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martedì 2 giugno 2026

La Sindone di Torino: reliquia autentica o artefatta?

Il volto della Sindone;


Le reliquie sono un aspetto importante di molte religioni. Solitamente spoglie mortali di un santo o suoi oggetti personali, conservati a scopo di venerazione come testimonianza tangibile della sua vita e della veridicità del suo insegnamento, esse vantano un enorme potere emotivo e simbolico in chi le guarda: sono un ponte tra il mondo divino e quello umano, fonte di benedizioni, segni di presenza divina, memoria attiva e strumenti miracolosi per guarigioni e protezione spirituale. Basta guardarle, anche con incredulità, per ricevere un’ impronta positiva e potente nel proprio essere. Con il tempo diventano veri e propri simboli, elementi di grande fascino e mistero dinnanzi ai quali risulta difficile restare indifferenti. Ogni religione ha le proprie reliquie: il Cristianesimo cattolico e ortodosso vantano il possesso di numerosi resti ossei e oggetti di apostoli, santi e guide spirituali, e addirittura dello stesso Gesù, mentre l’ Islam esalta il santuario Hazratbbal in Kashmir, in cui sarebbe custodito un pelo della barba di Maometto. Il Buddhismo tibetano venera con profonda devozione le tracce delle guide spirituali, dai resti dei grandi lama e meditatori eremiti cremati alla loro morte, agli oggetti che hanno posseduto, e in Sri Lanka, Cina, Myanmar e Thailandia vi sono reliquie attribuite al Buddha in persona.
Ma da un punto di vista storico e scientifico sono davvero autentiche? Il dibattito è aperto, e divide animatamente credenti e razionalisti. Nel mondo cristiano, la reliquia più famosa per eccellenza è la Sindone di Torino, il lenzuolo in cui si dice che sia stato avvolto il cadavere di Gesù. Da secoli custodita nel Duomo di Torino, ove venne portata nel 1578 dopo che nel Quattrocento era stata acquistata da Casa Savoia, i cui signori avevano il titolo di «custodi della Sindone», nel 1983 fu donata come lascito testamentario dall’ ultimo Re d’ Italia in esilio, Umberto II, alla Chiesa cattolica, e oggi è affidata alla tutela dell’ Arcivescovo di Torino ed esposta al pubblico in determinate occasioni, le cosiddette ostensioni.
Scampata per miracolo all’ incendio del 1532 a Chambéry e a quello del 1997 a Torino, la Sindone è il vero sudario di Cristo oppure è un artefatto medievale? Dal punto di vista di un cattolico credente, la Sindone è un oggetto di fede, sacro, e come tale non può essere messo in discussione, la Chiesa cattolica infatti ne sostiene la venerazione in quanto sarebbe «la reliquia più splendida della Passione e della Resurrezione» e «specchio del Vangelo», secondo le parole di Papa Giovanni Paolo II, e stimolo alla preghiera per i Pontefici suoi successori. Pareri colmi di valenza spirituale, ma da un’ ottica scientifica i motivi per dubitare della sua autenticità sono numerosi.
La Sindone;


Lenzuolo di quattro metri e trentasei per un metro e undici, che reca impressa un’ impronta umana, la Sindone è forse l’ oggetto più studiato al mondo da svariate branche del sapere: dalla storia, dalla chimica, dalla numismatica, dalla palinologia, dall’ archeologia e dall’ informatica. Nel 1988 i laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo eseguirono contemporaneamente e indipendentemente tra loro l’ esame del carbonio 14, datandola in un periodo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390, ma questo risultato viene da sempre contestato dai sostenitori della autenticità del reperto, soprattutto per le contaminazioni che avrebbe subito nei secoli. Il risultato scientifico la indica come un artefatto, e ne indica la creazione alla stessa epoca a cui risalgono le prime citazioni documentate. L’ analisi dei pollini confermerebbe comunque la provenienza mediorientale del lenzuolo: ne vennero elencati sessanta diversi, ventuno tipici della Palestina, sei dell’ Anatolia, nove diffusi sia nella Palestina che nell’ Anatolia, uno tipico di Costantinopoli.
Uno dei primi documenti che parla del misterioso telo risale al 1389, un memoriale del Vescovo Pierre d’ Arcis a Papa Clemente VII, in cui si racconta dell’ indagine compiuta dal suo predecessore, Henri de Poitier, che aveva denunciato la rivendicazione del decano di allora circa il reperto come vero sudario di Cristo per fini di lucro e spiegato come fosse stata scoperta persino l’ identità del falsario, che ammise come il drappo «fosse fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto o concesso». Pierre d’ Arcis dovette intervenire ancora quando il nuovo decano espose un’ altra volta il telo «artificiosamente dipinto» con l’ immagine di un uomo. Alla luce di questi rapporti, nel 1390 Papa Clemente emanò una bolla in cui ordinava che ogni volta che il telo fosse stato esposto si dovesse dire «ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario».
Le analisi forensi condotte dalla commissione del Cardinale Michele Pellegrino nel 1973 sul presunto sangue diedero esiti negativi, e in seguito il microanalista Walter C. McCrone accertò sul telo la presenza di tempera rossa, con tracce di ocra, cinabro e alizarina, che unitamente a una lieve bruciatura delle fibre superficiali del lino suggeriva un possibile meccanismo per produrre una
Sindone con le stesse caratteristiche. Joe Nickell, scrittore e investigatore statunitense, esponente dello scetticismo scientifico, propose una possibile spiegazione su come l’ immagine della Sindone sia stata creata, ossia tramite lo sfregamento di una vernice a secco su un telo adagiato sopra un bassorilievo le cui fattezze riprodurrebbero la massa di un cadavere. Una delle molte obiezioni che mosse circa l’ autenticità del reperto di Torino sono le proporzioni del viso e del corpo della figura, entrambi coerenti con le proporzioni impiegate dagli artisti gotici del periodo: non sono quelle di una persona reale. Le tracce di sangue sarebbero state aggiunte in un secondo momento. Con il tempo la vernice si sarebbe staccata dal lenzuolo, dopo aver procurato le lievi impronte nella cellulosa del telo. La presenza di tempera sarebbe la prova che l’ immagine è conseguenza della mano di un artista, come confermato dalle dichiarazioni del Vescovo Pierre d’ Arcis e dalla mancanza di precedenti storici. Nickell creò un sudario verosimile usando il metodo del bassorilievo e sostenne che i falsari avevano a disposizione materiali analoghi nel Trecento: «Le persone credono che si trattasse di religione. Ho assemblato una squadra che aveva cattolici, protestanti, ebrei e agnostici. Non era un problema religioso per noi, ma una questione di prove. Vuoi che le persone siano precise con le prove. I dettagli contano.».
Ostensione della Sindone nel 1933;


Accanto al lavoro condotto da scienziati imparziali, tuttavia, esiste l’ intensa attività di un gruppo di convinti sostenitori, tesa a dimostrare l’ autenticità del telo. La Chiesa cattolica incoraggia le devozioni all’ immagine, ma non prende alcuna posizione ufficiale sulla veridicità dell’ icona lasciando ai fedeli libertà di decidere secondo la propria coscienza. Lo stesso Cardinale Anastasio Alberto Ballestrero, che nel 1988 seguì le prove di radiodatazione, dimostrò di accettare e adeguarsi ai risultati dell’ analisi: «Penso non sia il caso di mettere in dubbio i risultati. E nemmeno di rivedere le bucce agli scienziati se il loro responso non quadra con le ragioni del cuore.». Le argomentazioni dei credenti, i cosiddetti sindologi, hanno più che altro evidenziato il bisogno di credere più alle ragioni del cuore che a quelle empiriche della scienza. Lo conferma il caso delle impronte di monete di epoca romana che alcuni, come Baima Bollone e Nello Balossino, sostennero di vedere sul lenzuolo e che confermerebbero quanto il telo risalirebbe effettivamente al I secolo dopo Cristo. Un falsario del Trecento era tuttavia perfettamente in grado di lasciare impronte di monete romane sul telo per renderlo più credibile: come nel famoso test di Rorschach, gli elementi spesso e volentieri vengono interpretati da chi li osserva. Luigi Gonella, fisico del Politecnico di Torino e consulente scientifico del Cardinale Ballestrero, troncò ogni polemica: «Quella della Sindone è un’ immagine il cui dettaglio più piccolo, macchie di sangue escluse, è di mezzo centimetro. Come le labbra. Appare quindi molto, molto incongruente che esistano dei dettagli dell’ ordine di decimi di millimetro come le lettere sulle monete. Ma si sa: a forza di ingrandire, si finisce con il vedere anche quello che non c’ è. Sono soltanto loro, i cosiddetti sindonologi, a scagliarsi contro il carbonio 14. Nel campo scientifico, fisico, chimico, non c’ è nessuno che abbia il minimo dubbio. Nemmeno io. Il sudario risale al Medioevo.».
Papa Francesco venera la Sindone, Ostensione del 2020;


