lunedì 2 giugno 2025

Dietro le quinte del Referendum del 1946


«Con la libertà tutto è possibile, senza libertà tutto è perduto.» Re Umberto II d’ Italia; 


Il 2 giugno viene annualmente celebrato come la massima ricorrenza dello Stato italiano, poiché in questo giorno del 1946 ebbe luogo l’ importante referendum, a cui per la prima volta poterono partecipare anche le donne, che sancì la vittoria della Repubblica contro la Monarchia. I festeggiamenti a Roma, cuore istituzionale e politico della nazione, sono sempre solenni, magnifici e ampiamente ripresi dai mezzi di comunicazione, con il Presidente della Repubblica che assiste in prima fila alle parate delle forze dell’ ordine per poi pronunciare discorsi enfatici in cui magnifica la forma repubblicana come garante della democrazia e dell’ unità nazionale in senso patriottico.

Tuttavia, ciò che per anni si è detto con tono ben più sommesso e che oggi si inizia a dimenticare è che il referendum tanto celebrato come vittoria degli italiani avvenne in un clima tutt’ altro che festoso, più propriamente sull’ orlo della guerra civile e sotto gli occhi vigili delle potenze vincitrici che occupavano la Penisola, che difficilmente sarebbero rimaste in disparte: la Seconda Guerra Mondiale era terminata da appena un anno, e il nostro Paese ne era uscito drammaticamente sconfitto, la votazione quindi si svolse tra le macerie dei bombardamenti angloamericani e delle demolizioni dei tedeschi in ritirata, con centinaia di migliaia di italiani ancora sparsi per i campi di prigionia in tutto il mondo, intere province che restavano sotto governo militare straniero e un clima pericolosamente sull’ orlo di degenerare in una nuova guerra, stavolta tra italiani nel loro stesso Paese. Consultando le numerose fonti dell’ epoca, oggi facilmente accessibili, si può avere una certa idea di quanto il voto fu per l’ Italia un grave fallimento istituzionale, da un lato perché si svolse in un clima politico e sociale assolutamente inadatto all’ espressione libera e democratica a cui il popolo era chiamato, infervorato com’ era ancora da schieramenti politici che volevano imporsi ad ogni costo per dare alla nazione una svolta ferma e precisa, e dall’ altro perché sul suolo italiano erano presenti ben due potenze straniere vincitrici che, se le cose fossero andate in una direzione difficile, avrebbero ovviamente avuto gli strumenti adeguati per intervenire. Una terza, invece, vantava una certa influenza sull’ ala dura e preminente dei partigiani dell’ Italia settentrionale. Il Fascismo era durato circa vent’ anni e la guerra era terminata da poco: è molto difficile, se non addirittura impossibile, credere ad un esito affidabile e scevro da pressioni sia interne che esterne. Tuttavia, oggi, a svariati decenni di distanza, abbiamo finalmente la possibilità, e persino il dovere, di evidenziarne dubbi e difetti in modo equanime, lontano dal colore delle parti.

Un voto monarchico annullato;


Nel 1946, l’ Italia era occupata militarmente dagli statunitensi e dai britannici, vincitori della campagna militare contro il Fascismo, e politicamente animata soprattutto dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista Italiano: in altre parole, ora che la dittatura era caduta e lo stesso Benito Mussolini era stato ucciso bisognava insediare una nuova classe dirigente e definirne la politica estera. Era interesse di molti che il risultato indicasse una chiara direzione, sia a livello nazionale che internazionale. Il referendum era l’ occasione ideale per edificare la nuova Italia, e nessuna tra le parti coinvolte avrebbe lasciato nulla di intentato per assumerne la guida o comunque un posto influente. Non vi sarebbe stata un’ altra occasione simile. Gli statunitensi erano favorevoli alla Repubblica, così come i sovietici che avevano saldi contatti con i comunisti di Palmiro Togliatti, molti dei quali erano stati partigiani impegnati nella lotta contro la Repubblica Sociale del Duce, mentre i britannici erano propensi per Monarchia, un sistema che costituiva un sicuro baluardo contro l’ abisso proletario del Comunismo: questo voto era un’ occasione imperdibile per riuscire ad esercitare la massima influenza su di una nazione geograficamente centrale in Europa e nel Mar Mediterraneo, posta tra Occidente e Oriente, che fino a poco prima era stata nemica, evitando quindi l’ occupazione diretta servendosi della Democrazia Cristiana che annoverava sia repubblicani che monarchici, e che soprattutto era di orientamento anticomunista. Per contro, il Partito Comunista Italiano era composto da molti che credevano nel Bolscevismo sovietico e nel rovesciamento di un sistema reazionario ingiusto, quindi non vedevano di buon occhio i capitalisti d’ oltreoceano e i nobili d’ oltremanica, occhio destro e sinistro dell’ odiata borghesia che ai loro occhi sfruttava il popolo e il suo lavoro. La campagna elettorale avvenne in un clima di forte rancore e passione politica, accompagnati da pressioni e minacce più o meno occulte, e all’ orizzonte vi era l’ ombra delle formazioni partigiane arruolate dal Ministro dell’ Interno Giuseppe Romita come polizia ausiliaria, di cui nel novembre 1947, in un’ intervista concessa al giornale socialista Sempre avanti!, ammise apertamente l’ esistenza per influire sul voto: «Nel maggio 1946 io mi recai ad Alessandria ed a Genova per tenere una conferenza. Ma devo confessare ora di avere compiuto quel viaggio soprattutto e realmente per un motivo di cui pochissime persone furono a conoscenza allora. Il pretesto della conferenza doveva consentire al mio viaggio verso il nord di svolgersi senza suscitare sospetti. Il fatto è che avevo bisogno di conferire con il compagno Battisti, comandante per il Piemonte della Brigata Matteotti e con altri comandanti partigiani. Chiesi loro l’ affidamento che qualunque cosa fosse accaduta essi non si sarebbero mossi, avrebbero mantenuto intatte le loro forze per affluire là dove io avessi disposto, non appena giunto il mio ordine.».

Donne al voto;


Un grave difetto procedurale del voto fu l’ esclusione di circa tre milioni di italiani tra prigionieri di guerra non rimpatriati, residenti nelle colonie, gli abitanti di Trieste, di Gorizia, della provincia di Bolzano, i trecentomila profughi della Venezia-Giulia e della Dalmazia, con Fiume e Zara perché i partigiani comunisti di Tito occupavano il territorio, e i molti certificati elettorali mai ricevuti: i responsabili affermarono che questi concittadini avrebbero votato in seguito, ma così non fu. Le votazioni, a cui parteciparono 24.946.942 italiani, l’ 89.1% degli aventi diritto, si svolsero in buon ordine, in un regolare afflusso di elettori alle cabine, senza manifestazioni improvvisate, pressioni indebite e interventi delle forze di polizia temute da entrambe sia dai monarchici che dai repubblicani. Anzi, c’ era quasi un’ aria di festa sia per il bel sole che per la novità delle elezioni dopo vent’ anni di dittatura. Vi furono soltanto determinati disguidi in alcuni seggi, dovuti all’ inesperienza di presidenti e scrutatori, e alcune accese discussioni tra impetuosi rappresentanti di entrambe le liste.

Re Umberto II al voto;


Conclusa la tornata elettorale ebbe inizio la grande attesa, che agitò gli schieramenti in tutto il Paese e persino il governo a Roma, con i risultati che giungevano con lentezza, tra linee telefoniche e telegrafiche devastate dalla guerra. I risultati andavano conteggiati seggio per seggio con carta e matita: un lavoraccio che favoriva gli errori e forse anche gli imbrogli. Le schede furono inviate alla Sala della Lupa a Montecitorio dove iniziò lo spoglio in presenza della Corte di Cassazione, di ufficiali angloamericani e della stampa. Per primi giunsero i dati del Meridione, e il 4 giugno l’ Arma dei Carabinieri riferì a Papa Pio XII che la Monarchia era in vantaggio e il giorno dopo il Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi riferì a Re Umberto II, succeduto sul Trono il 9 maggio precedente al padre, Vittorio Emanuele III, che gli italiani avevano scelto la Monarchia. A conferma di ciò giunsero a Roma i rapporti dell’ Arma provenienti dai seggi che confermarono la vittoria della Monarchia. Nella notte tra il 5 e il 6 giugno i risultati si capovolsero bruscamente con i dati del Settentrione, che diedero netto vantaggio alla Repubblica: 12.717.923 contro 10.719.284 per la Monarchia. I voti dichiarati nulli furono 1.458.156. Le indiscrezioni sul netto e improvvisto mutamento alimentarono i sospetti diffusi circa voti di dubbia provenienza, tanto che si avanzò il sospetto di come il numero delle schede votate fosse ben superiore a quello dei possibili elettori.

Il 7 giugno, il giovane deputato liberale e monarchico Vincenzo Selvaggi presentò alla Corte di Cassazione un ricorso contro il risultato, basandosi sulla questione del quorum, la maggioranza necessaria: alla Cassazione infatti erano stati trasmessi solo il numero di voti validi, ma non quello degli elettori votanti, non si teneva conto cioè delle schede bianche e neppure di quelle scartate per errore di compilazione o altre ragioni. L’ articolo 2 del Decreto legislativo luogotenenziale del 16 marzo 1946, con cui Umberto, allora principe ereditario e Reggente in quanto Luogotenente Generale del Regno per disposizioni del padre ancora regnante, ordinava il funzionamento del referendum, diceva che la maggioranza doveva essere formata dalla metà più uno degli elettori votanti, perciò si dovevano calcolare anche le schede bianche e nulle: se il ricorso di Selvaggi avesse trovato accoglimento, il vantaggio della Repubblica sarebbe potuto scendere dai due milioni supposti a meno di cinquecentomila voti, forse appena duecentomila. Un dettaglio di fondamentale importanza che, oltre ai tre milioni di italiani esclusi, poneva un importante problema e la necessità di un secondo referendum. I liberali fecero proprio questo ricorso, e il Segretario generale degli Esteri Attilio Cattani presentò una mozione, firmata anche dal segretario del Partito Liberale Italiano, Giovanni Cassandro, per sapere se i voti in favore della Repubblica avessero effettivamente raggiunto il quorum. Il ricorso fu respinto dalla Cassazione il 18 giugno con dodici voti contrari e solo sette favorevoli, tra cui quello del magistrato Giuseppe Pagano, Presidente della stessa Cassazione, e del procuratore generale Massimo Pilotti: per maggioranza degli elettori votanti si doveva quindi intendere quella dei voti validi.

