mercoledì 25 marzo 2020

Il mito di Sherlock Holmes oltre il giallo classico

Monumento di Sherlock Holmes a Edimburgo;
«E magari, a fumare la sua pipa su una sdraio, in disparte, c’ è pure Sherlock Holmes, che per i suoi più appassionati lettori non è un personaggio letterario ma è esistito veramente alla fine dell’ Ottocento ed è ancora vivo, perché ha scoperto una specie di siero dell’ immortalità.» Carlo Lucarelli;


Il 1887 fu una data storica nella narrativa poliziesca, in quanto vide il debutto di uno dei personaggi letterari più celebri e riusciti di tutti i tempi: il consulente investigativo Sherlock Holmes. Curiosamente, però, la sua entrata in scena non fu baciata dal successo, in quanto «Uno studio in rosso», firmato da Sir Arthur Conan Doyle, passò praticamente inosservato, ma il suo seguito, «Il segno dei quattro», del 1890, venne accolto molto favorevolmente ribaltando le sorti di Holmes, che finalmente entrò nella costellazione del successo e della notorietà. Da allora, nei successivi quattro decenni, Conan Doyle continuò a presentare storie incentrate sull’ iconico investigatore, dando vita ad un vero e proprio archetipo destinato a modellare l’ essenza del giallo classico.
Negli anni, tuttavia, l’ autore edimburghese non apprezzò molto l’ immenso successo di questo particolare personaggio, nella convinzione che rubasse l’ attenzione alle altre sue opere di carattere storico, avventuroso e fantastico come «La mummia» del 1892 e il ciclo del professor Challenger, che con «Il mondo perduto» del 1912 anticipò i temi di «Jurassic Park» di Michael Crichton, e a quegli studi sullo spiritismo, a cui si dedicava con particolare fervore. Ormai stanco dell’ inquilino del 221B Baker Street, in «L’ ultima avventura» ne raccontò la morte facendolo precipitare in un abisso durante uno scontro con il professor James Moriarty, la sua nemesi per eccellenza, presso le cascate di Reichenbach, in Svizzera. Tale tentativo fallì clamorosamente, in quanto nella narrazione si afferma che il corpo non venne mai trovato, e lo scrittore fu costretto a farlo tornare in scena con «L’ avventura della casa vuota» in seguito alle pressioni del pubblico e a fargli risolvere ancora molti altri casi. Lui stesso, influenzato dal personaggio, tentò addirittura di emularlo facendo a sua volta l’ investigatore privato e risolvendo con successo alcuni casi che contribuirono positivamente alla sua già notevole notorietà. Proprio come aveva temuto sin dall’ inizio, la sua produzione fantastica, sebbene assai superiore in quantità, e a suo dire anche in qualità, rispetto al ciclo di Sherlock Holmes, rimase molto meno nota.
Sherlock Holmes in un’ illustrazione di Sidney Paget;

Nel corso dell’ ultimo secolo, il personaggio di Holmes è divenuto uno dei più emblematici e amati della letteratura, suscitando una particolare ondata di ammirazione in tutto il mondo, e dopo la sua morte è stato ripreso da svariati altri autori che ne hanno proseguito le vicende per mezzo di romanzi e racconti apocrifi che considerano aspetti della vita del personaggio tralasciati da Conan Doyle come la sua giovinezza, il periodo dopo il suo ritiro nel Sussex e quello tra la sua presunta morte e la ricomparsa tre anni dopo. In esse incontra anche svariati personaggi storici o letterari. Oltrepassati i confini imposti dalla carta stampata, approdò in radio, in televisione e al cinema, aumentando la propria celebrità a livelli esponenziali. Chi, pur non essendo uno sfegatato del giallo, non ha mai subìto il fascino di questo insolito personaggio con il cappotto, il berretto da cacciatore e la pipa, spesso ruvido, che al primo colpo d’ occhio può capire le dinamiche di un omicidio o stabilire con una certa esattezza gli spostamenti della persona che ha di fronte?
Holmes e il dottor John H. Watson, suo biografo;

Nella narrativa e nel mondo dello spettacolo, il pubblico dimostra da sempre un grande fascino nei riguardi del personaggio eccentrico, caratterizzato da una spiccata intelligenza e stravaganza, entrambi elementi fondamentali nella soluzione al problema che rappresenta l’ evento scatenante della vicenda e nello sviluppo della stessa trama: è certamente il caso di Holmes, nella sua lunga carriera chiamato a risolvere tanto nella metropoli londinese quanto nella sonnolenta campagna britannica e infine nei Paesi di mezza Europa un’ impressionante serie di misfatti che vanno dall’ assassinio alla frode patrimoniale, senza escludere il ricatto, destreggiandosi tra nobili, ricchi, maggiordomi, tappeti persiani e raffinati servizi da tè, ritrovando tesori, chiarendo misteri e salvando onori minacciati da gravissime onte per poi servire la patria nel corso della Grande Guerra come agente del governo, ritirandosi dapprima nel Sussex, ove si dedica all’ apicoltura, per poi trasferirsi in una fattoria vicino a Eastbourne, ove si dà alla filosofia e all’ agricoltura.

La qualità di una storia dipende in gran parte dallo spessore dei suoi personaggi, e nel corso della serie letteraria dedicata al geniale investigatore Conan Doyle seppe costruire un personaggio unico, indubbiamente fuori del comune, convincente e affascinante. In «Uno studio in rosso» Holmes viene descritto come un uomo molto magro e spigoloso, che sfiora il metro e novanta di statura, con fronte alta e naso aquilino che conferise alla sua espressione un’ aria vigile e decisa, sguardo acuto e penetrante, il mento prominente e squadrato tipico dell’ uomo d’ azione, le mani invariabilmente macchiate d’ inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, dal tocco straordinariamente delicato. Uomo dalle abitudini frugali, al limite dell austerità, abituato a mangiare pochissimo e convinto che l’ esercizio fisico fine a sè stesso sia uno spreco di energie, tanto da fare raramente del moto se non per ragioni professionali, è per certi versi contradditorio: da un lato rivela un carattere aperto e disponibile all’ aiuto, dall’ altro uno chiuso e distaccato. Nel racconto «Un caso d’identità» si nota un lato pensieroso ed emotivo, quando si lascia prendere dalla rabbia per l’ inganno che ha subito Mary Shutterland e vorrebbe prendere a frustate il padrino che l’ ha illusa di un amore inesistente: questo non significa che sia una persona violenta o aggressiva, anzi dimostra il suo lato umano, sensibile e giusto. Anche nel racconto «Il trattato navale» è presente il suo essere sensibile: «Passò accanto al divano per andare verso la finestra aperta e sollevò il gambo incurvato di una rosa muschiata, osservandone le delicate sfumature verdi e cremisi». La sua acuta intelligenza lo rende un personaggio difficile da gestire, dal carattere spigoloso: diffida degli altri, e talvolta sfora nell’ arroganza e nella presunzione. Il suo carattere è assai mutevole, in quanto sente un forte bisogno di esercitare la propria intelligenza nella risoluzione di un enigma, quindi alterna momenti di immensa energia ed entusiasmo, tipici quando affronta un caso e nei quali non mangia e neppure dorme, ad altri di depressione nei periodi di inattività, nei quali si sente inutile e sprofonda nella poltrona ricorrendo a iniezioni di cocaina o morfina come antidoto alla monotonia dell esistenza, dipendenza che ad un certo punto, con un certo disappunto da parte del dottor John H. Watson, suo coinquilino, sostituisce con la pipa perché soprattutto nelle indagini più complesse lo porta ad affumicare completamente il soggiorno del loro appartamento. La sua personalità risente molto di questi profondi e numerosi cambiamenti d’ umore, eppure si può affermare che è molto cinico e distaccato da tutto ciò che non lo interessa, un genio dall intuito notevole e dalla grande rapidità di pensiero, un anticonformista il cui comportamento singolare è dettato dalle sue particolari intuizioni sulla vita e il mondo creato dagli uomini, un solitario che comunque sa essere pacato e benevolo verso il prossimo, garbato e delicato verso il cliente di turno, uno che gode nello sfoggiare il proprio talento a danno di Scotland Yard, di cui critica i metodi investigativi pur aiutandola in modo determinante e lasciandole tutto il merito rimanendo anonimo. A lui non interessa inseguire il successo nel lavoro, ma rendersi utile per la società. Pensa a risolvere i casi analizzando il vero problema: fermandosi, sedendosi, chiudendo gli occhi, congiungendo le dita, ascoltando con estrema attenzione e concentrazione, immergendosi profondamente nei suoi pensieri e in una colta meditazione, attendendo con pazienza che arrivi l’ illuminazione. E’ noto per non tenere alla considerazione del pubblico, spesso infatti preferisce lasciare agli attoniti ispettori di Scotland Yard il merito di aver risolto un caso, consapevole dell’ importanza, per quei poveri malpagati funzionari, di far bella figura con i superiori: cosa che tiene sempre alta la sua popolarità tra i poliziotti. Anche per quanto riguarda le onorificenze ufficiali, non dà mai loro grande importanza: ad una Legion d’ Onore attribuitagli nel 1894, insieme ad una lettera autografa di ringraziamento del Presidente francese, fa da contraltare un titolo di baronetto che rifiuta. E’ invece estremamente sensibile ai complimenti e alla considerazione di chi lo circonda, e non disdegna un’ udienza privata presso la Regina Vittoria, che lo ringrazia dei suoi servigi con una spilla di diamanti. Non è un uomo ordinato, anzi: ha una camera stabilmente in disordine, con carte sparse un po’ dappertutto e sostanze chimiche ed oggetti distribuiti alla rinfusa su tutti i piani disponibili, fuma gli avanzi di tabacco delle pipe del giorno precedente, tiene i sigari nel secchio del carbone, il tabacco nella punta di una pantofola persiana, e la posta inevasa trafitta da un pugnale al centro della mensola di legno del caminetto, si sveglia tardi e si esercita al tiro alla pistola sprofondato sulla poltrona del suo appartamento, mirando alla parete opposta. Tutte indicazioni di una mente lasciata libera di vagare, di scoprire, di allargarsi. Poche volte rimane alzato dopo le 22:00 e invariabilmente la mattina fa colazione ed esce prima di Watson, il solo con cui ha un buon rapporto, mentre appare emotivamente molto distaccato e disinteressato nei riguardi degli altri. Alquanto riservato, è ben poco sensibile agli inviti mondani, che ritiene «sgraditissimi» perché «impongono a un individuo o di annoiarsi a morte o di mentire!». Per commentare il suo atteggiamento, Watson cita Orazio: «Il popolo mi fischia, ma io mi applaudo da me, a casa mia, quando contemplo le mie ricchezze in cassaforte.». Tende poi a non legarsi alle donne nel desiderio di preservare la mente in un costante stato di lucidità e libertà da pensieri inutili e svianti, così da non comprometterne la capacità razionale: «L’ amore è un’ emozione, e tutto ciò che è emozione contrasta con la fredda logica che io pongo al di sopra di tutto.». L’ unica donna per la quale nutre sincera ammirazione è Irene Adler, cantante lirica statunitense di discendenza tedesca, subdola e raffinata avventuriera che in «Uno scandalo in Boemia» riesce clamorosamente a superarlo in astuzia. Non è superbo come appare ai più, ma realista: «Non sono fra coloro che considerano la modestia una virtù. Per un uomo dotato di logica, tutte le cose andrebbero viste esattamente come sono, e sottovalutare sé stessi significa allontanarsi dalla verità almeno quanto sopravvalutare le proprie doti.». E’ un esperto pugile, spadaccino e schermidore con il bastone.
Il metodo di indagine che ha adottato si basa sul processo logico di osservazione e deduzione dei dettagli disponibili, dai quali scarta quelli irrilevanti per poi concentrarsi sui rimanenti. Conoscitore di botanica, geologia, chimica e anatomia, e versato nell’ analisi scientifica, preleva e confronta abitualmente campioni, è un grande esperto nel riconoscere le impronte, fattore spesso centrale nelle sue indagini, è un abile grafologo ed è pratico nell’ interpretazione del linguaggio del corpo. Vanta peraltro una vasta ed enciclopedica conoscenza della storia criminale, che lo aiuta moltissimo nelle sue indagini. Questo metodo lo differenzia dal fratello Mycroft, importante impiegato governativo e più vecchio di sette anni, dotato di capacità deduttive persino maggiori delle sue, ma incapace di svolgere il lavoro tanto caro al fratello a causa della sua particolare pigrizia: pur essendo un vero e proprio calcolatore umano, non si sposta mai più di poche centinaia di metri da casa, evita di uscire per verificare la propria ipotesi preferendo considerarla sbagliata, essendo assolutamente incapace di risolvere un enigma dal punto di vista strettamente pratico.
Il consulente investigativo interpretato da Peter Cushing;