Massimo Polidoro, giornalista, saggista e divulgatore scientifico, cofondatore del Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, tra le voci notoriamente più scettiche circa l’ autenticità dell’ icona di Torino, ebbe a dichiarare: «Quello della Sindone è uno dei più grandi misteri di tutti i tempi. Non ci sono riferimenti alla Sindone nei Vangeli, e nemmeno testimonianze scritte sulla sua esistenza prima del Trecento. Gli indizi, come le tracce di pigmento e le macchie di sangue improbabili, confermano che si tratta di un’ opera artistica. Ma la questione non è ancora veramente conclusa, sarà necessario altro tempo in cui proseguirà il dibattito e il confronto tra gli esperti, non necessariamente tra fede e scienza, ma forse tra scetticismo e fideismo, nonché tra diverse posizioni scientifiche.». E il professor Alessandro Barbero, storico specializzato in storia medievale, docente emerito all’ Università degli Studi del Piemonte Orientale e scrittore, aggiunse: «E’ provato che la Sindone emerse soltanto nel Trecento. Prima di allora sappiamo di numerose menzioni di oggetti, ad esempio asciugamani su cui era rimasto impresso il volto di Cristo. Durante il Medioevo ce n’ erano tanti e in vari luoghi, ma un oggetto con le caratteristiche della Sindone di Torino apparve improvvisamente nel Trecento, quando i canonici di una chiesetta sperduta in Francia la mostrarono ma il vescovo locale ordinò immediatamente di sbarazzarsi di questo falso perché non bisognava prendere in giro la gente. Dopo di che, però, sappiamo quanto la gente ami essere presa in giro e quindi la Sindone è giunta fino a noi oggi, di generazione in generazione, venendo creduta vera. Per carità, io dico questo con il massimo rispetto verso i credenti, senza voler in nessun modo prendere alla leggera il fatto che questo oggetto, vero o falso che sia, possa suscitare una forte emozione. Io stesso ricordo molto bene una delle ultime ostensioni della Sindone, a cui mi capitò di presenziare in Duomo a Torino, quando vidi una pellegrina russa in ginocchio davanti alla Sindone con un’ espressione di tale emozione, di coinvolgimento e gioia che dico quanto mi piacerebbe essere un credente che prova simili emozioni. Però la scienza è un’ altra cosa. Questo oggetto, che può benissimo essere un falso, può suscitare un’ emozione.».

venerdì 7 dicembre 2018

Quando il Natale veniva più decorosamente festeggiato in trincea

Una casa pronta per i festeggiamenti natalizi;


Pur essendo la seconda festività cristiana più importante dopo la Pasqua, il Natale è da sempre il giorno più sentito e atteso dai due miliardi e quattrocento milioni di cristiani attualmente sparsi in tutto il mondo. Per settimane, se non addirittura per mesi, soprattutto in Occidente ogni famiglia si prepara con cura e solennità a questa speciale ricorrenza, comprando abeti o sempreverdi, addobbi, cibi e infine doni, preparando i presepi e identificando gli abiti migliori con cui presentarsi. Le strade vengono gradualmente riempite di luci e immagini di Babbo Natale e, ovviamente, della Natività. Quella del Natale è un’ atmosfera generale e molto potente che cala su tutto, senza risparmiare apparentemente nessuno, nemmeno le famiglie meno praticanti, lontane dall’ ambiente parrocchiale, e in certi casi neppure i non credenti: tutti quanti a modo proprio subiscono il suo richiamo e si assicurano di fare qualcosa, per quanto minimo, concorrendo all’ atmosfera collettiva.
Corsa alle spese natalizie;

Si deve tuttavia riconoscere che il Natale di oggi non è più quello di una volta. Sempre più persone, infatti, si allontanano dal Cristianesimo perché non soddisfatte dai suoi princìpi fondamentali, mentre altre pur continuando ad aderire al suo credo mettono in dubbio la parola dei sacerdoti di qualsivoglia livello, dal parroco di provincia al Santo Padre assiso sul Soglio di Pietro. Vi sono cristiani che si sentono vicini a Dio e Gesù ogni giorno della propria vita senza alcun bisogno di recarsi in chiesa oppure di festeggiare una ricorrenza, mentre molti altri, forse la maggioranza, si definiscono «cristiani» semplicemente per convenzione, senza tuttavia esserlo veramente in quanto del tutto prive di fede, e si riducono a festeggiare il Natale soltanto per abitudine, per un puro riflesso automatico: lo si è sempre festeggiato e sempre lo si festeggerà, non importa il motivo che si trova alla base di questo particolare giorno, basta solo scambiarsi i doni, sedersi a tavola in compagnia di parenti e amici e mangiare e bere.
Il Natale, insomma, è stato ridotto ad una festa vuota, ad un pranzo collettivo dal movente che può tranquillamente essere ignorato, ad una gara a chi acquista meglio e di più. Si è tramutato in una giornata povera e insensata. Appena pochi decenni fa, invece, soprattutto durante gli Anni Ottanta e Novanta, le cose erano molto diverse: si andava in chiesa per la messa, e se ciò non era possibile ci si radunava a tavola recitando una preghiera con cui si tributava con semplicità ma con partecipazione e consapevolezza un pensiero al fatto del giorno, per poi dare giustamente inizio ai festeggiamenti. Erano entrambe forme più che valide di vivere propriamente il Natale, con spirito cosciente e gioioso, in cui l’ aspetto degli acquisti generali e della preparazione della festa materiale acquisivano uno scopo funzionale e di secondo piano, ossia quello della forma che racchiudeva una precisa sostanza, come un vaso che include la terra in cui far germogliare i fiori. Ma dal momento che oggi del Natale importa a ben poca gente ha davvero senso dedicare tanto tempo alla sua preparazione e buona parte della settimana in cui ricade visitando amici e parenti pronunciando il fatidico augurio? Serve veramente a qualcosa curare tanto finemente e vigorosamente il vaso se il fiore non è più considerato?
Natale a New York;

Una volta il Natale era profondamente sentito dai cristiani. Era vissuto come un giorno speciale, unico nel suo genere, in cui i credenti si sentivano più buoni trasmettendo all’ ambiente una speciale carica di positività ed ottimismo che, non soggetta a limitazioni, si propagava in ogni direzione nell’ ambiente come un profumo o un’ onda luminosa o sonora, peraltro tornando indietro al mittente apportando risultati amplificati in accordo alla purezza e all’ intensità con cui era stata generata. Non di rado allietava con effetti riequilibranti e risananti persino i pochi non credenti, oggi aumentati a dismisura. Era un giorno talmente particolare che durante i penosi anni della distruttiva Grande Guerra seppe compiere un vero e proprio miracolo: il giorno di Natale dell’ anno 1914 venne attuata una tregua durante la quale le trincee si rasserenarono vedendo il cessate il fuoco, e i soldati di entrambi gli schieramenti si raggiunsero fraternizzando e festeggiando insieme, peraltro scambiandosi doni e cibo.
Soldati britannici e tedeschi durante la Tregua di Natale, 1914;

