mercoledì 9 gennaio 2019

Ludwig II, il tormentato e romantico re dei castelli

Ritratto ufficiale di re Ludwig II;


«E’ certamente comprensibile che, a volte, io sia preso da una violenta febbre di rabbia e di odio e con disgusto volti le spalle al mondo circostante, che ha così poco da offrirmi. Forse un giorno sarò in pace con questa terra, quando saranno distrutti tutti gli ideali le cui sacre fiamme mi sono così care. Ma non desideratelo mai! Voglio rimanere un eterno enigma, per me stesso e per gli altri.» Ludwig II di Baviera;

La vita dei re e delle loro famiglie esercita da sempre un grande fascino presso la gente comune, di cui suscitano l’ interesse e l’ ammirazione sebbene quasi tutto ciò che viene trasmesso al pubblico corrisponda soltanto ad una facciata accuratamente studiata, e non ad una spontanea verità. La forte e abituale distanza del sovrano dal suo popolo e l’ alone di mistero da cui viene sempre circondato hanno il potere di stimolare la curiosità e il fascino della sudditanza, conferendogli una vera e propria aura di sacralità e magia. In ogni tempo e nazione, il regnante diviene un vero e proprio oggetto di culto, centro di ogni autorità terrena e morale, oggetto privilegiato delle arti, il suo volto viene riportato sulle monete divenendo sorgente di rispetto, ispirazione e conforto. Dal giorno della sua incoronazione cessa di essere un semplice uomo per divenire un simbolo di enorme importanza per tutti, qualcuno che «fa tutto ciò che fanno le persone comuni, solo che fa tutto meglio». Il popolo contempla i suoi palazzi e le sue residenze per le vacanze con una mescolanza di ammirazione e soggezione, impressionato alla vista di quali abitazioni siano degne della grandezza di colui che regna «per grazia di Dio e volontà della nazione».
Eppure, come è noto, la vita di un monarca e quella dei suoi famigliari non è affatto come nelle favole. E’ scandita da doveri e responsabilità a cui non può sottrarsi per una questione ereditaria, e ai quali viene preparato fin da piccolissimo con un’ educazione e una formalità particolarmente rigidi. E’ un’ esistenza colma di durezza e convenzioni antiche e immutabili e povera di libertà, a cui quasi sicuramente nessuno si offrirebbe mai spontaneamente. Da quando la Rivoluzione francese e i conseguenti moti rivoluzionari ottocenteschi portarono al declino dell’ assolutismo per diritto divino dando impulso alla nascita di un nuovo sistema politico, comunemente chiamato Stato di diritto o liberale, assicurato da una monarchia costituzionale o parlamentare oppure da un regime repubblicano, il re, addetto al ruolo di capo e rappresentante dello Stato nonché garante del suo buon funzionamento e del rispetto della sua costituzione, ha ulteriormente perduto la propria libertà di azione politica: oggi, in quanto simbolo vivente della nazione su cui regna è costantemente soggetto alle sottili e costantemente mutevoli alchimie della ragion di Stato e all’ autorità del suo governo, alle cui esigenze deve attenersi il più diligentemente possibile.
Uno dei sovrani più ammirati e insieme discussi dell’ era moderna è stato senza dubbio Ludwig II, re di Baviera dal 1864 al 1886, appartenente al Casato di Wittelsbach, tra i cui avi si erge persino il grande Carlo Magno. Uomo tormentato e romantico, vissuto e infine morto in circostanze fuori del comune, fu soprannominato der Märchenkönig, «il Re azzurro» in tedesco, sebbene a questo nomignolo nel tempo se ne assunsero altri coloriti e meno cordiali quali «il Re sognatore» e il più noto, «il pazzo re Ludwig». Ricordato come un monarca particolarmente singolare, fu noto come una figura piuttosto eccentrica la cui eredità si intreccia fortemente con la storia dell’ arte e dell’ architettura, avendo commissionato la costruzione di svariati e stravaganti castelli fiabeschi di notevole imponenza, come il Neuschwanstein. Devoto mecenate del magnifico Richard Wagner e benvoluto dal popolo bavarese, che lo venera ancora oggi, visse e patì numerose sofferenze ed inquietudini derivanti dalla sua continua opposizione alle rigide e bigotte convenzioni del suo tempo, pagando duramente con la deposizione dal trono dopo ventidue anni di regno a seguito di un’ ingannevole dichiarazione medica che lo descriveva come un grave malato di mente, preparata da alcuni medici infidi e legati a potenti dignitari a lui ostili, e morendo appena il giorno dopo in circostanze piuttosto sospette a soli quarantuno anni. La sua attitudine a edificare manieri incantevoli, concepiti come consolanti e spensierati rifugi dall’ odiosa corte monacense, ambiente ai suoi occhi mostruoso e di cui non amava gli aridi formalismi, l’ insensibilità, le trame, la corruzione, l’ adulazione e l’ alterigia dei nobili, lasciò al suo regno un’ eredità meravigliosa, che ancora oggi attira ogni anno milioni di turisti provenienti da ogni parte del mondo.
Principe ereditario della Baviera;

Ludwig Otto Friedrich Wilhelm von Wittelsbach nacque il 25 agosto 1845 al castello barocco di Nymphenburg, a Monaco di Baviera, il cui nome significa «Castello delle Ninfe». Figlio primogenito di Maximilian Joseph von Wittelsbach, il principe ereditario della Baviera, e di Marie di Hohenzollern, figlia del principe Federico Guglielmo Carlo e nipote di Federico Guglielmo II, re di Prussia, la sua nascita fu salutata con molto entusiasmo in parte perché la successione al trono era assicurata per un’ altra generazione e in parte perché era avvenuta lo stesso giorno dell’ onomastico del nonno paterno, re Ludwig I, che gli impose il proprio nome. Battezzato ad appena un giorno dalla nascita secondo il rito cattolico, il 20 marzo 1948, ad appena tre anni, divenne il nuovo principe ereditario, dal momento che il sovrano dovette abdicare a causa della rivoluzione animata da forti proteste e dimostrazioni studentesche della classe media contro la sua autorità, essendo reputato un monarca anticostituzionale. Il figlio salì pertanto al trono con il nome di Maximilian II. Il mese dopo, la famiglia reale si ampliò con la nascita di un secondo figlio, il principe Otto.
La cugina Elisabeth, «Sissi»;

Durante l’ infanzia, Ludwig venne assai viziato e gli fu sempre ricordato il suo rango di principe ed erede al trono, ma al tempo stesso fu posto sotto la severa autorità dei precettori, che gli imposero un rigoroso regime di studio ed esercitazioni. Si rivelò un giovane sveglio, attento, intelligente, votato alla cultura, all’ arte e soprattutto alla storia. I grandi monarchi del passato, soprattutto francesi, lo affascinavano enormemente. Ben presto, però, non sopportò più le pesanti restrizioni stabilite dall’ educazione impostagli dal padre, e non perse l’ occasione di reagire in modo aspro, alle volte persino dispotico, ai rimproveri dei severi precettori. Con i coetanei aveva l’ abitudine di dimostrarsi aperto e cordiale, ma non ammetteva che ci si dimenticasse del suo rango, nemmeno per scherzo, come dimostrato dalla sorte del figlio di un importante conte, che era stato allontanato e mai più ammesso a corte proprio per volere di Ludwig dopo che questi lo aveva urtato per sbaglio durante una corsa. Anche il rapporto con i genitori si fece presto conflittuale: del padre non sopportava lo scarso senso della regalità, mentre della madre non tollerava l’ ignoranza.
La sua giovinezza ebbe vari momenti lieti, come le visite con la famiglia a Hohenschwangau, frazione del comune di Schwangau, in Algovia Orientale, e al lago di Starnberg. Da bambino strinse un legame molto stretto con Elisabeth, meglio nota come Sissi, sua cugina di secondo grado e appartenente al ramo ducale dei Wittelsbach, in quanto la madre di lei, la principessa Ludovika, era la zia di Maximilian II, mentre il padre, il duca Maximilian Joseph, detto amichevolmente «duca Max» discendeva da un bisnonno di Ludwig I. Sissi acquisì un’ importanza centrale nella vita del principe ereditario. Tra i due vi erano otto anni di differenza, cosa che certamente non facilitò i loro rapporti durante l’ adolescenza, soprattutto quando lei lasciò Monaco nel 1854, a sedici anni, alla volta di Vienna per unirsi in matrimonio all’ imperatore Francesco Giuseppe I. Ludwig ne aveva appena otto. Entrambi amavano trascorrere del tempo insieme, immersi nella natura e nell’ arte. Lei era una cultrice di Heinrich Heine e, sul suo esempio, chiamava sé stessa nelle proprie poesie «gabbiano» per il suo amore mistico e travolgente per il mare, mentre al cugino riservava l’ epiteto di «aquila», come in uno dei più celebri versi scritti di suo pugno:
«A te, aquila della montagna
Ospite delle nevi eterne
Un pensiero del gabbiano
Re delle onde frementi.».
Da adolescente divenne molto amico del suo aiutante di campo, Paul Maximilian Lamoral von Thurn und Taxis, membro di un’ antica e importante famiglia nobile bavarese, assai facoltosa: i due giovani andavano a cavallo insieme, leggevano poesie e allestivano scene delle opere romantiche del compositore tedesco Wagner, di cui aveva ascoltato per la prima volta la musica durante una rappresentazione del «Lohengrin» a Monaco, quando aveva sedici anni, ma la relazione si infranse quando Paul si interessò di più alle ragazze. Leggendo alcune lettere, infatti, si può intuire che l’ erede al trono avesse tendenze omosessuali che reprimeva pubblicamente a causa del suo intenso sentimento religioso, e che proprio Paul fosse il suo primo amore.
Sovrano in uniforme ufficiale;