Sherlock Holmes è un personaggio particolarmente suggestivo e coinvolgente, ma il fattore intelligenza rappresenta solo una parte del suo successo e della sua attrattiva. La sua personalità, così dettagliata, anticonformista, spigolosa e spesso sgradevole rappresenta forse il lato che maggiormente ha sempre colpito il lettore. Che genio e sregolatezza vadano a braccetto non è un mistero per nessuno. Da sempre, infatti, le menti più geniali e creative sono state associate ad atteggiamenti altamente singolari, ai limiti dell’ asocialità. Per l’ esattezza, gli individui dall’ intelligenza superiore sono spesso stati indicati come depositari di una profonda alterazione mentale, disturbi bipolari e manie ossessive e compulsive. Rileggendo ad esempio le biografie e le bizzarre abitudini della maggior parte degli artisti, in particolare dei pittori e degli scrittori più celebri, questo troverebbe certamente conferma, e in questi ultimi anni anche la scienza ha fatto la sua parte conducendo alcuni studi che hanno indicato nuove interessanti evidenze scientifiche a sostegno della tesi che vorrebbe uno stretto legame fra genialità e follia, anche se quest’ ultimo termine non è propriamente corretto in quanto il concetto di normalità, quindi quello di follia, si basano su concetti tuttora reputati vaghi e indefiniti. Potrebbe esserci infatti una predisposizione genetica, oppure un’ influenza da parte dell’ ambiente esterno. Comunemente si ritiene che la persona creativa applichi un approccio originale alla soluzione di problemi, e abbia uno stile di pensiero diverso da quello degli altri, animato da una capacità di creare associazioni d’ idee insolite. La creatività può essere definita come la capacità di produrre un lavoro che sia allo stesso tempo nuovo e significativo, opposto cioè tanto al banale quanto alla semplice bizzarria. Per valutare le differenze individuali nella creatività si ricorre all’ esame per il pensiero divergente, che in genere richiede di trovare risposte nuove e sensate a situazioni problematiche. La creatività appare inoltre correlata ad alcuni tratti della personalità, come l’ apertura alle esperienze, ed è stato osservato che le persone altamente creative appartengono più spesso a famiglie in cui qualche membro ha sofferto di disturbi mentali. Anche le persone affette da schizofrenia e disturbo bipolare hanno spesso anomalie nei processi cognitivi. Peraltro, il gruppo scientifico di Kari Stefansson, nello studio pubblicato su Nature Neuroscience, riporta che vi sia una radice genetica comune nei processi cognitivi più elevati e sfaccettati, mentre una ricerca condotta presso il Karolinska Institutet e pubblicata sulla rivista informatica PloS ONE evidenza che genio e sregolatezza hanno origine nella sessa zona del cervello, il talamo, che svolge una funzione analoga a un relè che filtra l’ informazione prima che arrivi alle aree della corteccia, peraltro responsabili della cognizione e del ragionamento. Fredrik Ullén, che ha diretto lo studio, dichiarò: «Studiando il cervello e in particolare i recettori D2, abbiamo mostrato che il sistema dopaminergico di persone sane e altamente creative ha alcune somiglianze con quello di chi soffre di schizofrenia.». Lo studio mostra che le persone fortemente creative che hanno buone prestazioni negli esami sul pensiero divergente hanno anche una bassa densità di recettori D2 nel talamo rispetto a persone che appaiono meno creative. E’ noto che anche gli schizofrenici hanno una bassa densità di recettori D2 proprio in questa regione del cervello, suggerendo una sorta di legame fra creatività e schizofrenia. L’ esistenza di meno recettori D2 nel talamo implica con tutta probabilità un minore filtraggio dei segnali, e quindi un maggiore flusso di informazioni dal talamo: ciò darebbe conto del meccanismo sottostante alla capacità di vedere molti collegamenti insoliti in una condizione di risoluzione di problemi nelle persone creative, e le bizzarre associazioni nel malato mentale.
Uno Holmes depresso interpretato da Jeremy Brett;

Nel caso specifico di Holmes, ad una attenta analisi si può dedurre che soffre del disturbo borderline di personalità, il celebre disturbo mentale le cui caratteristiche essenziali includono la paura del rifiuto, l’ instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’ immagine di sé, nell’ identità e nel comportamento. Possono essere presenti ira incontrollabile, depressione e, più raramente, mania. Tali comportamenti sono presenti fin dall’ adolescenza e si manifestano attraverso una varietà di situazioni e contesti. Quando si parla di personalità borderline si intende genericamente un carattere insicuro, spesso aggressivo, egocentrico e connesso ad atteggiamenti come l’ autolesionismo e la depressione. Tuttavia, il problema è più complesso: non si ha a che fare solo con un tipo di indole, perché affermare che qualcuno è borderline non è come dire che è dolce, scontroso o simpatico, e non si tratta neppure di una moda, sebbene nella nostra cultura si sia imposto un certo fascino per le menti tormentate e oscure. La personalità borderline, infatti, è innanzitutto un disturbo psichico, una condizione che genera un significativo livello di instabilità emotiva, caratterizzata da una immagine distorta di sé, da sensazioni di inutilità e dall’ idea di essere fondamentalmente difettati. Il paziente oscilla rapidamente lungo intensi stati di rabbia, furia, dolore, vergogna, panico, terrore ed un sentimento cronico di vuoto e solitudine. Si tratta di individui che si differenziano dagli altri sia per l’ elevata impulsività, sia per una intollerabile condizione di dolore ed urgenza. Altra caratteristica è la reattività umorale. Occorre specificare che non tutti i sintomi del borderline finora evidenziati sono la prova di una patologia, in quanto le sfumature di significato di un atteggiamento possono essere infinite e non è detto che chi si comporta in un certo modo debba per forza essere malato.
Comunque, è sconcertante notare che spesso chi possiede una personalità tormentata presenti anche un carattere interessante da cui scaturisce un forte carisma: gli individui borderline sono tra i più indagati, apprezzati e conosciuti.
In tutta evidenza, il consulente investigativo londinese non incarna tutti gli atteggiamenti tipici del disturbo borderline di personalità: non risulta ad esempio che abbia mai davvero preso in considerazione il suicidio o l’ autolesionismo, e anzi lo si vede assai deciso a vendere cara la pelle. Piuttosto, sono assai evidenti altri sintomi tipici quali l’ instabilità emotiva, che lo vede alternare scoppi di entusiasmo sfrenato quando è vicino alla soluzione un enigma insidioso a momenti di depressione e apatia quando non ci sono più nuovi casi da risolvere e la vita diventa noiosa, senza tralasciare la difficoltà nel gestire le relazioni interpersonali e l’ abuso di sostanze stupefacenti, che in particolare risulta un sintomo dell’ incapacità di controllare la propria emotività, che vive come una vera e propria giostra, oscillando tra stati e percezioni opposti: il cocainomane sente il bisogno di caricarsi sentendosi spesso incapace e poco apprezzabile, mentre il morfinomane tende a spegnere e a spegnersi. Peraltro, la sua straordinaria forza d’ animo e l’ amore per le avventure suggeriscono un particolare bisogno nel mettersi costantemente in gioco, e non gioisce mai dei propri successi proprio perché sempre alla spasmodica ricerca di altri stimoli. La sua tendenza a drogarsi è evidente, tanto con gli stupefacenti quanto con la tendenza ad assecondare il costante bisogno di risolvere i misteri più difficili, per dimostrare qualcosa a sè stesso in una vera e propria mania. E non sembra neppure che abbia una particolare autostima, per quanto lasci intendere di essere cosciente di possedere una mente geniale e spesso appaia altezzoso: tutto ciò può far supporre che si senta un passo indietro agli altri, poiché l’ intelligenza lo rende diverso dalle persone comuni, estraniandolo pertanto dalla società, e il fatto di essere tanto singolare potrebbe farlo sentire inadeguato anziché speciale. E, come sempre accade, l’ arroganza, è la maschera privilegiata con cui gli insicuri occultano il proprio disagio, proteggendosi da eventuali attacchi con un comportamento presuntuoso. Peraltro, i suoi sport preferiti, scherma e pugilato, paiono un veicolo privilegiato con cui raggiungere e preservare un più forte equilibrio mentale ed emotivo: lo sport è da sempre estremamente utile nel dare una direzione alle proprie emozione, specie le meno accettabili quali paura, rabbia e aggressività. Il pugilato, di cui Holmes è un praticante provetto, è spesso visto alla pari di una rissa da osteria, mentre invece richiede grande consapevolezza del proprio corpo e capacità di direzionare la forza, tanto che anche i meno forti divengono capaci di sferzare colpi notevoli. Nella scherma, altra pratica di cui il geniale consulente è eccellente, valgono principi simili al pugilato: gestione e direzione, nonchè coordinamento di tutto il corpo, soprattutto le gambe, in una sorta di danza.
Ciò che più di ogni altra cosa pare confermare maggiormente il suo disturbo borderline di personalità si intravede nel legame con il dottor Watson: finché nella sua vita non ci sono amici a cui valga la pena di affezionarsi riesce a mantenere un distacco notevole da chiunque e a stare bene da solo, eppure, quando sente di potersi aprire con qualcuno, come l’ ufficiale medico reduce dalla Seconda guerra anglo-afghana, inizia ad aver bisogno di tale persona al punto di desiderare una sorta di esclusiva, mossa dalla paura dell’ abbandono. Il geniale ed eccentrico sostenitore della sottile scienza della deduzione potrebbe seriamente avere il cuore assai meno gelido di quanto l’ apparenza possa suggerire.
Sherlok Holmes e il fascino della sua personalità...

