venerdì 13 ottobre 2017

La personalità squilibrata di Adolf Hitler

Adolf Hitler;

Da ormai più di ottant’ anni, il nome Adolf Hitler rievoca il periodo più oscuro di tutto il XX secolo: Führer del Terzo Reich dal 1933 al 1945, fu uno dei governanti più potenti del suo tempo, quel particolare dittatore che scatenò la Seconda Guerra Mondiale, nonché grande genocida a danni di semiti, slavi, oppositori politici, portatori di handicap, omosessuali e seguaci di «religioni corrotte». Abile e convinto ispiratore di un regime totalitario impietoso eppure suggestivo nato in un’ epoca di profonda crisi nazionale e sociale, fu il principale responsabile di eventi che causarono enormi lutti e devastazioni e l’ architetto di un Terzo Reich che, a guerra finita, avrebbe ostentato metropoli moderne e meravigliose, ispirate all’ architettura classica germanica quanto ad elementi più moderni. Sia prima che durante la guerra iniziata nel 1939, in Germania fu spesso descritto come un uomo quasi divino, amato e rispettato dai tedeschi, mentre oltre i confini era spesso oggetto di derisione. Dopo la sconfitta tedesca e la morte, ancora oggi avvolta in un certo alone di mistero, quando ormai cessò di essere una minaccia, la derisione nei suoi confronti cedette il passo alle voci sulla sua estrema follia, facendolo passare alla storia come un individuo sinistro e diabolico.
Su di lui vennero pubblicati libri e articoli, e girati film e documentari, ma ancora oggi si tende più che altro a considerare il soldato e il politico, nonché il furioso oratore, tralasciando invece l’ uomo, la sua personalità e la sua vita dietro le quinte. Alcuni valenti storici e medici negli anni hanno indagato gli aspetti personali del Führer, analizzando il suo passato nel desiderio di comprendere l’ origine del suo pensiero e dei suoi atteggiamenti in modo da ricavarne un quadro il più possibile esauriente: militare di truppa, pittore di trascurabili qualità, proveniente da una famiglia di modeste condizioni, con il peso di un padre nato illegittimo e dalla possibile discendenza ebraica, Hitler aveva ben poco di cui rallegrarsi e nella sua vita maturò una profonda frustrazione, sempre pronta a esplodere. Il suo desiderio di riscatto era tale da portarlo a bramare una posizione di assoluta preminenza con cui manifestare l’ indubitabile grandezza che sentiva assolutamente di possedere.
Hitler a undici annni;

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i servizi segreti statunitensi affidarono lo studio del suo profilo psicologico allo psicologo Henry Murray e allo psicoanalista Walter Langer, che basandosi sugli elementi a loro disposizione lo definirono uno psicopatico, affetto verosimilmente da schizofrenia paranoide, probabilmente impotente, omosessuale represso e con tendenze suicide. Pare che fosse affetto da disturbi psicosomatici: nell’ ottobre 1918, quando combatteva nell’ esercito bavarese, a seguito di un’ intossicazione da gas iprite, fu ricoverato in stato di cecità all’ ospedale militare di Pasewalk, dove fu seguito dal noto psichiatra Edmund Forster, che lo curò attraverso l’ ipnosi. I registri sanitari e la cartella clinica del caporale, successivamente distrutti dalla Gestapo nell’ estate 1933, riportavano la presenza di una lieve congiuntivite che però non giustificava la derivante cecità temporanea, diagnosticata come isterica: la mente avrebbe convertito un trauma psichico in un sintomo fisico per proteggersi dallo stress. Svariati racconti sottolineavano le qualità magnetiche dei suoi occhi, caratteristica ricorrente nelle persone più narcisiste, spesso dotati di particolare luce negli occhi, che conferisce loro un’ apparenza di grande intensità, devozione e trascendenza: gli occhi di Hitler erano freddi, come l’ espressione della sua faccia, in lui non c’ era mai traccia di calore o compassione. Peraltro, si dice fosse refrattario all’ umorismo: secondo quanto riferito da Albert Speer, il suo unico vero amico, il Führer non rideva mai.
Alois Hitler, padre di Adolf;

Della prima infanzia di Hitler si conosce poco. Nato a Braunau am Inn, in Alta Austria, era figlio di Alois Hitler, un ufficiale della dogana, e Klara Pölzl. Tra gli storici vi è tuttora una controversia circa la possibilità che il nonno di Klara, Johann Nepomuk Hiedler oppure il fratello di lui, Johann Georg, fosse il padre biologico del suo futuro marito: in ogni caso Johann divenne lo zio acquisito di Alois, e Klara, anche dopo il matrimonio, continuò a chiamare il marito «zio».
A causa del lavoro di Alois, gli Hitler erano soggetti a continui traslochi, che impedirono ad Adolf di instaurare solide e vere amicizie. Sebbene la famiglia conducesse una vita comoda, la situazione affettiva tra le mura domestiche non era affatto rosea, anzi: accanito bevitore e impenitente donnaiolo, Alois era assolutamente dispotico con la moglie e severo con i figli, e alla compagnia della famiglia preferiva l’ osteria e le belle amanti. Se il padre di Adolf era sempre assente, la madre fu invece una figura assai presente, solita a riversare sui figli l’ amore che lei stessa non riceveva dal marito, tanto da rivelarsi il più delle volte soffocante. Alois offendeva spesso i figli se non capivano subito un suo ordine, e Adolf ne sfidava ogni volta l’ autorità, ragion per cui veniva costantemente picchiato. Klara, invece, lo viziava e ne istigava il senso di superiorità. Il padre derideva le sue velleità di pittore, lei ne era entusiasta.
Devotissimo alla madre, Adolf maturò una profonda avversione per il padre, del quale criticava il dispotismo, le libertà amorose e la passione sfrenata per gli alcolici, tanto che alla sua morte non dedicò molte parole, se non che per lui non era stata una gran perdita, mentre in occasione di quella della madre dichiarò quanto il mondo intero gli fosse crollato addosso, essendo costretto da quel momento a prendere le decisioni in prima persona. Una volta divenuto Cancelliere della Germania, Hitler istituì proprio in occasione del compleanno materno, il 12 agosto, la Giornata della Madre, con tanto del conferimento dell’ onorificenza della Croce d’ Onore, paragonabile per importanza alla Croce di Ferro. Inoltre, teneva un suo ritratto sulla scrivania della Cancelleria, e un altro sul comodino delle sue camere da letto, inclusa quella del Führerbunker, ove secondo la versione ufficiale si sarebbe suicidato il 30 aprile 1945.
Klara, madre di Hitler;

Secondo Alice Miller, nota psicanalista e saggista polacca, i maltrattamenti subiti dal padre furono la causa più probabile del suo odio nei confronti del genere umano e della mancanza di un adeguato sviluppo di empatia e compassione per il prossimo durante la crescita, quindi di esitazioni a infierire sulla vita umana: ciò che mancò nella sua infanzia fu la presenza di una figura buona e consolatrice, di una persona affettuosa verso di lui. Nondimeno, le cure e le attenzioni esagerate della madre altro non erano che una conseguenza dovuta all’ estrema carenza di attenzioni di cui la stessa Klara soffriva da parte di Alois. All’ età di sei anni, Hitler aveva incubi ricorrenti e piuttosto vividi in cui vedeva sé stesso cadere in abissi profondi o in cui veniva perseguitato e picchiato fino a desiderare la morte: tali episodi, insieme a molti altri, convinsero il dottor Eduard Bloch, medico ebreo che tra il 1903 e il 1907 seguì gli Hitler, della necessità di uno specialista, e per questo si rivolse al celebre Sigmund Freud, al tempo già impegnato nelle famose visite psicoanalitiche, a cui si sottoponevano sia membri della classe più alta della società che della borghesia. Bloch chiese ripetutamente consiglio a Freud sul caso del giovane Adolf, e gli venne fatto sapere che la soluzione migliore consisteva in un ricovero: Klara si mostrò favorevole, a differenza di Alois a cui importava soltanto che suo figlio continuasse a studiare per lavorare come impiegato alle dogane.
Negli anni successivi il ragazzo crebbe introverso, narcisista, solitario, indisciplinato, sadomasochista e necrofilo. La più grande delle sue capacità era quella di influenzare, impressionare e convincere la gente. Era dotato di una grande disposizione al comando che, come lui stesso raccontava, aveva sviluppato da bambino nel suo ruolo di capo delle bande nei giochi di guerra.
Hitler durante un comizio;

Hermann Rauschning, membro del partito nazionalsocialista e capo del governo della Città libera di Danzica dal 1933 al 1934, che ebbe l’ opportunità di colloquiare spesso con Hitler annotando le loro conversazioni, che dopo aver rotto con il Nazismo ed essere andato in esilio pubblicò in un libro, raccontò che il Cancelliere soffriva di condizioni psicologiche che rasentavano la mania di persecuzione e lo sdoppiamento della personalità: la sua insonnia era più che il semplice risultato di un eccessivo sforzo nervoso, dal momento che spesso si svegliava nel cuore della notte e camminava irrequieto avanti e indietro, pretendendo che si accendessero tutte le luci e che si chiamassero alcuni giovani per tenergli compagnia. Talvolta queste crisi diventavano terribili, e uno di quei giovani riferì che gridava convulsamente chiedendo aiuto, pronunciando frasi incomprensibili e respirando affannosamente, guardandosi intorno con sguardo folle e indicando da qualche parte incolpando chissà chi di quanto accaduto: evidentemente i sentimenti di angoscia repressi nell’ infanzia gli si ripresentavano sotto forma di incubi e allucinazioni in cui riviveva i ricordi delle percosse ricevute dal padre, e l’ avere il mondo intero ai propri piedi evidentemente non bastava a scrollarsi di dosso i brutti ricordi, perché l’ inconscio personale non si annulla con l’ annientamento del mondo.
Alcuni studiosi sostengono che la struttura del regime nazista traesse la propria ispirazione proprio da quella della famiglia Hitler, al cui vertice troneggiava la figura paterna, mentre la popolazione rappresentava la prole completamente sottomessa al suo volere, in ottemperanza a una ferrea regola di obbedienza: dopo anni trascorsi come vittima innocente dapprima tra le mura domestiche e poi per le strade di Linz e Vienna, ove aveva tentato inutilmente di esprimere le sue doti artistiche di disegnatore e pittore, finendo tra i vagabondi e i senzatetto, ora Hitler poteva calarsi nei panni dell’ aggressore, recitando senza forse rendersene conto il dramma della sua infanzia con un’ indiscutibile autorità paterna su tutto un popolo a cui ispirava paura e amore, prostrandolo ai suoi piedi, come un tempo la devota Klara era stata prostrata ai piedi del marito. L’ energico e bizzarro dittatore in uniforme, lo stesso che Charlie Chaplin nel 1940 esibì in «Il grande dittatore», era proprio Alois, visto attraverso gli occhi critici del figlio, mentre il nobile e coraggioso Führer del popolo tedesco, amato e ammirato dal popolo, era l’ altro Alois, ammirato e amato dalla moglie a lui sottomessa, della quale il figlioletto condivideva ancora l’ ammirazione.
Persino le leggi razziali naziste furono una ripetizione dei drammi infantili di Hitler: se il piccolo Adolf non aveva potuto sottrarsi alle percosse del padre, neanche gli ebrei, i grandi nemici del popolo tedesco e promotori del marxismo internazionale, avrebbero avuto scampo. Nelle profondità della sua mente tale persecuzione gli consentì di vendicarsi del padre, dai possibili natali ebraici, liberando la madre Klara e la madre Germania, quindi sé stesso, da un mostruoso persecutore.
Hitler ed Eva Braun;

