aveva passato la vita a difendere.
Temendo per la propria vita, Cesare partì ritirandosi prima in Sabina e poi per il servizio militare in Asia, come legato del pretore Marco Minucio Termo, che lo volle a Nicomedia, presso la corte di Nicomede IV, re di Bitinia, regno ellenistico fondato nel 297 prima di Cristo in Asia Minore. Come delegato della Repubblica romana, il giovane si trovò immediatamente a proprio agio tra gli agi della corte bitìnica, e ottenne da subito le simpatie del sovrano, che sollecitò a inviare la promessa flotta destinata ad aiutare i romani nell’ assedio del porto di Mitilene. Da parte sua, re Nicomede mostrò fin dal primo momento un debole per il giovane ufficiale e gli concesse senza discutere la flotta. Una volta consegnate le navi bitìniche a Minucio Termo, Cesare ritornò a Nicomedia, ufficialmente per riscuotere certi denari in nome di un liberto suo cliente: la notizia del ritorno alla reggia di Nicomede fece nascere a Roma i pettegolezzi più vivi, in quanto si vociferò che avesse ottenuto così facilmente le navi essendosi donato a lui in un rapporto pederastico. I primi avversari lo definirono «regina di Bitinia», e, più malignamente, «marito di ogni moglie e moglie di ogni marito». Tali nomignoli continuarono ad essergli costantemente appioppati per il resto della sua carriera.
Le famigerate liste di proscrizione volute da Silla;

Come legato di Minucio durante l’ assedio di Mitilene, Cesare partecipò per la prima volta a uno scontro armato distinguendosi per il suo coraggio, tanto che gli fu conferita la corona civica, che veniva concessa a chi, in combattimento, avesse salvato la vita a un cittadino. In seguito alle riforme promulgate da Silla, a chi fosse stata conferita una corona militare sarebbe stato garantito un seggo in Senato. Non seguì Minicio nel suo ritorno a Roma, rimanendo invece om Cilicia, ove partecipò a diverse operazioni militari che si svolsero in quella zona, come l’ azione contro i pirati, che avevano il loro punto di forza in quei luoghi, sotto il comando di Servilio Isaurico. In quanto patrizio, fu associato con alcuni incarichi a vari comandanti.
Roma al tempo di Cesare;

Dopo due anni di potere assoluto e aver attuato svariate riforme atte a ristabilire il primato degli aristocratici sulla Repubblica, Silla stupì tutta la Città eterna abbandonando completamente ogni carica, a cominciare da quella di dittatore a vita, e ritirandosi a vita privata nella convinzione di aver assicurato l’ ordine e la pace per lungo tempo. Il consueto sistema governativo era tornato in vigore, ma Cesare ritenne più saggio tornare a Roma solo alla morte di Silla, che avvenne nel 78 prima di Cristo, quando era ormai sessantenne, probabilmente a causa del cancro oppure per problemi al fegato derivanti dal troppo vino. Nel 76, ormai ventiquattrenne, ebbe dalla moglie Cornelia l’ unica figlia, Giulia, che un giorno avrebbe potuto usare come strumento diplomatico tramite un utile matrimonio con un uomo importante. Grazie ai voti acquistati con il denaro prestatogli da Marco Licinio Crasso, un ricchissimo e potente patrizio che tempo addietro aveva sostenuto Silla riuscendo poi a sfuggire alle persecuzioni di Mario e Cinna, nel 72 fu eletto tribuno militare e con questa carica si impegnò nel ripristino dei poteri dei tribuni della plebe che Silla aveva ridimensionato durante il suo governo. Non mancò mai di attaccare gli ottimati, ergendosi a fiero e importante rappresentante dei popolari. Nel 69 fu eletto questore e nello stesso anno, grazie a potenti appoggi, fu nominato governatore della Spagna, dove sgominò gli ultimi seguaci di Quinto Sertorio, un politico e militare seguace di Mario che aveva fomentato la ribellione spagnola dopo essersi guadagnato l’ appoggio della popolazione locale con un’ onesta amministrazione, e pacificò la popolazione con un’ amministrazione saggia. Si racconta che mentre era a Cadice, il giovane Cesare osservò una statua di Alessandro Magno, suo grande idolo, e si commosse fino alle lacrime: «Non sembra che ci sia motivo di addolorarsi se alla mia età Alessandro regnava già su tante persone, mentre io ancora non ho fatto nulla di notevole?».

Tornato all’ Urbe ricco e potente ma escluso dalla candidatura a console dal Senato con uno stratagemma, ossia il conferimento di un trionfo i cui festeggiamenti l’ avevano trattenuto in Spagna, dopo la morte della moglie Cornelia nel 68 sposò Pompea, nipote di Silla, e fu eletto edile curule nel 65. Divenuto nuovo capo del partito popolare, conquistandosi le simpatie di tutta la popolazione romana, due anni dopo, complice un enorme prestito ottenuto da Crasso, ottenne un grandissimo trionfo con l’ elezione a pontefice massimo, capo del collegio di sacerdoti che presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso, comprendendo perfettamente quale aspetto avrebbe avuto la sua figura se insignita della carica di tutore del diritto e della religione romana. Partecipò alla prima congiura organizzata da Lucio Sergio Catilina, un nobile decaduto che gli promise un ruolo importante: la cospirazione, che avrebbe portato all’ elezione di Crasso come dittatore e di Cesare a suo magister equitum, fallì per l’ improvviso abbandono del progetto da parte di Crasso, o forse perché Cesare si rifiutò di dare il segnale convenuto che avrebbe dovuto dare inizio ad un assalto al Senato. Quando il piano fu scoperto pur senza prove certe da Marco Tullio Cicerone, console in quell’ anno, Lucio Vezio, amico di Catilina, fece i nomi di alcuni congiurati, come quello di Cesare, che venne scagionato grazie al tempestivo intervento di Cicerone.
L’ anno dopo, nel 62, Publio Clodio Pulcro, amante di Pompea, si introdusse in casa di Cesare, dove la stessa moglie di Cesare stava preparando le celebrazioni per la festa di Bona Dea, aperta alle sole donne: scoperto mentre era travestito da ancella, fu da subito al centro di un enorme scandalo che lo portò ad essere processato per sacrilegio, mentre Cesare, in una posizione assai delicata, ripudiava la moglie pur senza accusarla di adulterio con la scusa secondo cui lei doveva rimanere al di sopra di ogni sospetto, rifiutandosi di testimoniare contro Clodio al processo perché consapevole di aver bisogno di lui sul piano politico. Il dissoluto venne completamente assolto dagli inquirenti, che evitarono tanto l’ ira del popolo in caso di colpevolezza quanto quella dell’ aristocrazia.
Pompeo Magno in una raffigurazione odierna;

Desideroso di ascendere alla carica di console, Cesare si avvicinò a Gneo Pompeo Magno, un generale che si era distinto durante la guerra civile dell’ 83-82 prima di Cristo come principale luogotenente di Silla, oltre che contro Sertorio, gli schiavi di Spartaco, i pirati del Mediterraneo e Mitridate VI del Ponto, a cui il Senato aveva respinto la richiesta di distribuire terre ai soldati come premio per l’ impegno in guerra, e a Crasso, che era stato a capo della spedizione contro la rivolta di Spartaco. I tre si incontrarono a Lucca nel 60, e strinsero un accordo noto come «primo triumvirato», nel quale si impegnarono ad aiutarsi l’ un l’ altro contro l’ aristocrazia senatoria e contro Cicerone, scomodi a tutti e tre: Cesare ottenne il consolato per il 59, e fece in modo che ai veterani di Pompeo e ai cittadini più poveri venissero distribuite le terre, e che il Senato ratificasse i provvedimenti presi da Pompeo in Oriente, favorendo peraltro la classe dei cavalieri che appoggiava Crasso. Pompeo ebbe il governatorato della Spagna e Crasso quello della Siria. Per vincolare l’ alleanza con il potente Pompeo, Cesare gli offrì in moglie la giovane figlia Giulia, ormai diciassettenne. Nello stesso periodo, l’ erede della gens Iulia sposò la sua ultima moglie, Calpurnia, figlia del senatore Lucio Calpurnio Pisone.
Marco Antonio;

Il potere e il successo raggiunti ancora non bastavano a Cesare, in quanto gli mancava ancora la grande gloria derivante da una particolare impresa militare. Quanto aveva fatto in Oriente e in Spagna era poca cosa, quindi in previsione della fine del proprio mandato consolare, grazie al supporto di Pompeo e Crasso ottenne il governatorato della Gallia Cisalpina e di quella Transalpina per i successivi cinque anni: poiché la situazione in quei territori era confusa per la tradizionale e cruenta rivalità tra le varie tribù celtiche, l’ erede della gens Iulia intuì che una conquista atta a portarvi la pace romana gli avrebbe valso una reputazione ed un prestigio a dir poco immensi. Prima di lasciare Roma, nel marzo del 58 incaricò Publio Clodio Pulcro, ora tribuno della plebe e che teneva sotto scacco dai giorni dello scandalo della Bona Dea, di fare in modo che Cicerone fosse costretto a lasciare la città: Clodio fece approvare una legge con valore retroattivo che puniva tutti coloro che avevano condannato a morte uno o più cittadini romani senza concedere loro la possibilità di una commutazione in altra pena se così stabilito da un giudizio popolare. Cicerone fu quindi condannato per il suo comportamento in occasione della congiura di Catilina, al termine della quale aveva promosso alcune condanne a morte, e venne esiliato dalla Città eterna e allontanato la vita politica: in tal modo Cesare volle accertarsi che in sua assenza il Senato non prendesse decisioni che compromettessero la realizzazione dei suoi piani. Allo stesso scopo, si liberò anche di un altro potente e illustre ottimato proverbialmente ostile a tutti e tre i triumviri, Marco Porcio Catone, che venne allontanato da Roma come propretore a Cipro. Detto «Minor» per distinguerlo dal suo celebre avo Marco Porcio Catone, questi era peraltro fratello di Servilia Cepione, celebre amante di Cesare e madre del giovane Marco Giunio Bruto. Una volta copertesi le spalle dagli individui più pericolosi, per evitare di divenire oggetto di accuse legali dai suoi avversari, Cesare si appellò con astuzia alla lex Memmia, secondo cui nessun uomo che si trovava oltre i confini italici con incarichi per conto della Repubblica potesse subire alcun processo giuridico.
Cesare durante la guerra gallica;