Nato come semplice personaggio letterario, oggi Sherlock Holmes è considerato uno dei maggiori personaggi immaginari mai inventati, oltre che uno dei più carismatici e di maggior talento, molto apprezzato per il suo fascino e il carattere, per molti aspetti misteriosi e controversi. Come pochi, anche grazie alle notevoli imprese affrontate sempre con grande successo nonostante le difficoltà e magistralmente raccontate dal fedele amico e braccio destro Watson, suo vero e proprio biografo, ha saputo conquistarsi un ampio pubblico trasformandosi in un’ icona facilmente riconoscibile e davanti a cui è molto difficile rimanere insensibili, assicurandosi un posto d’ onore nell’ immaginario collettivo ampiamente confermato dai mezzi di comunicazione, e che nel corso di oltre cent’ anni ha occupato con la stessa identica maestosità. Basta infatti pronunciare tuttora il suo nome per evocare tanti significati, dal giallo classico al metodo scientifico, dal grande genio della deduzione all’ osservatore esterno e sfuggente della gente comune. Come ignorare o non apprezzare uno come Holmes?

lunedì 10 febbraio 2020

Il destino di Guerre stellari

«Il Lato Oscuro getta la sua ombra su tutto…» Yoda in «L’ attaco dei cloni»;

Oggigiorno, quella di Guerre stellari è una delle serie fantascientifiche più note e riuscite di tutti i tempi, una magnifica epopea che dal 1977 appassiona instancabilmente milioni di persone in tutto il mondo, con i suoi potenti contenuti culturali, i messaggi filosofici e morali e la visione del mondo che riesce a trasmettere oltre la finzione scenica e la spettacolarità dei film, produzioni di elevato impatto visivo, espressivo ed emotivo, in un espediente narrativo che nonostante le differenze molto li accosta alla serie di Star Trek.
Inserita nel genere dell’ epopea spaziale, la serie si ambienta in un’ era imprecisata e in una Galassia immaginaria, popolata da umani e diverse altre razze aliene provenienti da ogni sua regione conosciuta e retta da un unico e immenso Stato, la democratica e caotica Repubblica Galattica, poi divenuta un Impero oppressivo ed ingiusto. I droidi vi svolgono una vasta varietà di compiti, mentre le astronavi, capaci di navigare nell’ iperspazio, permettono rapidi e agevoli viaggi tra i numerosi pianeti e sistemi noti. La trama segue l’ eterno confronto tra bene e male, personificati dall’ ordine degli Jedi e da quello dei Sith, che traggono i propri poteri sovrumani dal Lato Chiaro e Oscuro di un campo di energia mistica chiamato Forza. I primi sei film seguono la caduta della Repubblica, l’ instaurazione dell’ Impero Galattico e sua la successiva sconfitta per mano dell’ Alleanza Ribelle, mentre gli ultimi tre mostrano la caduta della Nuova Repubblica e l’ instaurarsi del Primo Ordine, contrastato dalla Resistenza.
George Lucas, creatore della serie;

La saga di Guerre stellari è un vero e proprio mito, un patrimonio di massa che tramite il cosiddetto Universo espanso, l’ insieme del materiale ufficiale composto da fumetti, libri, videogiochi che ne hanno arricchito la storia con vicende e concetti, ha acquisito un’ esistenza non più limitata ai film prodotti nel trentennio tra il 1977 e il 2005 dal suo creatore, il regista e produttore californiano George Lucas. Il suo più grande punto di forza risiede nei messaggi a cui Lucas volle dare risalto, e dall’ ispirazione da grandi opere quali la serie di Flash Gordon, i film di Akira Kurosawa, il ciclo di Dune di Frank Herbert e gli studi sulla mitologia di Joseph Campbell, ognuno dei quali la rese qualcosa in cui chiunque può riconoscersi, con i suoi personaggi di ampia e sfaccettata personalità e gli avvenimenti che toccano i singoli protagonisti o l’ intera Galassia.
Tuttavia, come ogni realizzazione artistica umana, anche Guerre stellari è stata purtroppo soggetta ad un’ opera di deformazione e impoverimento a danno della sua qualità, dettata da un semplice e drammatico passaggio di proprietà nel momento in cui la Lucasfilm Ltd, casa di produzione cinematografica fondata da Lucas nel 1971, venne acquisita da The Walt Disney Company il 30 ottobre 2012, la quale, divenuta titolare dei diritti di Guerre stellari, riesumò l’ intenzione iniziale di Lucas circa una terza trilogia atta a fare di quella realizzata tra il 1977 e il 1983 quella centrale, sognando però un banale successo finanziario anziché una solida e precisa narrazione arricchita da idee e valori che tradizionalmente ebbero tanto fondamento nella sua genesi. L’ uomo subentrato a Lucas nella creazione della terza trilogia fu J. J. Abrams, regista, sceneggiatore e produttore già noto per il telefilm «Lost», il rilancio della serie cinematografica di Star Trek e il film «Super 8»: nonostante la grandiosità visiva e scenica, ad una attenta analisi gli ultimi tre film di Guerre stellari, prodotti tra il 2015 e il 2019 non risultano all’ altezza dei sei precedenti, basando le trame su situazioni ripetitive e per nulla innovative e, peggio ancora, discostandosi da alcuni importanti concetti espressi nel corso dei tre capitoli presentati tra il 1999 e il 2005 e, soprattutto, nel finale di «Il ritorno dello Jedi».
 
J. J. Abrams, nuovo curatore della serie;
La sceneggiatura di Guerre stellari come attualmente è nota nasce da una lunga serie di rielaborazioni e riscritture che hanno alimentato la storia di ogni capitolo, che spesso ha beneficiato di idee inizialmente scartate. Nella mente di Lucas fu soggetta ad un lungo e intenso un itinerario evolutivo. A dispetto dei molti che classificano Guerre stellari come semplice fantascienza, è facile notare quanto questa serie non sia estrapolazione scientifica, ma mito allo stato puro che si serve anche della rappresentazione fantascientifica: è più propriamente una mescolanza di epos e tragedia che fa suoi svariati spunti apparentemente contraddittori, come le vicende dei samurai in Giappone, dei monaci buddhisti guerrieri del Monastero di Shaolin in Cina e dei Cavalieri templari in Palestina che fecero da base dell’ ordine degli Jedi, piuttosto che quelle della caduta della Repubblica romana in favore dell’ Impero al tempo di Cesare Augusto, fonte di quelle relative alla Repubblica sotto il Cancelliere Supremo Palpatine, o i racconti su corsari e pirati e i western su cowboy e fuorilegge, da cui vennero modellate le avventure di Han Solo, Chewbacca, Lando Calrissian, Jabba the Hutt e Boba Fett, senza dimenticare il classico delle principesse in pericolo, come Leila Organa, e i robot umanizzati, i caccia stellari rugginosi le sofisticate armate di droni e cloni. Il tutto, poi, è amalgamato dal concetto onnicomprensivo della Forza, descritta dal Maestro Obi-Wan Kenobi, novello mago Merlino, come un campo di energia mistico generato da tutti gli esseri viventi che pervade l’ universo e tutto ciò che esso contiene, e che nelle intenzioni di Lucas rappresenta una sintesi di tutte le tradizioni religiose mondiali, teso a introdurre un aspetto spirituale nella serie.
Ogni film del ciclo nasce dalla rielaborazione, e talvolta dalla semplificazione, di molteplici modelli narrativi, eventi storici e suggestioni religiose, che tuttavia nella terza trilogia di J. J. Abrams risulta grandemente assente, tranne qualche sprazzo deludente e fallimentare, in favore dell’ elemento più strettamente avventuroso: si direbbe che il cineasta newyorkese si sia affrettato a proseguire le vaste e articolate vicende di questa saga leggendaria senza la dovuta preparazione, relegandola al banale genere di azione infiorettato da effetti speciali in grande stile e ridicolizzato da trame spesso incoerenti, deboli e inadeguate.
Locandina della seconda trilogia;