Ostile all’ omosessualità e all’ impotenza, e spesso sospettato di essere lui stesso un omosessuale represso, un bisessuale e un impotente, Hitler esercitava sulle donne un immenso fascino, per le quali incarnava il capofamiglia esemplare che sapeva sempre con precisione tutto ciò che era giusto o sbagliato, e che peraltro poteva offrire loro una via di fuga al tradizionale ruolo di subordine a cui erano soggette in quanto parte di una società patriarcale. Tale qualità gli consentì di avere un folto stuolo di seguaci tanto tra gli uomini quanto tra le donne. I resoconti sulla sua vita privata e in particolare sui suoi rapporti intimi con le donne derivano prevalentemente dalle persone a lui più vicine, come i suoi aiutanti di campo, i suoi segretari, l’ architetto Albert Speer e la famiglia di Richard Wagner.
Il Führer amava la compagnia femminile: era deliziato dalle donne, in particolar modo dalle giovani di aspetto sano e grazioso, e in genere si dimostrava tenero e premuroso con tutte le signore, purché non denotassero ambizioni intellettuali e politiche. Non manifestò mai il desiderio di sposarsi e neppure di avere figli propri, pur essendo stato più volte follemente innamorato, anche se solo per brevi periodi, e il più delle volte intrattenne storie superficiali. Forse pensava che il matrimonio potesse precludergli il ruolo di salvatore della grande Germania e del nobile popolo tedesco. Secondo quanto emerso dagli ambienti a lui più vicini e da varie indiscrezioni fu un vero pervertito, un sadomasochista dalla vita sessuale disastrosa. Anche nei rapporti delle spie statunitensi si accenna a sue variegate esperienze erotiche, sebbene vivesse nel timore di contrarre infezioni veneree, nonché alla soddisfazione che traeva da ragazzi e ragazze esteticamente piacenti. Si disse che amasse fare da spettatore e allo stesso tempo da dominatore nei giochi erotici, anche di gruppo: tutti fatti che, secondo gli analisti dello spionaggio, indicavano seri intralci psichici che gli impedivano un appagamento sessuale reale e completo. Pare che amasse molto i frustini, ai suoi occhi un sostituto o un simbolo della sua potenza sessuale mancante, mentre per le spie statunitensi rappresentava il suo complesso messianico. In almeno una circostanza, riferita nei rapporti, Hitler avrebbe conquistato una donna e sfogato le sue fantasie sessuali inscenando un comizio con il frustino in mano, arrivando a paragonarsi a Gesù mentre scacciava a colpi di frusta i mercanti dal Tempio.

Gli vennero attribuite sei amanti, con cui ebbe sempre un rapporto piuttosto tormentato: tre si suicidarono, e due sopravvissero al tentativo.
Nel 1927, durante un periodo trascorso a Berchtesgaden, in Baviera, ove affittava una villetta, conobbe una giovane e bella serva, Maria Reiter, di sedici anni, con la quale ebbe una relazione: lei desiderava tanto sposarlo ma lui rifiutò proponendole di essere un’ amante segreta, analogamente ad altre donne, per non ostacolare la sua missione di prescelto dal destino: lei lo lasciò e tentò il suicidio. Altra amante chiacchierata fu la famosa Renate Müller, una delle attrici di maggior successo del cinema tedesco dei primi Anni Trenta. Dopo il 1933, Joseph Goebbels, il Ministro della Propaganda, cercò una degna sostituta di Marlene Dietrich, grande attrice diventata da un giorno all’ altro una diva e che aveva lasciato la Germania preferendo gli studi hollywoodiani. Si adoperò per avvicinarla a Hitler, e presto si parlò di una storia tra i due, ma quasi certamente tra i due avvenne un solo incontro erotico. Di certo lei rifiutò sempre di prendere parte a film apertamente nazisti, tanto che il suo atteggiamento insospettì Goebbels al punto che la mise sotto sorveglianza, scoprendo che aveva una relazione con un attore ebreo emigrato a Londra, che lei raggiungeva non appena riusciva a trovare qualche momento libero: la sua improvvisa morte nel 1937, a soli trentun anni e in circostanze tuttora sospette, fu inizialmente attribuita all’ epilessia ma, dopo il 1945 si ipotizzò che si fosse suicidata o che fosse stata uccisa dalla Gestapo. Dopo il suo incontro con Hitler mormorò che prediligeva le pratiche masochiste, che soleva chiamare le attrici a casa per prestazioni private, durante le quali si inginocchiava e si faceva prendere sonoramente a calci. Si disse certa che fu proprio la frustrazione sessuale a trasformarlo in un maniaco genocida.
Un caso molto particolare, molto più ampiamente discusso, fu quello di Angelika Raubal, detta Geli, figlia molto giovane di Angela Hitler, sorellastra maggiore di Adolf. I due si incontrarono per la prima volta nel 1924 a Landsberg am Lech, e in breve tempo strinsero un rapporto molto stretto, viaggiando spesso insieme, recandosi in gita e persino alle riunioni di partito. Con l’ andare del tempo Hitler si innamorò follemente di lei, dimostrando nei suoi riguardi attenzioni morbose e un’ estrema gelosia. Inizialmente l’ avvenente nipote era lusingata dalle attenzioni che lo zio le rivolgeva, ma con in seguito si sentì schiavizzata e persino disgustata dalle sue inclinazioni sessuali masochistiche. Hitler la rinchiuse in una grande e bella casa, privandola di qualsivoglia svago e ambizione, così da tenerla lontana da eventuali rivali e abbandonarsi con lei a piaceri sessuali sempre più innaturali e degradanti, ai quali la giovane non avrebbe saputo opporsi. Si disse persino che la obbligasse a posare nuda per i suoi disegni, e quando scoprì che nonostante le misure da lui adottate lei aveva una relazione con Emil Maurice, suo autista e domestico, divenne una furia: il 18 settembre 1931 i due ebbero una lite particolarmente scatenata, e lei venne trovata morta in casa, uccisa da un colpo della pistola dello zio in pieno torace. Il suo decesso venne archiviato come suicidio, ma tale ipotesi non fu mai pienamente assodata, sebbene non emersero mai prove concrete per sostenere l’ idea di un’ uccisione: già all’ epoca dei fatti alcuni quotidiani riportarono determinati sospetti a proposito di un omicidio in piena regola, pur non indicando se Hitler fosse il mandante o piuttosto l’ esecutore materiale di tale delitto. Di sicuro, per la guida dell’ emergente Nazionalsocialismo la perdita della ragazza fu un colpo durissimo da affrontare: sconvolto, per lunghe settimane fu insensibile praticamente a tutto ciò che lo circondava, anche alle importanti occasioni politiche a cui doveva rispondere. Si sentiva personalmente responsabile per quanto avvenuto, e pensò addirittura di suicidarsi, come già avvenuto ai tempi del disastroso Putsch di Monaco.
Una volta al potere ricordò sempre con commozione l’ amatissima Geli, commissionando vari dipinti a sua immagine ad Adolf Ziegler, il suo pittore favorito, che sistemò nella casa di Monaco, ove fino al 1945 si recò per porre fiori sotto ognuno di essi ininterrottamente in occasione del giorno della sua nascita e di quello della morte. Secondo alcuni storici Hitler, divenne vegetariano proprio a seguito della morte di Geli, in quanto la carne gli ricordava il suo cadavere, e, in rispetto del suo amore perduto, nel Terzo Reich aleggiò sempre un alone di sacralità e mistero intorno alla sua figura.
Soprattutto in seguito alla tragedia, si diffusero sempre più le impressionanti dichiarazioni della giovane vittima, secondo cui lui la obbligava ad assumere posizioni oscene per lui, e la induceva spesso a mettersi carponi per poterla sculacciare con l’ affezionato frustino, tutta una serie di manie che, secondo gli studiosi, sarebbero da attribuire alla celebre passione del Führer per l’ occultismo e i riti magici, nel cui contesto rientravano con un certo rilievo determinati rituali sadomasochisti.

Dopo la morte della nipote non amò mai più una donna. Ne frequentò molte altre, tutte giovani, slanciate e attraenti, ma nessuna sostituì mai l’ amore perduto. Negli Anni Trenta ebbe relazioni con molte giovani donne, ivi comprese diverse segretarie e persino alcune consorti dei gerarchi del Reich. Voci dell’ epoca, per quanto mai confermate, sostennero anche che Hitler ebbe un figlio dall’ aristocratica britannica Unity Mitford, una delle sei figlie di Lord Redesdale, incontrata nel 1934 e che riteneva «un magnifico esemplare di femminilità ariana». La stessa che, a seguito della dichiarazione di guerra alla Germania da parte della Gran Bretagna, si sparò un colpo alla testa con una pistola dal manico in madreperla: riuscì a sopravvivere, ma il suo cervello rimase gravemente danneggiato, e visse invalida fino al 1948.
L’ ultima donna della sua vita, la più famosa, fu Eva Braun, una ragazza molto più giovane di lui, a detta di tutti estremamente semplice, che aveva conosciuto nel 1929. Figura per molti versi drammatica, coronò il suo sogno d’ amore sposando il Führer appena un giorno prima della loro morte ufficiale, e fu uno dei pochi personaggi del periodo hitleriano a non suscitare sentimenti negativi. Durante gli anni del regime fu un’ amante segreta, tenuta rigorosamente nascosta dal mondo, segregata da tutto e da tutti: nel 1945, dopo dodici anni, solo pochi eletti sapevano della sua esistenza. Icona per tutte le donne del Reich, Hitler teneva a dare l’ immagine di uomo libero che pensava solo all’ enorme peso che portava sulle spalle, ed Eva, colpita da un’ estrema gelosia, per ben due volte tentò il suicidio, Finch lui ordinò di portarla sempre in segreto, al Berghof, la sua residenza personale nell’ Obersalzberg delle Alpi Salisburghesi, in Baviera, ove poté comportarsi da padrona di casa e intrattenere numerose feste per ospiti illustri, pur rimanendo sotto stretta sorveglianza: il suo peso nelle decisioni, anche quelle quotidiane, era assolutamente nullo, e doveva sottostare in silenzio, ma in fondo la cosa non le importava. Era descritta come la donna più infelice del Terzo Reich, e trascorreva le sue giornate tra letture scadenti, film noiosi, sport, cura del corpo, ballo, che lui disprezzava, e aria aperta in costante attesa del suo ritorno. Secondo quanto trapelato da confidenze e indiscrezioni, Hitler ed Eva facevano sesso letteralmente senza toccarsi e nemmeno togliersi i vestiti di dosso: a lui, ossessionato dall’ igiene, per raggiungere l’ orgasmo bastava guardarla mentre si sollevava la gonna, e le si avvicinava solo dopo avere inserito dei tovaglioli puliti nelle mutande, per proteggersi. Di fatto, la vedeva solo come una giovane attraente e per nulla intelligente, su cui sfogare i suoi istinti sessuali, ma negli anni finì per affezionarvisi, per quanto il 3 giugno del 1944 non ebbe alcuna remora a predisporre la fucilazione di Hermann Fegelein, marito di sua sorella Margarete, per via delle trattative che lui e Heinrich Himmler avevano aperto con gli Alleati tramite il conte Bernadotte.