Tra le rare feste di corte e le numerose scampagnate nei boschi di Schwangau, dove la famiglia reale possedeva il castello di Hohenschwangau, Ludwig visse la propria adolescenza in completa solitudine, trascorrendo ore e ore in una stanza buia a fissare il vuoto, e a chi gli chiedeva se non si annoiasse rispondeva semplicemente: «Affatto! Immagino cose stupende e mi diverto tantissimo.».
Il 10 marzo 1864, il padre Maximilian, da lungo tempo minato da malattie che lo costringevano a lunghi periodi all’ estero per curarsi adeguatamente, finendo con l’ essere un regnante non molto presente nelle questioni di Stato eppure assolutamente amato per le qualità personali ed intellettuali, morì, e Ludwig gli successe quasi diciottenne sul trono come Ludwig II. La sua prima apparizione ufficiale come re fu proprio ai funerali di Stato del padre, tenutisi il 14 marzo, e a corte già serpeggiavano sdegno e maldicenze a proposito del fatto che nel corso delle ultime settimane di vita del padre, il principe avesse concesso alcune udienze al tenore tedesco Albert Niemann, particolare gesto considerato poco rispettoso verso il morente sovrano a cui sarebbe succeduto. Fu un periodo molto intenso per il nuovo re di Baviera, perché oltre alla perdita del genitore, che lo segnò sentitamente malgrado il rapporto conflittuale, conobbe personalmente una delle persone che maggiormente segnarono la sua vita, ossia Richard Wagner, il suo idolo. Nella sua musica soave e nelle sue storie di cavalleria e di eroi senza macchia aveva trovato la migliore risposta alle proprie irrequietezze romantiche, peraltro animate dalla lettura di libri e racconti fiabeschi. Il monarca vide in lui l’ artista per eccellenza, nonché il dono più prezioso da fare tanto ai propri sudditi quanto a sé stesso. Si incontrarono conobbero il 4 maggio del 1864, e rimasero amici per il resto della loro vita. Ludwig divenne il suo generoso mecenate, praticamente salvandolo dal dissesto economico. Wagner era infatti scappato in Svizzera per evitare l’ arresto per indebitamento, e i suoi parenti più stretti, volendo calmare i creditori, vendettero il mobilio e gli altri beni mobili della sua casa di Vienna, lasciandolo improvvisamente sprovvisto di alloggio. Di passaggio a Monaco mentre si recava urgentemente a Stoccarda per convincere il direttore d’ orchestra Eckert a rappresentargli il «Tristano e Isotta», il suo capolavoro, osservò in un ritratto il volto del monarca bavarese, il cui segretario personale si presentò la sera del 3 maggio domandando di parlare con lui: credendosi ricercato dalla polizia, il compositore fece rispondere di non essere in casa, ma l’ indomani mattina il dignitario raggiunse il musicista in albergo, dove gli consegnò un anello e una foto del re: Ludwig II, follemente devoto, lo voleva presso di sé a Monaco.
Riconoscente per aver accettato il suo invito, il giovane regnante gli corse incontro garantendogli una generosa protezione, consistente in una pensione di ottomila fiorini, una grande casa a Monaco e una serie di generosissimi contratti. Il 5 ottobre 1864 avvenne la prima assoluta di «Huldigungsmarsch» al Teatro Cuvilliés di Monaco, un grande successo, e durante l’ estate di quello stesso anno, dal 18 giugno al 15 luglio, re Ludwig si concesse qualche giorno di riposo a Bad Kissingen, ove per sua felicità rincontrò Sissi, ora imperatrice d’ Austria. Il loro legame, dovuto ad affinità elettive, alla complicità di carattere, al fatto di non amare i galatei e le cerimonie imposti dalla vita di corte, all’ animo sensibile, alla predilezione per le lunghe passeggiate a cavallo e la natura a dispetto di una vita fatta di sterili convenevoli a cui rifiutavano fermamente di sottostare, non era mai venuto meno e spesso venne apertamente definito alquanto sconveniente. Nelle stanze reali vigevano regole particolari quali protocollo, etichetta, tattica, diplomazia, calcolo e persino intrighi per i quali entrambi non erano assolutamente portati. Come dissero molte malelingue, sia lei che lui cercavano di scappare, o almeno di fare «qualche scappata a cavallo». Un anno dopo, nel 1865, grazie ad un generoso patrocinio reale ebbe finalmente luogo la rappresentazione del «Tristano e Isotta» e de «I maestri cantori di Norimberga», la sola commedia composta da Wagner, in cui viene esaltato il significato della nuova arte tedesca. Alla fine della prima del «Tristano e Isotta», Ludwig uscì dal teatro e salì sul suo treno per tornare al palazzo, ma lo fece fermare in aperta campagna e in preda ad una fortissima emozione, cavalcò da solo nei boschi per tutta la notte, rientrando alle prime luci dell’ alba. L’ avventura bavarese del musicista tedesco ebbe tuttavia vita breve, in quanto il 10 dicembre del 1865 venne costretto ad andarsene perché il sovrano, spinto dalle implacabili pressioni del suo governo, indignato e preoccupato dalle ingenti spese che stava elargendo al suo artista preferito, gli ordinò di abbandonare il Regno. Vedendosi contro la corte e perfino il popolo, Wagner si stabilì in Svizzera, presso il lago di Lucerna, dove portò a termine il lavoro della tetralogia de «L’ anello del Nibelungo» e conobbe il filosofo Friedrich Nietzsche. Certa propaganda equivoca sostiene che Ludwig decise di arricciarsi i capelli in occasione del primo incontro con Wagner, ma in realtà aveva preso questa decisione molti anni prima, quando era ancora principe ereditario, volendo nascondere le orecchie a sventola, un difetto fisico che non sopportava.
Il compositore tedesco Richard Wagner;

Intimamente sconvolto e convinto di aver perduto il rispetto che gli era dovuto come monarca al pensiero di essersi dovuto piegare alle inflessibili insistenze del governo allontanando da sé un caro amico, Ludwig decise di ritirarsi in un luogo lontano, estraniandosi dalle meschine faccende del mondo, dando inavvertitamente agli infidi e ingannevoli ministri e dignitari la possibilità di muoversi più agevolmente, considerando una grande fortuna il fatto di avere a che fare con un re che sceglieva di non governare. L’ Isola delle Rose, sul lago di Starnberg, abbastanza lontano dai cortigiani monacensi perché il loro inquinamento morale non lo raggiungesse, fu il suo rifugio più felice. Il regnante non riceveva più i propri funzionari e dignitari, e smise di prendere decisioni: stava solo sulla sua isola con una cerchia di servitori rigorosamente scelti, e di notte faceva sparare stupendi fuochi d’ artificio che coloravano le buie acque del lago.
Eppure, la sua tanto desiderata solitudine venne bruscamente interrotta nell’ estate del 1866, allo scoppio della guerra tra Austria e Prussia, animata dal principe Otto von Bismarck, cancelliere di Prussia, votato all’ unificazione germanica. Per una serie di circostanze sia politiche che parentali, la Baviera era schierata con l’ Impero austroungarico. Ludwig era contrario alla guerra, ma fu costretto a firmare la mobilitazione dell’ esercito, pur rifiutandosi categoricamente di leggere i dispacci che gli arrivavano dal fronte: «Io non ho voluto la guerra. Dite ai generali che il re non sa che c’ è la guerra!». Il conflitto si risolse con la vittoria della Prussia, e il popolo bavarese, sconfitto e umiliato, reclamava il proprio re, che voleva veder sfilare per le città e a cui chiedeva di rappresentarlo durante i lunghi trattati di pace che avrebbero preteso dalla Baviera un pagamento di ben cinquantaquattro milioni di marchi, accompagnati da oro e alcuni territori. Ludwig II accettò e intraprese il solo viaggio ufficiale della propria carriera di re, accettando peraltro un trattato di mutua difesa con la Prussia.
Il castello di Neuschwanstein;

Al suo ritorno, deciso a mettere ordine nella propria vita, annunciò alla corte di volersi fidanzare con la principessa Sophie, sorella della tanto amata cugina Sissi: poiché da tempo si mormorava che fosse insensibile al fascino femminile, tale notizia suscitò grande esultanza da parte di tutti, nella certezza che le chiacchiere sarebbero finalmente terminate. Il rapporto di Ludwig con il sesso femminile non era mai stato particolarmente appassionato, nemmeno quando appena salito al trono le giovani dame dell’ aristocrazia bavarese gli si scioglievano di fronte tra complimenti e sguardi invitanti: pareva chiaro piuttosto che «il più bel re d’ Europa», come era soprannominato, fosse attratto da più elevati ideali, votato al raggiungimento dell’ appagamento morale piuttosto che da quello carnale. Il 22 gennaio 1867 i due si fidanzarono, e fissarono il matrimonio per il successivo 25 agosto, data che però venne rimandata al 12 ottobre: tuttavia, il 10 ottobre, il re decise clamorosamente di interrompere il fidanzamento, senza dare alcuna spiegazione, e la sconsolata principessa venne congedata con una lettera e un mazzo di fiori, suscitando un enorme scandalo a cui lui rispose semplicemente visitando l’ Esposizione Universale di Parigi, occasione in cui incontrò Napoleone III, Imperatore dei francesi.
Il castello di Linderhof;

Nel 1870, in base ai termini del trattato con la Prussia, la Baviera scese in campo contro la Francia nella Guerra franco-prussiana, e nel mese di dicembre, su richiesta di Bismarck, re Ludwig sollecitò una lettera che chiedeva la creazione di un Impero tedesco, di cui suo zio, Guglielmo I di Hohenzollern, sarebbe stato il primo Kaiser. In cambio del suo appoggio ricevette alcune concessioni, ma l’ era dell’ indipendenza bavarese era di fatto terminata. Pregare lo zio, ai suoi occhi un soldato ignorante, di accettare la sua Baviera in dono fu un duro colpo per il giovane Ludwig: gli costò un grande sforzo, proprio non sopportava il veder ridurre la propria dignità reale, ragion per cui sfociò nuovamente nella rabbia e nell’  indignazione, scappando e isolandosi.
Il Castello di Herrenchiemsee;