La trilogia originaria, iniziata nel 1977 con «Una nuova speranza» e proseguita nel 1980 con «L’ Impero colpisce ancora» per poi concludersi nel 1983 con «Il ritorno dello Jedi», presenta una Galassia nel pieno di una devastante guerra civile, tra l’ Impero Galattico, un regime totalitario estremamente gerarchizzato e militarizzato, e ipertecnologico, che incute paura anche tramite lo sfoggio di armi di distruzione di massa, come la Morte Nera, nella convinzione che «sia meglio governare con la paura della forza, piuttosto che con la forza», e l’ Alleanza Ribelle, un movimento di resistenza militare formato da vari pianeti rimasti fedeli alla decaduta Repubblica Galattica, che al suo splendore incarnava la democrazia e lo Stato di diritto.
«Una nuova speranza» narra le vicende di Luke Skywalker, un giovane contadino che vive su di un pianeta desertico ai margini della Galassia, che un giorno incontra due droidi che custodiscono un messaggio da portare per conto della principessa Leila Organa, una delle guide ribelli più rispettate, a Obi-Wan Kenobi, un tempo Maestro Jedi ed eroe delle Guerre dei Cloni, chiamato ad aiutare la Ribellione contro l’ Impero nel consegnare il messaggio, contenente le planimetrie della stazione da battaglia nota come Morte Nera, ad un importante capo ribelle. Luke scopre che suo padre era a sua volta uno Jedi, segue Obi-Wan e si unisce ai Ribelli, iniziando il proprio addestramento per divenire uno Jedi come il genitore. In «L’ Impero colpisce ancora», Darth Vader, Signore Oscuro dei Sith e comandante in capo della Flotta Spaziale Imperiale, è alla ricerca di Luke, che dopo la morte di Obi-Wan per mano dello stesso Vader è sulle tracce del Maestro Yoda, l’ ultimo Jedi sopravvissuto allo sterminio voluto dall’ Impero. Nonostante i suggerimenti di Yoda, Luke interrompe il suo addestramento per recarsi da Vader, che tiene in ostaggio i suoi amici e compagni di lotta, e dopo un duello con la spada laser perde una mano e scopre che Vader è suo padre. In «Il ritorno dello Jedi», infine, l’ Imperatore Palpatine, Signore Oscuro dei Sith responsabile della caduta della Repubblica in favore dell’ Impero nonché della conversione di Darth Vader al Lato Oscuro della Forza e del successivo sterminio degli Jedi, tende una trappola all’ Alleanza Ribelle, attirandola in forze nei cantieri astronavali della seconda Morte Nera, mentre Luke si prepara ad affrontare suo padre in un difficile confronto teso a redimerlo e a farlo tornare lo Jedi di un tempo. La battaglia sarà durissima, ma alla fine l’ Impero viene sconfitto e Darth Vader riscopre il proprio lato buono uccidendo l’ Imperatore e abbandonando il Lato Oscuro, salvando la vita di Luke a cui ora spetta il compito di ricostruire l’ ordine degli Jedi addestrando una nuova generazione di allievi.
Nella seconda trilogia, iniziata nel 1999 con «La minaccia fantasma», che nel 2002 ebbe come seguito «L’ attacco dei cloni», chiudendosi nel 2005 con «La vendetta dei Sith», si assiste all’ ascesa politica del senatore Palpatine e alla trasformazione della Repubblica in Impero. In «La minaccia fantasma» il pianeta Naboo, remoto e ininfluente nel contesto politico della Repubblica, viene stranamente preso d’ assalto da una potente gilda commerciale, e il Maestro Jedi Qui-Gon Jinn trae in salvo Amidala, regina di Naboo, nascondendosi su Tatooine per riparare l’ astronave e facendo la conoscenza del piccolo Anakin Skywalker, in cui riconosce un elevatissimo potenziale da Jedi. Scoperto che i Sith, un antico ordine di Jedi rinnegati, non sono stati uccisi tutti secoli addietro come si pensava, il gruppo raggiunge il pianeta capitale ove il senatore Palpatine diviene nuovo Cancelliere Supremo e Anakin non viene accettato come allievo dall’ ordine. Tornati su Naboo, Qui-Gon e il discepolo Obi-Wan Kenobi aiutano Amidala a sconfiggere la corporazione occupante, con l’ insperato aiuto di Anakin, che ora viene accettato come discepolo di Obi-Wan, divenuto Jedi dopo aver ucciso il misterioso Sith che ha a sua volta ucciso Qui-Gon. In «L’ attacco dei cloni», la Galassia è scossa dal movimento dei separatisti, guidati da un ex Jedi, il conte Dooku, che istiga la secessione da una Repubblica ormai troppo burocratica e corrotta, incapace di rispondere ai bisogni delle popolazioni. Obi-Wan e il suo apprendista Anakin sono chiamati a difendere Amidala, ora senatrice e guida dell’ opposizione alla formazione di un esercito della Repubblica, da qualche tempo vittima di alcuni attentati fallimentari. Scoperto che i responsabili sono la gilda commerciale che dieci anni prima ha invaso Naboo e ora legati a Dooku, nuovo apprendista del misterioso Signore Oscuro dei Sith già coinvolto nell’ invasione di Naboo, Obi-Wan scopre che qualcuno ha preparato un esercito di cloni per la Repubblica, che pare arrivare proprio al momento giusto in quanto Dooku vuole sferrare un attacco con una serie di armate di droidi. «La vendetta dei Sith» mostra invece la caduta definitiva della Repubblica. Dopo tre anni di guerra civile, il Cancelliere Palpatine viene rapito da Dooku, ma viene salvato da Obi-Wan e Anakin, ora Jedi pienamente ordinato e segretamente marito di Amidala nonostante i voti di castità tipici dell’ ordine, che uccide Dooku. Con il tempo anche i condottieri separatisti vengono uccisi, e Palpatine gradualmente assume sempre più poteri politici in nome della sicurezza, svelando ad Anakin di essere il Signore Oscuro dei Sith e convincendolo di avere il potere di salvare Amidala, rimasta incinta, dalle sue premonizioni di morte. Dopo aver fatto credere che gli Jedi sono coinvolti in un complotto per rovesciare il governo della Repubblica, il Cancelliere Supremo si autoproclama Imperatore con l’ appoggio del Senato, e convince definitivamente Anakin a divenire suo allievo con il nome di Darth Vader, mandandolo alla testa dell’ esercito imperiale a sterminare gli Jedi. Sconvolta da ciò che suo marito è diventato, Amidala muore dando alla luce due gemelli, Luke e Leila: il primo viene mandato su Tatooine, ove Obi-Wan veglierà su di lui, l’ altra viene affidata alla famiglia reale di Alderaan, gli Organa.
La storia continua lungo un sentiero assai dubbio...

Le prime due trilogie, accuratamente studiate da George Lucas, sono una storia epica di grandi battaglie, di amicizia tradita e un amore proibito, di una lenta e inesorabile discesa verso il male e poi a un ritorno verso il bene intrapresi sia dalla Galassia che da Anakin Skywalker, alias Darth Vader, nella quale viene confermato il grande valore e potere dell’ animo umano nonostante l’ indubbia forza della tecnologia. In particolare, in «La minaccia fantasma», «L’ attacco dei cloni» e «La vendetta dei Sith» viene presentato il tema del Prescelto, un individuo dotato della più grande connessione con la Forza e destinato a riportare l’ equilibrio tra il Lato Chiaro e quello Oscuro, mutandola per sempre: tale profezia si compie nella vita di Anakin, che passando al Lato Oscuro contribuisce a far cadere la ormai vecchia e debole Repubblica e a distruggere l’ ordine degli Jedi, accecati dall’ orgoglio e da un’ eccessiva sicurezza in sé stessi, per poi rivoltarsi contro Palpatine, l’ ultimo Sith, uccidendolo e tornando al Lato Chiaro, morendo da Jedi e lasciando al figlio Luke il compito di trasmettere l’ eredità degli Jedi, edificando un ordine migliore e più forte del precedente.
Ora che Lucas non è più al comando della Lucasfilm Ltd, passata di proprietà alla Disney, il marchio di Guerre stellari e i suoi immensi proventi venne inevitabilmente adocchiato dalla nuova proprietà, che a quasi un decennio dalla distribuzione di «La vendetta dei Sith» scelse di riesumare il progetto abbandonato di una terza trilogia riprendendo le vicende della Galassia laddove «Il ritorno dello Jedi» le aveva lasciate in sospeso, mettendo insieme una vasta unità operativa comprendente produttori e sceneggiatori, primo fra tutti J. J. Abrams. Le idee raccolte e promosse per la nuova trilogia di fatto furono molto diverse da quanto venne risaltato nei precedenti sei capitoli. Tanto per cominciare, infatti, come evidenziato dal titolo del settimo film, «Il risveglio della Forza», appare evidente quanto il messaggio dei film precedenti non sia stato compreso a dovere dai nuovi autori, in quanto l’ essenza della Forza non era in letargo, ma sbilanciata a favore del Lato Oscuro fino alla redenzione di Darth Vader nel finale di «Il ritorno dello Jedi». Lo stesso «Il risveglio della Forza» ripropone uno scenario praticamente analogo a quanto presentato in «Una nuova speranza»: a trent’ anni dalla sconfitta dell’ Impero a seguito della Battaglia di Endor, la Nuova Repubblica è minacciata dal Primo Ordine, composto dai resti dell’ Impero, ora guidato da un misterioso individuo di nome Snoke, legato al Lato Oscuro della Forza. Tuttavia, la Repubblica è difesa dalla Resistenza, una forza militare guidata dalla principessa Leila. Luke Skywalker è scappato nel desiderio di nascondersi dopo che suo nipote, Ben Solo, figlio di Leila e suo discepolo Jedi, si è ribellato trucidando gli altri allievi per unirsi a Snoke assumendo il nome di Kylo Ren, signore dei cavalieri di Ren. La Resistenza deve assolutamente ritrovare Luke e distruggere la base Starkiller, un pianeta convertito in una superarma capace di distruggere interi sistemi stellari, ragion per cui manda un proprio miliziano che, scoperte alcune importanti informazioni, le custodisce in un droide che manda su di un pianeta deserto, dove viene trovato da Rey, una giovane mercante di rottami in cui la Forza scorre potente. «Il risveglio della Forza» è praticamente una rimasticatura di quanto visto già in «Una nuova speranza», in cui vari punti della trama risultano assai scadenti: Ben Solo abbraccia il Lato Oscuro della Forza per imitare il nonno, Anakin Skywalker; Luke, dopo aver gloriosamente sconfitto i Sith, volta le spalle alla Galassia nella sua ora più buia alla volta di un mondo remoto nelle vesti di un nuovo Obi-Wan; Han Solo e Chewbacca tornano a fare i contrabbandieri anziché unirsi alle forze armate della Nuova Repubblica, fino all’ assassinio di Han da parte di suo figlio Ben; il Primo Ordine è guidato da un individuo che di fatto si rifà in tutto a Darth Sidious; la Nuova Repubblica non contrasta neppure il Primo Ordine, delegando l’ onere alla Resistenza; gli stessi nomi del Primo Ordine e della Resistenza paiono piuttosto insensati. George Lucas inizialmente contribuì come consulente creativo allo sviluppo della sceneggiatura del film, ma dopo alcune divergenze abbandonò il progetto e criticò il nuovo capitolo alla sua uscita affermando: «La Disney ha voluto fare un film retrò. Non mi piace. Ho lavorato duramente per realizzare ogni film in modo completamente diverso, con diversi pianeti, diverse astronavi, per renderlo sempre nuovo.». Aggiunse di sentirsi come se avesse venduto le sue creature «agli schiavisti bianchi», pur scusandosi qualche giorno dopo per le parole dure rivolte alla Disney.
«Gli ultimi Jedi» segue invece le orme di «L’ Impero colpisce ancora», con la Resistenza inseguita in tutta la Galassia dalle forze del Primo Ordine dopo la distruzione della Starkiller. Rey raggiunge Luke sul pianeta dove è stato trovato il primo tempio degli Jedi, fondato in un tempo tanto antico da essersi perso nella leggenda, ma questi rifiuta di guidarla lungo le vie della Forza perché ritiene che sia giunto il tempo della fine degli Jedi, colpevoli di aver permesso l’ avvento di Palpatine, da cui poi vennero sterminati, lasciando che la Galassia sprofondasse in un terribile oscurantismo. Snoke viene tradito e ucciso da Kylo Ren, che Rey vuole redimere in quanto sente che vi è ancora qualcosa di buono in lui, mentre la Resistenza viene scovata nel proprio rifugio dalle avanguardie del Primo Ordine, riuscendo tuttavia a scappare nonostante la perdita di buona parte dei propri condottieri. Luke muore dopo aver usato fino allo stremo i propri poteri derivanti dalla Forza in un confronto con il nipote Kylo Ren. Il film, apprezzato per le scene d’ azione, destò tuttavia critiche contrastanti per via di alcuni punti importanti della trama, come la rivelazione dell’ irrilevanza dei genitori di Rey, in quanto molti si attendevano che fosse figlia di Luke o di qualche altro personaggio della trilogia originale; l’ arco narrativo di Snoke venne ritenuto insoddisfacente in parte per la sua prematura uscita di scena e in parte perché privo di una descrizione del suo passato. Anche il personaggio di Luke venne visto come un tradimento verso la figura piena di speranza che era stata tratteggiata oltre un trentennio prima, e lo stesso Mark Hamill, il suo interprete, inizialmente fece più volte capire di non riuscire a comprenderne le azioni e di essere in disaccordo sulle scelte prese dai produttori.
«L’ ascesa di Skywalker» chiude le vicende della serie, rifacendosi ai fatti già visti in «Il ritorno dello Jedi». Scoperto che l’ Imperatore Palpatine è ancora vivo e che creò Snoke, Kylo Ren, ora a capo del Primo Ordine, lo raggiunge presso un remoto pianeta e si unisce al suo piano atto a riconquistare la Galassia. Rey si addestra per divenire Jedi sotto la guida della principessa Leila. Mentre la Resistenza si prepara a localizzare il rifugio del vecchio Imperatore e ad abbordare le forze del Primo Ordine, la giovane aspirante Jedi scopre di essere nipote di Palpatine. Raggiunto il pianeta ove il demoniaco Sith si nasconde, Rey e Kylo Ren si affrontano aizzati dallo stesso Palpatine, che assicura la propria eredità a chi sopravviverà e attacca la flotta della Resistenza dopo aver assorbito l’ energia di entrambi i contendenti. Rey muore rivoltando il potere del nonno contro di lui, ma Kylo Ren le cede la propria energia vitale riportandola in vita e sacrificando sé stesso, tornando ad essere Ben Solo. Mentre la Resistenza celebra la propria vittoria sul Primo Ordine e la distruzione di Palpatine, Rey si reca su Tatooine, ove assume il cognome degli Skywalker.
La fine di un’ epoca...