Insomma, l’ analisi psicologica di Adolf Hitler mostra un profilo assai inquietante di un uomo che più di tutti sfiorò il dominio sull’ Occidente, di una persona complessata e furiosa che non era riuscita a liberarsi del bambino intimorito dal padre, incapace di avere rapporti sani con gli altri, lasciando dietro di sé solo sofferenza, morte e rovine. Di un individuo capace di conquistare le folle, di giocare sulle paure e le ambizioni di un intero popolo, di illudere sia gli altri che sé stesso, fino alla discesa inesorabile verso l’ oblio.

Per l' onore di una città e il destino di un dominio

L' assassinio di Giulio Cesare;

L’ assassinio di Giulio Cesare è senza dubbio uno dei capitoli più sinistri e insieme più affascinanti di tutta la storia di Roma. Il 15 marzo del 44 avanti Cristo la vita di questo ambizioso politico e implacabile condottiero, di quest’ uomo sfaccettato dai grandi pregi e difetti, caduto per mano di nemici a cui aveva accordato il perdono, di amici che aveva colmato di onori e gloria e persino di alcuni che nel suo testamento aveva nominato eredi, venne consegnata alla leggenda. Tutto il popolo lo pianse, e la torva congiura in cui trovò la morte, animata da motivi sia politici che personali, non impedì al suo sogno di modellare il destino dell’ «Urbe».

Nel 509 avanti Cristo, Tarquinio il Superbo, re ingiusto e oppressivo, venne cacciato da Roma in seguito a una rabbiosa rivolta popolare istigata da Lucio Giunio Bruto, figlio di una sua sorella, nell’ intento di vendicare il fratello, ucciso dallo stesso sovrano. All’ indomani della cacciata del malefico zio, Bruto salì al potere contribuendo molto attivamente alla fondazione della Repubblica, un nuovo sistema ispirato alla democrazia ateniese atto a evitare che un gruppo di persone, e soprattutto un singolo individuo, potesse accumulare troppo potere oppure rimanervi per un periodo esagerato. Le funzioni svolte senza impedimenti dal re vennero suddivise tra i due consoli, capi di governo; il Senato, detentore del potere legislativo e di controllo nei riguardi dei consoli e dei vertici militari, responsabile peraltro della politica estera e finanziaria; il pontefice massimo, supremo grado sacerdotale; i tribuni della plebe, incaricati di difendere il popolo esercitando il diritto di veto contro ogni provvedimento che ne danneggiasse i diritti. Fatto rivoluzionario per l’ epoca, ogni titolo repubblicano nato dallo smembramento del potere reale era elettivo, temporaneo e collegiale: il popolo votava i candidati a tutte le cariche, e chi le deteneva le ricopriva per un anno e insieme ad almeno un altro aspirante, nel chiaro intento di evitare qualsivoglia abuso. Ogni carica era aperta a tutti ed esercitabile per un solo mandato, per di più esente da retribuzione.
Nonostante le ottime promesse iniziali, però, la Repubblica non divenne mai una sovranità popolare vera e propria: i patrizi, la classe aristocratica romana, a cui si apparteneva solo in caso di discendenza dai fondatori della città, grazie al nepotismo e allo scambio dei favori ottennero presto una salda precedenza, instaurando una vera e propria oligarchia che, comunque, seppe stimolare il decollo politico, culturale e militare di Roma, generando statisti e letterati di levatura e inducendo alla maggior parte delle conquiste nel Mediterraneo e in Europa, soprattutto tra il III e il II secolo avanti Cristo.
Busto di Giulio Cesare;

Come spesso accade quando potere e ricchezza superano i giusti limiti, dopo quattrocento anni la Repubblica venne ad essere inadeguata e ingiusta quanto la vecchia monarchia: era immensa, piena di delegati avidi e litigiosi, nessuno dei quali era interessato al bene comune. La corruzione era ovunque. Nonostante paresse destinata a durare per sempre, molte cose suggerivano che fosse ormai avviata verso un veloce e triste tramonto, in tono con la natura di tutte le cose. Il suo antico splendore era del tutto sfiorito, benché esteriormente non vi fossero segni di declino. In questo contesto di discordie e precarietà venne al mondo uno dei personaggi più importanti e influenti della vita politica e sociale di Roma: Caio Giulio Cesare, politico, militare e scrittore appartenente all’ antichissima famiglia Giulia, ritenuta discendente di Venere, Enea e Iulo, e di cui nei secoli fecero parte alcuni tra i personaggi più autorevoli dello Stato.
Mosso da un’ ambizione sconfinata, tanto che un giorno disse che avrebbe preferito essere il primo in un minuscolo villaggio delle Alpi che il secondo nella grande Roma, e ispirato dalle riforme a vantaggio dei più umili caldeggiate tempo prima dai fratelli Gracchi, si fece strada nei difficili ambienti della Repubblica tramite alleanze, denaro e una grande astuzia, fino al consolato e alla conquista della Gallia, che gli diede una profonda gloria personale. La sua influenza fu indubbiamente ampia, si rivelò un genio e un visionario, un uomo distinto, raffinato, audace e indulgente. Nel corso di tutta la sua esistenza operò con grande decisione per imporre il proprio volere agli eventi, e giunto ai livelli più alti del potere promosse una vasta opera di riforme con cui ammodernò e rinforzò le basi dello Stato. Al tempo stesso, però, non si negò atteggiamenti lussuriosi e feroci, tipici di un sovrano assoluto, e il suo potere personale andò inevitabilmente contro il tradizionale spirito della Repubblica, per quanto moribonda.
La resa di Vercingetorige, il condottiero dei galli;

Il 10 gennaio del 49 avanti Cristo, di ritorno dalla grande campagna militare con cui aveva conquistato la Gallia ed esteso il dominio romano fino all’ oceano Atlantico e al Reno, portando le legioni a invadere per la prima volta la Britannia e la Germania e a combattere in Spagna, Grecia, Ponto e Africa, rifiutò di obbedire a Gneo Pompeo, console insieme a lui e inoltre suo genero, che di comune accordo con il Senato gli aveva richiesto di congedare le proprie legioni e rientrare a Roma come privato cittadino: intuendo il pericolo che avrebbe corso consegnandosi indifeso ai suoi molti rivali, varcò arditamente il fiume Rubicone alla testa del suo esercito, violando la legge che proibiva ai comandanti militari di tornare armati in Italia, e puntò su Roma dando il via alla guerra civile. Terrorizzati, i senatori si strinsero attorno a Pompeo, che, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, organizzò un esercito a Farsalo, ma Cesare lo sconfisse duramente e lo inseguì in Egitto. I dignitari del faraone, il quattordicenne Tolomeo XIII, inizialmente accolsero Pompeo a braccia aperte, ma poco dopo lo uccisero nel desiderio di ingraziarsi il vincitore: per loro stupore, però, Cesare inorridì appena vide la testa mozzata del nemico rifugiato. Durante la sua permanenza nel regno delle piramidi, il grande condottiero si innamorò di Cleopatra, la sorella ventunenne di Tolomeo e sovrana insieme a lui, e intravedendo la possibilità di consolidare il potere romano in quell’ importante regione si inserì nell’ intricata controversia dinastica conferendo il trono unicamente a Cleopatra, con cui ebbe una travolgente storia d’ amore dalla quale nacque un figlio, Cesarione.
Nel 45 avanti Cristo, ormai padrone assoluto di Roma, tornò solennemente nella capitale, ove invitò la regina egiziana e il figlioletto tra il risentimento della popolazione per nulla attratta dai fasti orientali, celebrando le molte vittorie conseguite e accumulando nelle proprie mani tutte le maggiori cariche dello Stato, a cui aggiunse quella di dittatore, da cui trasse il potere assoluto. A differenza dei suoi predecessori, però, riuscì a farsela attribuire ufficialmente a vita. Posizionò i propri uomini nei posti principali della Repubblica e realizzò con ansia i tanti progetti sociali e amministrativi che affollavano la sua mente: combatté la povertà assegnando terre e grano ai bisognosi, frenò la bramosia dei governatori delle provincie controllandone i poteri e diminuendo la durata dell’ incarico, promosse l’ incremento delle nascite premiando le famiglie numerose e favorì interventi a vantaggio dei lavoratori agricoli, riducendo il numero degli schiavi e fondando colonie ove avviò numerose opere pubbliche.

Pur senza mai tralasciare gli ideali di democrazia che lo sospingevano fin dalla giovinezza, prese a comportarsi sempre più spesso da sovrano assoluto, denotando sentimenti di durezza che sfociavano in avvenimenti quotidiani spiacevoli e mortificanti: irritabilità, presunzione e scortesia si sostituirono rapidamente alla proverbiale generosità e signorilità che la gente aveva imparato ad amare in lui.
Peraltro, tra i senatori serpeggiava sempre più il malcontento e il timore che volesse diminuire il potere del Senato e trasferire a un successore il pieno potere ottenuto, resuscitando il sistema monarchico di cui Cleopatra e Cesarione un giorno sarebbero stati eredi: per l’ onore della città e il destino del suo dominio tutto questo non doveva assolutamente essere tollerato. Gaio Cassio Longino, uno dei senatori più influenti, che durante la guerra civile aveva sostenuto attivamente Pompeo, venendo poi graziato da Cesare, raccolse intorno a sé alcuni pari pompeiani e altri sempre più ostili al condottiero. Volendo confermare la credibilità delle sue motivazioni, persuase uno dei senatori e cittadini romani più rispettati per la sua virtù e onestà, Marco Giunio Bruto, discendente di quel Bruto che abbatté la monarchia, ad abbracciare la cospirazione nonostante fosse figlio adottivo dello stesso Cesare, e secondo alcuni addirittura in senso fisico: con la sua partecipazione aderirono alla causa oltre sessanta persone, alcune delle quali avevano peraltro ricevuto dal signore di Roma clemenza, cariche, gradi militari, onori e gloria, e tutti giurarono di difendere anche a costo della vita lo spirito repubblicano che si era consolidato negli ultimi cinque secoli e che avvicinava fortemente coscienze e idee.