Sempre più in crisi, il re non pensava ad altro che a correre via, più veloce e lontano di prima, magari in un castello dalle spesse mura, in un punto alto e inaccessibile dove non potessero giungere le odiose maldicenze che da Monaco lo inseguivano senza sosta, assecondando in tal modo un desiderio di solitudine che ormai sconfinava nella misantropia. Volendo emulare il suo grande mito, il leggendario re Luigi XIV di Francia, iniziò una serie di dispendiose costruzioni di regge, palazzi e castelli fiabeschi, maestosi ed imponenti, attraverso i quali avrebbe dato alla Baviera prestigio e sfarzo: nel 1869 avviò i lavori di Neuschwanstein, concepito come favoloso maniero medievale, destinato a diventare il simbolo stesso del suo reame, conosciuto in tutto il mondo come il «Castello delle favole»; nel 1874 fu la volta di Linderhof, glorioso monumento al barocco francese, che deve il proprio nome al tiglio, in tedesco linde, che si trova nel relativo giardino e venne costruito come villa reale: tra le sue dimore divenne la sua preferita, nella quale trascorse più tempo; nel 1874 volle invece quello di Herrenchiemsee, magnifica riproduzione degli splendori di Versailles, al punto da essere soprannominato la «Versailles bavarese», posto su di un’ isola del lago di Chiemsee, raggiungibile solo con un traghetto. In questi luoghi, finalmente, avrebbe potuto sperare nell’ isolamento e nella pace, curando il suo benefico amore per la cultura. Per onorare il proprio legame con Wagner, mai venuto meno nonostante la sua assenza fisica, il 22 maggio del 1872 inaugurò la costruzione del Teatro di Bayreuth, all’ interno del quale dovevano tenersi solo le esibizioni delle sue opere, soprattutto il «Parsifal», ineguagliabile successo senza tempo. Eppure, tutte queste costruzioni, che percepiva come la propria gloria, soddisfazione e restauro morale, non fecero altro che svuotare le casse reali, esasperando le antiche ostilità con i ministri del governo, i suoi più stretti dignitari e i livelli più alti della nobiltà. Ma il sovrano non badava affatto a simili cose, che definiva apertamente «superflua burocrazia».
Quando venne a sapere che il figlio stava dilapidando sia le finanze dello Stato che quelle della famiglia reale a causa di simili progetti edili, la regina madre Marie, ormai ritiratasi dalla vita pubblica dalla morte del marito Maximilian, mise immediatamente a disposizione il proprio intero patrimonio terreno, ma la generosa offerta venne prontamente respinta. I rapporti tra lei e il figlio erano stati sempre formali e con il tempo sempre più freddi perché, come avveniva in quasi tutte le corti europee, i principi non venivano cresciuti e nemmeno educati dai genitori, costantemente occupati nello svolgimento delle proprie mansioni di Stato. Addirittura, Ludwig si riferiva a lei semplicemente come «la vedova del mio predecessore».
Tra il castello di Neuschwanstein e il ritiro di Linderhof, il monarca viveva sempre più isolato. Se un attore seguito a teatro gli piaceva lo chiamava a sé, in modo che recitasse solo per lui. Quando invece si sentiva attratto da un cameriere di bell’ aspetto lo riempiva di doni, e pur pranzando da solo pretendeva che la tavola fosse sempre apparecchiata per due, perché riteneva possibile che la regina Maria Antonietta di Francia decidesse di fermarsi a cena. Le opere di Wagner, portate a temine tra scandali, liti, rappacificazioni, delusioni e munifici esborsi, venivano rappresentate unicamente per lui. Non riceveva mai nessuno, passando ore in completa solitudine tra i monti che incorniciavano Neuschwanstein o nei fiabeschi chioschi del parco di Linderhof. Intanto, la snella figura del giovane «principe di cuori» si trasformava in quella appesantita di uomo di mezza età, mentre lo sguardo distaccato e fiero di un tempo diventava sempre più carico di follia, reso opaco dai vizi del fumo e dell’ alcol.
Ludwig II ritratto a cavallo;

Il 13 febbraio 1883 il grande Wagner morì a Venezia, lasciando nell’ animo di Ludwig un vuoto imparagonabile. Oramai, il re era completamente solo di fronte a svariati avversari, sempre pronti a cospirare alle sue spalle. I suoi debiti erano vertiginosamente lievitati, mentre le voci sulle sue eccentricità avevano ormai invaso le corti europee gettando fango non soltanto sui Wittelsbach, ma anche sul governo monacense, che non riusciva più a tenerlo a freno. Un gruppo di ministri e dignitari decisero pertanto di passare all’ attacco: coinvolgendo i servitori e i collaboratori della cerchia più ristretta testimoniarono contro il sovrano di fronte ad una commissione medica volendo farlo passare per malato di mente. L’ 8 giugno 1886, il professor Bernhard von Gudden, che presiedeva la commissione, redasse una perizia secondo la quale il monarca non era più in grado di regnare poiché affetto da seri problemi psichici pur  non avendolo mai visitato, basandosi soltanto su quanto gli era stato riferito e sul materiale da lui stesso realizzato, ritenuto molto più che sufficiente per lo scopo: da tale relazione emergeva un soggetto instabile e affetto da paranoia, particolare disturbo mentale sviluppatosi nel corso degli anni, quindi ormai inguaribile e destinato a peggiorare. Dichiarato inidoneo all’ attività politica, venne sostituito dal principe Luitpold, suo zio, fratello minore del padre Maximilian, che il 10 giugno assunse la reggenza. Per ragioni di sicurezza, la presa in custodia del popolare regnante fu fatta in segreto, ma l’ evento fu inusuale come la sua stessa vita: un’ eccentrica ma leale baronessa arrivò ai cancelli della residenza agitando l’ ombrello e redarguendo gli uomini mandati a prenderlo. Un folto gruppo di agguerriti contadini si affollò a Hohenschwangau per proteggerlo, volendo scortarlo fino alla frontiera, ma Ludwig rifiutò. Un battaglione di soldati di stanza nella vicina cittadina di Kempten era stato richiamato a Neuschwanstein dal sovrano, ma fu trattenuto dal governo, quindi il regnante tentò di rendere pubblico un proclama: «Il principe Luitpold intende salire al potere come Reggente della Nazione senza la mia volontà. I miei attuali ministri hanno falsificato le informazioni sul mio stato di salute e stanno preparando atti di alto tradimento nei confronti del mio amato popolo... Chiedo a ogni fedele bavarese di aiutare i miei seguaci nell’ ostruzione di questo tradimento pianificato del re e della patria.». Questo appello venne stampato da un quotidiano di Bamberga l’ 11 giugno 1886, un venerdì, ma le copie vennero tutte sequestrate dal governo per evitarne la diffusione. Peraltro, molti dei suoi telegrammi ai giornali e ai suoi amici furono intercettati. Ludwig ricevette anche un messaggio da Bismarck, che lo invitava ad andare a Monaco e di mostrarsi al popolo, ma rifiutò di lasciare Neuschwanstein.
Il mistero della morte di Ludwig;

La mattina del 12, una seconda commissione si recò al castello. Il re venne arrestato alle 4:00 e trasferito al castello di Berg, ove venne tenuto sotto un’ attenta sorveglianza. Il giorno dopo, domenica 13 giugno, Pentecoste, Ludwig ottenne il permesso di uscire per una piccola escursione, accompagnato dal professor Von Gudden, che non volle nessuno al seguito. Quando i due non furono visti tornare, iniziò un’ attenta ricerca che si concluse alle 23:00 di quella sera, con il ritrovamento del re e del dottore ormai morti nelle acque del lago di Starnberg. Il decesso del re deposto è avvolto nel mistero, in quanto era un buon nuotatore e l’ acqua di quel lago gli arrivava alla cintola. Le autorità stabilirono che si trattò di un suicidio per annegamento, nonostante il fatto che dall’ autopsia emerse chiaramente che nei suoi polmoni non vi fosse acqua. Benché non siano emerse valide prove di violenza, si parlò molto presto di un assassinio politico compiuto sia per risolvere una per tutte i problemi derivanti dal comportamento bizzarro di un sovrano sempre più lontano dalla realtà e dal suo ruolo che la vergogna della sua omosessualità in un’ epoca di esasperato moralismo e bigottismo, piuttosto che di un tentativo di fuga finito in tragedia. Altre ipotesi sostennero che morì per cause naturali come un infarto o un ictus durante la fuga, mentre secondo determinate leggende sarebbe stato sbranato da un licantropo e che il professore fosse il suo amante. Ancora oggi, comunque, in Baviera viene cantata la Canzone di Ludwig: «E assassini misteriosi, il cui nome non si sa, lo gettarono nel lago, assalendolo alle spalle.».
La salma di Ludwig II nella bara;