Il 25 dicembre 1914, tedeschi e britannici uscirono dalle rispettive fosse trincerate per festeggiare insieme la festività. Si tende tuttora a credere che questa storia sia soltanto una bella e commovente favola di Natale, paragonabile ad un miracolo, e nei libri di storia quasi non viene menzionata, eppure il tema è stato ampiamente ripreso in romanzi e film, nonché in una canzone popolare di Mike Harding, intitolata «Christmas 1914», i cui versi recitano: «I fucili rimasero in silenzio […] senza disturbare la notte. Parlammo, cantammo, ridemmo […] e a Natale giocammo a calcio insieme, nel fango della terra di nessuno.». La partita a pallone ebbe veramente luogo, venendo giocata nei pressi della cittadina belga di Ypres, e si tenne entro la «terra di nessuno», lo spazio che divideva le trincee britanniche da quelle germaniche: fu il momento fondamentale di quella che sarebbe passata alla storia come «Tregua di Natale».
Nell’ estate 1914 l’ Europa era divenuta teatro di una guerra senza precedenti per dimensioni e combattimenti che vedeva opposti due grandi schieramenti: Gran Bretagna, Francia e Impero russo contro l’ Impero tedesco, quello austro-ungarico e infine quello ottomano. Più tardi sarebbero scesi in campo anche Bulgaria, Giappone, Italia, Stati Uniti e una serie di altri Paesi trasformando la contesa nella prima guerra su scala mondiale della storia. Inizialmente, il fronte più caldo fu proprio quello occidentale, tra Francia settentrionale e Belgio, ove britannici, francesi e belgi contrastarono l’ avanzata tedesca. Dopo una sanguinosa battaglia nei pressi di Ypres, a fine autunno gli eserciti si ritrovarono impantanati sia qui che in altri fronti in un’ estenuante guerra di logoramento combattuta soprattutto intorno ai trinceramenti. Da questi fossati profondi un paio di metri e rinforzati alla buona con tavole di legno, i soldati si lanciavano quotidianamente all’ assalto del nemico, guadagnando o cedendo ogni volta pochi metri di terreno e trascorrendo il resto della giornata tra fango, pioggia e cadaveri in decomposizione. Tali condizioni coinvolgevano tutti e il «mal comune» indusse presto a svariati episodi di solidarietà tra nemici, che si trovavano ad appena pochi passi di distanza gli uni dagli altri. I soldati di entrambi gli schieramenti cominciarono a scambiarsi favori, come ad esempio il non aprire il fuoco durante i pasti: quel che contava era salvare le apparenze agli occhi dei superiori, evitando l’ accusa di tradimento e quindi la fucilazione, e tornare a casa sani e salvi. Il compito di punire i soldati che si fossero mostrati troppo concilianti con i nemici spettava agli ufficiali dei vari comandi, i soli autorizzati a stabilire una tregua, principio che sia a Ypres che in altre zone del fronte sarebbe però stato infranto nel dicembre 1914.
Brindisi tra nemici;

Dopo aver dato ordine alle truppe di non interrompere per nessun motivo i combattimenti, i comandi britannico e tedesco fecero arrivare nelle prime linee alcuni piccoli pacchi dono natalizi contenenti dolci, liquori, tabacco, alberelli natalizi e candele. La sera della vigilia, a Ypres i tedeschi addobbarono le postazioni scambiandosi gli auguri e cantando vari motivetti natalizi. In una trincea qualcuno intonò la canzone «Stille nacht», la versione germanica della celebre «Silent night» britannica. Da quel momento, e per buona parte della serata, i soldati dei due eserciti non smisero di cantare, ognuno nella propria lingua e al riparo della propria postazione. Come testimoniò in seguito il soldato tedesco Kurt Zehmisch, nel libro «Silent night: the story of the World war I Christmas truce», firmato dallo storico statunitense Stanley Weintraub, che negli Anni Ottanta ricostruì la vicenda: «Quando addobbammo gli alberi e accendemmo le candele, dall’ altra parte giunsero fischi di gioia e applausi. Poi cantammo tutti quanti assieme.». Al momento di andare a dormire, un po’ tutti erano ormai convinti che qualcosa di straordinario stesse per verificarsi, e infatti all’ alba del giorno dopo i tedeschi esposero piccoli cartelli con le scritte «Buon Natale» e «Non sparate, noi non spariamo.». Era il segnale d’ inizio: ripresero i canti e gli applausi, poi dalla trincea tedesca uscì un uomo, che nella nebbia i britannici intravidero appena, quanto bastava per notare che era disarmato. Increduli, uscirono dai loro ripari e si incamminarono verso i tedeschi, che fecero altrettanto. Come scrisse il soldato britannico Dougan Carter in una lettera alla famiglia: «Ho visto la cosa più straordinaria che si possa vedere: stavamo per sparare a quel tedesco e poco dopo eravamo tutti in festa.».
La vita in trincea;

Dopo aver sepolto i cadaveri dei commilitoni uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti, i due schieramenti fraternizzarono, organizzando una festa vera e propria. Come canta Mike Harding nella sua canzone: «Fritz portò sigari e brandy, Tommy della carne di manzo e sigarette.». Parole assolutamente veritiere, in quanto nel diario di campo del 133° Reggimento sassone si parla infatti di un tedesco di nome Fritz e anche di Tommy, un britannico che si mise a tagliar capelli ai nemici in cambio di qualche sigaretta. Nel frattempo, attorno a lui tutti si scambiavano abbracci e visite di cortesia. Britannici e germanici si regalarono caffè e cioccolata, marmellata e sigari, tè e whisky, nonché alcuni accessori delle divise. Ci fu persino chi si fece fotografare in gruppo. Come disse il soldato britannico Bruce Bairnsfather: «Non vi fu un solo momento di odio: per un po’ nessuno pensò più alla guerra.». Pareva una scena degna di un film, che in effetti si sarebbe ritrovata nel copione di «Joyeux Noël», film del 2005 di Christian Carion.
Prima che gli alti comandi potessero intervenire interrompendo la tregua, i soldati fecero un patto solenne: nel caso di ripresa dei combattimenti nessuno avrebbe mirato ad altezza uomo, rendendo inoffensive le munizioni «sparando alle stelle in cielo». La notizia della tregua non tardò a diffondersi, e in appena poche ore la febbre da armistizio contagiò ben due terzi del fronte occidentale: quasi ovunque britannici e germanici si tesero la mano e festeggiarono insieme, e il simbolo di quell’ insolito Natale di guerra divenne la partita di calcio che si tenne a Ypres fra le truppe britanniche del reggimento Scottish seaforth highlanders e quelle tedesche del Reggimento sassone, benché quel giorno le partite di calcio furono moltissime, giocate con palloni realizzati con stracci pieni di sabbia legati con lo spago e porte delimitate da pile di cappotti. Per alcune ore la «terra di nessuno» si tramutò in un campo di calcio, e nei giorni successivi i familiari dei soldati furono inondati di lettere e foto dell’ evento, che finirono ai quotidiani. La stampa di Torino, posseduta e diretta dal biellese Alfredo Frassati e sottoposta alla censura, ne ritardò la pubblicazione, quindi le prime notizie vennero trasmesse dalla stampa statunitense, soprattutto il New York Times. Subito dopo, la stampa europea dedicò ampio risalto all’ avvenimento, tanto che il 1 gennaio 1915 il Times di Londra pubblicò un articolo su quella partita, riportando anche il risultato finale: 3 a 2 per i tedeschi. Le notizie della tregua natalizia trovarono in seguito sempre più spazio sui giornali dell’ Europa settentrionale, con titoli euforici e commossi come: «Straordinario: inglesi e tedeschi si stringono la mano». In alcuni casi la tregua durò fino a Capodanno, ma quasi ovunque tutto finì la sera stessa di Natale, come avrebbe in seguito ricordato con una punta di malinconia il capitano britannico J. C. Dunn: «Ci salutammo e rientrammo nelle trincee, poi udimmo dei colpi: la guerra era ricominciata.».
Gli alti comandi dei rispettivo fronti non provarono la minima nostalgia per quell’ evento, dandosi ampiamente da fare affinché altre scandalose tregue si ripetessero in futuro: si minacciò di istituire la corte marziale contro chiunque avesse avuto contatti con il nemico, e si considerò persino l’ idea di bombardare le trincee nei giorni precedenti ogni Natale. Inoltre, per evitare che i soldati familiarizzassero con il nemico, si decise di spostarli a turno in diverse zone del fronte, e in un secondo momento si compì un atto di censura contro ogni notizia che riguardasse la tregua del 1914, negando ufficialmente che fosse mai avvenuta. Tutti questi sforzi, tuttavia, non seppero impedire nuovi atti distensivi, per quanto lo spirito di quel primo Natale in tempo di guerra non venne mai più effettivamente eguagliato, come riassunto dai ricordi del soldato britannico George Eade: «Un tedesco mi sussurrò con voce tremante: ‘Oggi abbiamo avuto la pace, ma da domani tu combatterai per il tuo Paese e io per il mio. Buona fortuna.’. Poi, in silenzio, tornò dalla propria parte.». Il miracolo era finito.
L’ esterno di una trincea;