Raggiunta nel 58 prima di Cristo la Gallia Cisalpina, la stessa frontiera settentrionale da cui, secoli prima, erano transitati quei Galli giunti quasi alla conquista del Campidoglio, e abitata da tribù assai turbolente, il novello condottiero avviò una campagna di conquista dal fiume Reno fino alle coste atlantiche, che gli diede finalmente l’ occasione di mettere in luce le sue capacità di condottiero militare. Coltivò uno splendido rapporto con i suoi legionari, tanto da divenire il perfetto esempio di autorità sul personale e di arte del comando. Diede primaria importanza alla forma e all’ esempio, curando in modo particolare l’ abbigliamento militare in quanto considerava l’ eleganza come un vessillo ed un chiaro messaggio di potere. Anche alle legioni imponeva armature finemente cesellate, in un formalismo esaltato anche dal valore dell’ esempio, come quando rinunciò ad utilizzare il cavallo nelle situazioni pericolose ed imponendo altrettanto ai suoi tribuni, convinto che soldati e ufficiali dovessero essere eguali nell’ affrontare i rischi. Sua preoccupazione costante fu poi l’ addestramento: il legionario romano doveva essere un formidabile camminatore ed un eccezionale zappatore, solo così sarebbero stati possibili movimenti a velocità doppia rispetto all’ avversario e lavori di fortificazione campale somiglianti ad opere di ingegneria militare.
Dapprima fronteggiò gli Elvezi, principalmente nelle battaglie presso Genava, con parziale vittoria, poi lungo il fiume Arar, dove riportò un buon successo, e infine a Bibracte, ove riuscì a battere un esercito nettamente superiore al suo. Terminata la guerra con gli Elvezi, quasi tutti i popoli della Gallia mandarono ambasciatori a Cesare per congratularsi della vittoria e chiesero di poter indire, per un giorno stabilito, un’ assemblea di tutta la Gallia. Il condottiero diede il proprio assenso, e procedette con la campagna senza perdere tempo. Divenuto ben presto un idolo per le sue legioni, in quanto parlava sempre con i soldati prima di una battaglia o di un evento importante per esaltarne lo spirito e per spiegare dettagliatamente lo svolgimento dell’ imminente lotta, rivolse la propria attenzione contro i Germani, comandati dal condottiero Ariovisto, che si era stabilito in Gallia per fondare un proprio dominio. Il capo germanico riuscì a circondare i romani e a impedire loro i rifornimenti, ma Cesare rovesciò la tattica contro di lui, tenendo con sé quattro legioni e inviandone altre due ad accerchiare gli assalitori. Ariovisto continuò a dare filo da torcere all’ esercito romano finché Cesare non gli lanciò contro la cavalleria: i germani fuggirono con difficoltà oltre il Reno, che il condottiero romano trasformò in quella che sarebbe stata la barriera naturale dei domini romani per i successivi cinque secoli.
Forte dei suoi successi, sorprendenti se non addirittura miracolosi data la quasi costante inferiorità numerica davanti al nemico, l’ erede degli Iuli continuò ad essere generoso con i suoi uomini, pur pretendendo molto e raccogliendone la fedeltà e la devozione in lunghi anni di serrato impegno. La vita dei suoi uomini gli fu sempre cara, pur trascinandoli in imprese eroiche, disperate e rischiose: «E’ dovere di un capo vincere non meno con il senno che con la spada.». Dotato di intuito e colpo d’ occhio particolari nell’ individuare il punto focale per l’ azione, di velocità di pensiero e di azione assolutamente sorprendenti, unitamente alla costante ricerca della sorpresa, seppe disorientare ogni suo avversario, e in un periodo in cui le guerre si svolgevano prevalentemente di giorno e nella bella stagione, si mosse più volte in pieno inverno per attraversare i teatri di battaglia. Diede molta importanza all’ individuazione dell’ obiettivo strategico nella distruzione delle forze avversarie piuttosto che con la conquista del territorio, conveniente specialmente nel caso di azioni a finalità dimostrative. Fu poi moderno anche per l’ estrema importanza che attribuiva alla propaganda e all’ immagine: durante le sue campagne, nelle brevi e convulse soste, riusciva a scrivere e a dettare ad un suo liberto il resoconto delle operazioni che poi faceva giungere rapidamente a Roma: nacque il «De bello Gallico», che costituì una vera e propria cronaca in diretta e in limpidissima prosa degli eventi e fece di lui il primo corrispondente di guerra.
Poco dopo, mentre procedeva con l’ occupazione di nuovi territori, Cesare dovette fare i conti con Vercingetorige, condottiero degli arverni, una numerosa, influente e agguerrita e popolazione della Gallia centrale. Figlio del nobile Celtillo, questi riuscì a coalizzare la maggioranza dei popoli gallici e dei loro comandanti, a dispetto delle radicate rivalità reciproche, cominciando ad attaccare le truppe romane con operazioni di guerriglia e terra bruciata sempre più insidiose. Il grande condottiero fronteggiò la rivolta con decisione, saccheggiando e distruggendo Avarico e Cenabum, ma venne duramente sconfitto a Gergovia nel 52 prima di Cristo, a causa dell’ indisciplina di una legione che, anziché rientrare, avanzò fino alle mura della città, mettendosi in serio pericolo. Tale sconfitta creò seri rischi per l’ esito della guerra gallica, ma la scelta di abbandonare l’ assedio dopo gli inutili assalti alla città consentirono a Cesare di inseguire i galli fino ad Alesia, massima roccaforte dei Mandubi, ove li sospinse astutamente a trincerarsi per poi assediare la città con due valli, fossati pieni d’ acqua, trappole, palizzate, quasi un migliaio di torri di guardia a tre piani, ventitré fortini, quattro grandi campi per le legioni  e quattro campi per la cavalleria, posti in luoghi idonei.
Per quattro giorni le legioni romane resistettero agli attacchi combinati dei Galli di Alesia e dell’ esercito accorrente, che il quarto giorno riuscì ad aprire una breccia nell’ anello esterno, ma fu respinto grazie all’ accorrere prima del legato Labieno, poi dello stesso Cesare, che riuscì a rintuzzare l’ attacco nemico al comando della cavalleria germanica e delle truppe di riserva raccolte lungo il percorso. Il nemico gallico fu accerchiato, con un’ abile manovra esterna. Era la fine del sogno di unità e indipendenza della Gallia, e Vercingetorige si consegnò spontaneamente al proconsole romano. I guerrieri di Alesia, così come i sopravvissuti dell’ esercito di soccorso, furono fatti prigionieri e in parte venduti come schiavi e in parte ceduti come bottino di guerra ai legionari di Cesare, ad eccezione dei membri delle tribù degli edui e degli arverni che furono liberati e perdonati per salvaguardare l’ alleanza di queste importanti tribù con Roma. Ridotta a provincia, la Gallia entrò a far parte del mondo romano, dovendo alla Città eterna e a Cesare non solo l’ ingresso nell’ orbita della civiltà mediterranea, ma anche la salvezza e la conservazione di quegli elementi celtici che l’ Urbe rispettò costantemente, in una grande opera che avrebbe dato all’ Europa occidentale l’ indelebile impronta latina e determinarne per secoli il pensiero e l’ azione.
La resa di Vercingetorige di fronte a Cesare;

Nel 50 prima di Cristo, dopo aver sedato le ultime rivolte galliche, soprattutto quelle i biturigi e i bellovaci, la guerra gallica poté definirsi finalmente conclusa, e Cesare decise di tornare a Roma, dove però erano cambiate molte cose. La morte di parto di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, aveva allentato il legame tra i due triumviri, mentre Crasso era caduto a Carre, in Mesopotamia, nella guerra contro i Parti. La gloria conquistata da Cesare in Gallia divenne motivo di viva preoccupazione per il Senato, che ne temeva il ritorno in patria, caduta nel disordine politico a causa degli scontri tra bande armate fomentate dal tribuno della plebe Publio Clodio e dal patrizio Annio Milone.
Il rispettato consesso dei patres si affidò pertanto a Pompeo, nominandolo in via straordinaria console senza collega, e Cesare si candidò prontamente al consolato. I senatori gli fecero sapere che la candidatura sarebbe stata accettata a patto che congedasse le legioni e rientrasse a Roma come privato cittadino: il condottiero intuì il pericolo che ne sarebbe derivata per la propria vita e rispose che avrebbe acconsentito se anche Pompeo avesse sciolto le legioni in Italia e rinunciato a quelle che comandava in Spagna. Il Senato rispose con un decreto con cui Cesare venne considerato nemico dello Stato, da combattere affinché cessasse di mettere in pericolo la Repubblica. Tre giorni dopo, il 10 gennaio del 49, Cesare si rivolse ai soldati che avevano combattuto con lui in Gallia e al comando di una legione non esitò a varcare il Rubicone, fiume che segnava il confine tra Gallia e Italia, violando la legge che impediva ai generali di entrare in Italia con l’ esercito come a suo tempo aveva fatto Silla, pronunciando la celebre frase: «Il dado è tratto!». A Roma era scoppiata la seconda guerra civile.
Cesare si prepara a varcare il Rubicone;

Scossi dalla notizia della nuova marcia su Roma e dalla fulminea avanzata di Cesare, a cui andarono incontro vecchi e nuovi sostenitori, Pompeo fuggì dalla Città eterna insieme ad un gran numero di senatori, tra cui Gaio Cassio Longino e lo stimato Bruto, e si stabilì in Grecia per preparare una risposta militare adeguata. Una volta presa l’ Itala, Cesare andò in Spagna, e dopo un breve ma durissimo scontro sbaragliò le forze locali dell’ avversario. Poi, un anno dopo, si recò a Farsalo, in Tessaglia, dove ottenne una grandiosa vittoria contro le legioni del genero. Perdonò i prigionieri, tra i quali vi erano Cassio e Bruto, e li liberò, e una volta saputo che Pompeo si era diretto in Egitto per ottenere l’ aiuto del giovane faraone Tolomeo XIV, appena tredicenne, lo inseguì rapidamente.
Sbarcato in Egitto, tuttavia, il grande condottiero ebbe una brutta sorpresa: i dignitari del sovrano lo accolsero con tutti gli onori e gli presentarono la testa mozzata di Pompeo, sperando di ingraziarsi il vincitore. Fu un calcolo sbagliato, perché invece Cesare rimase profondamente colpito e contrariato dalla tragica fine del grande avversario, e montò su tutte le furie: si disse che avrebbe voluto perdonarlo pur ridimensionandone il potere e tenendolo sempre d’ occhio, ricordando quanto in passato si fossero aiutati, e che lo rimpianse amaramente chiamandolo concittadino e genero. Tuttavia, in molti sospettarono che la corte egizia avesse semplicemente fatto il lavoro sporco al posto suo, permettendogli di passare per il vincitore clemente a cui era stata negata l’ opportunità di favorire la pace per il bene supremo della patria. Proprio in quel momento, però, fece un incontro destinato a mutare per sempre la sua vita: un servitore egizio chiese di essere ricevuto per potergli offrire un dono, un tappeto raffinato che srotolò ai suoi piedi svelando una giovane e bella donna, Cleopatra VII, sorella e consorte di Tolomeo, in lotta con lui per il controllo definitivo del trono dei faraoni. Il potente romano ne rimase folgorato, e se ne innamorò perdutamente: lei aveva vent’ anni, lui era sulla cinquantina. Fu così che decise di inserirsi nelle tortuose vicende dinastiche egizie, favorendo la caduta di Tolomeo e consolidando la posizione di Cleopatra, con cui intraprese una relazione intensa da cui nacque un figlio, Tolomeo Filopatore Filometore Cesare, meglio noto come Cesarione, ossia «piccolo Cesare».
L’ incontro con Cleopatra;