La morte di Ludwig II, così tragica e controversa, commosse profondamente l’ intera Baviera. In molti dissero apertamente che era perfettamente sano, ma vittima di un intrigo. La stessa imperatrice Sissi sostenne: «Il re non era matto; era solo un eccentrico che viveva in un mondo di sogni. Avrebbero potuto trattarlo più gentilmente, e risparmiargli con ciò una fine così terribile.».
Il sovrano venne sepolto nella Chiesa di Saint Michael, nell’ odiata Monaco, nel corso di un solenne funerale di Stato. Nella bara, accanto a numerosi fiori, teneva tra le mani un mazzo di gelsomini, ultimo regalo dell’ amata cugina Sissi.
Sul trono gli successe il fratello minore, Otto I, che tuttavia non governò mai effettivamente a causa di determinati problemi mentali che non vennero resi noti e per i quali fu dichiarato insano appena un anno dopo, cosa che gli valse l’ allontanamento nel castello di Fürstenried, sotto supervisione medica, per il resto della sua vita, sebbene non venne mai sollevato dal titolo regale. Lo zio Luitpold, già Reggente in occasione della deposizione di Ludwig, conservò le redini effettive del governo sino alla propria morte, nel 1912. Un anno dopo morì anche Otto, quindi il trono bavarese passò al figlio maggiore di Luitpold, Ludovico III, che regnò fino al 7 novembre 1918, alla fine della Grande Guerra, quando in tutta la Germania, uscita sconfitta dall’ immane conflitto, scoppiò una rivoluzione antimonarchica che lo costrinse a lasciare il Paese, facendo di lui il primo dei monarchi tedeschi ad essere ufficialmente destituito.
La tomba di re Ludwig;

Una persona curiosa, di animo gentile e raffinato e al tempo stesso eccentrico ed enigmatico, sempre desideroso di sapere cose nuove, amante dell’ arte, soprattutto quella medievale e barocca, grande intenditore di musica, un visionario che seppe modellare con i suoi castelli l’ anima stessa della Baviera, insofferente alle ritualità e ai doveri di corte: Ludwig II fu tutte queste cose insieme. Benché accusato di diserzione ai suoi doveri di re e di aver sperperato quasi del tutto le finanze reali, seppe dare al suo reame un periodo di pace e sviluppo culturale davvero notevole. La sua eredità si intreccia indelebilmente con la storia dell’ arte e dell’ architettura: i vari castelli fiabeschi e sfarzosi che commissionò conformemente alla sua indomita volontà di proteggere le sue innate passioni artistiche, musicali e storiche trasmisero una grandiosa eredità alla Baviera. Ironicamente, la loro costruzione rischiò la bancarotta del regno dei Wittelsbach, mentre oggi assicurano enormi profitti al Länder della Baviera, venendo apprezzati quali attrazioni turistiche ineguagliabili che attirano ogni anno milioni di visitatori da tutto il mondo. Quello di Neuschwanstein in particolare colpì l’ immaginazione del cineasta e produttore statunitense Walt Disney, che lo usò come ispirazione per le sue opere fiabesche, soprattutto «Biancaneve e i sette nani», «Cenerentola» e «La bella addormentata nel bosco».
La popolarità di Ludwig tra la sudditanza era dovuta a varie ragioni: prima di tutto cercò di evitare per quanto possibile i conflitti armati, assicurando alla Baviera un periodo di pace, sebbene si discuta tuttora sul fatto se questo comportamento fosse dovuto ad un movente pacifista o più semplicemente alle sue distanze dal potere politico. Il suo atteggiamento anticonformista ebbe il suo peso agli occhi del popolo. Benché odiasse le folle, amava viaggiare in incognito tra la sua gente e chiunque si fosse dimostrato ospitale con lui, senza sapere di avere a che fare niente meno che con il sovrano, veniva ricompensato con cospicui doni. I bavaresi lo ricordano tuttora con l’ affettuoso titolo di unser Kini, «il nostro re» in dialetto locale, e come uno dei regnanti più belli mai vissuti: la sua altezza era di un metro e novantuno, e i suoi occhi erano di un azzurro intenso, che folgoravano tutti con uno sguardo magnetico.
Busto di Ludwig;

Profondamente segnato negli ultimi centotrent’ anni dai giudizi negativi e dalle descrizioni disdicevoli fomentate da molti cortigiani malevoli, re Ludwig rappresenta meglio di tanti altri personaggi storici un richiamo all’ inesattezza del semplicistico concetto di «normalità» ed «eccentricità». Tuttora legato nel ricordo collettivo ad insensate immagini di follia, il Re azzurro fu peggio che calunniato: non fu compreso. Tutta la sua esistenza fu enigmatica e complessa, travagliata da dispiaceri e fraintendimenti derivanti dal costante confronto con una società rigida e bigotta in cui l’ apparenza rappresentava l’ unico valore veramente importante. La vita di un erede al trono viene programmata nei dettagli fin dalla nascita, ma lui tentò sempre e comunque di allontanarsi dagli schemi e da ciò che veniva considerato conveniente e normale per un uomo del suo rango. Appare evidente quanto questo comportamento fuori dalle convenzioni e tale ricerca di libertà siano la base su cui germogliò la sua leggenda nera. Apparentemente banale e scontato, il concetto di normalità e soprattutto quello di eccentricità non rispondono mai ad una descrizione precisa, e neppure vantano una connotazione univoca, positiva o negativa che sia. L’ eccentricità è prevalentemente associata all’ anticonformismo e alla bizzarria, ma in mancanza di un modello psicologico adeguato equivale alla deviazione dagli schemi convenzionali. Ma fin dove si spinge, tale deviazione? Per molti sconfina in forme minori di follia, per qualcun altro si avvicina invece alla schizofrenia, ma in realtà nelle analisi psicologiche l’ eccentricità costituisce un mistero tuttora da svelare.
Il re di Baviera fu senz’ altro una persona nettamente discorde dalla maggioranza delle persone, uno spirito libero, un autonomo pensatore, molto lontano dalla figura tradizionale dell’ aristocratico rigidamente inamidato e ligio all’ etichetta eppure fatalmente intrappolato dall’ impietosa eredità dinastica derivante dalla sua primogenitura, ma di sicuro non fu mai un pazzo o uno squilibrato se non nelle dichiarazioni scritte e firmate da alcuni medici al soldo di oscuri dignitari coinvolti in una congiura dai cupi contorni.

venerdì 21 dicembre 2018

Papa Francesco, il Santo Padre scelto per riparare l’ immagine pubblica della Chiesa cattolica

Papa Francesco, il cui personaggio simboleggia la bontà;


«La Chiesa Romana non ha mai errato, né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l’ eternità.» papa Gregorio VII;

Secondo il mito evangelico, così come riferito nel testo di Matteo, Gesù si trovava nei pressi di Cesarea di Filippo quando domandò ai suoi discepoli chi pensassero che lui fosse. San Pietro rispose spontaneamente di reputarlo il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Il Maestro, di conseguenza, gli replicò: «Tu sei beato, o Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io altresì ti dico che tu sei Pietro, e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa e le porte dell’ inferno non la potranno vincere. Ed io ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto nei cieli.».
San Pietro viene quindi riconosciuto dalla Chiesa cattolica come suo primo papa, termine derivante dal greco pàppas, ossia «padre», adottato a partire dal III secolo e indicante una particolare autorità che nel tempo divenne vescovo della comunità cristiana di Roma, fondata da San Paolo e poi retta dallo stesso San Pietro. A partire dal 376, quando l’ imperatore Graziano, convinto cristiano, rinunciò alla carica di pontefice massimo, che lo rendeva capo del collegio dei sacerdoti, i pontefici, che sorvegliavano e guidavano il culto religioso, questa divenne il titolo del vescovo di Roma, tuttora chiamato «romano pontefice», o «sommo pontefice». Dopo la caduta dell’ Impero d’ Occidente, il papa divenne la guida politica dello Stato Pontificio, nuova nazione sovrana che si estendeva nell’ Italia centrale, dotata di una popolazione e un ordinamento giuridico formato da istituzioni e leggi proprie, che esercitò il potere temporale per oltre un millennio, dal 756 al 1870, durante il pontificato di Pio IX, quando con la presa di Roma durante il Risorgimento Casa Savoia ne fece la capitale del nascente Regno d’ Italia. Nonostante la perdita della sovranità temporale su Roma e i territori pontifici in favore dell’ Italia riunificata per la prima volta dal 476, la figura del papa rimase particolarmente influente nel panorama sia religioso che politico dell’ Occidente cristiano, soprattutto in Europa, benché attualmente regni sul più piccolo Stato sovrano al mondo sia per popolazione che per estensione territoriale, la Città del Vaticano, in cui vige un regime di monarchia assoluta teocratica, ierocratica ed elettiva, nato ufficialmente l’ 11 febbraio 1929 a seguito della firma dei Patti Lateranensi tra il Primo ministro Benito Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri, rappresentanti del Regno d’ Italia e della Santa Sede.
La Basilica di San Pietro vista dal Tevere;

Benché sia uno Staterello particolarmente ridotto, incapace di sostenere una guerra per insufficienza di mezzi militari, il Vaticano può contare su di un potere immenso derivante dall’ autorità del Santo Padre, visto da milioni fedeli educati ai principi cattolici e sparsi in tutta Europa, nonché nelle Americhe, in Africa e in Oceania, come la propria guida morale: le sue affermazioni, specialmente quelle improntate su temi di grande importanza sociale quali separazione e divorzio, fecondazione assistita, aborto e adozioni, unioni omosessuali, razzismo e accoglienza di profughi e migranti, ottengono sempre una grande sonorità e non di rado influiscono enormemente sui vari processi di riforma in corso in più Paesi. Curiosamente, però, il più delle volte questa particolare autorità politica, talmente elevata da rendere il sommo pontefice uno dei dieci uomini più potenti al mondo e ovviamente soggetta a sottili alchimie strategiche e materiali, viene scarsamente valutata o addirittura completamente ignorata in favore di quella spirituale, ragion per cui tutto quello che fa e dice viene accolto come assolutamente buono e meraviglioso: come con forza sostenuto da Gregorio VII, il papa è l’ uomo più santo al mondo per i meriti di San Pietro, il solo a cui tutti i potenti debbano baciare i piedi.
Benedetto XVI mentre annuncia il proprio ritiro;