Nel 1915 la guerra peggiorò, e negli anni successivi Ypres divenne famosa per i bombardamenti con armi chimiche che coinvolsero anche la popolazione: la cittadina diede infatti il nome a uno dei gas utilizzati, l’ iprite. Ad annunciare il ritorno alla normalità guerresca, tra i britannici, fu un secco comunicato alle truppe: «Mai più tregue, partite di calcio incluse. In guerra non bisogna mai interrompere l’ uccisione del nemico». E così, in pochi mesi, quella bella storia di Natale fu destinata all’ oblio, ma non tutti la presero male: un giovane soldato austriaco arruolato nell’ esercito tedesco di nome Adolf Hitler, all’ epoca dei fatti di stanza proprio nella zona di Ypres, fu ben lieto di ricominciare a sparare, avendo criticato con impetuosità quella che ritenne senza mezzi termini una «stupida tregua». Di opinione opposta, invece, rimase sempre Bertie Felstead, un signore britannico morto il 22 luglio 2001, a centosei anni, ultimo reduce ancora in vita ad aver preso parte a una certa partita di calcio giocata in quello speciale giorno di Natale: la meno famosa, ma forse la più straordinaria di tutta la storia.
Sul fronte italiano, vennero segnalati casi di fraternizzazione con il nemico il 25 dicembre 1916. Le tregue italiane consistevano solo nel deporre le armi rimanendo a debita distanza, ma in alcuni casi italiani e austro-ungarici brindarono addirittura gomito a gomito, per esempio sui monti Kobilek, in Friuli, e Zebio, sull’ altopiano di Asiago. Della tregua approfittò anche il poeta Giuseppe Ungaretti, che quel giorno scrisse la poesia «Natale». Tuttavia, anche fuori dai periodi festivi accadeva che fra sudditi sabaudi e asburgici ci si scambiasse cibo e sigarette, o che si stabilissero lealmente turni per l’ uso di una fonte d’ acqua. Nel febbraio del 1916, sui monti del Carso, ci fu una tregua spontanea proposta dagli austriaci al grido di: «Venite, non spariamo.». In seguito, nel maggio del 1917, sulla vetta Chapot, in Friuli, alcuni ufficiali sorpresero un gruppo di alpini intenti a parlare, bere e fumare in compagnia
del nemico.
Pranzo natalizio servito in tavola;

Oggi, a cento anni di distanza dalla cessazione del gigantesco conflitto che mise l’ Europa a ferro e fuoco, sconvolgendola radicalmente e portandola a maturare un contesto sociale, politico e militare profondamente diverso da quello vissuto fino a quel momento, viene spontaneo riflettere sul legame che la popolazione cristiana conserva attualmente nei riguardi del giorno scelto nel III secolo dalla Chiesa come quello in cui avvenne la nascita di Gesù.
Al giorno d’ oggi si può beatamente affermare che sarebbe del tutto impensabile interrompere anche solo per un’ ora i combattimenti di una qualunque delle guerre in corso «perché è Natale»: la sola idea susciterebbe una certa ilarità. Generazione dopo generazione, le persone si sono sempre vantate di essere più moderne e progredite in confronto ai propri antenati, quindi quel che è accaduto in passato non tornerà mai più. L’ unica costante in questo mondo è il cambiamento, pertanto si cerca istintivamente di cambiare in meglio. Ma purtroppo, se un calcolo va fatto, negli ultimi cento anni l’ umanità non si è evoluta veramente: oggi esistono tante comodità che un tempo non erano neppure immaginabili, c’ è stato un indubbio sviluppo materiale tuttavia accompagnato da un’ altrettanto profonda degenerazione sociale e individuale. Se oggi si può viaggiare fino alla luna in appena una settimana a bordo di una navetta spaziale, per contro si sono perduti per strada importanti valori come l’ amicizia, l’ altruismo, la lealtà e l’ empatia, quindi nessuno pensa più alle altre persone come compagni di viaggio uguali a noi seppur nella propria natura specifica, ma come concorrenti e possibili rivali nella grande competizione della vita. Tale clima di ricchezza materiale unita a povertà interiore ovviamente non ha risparmiato neppure il Natale, tramutandolo in una sorta di spettacolo di varietà, in una desolante giornata ai limiti del farsesco dedita ad abbondanti scorpacciate e bevute, a lunghe conversazioni apparentemente brillanti ma in realtà prive di argomenti sensati e degni di stima, agli scambi di regali il più possibile appariscenti e costosi, all’ albero più vistoso e addobbato, al presepio più suggestivo.
Anziché affannarsi tanto in numerosi e costosi acquisti, senza peraltro sentirsi mai veramente soddisfatti dei risultati, quando si approssima il Natale e si decide di festeggiarlo in ottemperanza alla propria fede religiosa, perché non ha alcun senso celebrare una qualsiasi ricorrenza senza seguire veramente la relativa tradizione spirituale, sarebbe salutare imparare la grandissima lezione di quei valorosi combattenti che lottarono e morirono lungo le linee trincerate della Grande Guerra, uomini coraggiosi e degni di rispetto oggi purtroppo estinti e che trovarono spontaneamente il modo di cessare le ostilità tra i rispettivi governi per festeggiare in pace e tutti insieme una giornata importante come questa, dividendo come fratelli quel poco che avevano, dando alla ricorrenza un significato particolarmente profondo e commovente in un contesto tutt’ altro che scontato, e ottenendo risultati infinitamente superiori a quanto la gente di oggi potrà mai purtroppo vantare pur nel pieno della grande epoca della modernità, del progresso e del benessere. E’ più che evidente che il Natale venne ahimè più decorosamente festeggiato nel biasimato inferno delle trincee piuttosto che nella lodata civiltà dei centri urbani…

venerdì 13 ottobre 2017

In nomine Domini


Attraverso il telefono, in una tiepida e soleggiata mattina di sabato di metà settembre, la voce baritonale del professore irlandese Damhnaic Joyce, mio buon amico che ormai da qualche anno viveva ad appena una decina di metri da casa mia, giungeva acuta e gioiosa:
«Coma va, Giacinto? Io sono tornato ieri sera dalla mia Dublino, e ho molta voglia di incontrarti. Ti andrebbe di passare a trovarmi oggi alle diciassette?».
«Ma certo.» acconsentì di buon grado «Sono certo che hai molte cose da raccontarmi.».
«Bene, benissimo.» rispose lui nel suo perfetto italiano «Peraltro, ti ho portato un dono che senza dubbio apprezzerai moltissimo.».
Benché Damhnaic fosse un erudito professore di religione prossimo ai quarant’ anni, laureato con lode in filosofia con una tesi sulla storia del Cristianesimo, famoso per aver insegnato nelle più prestigiose università europee, soprattutto quella di Londra e Berna, presso le quali aveva ricevuto varie alte onorificenze, e io un ragazzo di appena sedici anni, lievemente bizzarro, da qualche anno tra noi era nata una bella amicizia che ci portava a incontrarci molto spesso. Durante i pomeriggi che trascorrevamo insieme affrontavamo discussioni molto interessanti, dalle quali traevo sempre un profondo insegnamento. Ricordo di avere imparato più questioni culturali dialogando allegramente con lui in una manciata di ore piuttosto che in molti anni di scuola.
Alle diciassette di quel pomeriggio, perfettamente puntuale, suonai al suo campanello, installato sulla parte destra dell’ ingresso. Oltre il cancello, in mezzo al prato perfettamente curato, si poteva ammirare la casa del mio amico, raffinata e semplice al tempo stesso, costruita e arredata rigorosamente in stile anglosassone. L’ abitazione si ispirava in ogni dettaglio alle antiche residenze di campagna britanniche, mentre il caldo arredamento interno emanava un grande senso di familiarità e accoglienza, facendo di ogni stanza un luogo elegante. Ogni volta che visitavo il professore mi scappava un sorriso benigno, poiché niente e nessuno avrebbe mai portato un irlandese o un britannico a perdere le abitudini di casa propria.
Damhnaic, un omone alto e atletico, rosso di capelli, mi accolse sulla porta di casa con il consueto spirito allegro e cordiale. Ci salutammo con affetto, e mi fece accomodare in salotto, dove in un attimo giunse con un vassoio su cui era servito tè Prince of Wales, il nostro preferito, accompagnato da squisiti dolcetti comprati in giornata dal vicino fornaio. Prese a raccontarmi delle tre settimane trascorse in Irlanda con la famiglia e gli amici:
«Il tempo scorre molto velocemente, quando si torna a casa propria. Ogni volta si ha l’ impressione di non avere abbastanza tempo.».