Dopo lunghi mesi trascorsi a godere delle meraviglie storiche e architettoniche nonché dei numerosi e sconfinati sfarzi d’ Egitto e persino di una crociera lungo il Nilo insieme alla potente e affascinante amante, discendente in linea diretta di Tolomeo, uno dei più stretti luogotenenti di Alessandro Magno, alla cui morte si era preso il regno d Egitto divenendone ufficialmente faraone, nell’ estate del 47 prima di Cristo Cesare partì per l’ Asia Minore, dove sconfisse Farnace, figlio di Mitridate, colpevole di essersi sollevato contro Roma, mentre in autunno, con la battaglia di Tapso, sconfisse i resti delle forze pompeiane sopravvissute a Farsalo. Nella primavera del 46, infine, rientrò alla Città eterna come trionfatore: la città lo accolse tributandogli ovazioni, acclamandolo come un grande eroe che aveva beneficiato il caput mundi più di ogni altro uomo venuto prima di lui. Impegnato in numerose opere di riforma, appena un anno dopo partì nuovamente alla volta di Munda, in Spagna, ove sconfisse una volta per tutte i figli di Pompeo, che avevano raccolto attorno a sé gli ultimi seguaci rimasti e scampati a Tapso.
Ormai padrone assoluto dello Stato, Cesare sorprese l’ intera Urbe in quanto non si vendicò dei propri nemici come invece avevano fatto Mario e Silla. Un’ ansia di realizzare le sue iniziative prese a divorarlo come un presentimento. Perdonò gli avversari, richiamò in patria gli esuli politici, premiò con terre e denaro i legionari, distribuì beni di prima necessità ai poveri, ridusse l’ impiego degli schiavi per aumentare le possibilità di impiego ai disoccupati, organizzò grandiosi spettacoli pubblici e colossali banchetti per il popolo. Abbellì la città, bonificò le Paludi Pontine e fondò nuove colonie in cui molti cittadini si trasferirono accentuando la romanizzazione di molti territori della Repubblica. Estese la cittadinanza a insegnanti e medici stranieri, favorendo l’ afflusso di intellettuali in città, e aumentò il numero dei funzionari dello Stato per migliorarne l’ amministrazione. La grande distribuzione delle terre permise la rinascita del ceto dei coltivatori, tanto prezioso per lo sviluppo delle campagne. Non abolì le magistrature, ma fece in modo che venissero attribuite a lui, divenendo di fatto un sovrano assoluto: coprì nuovamente il ruolo di console, preservò quello di comandante militare, e pur non essendo tribuno della plebe assunse alcune prerogative della carica come l’ inviolabilità e il diritto di veto. La sua posizione quale Pontefice massimo dava peraltro alla sua autorità un valore sacro. Posizionò i propri uomini nei posti principali della Repubblica, in modo tale da consolidare la propria posizione e assicurarsi che la sua grande visione politica divenisse realtà. Frenò la bramosia dei governatori delle provincie controllandone i poteri e diminuendo la durata dell’ incarico, promosse l’ incremento delle nascite premiando le famiglie numerose e favorì interventi a vantaggio dei lavoratori agricoli, riducendo il numero degli schiavi e fondando colonie ove avviò numerose opere pubbliche. Varò anche una riforma del calendario, che considerava un particolare simbolo del potere: tale miglioramento ebbe un solido fondamento scientifico perché raccordava i cicli lunari e solari. Il precedente calendario risaliva a Numa Pompilio, e prevedeva trecentocinquantacinque giorni e l’ inserimento non regolato da norme precise di un mese intercalare. Cesare introdusse l’ attuale anno di trecentosessantacinque giorni e ne impose l’ adozione in tutti i possedimenti romani, in sostituzione dei tanti e bizzarri metri locali. Il calendario giuliano, nella sua genialità, sarebbe rimasto invariato fino al successivo aggiustamento del 1582 con papa Gregorio XIII. Pur senza mai tralasciare gli ideali di democrazia che lo sospingevano fin dalla giovinezza, ormai ebbro di potere e gloria prese a comportarsi sempre più spesso da sovrano assoluto, denotando sempre più spesso sentimenti di durezza che sfociavano in avvenimenti quotidiani spiacevoli e mortificanti: irritabilità, presunzione e scortesia si sostituirono rapidamente alla proverbiale generosità e signorilità che negli anni la gente aveva imparato ad amare in lui. Forse le tare epilettiche si erano fatte più gravi. Invitò e accolse con tutti gli onori Cleopatra e Cesarione, tra il risentimento della popolazione per nulla attratta dai fasti orientali e l’ umiliazione della moglie Calpurnia, che incontrando personalmente la grande rivale rimase mortificata soprattutto per il fatto di non aver dato figli al legittimo consorte.
Alto, prestante e atletico, l’ età non aveva compromesso la vitalità e l’ avvenenza del grande discendente di Enea e Romolo, se non con la calvizie, un fatto che non riuscì mai ad accettare e che mascherò con vistose corone di alloro, tradizionale simbolo di vittoria e potere.
Marco Giunio Bruto;

Tra gli ottimati, frattanto, serpeggiava il malcontento. Cesare era divenuto di fatto un oppressore che aveva accentrato tutto il potere nelle proprie mani, approfittando delle divisioni interne e delle guerre civili. La Repubblica era stata concepita come un’ assicurazione di libertà data da un governo collegiale, come un sistema equo in cui il potere fosse detenuto entro certi limiti e per un periodo temporaneo: Cesare ne aveva smascherati i limiti e li aveva sfruttati per la propria ascesa. Da sempre fiero di essere discendente di dei e re, non faceva mistero sul fatto di ritenere la Repubblica il sistema ideale per Roma quando ancora era una tranquilla città-Stato: ora le cose erano cambiate, bisognava tornare al potere di uno solo. Il ritorno della monarchia, tuttora inammissibile agli occhi dei romani, era un pericolo più che mai inquietante.
Il 14 febbraio del 44 prima di Cristo, il Senato votò a maggioranza la nomina di Cesare a dittatore a vita, carica che di fatto legittimò i pieni poteri fino alla morte. Ma il senatore Cassio, ardente repubblicano, cominciò a muoversi contro di lui, e convinse alcuni senatori a unirsi nella lotta contro l’ uomo che voleva essere re. Si diffuse presto la voce che l’ oppressore volesse essere incoronato ufficialmente come nuovo sovrano, ma potevano essere soltanto dicerie opportunamente diffuse dai congiurati al fine di giustificare la propria causa. Di certo, Marco Antonio gli aveva già offerto la corona in pubblico, in parte per omaggiarlo e in parte nel desiderio di divenire suo erede al trono, ma Cesare aveva rifiutato. Il gruppo di senatori dissidenti, che di giorno in giorno aumentava, ebbe l’ appoggio entusiastico di Cicerone, e ottenne grande lustro con la partecipazione di Bruto, cittadino molto ammirato per la sua virtù e assai amato da Cesare, da cui era stato adottato come figlio, al punto che in molti mormoravano che fosse suo figlio naturale. Ironicamente, il giovane e ammirato aristocratico era discendente diretto di quel Lucio Giunio Bruto che aveva fondato la Repubblica dopo aver scacciato il disonorevole zio Tarquinio il Superbo: per le strade della città si sarebbe senz’ altro detto che con la partecipazione di un così ammirevole uomo la causa contro Cesare non poteva altro che essere buona e giusta. Dopo intense discussioni, si decise di uccidere il dittatore a vita, e si scelse di agire durante la seduta del Senato prevista il 15 marzo presso la Curia di Pompeo, uno dei tanti luoghi dove il consesso si radunava. Sarebbe stato il momento migliore per colpirlo, in quanto presto sarebbe partito alla volta di una nuova impresa bellica, un progetto grandioso e superiore ad ogni immaginazione con cui avrebbe oscurato anche la fertile fantasia del suo grande idolo, Alessandro Magno: la conquista della Partia, con cui avrebbe vendicato la sconfitta di Carre e la morte Crasso. Vinti i Parti, attraverso il Caucaso avrebbe raggiunto da Oriente i territori dei Germani per sottometterli definitivamente, in una manovra grandiosa e così ampia da oscurare le gesta di Alessandro. Pur vedendo determinati segnali nel corso delle settimane, il grande signore della Città eterna non riconobbe il nuovo grande nemico che stava attualmente prendendo corpo, ossia quello spirito repubblicano che si era consolidato nelle difficili situazioni dei cinque secoli precedenti della storia romana. Abbagliato com’ era dallo splendore della gloria e dei trionfi in battaglia, stordito dalle adulazioni e dalle piaggerie, Cesare non ebbe sentore della minaccia che si stava lanciando contro di lui, ma secondo alcuni vi si sarebbe abbandonato coscientemente mosso da una crescente vena fatalista.
Il mattino del 15 marzo, dopo aver confidato nei giorni precedenti a un caro amico di desiderare una morte rapida e improvvisa, era assai turbato: sua moglie Calpurnia aveva avuto un sogno premonitore e lo scongiurava di non uscire di casa, mentre gli indovini avevano fatto sapere di aver compiuto alcuni sacrifici il cui esito era nefasto. Il saggio Spurinna, uno dei loro più autorevoli esponenti, gli aveva detto chiaramente di guardarsi dalle Idi di marzo. Sulle prime, pensò di mandare Marco Antonio, il suo migliore amico e fidato luogotenente durante la guerra gallica, ad annullare la seduta prevista, ma i congiurati inviarono a casa sua Decimo Bruto per convincerlo a presentarsi in Senato, dal momento che i delegati lo stavano già aspettando: non si poteva annullare la seduta senza mancare loro di rispetto. Il condottiero diede ascolto a Decimo, che reputava un fedele amico, tanto da averlo nominato suo secondo erede nel testamento, e alle undici del mattino si mise in cammino fino alla Curia, senza la scorta di soldati ispanici che aveva sciolto poco tempo prima: solo i senatori e i suoi dignitari erano la sua «guardia».
Appena sedette, i congiurati lo circondarono come per rendergli onore, e uno di loro lo afferrò per la toga dando il segnale convenuto: la prima pugnalata lo colpì alla gola. Tentando di alzarsi in piedi, Cesare reagì afferrando il braccio dell’ assalitore e trapassandolo con l’ arma, ma venne presto colpito da tutte le parti, e volendo morire con dignità si coprì la testa con la toga, distendendola fino ai piedi e sopportando ogni colpo in silenzio, cadendo a terra agonizzante, ai piedi della statua di Pompeo. Mentre i senatori fuggivano spaventati e i congiurati ancora armati si riversarono nel Foro inneggiando alla libertà, Bruto gli diede il colpo fatale, all’ inguine, guardando la sua vittima morire dicendo:
«Anche tu, Bruto, figlio mio…».
L’ uccisione di Cesare;