L’ 11 febbraio 2013, Benedetto XVI, duecentosessantacinquesimo papa della Chiesa cattolica e settimo sovrano dello Stato della Città del Vaticano, stupì il mondo intero annunciando la rinuncia al ministero petrino, l’ atto raramente invocato di cessazione di un papa dal proprio ufficio per dimissioni volontarie, disponendone l’ entrata in vigore dal successivo 28 febbraio, permettendo la convocazione di un conclave per l’ elezione di un successore. Espresse personalmente l’ intento in latino durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto e altri tre beati, seguendo i dettami stabiliti dal diritto canonico, secondo il quale la rinuncia va fatta liberamente e debitamente manifestata: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’ età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei cardinali il 19 aprile 2005.». Ritiratosi con il titolo di «papa emerito», divenne l’ ottavo pontefice rinunciatario della storia della Chiesa cattolica, dopo Clemente I, Ponziano, Silverio, Benedetto IX, Gregorio VI, Celestino V e Gregorio XII.
L’ abbandono del Soglio di Pietro da parte del pontefice tedesco, allora ottantacinquenne, venne giustificato ufficialmente da ragioni di anzianità e salute: egli non si sentiva più in grado di reggere il pesante fardello della responsabilità di guida della cristianità, sentendosi ormai un papa debole e privo di valore. Tuttavia, per mezzo di quanto emerso in occasione sia dello scandalo Vatileaks, legato alla fuga di informazioni riservate dalla corte pontificia, che di una vasta serie di rivelazioni più autonome, si può tuttavia affermare con una certa sicurezza che la situazione fosse molto più complicata di quanto il papato avesse lasciato opportunamente intendere: la Chiesa era caduta da lungo tempo in un oscuro e profondo abisso animato da scontri intestini tra fazioni cardinalizie per il potere, sottrazioni massicce di documenti segreti, corruzione, finanze occulte e riciclaggio di denaro. Il cuore della cristianità pareva drammaticamente ridotto ad un inquietante nido di vipere, un labirinto di immoralità particolarmente lontano dal Cielo ma vicino ai peccati terreni, privo di limiti, entro il quale si fomentavano intrighi e tradimenti atti a conservare prerogative e privilegi molto antichi e vantaggiosi.
Il Vaticano era uno degli Stati più opachi al mondo, quasi impossibile da modernizzare o risanare, e le notizie trasmesse a più riprese parlavano chiaro: la corte del vicario di Cristo era profondamente divisa su come gestire lo IOR, la banca vaticana, e lo scandalo si addensò attorno alla figura del cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano e presidente della commissione cardinalizia di vigilanza dello IOR, che venne indagato dalle autorità vaticane per aver autorizzato a sottoscrivere obbligazioni della società cinematografica Lux Vide, diretta dall’ amico Ettore Bernabei, per un totale di quindici milioni di euro, causando una perdita corrispondente nel bilancio dello IOR. Altre divulgazioni fecero scoprire i dettagli di svariate lotte di potere all’ interno del Vaticano, con la formazione di veri e propri potentati cardinalizi la cui forza trascendeva l’ autorità del papa, e alcune irregolarità nella gestione finanziaria dello Stato e nell’ applicazione delle normative antiriciclaggio, tanto che nel marzo 2012 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aggiunse per la prima volta il Vaticano alla lista di Paesi monitorati perché possibili centri di riciclaggio di denaro illecito. Tra i gli elementi che più suscitarono sorpresa vi furono i dettagli relativi ad un presunto piano omicida nei confronti di Benedetto XVI, da compiersi entro un anno in favore dell’ ascesa al papato del cardinale Angelo Scola. Successivamente, nel maggio 2012, la gendarmeria vaticana arrestò un uomo in possesso di carteggi riservati del pontefice: si trattava di Paolo Gabriele, dal 2006 Aiutante di camera di Sua Santità, una delle persone più vicine a Benedetto. Il suo arresto per furto aggravato, il primo in assoluto compiuto dalla gendarmeria vaticana, avvenne il giorno stesso dell’ allontanamento di Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello IOR. Gli inquisitori sollevarono ben presto seri dubbi in merito al fatto che Gabriele avesse agito da solo, ritenendolo piuttosto un «corvo», termine ripreso dalla «stagione dei veleni» di Palermo che aveva nel mirino il magistrato Giovanni Falcone, e affermando che le persone coinvolte fossero in tutto una ventina.
Il Conclave, l’ assemblea atta a scegliere il nuovo pontefice;

L’ anzianità e la salute in costante indebolimento di Benedetto XVI furono pertanto una scusa credibile dietro la quale nascondere un clima di divisione e ingiustizia che stava compromettendo sempre di più la Chiesa, che il Successore del principe degli apostoli non era più in grado di guidare adeguatamente, essendo circondato da dignitari politici e religiosi avidi e litigiosi, ambiziosi e disonesti, che non rispondevano alle sue disposizioni. Come confermato da determinate fonti legate ad ambienti a lui vicini, la sua decisione di rinunciare al ministero petrino non fu improvvisa, ma il frutto di attente considerazioni rese gradualmente note nel tempo ai suoi stretti collaboratori, e che solo alla fine vennero confermate e tradotte in pratica. Peraltro, il papato era cosciente che la propria immagine pubblica fosse ormai profondamente compromessa, aggravando una crisi delle fedi già in atto: il cattolicesimo non si era mai trovato in una condizione peggiore, in quanto non solo i giovani ma anche le persone anziane stavano perdendo la fede nella religione organizzata, sia per ragioni dottrinarie che per il cattivo esempio di prelati coinvolti in faccende poco limpide. Entro le mura vaticane, alle autorità governative e alle guide spirituali era ormai chiaro che occorreva un Santo Padre più forte, un uomo carismatico che recuperasse il consenso perduto, qualcuno che fungesse da simbolo dietro cui schierarsi e che attuasse le riforme necessarie a guidare la Chiesa oltre la bufera in cui si era addentrata. Benedetto XVI manifestò pertanto il desiderio di ritirarsi pur continuando a risiedere nella Città del Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae, dedicandosi alla preghiera e alla liturgia, ma mentre alcuni sostengono che prese questa decisione concordemente con le più alte autorità vaticane, molti altri affermano che avrebbe subito forti pressioni da parte di alcuni esponenti dei potentati in cui la corte vaticana si era frazionata, ansiosi di dare il via ad una nuova era per la Chiesa cattolica.
Il saluto del nuovo papa, Francesco;

Fu a questo punto che entrò in scena il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, che già nel conclave del 2005 era stato uno dei candidati più in vista per la successione a Giovanni Paolo II, e che alla fine era risultato il più votato dopo Joseph Ratzinger. L’ ascesa del cardinale argentino, figlio di migrati italiani, fu prontamente salutata con entusiasmo da tutto il mondo, e una forte ventata di ottimismo prese a soffiare in Vaticano e dintorni, incoraggiata dallo stile molto informale e simpatico dello stesso personaggio, che non a caso assunse un nome dalla profonda valenza simbolica, ossia Francesco, in onore al celebre santo di Assisi. La sera del 13 marzo 2013, la stessa della sua elezione, il nuovo pontefice si affacciò alla loggia: «Fratelli e sorelle, buonasera! Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui. Vi ringrazio dell’ accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca. E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.».
Il meccanismo delle pubbliche relazioni, atto a riparare l’ immagine pubblica della Chiesa cattolica, si era efficacemente messo in movimento, e i mezzi di comunicazione di massa diedero ampiamente risalto a questo nuovo notabile, così umile, aperto, gioioso e spontaneo, che si comportava chiaramente come una persona qualunque, analogamente ad un parroco di paese o ad un vicino di casa.
Un Santo Padre informale e vicino alla gente;

La sua elezione fu una vera rivoluzione per il papato, essendo il primo latinoamericano, nonché il primo dopo cinquecentonovantotto anni a succedere ad un papa rinunciatario e quindi ancora vivo e, soprattutto, il primo appartenente all’ ordine dei gesuiti, la celebre Compagnia di Gesù, congregazione fondata nel 1540, in pieno scisma protestante, attualmente tra le più importanti di tutta la Chiesa e tra quelle con la storia più ricca. Dotati di una forte impronta militaresca lasciata dal fondatore, Ignazio di Loyola, in passato i gesuiti esplorarono nuovi mondi, combatterono guerre e organizzarono complotti, venendo soppressi e poi rifondati, ed ergendosi a guardie dei papi più intransigenti ed avanguardie del progressismo. Già prima dello scisma di Lutero, all’ interno della Chiesa di Roma si erano sviluppate molte correnti che chiedevano una riforma e un ritorno a un maggiore distacco dalle faccende temporali, e i gesuiti si distinsero come il gruppo più radicale, divenendo una delle fazioni più importanti, in grado di esercitare la propria influenza dall’ Europa all’ Estremo oriente, e in seguito anche sul continente americano. L’ istruzione era un requisito fondamentale per loro, sia nella preparazione dei singoli aderenti, che dovevano essere esperti di teologia e diritto canonico ma spesso erano anche linguisti, storici e scienziati, che come strumento per diffondere il cattolicesimo. La loro fedeltà andava direttamente al Santo Padre, cosa che spesso li portò a scavalcare vescovi e cardinali, mentre il loro Superiore Generale, il capo dell’ ordine, per secoli fu ritenuto il capo occulto della Chiesa, che muoveva il pontefice come un burattino e per questo era chiamato il «Papa Nero». Per questo motivo i gesuiti furono spesso oggetto di svariati pregiudizi: fanatici e devoti al papa e al loro Superiore Generale, consiglieri dei potenti da dietro le quinte e manipolatori di fanciulli. Prima che esistesse la massoneria, il complottismo vedeva la mano dei gesuiti dietro le epidemie, le carestie e le morti sospette che colpivano i nemici della Chiesa cattolica. Nell’ Inghilterra di Shakespeare e di Elisabetta I, quella dei gesuiti era una vera e propria paranoia. Anche nella loro attività missionaria i gesuiti si portarono spesso dietro l’ accusa di essere troppo vicini ai potenti.
Quello che non tutti sanno è che al momento di prendere i voti un gesuita accetta la regola che vieta di diventare vescovo, quindi cardinale e infine papa, ma a Bergoglio fu concessa una dispensa in quanto l’ arcivescovo di Buenos Aires, Antonio Quarracino, nel 1992 domandò al Vaticano di avere proprio lui come vescovo ausiliare.
Il papa con alcuni migranti;