La qualità di una storia dipende in gran parte dal valore della trama e dalla ricchezza dei messaggi su cui poggia, oltre che dallo spessore dei suoi personaggi. Con le sue due trilogie, George Lucas ha saputo valorizzare eroi ed antieroi del suo personalissimo universo in maniera esemplare, donando al pubblico un interessante approfondimento sia per personaggi minori come Jango e Boba Fett, sia per quelli del calibro di Obi-Wan Kenobi e Anakin Skywalker. In particolare, il bello della serie di Guerre stellari è che, come gli ammiratori più accaniti hanno imparato ormai da tempo, spesso nei suoi film vi è più di quanto sembra, e solo seguendoli con attenzione e più di una volta risultano adeguatamente comprensibili in termini di messaggi e sfaccettature della trama. Negli anni, la serie è divenuta molto più di una serie fantascientifica, ma un’ epopea di grandissimo fascino, densa di suggestioni, di avventure e spunti mitologici, spirituali e morali. E’ unanimemente riconosciuta come una di quelle serie che vanno assolutamente viste. Generalmente è un rischio affidare una realizzazione artistica ad altri produttori, in quanto per attitudine personale ognuno di essi finisce per allontanarsi dalla visione originaria del creatore: per quanto eccellenti furono ad esempio gli apprendisti di Michelangelo, nessuno di essi rimase completamente legato alla sua tradizione o alla sua altezza, pertanto la sua realtà e qualità fu qualcosa che visse e si estinse direttamente con lui. E’ molto più sicuro affidarsi allo stesso creatore originario, o a coloro che veramente si attengono alla sua tradizione, assicurando un’ effettiva continuità alla sua grande visione. Nel caso di Guerre stellari, risulta più che evidente che J. J. Abrams e lo stato maggiore della Disney non sono stati adeguatamente in grado di portare avanti la tradizione tracciata da Lucas. Una volta entrati in possesso della Lucasfilm Ltd, hanno semplicemente compreso il colossale valore finanziario dell’ epopea ambientata in una Galassia lontana lontana, e presentato una nuova trilogia la cui trama non ha ricevuto le cure necessarie, volendo imitare la trilogia originaria senza nuovi contenuti, sovraccaricandola di sequenze d’ azione generiche, nostalgici richiami al passato e un dichiarato servizio agli ammiratori. Un buon modo per procedere con la storia della Galassia dopo la caduta dell’ Impero sarebbe stato tramite lo sviluppo di sceneggiature basate su idee prese in prestito dall’ Universo espanso, come quella degli Jedi Oscuri, ex Jedi avvicinatisi al Lato Oscuro pur senza divenire veri e propri Sith, citati tra le altre cose nel romanzo tratto dalla sceneggiatura di «La vendetta dei Sith», in cui si afferma che Dooku vorrebbe addestrarne una schiera al servizio dei Sith: Snoke avrebbe potuto benissimo essere uno Jedi Oscuro addestrato segretamente da Dooku in previsione di una propria rivolta contro Palpatine, divenendo poi Imperatore alla sua morte su Endor, alla testa dei resti dell’ Impero rovesciato. Mentre la Nuova Repubblica sarebbe stata alle prese con la tutela della sicurezza a rischio di sospendere determinate libertà e rinforzando il proprio apparato bellico, arrivando al punto di militarizzare determinate regioni strategiche al fine di difenderle dal Primo Ordine, Luke avrebbe potuto ricostruire l’ ordine degli Jedi e intanto vagare per la Galassia alla ricerca di antiche conoscenze dottrinarie Jedi ormai perdute, sotto la guida degli spiriti di Obi-Wan, Yoda, Anakin e, soprattutto, Qui-Gon Jinn, riuscitissimo personaggio tuttavia non sufficientemente sfruttato, mentre il Primo Ordine avrebbe potuto sfruttare le tecnologie di clonazione di cui il pianeta Kamino è stato pioniere nella creazione di una schiera di cloni tratti dai grandi Jedi del passato, come Mace Windu e Ki-Adi-Mundi, da addestrare alle vie della Forza in modo da usarli come arma, ragion per cui Snoke avrebbe voluto seguire Luke nella sua ricerca di antichi tesori filosofici e ucciderlo per entrarne in possesso al suo posto. Invece, sono stati messi in scena tanti personaggi, luoghi e dinamiche in modo confusionario, manifestando una forte povertà di idee e valori, presentando una sorta di rifacimento che fallisce più clamorosamente con la rappresentazione del male e dei personaggi negativi. Spesso vengono introdotti elementi ai limiti del farsesco e della soap opera, come la fuorilegge Maz Kanata che rivela di essere in possesso della spada laser di Luke, ereditata dal padre e andata persa su Bespin quando Vader gli tagliò la mano; Ben Solo diviene Kylo Ren per ricalcare le orme di nonno Anakin; Han Solo viene ucciso dal figlio con l’ intento di procedere verso il Lato Oscuro; Leila fluttua nello spazio priva di sensi priva di ossigeno e una tuta da astronauta; lo spettro di Luke svela di aver addestrato Leila nelle vie della Forza fino a mostrarle come costruirsi una spada laser; Palpatine è segretamente ancora vivo e, peggio ancora, il nonno di Rey.

Con un certo rammarico paiono più che mai lontani e gloriosi i tempi in cui, ispezionando personalmente i cantieri astronavali della seconda Morte Nera poco prima della Battaglia di Endor, Palpatine sghignazzava maleficamente dicendo che tutto procedeva come aveva previsto…

venerdì 13 dicembre 2019

I campi di concentramento statunitensi

«L’ America è il solo Paese idealista al mondo.» Woodrow Wilson, ventottesimo Presidente degli Stati Uniti;
Un campo di concentramento nel Colorado sudorientale;

Secondo un vecchio proverbio, la storia è scritta dai vincitori, quindi ogni volta che qualcuno sale al potere o vince una guerra si preoccupa di diffondere informazioni opportunamente costruite o ritoccate al fine di giustificare la propria posizione, passando alla storia come persone giuste, mosse da ideali positivi e disposte a tutto, anche ad azioni drastiche, pur di preservare l’ ordine o ristabilire l’ armonia perduta. I vincitori vengono sempre santificati, mentre agli sconfitti tocca la demonizzazione, in una tendenza senza appello. Tale fenomeno dura da migliaia di anni, e si è costantemente consolidata nelle motivazioni quanto nella sua efficacia, come dimostrato ad esempio dalle vicende di Giulio Cesare e Cesare Augusto, passati alla storia come grandi eroi che salvarono il caput mundi da un’ aristocrazia malevola a costo di sopprimere ogni libertà in nome della sicurezza instaurando un sistema di potere rigorosamente monocratico e condannando all’ eterno disonore i propri rivali politici, come Marco Giunio Bruto, Marco Tullio Cicerone, Marco Antonio e Cleopatra. Eppure, anche se con più fatica e lentezza, la verità tende sempre a riemergere dalle sabbie del tempo e dai dettami della versione ufficiale riportata dai cronisti di parte, consentendo di risalire ai fatti così come avvennero e di smontare i miti e le leggende che avvolgono la storia.
Parimenti, quando si parla di campi di concentramento noi tutti pensiamo ai famigerati lager che i nazisti sparpagliarono in Germania, Austria, Polonia, Italia, Francia e negli altri Paesi occupati, che le SS gestirono con un’ estrema organizzazione imprigionandovi milioni di persone per motivi razziali, politici e religiosi, dando luogo alla Soluzione finale con cui liberare la razza ariana dall’ inquinamento genetico indotto dal sangue ebraico e dei disabili e il Terzo Reich dalle interferenze delle varie forze politiche ad esso ostili, soprattutto il Bolscevismo. Il trattamento di prigionieri civili e militari nei campi di internamento, tuttora regolato dalla III e IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, fa pensare a bui periodi di guerra e a regimi dittatoriali particolarmente duri e ingiusti, qualcosa di crudele e intollerabile agli occhi dei più elementari sistemi democratici. Eppure, diversamente da quanto si pensa attualmente i campi di concentramento non furono un fenomeno esclusivo di Germania nazista e Unione Sovietica, ma anche degli Stati Uniti d’ America, che certa propaganda inesatta dal 1945 in poi descrive come il tempio della democrazia, della tolleranza e della pace, il pilastro della libertà perennemente impegnato con forza e convinzione contro ogni forma di oppressione e ingiustizia. Se noi tutti oggi pensiamo agli Stati Uniti come l’ eroica potenza che scese coraggiosamente in campo armata di nobili ideali aiutando la Gran Bretagna a sconfiggere Adolf Hitler e il Nazismo al fine di ristabilire la democrazia in Europa, tralasciamo il fatto che non da subito si rivelarono ostili a quanto il Führer favoriva con la sua politica, e che molti statunitensi avevano addirittura un’ aperta simpatia per il Terzo Reich, che vedevano come un forte baluardo contro il proletario abisso incarnato dall’ Unione Sovietica, oltre che sentimenti antisemiti. Soprattutto, dimentichiamo che persino il Nuovo Mondo ebbe i suoi campi di concentramento, voluti dal Presidente Roosevelt, che con l’ ordine esecutivo 9066 decretò che tutti i residenti di provenienza giapponese, tedesca e italiana, immigrati o nati in territorio statunitense che fossero, dovevano essere rinchiusi in un campo di concentramento: donne, vecchi, bambini e intere famiglie umiliate e private della propria libertà in una vera e propria caccia alle streghe, analogamente a quanto avveniva in quel totalitarismo a cui Washington tanto si oppose a partire dal 1941, dando luogo ad una vicenda che, come molte altre, andrebbe doverosamente approfondita consentendo alla verità di riemergere in opposizione ad ogni visione parziale dei fatti.
Roosevelt firma la dichiarazione di guerra al Giappone;