Ad un certo punto mi porse un pacchetto incartato, che mi invitò ad aprire: con mia grande sorpresa vidi che si trattava della nuova edizione in inglese del «Dracula» di Bram Stoker, grande autore irlandese tra i miei preferiti.
«Ti sarà utile per perfezionare il tuo inglese.» sorrise il professore «Quello vero, e non quel rifacimento pieno di licenze poetiche che si è imposto nelle vostre scuole.».
Sorrisi, colmo di gratitudine: a ragione, Damhnaic sosteneva che l’ inglese insegnato nelle scuole europee non fosse puro e preciso come quello che si parlava in Gran Bretagna e Irlanda. Dialogando con lui in questa lingua e leggendo i libri che mi donava ogni volta che tornava da Dublino avevo fatto giganteschi passi avanti. Credo che ne fosse personalmente fiero.
«Come hai cominciato l’ anno scolastico?» mi domandò ad un tratto «Hai qualche nuovo professore?».
Gli risposi di aver iniziato positivamente l’ anno nuovo al liceo, ma giusto il giorno prima era avvenuto uno spiacevole episodio che mi aveva turbato molto. Il nuovo insegnante di religione, un anziano sacerdote appena nominato parroco della nostra chiesa, durante la lezione aveva infatti espresso commenti particolarmente severi contro gli omosessuali e i divorziati, peccatori che conducevano una vita particolarmente immorale, pecorelle tremendamente smarrite:
«Ha detto che omosessualità, bisessualità e transessualità rappresentano una grave deviazione dalla natura, poiché il sesso deve servire come mezzo per concepire i figli, e che il matrimonio è un sacramento indissolubile. Nessuno può permettersi di andare contro il volere di Dio, perché la sua parola è legge suprema.».
Una mia compagna di classe, lesbica e al tempo stesso di sentita educazione cattolica, non aveva tollerato affatto l’ aspra critica mossa dal prete, ragion per cui aveva abbandonando immediatamente la lezione. Finendo di sorseggiare il tè e mangiando il suo ultimo dolcetto, il luminare scosse il capo con notevole disappunto. Sapevo di avere di fronte un anticlericale particolarmente convinto:
«La Chiesa, purtroppo, non si smentisce mai. E’ sempre pronta a giudicare e reprimere, a trovare il male in ogni cosa, e a dispetto delle sue gravissime e millenarie colpe e menzogne, la gente continua a pendere fortemente dalle sue labbra.».
Sotto la Chiesa, disse, l’ Occidente aveva conosciuto una lunga epoca di inauditi crimini contro l’ umanità. Molti Paesi, sparsi in Africa, America, Asia e Oceania, avevano subito un lungo e sofferto genocidio culturale per opera dei missionari, che avevano sparso e imposto il credo cristiano come una droga, facilitando la conquista da parte degli imperialisti:

«Non c’ era niente che quei popoli desiderassero dall’ Occidente, e così diedero loro qualcosa da desiderare: la religione. Ciò che dovrebbe servire per il bene delle persone finì per diventare un vero e proprio oppio dei popoli, secondo la terminologia comunista. Ma, fortunatamente, oggi la gente comprende sempre di più che la Chiesa ha accumulato più colpe di Adolf Hitler e del regime nazista.».
Annuì, replicando che purtroppo non se ne parla mai abbastanza. Non ho mai avuto un animo polemico, ma ho sempre apprezzato sentire e dire la verità per quello che è. Il mio amico rispose che tale atmosfera di omertà era dovuta alla sovranità limitata a cui l’ Italia era soggetta, in quanto il principio della laicità statale, chiaramente sancito nella nostra Costituzione, non veniva mai veramente applicato. All’ interno di Roma, infatti, si erge il Vaticano, la minuscola nazione teocratica a capo della più diffusa e gerarchizzata organizzazione religiosa del mondo: il governo italiano ne subiva notevolmente l’ influenza, e fin dalla nascita gli atei e i semplici indifferenti alle questioni di fede erano obbligati a fare i conti con questa invadente realtà:
«Quando è ora di giudicare gente come Adolf Hitler e Slobodan Milosevic siamo tutti giustamente severi nei loro riguardi. Esperienze come la dittatura e la pulizia etnica sono assai nefaste per la società. Ma la Chiesa, nei suoi venti secoli di età, ha saputo calare una vera e propria cortina di ferro sui propri intrighi, genocidi, atti di intolleranza, razzismo, torture e lavaggi del cervello avvenuti in evidente opposizione con quanto consigliato da Gesù, fonte primaria del suo insegnamento.».
Aggiunse che il fanatismo con cui tutta questa brutalità era stata compiuta rappresentava ciò che lo spaventava di più:
«Il clero cristiano dice da secoli di operare in nome di Dio, e il celebre Dictatus Papae di Papa Gregorio VII, tuttora in vigore dal 1075, afferma senza mezzi termini che la Chiesa non ha mai sbagliato, né mai in futuro sbaglierà, come testimoniato dalle Sacre Scritture.».
Damhnaic raccontò che già all’ indomani della legalizzazione del culto cristiano, avvenuta nel febbraio 313 con l’ editto di Milano, voluto da Costantino, la Chiesa scatenò un inferno di inarrestabile violenza e intolleranza demolendo i luoghi di culto pagani, uccidendo i relativi sacerdoti, perseguitando ed eliminando un numero elevatissimo di fedeli. Antichi e importanti centri come il santuario di Esculapio nell’ Egea e quello di Eliopoli, il tempio di Afrodite a Golgota e quelli di Afaca nel Libano furono completamente distrutti. Sacerdoti cristiani particolarmente impietosi come Marco di Aretusa o Cirillo di Eliopoli furono celebrati come meritevoli «distruttori di templi», come vennero chiaramente nominati, mentre nel 356 fu stabilita la pena di morte per chi praticasse ancora i riti pagani. Nel VI secolo, infine, i pagani furono dichiarati fuorilegge:

«Non doveva esserci spazio che per la religione cristiana. L’ imperatore Teodosio, ad esempio, giustiziò perfino dei bambini che avevano giocato con alcuni resti di statue pagane demolite. Eppure, a detta di svariati storiografi cristiani, quest’ uomo rispettava con grande cura ogni dettaglio della condotta cristiana…».
Nemmeno Carlo Magno fu esente da gravi colpe, compiute in nome di Dio. Nel 782, per esempio, fece decapitare ben quattromilacinquecento sassoni colpevoli di non volersi convertire al Cristianesimo:
«Pure la mia Irlanda sopportò atrocità di questo genere. Nel XVI e XVII secolo, le truppe inglesi raggiunsero le nostre coste con l’ intento di pacificarci e civilizzarci. Ci ritenevano un branco di selvaggi gaelici, animali irragionevoli senza alcuna idea di Dio o di buone maniere che addirittura si dividevano la proprietà di donne e bambini, come avveniva per il bestiame.».
Sembrava che stesse rievocando dolorosi episodi di vita. Uno dei più importanti condottieri, un certo Humphrey Gilbert, fratellastro di Sir Walter Raleigh, fece mozzare dai corpi le teste di tutti coloro che erano stati uccisi in quel massacro, facendole spargere dappertutto lungo la strada:
«Tale offerta di civilizzazione causò grande sofferenza. Pensa a quanti videro sparse sul terreno le teste dei genitori, dei fratelli, dei bambini, dei parenti e degli amici. Decine di migliaia di persone furono mietute e oltraggiate nella morte per fini strettamente religiosi.».
Inutile dire che tutti quei cupi avvenimenti avevano ricevuto la benedizione della Chiesa. Scossi il capo, notevolmente turbato:
«Purtroppo, da quando esiste un Dio non si è fatto altro che uccidere nel suo nome.».
Il professore rispose che, disgraziatamente, in seguito era stato compiuto anche dell’ altro. Affermò che nei secoli del Medioevo la Chiesa aveva influito notevolmente sullo sviluppo culturale europeo, rallentandolo e addirittura arrestandolo, quando possibile. Grandi geni della ricerca, primo tra tutti Galileo Galilei, erano stati ingiustamente perseguitati, pubblicamente derisi, condannati e indotti a sospendere ogni attività, sconfessando i risultati già ottenuti e chiaramente dimostrati:
«Per un migliaio di anni la scienza fu bollata come una maledizione e un’ eresia. La fede, di fatto, non aveva bisogno di alcuna conferma da parte della scienza, e noi oggi non abbiamo la minima idea dello straordinario sviluppo culturale, scientifico e tecnologico di cui godremmo se questo vergognoso impedimento non fosse accaduto.».
Sempre nel Medioevo, epoca per vari aspetti tetra, la Chiesa era passata alla storia per ignobili e ripetuti atti di terrorismo su vasta scala: con la costante diffusione della paura del Demonio, la cui terribile influenza poteva scatenarsi in ogni momento, il fedele non aveva altra scelta che affidare tutto sé stesso allo stesso clero, mettendone diligentemente in pratica i precetti, assicurandosi la salvezza e la beatitudine del Paradiso. In periodi penosi come la Grande carestia del 1315-1317 e la Peste nera, avvenuta tra il 1347 e il 1353, l’ ordine ecclesiastico cominciò a trasmettere una religiosità fortemente basata sulla mortificazione, la penitenza e la rinuncia. Tra la gente divenne familiare la pratica di rituali cruenti come l’ autoflagellazione, in cui il fedele colpiva più volte il proprio corpo con il flagello allo scopo di rafforzare lo spirito e la vita interiore, e l’ impiego del cilicio, la celebre veste intessuta di peli di capra, ruvida e scomoda da indossare sulla nuda pelle con l’ intento di avvilire la carne, in un atto di penitenza. In alcuni ordini religiosi, pratiche del genere divennero veri e propri strumenti di santificazione e purificazione.
«Tuttavia, con l’ Inquisizione, iniziata con il Concilio di Verona del 1184, presieduto da papa Lucio III e dall’ imperatore Federico Barbarossa, si verificarono atti della peggiore brutalità, come la caccia alle streghe.» brontolò il luminare «Un vero e proprio attacco a volto scoperto contro il mondo femminile.».
Essendo un convinto femminista, si fece molto severo su questo punto. In realtà, nel periodo dell’ Inquisizione, l’ istituzione ecclesiastica fondata per indagare e punire mediante un apposito tribunale i sostenitori di teorie considerate contrarie all’ ortodossia cattolica, erano avvenuti numerosi atti di persecuzione ideologica, tra cui l’ accanimento a danno degli scienziati, ma la caccia alle streghe aveva effettivamente assunto un rilievo tutto particolare. Disse che il clero si rivelò particolarmente duro contro le donne, che passarono un brutto quarto d’ ora in un periodo compreso tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Seicento. Per circa due secoli la Chiesa fu instancabile nella ricerca e nella persecuzione di donne sospettate di intrattenere rapporti con il Demonio, da cui avrebbero tratto il potere di compiere sortilegi e malefici capaci di danneggiare gli uomini, indebolendone la forza vitale. Ritenute pericolose tanto dalle autorità religiose quanto da quelle civili, le streghe venivano regolarmente punite con la morte:
«La realtà storica delle streghe fu notevolmente complessa e sfaccettata. Le donne venivano accusate di stregoneria semplicemente perché sorprese a praticare l’ antico sapere sciamanico, unito a usanze legate ai culti pagani della fertilità risalenti al mondo antico e preistorico.».
Il luminare ribadì che la Chiesa aveva sempre smentito con vigore le credenze magiche, ma era una assolutamente sicura dell’ esistenza al mondo di streghe e maghi, che bollava come agenti del Demonio. Nei secoli presentò peraltro diversi documenti contro la superstizione, come il Canon episcopi, destinato ai vescovi, e tredici bolle tuttora accettate dal Vaticano, in cui si accettava ufficialmente la realtà della stregoneria. Nel corso delle due grandi ondate della caccia alle streghe, la prima avvenuta tra il 1480 e il 1520 e l’ altra dal 1560 al 1650, furono perseguitate donne legate prevalentemente alle classi sociali inferiori, in larga parte vedove e prostitute, ma anche levatrici, erboriste e guaritrici che si prodigavano con decotti e infusi a base di piante per fronteggiare le malattie e alleviare i dolori delle partorienti. Spesso le autorità estendevano le condanne anche ai figli, soprattutto quelli di sesso femminile. Un’ infinità di persone innocenti, di ogni età e provenienza, colpevoli soltanto di essere donne come Eva, colei che tentò Adamo provocandone la caduta, divennero l’ oggetto di un’ ignobile ferocia. Tuttavia, alcuni dettagli avevano portato gli storici a identificare pure una bassa presenza di assassine e malviventi tra le condannate:
«Venivano presentate denunce anonime, mosse da futili ragioni, a cui seguivano torture strazianti atte a indurre le donne a confessare le proprie colpe e gli eventuali complici. Poiché in quel periodo erano in vigore leggi sulla confisca dei beni, nella maggior parte dei casi si induceva le prigioniere a fare il nome di persone ricche e potenti, divenute sgradite al sistema. A quel punto le streghe venivano date al rogo purificatore.».
In quel tempo, problemi quali malattie, morte, povertà e carestie erano in continuo aumento, e non riuscendo più a dare risposte esatte sulle cause e i rimedi il clero trovò nel mito delle streghe un ideale capro espiatorio. Il clima generale di tutta questa insensata ecatombe si ispirava a un versetto del Vangelo di Giovanni, in cui si afferma che chi non rimane in Gesù deve essere gettato via come un tralcio, per poi essere raccolto e bruciato. Damhnaic aggiunse che la condanna a morte attraverso il rogo non spettava propriamente alla Chiesa, ma alle autorità civili, opportunamente soggette alla sua influenza spirituale.
«Quante donne sono morte nella caccia alle streghe?» domandai.
Il professore scosse il capo, dicendo che il numero delle vittime era tuttora largamente dibattuto, anche a causa della perdita nel corso dei secoli di un gran numero di documenti processuali. Temendo che gli immensi archivi inquisitoriali cadessero nelle mani dei suoi molti nemici, infatti, la Chiesa diede alle fiamme quasi ogni testimonianza:
«Le cifre che gli esperti hanno ipotizzato rappresentano ordini di grandezza, e indicano circa centodiecimila processi in tutta Europa. Le esecuzioni sarebbero state pari al cinquantacinque percento dei processi, per un totale di circa sessantamila persone. Otto accusati su dieci erano di sesso femminile.».
Aggiunse che in realtà l’ ostilità contro le donne era cominciata molto tempo prima, con gli attacchi contro un celebre personaggio dei Vangeli quale Maria Maddalena:
«Si dice che quando Gesù la incontrò fosse posseduta dal demonio, e che lui la salvò. Colma di riconoscenza divenne una dei suoi seguaci più stretti, e lo aiutò anche economicamente. Con il tempo i due divennero molto vicini anche personalmente. Determinati passi dei Vangeli ci fanno intuire chiaramente la sua importanza, raccontando ad esempio che fu lei a vedere per prima Gesù risorto dalla morte. Tuttavia, in quanto donna che viveva tra gli uomini si attirò molte maldicenze, e venne considerata persona promiscua. La sua cattiva fama nella Storia nacque semplicemente così. Il racconto evangelico la introduce subito dopo l’ incontro di Gesù con una prostituta a cui lui concesse l’ assoluzione dalle sue trasgressioni. Lei e la Maddalena erano chiaramente due donne diverse, ma cinque secoli dopo la loro morte le cose sarebbero nettamente mutate.».
Nel sermone pasquale dell’ anno 591, infatti, papa Gregorio Magno dichiarò che l’ anonima prostituta e Maria di Magdala erano la stessa persona, sebbene non vi fosse alcun legame tra loro:
«Il Vaticano rigettò questa dichiarazione soltanto nel 1969, dopo un millennio e tre secoli di immotivato discredito. Che vergogna!».
Al termine di questo resoconto parziale, ma assai inquietante, sulla storia della Chiesa, il luminare rifletté:
«Come tu hai giustamente notato prima, in nome di Dio e Gesù sono state compiute le peggiori nefandezze della storia. Ma l’ aspetto più triste è che alla base di tutto questo fanatismo sta solamente un vile inganno: la più grande storia mai raccontata è stata opportunamente riscritta in una serie di giochi di potere, semplici ma orrendi, che hanno innalzato alle vette della grandezza gente avida e crudele. In altre parole, quasi nulla di quanto sappiamo oggi sulla vita di Gesù e l’ origine del Cristianesimo è vero. Per quanto mi riguarda, la Chiesa ha compiuto la più grande opera di disinformazione della storia.».
Tali parole, e soprattutto il loro tono così convinto e consapevole, mi colpirono molto. A dire il vero avevo sentito affermare questo concetto molte volte, e dalle persone più diverse, ma se affrontato dal celebre professor Joyce, che si esprimeva solo se supportato da elementi chiari e innegabili, assumeva un significato particolarmente veritiero.
«Che cosa vuoi dire?» domandai incuriosito.
Il mio amico asserì che la figura di Gesù aveva sempre suscitato una certa curiosità da parte degli storici, i quali tentavano di ricostruire la sua figura secondo i moderni metodi scientifici attraverso l’ analisi deduttiva di prove e testi antichi e il confronto con il contesto storico e culturale del suo tempo. L’ avvio della moderna ricerca risaliva alla fine del XVIII secolo, con la pubblicazione degli studi del filosofo e scrittore tedesco illuminista Hermann Samuel Reimarus, noto deista. Lo scopo era di ricostruire con più esattezza la sua vita e il suo insegnamento, prendendo in considerazione indizi e fatti concreti piuttosto che le più evanescenti considerazioni di fede, per quanto rispettabili, ma la Chiesa aveva sempre scoraggiato tali tentativi, per ovvie ragioni di potere:
«Il clero sostiene fin dai suoi albori di aver ricevuto l’ insegnamento direttamente da Gesù, ragion per cui l’ istituzione della Chiesa si è facilmente imposta come l’ unico soggetto capace di guidare il fedele direttamente al Signore. E chi mai avrebbe rinunciato volontariamente a questo importantissimo monopolio spirituale? Ben pochi.».
Sostenne inoltre che, a dispetto delle molteplici difficoltà legate al molto tempo trascorso dalla vita e morte di Gesù, ossia venti secoli sotto l’ egemonia della Chiesa, gli storici avevano saputo tracciare un primo quadro sulla sua esistenza e il suo messaggio:
«Negli anni del suo insegnamento, il Nazareno assunse il ruolo di maestro, o rabbino, e la gente lo rispettò come profeta. Tuttavia non disse mai di essere figlio di una vergine, nato da un’ immacolata concezione, o di dover morire per riscattare il genere umano dal Peccato originale. Tanto meno che sarebbe risorto dopo tre giorni o di voler fondare una Chiesa.».
Dal giorno della sua morte fino ai giorni nostri, su Gesù erano proliferati i più diversi miti e leggende, spesso e volentieri ripresi dalle religioni pagane ed esoteriche dell’ antichità, tuttavia il profilo autentico che stava lentamente ma inesorabilmente riemergendo dalle sabbie del tempo corrispondeva a quello di un ebreo che viveva perfettamente in tono con la Torah, la Legge che Dio aveva dato a Mosè sul monte Sinai centinaia di anni prima della sua nascita. Si trattava di un giovane uomo che amava la propria gente, di cui rispettava le antichissime tradizioni benché fosse assai critico verso tutti quegli aspetti che ormai si presentavano come sorpassati e marginali. Egli sognava di modernizzare e rendere più semplice e diretta la fede dei suoi padri, affinché fosse accessibile a tutti, soprattutto i più umili, e di incentrarla sul perdono e sul riscatto degli emarginati:
«Gesù fu una persona assai sfaccettata e solitaria, anche agli occhi dei suoi discepoli più intimi, e rimase legato ai propri ideali fino alla morte dolorosa su di una croce romana.».
Gli esperti non avevano dubbi sulla sua esistenza: egli era effettivamente vissuto in Israele un periodo approssimativamente compreso tra gli ultimi anni del principato di Cesare Augusto e di quello di Tiberio, era stato un uomo saggio e illuminato, un maestro capace di attirare vaste folle, e morì per crocifissione sotto Ponzio Pilato, con l’ accusa di lesa maestà:
«Ma era un normalissimo essere umano, come tutti noi. La sua grandezza stava nella notevole intelligenza e nella saggezza spirituale. E il suo insegnamento, basato sull’ amore per il prossimo e la fede verso Dio, era naturalmente rivolto ai soli ebrei, che da secoli attendevano un segno dal loro Signore.».
«Non disse ai discepoli di andare in tutto il mondo a insegnare quanto avevano visto e ascoltato?» domandai.
Damhnaic scosse il capo:
«Gesù era ebreo, e come tale parlava al suo popolo. La celebre frase che tu hai appena citato risulta un’ aggiunta successiva, fissata nelle Sacre Scritture dagli autori cristiani quando ormai il Cristianesimo aveva già oltrepassato i confini di Israele, sua terra d’ origine.».
Il ritratto di un Gesù divino, attualmente così familiare, sostenne, ci giungeva dai quattro Vangeli, che ispirarono i concetti e lo stile del Nuovo Testamento. Essi, però, furono composti a settant’ anni dalla Crocifissione, cosa che indusse gli storici a soppesare con grande attenzione la loro credibilità storica poiché, analogamente ad altri documenti umani, nella loro esistenza conobbero ovviamente una lunga fase di trascrizioni, interpretazioni e aggiunte. Peraltro, molti studiosi si ritenevano ormai quasi del tutto certi che gli autori non fossero realmente Marco, Matteo, Luca e Giovanni, ma seguaci delle scuole di pensiero sorte attorno ad essi. Si raccontava persino che San Pietro, San Giovanni e Giacomo, uno dei quattro fratelli di Gesù, ebbero un’ aspra disputa con San Paolo, giungendo a una rottura da cui sarebbero sorti numerosi Vangeli che però furono subito esclusi dalla teologia. Nel corso dei secoli numerosi di questi scritti andarono persi, finendo con l’ essere soltanto nominati in opere successive, ma alcuni vennero fortunatamente riscoperti nel corso di ritrovamenti archeologici avvenuti tra il XIX secolo e i giorni nostri. La Chiesa ne riconobbe solamente quattro, che vennero chiamati Canonici, mentre quelli rigettati in quanto ritenuti portatori di tradizioni misteriose o esoteriche furono detti Apocrifi, ossia «nascosti», «riservati a pochi».