All’ indomani della sua intronizzazione, il 19 marzo 2013, a sei giorni dall’ elezione, il nuovo pontefice, costantemente al centro di una colossale celebrazione mediatica sconosciuta ai suoi predecessori, venne soprannominato «Papa rivoluzionario», particolare appellativo destinato a saldarsi con lui come «Flagello di Dio» con Attila, «Magnifico» con Solimano o «Re Sole» con Luigi XIV. Il termine venne da subito confermato con tanta insistenza da far facilmente intuire una vera e propria campagna debitamente orchestrata: qualunque cosa Francesco facesse o dicesse era rivoluzionaria. Non fu mai definito riformista o progressista.
Ad una attenta analisi si può intuire quanto la campagna fosse predisposta e studiata nel dettaglio ormai da tempo, perché fin dal primo giorno, ancor prima di avere il tempo di esprimersi su qualcosa in particolare, Bergoglio fu indicato come il papa della rivoluzione, soprattutto per la semplicità dei suoi gesti: salutare dicendo buonasera, portare la croce in argento anziché in oro, comprare personalmente le scarpe ortopediche, andare dall’ ottico a farsi riparare gli occhiali, risiedere alla Domus Sanctae Marthae anziché nei tradizionali Palazzi Apostolici, avvicinarsi costantemente alla gente per stringere mani e rivolgersi direttamente ai fedeli, compiere la lavanda dei piedi in occasione del Giovedì Santo, aprire le porte agli omosessuali e ai divorziati, in particolare circa la concessione della comunione ai divorziati risposati civilmente o conviventi, e persino battezzare personalmente i bambini in determinate occasioni. Tutto ciò catturò inevitabilmente l’ attenzione e il consenso del pubblico, incantandolo e riempiendolo di entusiasmo all’ idea che, finalmente, il Soglio di Pietro fosse occupato da un vero santo che avrebbe rimesso le cose a posto. Francesco ha qualcosa che piace alla gente, uno stile profondamente diverso dai suoi predecessori che ha portato allegria e simpatia in un ambiente tradizionalmente severo, metodico e distaccato. Perfino il suo nome venne indicato come rivoluzionario: «Nell’ elezione, io avevo accanto a me l’ arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il clero, il cardinale Cláudio Hummes. Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’ applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: ‘Non dimenticarti dei poveri!’. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’ Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’ uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’ Assisi. E’ per me l’ uomo della povertà, l’ uomo della pace, l’ uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? E’ l’ uomo che ci dà questo spirito di pace, l’ uomo povero...».
Nel frattempo, si espresse anche a parole, come nel viaggio di ritorno dal Brasile. Oltre ad essere ripreso mentre portava da solo la celebre borsa non di marca, che divenne oggetto di numerosi servizi e destinata a diventare un oggetto di culto, affermò: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». Fu una riflessione assai amplificata dai giornalisti e salutata da autorevoli commentatori come una sfida al Sinodo sulla famiglia in programma per l’ anno successivo, che sebbene si sarebbe concluso senza rivoluzioni, ribadendo la dottrina tradizionale della Chiesa, non vietò al papa di promette profonde, dunque rivoluzionarie, riforme della curia: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».
Rito della lavanda dei piedi a Regina Coeli;

Negli ultimi tempi, tuttavia, le azioni sorprendenti e carismatiche che lanciarono il mito di Francesco quale riparatore di una Chiesa compromessa sono gradualmente diminuite. Oggi è infatti molto raro che sentir parlare di infrazioni al protocollo o di proposte rivoluzionarie. Anzi, spesso e volentieri conferma la dottrina cattolica convenzionale a proposito di famiglia, composta da genitori sposati e con figli, e di matrimoni eterosessuali, ed esprimendosi sia contro l’ aborto, che paragona all’ affitto di un sicario, che contro l’ omosessualità, che definisce un fenomeno da curare con la psichiatria. Nell’ aprile 2015, ad esempio, il Vaticano rifiutò la nomina da parte del governo francese del diplomatico Laurent Stefanini a nuovo ambasciatore presso la Santa Sede, in quanto omosessuale dichiarato. Il ruolo di ambasciatore francese restò conseguentemente vacante per un anno fino alla nomina di Philippe Zeller, eterosessuale.
Nel corso degli anni seguenti alla sua istituzione, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, sorta per volere di Francesco allo scopo di rispondere pubblicamente ad un antico e spinoso scandalo legato agli abusi sessuali rimasti impuniti a carico di minorenni da parte di alcuni sacerdoti di ogni livello, uno dei più gravi crucci che segnò il pontificato di Benedetto XVI, è stata oggetto di una serie di defezioni dei propri membri, seguite da polemiche e critiche sull’ effettiva utilità della stessa. Il 6 febbraio 2016, ad esempio si dimise Peter Saunders, attivista britannico nella lotta contro la pedofilia e lui stesso vittima di abusi da bambino, che criticò l’ impotenza della Commissione nei confronti del cardinale George Pell, ex arcivescovo di Sydney, che aveva protetto molti sacerdoti pedofili in Australia e non rispondeva alle richieste di comparizione dei tribunali australiani inviando certificati medici da Roma. Il 1 marzo 2017 si dimise anche l’ irlandese Marie Collins, molestata quando era tredicenne da un cappellano in ospedale, protestando contro la vanifica del lavoro della Commissione da parte degli stessi dicasteri vaticani, come ad esempio per la semplice proposta di dover rispondere alle lettere inviate alla Santa Sede dalle vittime di abusi oppure per la richiesta di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti nel perseguire questi crimini.
Il celebre e unico esorcismo attribuito a Francesco;

Se un calcolo va fatto, si può affermare con una certa sicurezza che la «rivoluzione di Francesco» tanto enfatizzata dai mezzi di comunicazione si sia ormai estinta, per quanto l’ attuale pontefice sia rimasto saldamente al suo posto essendo ormai una figura abituale e costante, forte della sua simpatia e singolarità, mentre l’ era di Benedetto XVI, con tutte le sue luci e le sue ombre, è stata definitivamente consegnata al passato, con il papa emerito che vive gli ultimi anni della sua vita in un tranquillo e silenzioso ritiro spirituale. Ora che il vicario di Cristo germanico, caratterialmente freddo e teologicamente schietto ed erudito, costituisce un ricordo sbiadito, non vi è più bisogno di confrontare con lui il suo successore, sull’ esempio del vecchio confronto tra sbirro buono e cattivo. Più che quella di rivoluzionare la Chiesa, l’ utilità di Francesco consiste nel sanare certe sue imperfezioni che ne minano la credibilità, come dimostrato dalla pulizia frettolosa nello IOR e dai regolamenti di conti interni nella curia romana, che hanno portato al rinnovo delle alte gerarchie politiche e spirituali, nonché nel riproporre sul fronte dottrinario i consueti dogmi incrollabili del cattolicesimo, con l’ accortezza di un linguaggio alla buona, invitante e a volte meno diretto, evitando le questioni più imbarazzanti, giocando le proprie carte migliori con battute espresse a margine di eventi o discorsi ufficiali, prontamente amplificate e su cui molto si gioca per mezzo di equivoci e commenti: spesso, infatti, ci si dimentica delle «contestualizzazioni» che subito il Vaticano si affretta abitualmente a precisare, come accaduto proprio per lo IOR, con la rassicurazione dell’ arcivescovo Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato: «Il papa è rimasto sorpreso nel vedersi attribuite frasi che non ha mai pronunciato e che travisano il suo pensiero.». Allo stesso modo si smentirono anche le presunte aperture di Francesco per concedere la comunione ai divorziati risposati.
Autoscatto con il papa;

Al fine di individuarne un senso, gli eventi relativi all’ attuale capo della Chiesa vanno considerati prevalentemente in un contesto politico e pubblicitario, anziché spirituale. Si tratta infatti di un papa che, analogamente a Pio X e Giovanni XXIII, si mostra assai vicino al fedele: la sua venuta, per certi versi paragonabile a quella di Mary Poppins, discesa magicamente dal cielo al momento in cui vi era più bisogno di lei, le sue parole e i suoi gesti, in cui i più pii riposero grandissime aspettative, la sua capacità di incantare e attrarre a sé le folle, costituiscono oltre ogni ragionevole dubbio un estremo vantaggio per i custodi della cristianità.
Benedetto XVI e Francesco;

Ma la tanto sospirata rivoluzione altro non rimane che un inganno, dal momento che in termini di dottrina, di visione della storia e della politica Francesco conferma un approccio per nulla moderno, in quanto saldamente ancorato ai principi classici del cattolicesimo. Di nuovo vanta piuttosto il potere della costruzione dell’ immagine e il rapporto privilegiato con i mezzi di comunicazione. Analogamente ai suoi predecessori sarà a sua volta giudicato dai fatti, ma per ora si rimane alle prese con un personaggio dotato di potere assoluto negli ambiti in cui opera, appoggiato dai vari potentati cardinalizi interni da cui è stato chiamato a riformare il papato attuando soluzioni che possano andare bene per il maggior numero possibile di persone, consentendo alla Chiesa di restare a galla, con pochi scossoni. Si è di fronte ad un Santo Padre che nonostante le esigenze delle apparenze non deve fare i conti con un’ opposizione particolarmente agguerrita, in quanto le crisi e le necessità di farvi fronte sono solite a generare nuove e impensabili alleanze nel nome del bene comune. Proprio come sostiene il principio fondamentale del gattopardismo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»…

venerdì 7 dicembre 2018

Quando il Natale veniva più decorosamente festeggiato in trincea

Una casa pronta per i festeggiamenti natalizi;