Si parlò apertamente di brogli, voce rimasta viva ancora oggi per quanto giuristi e storici negli anni l’ abbiano sempre bollata come una semplice leggenda, e si vociferò di un intervento dei servizi segreti statunitensi in favore Repubblica e di quelli britannici per la Monarchia, al fine di influire sul risultato, mentre le truppe jugoslave del maresciallo Tito si dichiararono a chiare note pronte a superare il confine nel caso in cui la Repubblica non avesse prevalso. Il 10 giugno la Corte di Cassazione proclamò i risultati, in favore della Repubblica. Il verbale si concludeva precisando che la Suprema Corte avrebbe diffuso in altra sede il parere sulle contestazioni presentate presso gli uffici delle varie circoscrizioni, nonché l’ esito definitivo del voto. Alla notizia che la Repubblica aveva prevalso, in molte città del Meridione, dove la Monarchia aveva raggiunto un risultato elevatissimo, scoppiarono proteste e tafferugli, il più noto dei quali fu la strage di via Medina, a Napoli, quando l’ 11 giugno un corteo monarchico cercò di assaltare la sede del Partito Comunista Italiano in via Medina per rimuovere una bandiera tricolore senza lo stemma sabaudo e la polizia aprì il fuoco uccidendo nove manifestanti e ferendone un centinaio.

La notte del 12 giugno il governo si riunì su convocazione di De Gasperi, e stabilì che, a seguito della proclamazione dei risultati provvisori del 10 giugno, si era creato un regime transitorio e di conseguenza le funzioni di capo provvisorio dello Stato passavano con effetto immediato al Presidente del Consiglio, in esecuzione del Decreto luogotenenziale 16 marzo 1946. Volendo placare gli animi in un Paese sull’ orlo della guerra civile, contrariato per i numerosi sospetti di brogli e deluso al pensiero che non era stato rispettato il Decreto luogotenenziale, il 13 giugno Re Umberto partì per il Portogallo, ove visse in un esilio sancito ufficialmente ed esteso non solo agli ex Re d’ Italia ma anche alle loro consorti e ai loro discendenti maschi dalla XIII Disposizione transitoria della Costituzione della Repubblica, approvata il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1948, una transitorietà che, curiosamente, sarebbe durata ben cinquantasette anni, fino all’ abrogazione avvenuta il 23 ottobre 2002: la partenza del Sovrano, che però mai abdicò, fu un grande gesto di pacificazione nazionale, con cui antepose l’ interesse dell’ Italia a quello della Casa Reale di cui era a capo, e che venne apertamente riconosciuto da tutti, anche da esponenti politici convintamente antimonarchici. Nei mesi seguenti, in diverse zone d’ Italia vennero ritrovati sacchi contenenti schede elettorali votate, come riferito ad esempio dal sacerdote gesuita Giuseppe Brunetta che narrò di come nelle cantine del Quirinale avesse visto molte casse contenenti schede mai aperte, o dal brigadiere Tommaso Beltotto, che negli scantinati del Ministero degli Interni rinvenne pacchi di fogli con la croce per la Repubblica, ma ormai la partita referendaria era chiusa: con il pronunciamento della Cassazione la Repubblica era ufficializzata e con l’ ulteriore sostegno dell’ Articolo 139 della Costituzione non sarebbe stato più possibile confutarla: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.». In altre parole, la Repubblica è uno Stato di fatto, non importa se di diritto o no.

Una nota immagine dei militari Usa;


Oggi, a ben vedere, bisogna riconoscere che le contestazioni sollevate immediatamente dai monarchici ebbero un certo fondamento. Innanzitutto la data scelta per il Referendum era sbagliata, perché una larga parte degli italiani non era in condizione di votare: a chi sarebbero andati i voti dei tre milioni di italiani esclusi? E non si può negare nemmeno che lo spoglio delle schede avvenne con superficialità tra presidenti di seggio confusionari e impreparati che fecero migliaia di errori, caos negli scrutini condotti da personale inesperto che neppure conosceva la legge elettorale, calcoli eseguiti alla buona, voti dispersi o annullati erroneamente, pacchi di schede non arrivati a destinazione. Come commentò Silvio Bertoldi, giornalista e saggista che studiò a fondo la questione: «Nessuno, a posteriori, può onestamente negare che la Monarchia abbia giocato quella partita in condizioni di inferiorità.».


Forse non si saprà mai quale fu l’ esito reale del Referendum, ma ciò che si può dire è che in quei giorni l’ Italia era dilaniata al suo interno dalle correnti e occupata dai vincitori della recente guerra, gli angloamericani nemici del Nazifascismo, che le fomentavano l’ una contro l’ altra volendo evitare l’ eventualità che il Paese potesse rialzare la testa anche con un sistema democratico, abbastanza forte da rappresentare la maggioranza e dettare le proprie condizioni senza nulla dovere a nessuno: dìvide et ìmpera, come si suol dire. Era lo scenario peggiore in cui votare: se la gente voleva voltare pagina e riprendere a vivere, stanca di penose dittature e guerre, Washington, Londra e Mosca fremevano per imporsi sulla scena mondiale ridefinendo gli equilibri del potere sconvolti al passaggio del Terzo Reich. E il referendum tra Monarchia e Repubblica in Italia, Paese strategico perché centrale geograficamente, nel bel mezzo tra il Blocco occidentale e quello orientale, era di per sé un’ occasione irripetibile per influenzarla come si conveniva: l’ ipotesi dei brogli, condotti dagli agenti segreti angloamericani servendosi di politici e agenti italiani e coperti da una conduzione gestita in maniera incerta e a volte decisamente pasticciata, non pare da scartare a priori. Se poi si considera che tra il 1948 e il 1951 Roma ricevette 1.204 milioni di dollari derivanti dal Piano Marshall, mentre il 4 aprile 1949 aderì al Patto Atlantico, sorge spontaneo il sospetto che i brogli tornarono particolarmente utili agli Stati Uniti per insediare una classe dirigente collaborazionista, cosa che con un Re legittimamente seduto sul trono sarebbe stata più difficile…

mercoledì 28 maggio 2025

Chiusi a chiave


La recente morte di Papa Francesco e la conseguente elezione di Papa Leone XIV hanno portato alla discussione del conclave, il voto da parte dei cardinali del nuovo Santo Padre alla guida della Chiesa cattolica. E’ una tra le più importanti e affascinanti procedure delle istituzioni pontificie, vista con particolare curiosità a causa dell’ alone di mistero che la avvolge, alimentandone la misticità. In esso, ogni forma di influenza esterna è vietata: nessuno può proporre candidati, promettere voti o stringere accordi prima o durante il suo corso, così come sono proibiti i patti in cui i cardinali si impegnano ad agire in un certo modo nel caso vengano eletti. Qualsiasi tentativo da parte di governi, gruppi di potere o singole persone di condizionare l’ elezione è considerato una grave interferenza e comporta la scomunica, e non esistono statistiche ufficiali sul numero di voti con cui sono stati eletti in passato i pontefici, solo determinate indiscrezioni.

Ogni volta che si deve identificare il successore di San Pietro, primo Papa scelto personalmente da Cristo secondo la tradizione cattolica, una vasta folla di fedeli provenienti da tutto il mondo si raduna in Piazza San Pietro per assistere alla fatidica fumata bianca, indice dell’ avvenuto responso da parte dell’ assemblea dei cardinali votanti. Nei giorni della sede vacante, gli alti dignitari del Vaticano affermano che il conclave sarà animato dallo Spirito Santo, che sceglierà per mezzo dei cardinali «un saggio, un santo, una persona che guiderà il popolo di Dio lungo la via della fede e della misericordia». Tuttavia, poiché la Chiesa cattolica è un’ istituzione millenaria e diffusa in tutto il mondo, e che peraltro ha avuto per tanti secoli un suo regno che ricopriva una vasta zona della penisola italiana su cui ha esercitato un forte potere politico, che tuttora vanta sia sul moderno Stato italiano che su altri, europei e non, è evidente che la realtà del conclave sia ben più complessa e meno romantica: la scelta di un Papa è qualcosa che richiede un’ attenzione del tutto particolare, una mossa fermamente condizionata dalla realtà del momento della Chiesa, che tiene conto della provenienza dei singoli cardinali elettori e papabili, delle varie interpretazioni a cui il Cattolicesimo è soggetto e dello scenario diplomatico internazionale…


Il conclave, dal latino cum clave, ossia «chiusi a chiave», avviene a porte chiuse nella Cappella Sistina secondo un preciso cerimoniale, ed è preceduto da rituali secolari, dei quali il mondo esterno vede soprattutto la fumata dal comignolo, nera o bianca. Prima che inizi, sono previsti alcuni passaggi e formule liturgiche, codificati nelle varie norme stabilite dai Papi che si sono avvicendati nel corso della storia, uno dei quali è il passaggio di consegne tra le varie sezioni della Segreteria di Stato e il Camerlengo, che ha la responsabilità di gestire gli affari correnti in sede vacante, il periodo di assenza del Papa. Tra i rituali simbolici fondamentali che il Camerlengo deve officiare nel periodo precedente al conclave ci sono la distruzione dell’ Anello del Pescatore, di cui ogni Papa è dotato e che raffigura San Pietro mentre getta una rete in qualità di «pescatore di uomini», e del Sigillo di Piombo, usato nei documenti più importanti per rappresentare i fondatori della Chiesa di Roma, gli apostoli Pietro e Paolo, con il nome del Papa che emana la bolla scritto nel retro. Un altro importante incarico del Camerlengo consiste nella chiusura delle stanze papali tramite appositi sigilli, per tenere al sicuro i documenti presenti fino a quando il nuovo Papa non prenderà possesso delle stanze. Il conclave inizia tra i quindici e i venti giorni dall’ inizio della sede vacante, ma anche prima se sono presenti in Vaticano tutti i cardinali votanti. Non tutto il collegio cardinalizio, cioè l’ insieme dei cardinali della Chiesa cattolica, può partecipare al conclave, ma solo gli elettori, che hanno meno di ottant’ anni, in ottemperanza ad una decisione presa da Paolo VI nel 1970. Secondo la tradizione, il Papa è sempre scelto tra i cardinali, benché nulla impedisca di nominare un sacerdote o persino un laico purché uomo, battezzato e celibe, condizioni che valgono anche per la nomina a vescovo. Nel giorno prefissato, il conclave comincia formalmente al mattino con una messa concelebrata da tutti i cardinali elettori nella Basilica di San Pietro. Nel pomeriggio, gli stessi cardinali si riuniscono nel Palazzo Apostolico, nella Cappella Paolina, per cominciare insieme ad altri prelati una processione verso la Cappella Sistina intonando le Litanie dei Santi, preghiere che fanno parte della tradizione cristiana da molti secoli.