I congiurati lasciarono il luogo del delitto convinti di aver salvato la Repubblica e ristabilito appieno le sue funzioni. La notizia dell’ assassinio si sparse rapidamente per l’ Urbe, e tre schiavi deposero pietosamente il cadavere su di una lettiga, riportandolo a casa. La capitale del mondo si fece deserta, tra negozi chiusi, strade vuote e la gente trincerata in casa. Nonostante i tentativi di Bruto, la calma non tornò e i congiurati scelsero di ritirarsi in un luogo sicuro. Qualcuno decise addirittura di unirsi agli assassini sperando di trarne vantaggio, pur non avendo partecipato ai fatti. Il successivo 20 marzo si tennero i funerali di Cesare, che venne cremato nel Foro. Gli assassini avevano inizialmente pensato di gettare il corpo nel Tevere subito dopo l’ assassinio, ma molti senatori, spaventati da quanto accaduto, erano immediatamente fuggiti. All’ estremo onore partecipò una folla commossa, e Marco Antonio pronunciò una toccante orazione funebre. Il defunto venne gloriosamente annoverato tra gli dei, e mentre il giovane Gaio Ottaviano, suo pronipote, figlio adottivo e principale erede testamentario, celebrava i primi giochi in suo onore, una cometa splendette per una settimana nei cieli: il suo spirito era stato accolto in cielo.
Dopo la morte di Cesare, la Repubblica fu sconvolta da tredici anni di guerra civile. Nessuno dei suoi assassini sopravvisse più di tre anni, e nemmeno morì di cause naturali: sconfitti da Antonio e Ottaviano a Filippi, Cassio si uccise con lo stesso pugnale usato contro Cesare, mentre Bruto si gettò sulla propria spada. Marco Antonio raccolse l’ eredità politica di Cesare e si innamorò di Cleopatra: quando si mossero contro Roma per fare di Alessandria d’ Egitto il nuovo centro del mondo, Ottaviano divenne il nuovo idolo del Senato e si mosse contro di loro. Sconfitti in battaglia, i due amanti si uccisero, lui con un colpo di spada e lei con il morso di un serpente. Cesarione venne ucciso per ordine di Ottaviano, che a quel punto compì il sogno di Cesare di instaurare l’ Impero, un sistema monocratico di tipo monarchico ma mascherato da Repubblica, assumendo il nome di Cesare Augusto.
Gaio Ottaviano, pronipote ed erede di Cesare;

Dopo oltre duemila anni dalla sua venuta, di Cesare si può tranquillamente affermare che abbia raggiunto il proprio desiderio di gloria, potere e, soprattutto, di immortalità. Ancora oggi, ognuno ha una propria immagine di questo personaggio dal temperamento vasto e dal genio poliedrico: il suo stesso nome è tuttora sinonimo di potestà imperiale, ad esso risalgono etimologicamente le denominazioni come zar e kaiser, così come fu sempre indicata con il nome di «cesarismo» qualunque monarchia non legittima sostenuta dalle armi e dal popolo, come quella incarnata da Napoleone I e suo nipote Napoleone III, suoi grandi ammiratori. Nemmeno il dittatore italiano Benito Mussolini seppe resistere al suo fascino e al desiderio di imitarlo. C’ è chi lo vede come un conquistatore o il fondatore di un nuovo ordine, un condottiero temerario, un elegante scrittore, un capo di Stato clemente e generoso oppure il freddo e subdolo artefice di un piano sottile e tortuoso per abbattere la Repubblica. Con una certa sicurezza si può affermare che sia stato tutte queste cose insieme: fu un prisma le cui molte facce presentarono ciascuna una realtà diversa dalle altre, ognuna delle quali nascondeva il mistero di un uomo che giunse relativamente tardi alla fama dopo aver trascorso anni in mezzo ai loschi traffici della politica e che alla fine, ottenuto il potere dopo esaltanti vittorie a cocenti sconfitte, proprio sul momento di instaurare una nuova monarchia universale si lasciò dominare da un inspiegabile senso di fatalità che lo fece cadere per mano degli avversari. Ma in mezzo a tutti questi interrogativi, quella che emerge senza ombra di dubbio è la figura complessa di un uomo capace di affascinare amici e nemici e di lasciare un’ impronta duratura nella storia, dando vita ad una costruzione politica che ha travalicato i secoli. Come non fare i conti con il Divo Giulio?

mercoledì 25 marzo 2020

Il mito di Sherlock Holmes oltre il giallo classico

Monumento di Sherlock Holmes a Edimburgo;
«E magari, a fumare la sua pipa su una sdraio, in disparte, c’ è pure Sherlock Holmes, che per i suoi più appassionati lettori non è un personaggio letterario ma è esistito veramente alla fine dell’ Ottocento ed è ancora vivo, perché ha scoperto una specie di siero dell’ immortalità.» Carlo Lucarelli;


Il 1887 fu una data storica nella narrativa poliziesca, in quanto vide il debutto di uno dei personaggi letterari più celebri e riusciti di tutti i tempi: il consulente investigativo Sherlock Holmes. Curiosamente, però, la sua entrata in scena non fu baciata dal successo, in quanto «Uno studio in rosso», firmato da Sir Arthur Conan Doyle, passò praticamente inosservato, ma il suo seguito, «Il segno dei quattro», del 1890, venne accolto molto favorevolmente ribaltando le sorti di Holmes, che finalmente entrò nella costellazione del successo e della notorietà. Da allora, nei successivi quattro decenni, Conan Doyle continuò a presentare storie incentrate sull’ iconico investigatore, dando vita ad un vero e proprio archetipo destinato a modellare l’ essenza del giallo classico.
Negli anni, tuttavia, l’ autore edimburghese non apprezzò molto l’ immenso successo di questo particolare personaggio, nella convinzione che rubasse l’ attenzione alle altre sue opere di carattere storico, avventuroso e fantastico come «La mummia» del 1892 e il ciclo del professor Challenger, che con «Il mondo perduto» del 1912 anticipò i temi di «Jurassic Park» di Michael Crichton, e a quegli studi sullo spiritismo, a cui si dedicava con particolare fervore. Ormai stanco dell’ inquilino del 221B Baker Street, in «L’ ultima avventura» ne raccontò la morte facendolo precipitare in un abisso durante uno scontro con il professor James Moriarty, la sua nemesi per eccellenza, presso le cascate di Reichenbach, in Svizzera. Tale tentativo fallì clamorosamente, in quanto nella narrazione si afferma che il corpo non venne mai trovato, e lo scrittore fu costretto a farlo tornare in scena con «L’ avventura della casa vuota» in seguito alle pressioni del pubblico e a fargli risolvere ancora molti altri casi. Lui stesso, influenzato dal personaggio, tentò addirittura di emularlo facendo a sua volta l’ investigatore privato e risolvendo con successo alcuni casi che contribuirono positivamente alla sua già notevole notorietà. Proprio come aveva temuto sin dall’ inizio, la sua produzione fantastica, sebbene assai superiore in quantità, e a suo dire anche in qualità, rispetto al ciclo di Sherlock Holmes, rimase molto meno nota.
Sherlock Holmes in un’ illustrazione di Sidney Paget;

Nel corso dell’ ultimo secolo, il personaggio di Holmes è divenuto uno dei più emblematici e amati della letteratura, suscitando una particolare ondata di ammirazione in tutto il mondo, e dopo la sua morte è stato ripreso da svariati altri autori che ne hanno proseguito le vicende per mezzo di romanzi e racconti apocrifi che considerano aspetti della vita del personaggio tralasciati da Conan Doyle come la sua giovinezza, il periodo dopo il suo ritiro nel Sussex e quello tra la sua presunta morte e la ricomparsa tre anni dopo. In esse incontra anche svariati personaggi storici o letterari. Oltrepassati i confini imposti dalla carta stampata, approdò in radio, in televisione e al cinema, aumentando la propria celebrità a livelli esponenziali. Chi, pur non essendo uno sfegatato del giallo, non ha mai subìto il fascino di questo insolito personaggio con il cappotto, il berretto da cacciatore e la pipa, spesso ruvido, che al primo colpo d’ occhio può capire le dinamiche di un omicidio o stabilire con una certa esattezza gli spostamenti della persona che ha di fronte?
Holmes e il dottor John H. Watson, suo biografo;

Nella narrativa e nel mondo dello spettacolo, il pubblico dimostra da sempre un grande fascino nei riguardi del personaggio eccentrico, caratterizzato da una spiccata intelligenza e stravaganza, entrambi elementi fondamentali nella soluzione al problema che rappresenta l’ evento scatenante della vicenda e nello sviluppo della stessa trama: è certamente il caso di Holmes, nella sua lunga carriera chiamato a risolvere tanto nella metropoli londinese quanto nella sonnolenta campagna britannica e infine nei Paesi di mezza Europa un’ impressionante serie di misfatti che vanno dall’ assassinio alla frode patrimoniale, senza escludere il ricatto, destreggiandosi tra nobili, ricchi, maggiordomi, tappeti persiani e raffinati servizi da tè, ritrovando tesori, chiarendo misteri e salvando onori minacciati da gravissime onte per poi servire la patria nel corso della Grande Guerra come agente del governo, ritirandosi dapprima nel Sussex, ove si dedica all’ apicoltura, per poi trasferirsi in una fattoria vicino a Eastbourne, ove si dà alla filosofia e all’ agricoltura.