Pur essendo la seconda festività cristiana più importante dopo la Pasqua, il Natale è da sempre il giorno più sentito e atteso dai due miliardi e quattrocento milioni di cristiani attualmente sparsi in tutto il mondo. Per settimane, se non addirittura per mesi, soprattutto in Occidente ogni famiglia si prepara con cura e solennità a questa speciale ricorrenza, comprando abeti o sempreverdi, addobbi, cibi e infine doni, preparando i presepi e identificando gli abiti migliori con cui presentarsi. Le strade vengono gradualmente riempite di luci e immagini di Babbo Natale e, ovviamente, della Natività. Quella del Natale è un’ atmosfera generale e molto potente che cala su tutto, senza risparmiare apparentemente nessuno, nemmeno le famiglie meno praticanti, lontane dall’ ambiente parrocchiale, e in certi casi neppure i non credenti: tutti quanti a modo proprio subiscono il suo richiamo e si assicurano di fare qualcosa, per quanto minimo, concorrendo all’ atmosfera collettiva.
Corsa alle spese natalizie;

Si deve tuttavia riconoscere che il Natale di oggi non è più quello di una volta. Sempre più persone, infatti, si allontanano dal Cristianesimo perché non soddisfatte dai suoi princìpi fondamentali, mentre altre pur continuando ad aderire al suo credo mettono in dubbio la parola dei sacerdoti di qualsivoglia livello, dal parroco di provincia al Santo Padre assiso sul Soglio di Pietro. Vi sono cristiani che si sentono vicini a Dio e Gesù ogni giorno della propria vita senza alcun bisogno di recarsi in chiesa oppure di festeggiare una ricorrenza, mentre molti altri, forse la maggioranza, si definiscono «cristiani» semplicemente per convenzione, senza tuttavia esserlo veramente in quanto del tutto prive di fede, e si riducono a festeggiare il Natale soltanto per abitudine, per un puro riflesso automatico: lo si è sempre festeggiato e sempre lo si festeggerà, non importa il motivo che si trova alla base di questo particolare giorno, basta solo scambiarsi i doni, sedersi a tavola in compagnia di parenti e amici e mangiare e bere.
Il Natale, insomma, è stato ridotto ad una festa vuota, ad un pranzo collettivo dal movente che può tranquillamente essere ignorato, ad una gara a chi acquista meglio e di più. Si è tramutato in una giornata povera e insensata. Appena pochi decenni fa, invece, soprattutto durante gli Anni Ottanta e Novanta, le cose erano molto diverse: si andava in chiesa per la messa, e se ciò non era possibile ci si radunava a tavola recitando una preghiera con cui si tributava con semplicità ma con partecipazione e consapevolezza un pensiero al fatto del giorno, per poi dare giustamente inizio ai festeggiamenti. Erano entrambe forme più che valide di vivere propriamente il Natale, con spirito cosciente e gioioso, in cui l’ aspetto degli acquisti generali e della preparazione della festa materiale acquisivano uno scopo funzionale e di secondo piano, ossia quello della forma che racchiudeva una precisa sostanza, come un vaso che include la terra in cui far germogliare i fiori. Ma dal momento che oggi del Natale importa a ben poca gente ha davvero senso dedicare tanto tempo alla sua preparazione e buona parte della settimana in cui ricade visitando amici e parenti pronunciando il fatidico augurio? Serve veramente a qualcosa curare tanto finemente e vigorosamente il vaso se il fiore non è più considerato?
Natale a New York;

Una volta il Natale era profondamente sentito dai cristiani. Era vissuto come un giorno speciale, unico nel suo genere, in cui i credenti si sentivano più buoni trasmettendo all’ ambiente una speciale carica di positività ed ottimismo che, non soggetta a limitazioni, si propagava in ogni direzione nell’ ambiente come un profumo o un’ onda luminosa o sonora, peraltro tornando indietro al mittente apportando risultati amplificati in accordo alla purezza e all’ intensità con cui era stata generata. Non di rado allietava con effetti riequilibranti e risananti persino i pochi non credenti, oggi aumentati a dismisura. Era un giorno talmente particolare che durante i penosi anni della distruttiva Grande Guerra seppe compiere un vero e proprio miracolo: il giorno di Natale dell’ anno 1914 venne attuata una tregua durante la quale le trincee si rasserenarono vedendo il cessate il fuoco, e i soldati di entrambi gli schieramenti si raggiunsero fraternizzando e festeggiando insieme, peraltro scambiandosi doni e cibo.
Soldati britannici e tedeschi durante la Tregua di Natale, 1914;

Il 25 dicembre 1914, tedeschi e britannici uscirono dalle rispettive fosse trincerate per festeggiare insieme la festività. Si tende tuttora a credere che questa storia sia soltanto una bella e commovente favola di Natale, paragonabile ad un miracolo, e nei libri di storia quasi non viene menzionata, eppure il tema è stato ampiamente ripreso in romanzi e film, nonché in una canzone popolare di Mike Harding, intitolata «Christmas 1914», i cui versi recitano: «I fucili rimasero in silenzio […] senza disturbare la notte. Parlammo, cantammo, ridemmo […] e a Natale giocammo a calcio insieme, nel fango della terra di nessuno.». La partita a pallone ebbe veramente luogo, venendo giocata nei pressi della cittadina belga di Ypres, e si tenne entro la «terra di nessuno», lo spazio che divideva le trincee britanniche da quelle germaniche: fu il momento fondamentale di quella che sarebbe passata alla storia come «Tregua di Natale».
Nell’ estate 1914 l’ Europa era divenuta teatro di una guerra senza precedenti per dimensioni e combattimenti che vedeva opposti due grandi schieramenti: Gran Bretagna, Francia e Impero russo contro l’ Impero tedesco, quello austro-ungarico e infine quello ottomano. Più tardi sarebbero scesi in campo anche Bulgaria, Giappone, Italia, Stati Uniti e una serie di altri Paesi trasformando la contesa nella prima guerra su scala mondiale della storia. Inizialmente, il fronte più caldo fu proprio quello occidentale, tra Francia settentrionale e Belgio, ove britannici, francesi e belgi contrastarono l’ avanzata tedesca. Dopo una sanguinosa battaglia nei pressi di Ypres, a fine autunno gli eserciti si ritrovarono impantanati sia qui che in altri fronti in un’ estenuante guerra di logoramento combattuta soprattutto intorno ai trinceramenti. Da questi fossati profondi un paio di metri e rinforzati alla buona con tavole di legno, i soldati si lanciavano quotidianamente all’ assalto del nemico, guadagnando o cedendo ogni volta pochi metri di terreno e trascorrendo il resto della giornata tra fango, pioggia e cadaveri in decomposizione. Tali condizioni coinvolgevano tutti e il «mal comune» indusse presto a svariati episodi di solidarietà tra nemici, che si trovavano ad appena pochi passi di distanza gli uni dagli altri. I soldati di entrambi gli schieramenti cominciarono a scambiarsi favori, come ad esempio il non aprire il fuoco durante i pasti: quel che contava era salvare le apparenze agli occhi dei superiori, evitando l’ accusa di tradimento e quindi la fucilazione, e tornare a casa sani e salvi. Il compito di punire i soldati che si fossero mostrati troppo concilianti con i nemici spettava agli ufficiali dei vari comandi, i soli autorizzati a stabilire una tregua, principio che sia a Ypres che in altre zone del fronte sarebbe però stato infranto nel dicembre 1914.
Brindisi tra nemici;

Dopo aver dato ordine alle truppe di non interrompere per nessun motivo i combattimenti, i comandi britannico e tedesco fecero arrivare nelle prime linee alcuni piccoli pacchi dono natalizi contenenti dolci, liquori, tabacco, alberelli natalizi e candele. La sera della vigilia, a Ypres i tedeschi addobbarono le postazioni scambiandosi gli auguri e cantando vari motivetti natalizi. In una trincea qualcuno intonò la canzone «Stille nacht», la versione germanica della celebre «Silent night» britannica. Da quel momento, e per buona parte della serata, i soldati dei due eserciti non smisero di cantare, ognuno nella propria lingua e al riparo della propria postazione. Come testimoniò in seguito il soldato tedesco Kurt Zehmisch, nel libro «Silent night: the story of the World war I Christmas truce», firmato dallo storico statunitense Stanley Weintraub, che negli Anni Ottanta ricostruì la vicenda: «Quando addobbammo gli alberi e accendemmo le candele, dall’ altra parte giunsero fischi di gioia e applausi. Poi cantammo tutti quanti assieme.». Al momento di andare a dormire, un po’ tutti erano ormai convinti che qualcosa di straordinario stesse per verificarsi, e infatti all’ alba del giorno dopo i tedeschi esposero piccoli cartelli con le scritte «Buon Natale» e «Non sparate, noi non spariamo.». Era il segnale d’ inizio: ripresero i canti e gli applausi, poi dalla trincea tedesca uscì un uomo, che nella nebbia i britannici intravidero appena, quanto bastava per notare che era disarmato. Increduli, uscirono dai loro ripari e si incamminarono verso i tedeschi, che fecero altrettanto. Come scrisse il soldato britannico Dougan Carter in una lettera alla famiglia: «Ho visto la cosa più straordinaria che si possa vedere: stavamo per sparare a quel tedesco e poco dopo eravamo tutti in festa.».
La vita in trincea;