Tutte le operazioni di voto vengono svolte nella Cappella Sistina, che al momento del conclave è chiusa al pubblico già da diversi giorni e che deve essere già stata bonificata per eliminare qualsiasi strumento di comunicazione con l’ esterno, con i banchi per i cardinali elettori e la grande stufa in cui saranno bruciati i fogli dopo ogni votazione già montati. Il conclave è presieduto dal Decano del collegio cardinalizio, e dopo il lungo giuramento che pronuncia chiamando i cardinali a rispettare i vincoli della Costituzione apostolica, il Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie pronuncia la frase latina extra omnes, «fuori tutti»: è il momento in cui tutte le persone che non hanno titolo per votare devono uscire dalla Sistina. Anche il personale ammesso negli ambienti del Conclave, come cerimonieri, religiosi, medici e addetti ai servizi, deve restare all’ interno delle aree riservate e viene scelto e approvato in anticipo. Tutti devono prestare un giuramento solenne di assoluto segreto su tutto ciò che riguarda lo svolgimento dell’ elezione, in particolare i voti e gli scrutini. Violare questo segreto comporta la scomunica automatica, che non richiede una dichiarazione ufficiale.

Dal 1996, con la riforma costituzionale di Papa Giovanni Paolo II, l’ elezione del Santo Padre può avvenire soltanto tramite scrutinio, cioè con il voto, ed è segreto: per procedere all’ elezione servono i due terzi dei voti dei presenti. In passato, benché fossero casi molto rari, erano possibili anche l’ elezione per acclamazione e quella per compromissum, attraverso cioè un ristretto gruppo di cardinali delegati in caso di ostacolo.


Durante il conclave sono tradizionalmente previste quattro votazioni al giorno, due la mattina e due il pomeriggio. Il primo giorno si tiene una sola votazione, di pomeriggio, dopo le altre cerimonie. Prima di ogni votazione vengono scelti tre scrutatori, tre revisori e tre incaricati di raccogliere le schede con i voti espressi da eventuali cardinali infermi presso la residenza Santa Marta, l’ edificio alberghiero che ospita i cardinali per tutto il periodo del conclave, nel cuore del Vaticano. Su una scheda che riceve prima di ogni votazione, ciascun cardinale scrive il nome della persona che vuole fare diventare Papa, nello spazio sotto la scritta latina Eligo in Summum Pontificem. Dopo ogni votazione, gli scrutatori contano le schede per verificare che il numero coincida con quello dei cardinali elettori: se non è così, tutte le schede vengono bruciate senza spoglio. Se il numero coincide, si procede allo spoglio: due scrutatori leggono il nome su ogni scheda, e il terzo lo legge a voce alta e fora la scheda per farci passare un filo attraverso, in modo da formare una specie di collana. Se il quorum non viene raggiunto si procede subito a una seconda votazione, che sia di mattina o di pomeriggio, senza ripetere il giuramento e mantenendo gli stessi scrutatori e revisori. Se il quorum viene raggiunto, l’ elezione del nuovo Papa è ritenuta valida. Sia in un caso che nell’ altro, tutte le schede e gli altri documenti prodotti durante le votazioni vengono bruciati nella stufa montata all’ interno della Sistina.

Data l’ assenza di comunicazioni con l’ esterno della Cappella, il colore del fumo che esce dal comignolo collocato sul tetto è il primo segno dell’ esito delle votazioni dei cardinali. Se questi non hanno ancora eletto il Papa, i documenti vengono bruciati insieme a una sostanza che genera una fumata nera. Se invece è stato eletto, la fumata è bianca. Le schede sono bruciate ogni due votazioni, e ci sono quindi due fumate al giorno: una alla fine della mattina, intorno a mezzogiorno, e una nel tardo pomeriggio, intorno alle 19:00. Possono però arrivare prima, a metà mattina o a metà pomeriggio, nel caso in cui si arrivi all’elezione del papa con la prima votazione. Se l’ elezione non avviene entro il trentaquattresimo scrutinio, quindi dopo nove giorni, si procede al ballottaggio tra i due cardinali che hanno ricevuto più consensi nello scrutinio precedente.


Quando finisce uno scrutinio in cui un papabile supera i due terzi dei voti, il Decano o il primo dei cardinali per ordine e anzianità chiede al neoeletto se accetta l’ elezione e quale nome pontificale ha scelto. Dopo l’ accettazione e la scelta del nome, i cardinali si avvicinano a lui per promettergli obbedienza. Solo a quel punto tutte le schede vengono bruciate con l’ aggiunta di paglia umida e altre sostanze, con il fumo che diventa bianco per segnalare l’ avvenuta elezione.

Indossati i paramenti bianchi nella sacrestia della Sistina, il nuovo Papa rientra poi in Cappella per una breve cerimonia con i cardinali. Il conclave si conclude dopo che viene intonato il Te Deum e tutti escono dalla Sistina. Dopo l’ elezione, il Santo Padre si presenta in pubblico affacciandosi alla grande finestra della loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro, preceduto dal cardinale protodiacono che annuncia ai fedeli: «Annuntio vobis gaudium magnum: habemus papam!», «Vi annuncio una grande gioia: abbiamo il papa!».


Dietro la facciata solenne e spirituale, il Conclave sembra un partito politico, tra correnti e temi divisivi. I cardinali che scelgono il nuovo Papa si dividono in varie correnti e l’ esito del voto dipende da dinamiche interne alla Santa Sede, spesso imprevedibili. Come avviene nei partiti, anche nel conclave esistono varie correnti, che esprimono visioni diverse sul futuro della Chiesa cattolica. Sulla base di alcuni indizi, è comunque sempre possibile intuire quali orientamenti potrebbero prevalere nella scelta del Papa futuro. Il potere di nominare i cardinali spetta allo stesso pontefice: l’ assoluta discrezionalità con cui può effettuare le nomine permette al pontefice in carica di influenzare, in parte, l’ esito del conclave che eleggerà il suo successore. In termini «partitici», li si potrebbe paragonare a un collegio di grandi elettori scelti in larga parte dal segretario uscente, chiamati ora a decidere la linea futura del movimento. Ma i numeri da soli non bastano a prevedere l’ esito di un conclave: per interpretarne le dinamiche, alcuni osservatori preferiscono distinguere tra chi vuole proseguire il cammino avviato dal Papa defunto e chi intende segnare una discontinuità.

Al di là delle provenienze geografiche, le differenze principali riguardano la visione futura della Chiesa cattolica: guidarla, infatti, significa fare scelte di campo su una serie di temi, politici e non. In questi anni, la Santa Sede si è molto interrogata, per esempio, sulla possibile apertura delle donne al diaconato, al sacerdozio e all’ episcopato, sulla benedizione delle coppie omosessuali, e sulla possibilità di rendere facoltativo il celibato dei sacerdoti. Oltre agli affari interni, la Chiesa dibatte anche sul suo posizionamento circa i temi più politici, come la lotta ai cambiamenti climatici e i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, dove vivono milioni di fedeli cristiani nonostante lo Stato sia ufficialmente ateo. Quando si elegge un Papa bisogna tenere conto della situazione politica internazionale, e in questi anni in particolare dell’ avanzata del conservatorismo di Destra in tante parti dell’ Occidente.


Come in un partito alla vigilia di un congresso, il dibattito sui «temi di programma» misura il peso delle varie correnti, ma a differenza di qualunque altro congresso politico, nessuno dei cardinali presenta mai una candidatura ufficiale né un programma formale: la regola stabilisce che lo Spirito Santo ispiri la scelta e il silenzio sostituisce la campagna elettorale. Come funziona quindi la «legge elettorale» per nominare il nuovo Papa? I cardinali votanti, e quindi votabili, si limitano a dire: «Io non sono degno.». Quando iniziano gli incontri informali per discutere l’ argomento, il cardinale a cui viene espressa la preferenza ringrazia ma declina l’ offerta facendo il nome di un altro papabile, preferibilmente fornendo una motivazione e frattanto lasciando intendere la propria visione personale, contando di ottenere la riconoscenza sua e di coloro che lo appoggiano: è tutto un gioco di sottigliezze e formalità.


L’ elezione di un Papa è l’ evento più complesso e importante nel panorama della Chiesa cattolica, reso affascinante tanto dal segreto a cui è soggetto quanto dall’ atmosfera di misticismo derivante dalle sacre scritture cristiane. Ne è un esempio il versetto del Vangelo di Matteo 16,18-19: «E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.». E nello stesso Vangelo, il versetto 28,20 narra del grande mandato che Gesù trasmette agli apostoli di cui il Papa è ritenuto successore ed erede: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.».

Tuttavia, occorre comprendere che un conclave è un evento che nel suo rigido isolamento cela implicazioni storiche e politiche, culturali e sociali non da poco, frutto di discussioni tra i cardinali elettori che si concentrano su temi decisivi come la gestione delle sfide interne alla Chiesa, il dialogo con le altre religioni, la giustizia sociale e la riforma della Curia. Le alleanze tra i cardinali sono determinanti per l’ esito dell’ elezione, con possibili compromessi tra le diverse fazioni. La presenza di molti cardinali provenienti da regioni lontane da Roma può portare a una maggiore influenza delle realtà locali nella scelta del nuovo Papa. Rappresenta un momento di transizione per la Chiesa cattolica, chiamata a scegliere una nuova guida in un contesto di cambiamento e sfide mondiali. La composizione internazionale del collegio cardinalizio e le diverse sensibilità in gioco rendono l’ esito del voto sempre imprevedibile. Un’ ovvietà tipica del mondo umano, che la Chiesa occulta abilmente citando le vie misteriose dello Spirito Santo, che nella sua indubitabile provvidenza indicherà una figura che possa unire le diverse anime del Cattolicesimo e guidare la Chiesa nel futuro con saggezza e compassione.

domenica 27 aprile 2025

La morte di Papa Francesco e l’ ostentazione della sua sofferenza

Le spoglie mortali di Papa Francesco;


Alle 7:35 del 21 aprile 2025, Papa Francesco è morto dopo due mesi di malattia, ed è stato sepolto nel corso di un funerale imponente e riferito con profondo coinvolgimento dai mezzi di comunicazione di massa. Dal giorno della sua morte sono state decantate con una certa enfasi le sue virtù di grande saggezza e semplicità, di affabilità e apertura a tutto e tutti, senza esclusivismi, con la macchina mediatica vaticana impegnata con tanti elogi nel presentarlo sotto una luce di santità. Tuttavia, da non credente e quindi da persona lontana dagli ambienti clericali, credo che sia doverosa fare un’ osservazione che a molti papisti potrà non piacere.