La qualità di una storia dipende in gran parte dallo spessore dei suoi personaggi, e nel corso della serie letteraria dedicata al geniale investigatore Conan Doyle seppe costruire un personaggio unico, indubbiamente fuori del comune, convincente e affascinante. In «Uno studio in rosso» Holmes viene descritto come un uomo molto magro e spigoloso, che sfiora il metro e novanta di statura, con fronte alta e naso aquilino che conferise alla sua espressione un’ aria vigile e decisa, sguardo acuto e penetrante, il mento prominente e squadrato tipico dell’ uomo d’ azione, le mani invariabilmente macchiate d’ inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, dal tocco straordinariamente delicato. Uomo dalle abitudini frugali, al limite dell austerità, abituato a mangiare pochissimo e convinto che l’ esercizio fisico fine a sè stesso sia uno spreco di energie, tanto da fare raramente del moto se non per ragioni professionali, è per certi versi contradditorio: da un lato rivela un carattere aperto e disponibile all’ aiuto, dall’ altro uno chiuso e distaccato. Nel racconto «Un caso d’identità» si nota un lato pensieroso ed emotivo, quando si lascia prendere dalla rabbia per l’ inganno che ha subito Mary Shutterland e vorrebbe prendere a frustate il padrino che l’ ha illusa di un amore inesistente: questo non significa che sia una persona violenta o aggressiva, anzi dimostra il suo lato umano, sensibile e giusto. Anche nel racconto «Il trattato navale» è presente il suo essere sensibile: «Passò accanto al divano per andare verso la finestra aperta e sollevò il gambo incurvato di una rosa muschiata, osservandone le delicate sfumature verdi e cremisi». La sua acuta intelligenza lo rende un personaggio difficile da gestire, dal carattere spigoloso: diffida degli altri, e talvolta sfora nell’ arroganza e nella presunzione. Il suo carattere è assai mutevole, in quanto sente un forte bisogno di esercitare la propria intelligenza nella risoluzione di un enigma, quindi alterna momenti di immensa energia ed entusiasmo, tipici quando affronta un caso e nei quali non mangia e neppure dorme, ad altri di depressione nei periodi di inattività, nei quali si sente inutile e sprofonda nella poltrona ricorrendo a iniezioni di cocaina o morfina come antidoto alla monotonia dell esistenza, dipendenza che ad un certo punto, con un certo disappunto da parte del dottor John H. Watson, suo coinquilino, sostituisce con la pipa perché soprattutto nelle indagini più complesse lo porta ad affumicare completamente il soggiorno del loro appartamento. La sua personalità risente molto di questi profondi e numerosi cambiamenti d’ umore, eppure si può affermare che è molto cinico e distaccato da tutto ciò che non lo interessa, un genio dall intuito notevole e dalla grande rapidità di pensiero, un anticonformista il cui comportamento singolare è dettato dalle sue particolari intuizioni sulla vita e il mondo creato dagli uomini, un solitario che comunque sa essere pacato e benevolo verso il prossimo, garbato e delicato verso il cliente di turno, uno che gode nello sfoggiare il proprio talento a danno di Scotland Yard, di cui critica i metodi investigativi pur aiutandola in modo determinante e lasciandole tutto il merito rimanendo anonimo. A lui non interessa inseguire il successo nel lavoro, ma rendersi utile per la società. Pensa a risolvere i casi analizzando il vero problema: fermandosi, sedendosi, chiudendo gli occhi, congiungendo le dita, ascoltando con estrema attenzione e concentrazione, immergendosi profondamente nei suoi pensieri e in una colta meditazione, attendendo con pazienza che arrivi l’ illuminazione. E’ noto per non tenere alla considerazione del pubblico, spesso infatti preferisce lasciare agli attoniti ispettori di Scotland Yard il merito di aver risolto un caso, consapevole dell’ importanza, per quei poveri malpagati funzionari, di far bella figura con i superiori: cosa che tiene sempre alta la sua popolarità tra i poliziotti. Anche per quanto riguarda le onorificenze ufficiali, non dà mai loro grande importanza: ad una Legion d’ Onore attribuitagli nel 1894, insieme ad una lettera autografa di ringraziamento del Presidente francese, fa da contraltare un titolo di baronetto che rifiuta. E’ invece estremamente sensibile ai complimenti e alla considerazione di chi lo circonda, e non disdegna un’ udienza privata presso la Regina Vittoria, che lo ringrazia dei suoi servigi con una spilla di diamanti. Non è un uomo ordinato, anzi: ha una camera stabilmente in disordine, con carte sparse un po’ dappertutto e sostanze chimiche ed oggetti distribuiti alla rinfusa su tutti i piani disponibili, fuma gli avanzi di tabacco delle pipe del giorno precedente, tiene i sigari nel secchio del carbone, il tabacco nella punta di una pantofola persiana, e la posta inevasa trafitta da un pugnale al centro della mensola di legno del caminetto, si sveglia tardi e si esercita al tiro alla pistola sprofondato sulla poltrona del suo appartamento, mirando alla parete opposta. Tutte indicazioni di una mente lasciata libera di vagare, di scoprire, di allargarsi. Poche volte rimane alzato dopo le 22:00 e invariabilmente la mattina fa colazione ed esce prima di Watson, il solo con cui ha un buon rapporto, mentre appare emotivamente molto distaccato e disinteressato nei riguardi degli altri. Alquanto riservato, è ben poco sensibile agli inviti mondani, che ritiene «sgraditissimi» perché «impongono a un individuo o di annoiarsi a morte o di mentire!». Per commentare il suo atteggiamento, Watson cita Orazio: «Il popolo mi fischia, ma io mi applaudo da me, a casa mia, quando contemplo le mie ricchezze in cassaforte.». Tende poi a non legarsi alle donne nel desiderio di preservare la mente in un costante stato di lucidità e libertà da pensieri inutili e svianti, così da non comprometterne la capacità razionale: «L’ amore è un’ emozione, e tutto ciò che è emozione contrasta con la fredda logica che io pongo al di sopra di tutto.». L’ unica donna per la quale nutre sincera ammirazione è Irene Adler, cantante lirica statunitense di discendenza tedesca, subdola e raffinata avventuriera che in «Uno scandalo in Boemia» riesce clamorosamente a superarlo in astuzia. Non è superbo come appare ai più, ma realista: «Non sono fra coloro che considerano la modestia una virtù. Per un uomo dotato di logica, tutte le cose andrebbero viste esattamente come sono, e sottovalutare sé stessi significa allontanarsi dalla verità almeno quanto sopravvalutare le proprie doti.». E’ un esperto pugile, spadaccino e schermidore con il bastone.
Il metodo di indagine che ha adottato si basa sul processo logico di osservazione e deduzione dei dettagli disponibili, dai quali scarta quelli irrilevanti per poi concentrarsi sui rimanenti. Conoscitore di botanica, geologia, chimica e anatomia, e versato nell’ analisi scientifica, preleva e confronta abitualmente campioni, è un grande esperto nel riconoscere le impronte, fattore spesso centrale nelle sue indagini, è un abile grafologo ed è pratico nell’ interpretazione del linguaggio del corpo. Vanta peraltro una vasta ed enciclopedica conoscenza della storia criminale, che lo aiuta moltissimo nelle sue indagini. Questo metodo lo differenzia dal fratello Mycroft, importante impiegato governativo e più vecchio di sette anni, dotato di capacità deduttive persino maggiori delle sue, ma incapace di svolgere il lavoro tanto caro al fratello a causa della sua particolare pigrizia: pur essendo un vero e proprio calcolatore umano, non si sposta mai più di poche centinaia di metri da casa, evita di uscire per verificare la propria ipotesi preferendo considerarla sbagliata, essendo assolutamente incapace di risolvere un enigma dal punto di vista strettamente pratico.
Il consulente investigativo interpretato da Peter Cushing;

Sherlock Holmes è un personaggio particolarmente suggestivo e coinvolgente, ma il fattore intelligenza rappresenta solo una parte del suo successo e della sua attrattiva. La sua personalità, così dettagliata, anticonformista, spigolosa e spesso sgradevole rappresenta forse il lato che maggiormente ha sempre colpito il lettore. Che genio e sregolatezza vadano a braccetto non è un mistero per nessuno. Da sempre, infatti, le menti più geniali e creative sono state associate ad atteggiamenti altamente singolari, ai limiti dell’ asocialità. Per l’ esattezza, gli individui dall’ intelligenza superiore sono spesso stati indicati come depositari di una profonda alterazione mentale, disturbi bipolari e manie ossessive e compulsive. Rileggendo ad esempio le biografie e le bizzarre abitudini della maggior parte degli artisti, in particolare dei pittori e degli scrittori più celebri, questo troverebbe certamente conferma, e in questi ultimi anni anche la scienza ha fatto la sua parte conducendo alcuni studi che hanno indicato nuove interessanti evidenze scientifiche a sostegno della tesi che vorrebbe uno stretto legame fra genialità e follia, anche se quest’ ultimo termine non è propriamente corretto in quanto il concetto di normalità, quindi quello di follia, si basano su concetti tuttora reputati vaghi e indefiniti. Potrebbe esserci infatti una predisposizione genetica, oppure un’ influenza da parte dell’ ambiente esterno. Comunemente si ritiene che la persona creativa applichi un approccio originale alla soluzione di problemi, e abbia uno stile di pensiero diverso da quello degli altri, animato da una capacità di creare associazioni d’ idee insolite. La creatività può essere definita come la capacità di produrre un lavoro che sia allo stesso tempo nuovo e significativo, opposto cioè tanto al banale quanto alla semplice bizzarria. Per valutare le differenze individuali nella creatività si ricorre all’ esame per il pensiero divergente, che in genere richiede di trovare risposte nuove e sensate a situazioni problematiche. La creatività appare inoltre correlata ad alcuni tratti della personalità, come l’ apertura alle esperienze, ed è stato osservato che le persone altamente creative appartengono più spesso a famiglie in cui qualche membro ha sofferto di disturbi mentali. Anche le persone affette da schizofrenia e disturbo bipolare hanno spesso anomalie nei processi cognitivi. Peraltro, il gruppo scientifico di Kari Stefansson, nello studio pubblicato su Nature Neuroscience, riporta che vi sia una radice genetica comune nei processi cognitivi più elevati e sfaccettati, mentre una ricerca condotta presso il Karolinska Institutet e pubblicata sulla rivista informatica PloS ONE evidenza che genio e sregolatezza hanno origine nella sessa zona del cervello, il talamo, che svolge una funzione analoga a un relè che filtra l’ informazione prima che arrivi alle aree della corteccia, peraltro responsabili della cognizione e del ragionamento. Fredrik Ullén, che ha diretto lo studio, dichiarò: «Studiando il cervello e in particolare i recettori D2, abbiamo mostrato che il sistema dopaminergico di persone sane e altamente creative ha alcune somiglianze con quello di chi soffre di schizofrenia.». Lo studio mostra che le persone fortemente creative che hanno buone prestazioni negli esami sul pensiero divergente hanno anche una bassa densità di recettori D2 nel talamo rispetto a persone che appaiono meno creative. E’ noto che anche gli schizofrenici hanno una bassa densità di recettori D2 proprio in questa regione del cervello, suggerendo una sorta di legame fra creatività e schizofrenia. L’ esistenza di meno recettori D2 nel talamo implica con tutta probabilità un minore filtraggio dei segnali, e quindi un maggiore flusso di informazioni dal talamo: ciò darebbe conto del meccanismo sottostante alla capacità di vedere molti collegamenti insoliti in una condizione di risoluzione di problemi nelle persone creative, e le bizzarre associazioni nel malato mentale.
Uno Holmes depresso interpretato da Jeremy Brett;