Quando il Senato venne convocato per le Idi di marzo del 44 avanti Cristo nella Curia Pompeia, una delle sue numerose aule di riunione, voluta da Pompeo, i congiurati superarono le iniziali incertezze scegliendo di agire in tale occasione, presentandosi con coltelli che spacciarono per documenti. Quello stesso mattino, però, Cesare, che pochi giorni prima aveva confidato a un amico di desiderare una morte rapida e improvvisa, era assai turbato: sua moglie Calpurnia aveva avuto un sogno premonitore e lo scongiurava di non uscire di casa, mentre gli indovini compirono alcuni sacrifici il cui esito fu nefasto. Pensò quindi di mandare Marco Antonio, il suo migliore amico e fidato luogotenente, ad annullare la seduta prevista, ma i congiurati inviarono a casa sua Decimo Bruto per convincerlo a presentarsi in Senato, dal momento che i delegati lo stavano già aspettando: non si poteva annullare la seduta senza mancare loro di rispetto. Il condottiero diede ascolto a Decimo, che reputava un fedele amico, tanto da averlo nominato suo secondo erede nel testamento, e alle undici del mattino si mise in cammino fino alla Curia, senza la guardia del corpo di soldati ispanici che aveva sciolto poco tempo prima: solo i senatori e i suoi dignitari erano la sua «guardia».
Appena sedette, i congiurati lo circondarono come per rendergli onore, e uno di loro lo afferrò per la toga dando il segnale convenuto: la prima pugnalata lo colpì alla gola. Tentando di alzarsi in piedi, Cesare reagì afferrando il braccio dell’ assalitore e trapassandolo con l’ arma, ma venne presto colpito da tutte le parti, e volendo morire con dignità si coprì la testa con la toga, distendendola fino ai piedi e sopportando ogni colpo in silenzio, cadendo a terra agonizzante, ai piedi della statua di Pompeo. Mentre i senatori fuggivano spaventati e i congiurati ancora armati si riversarono nel Foro inneggiando alla libertà, Bruto gli diede il colpo fatale, guardando la sua vittima morire dicendo:
«Anche tu, Bruto, figlio mio…».
La notizia dell’ assassinio si sparse rapidamente per Roma, e tre schiavi deposero pietosamente il cadavere su di una lettiga, riportandolo a casa. La capitale del mondo si fece deserta, tra negozi chiusi, strade vuote e la gente trincerata in casa. Nonostante i tentativi di Bruto, la calma non tornò e i congiurati scelsero di ritirarsi in un luogo sicuro. Qualcuno decise addirittura di unirsi agli assassini sperando di trarne vantaggio, pur non avendo partecipato ai fatti.
Durante i funerali di Cesare, a cui partecipò una folla commossa, Marco Antonio pronunciò una toccante orazione funebre. Il defunto venne gloriosamente annoverato tra gli dei, e mentre il giovane Gaio Ottaviano, suo pronipote, figlio adottivo ed erede testamentario, celebrava i primi giochi in suo onore una cometa splendette per una settimana: il suo spirito era stato accolto in cielo.
Monumento di Cesare a Torino;

Il brutale assassinio di Cesare, «discendente da sangue reale e imparentato con gli dei», non ebbe affatto gli effetti sperati dai congiurati: la Repubblica romana fu sconvolta da tredici anni di guerra civile, e quasi tutti gli assassini vennero a loro volta uccisi nei successivi due anni. Cassio e Bruto vennero sconfitti da Ottaviano e Antonio durante la battaglia di Filippi: il primo si suicidò con lo stesso pugnale usato contro Cesare, mente il secondo con un colpo di spada.
Successivamente, Marco Antonio e Cleopatra si innamorarono e concepirono un ambizioso piano per fare di Alessandria d’ Egitto il nuovo centro del potere del mondo allora conosciuto: Ottaviano, divenuto console insieme ad Antonio, aizzò prontamente il Senato contro di loro, e li sconfisse durante la battaglia di Azio nel 31 avanti Cristo. Non volendo essere catturati vivi, i due amanti si uccisero. Paventando che un giorno volesse reclamare l’ eredità del padre, Ottaviano uccise Cesarione, e una volta rimasto solo al governo di Roma venne acclamato come il grande eroe della città, un ineguagliabile sostenitore della Repubblica, e secondo precisi calcoli politici instaurò ottimi rapporti con il Senato, che gli accordò i pieni poteri già conferiti a Cesare e il titolo militare di Imperatore, che fece di lui il comandante in capo di tutte le forze armate, e di Principe del Senato, che lo rese il senatore più importante, con il diritto di votare per primo, influenzando il voto degli altri. Proprio come a suo tempo Cesare aveva pensato, la Repubblica non venne mai formalmente abolita, ma mutata in una signoria soggetta al potere di un solo uomo che ne deteneva tutte le principali cariche: era nato l’ Impero.

Le Idi di marzo passarono pertanto alla storia come «Giorno del Parricidio», in cui era assolutamente proibito convocare il Senato, la Curia di Pompeo venne murata e nel Foro venne innalzata una colonna di marmo con la scritta: «Al Padre della Patria». Il sogno di Cesare avrebbe accompagnato Roma fino alla fine del tempo…

giovedì 12 ottobre 2017

Nel reame oscuro di Damanhur


In tempi di disperazione, le persone sentono un particolare bisogno di credere in qualcosa a cui aggrapparsi per dare un senso alla propria vita, traendo conforto. Questa è una precisa legge psicologica. Alcuni riescono a trovare sollievo e incitamento afferrandosi al lavoro, alla famiglia, agli amici, alla spiritualità o alla religione, piuttosto che al volontariato, ma molti altri sprofondano in un cunicolo sempre più oscuro di insicurezza e frustrazione, divenendo facili prede di individui che, presentandosi con un sorriso gentile e l’ aria benevola, si dichiarano in grado di aiutarli indicando loro una nuova strada, che anziché guidarli verso la luce li sospingono invece in un nuovo incubo che spesso e volentieri non concede scampo: il reame oscuro delle sette, congreghe raccapriccianti che schiavizzano i propri membri sia mentalmente che fisicamente in nome di un ideale distruttivo a danno del singolo o dell’ intera società.
Oggigiorno il fenomeno delle sette è alquanto esteso, solamente in Italia se ne calcolano circa cinquecento, contraddistinte da differenti gradi di dannosità, e molto ben consolidato: rette da tipi sinistri e malevoli, esse ricorrono a metodi di comprovata efficacia con cui raggirano e condizionano le persone in difficoltà e alla ricerca di nuovi punti di riferimento per trarne un preciso vantaggio, spesso e volentieri abusandone sia mentalmente che fisicamente. Le sette peggiori sono quelle che assicurano il perfezionamento delle facoltà psichiche dell’ individuo, rendendolo peraltro una persona pura e degna, ma che asserviscono ricorrendo a potenti forme di lavaggio del cervello con le quali giungono a governarne saldamente la volontà. Purtroppo, difendersi da queste compagnie è molto difficile, da un lato perché sono estremamente abili nel manovrare la mente e il cuore delle persone in stato di fragilità, e dall’ altro perché, a differenza dell’ idea comune, non si tratta di piccole comunità manipolate da qualche bizzarro guru, ma di gruppi molto bene organizzati e gerarchizzati, solidamente connessi a parlamentari, imprenditori, uomini di spettacolo e insegnanti attraverso i quali riescono a inserirsi ad alto livello nelle istituzioni, avvicinandosi il più possibile ai vertici dello Stato. Nondimeno, l’ informazione può esercitare un ruolo ampiamente positivo nel contrastarle efficacemente, salvando dai loro artigli molte persone innocenti e bisognose di aiuto.
Interno del Tempio dell' Umanità;

Una delle sette attualmente più fiorenti e suggestive è la Federazione di Damanhur, dai più chiamata soltanto Damanhur. Situata a Vidracco, comune di cinquecentoventi abitanti nei pressi di Torino, e patrona di centri anche in altre città italiane e all’ estero, fu fondata nel 1977 da Oberto Airaudi, un assicuratore ventisettenne di Balangero con il pallino della pranoterapia, dei poteri paranormali e della mitologia egizia, celtica e greca, che sosteneva di essere la reincarnazione del dio egizio Horus. Insieme a una decina di ricercatori spirituali torinesi gettò le basi di un movimento che mischiante ecologismo, naturalismo, sensismo, panteismo, paganesimo e sincretismo, e dedito allo sviluppo di percezioni molto sottili e all’ affinamento della Selfica, una tecnica in grado di concentrare e direzionare le innate energie vitali e intelligenti di ogni individuo e capace di creare strutture basate sulla spirale e sull’ impiego di metalli, colori, inchiostri speciali e minerali in grado di ospitare energie intelligenti. La principale struttura legata alla Selfica si trova presso il Tempio dell’ Umanità, grande costruzione ipogea scavata a mano nella roccia, dedicata all’ essenza divina presente in ogni persona e visitato persino dal critico d’ arte Vittorio Sgarbi. Ogni damanhuriano deve possedere un Self, un dispositivo di tecnologia aliena prodotto personalmente da Airaudi e che dispone di nove livelli. Altro grande campo di studi dei damanhuriani è quello dedito alle linee sincroniche, grandi fiumi di energia che circondano il pianeta e lo collegano all’ universo immettendovi pensieri e idee. L’ intero cosmo sarebbe percorso da una grande rete tracciata da queste linee, che mettono in comunicazione tra loro galassie e mondi, in particolare quelli abitati.
Attualmente, Damanhur, che ha molto a cuore i temi ecologici, si compone di una ventina di abitazioni sparse nella Valchiusella, ognuna delle quali abitata da circa una ventina di persone, e annovera i propri centri in aree boschive e agricole, sviluppando aree produttive comprendenti aziende e laboratori artistici, scuole e giornali, e determinate attività economiche e di servizio, in cui si tengono corsi e conferenze. Al suo interno si utilizza una valuta, il Credito damanhuriano, alla base di un sistema economico parallelo a quello italiano che contempla il principio di condivisione di beni e ricchezza.
La valuta damanhuriana;