Il Cristianesimo, così come Gesù l’ aveva insegnato originariamente, era semplicemente una scuola di pensiero dell’ Ebraismo, inizialmente seguita da una minoranza di ebrei. Risultava una via di fuga dal rigido insegnamento tradizionale, così come tempo addietro era avvenuto in India con il Buddhismo e il Giainismo nei confronti dell’ originaria filosofia induista:
«Dopo la morte di Gesù di Nazareth emerse con prepotente rilievo la figura di Saul di Tarso, che passò alla storia come San Paolo, l’ Apostolo delle Genti, l’ unico tra i seguaci a non averlo mai visto di persona. Egli fu il primo a insegnare il Cristianesimo ai non ebrei, viaggiando soprattutto nelle province romane di lingua e cultura greca, dove ebbe un grandissimo seguito, fino al giorno in cui fu arrestato e portato a Roma, dove fondò insieme a San Pietro la comunità cristiana locale, destinata in futuro a divenire la principale.».
Proprio perché i suoi discepoli non erano ebrei, San Paolo dovette staccare il Cristianesimo dall’ Ebraismo, e formulare una nuova teologia che ancora oggi risultava alla base della formazione dei sacerdoti. La sua influenza storica fu enorme, poiché mentre i Vangeli si occupavano in larga parte di narrare le parole e le opere di Gesù, le sue Lettere tracciavano la natura salvifica della sua incarnazione, passione, morte e ritorno alla vita. A detta di molti, fu il vero fondatore del Cristianesimo:
«Demonizzò per primo il sesso, parte naturale della nostra vita, accusandolo di ancorarci all’ esistenza terrena allontanandoci da Dio, idea che poi sarebbe stata ripresa con più forza da Sant’ Agostino. Anche solo mostrare il proprio corpo divenne un vergognoso peccato. Fece altrettanto con gli omosessuali, a cui negò il Regno di Dio nella Prima Lettera ai Corinzi, mentre in quella ai Romani li inserì in un elenco di peccatori meritevoli di morte.».
Come se non bastasse, contribuì a relegare nuovamente la donna a un ruolo di scarsa importanza, mentre Gesù, com’ era risaputo, la teneva in grande considerazione:
«Secondo le pagine dei Vangeli, non fu forse la Maddalena a incontrarlo risorto di fronte al sepolcro, mentre gli apostoli ritenevano che qualcuno avesse vilmente trafugato la tomba?».
Per quanto interessante fosse tutta questa narrazione, non potei fare a meno di porgere una domanda che, nella mia mente, si era fatta particolarmente pressante:
«Perché noi oggi veneriamo Gesù come essere divino? Chi impose veramente la sua divinità?».
Il professore affermò che la divinità di Gesù era dichiarata già nei primi testi cristiani, probabilmente su ispirazione diretta degli apostoli e di San Paolo. Tuttavia, nei primi tre secoli dopo la sua morte esistevano molte correnti cristiane che ritenevano il Nazareno un profeta mortale. L’ idea di un Gesù divino e non più semplice uomo fu successivamente ripresa dall’ imperatore Costantino, che se ne servì come base per stabilire la consustanzialità tra lui e Dio:
«Hai mai sentito parlare del Concilio di Nicea?».
Scossi il capo, e il luminare chiese di rimando che cosa sapessi su Costantino. Risposi che era passato alla storia per aver riunito l’ Impero sotto la sua autorità e, in seguito, per aver fondato Costantinopoli. Aggiunsi che aveva legalizzato il culto cristiano, che nei secoli precedenti era stato notoriamente proibito e perseguitato. Damhnaic annuì:
«L’ epoca e l’ intervento di Costantino rappresentarono una tappa fondamentale nella storia e nell’ evoluzione del Cristianesimo, quindi della Chiesa, poiché questo imperatore ne fece un notevole strumento di potere. Tale operazione fu successivamente completata da Teodosio, al termine del IV secolo, quando l’ insegnamento di Cristo divenne religione di Stato.».
Quella parte della storia mi era più nota, come dissi, visto che si studiava regolarmente a scuola.
«Ma i libri di storia scolastici sono esasperatamente sintetici circa il vero intento di Costantino.» sentenziò il mio amico «Dopo tutto, subiscono l’ influenza dei rapporti tra Stato italiano e Santa Sede sanciti con i Patti Lateranensi del 1929.».
Con parole chiare e semplici, disse che a partire dal 324, quando era uscito vittorioso da una violenta guerra civile, Costantino restaurò il classico sistema dell’ unico imperatore, venuto a mancare con quello della Tetrarchia imposta da Diocleziano, in cui il potere imperiale era stato suddiviso tra due Augusti e due Cesari, sparsi tra Occidente e Oriente. Ma l’ unità politica, purtroppo, non bastava ancora a garantire pace e stabilità:
«Per tradizione, l’ imperatore romano era anche pontefice massimo, ossia la massima autorità di tutte le religioni ammesse nell’ Impero. Nel 324 il Cristianesimo rappresentava già una corrente potente, perfettamente inserita nelle sfere più alte dell’ aristocrazia e della politica, sebbene fosse ancora una religione frammentaria.».
Spiegò che ogni città aveva ormai una comunità cristiana, con un suo vescovo, ma ciascuna aveva una propria filosofia, con un relativo insieme di Scritture e dogmi. Dopo l’ editto di Milano del 313, Costantino convocò nel 325 il Concilio di Nicea, allo scopo di fare del Cristianesimo una religione unica. Insieme ai vescovi, discusse e votò in tema di Scritture, sacramenti, festività, e, soprattutto, valutò con grande cura la divinità di Gesù: sostenne con autorità la dottrina della consustanzialità del Padre e del Figlio, e diede impulso a quella legata all’ incarnazione, morte e resurrezione di Cristo, oltre che a quella della nascita virginale di Gesù, già affermata nel Vangelo di Matteo:
«Da quel preciso momento Gesù passò alla storia come entità divina. Chiunque ancora lo considerasse umano sarebbe stato accusato di eresia.».
«Perché Costantino fece prevalere a tutti i costi la corrente che voleva Gesù divino?» domandai incuriosito.
«Per diventare il rappresentante di Dio sulla Terra.» fu la risposta decisa «Voleva che il potere imperiale fosse sacro e inviolabile, in quanto concesso direttamente da Dio. Con un Gesù generato direttamente dal Signore, in grado di tutti quei miracoli di cui abbiamo tanto sentito parlare, Costantino fu il primo dei sovrani europei la cui autorità derivava da un diritto divino. Tale concetto perdurò lungo tutto il Medioevo, gettando le basi dell’ Assolutismo.».
Damhnaic spiegò che il «Credo», tuttora recitato a messa la domenica, si basava sui concetti avvalorati da Costantino:
«‘Generato e non creato della stessa sostanza del Padre.’. Geniale, non trovi?».
Il risultato di quella celebre assemblea ecumenica fu dunque il Cristianesimo nella forma attuale:
«Sappiamo che Gesù ebbe quattro fratelli e varie sorelle, e che quasi sicuramente era sposato con figli, poiché tra gli ebrei del tempo il celibato era largamente disapprovato, analogamente a un matrimonio senza o con pochi figli. L’ ipotesi della Linea di sangue di Gesù, la sua figliolanza, fu già considerata addirittura nel XIII secolo. Ma nulla di ciò sopravvisse, poiché oggi, ovunque voltiamo lo sguardo, vediamo un essere mistico ascetico, distaccato, un figlio unico che riconobbe come fratelli, sorelle e madre soltanto chi compisse la volontà di Dio.».
A quel punto non potei fare a meno di chiedergli se credesse in Dio. Il professore scosse vigorosamente la testa, sostenendo che ogni divinità nominata dagli uomini era semplicemente una loro stessa invenzione, atta a dare risposta alle grandi domande sull’ esistenza, la vita e la morte:
«Sono tuttavia convinto che esista un qualche ordine universale che regoli tutto quanto. Nulla avviene mai per caso. Ma noi comuni mortali, attualmente, siamo troppo limitati per comprendere appieno questo meccanismo. Ma un giorno, forse…».
Aggiunse di avere una grande ammirazione per Gesù, ma di ritenere fondamentale presentarlo per come era stato effettivamente in vita: un uomo, un grande saggio che sapeva ridere e scherzare con i discepoli e i bambini, che amava la vita e le sue gioie. Bastava mantenere una mente aperta per costatare che Gesù era stato un uomo straordinariamente positivo, indipendentemente dagli eventi miracolosi con cui la sua vita fu successivamente abbellita:

«Per me essere cristiano significa esattamente questo: vivere la vita con amore e positività, facendo del bene agli altri, oltre che a noi stessi. Proprio come diceva Gesù.».