Nel caso specifico di Holmes, ad una attenta analisi si può dedurre che soffre del disturbo borderline di personalità, il celebre disturbo mentale le cui caratteristiche essenziali includono la paura del rifiuto, l’ instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’ immagine di sé, nell’ identità e nel comportamento. Possono essere presenti ira incontrollabile, depressione e, più raramente, mania. Tali comportamenti sono presenti fin dall’ adolescenza e si manifestano attraverso una varietà di situazioni e contesti. Quando si parla di personalità borderline si intende genericamente un carattere insicuro, spesso aggressivo, egocentrico e connesso ad atteggiamenti come l’ autolesionismo e la depressione. Tuttavia, il problema è più complesso: non si ha a che fare solo con un tipo di indole, perché affermare che qualcuno è borderline non è come dire che è dolce, scontroso o simpatico, e non si tratta neppure di una moda, sebbene nella nostra cultura si sia imposto un certo fascino per le menti tormentate e oscure. La personalità borderline, infatti, è innanzitutto un disturbo psichico, una condizione che genera un significativo livello di instabilità emotiva, caratterizzata da una immagine distorta di sé, da sensazioni di inutilità e dall’ idea di essere fondamentalmente difettati. Il paziente oscilla rapidamente lungo intensi stati di rabbia, furia, dolore, vergogna, panico, terrore ed un sentimento cronico di vuoto e solitudine. Si tratta di individui che si differenziano dagli altri sia per l’ elevata impulsività, sia per una intollerabile condizione di dolore ed urgenza. Altra caratteristica è la reattività umorale. Occorre specificare che non tutti i sintomi del borderline finora evidenziati sono la prova di una patologia, in quanto le sfumature di significato di un atteggiamento possono essere infinite e non è detto che chi si comporta in un certo modo debba per forza essere malato.
Comunque, è sconcertante notare che spesso chi possiede una personalità tormentata presenti anche un carattere interessante da cui scaturisce un forte carisma: gli individui borderline sono tra i più indagati, apprezzati e conosciuti.
In tutta evidenza, il consulente investigativo londinese non incarna tutti gli atteggiamenti tipici del disturbo borderline di personalità: non risulta ad esempio che abbia mai davvero preso in considerazione il suicidio o l’ autolesionismo, e anzi lo si vede assai deciso a vendere cara la pelle. Piuttosto, sono assai evidenti altri sintomi tipici quali l’ instabilità emotiva, che lo vede alternare scoppi di entusiasmo sfrenato quando è vicino alla soluzione un enigma insidioso a momenti di depressione e apatia quando non ci sono più nuovi casi da risolvere e la vita diventa noiosa, senza tralasciare la difficoltà nel gestire le relazioni interpersonali e l’ abuso di sostanze stupefacenti, che in particolare risulta un sintomo dell’ incapacità di controllare la propria emotività, che vive come una vera e propria giostra, oscillando tra stati e percezioni opposti: il cocainomane sente il bisogno di caricarsi sentendosi spesso incapace e poco apprezzabile, mentre il morfinomane tende a spegnere e a spegnersi. Peraltro, la sua straordinaria forza d’ animo e l’ amore per le avventure suggeriscono un particolare bisogno nel mettersi costantemente in gioco, e non gioisce mai dei propri successi proprio perché sempre alla spasmodica ricerca di altri stimoli. La sua tendenza a drogarsi è evidente, tanto con gli stupefacenti quanto con la tendenza ad assecondare il costante bisogno di risolvere i misteri più difficili, per dimostrare qualcosa a sè stesso in una vera e propria mania. E non sembra neppure che abbia una particolare autostima, per quanto lasci intendere di essere cosciente di possedere una mente geniale e spesso appaia altezzoso: tutto ciò può far supporre che si senta un passo indietro agli altri, poiché l’ intelligenza lo rende diverso dalle persone comuni, estraniandolo pertanto dalla società, e il fatto di essere tanto singolare potrebbe farlo sentire inadeguato anziché speciale. E, come sempre accade, l’ arroganza, è la maschera privilegiata con cui gli insicuri occultano il proprio disagio, proteggendosi da eventuali attacchi con un comportamento presuntuoso. Peraltro, i suoi sport preferiti, scherma e pugilato, paiono un veicolo privilegiato con cui raggiungere e preservare un più forte equilibrio mentale ed emotivo: lo sport è da sempre estremamente utile nel dare una direzione alle proprie emozione, specie le meno accettabili quali paura, rabbia e aggressività. Il pugilato, di cui Holmes è un praticante provetto, è spesso visto alla pari di una rissa da osteria, mentre invece richiede grande consapevolezza del proprio corpo e capacità di direzionare la forza, tanto che anche i meno forti divengono capaci di sferzare colpi notevoli. Nella scherma, altra pratica di cui il geniale consulente è eccellente, valgono principi simili al pugilato: gestione e direzione, nonchè coordinamento di tutto il corpo, soprattutto le gambe, in una sorta di danza.
Ciò che più di ogni altra cosa pare confermare maggiormente il suo disturbo borderline di personalità si intravede nel legame con il dottor Watson: finché nella sua vita non ci sono amici a cui valga la pena di affezionarsi riesce a mantenere un distacco notevole da chiunque e a stare bene da solo, eppure, quando sente di potersi aprire con qualcuno, come l’ ufficiale medico reduce dalla Seconda guerra anglo-afghana, inizia ad aver bisogno di tale persona al punto di desiderare una sorta di esclusiva, mossa dalla paura dell’ abbandono. Il geniale ed eccentrico sostenitore della sottile scienza della deduzione potrebbe seriamente avere il cuore assai meno gelido di quanto l’ apparenza possa suggerire.
Sherlok Holmes e il fascino della sua personalità...

Nato come semplice personaggio letterario, oggi Sherlock Holmes è considerato uno dei maggiori personaggi immaginari mai inventati, oltre che uno dei più carismatici e di maggior talento, molto apprezzato per il suo fascino e il carattere, per molti aspetti misteriosi e controversi. Come pochi, anche grazie alle notevoli imprese affrontate sempre con grande successo nonostante le difficoltà e magistralmente raccontate dal fedele amico e braccio destro Watson, suo vero e proprio biografo, ha saputo conquistarsi un ampio pubblico trasformandosi in un’ icona facilmente riconoscibile e davanti a cui è molto difficile rimanere insensibili, assicurandosi un posto d’ onore nell’ immaginario collettivo ampiamente confermato dai mezzi di comunicazione, e che nel corso di oltre cent’ anni ha occupato con la stessa identica maestosità. Basta infatti pronunciare tuttora il suo nome per evocare tanti significati, dal giallo classico al metodo scientifico, dal grande genio della deduzione all’ osservatore esterno e sfuggente della gente comune. Come ignorare o non apprezzare uno come Holmes?

lunedì 10 febbraio 2020

Il destino di Guerre stellari

«Il Lato Oscuro getta la sua ombra su tutto…» Yoda in «L’ attaco dei cloni»;

Oggigiorno, quella di Guerre stellari è una delle serie fantascientifiche più note e riuscite di tutti i tempi, una magnifica epopea che dal 1977 appassiona instancabilmente milioni di persone in tutto il mondo, con i suoi potenti contenuti culturali, i messaggi filosofici e morali e la visione del mondo che riesce a trasmettere oltre la finzione scenica e la spettacolarità dei film, produzioni di elevato impatto visivo, espressivo ed emotivo, in un espediente narrativo che nonostante le differenze molto li accosta alla serie di Star Trek.
Inserita nel genere dell’ epopea spaziale, la serie si ambienta in un’ era imprecisata e in una Galassia immaginaria, popolata da umani e diverse altre razze aliene provenienti da ogni sua regione conosciuta e retta da un unico e immenso Stato, la democratica e caotica Repubblica Galattica, poi divenuta un Impero oppressivo ed ingiusto. I droidi vi svolgono una vasta varietà di compiti, mentre le astronavi, capaci di navigare nell’ iperspazio, permettono rapidi e agevoli viaggi tra i numerosi pianeti e sistemi noti. La trama segue l’ eterno confronto tra bene e male, personificati dall’ ordine degli Jedi e da quello dei Sith, che traggono i propri poteri sovrumani dal Lato Chiaro e Oscuro di un campo di energia mistica chiamato Forza. I primi sei film seguono la caduta della Repubblica, l’ instaurazione dell’ Impero Galattico e sua la successiva sconfitta per mano dell’ Alleanza Ribelle, mentre gli ultimi tre mostrano la caduta della Nuova Repubblica e l’ instaurarsi del Primo Ordine, contrastato dalla Resistenza.
George Lucas, creatore della serie;

La saga di Guerre stellari è un vero e proprio mito, un patrimonio di massa che tramite il cosiddetto Universo espanso, l’ insieme del materiale ufficiale composto da fumetti, libri, videogiochi che ne hanno arricchito la storia con vicende e concetti, ha acquisito un’ esistenza non più limitata ai film prodotti nel trentennio tra il 1977 e il 2005 dal suo creatore, il regista e produttore californiano George Lucas. Il suo più grande punto di forza risiede nei messaggi a cui Lucas volle dare risalto, e dall’ ispirazione da grandi opere quali la serie di Flash Gordon, i film di Akira Kurosawa, il ciclo di Dune di Frank Herbert e gli studi sulla mitologia di Joseph Campbell, ognuno dei quali la rese qualcosa in cui chiunque può riconoscersi, con i suoi personaggi di ampia e sfaccettata personalità e gli avvenimenti che toccano i singoli protagonisti o l’ intera Galassia.
Tuttavia, come ogni realizzazione artistica umana, anche Guerre stellari è stata purtroppo soggetta ad un’ opera di deformazione e impoverimento a danno della sua qualità, dettata da un semplice e drammatico passaggio di proprietà nel momento in cui la Lucasfilm Ltd, casa di produzione cinematografica fondata da Lucas nel 1971, venne acquisita da The Walt Disney Company il 30 ottobre 2012, la quale, divenuta titolare dei diritti di Guerre stellari, riesumò l’ intenzione iniziale di Lucas circa una terza trilogia atta a fare di quella realizzata tra il 1977 e il 1983 quella centrale, sognando però un banale successo finanziario anziché una solida e precisa narrazione arricchita da idee e valori che tradizionalmente ebbero tanto fondamento nella sua genesi. L’ uomo subentrato a Lucas nella creazione della terza trilogia fu J. J. Abrams, regista, sceneggiatore e produttore già noto per il telefilm «Lost», il rilancio della serie cinematografica di Star Trek e il film «Super 8»: nonostante la grandiosità visiva e scenica, ad una attenta analisi gli ultimi tre film di Guerre stellari, prodotti tra il 2015 e il 2019 non risultano all’ altezza dei sei precedenti, basando le trame su situazioni ripetitive e per nulla innovative e, peggio ancora, discostandosi da alcuni importanti concetti espressi nel corso dei tre capitoli presentati tra il 1999 e il 2005 e, soprattutto, nel finale di «Il ritorno dello Jedi».
 