Le pratiche alla base dell’ ideale damanhuriano sono sempre state confutate dalla scienza, che le reputa del tutto inefficaci e addirittura fuorvianti. Peraltro, negli anni si sono accumulate molto presto accuse gravissime a carico di questa comunità, inducendo l’ Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici a riconoscerle tutti i presupposti tipici di una setta, soprattutto la manipolazione del pensiero, che induce il seguace ad affidarsi completamente alla guida del suo maestro, a cui delega ogni decisione e opinione, e a vedere nel mondo esterno un luogo ostile animato da energie negative, impedendogli di andarsene liberamente. Gli ex seguaci hanno riferito che entrando nella comunità si rinnega il proprio nome, assumendone uno di animale e uno di vegetale, a conferma di un atto di rinnovamento in unione con la natura, e si viene iniziati al culto di Horus, l’ antico dio egizio, nonché alle pratiche magiche e divinatorie e a cerimonie morbose. Altamente selettive, le alte sfere di Damanhur non offrono a tutti le stesse opportunità, separando le persone più zelanti da quelle meno convinte e applicando con estrema rigidità la dottrina. Il lavaggio del cervello praticato dai damanhuriani si fonda su di una colossale quantità di impegni sociali e rituali giornalieri, che distraggono gli adepti dalla passata vita sociale, abbandonandola gradualmente. La magia pervade tutti gli aspetti della Federazione, al punto che ogni singolo prodotto venduto nei suoi negozi è trattato con rituali magici ed apparecchi dalle enigmatiche caratteristiche energetiche. Peraltro, il possesso di un Self personale non solo è obbligatorio, ma avviene dietro una spesa di quattromilacinquecento euro, a cui si aggiungono gli aggiornamenti annuali, disponibili a cinquecento euro. In aggiunta si pagano circa mille euro per l’ utilizzo di cabine di ringiovanimento, capaci di riequilibrare l’ età degli organi interni e rallentare il processo di invecchiamento e curare disturbi patologici sotto il controllo di medici qualificati secondo i quali si tratta di tecnologie sperimentali, cosa che impedirebbe una qualsivoglia pretesa di risarcimento legale se le cabine non portassero ad alcun risultato.

Quando si lascia la comunità si è considerati elementi ostili. Airaudi rispose sempre con tenaci ricorsi in sede giudiziaria contro quelle che bollava come diffamazioni: i testimoni e le vittime, la cui stragrande maggioranza era già seriamente provata, fu trascinata in tribunale nel corso di dure battaglie legali atte a dimostrare la propria sincerità. Si venne a sapere che Damanhur si organizza come uno Stato, con una sua costituzione che prevede un controllo totale sulla sua popolazione. I damanhuriani possono scegliere tra diverse forme di matrimonio, ma se una coppia desidera avere figli è tenuta a concordarlo con la comunità, pena severe punizioni. Il parto avviene rigorosamente in casa, senza alcuna possibilità di coinvolgere il medico, neanche in caso di complicanze, e dopo la nascita i bambini sono accolto in istituzioni federali che si incaricano della loro istruzione e curarli con medicine alternative, senza i vaccini. Le informazioni vengono gestite tramite un gazzettino di otto pagine e giornali teletrasmessi a circuito chiuso. Emersero anche episodi inquietanti: nel 1988, ad esempio, due sorelle minorenni vennero costrette a lavorare come vere e proprie schiave, mentre il loro padre lavorava per ben quindici ore al giorno allo scavo del Tempio dell’ Umanità e Airaudi trasferiva l’ eredità della loro defunta madre alla banca federale di Damanhur. Un anno dopo, lo stesso Airaudi avrebbe perfino incendiato le roulotte in cui dormivano i bambini, per intascare i soldi dell’ assicurazione. Nel 1992 un membro scontento portò i piani del Tempio dell’ Umanità, i cui lavori si svolgevano abusivamente, al procuratore della Repubblica di Ivrea, Bruno Tinti, che durante il suo sopralluogo rimase letteralmente incantato da quella bellezza unica e pur contestando il reato di abuso edilizio in ottemperanza alla normativa vigente, intervenne in aiuto di Airaudi risolvendo i problemi legali e regolarizzandone la posizione, permettendo la ripresa dei lavori.
Negli anni, Damanhur si difese costantemente affermando che tutte le denunce erano presentare da ex membri non all’ altezza dei propositi del movimento, elencandoli ogni volta e presentandoli come garanzia di un ambiente sano e votato al bene, unitamente alle citazioni e dichiarazioni di personaggi pubblici che nel tempo si erano espressi a beneficio della comunità etico spirituale. Lo stesso Airaudi fu chiamato in causa per ben tredici denunce per piromania, per falso in scrittura e truffa aggravata, oltre che per evasione fiscale per un milione e centomila euro, unica condanna per cui pagò insieme alla chiusura del suo centro salute per irregolarità amministrative. Per il resto uscì indenne, alimentando voci su di un importante beneficio ricevuto dai suoi notevoli agganci politici e dalle forti pressioni psicologiche esercitate sugli accusatori. Morì nel 2013 di tumore al fegato, ma la sua setta non si disperse, anzi, rimase salda e unita, retta dai due Re Guida, eletti dagli appartenenti alla Scuola di Meditazione, dal momento che il loro incarico è considerato di natura non soltanto politica e sociale, ma anche spirituale.
Conferenza in uno dei centri damanhuriani;

Analogamente ad altre sette famose e consistenti, Damanhur coltiva da sempre molte amicizie e influenze in politica, divenendo di fatto una notevole fonte di voti a vantaggio di candidati malleabili in cambio di utili concessioni, soprattutto di materia fiscale: pare che i sindaci delle località in cui ha i suoi centri siano in qualche modo connessi alla setta, che in virtù della sua immagine pubblica di eco società risulta lega al Partito dei Verdi, nel consiglio nazionale avrebbe introdotto alcuni seguaci, e molti altri negli organi locali di Torino, Modena e Firenze, intrattenendo peraltro legami con Grazia Francescato, Luigi Manconi, Luigi Boco, Alfonso Pecoraro Scanio e il noto parlamentare Domenico Scilipoti, indagato per corruzione, calunnia e collegamenti con la malavita, più volte al centro di controversie sulle medicine non convenzionali, sul piezonucleare, e ostile a determinate sfaccettature delle grandi multinazionali farmaceutiche operanti in Italia. In più, molti politici locali e nazionali, come ad esempio vari parlamentari della Lega Nord, oltre che Mercedes Bresso e Piero Fassino, hanno sempre mostrato un certo riguardo verso la setta di Airaudi, recandosi più volte in Valchiusella a partecipare a convegni o inaugurare strutture dei damanhuriani, venendo sempre accolti con grande ospitalità.

Come già affermato, purtroppo Damanhur non è l’ unica setta dotata di tante risorse nocive, con le quali piega al proprio volere molta gente in difficoltà e si propizia le stanze del potere, tuttavia occorre ricordare che la sua forza si basa essenzialmente sull’ inganno e l’ ignoranza, e proprio qui si trova la sua grande debolezza: contribuendo a diffondere la verità, tale potenza si dissolve per sempre, come l’ oscurità che viene meno di fronte alla luce di una semplice candela.

Il cuore della spiritualità buddhista

Il Buddha;

La spiritualità è una parte molto importante nella vita di una persona. Persino molti atei ne sentono il bisogno, dal momento che il termine indica tutto ciò che fa bene alla parte spirituale e psicologica dell’ individuo, senza necessariamente legarsi a un culto o a un credo particolare. Da parte sua, il Buddhismo è una filosofia molto antica e profonda. Il suo insegnamento si rivolge direttamente all’ essere umano, che descrive come il motore della sua realizzazione spirituale, un’ entità completa che non ha bisogno di propiziarsi alcuna divinità per compiere appieno la propria natura. Il Buddha parlò molto chiaramente in proposito: «Nessuno ci salva tranne che noi stessi. Nessuno ne è capace e nessuno potrebbe. Noi stessi dobbiamo prendere il cammino.».

Negli ultimi decenni la via buddhista ha riscosso un notevole e crescente interesse in Occidente, dal momento che rappresenta una forma di spiritualità rivolta a tutti, senza imporsi però a nessuno, eppure vari aspetti dei suoi intensi e suggestivi concetti vengono tuttora fraintesi, destando opinioni e giudizi piuttosto inesatti: c’ è chi afferma, ad esempio, che invogli ad abbandonare il mondo per dedicarsi giorno e notte alla meditazione, al sicuro da ogni tentazione, che induca il praticante a una passiva indifferenza o che lo porti addirittura a maturare una certa disapprovazione nei riguardi dell’ esistenza, fonte inesauribile di patimenti e dispiaceri. Invece, il cuore dell’ insegnamento del Buddha incita ad adoperarsi attivamente per migliorare il mondo, nella convinzione che per essere liberi non sia indispensabile lasciare i propri beni materiali, ma eliminare l’ egoismo in favore di un atteggiamento armonioso. Chi pratica il Buddhismo avverte continuamente sensazioni buone e cattive, ma non si lascia guidare dal desiderio e nemmeno turbare dalle esperienze negative. Tra i versetti del Dhammapada, la scrittura buddhista più nota e contenente le parole pronunciate direttamente dal Maestro in svariate occasioni, viene riportata una massima in tal senso molto particolare. In queste semplici parole si rispecchia non soltanto il nucleo filosofico da lui trasmesso in quarantacinque anni di insegnamento, ma tutta quanta la spiritualità, nel suo significato più puro ed esteso, scevro da qualsivoglia confessione religiosa: «Astenersi dal male; fare il bene; essere sempre consapevoli. Questo è l’ insegnamento del Risvegliato.».