Dopo aver sepolto i cadaveri dei commilitoni uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti, i due schieramenti fraternizzarono, organizzando una festa vera e propria. Come canta Mike Harding nella sua canzone: «Fritz portò sigari e brandy, Tommy della carne di manzo e sigarette.». Parole assolutamente veritiere, in quanto nel diario di campo del 133° Reggimento sassone si parla infatti di un tedesco di nome Fritz e anche di Tommy, un britannico che si mise a tagliar capelli ai nemici in cambio di qualche sigaretta. Nel frattempo, attorno a lui tutti si scambiavano abbracci e visite di cortesia. Britannici e germanici si regalarono caffè e cioccolata, marmellata e sigari, tè e whisky, nonché alcuni accessori delle divise. Ci fu persino chi si fece fotografare in gruppo. Come disse il soldato britannico Bruce Bairnsfather: «Non vi fu un solo momento di odio: per un po’ nessuno pensò più alla guerra.». Pareva una scena degna di un film, che in effetti si sarebbe ritrovata nel copione di «Joyeux Noël», film del 2005 di Christian Carion.
Prima che gli alti comandi potessero intervenire interrompendo la tregua, i soldati fecero un patto solenne: nel caso di ripresa dei combattimenti nessuno avrebbe mirato ad altezza uomo, rendendo inoffensive le munizioni «sparando alle stelle in cielo». La notizia della tregua non tardò a diffondersi, e in appena poche ore la febbre da armistizio contagiò ben due terzi del fronte occidentale: quasi ovunque britannici e germanici si tesero la mano e festeggiarono insieme, e il simbolo di quell’ insolito Natale di guerra divenne la partita di calcio che si tenne a Ypres fra le truppe britanniche del reggimento Scottish seaforth highlanders e quelle tedesche del Reggimento sassone, benché quel giorno le partite di calcio furono moltissime, giocate con palloni realizzati con stracci pieni di sabbia legati con lo spago e porte delimitate da pile di cappotti. Per alcune ore la «terra di nessuno» si tramutò in un campo di calcio, e nei giorni successivi i familiari dei soldati furono inondati di lettere e foto dell’ evento, che finirono ai quotidiani. La stampa di Torino, posseduta e diretta dal biellese Alfredo Frassati e sottoposta alla censura, ne ritardò la pubblicazione, quindi le prime notizie vennero trasmesse dalla stampa statunitense, soprattutto il New York Times. Subito dopo, la stampa europea dedicò ampio risalto all’ avvenimento, tanto che il 1 gennaio 1915 il Times di Londra pubblicò un articolo su quella partita, riportando anche il risultato finale: 3 a 2 per i tedeschi. Le notizie della tregua natalizia trovarono in seguito sempre più spazio sui giornali dell’ Europa settentrionale, con titoli euforici e commossi come: «Straordinario: inglesi e tedeschi si stringono la mano». In alcuni casi la tregua durò fino a Capodanno, ma quasi ovunque tutto finì la sera stessa di Natale, come avrebbe in seguito ricordato con una punta di malinconia il capitano britannico J. C. Dunn: «Ci salutammo e rientrammo nelle trincee, poi udimmo dei colpi: la guerra era ricominciata.».
Gli alti comandi dei rispettivo fronti non provarono la minima nostalgia per quell’ evento, dandosi ampiamente da fare affinché altre scandalose tregue si ripetessero in futuro: si minacciò di istituire la corte marziale contro chiunque avesse avuto contatti con il nemico, e si considerò persino l’ idea di bombardare le trincee nei giorni precedenti ogni Natale. Inoltre, per evitare che i soldati familiarizzassero con il nemico, si decise di spostarli a turno in diverse zone del fronte, e in un secondo momento si compì un atto di censura contro ogni notizia che riguardasse la tregua del 1914, negando ufficialmente che fosse mai avvenuta. Tutti questi sforzi, tuttavia, non seppero impedire nuovi atti distensivi, per quanto lo spirito di quel primo Natale in tempo di guerra non venne mai più effettivamente eguagliato, come riassunto dai ricordi del soldato britannico George Eade: «Un tedesco mi sussurrò con voce tremante: ‘Oggi abbiamo avuto la pace, ma da domani tu combatterai per il tuo Paese e io per il mio. Buona fortuna.’. Poi, in silenzio, tornò dalla propria parte.». Il miracolo era finito.
L’ esterno di una trincea;

Nel 1915 la guerra peggiorò, e negli anni successivi Ypres divenne famosa per i bombardamenti con armi chimiche che coinvolsero anche la popolazione: la cittadina diede infatti il nome a uno dei gas utilizzati, l’ iprite. Ad annunciare il ritorno alla normalità guerresca, tra i britannici, fu un secco comunicato alle truppe: «Mai più tregue, partite di calcio incluse. In guerra non bisogna mai interrompere l’ uccisione del nemico». E così, in pochi mesi, quella bella storia di Natale fu destinata all’ oblio, ma non tutti la presero male: un giovane soldato austriaco arruolato nell’ esercito tedesco di nome Adolf Hitler, all’ epoca dei fatti di stanza proprio nella zona di Ypres, fu ben lieto di ricominciare a sparare, avendo criticato con impetuosità quella che ritenne senza mezzi termini una «stupida tregua». Di opinione opposta, invece, rimase sempre Bertie Felstead, un signore britannico morto il 22 luglio 2001, a centosei anni, ultimo reduce ancora in vita ad aver preso parte a una certa partita di calcio giocata in quello speciale giorno di Natale: la meno famosa, ma forse la più straordinaria di tutta la storia.
Sul fronte italiano, vennero segnalati casi di fraternizzazione con il nemico il 25 dicembre 1916. Le tregue italiane consistevano solo nel deporre le armi rimanendo a debita distanza, ma in alcuni casi italiani e austro-ungarici brindarono addirittura gomito a gomito, per esempio sui monti Kobilek, in Friuli, e Zebio, sull’ altopiano di Asiago. Della tregua approfittò anche il poeta Giuseppe Ungaretti, che quel giorno scrisse la poesia «Natale». Tuttavia, anche fuori dai periodi festivi accadeva che fra sudditi sabaudi e asburgici ci si scambiasse cibo e sigarette, o che si stabilissero lealmente turni per l’ uso di una fonte d’ acqua. Nel febbraio del 1916, sui monti del Carso, ci fu una tregua spontanea proposta dagli austriaci al grido di: «Venite, non spariamo.». In seguito, nel maggio del 1917, sulla vetta Chapot, in Friuli, alcuni ufficiali sorpresero un gruppo di alpini intenti a parlare, bere e fumare in compagnia
del nemico.
Pranzo natalizio servito in tavola;

Oggi, a cento anni di distanza dalla cessazione del gigantesco conflitto che mise l’ Europa a ferro e fuoco, sconvolgendola radicalmente e portandola a maturare un contesto sociale, politico e militare profondamente diverso da quello vissuto fino a quel momento, viene spontaneo riflettere sul legame che la popolazione cristiana conserva attualmente nei riguardi del giorno scelto nel III secolo dalla Chiesa come quello in cui avvenne la nascita di Gesù.
Al giorno d’ oggi si può beatamente affermare che sarebbe del tutto impensabile interrompere anche solo per un’ ora i combattimenti di una qualunque delle guerre in corso «perché è Natale»: la sola idea susciterebbe una certa ilarità. Generazione dopo generazione, le persone si sono sempre vantate di essere più moderne e progredite in confronto ai propri antenati, quindi quel che è accaduto in passato non tornerà mai più. L’ unica costante in questo mondo è il cambiamento, pertanto si cerca istintivamente di cambiare in meglio. Ma purtroppo, se un calcolo va fatto, negli ultimi cento anni l’ umanità non si è evoluta veramente: oggi esistono tante comodità che un tempo non erano neppure immaginabili, c’ è stato un indubbio sviluppo materiale tuttavia accompagnato da un’ altrettanto profonda degenerazione sociale e individuale. Se oggi si può viaggiare fino alla luna in appena una settimana a bordo di una navetta spaziale, per contro si sono perduti per strada importanti valori come l’ amicizia, l’ altruismo, la lealtà e l’ empatia, quindi nessuno pensa più alle altre persone come compagni di viaggio uguali a noi seppur nella propria natura specifica, ma come concorrenti e possibili rivali nella grande competizione della vita. Tale clima di ricchezza materiale unita a povertà interiore ovviamente non ha risparmiato neppure il Natale, tramutandolo in una sorta di spettacolo di varietà, in una desolante giornata ai limiti del farsesco dedita ad abbondanti scorpacciate e bevute, a lunghe conversazioni apparentemente brillanti ma in realtà prive di argomenti sensati e degni di stima, agli scambi di regali il più possibile appariscenti e costosi, all’ albero più vistoso e addobbato, al presepio più suggestivo.
Anziché affannarsi tanto in numerosi e costosi acquisti, senza peraltro sentirsi mai veramente soddisfatti dei risultati, quando si approssima il Natale e si decide di festeggiarlo in ottemperanza alla propria fede religiosa, perché non ha alcun senso celebrare una qualsiasi ricorrenza senza seguire veramente la relativa tradizione spirituale, sarebbe salutare imparare la grandissima lezione di quei valorosi combattenti che lottarono e morirono lungo le linee trincerate della Grande Guerra, uomini coraggiosi e degni di rispetto oggi purtroppo estinti e che trovarono spontaneamente il modo di cessare le ostilità tra i rispettivi governi per festeggiare in pace e tutti insieme una giornata importante come questa, dividendo come fratelli quel poco che avevano, dando alla ricorrenza un significato particolarmente profondo e commovente in un contesto tutt’ altro che scontato, e ottenendo risultati infinitamente superiori a quanto la gente di oggi potrà mai purtroppo vantare pur nel pieno della grande epoca della modernità, del progresso e del benessere. E’ più che evidente che il Natale venne ahimè più decorosamente festeggiato nel biasimato inferno delle trincee piuttosto che nella lodata civiltà dei centri urbani…