J. J. Abrams, nuovo curatore della serie;
La sceneggiatura di Guerre stellari come attualmente è nota nasce da una lunga serie di rielaborazioni e riscritture che hanno alimentato la storia di ogni capitolo, che spesso ha beneficiato di idee inizialmente scartate. Nella mente di Lucas fu soggetta ad un lungo e intenso un itinerario evolutivo. A dispetto dei molti che classificano Guerre stellari come semplice fantascienza, è facile notare quanto questa serie non sia estrapolazione scientifica, ma mito allo stato puro che si serve anche della rappresentazione fantascientifica: è più propriamente una mescolanza di epos e tragedia che fa suoi svariati spunti apparentemente contraddittori, come le vicende dei samurai in Giappone, dei monaci buddhisti guerrieri del Monastero di Shaolin in Cina e dei Cavalieri templari in Palestina che fecero da base dell’ ordine degli Jedi, piuttosto che quelle della caduta della Repubblica romana in favore dell’ Impero al tempo di Cesare Augusto, fonte di quelle relative alla Repubblica sotto il Cancelliere Supremo Palpatine, o i racconti su corsari e pirati e i western su cowboy e fuorilegge, da cui vennero modellate le avventure di Han Solo, Chewbacca, Lando Calrissian, Jabba the Hutt e Boba Fett, senza dimenticare il classico delle principesse in pericolo, come Leila Organa, e i robot umanizzati, i caccia stellari rugginosi le sofisticate armate di droni e cloni. Il tutto, poi, è amalgamato dal concetto onnicomprensivo della Forza, descritta dal Maestro Obi-Wan Kenobi, novello mago Merlino, come un campo di energia mistico generato da tutti gli esseri viventi che pervade l’ universo e tutto ciò che esso contiene, e che nelle intenzioni di Lucas rappresenta una sintesi di tutte le tradizioni religiose mondiali, teso a introdurre un aspetto spirituale nella serie.
Ogni film del ciclo nasce dalla rielaborazione, e talvolta dalla semplificazione, di molteplici modelli narrativi, eventi storici e suggestioni religiose, che tuttavia nella terza trilogia di J. J. Abrams risulta grandemente assente, tranne qualche sprazzo deludente e fallimentare, in favore dell’ elemento più strettamente avventuroso: si direbbe che il cineasta newyorkese si sia affrettato a proseguire le vaste e articolate vicende di questa saga leggendaria senza la dovuta preparazione, relegandola al banale genere di azione infiorettato da effetti speciali in grande stile e ridicolizzato da trame spesso incoerenti, deboli e inadeguate.
Locandina della seconda trilogia;

La trilogia originaria, iniziata nel 1977 con «Una nuova speranza» e proseguita nel 1980 con «L’ Impero colpisce ancora» per poi concludersi nel 1983 con «Il ritorno dello Jedi», presenta una Galassia nel pieno di una devastante guerra civile, tra l’ Impero Galattico, un regime totalitario estremamente gerarchizzato e militarizzato, e ipertecnologico, che incute paura anche tramite lo sfoggio di armi di distruzione di massa, come la Morte Nera, nella convinzione che «sia meglio governare con la paura della forza, piuttosto che con la forza», e l’ Alleanza Ribelle, un movimento di resistenza militare formato da vari pianeti rimasti fedeli alla decaduta Repubblica Galattica, che al suo splendore incarnava la democrazia e lo Stato di diritto.
«Una nuova speranza» narra le vicende di Luke Skywalker, un giovane contadino che vive su di un pianeta desertico ai margini della Galassia, che un giorno incontra due droidi che custodiscono un messaggio da portare per conto della principessa Leila Organa, una delle guide ribelli più rispettate, a Obi-Wan Kenobi, un tempo Maestro Jedi ed eroe delle Guerre dei Cloni, chiamato ad aiutare la Ribellione contro l’ Impero nel consegnare il messaggio, contenente le planimetrie della stazione da battaglia nota come Morte Nera, ad un importante capo ribelle. Luke scopre che suo padre era a sua volta uno Jedi, segue Obi-Wan e si unisce ai Ribelli, iniziando il proprio addestramento per divenire uno Jedi come il genitore. In «L’ Impero colpisce ancora», Darth Vader, Signore Oscuro dei Sith e comandante in capo della Flotta Spaziale Imperiale, è alla ricerca di Luke, che dopo la morte di Obi-Wan per mano dello stesso Vader è sulle tracce del Maestro Yoda, l’ ultimo Jedi sopravvissuto allo sterminio voluto dall’ Impero. Nonostante i suggerimenti di Yoda, Luke interrompe il suo addestramento per recarsi da Vader, che tiene in ostaggio i suoi amici e compagni di lotta, e dopo un duello con la spada laser perde una mano e scopre che Vader è suo padre. In «Il ritorno dello Jedi», infine, l’ Imperatore Palpatine, Signore Oscuro dei Sith responsabile della caduta della Repubblica in favore dell’ Impero nonché della conversione di Darth Vader al Lato Oscuro della Forza e del successivo sterminio degli Jedi, tende una trappola all’ Alleanza Ribelle, attirandola in forze nei cantieri astronavali della seconda Morte Nera, mentre Luke si prepara ad affrontare suo padre in un difficile confronto teso a redimerlo e a farlo tornare lo Jedi di un tempo. La battaglia sarà durissima, ma alla fine l’ Impero viene sconfitto e Darth Vader riscopre il proprio lato buono uccidendo l’ Imperatore e abbandonando il Lato Oscuro, salvando la vita di Luke a cui ora spetta il compito di ricostruire l’ ordine degli Jedi addestrando una nuova generazione di allievi.
Nella seconda trilogia, iniziata nel 1999 con «La minaccia fantasma», che nel 2002 ebbe come seguito «L’ attacco dei cloni», chiudendosi nel 2005 con «La vendetta dei Sith», si assiste all’ ascesa politica del senatore Palpatine e alla trasformazione della Repubblica in Impero. In «La minaccia fantasma» il pianeta Naboo, remoto e ininfluente nel contesto politico della Repubblica, viene stranamente preso d’ assalto da una potente gilda commerciale, e il Maestro Jedi Qui-Gon Jinn trae in salvo Amidala, regina di Naboo, nascondendosi su Tatooine per riparare l’ astronave e facendo la conoscenza del piccolo Anakin Skywalker, in cui riconosce un elevatissimo potenziale da Jedi. Scoperto che i Sith, un antico ordine di Jedi rinnegati, non sono stati uccisi tutti secoli addietro come si pensava, il gruppo raggiunge il pianeta capitale ove il senatore Palpatine diviene nuovo Cancelliere Supremo e Anakin non viene accettato come allievo dall’ ordine. Tornati su Naboo, Qui-Gon e il discepolo Obi-Wan Kenobi aiutano Amidala a sconfiggere la corporazione occupante, con l’ insperato aiuto di Anakin, che ora viene accettato come discepolo di Obi-Wan, divenuto Jedi dopo aver ucciso il misterioso Sith che ha a sua volta ucciso Qui-Gon. In «L’ attacco dei cloni», la Galassia è scossa dal movimento dei separatisti, guidati da un ex Jedi, il conte Dooku, che istiga la secessione da una Repubblica ormai troppo burocratica e corrotta, incapace di rispondere ai bisogni delle popolazioni. Obi-Wan e il suo apprendista Anakin sono chiamati a difendere Amidala, ora senatrice e guida dell’ opposizione alla formazione di un esercito della Repubblica, da qualche tempo vittima di alcuni attentati fallimentari. Scoperto che i responsabili sono la gilda commerciale che dieci anni prima ha invaso Naboo e ora legati a Dooku, nuovo apprendista del misterioso Signore Oscuro dei Sith già coinvolto nell’ invasione di Naboo, Obi-Wan scopre che qualcuno ha preparato un esercito di cloni per la Repubblica, che pare arrivare proprio al momento giusto in quanto Dooku vuole sferrare un attacco con una serie di armate di droidi. «La vendetta dei Sith» mostra invece la caduta definitiva della Repubblica. Dopo tre anni di guerra civile, il Cancelliere Palpatine viene rapito da Dooku, ma viene salvato da Obi-Wan e Anakin, ora Jedi pienamente ordinato e segretamente marito di Amidala nonostante i voti di castità tipici dell’ ordine, che uccide Dooku. Con il tempo anche i condottieri separatisti vengono uccisi, e Palpatine gradualmente assume sempre più poteri politici in nome della sicurezza, svelando ad Anakin di essere il Signore Oscuro dei Sith e convincendolo di avere il potere di salvare Amidala, rimasta incinta, dalle sue premonizioni di morte. Dopo aver fatto credere che gli Jedi sono coinvolti in un complotto per rovesciare il governo della Repubblica, il Cancelliere Supremo si autoproclama Imperatore con l’ appoggio del Senato, e convince definitivamente Anakin a divenire suo allievo con il nome di Darth Vader, mandandolo alla testa dell’ esercito imperiale a sterminare gli Jedi. Sconvolta da ciò che suo marito è diventato, Amidala muore dando alla luce due gemelli, Luke e Leila: il primo viene mandato su Tatooine, ove Obi-Wan veglierà su di lui, l’ altra viene affidata alla famiglia reale di Alderaan, gli Organa.
La storia continua lungo un sentiero assai dubbio...