Il Buddha, così esprimendosi, evidenziò tre concetti fondamentali: la rinuncia, la compassione e la saggezza. Nel linguaggio spiritualista orientale, e soprattutto buddhista, esse assumono un significato molto preciso, ma in Occidente il loro senso viene facilmente alterato. La rinuncia viene infatti scambiata per l’ ascesi. Prima di illuminarsi, ovvero comprendere la vera natura delle cose e della vita, il Risvegliato visse effettivamente come asceta, abbandonando ogni cosa e andando a vivere in una caverna, quasi morendo di fame, finché in un secondo momento comprese l’ inutilità dell’ ascetismo in quanto estremo da evitare. Tuttavia, per rinuncia nel Buddhismo si intende il desiderio di essere liberi dalla sofferenza e dalle sue cause. A questo obiettivo si giunge soprattutto domando il desiderio egoistico, la bramosia. Questo non impone l’ abbandono delle comodità o delle cose che si amano, piuttosto implica lo sforzo di risolvere i problemi causati dall’ attaccamento e dagli eccessi collegati a queste cose: si può infatti trarre piacere da tutte le cose e dalla compagnia di ogni persona in totale assenza di attaccamento, dato che l’ ingordigia per qualcosa o qualcuno crea dipendenza, dunque nuovi problemi. La moderazione, nel linguaggio occidentale, è il perfetto sinonimo della rinuncia buddhista, dell’ astensione dal male. Da parte sua, la compassione è un altro grande concetto spesso e volentieri male interpretato in Occidente, per quanto rappresenti un principio fondamentale comune al Cristianesimo. Per i buddhisti la compassione non è un sentimento di pena e pietà ma un agire altruistico, del tutto motivato dal bene e dalla felicità altrui. Tale generosità non si traduce mai in passività e accettazione di ogni cosa, dando sempre a tutti ciò che vogliono: se per esempio un drogato desidera una nuova dose o un ubriaco chiede di guidare l’ automobile, la compassione, il fare il bene, abbinata a un’ opportuna riflessione, impone agli altri di non soddisfare tali desideri. Talvolta occorre agire con forza, per impedire che accadano fatti gravi e dolorosi. E’ sempre meglio agire con nonviolenza per prevenire o correggere situazioni difficili, ma se l’ unico modo per sgominare un pericolo è un’ azione forte non c’ è scelta, altrimenti si cade nella passività. Tra tutti, infine, la saggezza, l’ essere consapevoli, è il termine con cui il comune occidentale denota maggiore dimestichezza. In ambito buddhista indica la conoscenza della vacuità, che si acquisisce con la meditazione e l’ intuizione, attraverso cui si raggiunge direttamente il Risveglio: tutte le cose sono interdipendenti e soggette a mutamento, nessuna di esse esiste separata, come entità propria. Tutto è unito, parte senza distinzioni dello stesso insieme, ma il vuoto di cui si parla nel Buddhismo non equivale alla non esistenza e al vuoto, bensì a un pieno di tutto.
Immagine del Buddha all' entrata di un centro in Italia;

Non occorre essere buddhisti per apprezzare il significato della particolare massima citata nel Dhammapada. In queste semplici parole si racchiude una spiritualità di altissimo livello. Dedicarsi alla cura dello spirito non significa recitare una preghiera, andare in un tempio o, più in generale, aderire a una fede. Per quanto, entro certi limiti, siano cose importanti, è fondamentale guardare dentro sé stessi con i propri occhi, migliorarsi e agire positivamente sia per noi che per gli altri con le proprie forze e trarre ogni conclusione per mezzo dell’ esperienza personale, più che della fede.

La grandezza del Mahatma Gandhi

«Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.» Mahatma Gandhi;
Il Mahatma Gandhi;

Parlare di un personaggio importante come Gandhi non è affatto semplice, e per molti aspetti mi impensierisce. In Occidente tutti noi lo abbiamo sentito nominare almeno una volta nella nostra vita, eppure dalle nostre parti la sua complessa figura e il suo importante ruolo nella Storia continuano ad essere poco considerati. A stento siamo in grado di dire che era indiano e che il suo titolo onorifico, Mahatma, in lingua sanscrita significa «Grande anima». Recentemente ho parlato con alcuni amici, i quali ciascuno a modo proprio mi hanno detto la stessa cosa: praticava gli scioperi della fame e combatteva per la pace, ma per il resto non sapevano praticamente niente di lui. Studiai Gandhi per la prima volta in terza media, in quanto la mia professoressa di lettere e storia era talmente illuminata da volerci trasmettere qualche conoscenza anche sull’ Oriente, culla di civiltà affascinanti e addirittura importanti quali India, Cina e Giappone, sostenendo che l’ Europa, per quanto importante fosse stata in passato e tuttora lo fosse, non era il centro assoluto del mondo. Dedicammo pertanto una discreta quantità di tempo a questo piccolo grande uomo di un luogo lontano, a cui negli anni seguenti mi sarei incuriosito scoprendo molte cose interessanti e addirittura sbalorditive.
Gandhi tesseva gli abiti per conto proprio;

Gandhi operò su più fronti, essendo avvocato, attivista per i diritti civili degli indiani dapprima in Sudafrica e poi in India, e, specialmente, guida spirituale. Fu considerato in modi assai diversi da gente assai diversa: per George Orwell era un eccentrico reazionario tradizionalista e conservatore che suscitava una sorta di disgusto estetico, sebbene paragonandolo ad altri politici del tempo ne riconobbe un certo odore di pulito, mentre Sir Winston Churchill lo definì un disgustoso fachiro mezzo nudo. Benito Mussolini ne parlò come di un santone, un genio che, cosa rara, usava la bontà come arma. Albert Einstein lo ammirò tanto da affermare che le generazioni future avrebbero faticato a credere che un uomo simile si fosse mai aggirato in carne ed ossa su questa terra, e infine Aldous Huxley lasciò un giudizio intenso: «Prima o poi si verificherà che questo sognatore aveva i piedi ben piantati a terra, e che l’ idealista è il più concreto degli uomini.». Questo essere multiforme e ampiamente discusso visse in tre grandi regioni del mondo, ossia India, Gran Bretagna e Sudafrica, in cui entrò in contatto con la cultura occidentale divenendo un notevole e convinto ponte tra Oriente e Occidente, oltre che un esempio particolarmente riuscito di un cammino non violento, potente e inarrestabile, verso due grandi forme di liberazione: quella politica ed economica dell’ India dall’ Impero britannico, e quella sociale e spirituale del singolo individuo da qualsivoglia discriminazione.
Gandhi in visita in Gran Bretagna;

Gandhi apparteneva a una casta agiata, e studiò giurisprudenza a Londra adattandosi alle consuetudini britanniche, vestendosi e cercando di vivere come un gentiluomo. Entrò in contatto con svariati princìpi tipicamente occidentali come i fondamenti del socialismo libertario di William Morris, l’ anarchismo cristiano e pacifista di Lev Tolstoj, l’ insegnamento nonviolento di Henry David Thoreau e il vegetarianismo di Henry Salt, che fece suoi e mantenne per tutta la vita. Credeva molto nell’ Impero britannico, sostenendo che soltanto prodigandosi al suo servizio si sarebbe meritato la sua generosa protezione, tuttavia, nel 1893, quando si trasferì in Sudafrica per difendere una ditta indiana che commerciava nel Natal, entrò in contatto con il famigerato apartheid e con le condizioni di quasi schiavitù in cui vivevano i centocinquantamila indiani ivi trasferitisi. Tutto ciò lo portò a una profondissima evoluzione interiore: da individuo dolce, timido, politicamente indifferente e notoriamente imbarazzato all’ idea di parlare in pubblico divenne ben presto parte particolarmente attiva e rispettata nella lotta contro i soprusi a cui erano sottoposti gli indiani, ma non sfociò mai nell’ odio antioccidentale, sostenendo con assoluta convinzione che nonostante le differenze i britannici in particolare e gli occidentali in generale fossero fratelli e sorelle provenienti dalla medesima forza di vita, e che la loro cultura non significava soltanto oppressione e ingiustizia, ma vantava anche magnifiche conquiste, pertanto sarebbe stato possibile intraprendere un’ opposizione che non toccasse gli estremi della rivolta violenta o del disprezzo culturale. Sostenne fermamente tale posizione anche in seguito al 18 marzo 1919, quando in India, ove era tornato nel 1914, fu introdotto il Rowlatt Act, nota serie di proposte legislative che di fatto resero permanenti alcune limitazioni di libertà dei sudditi indiani di Sua Maestà britannica. Il suo interesse e la simpatia per l’ Occidente si estesero anche al campo religioso: induista profondamente legato alla Bhagavad Gita, convinto che il desiderio fosse sorgente di sofferenza e agitazione per lo spirito, considerò anche il Buddhismo, l’ Islam e il Cristianesimo, di cui intravide il fondamento nel celeberrimo Discorso della Montagna.

Spesso diciamo che Gandhi promosse la resistenza passiva, ma non è affatto vero. Il suo insegnamento, particolarmente attivo e provocatorio, si basava sulla satyagraha, ossia «insistenza per la verità», teoria etica e politica incentrata sulla nonviolenza e la disobbedienza civile: per opporsi efficacemente contro un sistema autoritario e problematico come quello britannico in India riteneva fondamentale non collaborare in alcun modo con esso, violandone pubblicamente e consapevolmente le leggi e i comandi amministrativi ingiusti e liberticidi, non pagandone le tasse, praticando l’ obiezione di coscienza al servizio militare e accettando le punizioni previste dalla legislazione vigente per ogni singola violazione commessa. Il buon rivoluzionario nonviolento di Gandhi non avrebbe mai e poi mai dovuto chinare inerme la testa di fronte all’ ingiustizia, essenza della passività che noi gli abbiamo sempre attribuito, ma combatterla con la sola forza delle idee, senza vibrare alcun colpo e accettando tutti quelli che, al contrario, gli sarebbero stati inflitti. Avrebbe dovuto combattere la violenza, il male e l’ ingiustizia nella vita sociale e politica per realizzare la Verità. Dove vi era la minima ingiustizia, insomma, Gandhi credeva fermamente nella lotta per migliorare le cose, bastava semplicemente boicottarla insieme a tutte le sue condizioni:
«Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere.».
Per quanto sottoposto ai peggiori maltrattamenti e alle più gravi iniquità, come ripeteva, mai e poi mai il rivoluzionario nonviolento avrebbe dovuto ricorrere alla violenza e alla forza nei riguardi del prossimo: ogni controversia sarebbe stata possibile da sanare solo con la volontà e il coraggio di sopportare il male pur di vincere l’ ingiustizia, in opposizione alle pratiche di giustizia prese in considerazione per migliaia di anni:
«Occhio per occhio...e il mondo diventa cieco.».
E ogni volta che i suoi numerosi discepoli perdevano l’ orientamento adottando atteggiamenti aspri e apertamente violenti ecco che lui intraprendeva la celebre e dolorosa via del digiuno, che analogamente alla castità e alla semplicità di vita poneva principalmente in ambito spirituale come mezzo per allontanarsi dall’ esperienza terrena, pur intendendolo anche come via di purificazione da ogni colpa, propria o altrui, e potentissima arma politica, indicandolo tra i mezzi privilegiati che il rivoluzionario nonviolento poteva utilizzare in nome della causa.
Gandhi durante la Marcia del Sale;

Sono assai stupito e deluso al pensiero che in Occidente un uomo di simile levatura sia ancora così palesemente ignorato, o che se ne parli in maniera così inesatta. Un grande esempio della grande trascuratezza di cui divenne vittima nel raffinato e moderno Ovest fu il mancato riconoscimento a suo beneficio del Premio Nobel per la pace, sebbene avesse ricevuto ben cinque candidature tra il 1937 e il 1948. Il Comitato per il Nobel norvegese rimpianse pubblicamente tale mancanza una decina di anni dopo il delitto di Nuova Delhi, e nel 1989, quando fu premiato il XIV Dalai Lama del Tibet, che peraltro in più occasioni disse di aver trovato la migliore ispirazione nella difesa del suo popolo dall’ occupazione cinese proprio nel Mahatma, il Presidente del Comitato ammise che tale premiazione era in parte un tributo alla memoria dell’ importante guida spirituale indiana.