Papa Francesco il giorno di Pasqua;


Il Sommo Pontefice della Chiesa cattolica è un simbolo sia religioso che politico, il rappresentante di Gesù Cristo nel mondo terreno ed erede di San Pietro in virtù del principio della successione apostolica, come scritto nel Vangelo di Matteo 16,13-20: «Ed io altresì ti dico, che tu sei Pietro, e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa e le porte dell’ inferno non la potranno vincere.». E’ una figura spirituale considerata infallibile, secondo il dogma definito nel 1870, durante il Concilio Vaticano I, per volere di Papa Pio IX su prevalente ispirazione dei Gesuiti in base a quanto riferito nei testi di Matteo, Giovanni e Luca, in cui Gesù stesso diede a Pietro il potere di «legare e sciogliere», il compito di «pascere i suoi agnelli» e il ruolo di «confermatore dei suoi fratelli» nella fede. Ogni cosa che il Papa comunica e fa viene evidenziata con attenzione affinché il credente abbia prova oltre ogni dubbio che lo Spirito Santo agisce per mezzo di lui in conferma della parola di Cristo, e perfino la sua malattia viene molto enfatizzata e mostrata il più possibile al mondo, nella convinzione che, in quanto rappresentante di Cristo sulla Terra sia più vicino a lui anche e soprattutto nel dolore, manifestazione evidente di umanità.

Papa Francesco, malato prima e morente poi, è stato ampiamente esibito dai dignitari vaticani al mondo in un triste spettacolo iniziato durante il suo ricovero al Policlinico Gemelli di Roma, iniziato il 14 febbraio 2025. Una volta dimesso il successivo 23 marzo e trasferito alla residenza di Santa Marta, dove avrebbe dovuto trascorrere due mesi di assoluto riposo con assistenza sanitaria ventiquattr’ ore su ventiquattro, i sacerdoti che controllano l’ istituzione del Papa gli hanno permesso di riprendere alcune attività, e lo hanno sfoggiato appena possibile in udienze e riti liturgici vari poiché come Santo Padre aveva un dovere da compiere, non essendo una persona normale. Perfino il giorno Pasqua, il 20 aprile, a ormai un giorno dalla morte, è apparso dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro per rivolgere un appello alla pace, venendo poi trasportato in papamobile in Piazza San Pietro per un bagno di folla e, infine, ricevere il Vicepresidente degli Stati Uniti d’ America, J. D. Vance. Non gli è stata consentita una morte serena come era nel suo diritto di essere umano, e mentre le sue spoglie mortali erano ancora calde i cardinali già iniziavano a muoversi per la successione. Si sa, morto un Papa se ne fa un altro…

L’ incontro con J. D. Vance;


In un’ intervista al quotidiano spagnolo Abc avvenuta nel 2022, alla domanda su cosa succede se un Pontefice diviene improvvisamente invalido per problemi di salute o per incidente, Papa Francesco rispose di aver già firmato le proprie dimissioni, per la precisione al tempo del suo insediamento, quando il Cardinale Tarcisio Bertone era ancora Segretario di Stato vaticano: «Le firmai e gli dissi: ‘In caso di impedimento per motivi medici o che so, ecco le mie dimissioni. Ce le avete già. Non so a chi le abbia date il Cardinal Bertone, ma gliele ho date io quando era Segretario di Stato.». E in tono più scherzoso aggiunse: «E’ la prima volta che lo dico. Ora qualcuno andrà a chiederlo a Bertone: ‘Dammi il pezzo di carta!’. Probabilmente lo consegnò al Cardinale Pietro Parolin, nuovo Segretario di Stato.».

Il Santo Padre, quindi, aveva a sua volta preso in considerazione l’ idea della rinuncia papale analogamente al suo immediato predecessore, Benedetto XVI, che il 28 febbraio 2013 aveva stupito il mondo annunciando la propria intenzione di ritirarsi. Tuttavia, il Sommo Pontefice è morto in carica, secondo le convenzioni della Chiesa. Evidentemente, durante la degenza di trentanove in ospedale, non gli è stato permesso di tener fede alla propria parola: sarebbe stato il secondo Papa consecutivo a ritirarsi, troppo per il Vaticano che ancora non aveva dimenticato per vari motivi il passo indietro di Papa Benedetto. Ciò spiegherebbe il motivo per cui durante il ricovero si è tenuto un certo riserbo sulle sue condizioni, un silenzio che ha alimentato dubbi e sospetti sulle sue reali condizioni e i maneggi politici interni alla Santa Sede, tanto da sospingere gli alti dignitari pontifici a trasmettere una registrazione della sua voce affaticata e a pubblicare una fotografia in cui, solo e affaticato, si trova in contemplazione nella cappella ospedaliera.

Una volta dimesso e tornato in Vaticano con la raccomandazione di trascorrere una rigorosa convalescenza, i vertici della Chiesa lo hanno esibito a varie fasi, in nome del dovere. Essere Papa è un impegno continuo, per quanto pesante, si è a capo di un’ istituzione millenaria con regole severe e costanti, si deve fare il possibile anche quando non si sta bene ed è buono e giusto essere esemplari anche nella morte, affinché i cristiani abbiano conferma di ciò che Dio si aspetta da chi agisce e insegna nel suo nome.

Papa Francesco sulla papamobile, a Pasqua;


E ora che Francesco è passato ad altra vita, i cardinali sfilano come divi a passo svelto con le loro stoffe preziose e gli zucchetti, ripetendo una precisa litania: «Non toccherà a me.» Ma ovviamente in cuor loro molti ci sperano eccome, con qualcuno che pronostica: «Sarà lungo, perché tra noi ci conosciamo poco.». Sono agghindati con i loro pesanti crocifissi, l’ abito talare rosso porpora, ma anche, come quelli più sciolti fanno, in vestiti neri di stoffe preziose, le giacche ben tagliate con le asole ricamate, i bottoni di vero corno, segno dell’ opera di sarti di alta professionalità. Un vezzo che di certo non appartiene al Cardinale e Arcivescovo Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e tra i pochissimi ad avere un’ autentica aria da ministro del culto.

Ai posteri l’ ardua sentenza, come direbbe il magnifico Alessandro Manzoni. Solo Madame Storia ci dirà se tra questi cardinali davvero verrà identificato un degno erede di Papa Francesco, capace come lui di comunicare in modo semplice e addirittura simpatico il messaggio complesso della cristianità e di rivolgersi ai poveri e ai perdenti: intanto, però, le Loro Eminenze sono entrate in Piazza San Pietro, alcuni provenienti da Porta Sant’ Anna dove hanno prudentemente lasciato Mercedes e autista, lanciando occhiate soprappensiero ai fedeli ancora in coda per raggiungere la Basilica e inginocchiarsi davanti al feretro del defunto Francesco, per poi defilarsi a passi lesti sotto l’ Arco delle Campane o dietro porte misteriose, dentro corridoi in penombra, con odore d’ incenso e di quel certo potere curiale, nella fretta di esibirsi nel grandioso e atteso evento del Conclave. In questo modo sono stati inseguiti dai fotografi e dai cineoperatori, blanditi e riveriti, con chi abbassava la testa e tirava diritto, come il Cardinale Raymond Leo Burke, che si faceva portare il mantello dai chierichetti e, certe volte, quando gli veniva lo sghiribizzo, andava in giro con un cappello a tesa larga che, al confronto, rendeva il fu Benedetto XVI con le sue scarpette rosse piuttosto sobrio. Ma vi era pure chi si fermava, come il Cardinale Gianfranco Ravasi, davanti al microfono di SkyTg24, con una certa arguzia: «Il testamento di Francesco? Semplice, come la sua esistenza.». E, a proposito di semplicità, in questi giorni la corrispondente della televisione giapponese è andata a cercare il Cardinale Tarcisio Bertone, che attualmente vive in un attico di cinquecento metri quadrati, putti alle pareti e lampadari sempre accesi come a Château de Versailles, lo sfarzo più assoluto racchiuso in storie memorabili, come quella della sua festa di compleanno, quando organizzò una strepitosa tartufata vuotando bottiglie di Barolo, perché siccome è di origini piemontesi, gli piaceva celebrare con la tavola imbandita di cose buone della sua terra.

Cardinali in preparazione per il Conclave;


Questi principi della Chiesa, maestosi e distaccati, distinti e non propensi a mischiarsi con la gente comune, così distanti dalla semplicità e dall’ apertura di Francesco, stanno arrivando da tutto il mondo. Quelli destinati a riunirsi per decidere il nome del nuovo erede di Pietro sarebbero centotrentacinque, ma due hanno abbandonato per ragioni di salute. Chi li incontra, e ha un po’ di confidenza, riuscendo a farli parlare, riceve risposte nette: «Escluso, non toccherà a me.». E su tutto questo vi è il giallo del Cardinale Angelo Becciu, che due lettere scritte di pugno da Papa Francesco e siglate con la sua lettera, la F, lo escluderebbero dal Conclave, per quanto lui affermi: «Mi disse che potevo partecipare, saranno i miei confratelli cardinali a decidere.».

Ombre lunghe sul Vaticano...


Chiunque venga scelto per sedere sul soglio di Pietro, prima di rispondere positivamente alla domanda: «Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem?», rifletta con attenzione di averne la forza caratteriale e l’ intelligenza necessarie. Quella di Santo Padre è infatti una posizione pesante e continua, molto impegnativa, scandita da valori e tradizioni molto rigidi nonché da aspettative che non consentono molto scampo. Non consente tanto spesso di agire di propria iniziativa, perché la parola di Dio e soprattutto la fede in essa hanno un forte peso. E, soprattutto, speri di godere di una lunga e sufficiente salute, oltre che di una morte rapida e serena, onde evitare di essere sballottato per scuse dottrinarie a conferma del principio tipicamente cristiano della sofferenza come anticamera del Paradiso. Forse, se le cose dipendessero unicamente dallo Spirito Santo sarebbero ben più facili. Di sicuro, il fatto che un essere umano ormai in punto di morte venga trascinato in pubblico in ottemperanza alle proprie funzioni perché è il Papa in carica dai membri di un’ istituzione religiosa, come la Chiesa cattolica, che parla di sacralità della vita, impone una seria riflessione su quanto essa stessa abbia dimenticato o addirittura non capito la lezione che trasmette al mondo…

sabato 26 aprile 2025

La Bibbia tra Rivelazione divina e analisi archeologica

Rotolo della Bibbia ebraica;


I testi sacri delle varie religioni rappresentano, data la loro complessità e vastità, una particolare sfida a livello scientifico, ma anche una preziosa testimonianza relativa al panorama storico e culturale delle varie civiltà antiche che li trascrissero. Per migliaia di anni sono stati considerati libri di storia esatti e indubitabili, che gli ordini sacerdotali insegnavano di generazione in generazione e permettevano di capire alla gente comune, tramandando il ricordo dell’ origine del mondo e la comprensione della rivelazione della verità divina così che il popolo si attenesse il più diligentemente possibile ad un comportamento virtuoso e onorasse le divinità esercitando correttamente la liturgia.