A seguito dell’ occupazione tedesca della Polonia, la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania il 1º settembre 1939, dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. Durante i primi due anni, gli Stati Uniti mantennero formalmente la propria neutralità, dimostrandosi tuttavia favorevoli alla causa britannica e a quella francese. In una dimostrazione di sostegno, il Presidente Franklin Delano Roosevelt richiese a J. Edgar Hoover, direttore dell’ FBI, di compilare un indice dei soggetti da arrestare al fine di garantire la sicurezza in un momento di emergenza nazionale. Tale disposizione riguardò la Germania e i suoi principali alleati, ossia Italia e Giappone, e il Dipartimento della giustizia iniziò a compilare elenchi di possibili sabotatori e spie nemiche tra i relativi gruppi etnici residenti sul suolo statunitense. A partire dal 1940, gli stranieri residenti furono tenuti a registrarsi in base a quanto disposto dallo Smith Act. A causa dell’ avanzata giapponese nell’ Indocina francese e in Cina, gli statunitensi, in accordo con i britannici e gli olandesi, bloccarono ogni rifornimento di carburante ai giapponesi, che ne importavano il novanta percento. L’ embargo minacciò la potenza militare del Paese de Sol Levante, che rigettò la richiesta statunitense di lasciare la Cina e segretamente decise che la guerra con gli Stati Uniti era inevitabile, sebbene la sola speranza di vittoria consistesse nel colpire per primo. Alcuni mesi prima, Roosevelt aveva ordinato che la flotta statunitense si spostasse dalla California alle Hawaii, in modo che fosse pronta se i giapponesi avessero dichiarato guerra. Il 7 dicembre 1941, le forze aeronavali giapponesi, guidate dal generale Isoroku Yamamoto, attaccarono senza preavviso la flotta e le installazioni militari statunitensi stanziate nella base navale di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, infliggendo una notevole perdita alla flotta nemica, mandando fuori combattimento diciotto navi. Durante i bombardamenti, duemilaquattrocentotre statunitensi persero la vita, e altri millecentosettantotto rimasero feriti. I giapponesi persero ventinove aerei, un grande sommergibile e cinque sottomarini, e contarono sessantaquattro morti. Fu la peggior sconfitta navale della storia degli Stati Uniti. Roosevelt e i suoi comandanti, che formavano gli Stati maggiori riuniti, decisero che nonostante l’ aggressione giapponese nel Pacifico l’ obiettivo principale della guerra fosse la sconfitta della Germania nazista, il nemico più pericoloso e potente. Appena il giorno dopo, su deliberazione del Congresso, gli Stati Uniti dichiararono guerra all’ Impero giapponese, e di conseguenza al Terzo Reich e al Regno d’ Italia.
Tuttavia, il fronte europeo non fu il solo in cui il governo di Washington si impegnò. Nel gennaio 1942, tutti gli stranieri appartenenti alle nazionalità ostili furono tenuti a registrarsi presso gli uffici postali del luogo di residenza. Come stranieri nemici dovevano essere prese loro le impronte digitali, andavano fotografati, e dovevano portare sempre con sé speciali documenti di identificazione. I giapponesi in particolare furono accusati di tradimento, e l’ odio, covato ormai da un secolo, dilagò sfociando in una campagna diffamatoria su vasta scala: essi facevano concorrenza sleale ai contadini e ai pescatori statunitensi, costituivano una minaccia per la virtù delle donne locali con i loro vizi e la loro lussuria, contaminavano la cultura occidentale con i loro costumi e la loro religione. Iniziarono presto retate e detenzioni, e furono confiscati fucili, coltelli, strumenti da lavoro, kimoni da cerimonia, statuine religiose, documenti e scritti in lingua giapponese.
Il Procuratore generale Francis Biddle garantì che gli stranieri nemici non sarebbero stati discriminati se si fossero dimostrati fedeli, e citando le cifre del Dipartimento di Giustizia indicò un milione e centomila stranieri nemici degli Stati Uniti, di cui novantaduemila giapponesi, trecentoquindicimila tedeschi e seicentonovantacinquemila. Il 19 febbraio 1942, ad appena due mesi dal proditorio attacco nipponico, il Presidente Roosevelt firmò l’ ordine esecutivo 9066, con il quale decretò che tutti i residenti sul territorio degli Stati Uniti di origine giapponese, tedesca e italiana, anche se nati in territorio statunitense, erano «nemici alieni» da rinchiudere in campi di concentramento. Ufficialmente, alla base di tale azione vi era lo stato di guerra in atto con i Paesi del Patto tripartito, quindi l’ esigenza di porre la nazione al sicuro da agenti segreti, spie e sabotatori al servizio del nemico. Tale provvedimento causò l’ imprigionamento di oltre centoventimila cittadini statunitensi di provenienza giapponese, italiana e tedesca, tra cui donne e bambini, in appositi campi di concentramento. Le operazioni furono rapide: i campi predisposti erano appena dieci, sparsi in Arizona, Idaho, Montana e Utah, dichiarati zone militari, e faticarono moltissimo a contenere le vaste ondate di prigionieri, provenienti dalla media borghesia e dalla classe lavoratrice e che si erano visti spogliare di ogni cosa alla stregua dei criminali più nefandi. Uno dei campi più noti e affollati fu quello di Manzanar, posto in un’ arida valle a più di trecento chilometri a nord di Los Angeles, a est delle montagne della Sierra Nevada. L’ ordine 9066 non tardò a svelare il proprio movente di pura fobia razziale, come infatti ebbe a dire il generale John L. De Witt, posto alla difesa del fronte occidentale: «La razza giapponese è una razza nemica, i cui effetti non si diluiscono neppure dopo tre generazioni.». I giornali usarono parole altrettanto impietose, come ad esempio si lesse in un articolo del Los Angeles Times: «Una vipera nasce vipera dovunque sia stato deposto l’ uovo.». Sulle vetrine dei negozi californiani comparivano invece cartelli recanti slogan antigiapponesi: «I giapponesi non sono desiderati». La rivista Life, invece, insegnava ai lettori come distinguere i tratti somatici dei giapponesi da quelli cinesi.
Prigionieri italiani all’ ingresso di un campo di prigionia;

Il provvedimento presidenziale venne molto criticato fin dall’ inizio in molti ambienti della società e della politica statunitense, al punto che persino la First lady, Eleanor Roosevelt, ne parlò in termini alquanto sfavorevoli, schierandosi apertamente contro il marito e facendo notare che il movente razziale da cui era mosso andava a colpire gruppi che, nonostante i forti pregiudizi che subivano da parte del popolo statunitense, si erano perfettamente integrati nella vita e nel sogno americano: tra i prigionieri vi erano infatti lavoratori, imprenditori, insegnanti, artisti e via dicendo, e oltre il settanta percento degli internati era cittadino statunitense. L’ ordine 9066 li aveva semplicemente colpiti per quello che erano, non per quello che avevano fatto. Come disse la signora Roosevelt: «Sono persone che non hanno commesso nessun crimine.». Molti di loro erano cittadini di seconda generazione nati in terra statunitense, ma bastava avere un bisnonno nato in Giappone, Germania e Italia per essere additati come traditori. Iniziò quindi l’ internamento forzato di molte migliaia di persone che videro andare in rovina la propria vita, senza sapere dove sarebbero state portate e per quanto tempo.
I soli nippoamericani colpiti dal provvedimento furono centodiecimila, e il loro trasferimento e internamento venne effettuato in modo diverso a seconda dell’ area nazionale in cui avveniva. Il provvedimento del Presidente permetteva ai locali comandanti militari di stabilire all’ interno delle aree militari ciò che vennero definite «zone di esclusione», in cui si sarebbero potute isolare in tutto o in parte le persone colpite. Quasi tutti i giapponesi internati risiedevano lungo la Costa Occidentale, in particolare in California, e nelle regioni occidentali degli Stati dell’ Oregon e di Washington, oltre che in Arizona. Nelle Hawaii, dove i nippoamericani erano oltre centocinquantamila, formando quindi più di un terzo della popolazione locale, ne vennero internati circa milleottocento. Si calcola che tra i giapponesi circa il sessantadue percento disponesse della cittadinanza statunitense. Molti giapponesi immigrati di prima generazione si presentarono volontariamente ai centri di trasferimento, per dimostrare lealtà e gratitudine nei confronti del Paese che li aveva accolti e in aperta condanna all’ attacco di Pearl Harbor, ma molti giovani nati negli Stati Uniti seminarono disordini e furono rinchiusi in spietati centri di detenzione, come il famigerato Tule Lake.
L’ internamento dei tedeschi rappresentò un fenomeno più articolato, in quanto era già in corso dal 1939 e colpì diecimila civili di provenienza tedesca residenti negli Stati Uniti e considerati come possibile minaccia, e i prigionieri di guerra. In una realtà come quella statunitense, che fa del «crogiolo di culture» in cui diverse provenienze etniche e religiose si amalgamano all’ interno di una stessa società una caratteristica essenziale e un proprio motivo di vanto, la popolazione di provenienza germanica era piuttosto silenziosa fin dal tempo della Grande Guerra, quando negli Stati Uniti era maturato un forte sentimento antitedesco: all’ inizio gli statunitensi di discendenza germanica erano stati spesso aggrediti per le strade, l’ insegnamento della loro lingua madre venne bandito dalle scuole e i libri tedeschi bruciati. Nemmeno la loro cucina venne risparmiata: uno dei piatti tipici che gli immigrati avevano importato dalla madrepatria, i sauerkraut, crauti fermentati che accompagnano i piatti principali della tradizione tedesca, fu ribattezzato liberty cabbage, ossia «cavoli della libertà». I prigionieri civili tratti nei campi di concentramento in virtù dell’ ordine 9066 appartenevano in maggioranza a famiglie che avevano smesso di parlare in tedesco e anglicizzato i propri cognomi, nel tentativo di nascondere il più possibile le proprie origini. I prigionieri di guerra cominciarono ad arrivare negli Stati Uniti in gran numero nella tarda primavera del 1943, dopo le vittorie degli Alleati in Africa. Si calcolarono trecentosettantottomila prigionieri catturati in Africa settentrionale, Italia e Francia, suddivisi in centotrenta campi base e duecentonovantacinque campi affiliati. Un numero aggiuntivo di prigionieri era distribuito in ospedali e vari istituti penali. Nel corso degli anni venne documentata la presenza di campi di prigionia in ben quarantacinque Stati su quarantotto. Per combattere più efficacemente il Terzo Reich, Roosevelt ebbe l’ idea di nominare numerosi comandanti militari con cognomi di chiara origine tedesca, ma le violenze perpetrate dal regime nazista e la Shoah funsero da ulteriore spinta per i tedeschi-statunitensi a tacere il più possibile sulle proprie origini e a sforzarsi in un’ integrazione maggiore e nell’ assunzione di una nuova identità statunitense.
Infine, venne la realtà italiana. Nei mesi immediatamente successivi all’ attacco presso Pearl Harbor centinaia di italiani vennero arrestati. Già nel mese di gennaio, poco prima che l’ ordine 9066 entrasse in vigore, duecentomila sindacalisti italoamericani lanciarono un appello alla Casa Bianca per rimuovere la macchia intollerabile rappresentata dal fatto di essere considerati «stranieri ostili» per conto di tutti quegli italiani che avevano formalmente dichiarato l’ intenzione di diventare cittadini statunitensi e di rinunciare ai vecchi documenti ancor prima dell’ entrata in guerra degli Stati Uniti. Nel giugno 1942, gli italiani arrestati dalla polizia federale furono millecinquecentoventuno, e circa duecentocinquanta di essi vennero internati per un massimo di due anni nei campi militari in Montana, Oklahoma, Tennessee e Texas. Nel mese di marzo fu istituita la War Relocation Autority, un ente governativo atto a gestire la detenzione secondo i canoni previsti dall’ ordine 9066, che nel caso degli italiani dovette sforzarsi molto di più che nel caso dei nippoamericani: tanto quelli con la cittadinanza che quelli senza furono internati, ma la maggior parte, circa il sessanta percento, erano cittadini italiani nati in territorio statunitense. Gli italoamericani internati non furono arrestati in base alla legge sui nemici interni, ma erano semplicemente «persone» trasferite forzosamente dalla War Relocation Authority.
A seguito dell’ Armistizio di Cassibile, che l’ 8 settembre 1943 portò alla resa dell’ Italia, la maggior parte degli italiani venne liberata entro la fine dell’ anno. Alcuni erano stati rilasciati già da mesi sulla parola dopo un esonero stabilito da un consiglio di seconda audizione sulla base di appelli avanzati dalle loro famiglie, tuttavia la maggior parte degli internati avevano già passato due anni come prigionieri, passando da un campo all’ altro ogni tre o quattro mesi.
Un giornale italiano dell’ epoca;