Trovo che il suo sogno di indipendenza individuale e collettiva, spirituale e politica puntando sull’ autonomia e l’ autosufficienza economica del suo Paese attraverso l’ intero utilizzo di beni locali, sia materiali che culturali, nonché su di un fermo atteggiamento di non collaborazione salda ma pacifica, sia stato un vero e proprio lampo di genio che nessuno ebbe prima e dopo di lui. Oggi viviamo in tempi difficili e incerti, in cui la sfiducia verso la politica e l’ alta società, colpevoli di svariati errori e negligenze, si fa sempre più chiaramente sentire, e l’ esempio dato da questo grandissimo uomo e dal suo insegnamento risulterebbero senz’ altro un’ ispirazione ineguagliabile per noi tutti.

Il Grande Erudito

Il Monastero di Tashilunpo, residenza dei Panchen Lama;

In Tibet, tra il XVII e il XX secolo il Panchen Lama è stato la seconda autorità spirituale del Buddhismo locale, e insieme al Dalai Lama si è imposto come caposaldo della trasmissione dell’ insegnamento e della gerarchia della scuola dei Berretti Gialli. Eppure, in accordo con gli spietati interessi terreni della politica e a conferma della natura mutevole di tutte le cose, oggi questo elevato lignaggio religioso è stato violato dal governo della Cina, che nonostante le belle e ostentate dichiarazioni di rispetto per l’ autonomia amministrativa e culturale della «Regione Autonoma Tibetana» lo ha degradato alle condizioni di burattino le cui buone azioni assicurano un forte e diretto controllo sulla società tibetana e la particolare tradizione buddhista ivi fiorita.

Analogamente al Dalai Lama, il Panchen Lama è un lama reincarnato, più precisamente un tulku, termine che in tibetano significa «corpo dell’ emanazione» e che indica coloro che hanno maturato il Risveglio ma, spinti da bodhicitta, ossia la ferma, irremovibile, spontanea intenzione di aiutare gli altri, posticipano il più a lungo possibile il proprio ingresso nel Nirvana continuando a rinascere di vita in vita praticando e trasmettendo la Via del Buddha. Il titolo di Panchen Lama significa «Grande Erudito», e si compone di due termini: il primo, panchen, deriva dal sanscrito pandit, ossia «erudito», e khenpo, che in tibetano significa «grande», mentre il secondo, lama, viene dal solo tibetano, traducibile in «maestro». I tibetani si rivolgevano a lui con un termine sanscrito equivalente, Mahapandita, o come Panchen Rinpoche. Egli era lama e monaco della scuola dei Berretti Gialli, la stessa del Dalai Lama, e per tradizione era abate del Monastero di Tashilhunpo, nei pressi di Shigatse, fondato nel 1447 dal I Dalai Lama. Persona di elevato prestigio e influenza in Tibet, il suo scopo era di contribuire allo sviluppo e alla preservazione della dottrina buddhista, e al suo insegnamento, mentre la sua autorità era soggetta soltanto a quella del Dalai Lama, al contrario del quale non esercitava mai alcun potere temporale. Nei secoli, tra il Grande Erudito e l’ Oceano di Saggezza era maturato un legame di stima, cordialità e collaborazione così profondo che i tibetani li ritenevano uniti come il sole e la luna. Tale rapporto si fondava su due principi: la ricerca delle rispettive reincarnazioni e il successivo rapporto tra maestro e discepolo. Mentre il Dalai Lama è considerato la reincarnazione di Avalokiteshvara, il Bodhisattva della Compassione, il Panchen Lama è invece ritenuto la personificazione di Amitabha, il Bodhisattva della Conoscenza.
Il IX Panchen Lama;

L’ istituzione del titolo del Panchen Lama risale al XVII secolo, quando il V Dalai Lama, primo sovrano assoluto del Tibet e massima autorità spirituale del Buddhismo, lo conferì al suo grande insegnante, Lobsang Chökyi Gyaltsen, affidandogli peraltro la guida di Tashilhunpo. Considerato reincarnazione di tre saggi e profondi lama, Gyaltsen decise di trasmettere questo importante titolo ai suoi predecessori, divenendo il IV Panchen Lama. Nei secoli successivi, tra l’ Oceano di Saggezza e il Grande Erudito si stabilirono legami spirituali sempre più stretti, animati talvolta da contrasti a cui normalmente seguiva una riconciliazione, cosa che non mise mai in dubbio la fedeltà dell’ uno verso l’ altro. Sebbene ufficialmente i Panchen Lama non svolsero mai alcun ruolo politico, nei dintorni di Shigatse la loro influenza si estese presto e con grande rilievo anche in molti aspetti della vita sociale e ammnistrativa: nel XVIII e nel XIX secolo in particolare, acquisirono un’ autorità ben maggiore di quella dei Dalai Lama, dal momento che molti Oceani di Saggezza morirono troppo giovani per poter consolidare la propria posizione politica e religiosa. I Grandi Eruditi non ebbero pertanto rapporti con Lhasa, la capitale del Tibet, ormai abitualmente in mano ai Reggenti, e tra i dignitari di Tashilhunpo si affermò sempre più l’ idea che l’ area di Shigatse avesse il diritto di sviluppare una certa autonomia amministrativa e politica dal governo centrale: le proprietà del Panchen Lama, sulle quali vivevano migliaia di nomadi, divennero immense e sfiorarono la ricchezza e la magnificenza di quelle del Dalai Lama. Al Panchen Lama era riconosciuto il controllo di tre piccoli distretti attorno alla città di Shigatse, ma non sulla città, la quale rimase sotto il controllo di un prefetto nominato da Lhasa.
Il X Panchen Lama;