Con l’ avvento della Rivoluzione scientifica nel Cinquecento, tuttavia, si innescò un profondo mutamento culturale con la formazione di un nuovo tipo di sapere, e quindi di mentalità, che necessitava del continuo controllo dell’ esperienza, richiedeva un differente tipo di dotto in confronto al tradizionale erudito medievale formatosi con i testi antichi, che quindi non fosse mago, astrologo o sacerdote ma scienziato sperimentale, che con l’ osservazione e la deduzione fondesse la teoria con la tecnica, convalidando un’ ipotesi con un esperimento che necessitasse di prove evidenti. La rivoluzione culturale suscitata da quella scientifica fu ampia e di vasta portata, e toccò anche la religione e la filosofia. Nell’ Europa cristiana ebbe luogo un confronto molto teso tra la nuova scienza e la Chiesa cattolica, secondo la quale tutto ciò che l’ uomo dovesse sapere fosse già riferito nella Bibbia, infallibile perché parola di Dio, e la fede non avesse bisogno di conferme. Ma tale rivoluzione, nonostante le indagini e i processi per eresia portati avanti dai tribunali dell’ istituzione ecclesiastica dell’ Inquisizione, sostenitrice del dogma dell’ infallibilità biblica, non si arrestò, anzi rafforzò l’ evoluzione dell’ Umanesimo, movimento culturale sviluppatosi in Italia nel Quattrocento su ispirazione di autori trecenteschi quali Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, volto alla riscoperta dei classici latini e greci nella loro storicità e non più nella loro interpretazione allegorica, inserendo quindi anche conoscenze e usanze dell’ antichità nella quotidianità tramite le quali poter avviare una «rinascita» della cultura europea dopo i cosiddetti «secoli bui» del Medioevo, cosa che si compì con più forza nel Rinascimento. L’ Umanesimo portò alle prime indagini e comparazioni tra i diversi credi religiosi, e allo sviluppo della disciplina della storia delle religioni, che indaga il tema delle religioni secondo il procedimento storico ovvero avvalendosi delle documentazioni storiche, archeologiche, filologiche, ma anche di ambito etnologico, antropologico, ermeneutico ed esegetico.

Oggi, grazie a questi preziosi studi, i testi sacri sono considerati dottrinari e culturali ma non storici, importanti fonti antiche dalle cui pagine è possibile dedurre la mentalità dei popoli nelle varie epoche in cui sorsero. E la Bibbia, il libro sacro di ebrei e cristiani, rappresenta qualcosa di unico per la vasta e dettagliata narrazione delle origini del mondo e del popolo eletto, nonché della rivelazione divina svelata per mezzo dei patriarchi, dei profeti e di Gesù Cristo.

 

Il dibattito sulla storicità della Bibbia, e quindi la sua infallibilità in tutto ciò che afferma, è tuttora in corso. Da una parte vede coinvolgi gli scienziati, tra archeologi, storici e filologi, e dall’ altra gli esponenti di alcune denominazioni cristiane, protestanti fondamentaliste e restaurazioniste, come i cristadelfiani, e i testimoni di Geova, che citano la seconda lettera di San Paolo a Timoteo: «Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’ uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.». Altre scuole, come i cattolici, gli ortodossi e i protestanti storici come luterani, calvinisti e anglicani, hanno invece una posizione più moderata, affermando che la Bibbia sia ispirata da Dio e infallibile in materia di fede e morale, ma non necessariamente esente da errori nelle sue parti storiche e scientifiche. A questo proposito il Concilio Vaticano II afferma che la Bibbia riferisce «senza errori la verità che si riferisce alla nostra salvezza», parole molto simili a quelle pronunciate tre da Galileo, secondo cui la Bibbia ha solo lo scopo di insegnare agli uomini le verità «che sono necessarie per la salute loro», e anche a quanto affermato da Origene: «Noi sappiamo che la Scrittura non è stata redatta per raccontarci le storie antiche, ma per la nostra istruzione salvifica.». Lo stesso Concilio Vaticano II, inoltre, afferma che la corretta interpretazione richiede di tenere in conto il genere letterario del testo biblico e il contesto storico culturale dell’ agiografo, ragion per cui anche per quanto riguarda affermazioni con un implicito significato etico occorre distinguere nella sacra scrittura la parola di Dio dal contributo degli scrittori sacri «veri autori nel possesso delle loro facoltà e capacità».

 

Il professor Alessandro Barbero;

La posizione degli scienziati in materia di racconto storico è invece, per ovvie ragioni, ben più scettica. Innanzitutto, da un punto di vista filologico, occorre tenere presente quando la Bibbia venne scritta, e quindi di quanto risenta dell’ influenza della tradizione orale precedente. Il teologo britannico Martyn Percy disse che la Bibbia «non ci è arrivata per fax dal cielo», e il romanziere statunitense Dan Brown aggiunse che è un prodotto dell’ uomo, non di Dio, non caduta magicamente dalle nuvole: «L’ uomo l’ ha creata come memoria storica di tempi tumultuosi ed è passata attraverso innumerevoli traduzioni, aggiunte e revisioni. Nella storia non c’ è mai stata una versione finale del libro.». Infatti, la Chiesa cattolica sancì ufficialmente il canone biblico soltanto nel Concilio di Trento del 1546, in opposizione alla Riforma protestante innescata da Martin Lutero. Una lettura critica del testo biblico richiede consapevolezza di quando fu scritto, da chi e per quale scopo: per esempio, molti accademici concorderebbero sul fatto che la Tōrāh, o Pentateuco, l’ insieme dei primi cinque libri della Bibbia, ossia Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, fu messa per iscritto poco dopo il VI secolo prima di Cristo, ma non vi è certezza sul periodo preciso. Le date considerate vanno dal XV al VI secolo prima di Cristo. Un’ ipotesi abbastanza condivisa la collega al regno di Giosia, nel VII secolo prima di Cristo. In questa ipotesi, i presunti eventi dell’ Esodo si sarebbero svolti secoli prima della loro narrazione. Gli studiosi sono divisi principalmente in due scuole, ossia i minimalisti e i massimalisti: secondo i minimalisti, la Bibbia è un’ opera principalmente teologica e apologetica, e tutti i racconti che contiene hanno carattere eziologico, ideati su di una base storica fittizia ricostruita secoli dopo, durante e dopo l’ esilio babilonese, e che possiedano al massimo pochi frammenti di ricordo storico genuino, solo quei punti di cui si trova un riscontro nelle scoperte archeologiche. I racconti sui patriarchi biblici sarebbero di fantasia, e gli stessi patriarchi mere figure leggendarie con cui descrivere realtà storiche successive. Inoltre, le dodici tribù di Israele sarebbero una costruzione successiva, le storie dei re Saul e Davide modellate su posteriori esempi irano-ellenistici e non vi sarebbe prova archeologica dell’ esistenza del regno unito d’ Israele, che secondo la Bibbia avrebbe permesso a Davide e Salomone di dominare un impero esteso dall’ Eufrate ad Eilat. I massimalisti, invece, affermano che i resoconti dell’ Antico Testamento, soprattutto quelli dell’ epoca della monarchia davidica, si devono considerare ampiamente storici.

E’ interessante notare quanto gli studi archeologici condotti negli ultimi decenni in Israele, non abbiano dato conferma degli eventi fondamentali descritti nella Bibbia, aumentando il solco tra la sacralità del testo biblico per i credenti, e quindi della verità divina dei fatti in esso raccontati, e i dati della scienza storica, che segue criteri razionali e pratici. A tal proposito, il professor Alessandro Barbero, professore di storia medievale all’ Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro, afferma: «E’ molto facile che il passato ci sorprenda, quindi siamo spesso costretti a scoprire quanto la nostra visione della storia fosse sbagliata. Succede continuamente, e per più motivi. Le cose cambiano e ci si rende conto di essere vittime di un’ interpretazione faziosa.». Ma la storia, per quanto non sia una scienza esatta, poggia su criteri ben precisi e non ragiona sui valori considerati dalla teologia, la disciplina della fede che si fonda sull’ interpretazione: «La Bibbia è qualcosa di particolarmente complicato. E’ il prodotto di un popolo dell’ antichità, che come ogni altro si è costruito la propria mitologia e religione, conservando maggiormente i numerosi scritti, redatti nel corso dei secoli e che hanno costituito la sua memoria storica e il suo immaginario. Gli ebrei non erano neppure un popolo piccolo come tendiamo ad affermare, al contrario: erano numerosi e molto presenti nell’ area mediorientale, soprattutto a seguito della Diaspora. Dal punto di vista di un credente, poi, sorge il problema di dover conciliare la descrizione di Dio che emerge dall’ Antico Testamento, un Dio che sinceramente fa un po’ paura, per quanto la dottrina cristiana sostenga che la venuta di Cristo abbia cambiato tutto. Se l’ Antico Testamento dice: ‘Occhio per occhio’, Gesù afferma: ‘Porgi l’ altra guancia.’.». Da qualsivoglia ottica la si osservi, la Bibbia è un soggetto molto impegnativo, arduo. Ma non pare storicamente molto attendibile, chi desidera avere una visione più esatta deve consultare altre fonti. Sempre il professor Barbero spiega: «Occupandosi della storia degli ebrei, per lungo tempo gli storici hanno sostenuto la versione della Bibbia relativamente all’ antico regno di Israele. Dalle sue pagine si legge che mille anni prima di Cristo era grande e potente, con capitale a Gerusalemme, grande città dagli imponenti edifici come la reggia e il Tempio di Salomone, e governato da gloriosi sovrani quali Davide e il figlio Salomone. L’ unica fonte disponibile era l’ Antico Testamento, gli storici vi si attenevano. Un giorno però gli archeologi israeliani iniziarono a scavare in cerca dei resti di questo antico e grande potentato e della sua capitale. Scavarono e scavarono, fino a raggiungere gli strati del 1000 avanti Cristo senza però trovare nulla, se non qualche focolare di nomadi. Lo ammisero pubblicamente, e il governo israeliano non ne rimase ovviamente soddisfatto, come l’ opinione pubblica. Ma gli archeologi israeliani proseguirono negli scavi e con grande obiettività scientifica, che renderà loro sempre onore, confermarono che nel 1000 avanti Cristo non esistevano un grande regno di Israele, una Gerusalemme con il suo Tempio, ma solo alcuni nomadi che vagavano per la steppa.».