Le prime due trilogie, accuratamente studiate da George Lucas, sono una storia epica di grandi battaglie, di amicizia tradita e un amore proibito, di una lenta e inesorabile discesa verso il male e poi a un ritorno verso il bene intrapresi sia dalla Galassia che da Anakin Skywalker, alias Darth Vader, nella quale viene confermato il grande valore e potere dell’ animo umano nonostante l’ indubbia forza della tecnologia. In particolare, in «La minaccia fantasma», «L’ attacco dei cloni» e «La vendetta dei Sith» viene presentato il tema del Prescelto, un individuo dotato della più grande connessione con la Forza e destinato a riportare l’ equilibrio tra il Lato Chiaro e quello Oscuro, mutandola per sempre: tale profezia si compie nella vita di Anakin, che passando al Lato Oscuro contribuisce a far cadere la ormai vecchia e debole Repubblica e a distruggere l’ ordine degli Jedi, accecati dall’ orgoglio e da un’ eccessiva sicurezza in sé stessi, per poi rivoltarsi contro Palpatine, l’ ultimo Sith, uccidendolo e tornando al Lato Chiaro, morendo da Jedi e lasciando al figlio Luke il compito di trasmettere l’ eredità degli Jedi, edificando un ordine migliore e più forte del precedente.
Ora che Lucas non è più al comando della Lucasfilm Ltd, passata di proprietà alla Disney, il marchio di Guerre stellari e i suoi immensi proventi venne inevitabilmente adocchiato dalla nuova proprietà, che a quasi un decennio dalla distribuzione di «La vendetta dei Sith» scelse di riesumare il progetto abbandonato di una terza trilogia riprendendo le vicende della Galassia laddove «Il ritorno dello Jedi» le aveva lasciate in sospeso, mettendo insieme una vasta unità operativa comprendente produttori e sceneggiatori, primo fra tutti J. J. Abrams. Le idee raccolte e promosse per la nuova trilogia di fatto furono molto diverse da quanto venne risaltato nei precedenti sei capitoli. Tanto per cominciare, infatti, come evidenziato dal titolo del settimo film, «Il risveglio della Forza», appare evidente quanto il messaggio dei film precedenti non sia stato compreso a dovere dai nuovi autori, in quanto l’ essenza della Forza non era in letargo, ma sbilanciata a favore del Lato Oscuro fino alla redenzione di Darth Vader nel finale di «Il ritorno dello Jedi». Lo stesso «Il risveglio della Forza» ripropone uno scenario praticamente analogo a quanto presentato in «Una nuova speranza»: a trent’ anni dalla sconfitta dell’ Impero a seguito della Battaglia di Endor, la Nuova Repubblica è minacciata dal Primo Ordine, composto dai resti dell’ Impero, ora guidato da un misterioso individuo di nome Snoke, legato al Lato Oscuro della Forza. Tuttavia, la Repubblica è difesa dalla Resistenza, una forza militare guidata dalla principessa Leila. Luke Skywalker è scappato nel desiderio di nascondersi dopo che suo nipote, Ben Solo, figlio di Leila e suo discepolo Jedi, si è ribellato trucidando gli altri allievi per unirsi a Snoke assumendo il nome di Kylo Ren, signore dei cavalieri di Ren. La Resistenza deve assolutamente ritrovare Luke e distruggere la base Starkiller, un pianeta convertito in una superarma capace di distruggere interi sistemi stellari, ragion per cui manda un proprio miliziano che, scoperte alcune importanti informazioni, le custodisce in un droide che manda su di un pianeta deserto, dove viene trovato da Rey, una giovane mercante di rottami in cui la Forza scorre potente. «Il risveglio della Forza» è praticamente una rimasticatura di quanto visto già in «Una nuova speranza», in cui vari punti della trama risultano assai scadenti: Ben Solo abbraccia il Lato Oscuro della Forza per imitare il nonno, Anakin Skywalker; Luke, dopo aver gloriosamente sconfitto i Sith, volta le spalle alla Galassia nella sua ora più buia alla volta di un mondo remoto nelle vesti di un nuovo Obi-Wan; Han Solo e Chewbacca tornano a fare i contrabbandieri anziché unirsi alle forze armate della Nuova Repubblica, fino all’ assassinio di Han da parte di suo figlio Ben; il Primo Ordine è guidato da un individuo che di fatto si rifà in tutto a Darth Sidious; la Nuova Repubblica non contrasta neppure il Primo Ordine, delegando l’ onere alla Resistenza; gli stessi nomi del Primo Ordine e della Resistenza paiono piuttosto insensati. George Lucas inizialmente contribuì come consulente creativo allo sviluppo della sceneggiatura del film, ma dopo alcune divergenze abbandonò il progetto e criticò il nuovo capitolo alla sua uscita affermando: «La Disney ha voluto fare un film retrò. Non mi piace. Ho lavorato duramente per realizzare ogni film in modo completamente diverso, con diversi pianeti, diverse astronavi, per renderlo sempre nuovo.». Aggiunse di sentirsi come se avesse venduto le sue creature «agli schiavisti bianchi», pur scusandosi qualche giorno dopo per le parole dure rivolte alla Disney.
«Gli ultimi Jedi» segue invece le orme di «L’ Impero colpisce ancora», con la Resistenza inseguita in tutta la Galassia dalle forze del Primo Ordine dopo la distruzione della Starkiller. Rey raggiunge Luke sul pianeta dove è stato trovato il primo tempio degli Jedi, fondato in un tempo tanto antico da essersi perso nella leggenda, ma questi rifiuta di guidarla lungo le vie della Forza perché ritiene che sia giunto il tempo della fine degli Jedi, colpevoli di aver permesso l’ avvento di Palpatine, da cui poi vennero sterminati, lasciando che la Galassia sprofondasse in un terribile oscurantismo. Snoke viene tradito e ucciso da Kylo Ren, che Rey vuole redimere in quanto sente che vi è ancora qualcosa di buono in lui, mentre la Resistenza viene scovata nel proprio rifugio dalle avanguardie del Primo Ordine, riuscendo tuttavia a scappare nonostante la perdita di buona parte dei propri condottieri. Luke muore dopo aver usato fino allo stremo i propri poteri derivanti dalla Forza in un confronto con il nipote Kylo Ren. Il film, apprezzato per le scene d’ azione, destò tuttavia critiche contrastanti per via di alcuni punti importanti della trama, come la rivelazione dell’ irrilevanza dei genitori di Rey, in quanto molti si attendevano che fosse figlia di Luke o di qualche altro personaggio della trilogia originale; l’ arco narrativo di Snoke venne ritenuto insoddisfacente in parte per la sua prematura uscita di scena e in parte perché privo di una descrizione del suo passato. Anche il personaggio di Luke venne visto come un tradimento verso la figura piena di speranza che era stata tratteggiata oltre un trentennio prima, e lo stesso Mark Hamill, il suo interprete, inizialmente fece più volte capire di non riuscire a comprenderne le azioni e di essere in disaccordo sulle scelte prese dai produttori.
«L’ ascesa di Skywalker» chiude le vicende della serie, rifacendosi ai fatti già visti in «Il ritorno dello Jedi». Scoperto che l’ Imperatore Palpatine è ancora vivo e che creò Snoke, Kylo Ren, ora a capo del Primo Ordine, lo raggiunge presso un remoto pianeta e si unisce al suo piano atto a riconquistare la Galassia. Rey si addestra per divenire Jedi sotto la guida della principessa Leila. Mentre la Resistenza si prepara a localizzare il rifugio del vecchio Imperatore e ad abbordare le forze del Primo Ordine, la giovane aspirante Jedi scopre di essere nipote di Palpatine. Raggiunto il pianeta ove il demoniaco Sith si nasconde, Rey e Kylo Ren si affrontano aizzati dallo stesso Palpatine, che assicura la propria eredità a chi sopravviverà e attacca la flotta della Resistenza dopo aver assorbito l’ energia di entrambi i contendenti. Rey muore rivoltando il potere del nonno contro di lui, ma Kylo Ren le cede la propria energia vitale riportandola in vita e sacrificando sé stesso, tornando ad essere Ben Solo. Mentre la Resistenza celebra la propria vittoria sul Primo Ordine e la distruzione di Palpatine, Rey si reca su Tatooine, ove assume il cognome degli Skywalker.
La fine di un’ epoca...

La qualità di una storia dipende in gran parte dal valore della trama e dalla ricchezza dei messaggi su cui poggia, oltre che dallo spessore dei suoi personaggi. Con le sue due trilogie, George Lucas ha saputo valorizzare eroi ed antieroi del suo personalissimo universo in maniera esemplare, donando al pubblico un interessante approfondimento sia per personaggi minori come Jango e Boba Fett, sia per quelli del calibro di Obi-Wan Kenobi e Anakin Skywalker. In particolare, il bello della serie di Guerre stellari è che, come gli ammiratori più accaniti hanno imparato ormai da tempo, spesso nei suoi film vi è più di quanto sembra, e solo seguendoli con attenzione e più di una volta risultano adeguatamente comprensibili in termini di messaggi e sfaccettature della trama. Negli anni, la serie è divenuta molto più di una serie fantascientifica, ma un’ epopea di grandissimo fascino, densa di suggestioni, di avventure e spunti mitologici, spirituali e morali. E’ unanimemente riconosciuta come una di quelle serie che vanno assolutamente viste. Generalmente è un rischio affidare una realizzazione artistica ad altri produttori, in quanto per attitudine personale ognuno di essi finisce per allontanarsi dalla visione originaria del creatore: per quanto eccellenti furono ad esempio gli apprendisti di Michelangelo, nessuno di essi rimase completamente legato alla sua tradizione o alla sua altezza, pertanto la sua realtà e qualità fu qualcosa che visse e si estinse direttamente con lui. E’ molto più sicuro affidarsi allo stesso creatore originario, o a coloro che veramente si attengono alla sua tradizione, assicurando un’ effettiva continuità alla sua grande visione. Nel caso di Guerre stellari, risulta più che evidente che J. J. Abrams e lo stato maggiore della Disney non sono stati adeguatamente in grado di portare avanti la tradizione tracciata da Lucas. Una volta entrati in possesso della Lucasfilm Ltd, hanno semplicemente compreso il colossale valore finanziario dell’ epopea ambientata in una Galassia lontana lontana, e presentato una nuova trilogia la cui trama non ha ricevuto le cure necessarie, volendo imitare la trilogia originaria senza nuovi contenuti, sovraccaricandola di sequenze d’ azione generiche, nostalgici richiami al passato e un dichiarato servizio agli ammiratori. Un buon modo per procedere con la storia della Galassia dopo la caduta dell’ Impero sarebbe stato tramite lo sviluppo di sceneggiature basate su idee prese in prestito dall’ Universo espanso, come quella degli Jedi Oscuri, ex Jedi avvicinatisi al Lato Oscuro pur senza divenire veri e propri Sith, citati tra le altre cose nel romanzo tratto dalla sceneggiatura di «La vendetta dei Sith», in cui si afferma che Dooku vorrebbe addestrarne una schiera al servizio dei Sith: Snoke avrebbe potuto benissimo essere uno Jedi Oscuro addestrato segretamente da Dooku in previsione di una propria rivolta contro Palpatine, divenendo poi Imperatore alla sua morte su Endor, alla testa dei resti dell’ Impero rovesciato. Mentre la Nuova Repubblica sarebbe stata alle prese con la tutela della sicurezza a rischio di sospendere determinate libertà e rinforzando il proprio apparato bellico, arrivando al punto di militarizzare determinate regioni strategiche al fine di difenderle dal Primo Ordine, Luke avrebbe potuto ricostruire l’ ordine degli Jedi e intanto vagare per la Galassia alla ricerca di antiche conoscenze dottrinarie Jedi ormai perdute, sotto la guida degli spiriti di Obi-Wan, Yoda, Anakin e, soprattutto, Qui-Gon Jinn, riuscitissimo personaggio tuttavia non sufficientemente sfruttato, mentre il Primo Ordine avrebbe potuto sfruttare le tecnologie di clonazione di cui il pianeta Kamino è stato pioniere nella creazione di una schiera di cloni tratti dai grandi Jedi del passato, come Mace Windu e Ki-Adi-Mundi, da addestrare alle vie della Forza in modo da usarli come arma, ragion per cui Snoke avrebbe voluto seguire Luke nella sua ricerca di antichi tesori filosofici e ucciderlo per entrarne in possesso al suo posto. Invece, sono stati messi in scena tanti personaggi, luoghi e dinamiche in modo confusionario, manifestando una forte povertà di idee e valori, presentando una sorta di rifacimento che fallisce più clamorosamente con la rappresentazione del male e dei personaggi negativi. Spesso vengono introdotti elementi ai limiti del farsesco e della soap opera, come la fuorilegge Maz Kanata che rivela di essere in possesso della spada laser di Luke, ereditata dal padre e andata persa su Bespin quando Vader gli tagliò la mano; Ben Solo diviene Kylo Ren per ricalcare le orme di nonno Anakin; Han Solo viene ucciso dal figlio con l’ intento di procedere verso il Lato Oscuro; Leila fluttua nello spazio priva di sensi priva di ossigeno e una tuta da astronauta; lo spettro di Luke svela di aver addestrato Leila nelle vie della Forza fino a mostrarle come costruirsi una spada laser; Palpatine è segretamente ancora vivo e, peggio ancora, il nonno di Rey.

Con un certo rammarico paiono più che mai lontani e gloriosi i tempi in cui, ispezionando personalmente i cantieri astronavali della seconda Morte Nera poco prima della Battaglia di Endor, Palpatine sghignazzava maleficamente dicendo che tutto procedeva come aveva previsto…