La crisi vera e propria tra i due grandi lama reincarnati iniziò nel 1913: di ritorno dal suo esilio in Mongolia e Cina, il XIII Dalai Lama, seriamente deciso a riformare il Regno delle Montagne, volle che Shigatse pagasse le tasse come ogni altra regione tibetana, ma i dignitari del IX Panchen Lama, ormai abituati alla secolare lontananza del potere centrale, irritarono profondamente la capitale opponendo un netto rifiuto. All’ Oceano di Saggezza in particolare tornarono alla mente le indiscrezioni secondo cui nel pieno della Spedizione britannica in Tibet, da cui era sottratto fuggendo in esilio, il IX Panchen Lama, rimasto invece in patria, o forse qualcuno dei suoi dignitari, sarebbe stato pronto a chiedere l’ aiuto di Londra per fare di Shigatse un territorio autonomo e indipendente. Amareggiato, il Grande Tredicesimo aveva tentato di incontrare il Grande Erudito per verificare la fondatezza di tali dicerie, ma senza successo in virtù dell’ opposizione da parte delle stanze del potere di Tashilhunpo. La sua posizione effettiva non venne mai del tutto chiarita, ma pare che il IX Panchen Lama, descritto come un grande uomo dedito alla spiritualità, gentile e acuto osservatore, molto bene informato su quanto avveniva in Tibet, fosse vittima di intrighi mossi in suo nome e a sua insaputa dai suoi ambiziosi e infidi dignitari, interessati più al potere temporale che alle realizzazioni spirituali. Negli Anni Venti i rapporti tra i due massimi lama reincarnati precipitarono sempre di più: nel 1922 il IX Panchen Lama volle l’ intervento di Londra per mediare le contese con Lhasa, ma gli venne risposto che il governo di Sua Maestà non poteva interferire nelle questioni interne di un altro Paese, mentre nel 1924, a seguito di un’ oscura questione di tasse e privilegi, gli venne fatto credere dai suoi ingannevoli consiglieri che la sua libertà fosse in pericolo, pertanto si rifugiò nella Mongolia Interna lasciando ai propri lama e monaci una lettera in cui si dispiaceva amaramente della situazione, pur confidando vivamente nella possibilità di chiarirsi con il Dalai Lama e tornare velocemente in Tibet. A Lhasa, invece, nell’ intento di contenerne il potere e l’ autorità soprattutto nella regione di Shigatse, l’ Oceano di Saggezza vietò ai lama e ai monaci fedeli al Panchen Lama di ricoprire qualsiasi incarico nel governo centrale del Tibet, e proibì ai suoi dipendenti e ufficiali di lasciare Lhasa, mentre in un secondo momento requisì il suo patrimonio rimasto sul suolo tibetano allo scopo di coprire un quarto delle spese militari, evitando che Shigatse divenisse indipendente. Sempre più manovrato dai consiglieri, il Grande Erudito si appellò ai cinesi del Kuomintang, i quali, volendo annettere il Tibet alla Cina, sfruttarono prontamente la carta del Panchen Lama in esilio, usandola contro il Dalai Lama. L’ abate di Tashilhunpo collaborò molto attivamente con i cinesi, recandosi persino a Pechino nel 1925, divenendo Commissario Speciale per i Territori Occidentali, ma non pensò mai di ritornare in Tibet con la forza. Molto preoccupato di un suo eventuale ritorno sotto scorta cinese, nel 1932 il Dalai Lama rispose a una sua lettera affermando che ovviamente sarebbe stato sempre il benvenuto, ma a patto che riconoscesse l’ autorità di Lhasa su Shigatse e rinunciasse alla scorta cinese: tale invito, purtroppo, non ebbe seguito. Negli anni dell’ esilio il IX Panchen Lama collaborò comunque in modo costante e positivo ad alcuni importanti piani di sviluppo per un Tibet moderno, ma in patria fu accusato di essere favorevole molto più alla causa cinese che a quella tibetana: si dice infatti che sostenesse le idee di Sun Yat-sen, analogamente al rivoluzionario Pandatsang Rapga, che tradusse le opere del politico cinese in lingua tibetana. La morte del XIII Dalai Lama, avvenuta nel 1933, lo colpì profondamente, e insieme al V Reting Rinpoce, altro grande lama reincarnato, scelto come Reggente del governo tibetano, ebbe un ruolo molto importante nella ricerca della sua reincarnazione, un bambino nato nel 1935 in un villaggio dell’ Amdo. Morì nel 1937 a Gyêgu, in Cina.
A seguito della perdita del Grande Erudito, i cinesi intuirono facilmente che il suo successore sarebbe divenuto uno strumento persino migliore di lui nei loro piani atti a consolidare la propria influenza nella politica interna tibetana: Lhasa e Tashilhunpo avviarono due ricerche distinte atte ad indentificarne la reincarnazione, trovando ciascuna un proprio candidato. Il 3 giugno 1949 gli emissari del IX Panchen Lama annunciarono ufficialmente di avere trovato la reincarnazione in un bambino di undici anni nato nell’ Amdo, la stessa regione di provenienza del XIV Dalai Lama, e il successivo 11 giugno condussero una cerimonia di insediamento sotto la supervisione di alcuni ufficiali cinesi che ne avevano approvato il riconoscimento. Educato da grandi lama e assistito da consiglieri leali alla Cina, che ne seguiva costantemente le vicende, divenne presto un fantoccio: sostenne apertamente la pretesa di sovranità sul Tibet da parte della Cina e le sue politiche di riforma, tanto che Radio Pechino trasmise il suo invito a «liberare il Tibet», mentre nel 1951 fu invitato a Pechino come parte della delegazione tibetana che firmò l’ Accordo dei 17 punti. Venne riconosciuto dal XIV Dalai Lama e dai suoi dignitari come X Panchen Lama solo nel loro primo incontro, nel 1952. Nel 1954 accompagnò l’ Oceano di Saggezza a Pechino e in un lungo viaggio attraverso la Repubblica Popolare Cinese atto a negoziare con il governo cinese a proposito dell’ occupazione tibetana da parte della stessa Cina, da poco divenuta comunista, ma il tentativo di mediazione si rivelò infruttuoso, e nel 1956 lo seguì in pellegrinaggio in India, la terra originaria del Buddha. Successivamente, il 10 marzo 1959, il movimento di resistenza tibetano scatenò una grande sollevazione a Lhasa, che fu duramente repressa dall’ Esercito Popolare di Liberazione: migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade della capitale e in altri luoghi. Convinto di dover rendere pubblica la grave situazione in cui versava il suo Paese e di dover ottenere il sostegno della comunità internazionale, il XIV Dalai Lama fuggì dal Tibet la notte del successivo 17 marzo, giungendo in India esattamente due settimane dopo. Sostenuto da Nehru, primo capo di governo dell’ India autonoma, prese residenza a Dharamsala con un seguito di centoventimila tibetani, e formò un governo in esilio, divenendo così il primo Dalai Lama costretto a vivere a tempo indefinito al di fuori del Tibet. Al X Panchen Lama fu invece concesso di rimanere in Tibet esercitando le proprie funzioni, ma si accorse presto delle reali conseguenze dell’ occupazione. Nel 1962, dopo un viaggio attraverso il Regno delle Montagne, presentò al Primo Ministro cinese Zhou Enlai, che in seguito incontrò personalmente, una petizione a favore del popolo tibetano, in cui denunciò la difficile vita dei tibetani, oppressi dalle ferree regole cinesi. Inizialmente questo documento fu accolto favorevolmente, ma nel successivo mese di ottobre Mao e le autorità cinesi manifestarono un notevole risentimento per quel provvedimento. Nel 1964 venne pubblicamente umiliato e dichiarato «nemico del popolo tibetano», per poi venire imprigionato e torturato negli anni della Rivoluzione culturale. Nell’ ottobre 1977, venne scarcerato e tenuto agli arresti domiciliari a Pechino fino al 1982. Nel 1979 sposò Li Jie, una donna cinese, e nel 1983 ebbe una figlia, Yabshi Pan Rinzinwangmo: questo comportamento fu considerato da molti indegno, del tutto inconciliabile con la sua posizione di lama della scuola di Gelug. Dopo il suo rilascio venne persuaso a mantenere un atteggiamento pacifico, e come soggetto «politicamente riabilitato» gli fu assegnata la carica di Vicepresidente del Congresso Nazionale del Popolo. Nel 1989 rivolse pubblicamente alcune critiche contro il governo cinese, e cinque giorni dopo morì appena cinquantunenne in circostanze mai chiarite del tutto, tanto che ancora oggi molti pensano che venne ucciso tramite avvelenamento, piuttosto che da un infarto naturale come sostenuto ufficialmente da Pechino. Alla sua morte, il XIV Dalai Lama decise di riabilitare il nome del Grande Erudito affermando che, in quel determinato contesto storico, il suo modo di agire poté sembrare ambiguo e non consono alla carica che ricopriva, ma ogni sua azione fu volta a tutelare il popolo tibetano.
Il Dalai Lama e il Panchen Lama;

La questione del Panchen Lama rimane tuttora una delle maggiori cause di ostilità tra il governo cinese e il popolo tibetano. All’ indomani della morte del X Panchen Lama iniziarono le ricerche per individuarne la reincarnazione. Chadrel Rinpoche, grande lama a capo della delegazione di ricerca, riconobbe la rinascita in un bambino di sei anni, Gedhun Choekyi Nyima, e ne comunicò prontamente la notizia al Dalai Lama. Tuttavia, quando l’ Oceano di Saggezza annunciò al mondo l’ avvenuto ritrovamento della reincarnazione del Grande Erudito, le autorità cinesi arrestarono immediatamente Chadrel Rinpoche e lo sostituirono con Sengchen Lobsang Gyaltsen, un fiero oppositore sia del Dalai Lama che del Panchen Lama, incaricandolo di formare una nuova commissione di ricerca con cui individuare una diversa incarnazione. Gedhun Choekyi, ritenuto «una scelta illecita fomentata dalla cricca del Dalai Lama per destabilizzare dall’ interno l’ unità cinese», venne rapito insieme alla sua famiglia e fatto sparire nel nulla. La delegazione di lama filocinesi compilò una nuova lista di candidati, e qualche mese dopo, l’ 11 novembre 1995, nel corso di una cerimonia fasulla a Lhasa, nel Tempio di Jokhang, a cui presenziò persino il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Jiang Zemin, fu insediato come XI Panchen Lama un bambino cinese di cinque anni, figlio di esponenti di rilievo del Partito Comunista. A seguito della celebrazione, il piccolo Jizun Losang Qamba Lhunzhub Qoigyijabu Baisangbu fu trasferito in Cina, ove trascorse tutta la sua infanzia, in chiara chiave antitibetana, crescendo nel rispetto degli usi e dei costumi della «madrepatria socialista», visitando il Tibet soltanto in rare occasioni, ricevendo sempre una fredda accoglienza dai monaci. Peraltro, fin dall’ inizio ha ricevuto l’ educazione di lama praticanti il culto di Dorje Shugden, entità spirituale del Buddhismo tibetano di cui il Dalai Lama ha vietato la pratica, pur essendo stato un praticante lui stesso, definendola «un demone dal terribile potere mondano». Questi lama, gli unici che opportunità politiche hanno riconosciuto il candidato imposto dai cinesi, oggi formano una coalizione ostile al Dalai Lama, che accusano di sopprimere la libertà religiosa, di cui la Cina si serve come strumento ideale per combattere l’ influenza dell’ Oceano di Saggezza sulla comunità tibetana sia in Tibet che all’ estero. Il Grande Erudito cinese è a sua volta praticante del culto dello spirito controverso, e considerato dal governo di Pechino «il supremo lama del Tibet».
Ancora oggi si ignorano il luogo in cui è detenuto il Panchen Lama legittimo e le esatte condizioni della sua incarcerazione. Molti lo ritengono il più giovane prigioniero politico della storia. Nel maggio 1996 l’ ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite disse che era stato messo sotto la protezione del governo dietro richiesta dei suoi genitori, e le autorità cinesi affermano soltanto che è «un perfetto ragazzo ordinario, alto 165 centimetri, in uno stato di eccellente salute, e che i suoi genitori non vogliono essere disturbati», ma di fronte alle richieste di chiarimenti inoltrate da organizzazioni umanitarie e gruppi di sostegno alla causa tibetana, movimenti sindacali, partiti politici e parlamentari di numerose nazioni si rifiutano ostinatamente di dare qualsiasi altra indicazione che possa portare a rintracciarlo.
Gedhun Choekyi Nyima;

Il caso del Panchen Lama, purtroppo, non è l’ unico esempio di interferenza cinese nelle questioni sociali e religiose del Tibet, dal momento che il governo di Pechino ha imposto i propri candidati alla reincarnazione di altri lignaggi di lama enorme rilievo, come ad esempio quello di Reting Rinpoce, che analogamente a quello del Panchen Lama era per tradizione coinvolto nella ricerca della reincarnazione del Dalai Lama: la nomina del XV Dalai Lama avverrà formalmente per mezzo di loro, in accordo con la costituzione cinese, da cui la carica di Dalai Lama «è sempre dipesa». Nessuno dei tulku presentati dai cinesi è mai stato riconosciuto dai lama tibetani, se non da quelli filocinesi e ostili all’ Oceano di Saggezza per ragioni puramente terrene, ma, per contro, intromissioni di questo tipo sono aumentate notevolmente negli anni, al punto che nell’ agosto 2007 Pechino rese nota una nuova ordinanza in base alla quale le reincarnazioni dei vari «Buddha viventi» dovranno essere approvate tramite un attestato rilasciato dall’ Ufficio per gli Affari Religiosi, pena severe sanzioni. Fortunatamente, sempre più tibetani riescono a mettere in salvo le nuove generazioni di lama reincarnati, inviandoli in gran segreto in India, Nepal e Bhutan, dove possono entrare in monasteri capaci di educarli come veri lama o ghesce, ricevendo il valore e la sostanza tradizionali del Buddhismo tibetano. Il Dalai Lama stesso ha recentemente fatto sapere che dal Tibet gli vengono ripetutamente fatte richieste di nuovi sapienti da inviare oltre il confine.

Gli stessi monasteri, oggi, sono mere vetrine di un passato ormai lontano, in cui i monaci sono soggetti all’ autorità di funzionari del Partito Comunista di Cina attentamente scelti che stabiliscono l’ orario e l’ argomento delle lezioni, in buona parte delle quali si studia l’ ideologia comunista e si promuove una campagna tesa a sconfessare l’ autorità del Dalai Lama. Ciò sta comportando una rapida diminuzione della qualità dell’ istruzione dei monaci, ragion per cui stanno venendo a mancare maestri capaci di ereditare il posto degli anziani. Lo stesso Monastero di Tashilhunpo oggi è sede di circa quattromila monaci tibetani, dagli Anni Ottanta è aperto al pubblico come superficiale risorsa turistica del Tibet o museo vivente…