 

Professor Israel Finkelstein;

Il professor Israel Finkelstein, docente di Archeologia all’ Università di Tel Aviv, è uno degli archeologi israeliani che per decenni hanno condotto gli scavi in territorio israelitico. Ha espresso le sue critiche nei confronti della prima generazione di studiosi che avevano interpretato i risultati delle loro campagne di scavo come conferme della narrazione biblica della conquista della Palestina, e si è guadagnato una solida reputazione di «attira fulmini» a causa delle controversie scatenatesi a seguito delle sue considerazioni e delle sue prese di posizione. Sostiene che la Bibbia non sia affidabile da un punto di vista del racconto storico e archeologico, e che solo le prove rinvenute nel terreno possano raccontare la storia dell’ antico Israele: «La Bibbia è un insieme di miti a supporto di politiche espansionistiche.». Nel libro «Le tracce di Mosè», scritto insieme al collega e compatriota Neil Asher Silberman, sintetizza molti anni di studi, ricerche e scavi archeologici: «Buona parte della narrazione biblica è mitologica. Figure come Noè risultano mitiche quanto il racconto del Diluvio universale. Non esistono fonti storiche che confermino la schiavitù ebraica in Egitto, l’ Esodo e la quarantennale peregrinazione dei patriarchi nel deserto. Risulta poco credibile la descrizione e le dimensioni del Tempio di Salomone, mentre la Città Santa del tempo era poco più di un semplice villaggio.». Molte parti dei libri biblici, prosegue, furono scritte in funzione del piano politico ed espansionistico di re Giosia, diciassettesimo re di Giuda e importante riformatore religioso vissuto nel VII secolo prima di Cristo, che intendeva unificare sotto il suo trono il regno di Giuda con il regno di Israele: «Gli scribi reali inventarono molti miti biblici o stravolsero precedenti racconti, come supporto propagandistico alla politica espansionistica di Giosia: dovevano magnificare l’ ascendenza e la potenza del loro signore. La religione nuova costituisce, quindi, come una sorta di istrumentum regni, di collante ideologico dell’ edificazione di un solo Stato sotto una sola divinità e un solo monarca.».

Lo stesso Mosè, fondatore dell’ Ebraismo, pone numerosi problemi di storicità, al pari dell’ Esodo. Entrambi sono stati ampiamente dibattuti in ambito accademico. A chi in passato ha difeso la storicità del personaggio, si contrappongono quanti oggi vi vedono una figura dai contorni mitici o leggendari, pur tenendo presente che una figura simile a Mosè potrebbe essere esistita da qualche parte nel sud della Transgiordania nella seconda metà del XIII secolo prima di Cristo e che l’ archeologia non sia al momento in grado di confermarlo.

Il professor Finkelstein, pur negando la verità storica della narrazione biblica, la considera la mitizzazione di un confronto attinente a una cronologia più bassa della storia d’ Israele intorno al X secolo prima di Cristo, come l’ invasione di Israele da parte del faraone Sheshonq I dopo la morte di Salomone e dello scontro tra il re Giosia e il faraone Necao II, ritenendo quindi che i suoi protagonisti non siano che il risultato di una forma di pia tradizione: «Nuovi strati sarebbero stati aggiunti alla storia dell’ Esodo nei secoli successivi, durante l’ esilio in Babilonia e oltre. Ma ora possiamo vedere come questa composizione sorprendente sia stata creata sotto la pressione di un conflitto crescente con l’ Egitto nel VII secolo prima di Cristo. La saga dell’ Esodo di Israele dall’ Egitto non è né verità storica né finzione letteraria, ma una potente espressione di memoria e speranza nata in un mondo in mezzo al cambiamento. Il confronto tra Mosè e il faraone riflette il confronto storico tra il giovane re Giosia e il nuovo faraone Necao. Ridurre questa immagine biblica a una sola data significa tradire il significato più profondo della storia. La Pasqua si rivela non essere un singolo evento, ma un’ esperienza continua di resistenza nazionale contro i poteri costituiti.». Stessa cosa si può affermare per le reliquie citate dalla Bibbia, come l’ Arca dell’ Alleanza: «La sua storia serviva l’ ideologia del Regno del Nord ai tempi di Geroboamo II, così come i reali bisogni territoriali derivanti dalla dominazione su Giuda, faceva parte di un'ideologia di Israele unito, precursore del concetto successivo della monarchia unita giudaica. La storia dell’ Arca che leggiamo nella Bibbia è affascinante, ma penso che possa esserci utile soprattutto per capire il mondo degli autori della Bibbia.».

 

Padre Giuseppe Pulcinelli;

Anche la Chiesa cattolica, come spiega Giuseppe Pulcinelli, presbitero della diocesi di Roma, teologo e Rettore del Pontificio Collegio Lateranense, la Bibbia non è un libro di storia in senso moderno, né nelle sue parti narrative intende descrivere gli avvenimenti semplicemente per informare il lettore su come essi si siano svolti concretamente: «Mettendo per iscritto dopo secoli di trasmissione orale l’ esperienza di fede del popolo di Israele e dei suoi personaggi più significativi, la sua intenzione è soprattutto quella di formare, di coinvolgere il lettore affinché entri a far parte di questa stessa storia salvifica. Perciò possiamo tranquillamente ammettere che la Sacra Scrittura contenga imprecisioni e incongruenze di tipo storico, anche nel presentare le figure dell’antichità, come quelle dei patriarchi. Più che i fatti concreti conta la loro interpretazione, che già l’autore sacro alla luce della fede ha voluto comunicare attraverso lo scritto. Quel senso che è sempre valido nell’ oggi della sua rilettura credente.». E’ sorprendente che oggi fede e scienza trovino un punto di contatto, concordando sull’ inattendibilità della storicità della Bibbia. Secondo il papato, i primi capitoli della Genesi sono parole ispirate da Dio, ma secondo il modo di intendere della gente di un tempo: «I primi undici capitoli della Genesi riferiscono in un linguaggio semplice e figurato, adattato alle intelligenze di un’ umanità meno progredita, le verità fondamentali presupposte all’ economia della salvezza e in pari tempo la descrizione popolare delle origini del genere umano e del popolo eletto.». In quest’ ottica viene chiaramente ammesso perfino che Adamo ed Eva siano figure simboliche e non personaggi storici: essi sono una profonda riflessione sapienziale sul creato e sull’ umanità voluta da Dio. Il nome Adam significa «uomo» e indica l’ umanità in senso collettivo, tant’ è che in Genesi 2,7 vi sarebbe un gioco di parole in ebraico tra adam e adamah, «suolo», per dire che l’ uomo è «terroso» in quanto tratto dalla terra, mentre il nome Eva, in ebraico Hawwah, dal verbo vivere e quindi «vivente», viene dato da Adam «perché ella fu la madre di tutti i viventi» come detto in Genesi 3,20. Molto più importante dell’ esistenza storica, ciò che conta nei racconti sulla creazione dell’ essere umano uomo-donna è che essi descrivono l’ umanità nella sua altissima dignità essere fatti a immagine e somiglianza di Dio, e insieme nella sua estrema fragilità che si mostra nella caduta. Dio, però, non lo abbandona nel suo peccato, ma promette la salvezza.

 

La Basilica di San Pietro, sede del papato;

L’ apertura alle ricerche scientifiche della Chiesa cattolica nasce con molta probabilità da una necessità pratica di sopravvivere cavalcando i mutamenti sociali e culturali della modernità. Lo spirito critico proprio del razionalismo che animò l’ epoca dei lumi dal Seicento all’ Ottocento fece sì che la Bibbia fosse guardata con crescente diffidenza, venendo considerata leggenda o racconto popolare senza fondamento storico. Gran parte delle critiche si basava sulla mancanza di prove esterne a sostegno di certe affermazioni spirituali tradizionali. Inoltre, si è ritenuto che la Bibbia, essendo uno scritto religioso, tendesse a contenere espressioni in un linguaggio mitologico, specifico del pensiero prescientifico, nel senso che non sono così accurate. Per questo motivo i dettagli di natura storica sono stati ampiamente criticati o, nel migliore dei casi, respinti come irrilevanti.

Sin dalla pubblicazione de «L’ origine delle specie» di Charles Darwin nel 1859, le gerarchie della Chiesa cattolica hanno lentamente affermato la propri posizione sull’ evoluzione, evitando inizialmente di prendere una posizione ufficiale, contrariamente alle chiese protestanti che, maggiormente legate ad una interpretazione letterale della Bibbia, immediatamente avversarono il pensiero darwiniano. Fino ai primissimi anni del Novecento, nel mondo cattolico si riscontrava una generale ostilità all’ evoluzionismo, tuttavia, in quel periodo la Chiesa non prese mai una posizione ufficiale sulla questione. Nei decenni successivi, però, il papato affermò ufficialmente che la fede cattolica e l’ evoluzionismo, in particolare riguardo all’ origine dell’ umanità, non sono in conflitto: diversi papi si espressero favorevolmente sulla conciliabilità dell’ evoluzionismo con la fede cattolica. I rapporti tra scienza e religione sono quindi stati, storicamente, una realtà molto varia e complessa. In quel tempo la Chiesa si sentiva letteralmente sotto assedio: dopo il Risorgimento, la riunificazione nazionale dell’ Italia, dello Stato Pontificio non rimaneva che una piccola area di Roma, il Vaticano, e il potere temporale dei pontefici era cessato aprendo le porte ad un periodo di forti contrasti tra Chiesa e Stato italiano. Dal mondo scientifico arrivavano inoltre dure critiche al Cattolicesimo, descritto spesso come causa di ignoranza, arretratezza e freno del progresso. In questa situazione è facile comprendere l’ esistenza nel mondo cattolico di un generale clima di sospetto o di opposizione nei confronti dell’ evoluzionismo. Ma nonostante queste condizioni la Chiesa non prese mai alcuna posizione sull’ evoluzionismo, né decise in generale di prendere provvedimenti verso quegli intellettuali cattolici che accettavano le nuove teorie avvalorandone la conciliabilità con la dottrina cattolica. Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, la teologia cattolica, confrontandosi con la teoria dell’ evoluzione, fece importanti progressi definendo peraltro alcune fondamentali questioni di fede relative all’ origine dell’ umanità, all’ azione di Dio nel mondo e alla dottrina sul peccato originale. In tutto questo panorama di cambiamenti, la Pontificia commissione biblica, organo del Magistero ecclesiastico, sancì la dottrina della creazione divina del corpo del primo uomo e della creazione immediata dell’ anima umana in ogni nuova persona: al di là di concetti quali creazionismo o evoluzionismo, la vita umana per la Chiesa resta sacra e dovuta all’ atto creativo e infallibile di Dio. Quindi, la Bibbia venne vista con sempre maggiore flessibilità, e meno rigore storico, come un testo essenzialmente dottrinale, una profonda riflessione sapienziale e poetica che, attraverso il ricorso a immagini, al mito e all’ epica vuole trasmettere alcune basilari verità di ordine teologico e filosofico: il mondo è stato creato da Dio, pertanto gli elementi della creazione non vanno divinizzati, come invece avveniva nelle culture antiche, per esempio con il sole o con alcuni animali. Uomini e donne, come immagine di Dio, rappresentano il coronamento del creato, che a essi è affidato. Il male nel mondo è originato dal cattivo uso della libertà, Dio non abbandona l’ umanità nel suo peccato ma promette la salvezza. La tradizione letteraria dell’ Antico Testamento risale a un periodo della storia d’ Israele, in cui si sentiva il bisogno di rafforzare la fede nel Dio unico, onnipotente, infallibile e provvidente.