Nel complesso, la vita nei campi di concentramento fu molto difficile. Le strutture erano spesso troppo fredde in inverno e troppo calde in estate. Gli alloggi erano spartani, costituiti principalmente da grandi caserme. Le famiglie cenavano tutte insieme in mense povere e austere, e ai bambini era possibile frequentare la scuola. Gli adulti avevano la possibilità di lavorare per uno stipendio di cinque dollari al giorno. Il governo statunitense sperava che i campi fossero autosufficienti nella coltivazione del cibo, ma la produzione in terreni aridi costituì una sfida assai penosa. Gli alimenti erano prodotti in massa secondo lo stile dell’ esercito, e gli internati sapevano che se avessero tentato di fuggire le sentinelle armate avrebbero prontamente aperto il fuoco. Il campo di Manzanar, che significa «campo di mele» in spagnolo, divenne l’ esempio più noto di questi campi di concentramento, così come Aushwitz si erse a simbolo della Shoah nazista. Durante suoi i quattro anni di esistenza fu il luogo di internamento di ben undicimilasettanta persone, tra uomini, donne, bambini e anziani. Ospitava chiese, negozi, un ospedale, un ufficio postale e un auditorium per la scuola, ma la vita al suo interno era ardua, tra problemi di sovraffollamento, pochi servizi igienici in comune tra uomini e donne, alloggi assegnati spesso in modo casuale, causando la divisione di infinite famiglie che venivano costrette a convivere con estranei. Anche se privati della libertà, gli internati cercarono di sopravvivere in qualche modo, organizzando numerose attività, anche di carattere religioso. Il direttore del campo, Ralph Merrit, nel 1943 incaricò un suo amico fotografo Ansel Adams, di documentare quello che stava succedendo nella sua struttura. Adams catturò i momenti di vita quotidiana degli internati, evidenziandone la determinazione e la resistenza. Le fotografie furono raccolte nel libro «Born Free and Equal», pubblicato nel 1944 dopo essere passato attraverso le oscure e crudeli alchimie della censura.
La controversa disposizione esecutiva venne sospesa dallo stesso Roosevelt nel dicembre 1944, e i prigionieri vennero finalmente rilasciati, ormai liberi di tornare alle proprie normali esistenze. Tuttavia, l’ impatto della riacquistata libertà fu traumatizzante quanto l’ incarcerazione, e molti tra gli ex prigionieri politici non sapevano dove andare: giapponesi, tedeschi e italiani vennero spesso guardati tornare con sospetto nelle rispettive città e paesi, nella convinzione che fossero le avanguardie del nemico in Europa ed Estremo Oriente, e non mancò chi li paragonò alle orde barbariche che con le invasioni e i saccheggi avevano contribuito fortemente alla caduta di Roma. Tra i giapponesi in particolare, molti addirittura scoprirono di non poter neppure tornare nelle loro città d’ origine, perché soprattutto lungo la Costa Occidentale l’ ostilità antigiapponese rimaneva altissima, tanto che in molti villaggi vi erano cartelli nei quali si chiedeva che non tornassero. Tale animosità perdurò per lungo tempo nel Dopoguerra.
Il campo di Manzanar;

Spesso considerato dagli studiosi uno dei tre Presidenti statunitensi più popolari, dopo George Washington e Abraham Lincoln, Roosevelt fu una figura centrale del XX secolo, il solo ad essere eletto per ben quattro mandati consecutivi. Con il suo ottimismo, la sua calma e la sua capacità di giudizio, ebbe un ruolo di grande rilievo nel grandioso sviluppo della potenza militare statunitense, nella conduzione della guerra, nel consolidamento della «Grande Alleanza» con la Gran Bretagna di Sir Winston Churchill e l’ Unione Sovietica di Iosif Stalin, e nelle decisioni geopolitiche della fase finale del conflitto. Sostenne anche lo sviluppo e la costruzione delle prime bombe atomiche della storia dell’ umanità, impiegate dal suo successore Harry Truman in Giappone, sulle città di Hiroshima e Nagasaki. Diede inoltre un contributo fondamentale alla formazione dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite. Tuttavia, l’ ordine 9066 fu senza dubbio la sua decisione più discutibile. Sebbene ritenuto costituzionale dalla Corte Suprema, fu considerato una grave violazione delle libertà civili e avversato da molti gruppi e da importanti funzionari come J. Edgar Hoover, che spesso criticarono il Presidente per non essersi opposto veramente al genocidio contro gli ebrei perpetrato dai nazisti, benché fosse dovutamente informato su tale atrocità. Questa disposizione andò a colpire persone civili che nulla avevano a che fare con il conflitto o i servizi segreti e di destabilizzazione dei Paesi da cui venivano, gente innocente che viveva tranquillamente, lavorando sodo per guadagnarsi la vita in modo onesto, mandando i figli a scuola.
Molti anni dopo, nel 1980, il Presidente Jimmy Carter, convinto sostenitore della pace, della democrazia e dei diritti umani, avviò un’ indagine atta a stabilire se l’ internamento dei giapponesi, dei tedeschi e degli italiani, soprattutto coloro che possedevano la cittadinanza statunitense, fosse giustificato dal punto di vista legale. Predispose un’ apposita Commissione, nella cui relazione, denominata «Giustizia personale negata», sostenne di non aver trovato prove significative di slealtà da parte dei giapponesi, contestando apertamente la motivazione fornita da Roosevelt per l’ adozione dell’ ordine 9066, non essendo suffragata da alcuna necessità militare ma solo da un mero pregiudizio razziale, isteria della guerra, e mancanza di controllo politico. Il governo venne pertanto sollecitato a pagare un risarcimento ai sopravvissuti. Successivamente, nel 1988, Ronald Reagan firmò un documento in cui gli Stati Uniti si scusavano ufficialmente per la deportazione e l’ internamento dei giapponesi che l’ amministrazione Roosevelt aveva ordinato, e l’ ammontare dei risarcimenti giunse a ventimila dollari per ogni reduce dei campi di concentramento, talvolta erogandoli ai loro discendenti.
A differenza dei nippoamericani, gli italoamericani non ricevettero mai nessun risarcimento. Nel 2010, la legislatura della California approvò una risoluzione in cui si chiedeva scusa per i maltrattamenti subiti dai residenti di origini italiane. I tedeschi, invece, non ricevettero mai risarcimenti e neppure scuse.
Alcuni giovani prigionieri giapponesi;

A dispetto di certa propaganda equivoca, il razzismo è tuttora molto forte in ogni parte del mondo, e in tempo di guerra si acutizza a livelli esponenziali. Gli Stati Uniti non fanno assolutamente eccezione, ed entro i loro confini non si riesce neppure a parlare liberamente di questo argomento. La grande visione di Abraham Lincoln, di John e Robert Kennedy nonché di Martin Luther King Jr. resta un sogno tuttora molto lontano dal suo traguardo. Il problema che da sempre affligge il mondo libero e civile sta nel fatto che il «popolo sovrano» è credulone e si lascia sempre opportunamente manipolare da delegati avidi e litigiosi, a cui nulla importa del bene comune. L’ umanità teme da sempre ciò che non riesce a capire, e sugli alti scranni del potere siede sempre chi ne istiga la paura contro il diverso: nonostante la scoperta della forza di gravità, dei vaccini, dei trapianti e i viaggi sulla luna la gente scivola tuttora nelle consuete sabbie mobili dell’ ignoranza, condannando gli stranieri e i migranti a rimanere nemici, delinquenti che rubano tutto ai nativi.
Tra il 1892 e il 1954, Ellis Island, isolotto parzialmente artificiale alla foce del fiume Hudson, nella baia di New York, fu il principale punto d’ ingresso per gli immigrati che sbarcavano negli Stati Uniti: ognuno di essi contemplava con meraviglia e fascino la Statua della Libertà, nella certezza di essere finalmente sbarcati nel Paese della tolleranza e della pace, ove avrebbero trovato fortuna. Invece, ahimè, non esiste alcun Paese tollerante o Terra promessa, non vi è pace e neppure uguaglianza in nessun posto: donne, bambini, intere famiglie distrutte semplicemente perché nati diversi dai detentori del potere. E il fenomeno, purtroppo, continua imperterrito ancora oggi sotto l’ amministrazione di Donald J. Trump, tramite il muro lungo il confine messicano e il Muslim ban, provvedimenti famigerati e discriminanti che più di tutto riescono a rievocare nel subconscio civile degli statunitensi quella parte dimenticata della loro storia. Un capitolo imbarazzante che il campo di Manzanar, designato come sito storico di interesse nazionale per l’ eccezionale stato di conservazione delle strutture del campo, potrebbe aiutare come non mai a far comprendere appieno con quella stessa bandiera a stelle e strisce generalmente indicata come simbolo di page e giustizia per tutti che sventola su quel deserto che sfortunatamente non è solamente ambientale, ma anche e soprattutto culturale…

lunedì 2 dicembre 2019

La spiritualità oltre la religione



«La spiritualità è riconoscere la luce divina che è dentro di noi. Non appartiene a nessuna religione in particolare, ma a tutti.» Muhammad Ali;
La parola come timone con cui orientare le masse;