 

Se, come disse George Santayana, scrittore, poeta e saggista spagnolo, la Bibbia è letteratura e non dogma, i tempi sono finalmente maturi per una lettura attenta e obiettiva di questo particolare testo sacro, basilare per ebrei e cristiani e rispettato dai musulmani. La maggioranza dei cristiani oggi sostiene che i dettagli storici o scientifici della Bibbia siano irrilevanti per la fede e la condotta e che quindi possano contenere errori. Per loro l’ infallibilità e l’ ispirazione del testo sacro vanno limitate alle questioni di fede o di morale e a una lettura complessiva della Bibbia che guidi l’ interpretazione del reale significato e della finalità delle singole affermazioni. I fondamentalisti, invece, sostengono che anche i dettagli scientifici, geografici e storici dei suoi testi originali siano completamente veri ed esenti da errori, come pure che apparenti contraddizioni o errori che ci sembri di trovare dipendano, di fatto, dalla nostra soggettiva percezione o conoscenza, inadeguata o falsata. Un atteggiamento estremo, ma fortunatamente poco condiviso anche all’ interno dello stesso mondo cristiano.

Se la storia passata e il suo ricordo vengono ricostruiti e tramandati secondo i criteri di osservazione, deduzione e dimostrazione tipici della scienza per mezzo di prove evidenti, non bisogna commettere l’ errore di leggere l’ Antico e nemmeno il Nuovo Testamento come una cronaca di fatti storici realmente avvenuti o una serie di biografie, ma ricordare che si trattano di un insieme di testi che riflettono la mentalità del popolo e del tempo presso cui vennero scritti, e che soprattutto l’ Antico venne influenzato dalla cultura e giurisprudenza sumeriche, come confermato dalla stessa narrazione biblica secondo cui Abramo, primo patriarca e capostipite del popolo israelitico, era un sumero originario della città Stato di Ur, l’ attuale Tell el-Mukayyar in Iraq. La lettura delle pagine dell’ Antico Testamento offre quindi numerosi richiami mitologici tipici della mitologia mesopotamica, come il Diluvio, di cui si parla anche nell’ epopea di Gilgamesh, e giudiziari come la legge del taglione e la schiavitù già espresse nel Codice di Hammurabi. E’ peraltro un insieme di testi colmi di violenza. L’ Onnipotente, per esempio, scatenò il Diluvio universale sterminando la maggior parte delle sue creature viventi dando una possibilità solo a pochi graziati che credeva meritevoli. Tempo dopo, però, il mondo ritornò oscurato dal male, e così mandò a Sodoma due angeli emissari che però vennero umiliati dagli abitanti locali. La città venne poi distrutta insieme a Gomorra da una pioggia di fuoco, una strage terribile a cui seguirono le piaghe d’ Egitto e l’ annegamento dei soldati del faraone nel Mar Rosso, i castighi terribili stabiliti dalla Tōrāh, la legge data Dio a Mosè, nella quale si impone senza speranza di appello la pena di morte per chiunque adori divinità differenti da Dio e pratichi la magia, oltre che per gli adulteri. Neppure il Nuovo Testamento, di mentalità grecoromana in quanto trascritto nelle province di lingua e cultura greche dell’ Impero romano, è esente da un simile spirito di durezza, come Gesù stesso afferma in Matteo 10, 34-36: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a mettere in lotta il figlio contro il padre, la figlia contro la madre, la nuora contro la suocera, e i nemici dell’ uomo saranno quelli della sua casa». Lo stesso si comporta in modo aggressivo sempre nel racconto di Matteo, 21,12-13, quando entra nel Tempio di Gerusalemme e scaccia i mercanti e i loro acquirenti, rovesciando i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe. Tutta la violenza descritta nella Bibbia è appunto la conferma dell’ umanità del popolo e del tempo da cui è scaturita.

Lasciandone quindi da parte l’ inesattezza storiografica e riconoscendone il valore più propriamente simbologico e interpretativo, leggendo la Bibbia con un’ ottica storica e culturale vi si può riconoscere un certo valore estetico e intellettuale, una vasta gamma di generi letterari, tra cui poesia, prosa, narrazione storica, e profezia. I Salmi sono apprezzati per la loro bellezza poetica, mentre i libri sapienziali come i Proverbi e l’ Ecclesiaste offrono profonde riflessioni filosofiche. E’ una parte centrale del canone della tradizione occidentale. Ha influenzato profondamente la letteratura, l’ arte, la musica e la filosofia occidentale. Opere letterarie come «Paradiso perduto» di John Milton e «Divina Commedia» di Dante Alighieri sono fortemente influenzate dalla Bibbia, che continua a essere una fonte di ispirazione per artisti, scrittori e pensatori, stimolati dai suoi valori. Esplora temi morali e filosofici fondamentali, come la natura del bene e del male, la giustizia, la misericordia, la fede e la redenzione.

venerdì 25 aprile 2025

L’ antifascismo ha mai funzionato?

Milano festeggia il 26 luglio 1943 la caduta del Duce;


«Affinché il male trionfi, è sufficiente che i buoni non facciano nulla.» Edmund Burke;


La democrazia è un bene infinitamente prezioso, che va tenuto stretto e vissuto consapevolmente dal singolo individuo, e conoscere la storia passata è il modo migliore per intraprendere la strada verso un futuro migliore. Il 25 aprile 2024 ricadono gli ottant’ anni dalla caduta del Fascismo, e in una giornata come questa dovremmo riflettere sul valore e la sostanza della democrazia, ma senza una mentalità politica e di parte come invece abbiamo sempre fatto. E dato che per fortuna quei tragici eventi sono un ricordo sempre più lontano, credo che i tempi siano finalmente maturi per ammettere quanto l’ antifascismo, che esiste fin dagli albori del Fascismo, non sia mai stato affatto efficiente! In tono con la tradizione, oggi si fanno parole, paroloni ed elogi pomposi, pieni di retorica, ma studiando attentamente la storia, cosa oggi molto facile se si desiderano consultare le fonti, e molte di esse sono super partes, si può comprendere quanto l’ antifascismo non abbia mai veramente funzionato a causa dell’ inoperosità degli stessi antifascisti, consegnando il Paese al Fascismo con tutto ciò che ne derivò nel Ventennio.

Il Discorso del bivacco;


Dopo mesi di violenze squadriste contro i partiti e i sindacati di sinistra, tra il 26 e il 30 ottobre 1922 ebbe luogo la marcia su Roma, con circa venticinquemila camicie nere, armate solo in parte e malamente, che affluirono indisturbate nella capitale. Re Vittorio Emanuele III si precipitò in città dalla Tenuta di San Rossore e comunicò al Presidente del Consiglio dei ministri, Luigi Facta, l’ intenzione di decidere personalmente sulla crisi in atto. Sovrano e Primo ministro ebbero due colloqui, sia alla stazione di Roma che a Villa Savoia, nei quali il primo avrebbe detto che si rifiutava di deliberare «sotto la minaccia dei moschetti fascisti» per poi chiedere al Governo di prendere tutti i provvedimenti necessari e da sottoporre poi alla sua approvazione. Per quanto la situazione fosse grave, Facta, convinto fino all’ ultimo che Benito Mussolini imbrogliasse, se ne andò a dormire come se nulla fosse per poi essere svegliato nel cuore della notte dai suoi collaboratori che lo informavano delle occupazioni fasciste e della calata delle colonne di camicie nere su Roma. In mattinata riunì il Consiglio dei ministri, che su precise insistenze del generale Arturo Cittadini, primo aiutante di campo del Re, decise il ricorso allo stato d’ assedio per bloccare la marcia. Ma quando alle 9:00 del mattino Facta si recò al Quirinale per la controfirma del regnante, ricevette un rifiuto in uno scatto di collera di Vittorio Emanuele: «Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d’ assedio non c’ è che la guerra civile. Ora bisogna che qualcuno di noi due si sacrifichi.». Pare che il Primo ministro rispose congedandosi: «Vostra Maestà non ha bisogno di dire a chi tocca.». Secondo Renzo De Felice, il maggiore storico del Fascismo, i possibili motivi che potrebbero avere indotto il Re a evitare lo scontro con i fascisti sarebbero stati la debolezza del governo in carica, le incertezze dei vertici militari, i timori per gli atteggiamenti filofascisti del Duca Emanuele Filiberto di Savoia Aosta, secondo nella linea di successione al trono italiano da cui temeva un colpo di mano, e il timore di una guerra civile. Facta presentò le dimissioni, subito accolte dal Re, che il 29 ottobre, consultatosi con i massimi esponenti della classe dirigente politica liberale, da Giolitti a Salandra, e militare, come Diaz e Thaon di Revel, e dopo la bocciatura da parte mussoliniana di un possibile gabinetto Salandra-Mussolini, nel desiderio di far includere il movimento fascista in sede parlamentare e quindi di favorire la pacificazione sociale, affidò a Mussolini, deputato dal 1921, l’ incarico di formare un nuovo governo. E Mussolini si presentò in aula indirizzandosi al Parlamento con tono apertamente minaccioso: «Potevo fare di quest’ aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.». Al momento del voto, ricevette una larga fiducia dal Parlamento, ottenendo alla Camera 316 voti a favore, 116 contrari e 7 astenuti. I deputati fascisti erano appena 35. Tra i voti favorevoli spiccarono quelli di Giovanni Giolitti, Benedetto Croce, in seguito il massimo rappresentante dell’ antifascismo liberale, e di Alcide De Gasperi, poi padre della Repubblica italiana, mentre Francesco Saverio Nitti lasciò l’ aula in segno di protesta. In Senato si contarono 196 voti favorevoli e 19 voti contrari.

Il primo governo Mussolini, composto da quattordici ministri e sedici ministeri, con Mussolini come capo del Governo e Ministro ad interim di Esteri e Interni, era formato da nazionalisti, liberali e popolari, tra i quali il futuro Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, sottosegretario all’ Industria. Insomma, i partiti democratici dell’ epoca, popolari e liberali, votarono una fiducia schiacciante al dittatore, mentre secondo la versione ufficiale di oggi tutta la colpa sarebbe stata del Re, che ancora oggi viene accusato di inattività e persino di complicità.

Il Regno d’ Italia era una Monarchia costituzionale, con i tre poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, regolati e suddivisi da una Costituzione, lo Statuto Albertino del 1848, ma di fatto, anche in considerazione delle forti personalità politiche che guidavano i governi e del peso che assunsero i partiti politici, si era evoluta in una forma di Monarchia più propriamente parlamentare. Nell’ aprile 1924 vennero indette nuove elezioni, che si svolsero tra gravi irregolarità. Il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò coraggiosamente gli abusi con un duro ma circostanziato discorso alla Camera, con il quale chiese di annullare il risultato delle elezioni, ma il 10 giugno venne rapito per poi essere trovato morto il successivo 16 agosto. Il fatto scosse il mondo politico e aprì un semestre di forte crisi interna, risolto infine il 3 gennaio 1925 quando Mussolini, rafforzato sul piano internazionale dal recente incontro con il Primo ministro britannico Neville Chamberlain, rivendicò la responsabilità non materiale dell’ accaduto: «Se il Fascismo è stato un’ associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!». Ebbe perfino l’ audacia di ricordare al Parlamento la procedura di messa in stato d’ accusa conformemente all’ Articolo 47 della carta costituzionale. La Camera, dove per soli sette seggi gli iscritti al Partito Nazionale Fascista erano la maggioranza e l’ opposizione era frantumata nelle molteplici correnti e incapace di accordarsi su strategie condivise, indebolita dalla secessione dell’ Aventino, non procedette per chiedere le dimissioni di Mussolini e neppure elaborò una credibile formazione di governo alternativa. Nemmeno la scelta extraparlamentare dell’ opposizione seppe mobilitare le masse. Re Vittorio Emanuele, come previsto dalle leggi dello Stato allora vigenti, rimase in attesa di un’ iniziativa parlamentare. Quando il senatore Campello gli presentò le prove della responsabilità del Presidente del Consiglio dei ministri nel delitto Matteotti, rispose senza mezzi termini: «Sono cieco e sordo. I miei occhi e le mie orecchie sono la Camera e il Senato.». Nessun parlamentare fece ricorso all’ Articolo 47: fu la prova dell’ inefficienza dell’ alta adunanza dello Stato. Il Re non poteva agire a prescindere dagli organi istituzionali e da quel momento Mussolini si mosse per via procedurale nell’ instaurazione della dittatura fascista divenendo il Duce, approfittando della flessibilità dello Statuto Albertino, che poteva essere modificato o integrato con legge adottata secondo la procedura ordinaria: fu in questo clima che il Re firmò le leggi fascistissime del 1925, che soppressero la democrazia, e le leggi razziali del 1938, per poi destituire Mussolini da capo del governo il 25 luglio 1943 in favore del maresciallo Pietro Badoglio a seguito del voto di sfiducia del Gran Consiglio del Fascismo, divenuto negli anni il massimo organo costituzionale del Regno d’ Italia. Un Re costituzionale o parlamentare non può per legge andare contro le decisioni del governo, così come una dittatura è un fenomeno che comprende sempre molte persone a livello nazionale, e poggia fortemente sul consenso nazionale. Il Fascismo era appoggiato dalla borghesia e dall’ aristocrazia, i pilastri della società di allora in quanto baluardo contro la corruzione del Comunismo, e si orientava alla costruzione di un grande impero coloniale che avrebbe riportato l’ Italia alle glorie e ai fasti dell’ antica Roma. Il popolo fu estasiato dai grandi sogni promessi dal Fascismo, che voleva andare oltre l’ infamia della vittoria mutilata del 1918. Nelle fotografie dell’ epoca, Mussolini era sempre attorniato da una folla esultante. Lui e poche migliaia di fascisti tra gerarchi, camicie nere, ministri e parlamentari proprio non avrebbero potuto controllare l’ intero popolo italiano se questo avesse scelto di non collaborare. Come disse Sir Winston Churchill: «Bizzarro popolo, gli italiani: un giorno 45 milioni di fascisti, il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti…».

Re Vittorio Emanuele III;


E l’ attuale Repubblica, sorta a seguito del referendum istituzionale del 1946, nonostante il vanto di aver rotto i ponti con il Fascismo, negli anni volle al proprio servizio svariati funzionari fascisti, camice nere e altre figure inquietanti che, benché accusate da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e dagli angloamericani per crimini di guerra, mai furono processate in Italia o epurate, estradate all’ estero o giudicate dai tribunali internazionali: piuttosto, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato democratico con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri. Tra coloro che non si macchiarono di colpe ma che parteciparono al governo fascista e ne condivisero le idee vi furono ad esempio Giovanni Gronchi, sottosegretario al Ministero dell’ Industria nel primo governo Mussolini e poi terzo Presidente della Repubblica; Giuseppe Pella, Vice Podestà della città di Biella e poi secondo Presidente del Consiglio dei ministri e più volte ministro; Amintore Fanfani, che si espresse favorevolmente per il Manifesto della razza e le leggi razziali del 1938, poi padre costituente e Presidente del Consiglio dei Ministri; Aldo Moro, in gioventù di aperte simpatie fasciste avendo aderito ai Gruppi universitari fascisti, favorevole al sostegno italiano alla guerra civile spagnola e all’ intervento nel 1940 a fianco della Germania vedendo nel Fascismo il miglior sistema politico atto a garantire tale integrazione politica, civile e morale, ovvero cristiana, e poi a sua volta Presidente del Consiglio; Giovanni Spadolini, dalle giovanili simpatie per il Fascismo repubblichino fino al 1944, quando lamentò che avesse perso «a poco a poco la sua agilità e il suo dinamismo rivoluzionario, proprio mentre riaffioravano i rimasugli della massoneria, i rottami del liberalismo, i detriti del giudaismo», primo Presidente del Consiglio dei ministri non democristiano. Notevole fu poi il caso di Giuseppe Pièche, uomo di fiducia di Mussolini e poi di Mario Scelba, Presidente del Consiglio negli anni Cinquanta. Altri personaggi cupi che nella neonata Repubblica divennero assai influenti venivano dall’ ala dura dei partigiani, come i comunisti Palmiro Togliatti e Pietro Secchia, di aperte simpatie sovietiche, e Francesco Moranino, capo partigiano responsabile di svariati delitti ed eccidi, prima tra tutte la strage della missione Strassera.

lunedì 17 marzo 2025

Il 17 marzo, l’ anniversario ignorato dell’ unità nazionale

Stampa custodita ai Musei Civici di Palazzo Farnese, Piacenza;


Il 17 marzo si celebra l’ anniversario dell’ Unità d’ Italia, avvenuta con la proclamazione del Regno d’ Italia del 17 marzo 1861 al Parlamento di Torino. E’ una festa importante, ma che passa inosservata in quanto giorno lavorativo e ben poco pubblicizzata, quindi molti la confondono persino con la Festa del Tricolore, che in realtà ricorre il 7 gennaio. Il valore del 17 marzo è immenso, e sebbene da un punto di vista statuale risalga solo al 1861 l’ unità nazionale non fu certo invenzione del Conte di Cavour o di Re Vittorio Emanuele II: ha radici lontane, e andando oltre la poetica consapevolezza dantesca risale fino alle disposizioni di Cesare Augusto, primo imperatore romano, che predispose le regiones, enti territoriali così efficaci da giungere sino a noi oggi. E’ stato detto pertanto che l’ Italia sia il solo Paese europeo a vantare un «battesimo» precedente al Medioevo, epoca della nascita degli Stati nazionali moderni come la Francia.

Lo Stato italiano ha una Bandiera, un Inno e un emblema repubblicano, ma non una festa che accomuni tutta la cittadinanza. Quirinale, Palazzo Chigi, Palazzo Madama e Montecitorio avranno pur altre priorità, eppure la questione rimane, e ci vorrebbe davvero poco per tagliare questo nodo gordiano. Il 25 aprile celebra la Liberazione dal Fascismo e il 2 giugno la nascita della Repubblica: tali festività civili non ricordano la nascita dello Stato, ma una liberazione dalla dittatura e un cambio di forma istituzionale. La proclamazione dello Stato rimane avvolta nella nebbia della storia, ben pochi italiani ne hanno conoscenza. E questa ignoranza viene coltivata e incoraggiata da chi invece dovrebbe trasmetterci un più forte senso civico, ledendo grandemente il Paese, che piccolo debole rimane a davanti a quegli Stati che invece si riconoscono in una festa statuale condivisa, oltre le divisioni e i periodi bui susseguitisi nella loro storia. L’ Italia non nacque dalla liberazione nel 1945 e nemmeno dall’ avvento della Repubblica nel 1946. Nel discorso di insediamento alla Presidenza del Senato, l’ onorevole Ignazio La Russa propose di dichiarare festa nazionale il 17 marzo insieme alle tre già esistenti, ossia 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno: un suggerimento accolto da un silenzio sepolcrale, quasi nessuna risposta! Un quotidiano torinese raccolse però l’ opinione del professor Gianni Oliva, storico e saggista, secondo cui ricordare «la nascita della nazione è condivisibile», ma il 17 marzo 1861, quando il «Parlamento nazionale riunito a Torino proclamò Vittorio Emanuele II di Savoia re d’ Italia non va bene», perché successivamente nell’ Italia meridionale «sorse una vera e propria insurrezione sociale», definita «brigantaggio». Inoltre il numerale II preservato dal sovrano sabaudo mostrerebbe «il riflesso della continuità dello Stato piemontese e del carattere di progressiva espansione del Regno di Sardegna assunto dal Risorgimento.». Cavour, Garibaldi, Mazzini non fecero l’ Italia ma ingrandirono i possedimenti di «monsù Savoia», come sostenuto da sempre anche da papisti e borbonici. Semmai, proseguì il docente universitario, l’ unità dovrebbe essere «celebrata nella prospettiva europea». La Russa avrebbe dunque commesso «uno svarione terminologico e storico», persino poco rassicurante.

Il 17 marzo è una ricorrenza fondamentale ma non adeguatamente compresa dal nostro popolo, e quindi attende giustizia per ragioni storiche e civiche. E’ il giorno in cui nacque uno Stato libero e unito, costituzionale e democratico. Come possiamo pretendere che gli immigrati rispettino il nostro Paese quando noi, gli stessi italiani, neppure ricordiamo la data di nascita della nostra patria? Prima del 25 aprile e del 2 giugno, con ciò che rappresentano, diamo al 17 marzo l’ importanza che merita!