Un antico proverbio zen dice: «Una buona parola tiene inchiodato un asino a un palo per cento anni.». Devo ammettere che quest’ affermazione mi ha molto colpito, e che mi ha fatto ricordare un concetto che fin da bambino ho spesso sentito dire dalla mia vecchia maestra elementare di italiano e, in seguito, da altre persone intelligenti che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente: le parole hanno ciascuna un preciso significato, con il quale possono ampiamente influenzare il nostro modo di pensare e percepire la realtà, modellando le nostre convinzioni in un modo piuttosto che in un altro. Se usate con una motivazione e in un certo modo hanno il potere di elevarci a superiori livelli di consapevolezza oppure di allontanarcene nettamente, come dimostrato purtroppo dalle tecniche propagandistiche. Al tempo stesso, come tutte le cose del contesto umano il linguaggio ha i suoi limiti e non sempre è in grado di aiutarci a comprendere appieno i concetti, finendo spesso con l’ indurci a coltivare opinioni inesatte. Occorre quindi fare un uso molto attento delle parole, scegliendo quelle giuste quando occorrono e limitandoci al silenzio se invece non servono proprio: prima di parlare dovremmo infatti sempre domandarci se ciò che diremo corrisponde al vero, se non provoca male a nessuno, se è utile e, soprattutto, se valga davvero la pena turbare il silenzio per ciò che abbiamo da dire.
Il condizionamento e la metodicità della religione;

Uno dei contesti in cui le parole vengono utilizzate in maniera sconveniente e addirittura oppressiva è quello delicato della religione, un contesto molto antico e tutt’ altro che scontato. Da sempre, infatti, ogni dottrina poggia su concetti enigmatici e mai dimostrati in pratica, e i relativi chierici e maestri, impaludati in suggestivi abiti talari, trascorrono tutta la vita a studiarli e a insegnarli alla comunità spirituale, i cui membri pendono dalle loro labbra ammirando la bravura e la dimestichezza che denotano dalla santa cattedra. Non a caso, infatti, uno dei termini più ricorrenti nel mondo religioso è quello relativo ai pastori, intesi come vere e proprie guide autorevoli incaricate di indirizzare la massa: la comunità spirituale deve mettere da parte pensieri, dubbi e riflessioni e affidarsi alla conoscenza e all’ esperienza del suo pastore, che ha ricevuto l’ insegnamento, comprendendolo e divenendo poi in grado di trasmetterlo agli altri, sul preciso esempio delle pecore, che senza pensare seguono tutte insieme il loro allevatore mentre le conduce dalla stalla ai pascoli e viceversa.
In questo contesto, uno degli errori fondamentali che noi tutti comunemente facciamo in partenza è il confondere la religione con la spiritualità. Da migliaia di anni, infatti, questi due elementi sono molto presenti nella vita delle persone, e sono strettamente intrecciate fra loro, eppure ad un’ attenta considerazione si può capire quanto siano diverse e addirittura sappiano esistere l’ una senza l’ altra. Generalmente, siamo portati a credere che la religione sia l’ apice della spiritualità, ma in realtà non è così: essa è infatti un semplice prodotto umano. Fin dall’ origine dei tempi, infatti, ogni popolo ha avuto la propria religione, con le sue divinità buone e cattive, i propri dogmi, rituali e preghiere. Per certi aspetti, tutti i culti hanno molti aspetti in comune e altri punti di diversità, e per quanto si siano sempre presentati come una verità rivelata, non si può non notare quanto ognuno di essi sia il riflesso di una determinata mentalità in vigore una determinata epoca storica e regione geografica. Ogni confessione religiosa sorse in un’ era in cui uomini e donne si interrogavano sulle origini della vita, ma ancora non vi era la scienza con cui rispondere adeguatamente. Dalla religiosità sorge la ritualità, elemento tipico della psiche umana al punto da essere parte delle nostre attività quotidiane più familiari, e da questa sorgono la metodicità e, soprattutto, la convinzione, che il più delle volte sfocia nel pregiudizio divenendo un limite e addirittura un ostacolo al raggiungimento della comprensione della verità, in quanto una volta che siamo certi di qualcosa ci attacchiamo alle nostre convinzioni e abitudini adeguando ad esse la nostra mentalità ed esistenza divenendone praticamente prigionieri.
La libertà della personale ricerca spirituale;

In realtà, il culmine a cui noi tutti più o meno consapevolmente puntiamo è la spiritualità: è questo il nostro vero traguardo, peraltro slegato da tutti quei vincoli, limiti e dogmi tipici della religione. Ognuno di noi possiede uno spirito, indipendentemente dalla fede religiosa, e tende ad essere felice e ad evitare la sofferenza. La spiritualità parte proprio da qui, e consiste nella cura di questo nostro spirito: è il sentiero che ci conduce al benessere, indipendentemente da tutto ciò che ha a che fare con la religione. Persino molti atei affermano di praticare una qualche forma di spiritualità, sentendosi pervasi da una grande energia e senso di completezza semplicemente immergendosi nella natura, osservando le opere d’ arte o facendo del bene agli altri, impegnandosi in un sentiero vivo e radicato nella vita quotidiana in cui siamo tutti immersi.
Per sua natura, la religione non riesce a fornire una risposta a tutti i problemi delle persone, e ovviamente non si può cambiare il mondo dichiarandosi seguaci di una religione per poi passare il tempo pregando, andando al tempio più vicino a casa oppure in pellegrinaggio. La spiritualità consente invece di individuare sé stessi, riconoscendo quello che si è, che si può fare e di cui si ha bisogno. E’ una via basata sull’ astensione dal male, sul fare il bene e l’ essere sempre consapevoli, in un percorso basato su virtù quali disponibilità, condotta appropriata, pazienza, diligenza, saggezza, tolleranza e rispetto reciproco e che non è appannaggio esclusivo della religione. Solo aprendoci a noi stessi e alla realtà che ci circonda potremo finalmente vivere in armonia e trovare la pace.

Da anni quindi sostengo senza mezzi termini che possiamo tranquillamente fare a meno della religione, ma non della spiritualità. Se fin dal suo apparire la religione ha sempre esposto i propri concetti fondamentali senza alcuna dimostrazione pratica, fino a perdere ovviamente terreno di fronte alle recenti scoperte scientifiche, molto di ciò che ci vediamo attorno può costituire un ottimo punto di partenza per il nostro percorso spirituale, superando tutte quelle convinzioni erronee, distorte e ingannevoli che con l’ andare del tempo possono radicarsi sempre di più, conducendoci inevitabilmente in una solida gabbia mentale da noi stessi costruita e dalla quale si rischia seriamente di non uscire più, imprigionandoci nell’ aridità e nella desolazione del «materialismo religioso». Anziché credere occorre fare esperienza diretta di tutte le cose, in modo tale da poter comprendere e infine sapere. Bisogna ragionare attivamente con la propria testa e il cuore, tralasciando tutti quei concetti statici e leggende deleterie che ormai non valgono più, ai quali da sempre le religioni si aggrappano disperatamente da lungo tempo. Soprattutto, non bisogna mai commettere l’ errore di affidarsi ciecamente ad un maestro, per quanto famoso, carismatico e convincente, ricordando piuttosto che bisogna valutare con cura tutto quello che dice e l’ esempio che offre con le sue azioni: è bene che ciascuno sia il maestro di sé stesso, affidandosi alla propria esperienza. La verità si trova sempre e solo nei fatti, non nelle convinzioni: si deve quindi imparare a coltivare un atteggiamento di scetticismo con cui fare le domande giuste, a cui occorre dare le dovute risposte, evitando la trappola della liturgia, della dottrina, del mito, del culto, della fede e quindi della religione. Perché il cuore umano si trova sempre oltre la fitta coltre della teologia. Con la spiritualità si imbocca quella via che ci riporta al nostro vero io, al «qui e ora», distaccandoci dalle distrazioni inutili e dagli atteggiamenti mentali che ci isolano dalla realtà. E’ un’ attitudine che va oltre la fede, sperimentando l’ attimo presente e provando riconoscenza per il dono stesso della vita, acquisendo piena consapevolezza del nostro legame con il mondo e tutto ciò che ne fa parte, oltre le disattenzioni e i conflitti illusori del mondo materiale. Lo stato dello spirito non ha tempo, luogo e neppure religione, e dipende essenzialmente dalla nostra intuizione, esperienza soggettiva e unica per ogni persona. Giunti a questo punto potremmo chiederci perché sia così importante la religione, con tutti i suoi dogmi che ci isolano dalla realtà e da noi stessi impedendoci di percepirci come una parte fondamentale di qualcosa di più grande.
Il lato maggiormente importante della spiritualità è l’ esperienza effettiva, con la quale ci rendiamo parte del moto perpetuo dell’ esistenza. In un certo senso, questa è la vita stessa: per vivere la spiritualità servono solo quei piccoli gesti che ci avvicinino alla pace mentale, vivendo ogni momento con consapevolezza. Ad esempio, se stiamo pulendo casa dovremmo immergerci nell’ atto di pulizia; se siamo con i nostri cari, bisognerebbe essere completamente presenti per loro; se ci stiamo rilassando, ci si dovrebbe rilassare e basta, non lasciando che gli eventi del giorno o le preoccupazioni del futuro infestino i nostri pensieri. Questo atteggiamento ci aiuta ad accettare le cose pienamente così come vengono e apprezzarle nella loro interezza, preoccupandoci per il benessere nostro e di tutti gli altri esseri come se fossimo un tutt’ uno, per capire come siamo tutti interconnessi: la spiritualità è semplicemente questo.