lunedì 23 aprile 2018

«Vittoria e Abdul», la storia di uno straordinario legame

Il libro di Shrabani Basu;


Una sovrana che regna su un miliardo di sudditi e un umile servitore venuto dai confini dell’ Impero: sembra la trama di uno sceneggiato televisivo, invece è la vicenda alla base di un libro della scrittrice indiana Shrabani Basu, «Vittoria e Abdul», pubblicato in Italia da Piemme voci, dal quale è stato tratto il film omonimo, diretto da Stephen Frears e intrepretato da Judi Dench e Ali Fazal, presentato al Festival del Cinema di Venezia nel 2017. Una storia realmente accaduta, che ebbe per protagonista nientemeno che la leggendaria Vittoria di Hannover, negli ultimi anni della sua vita confortata dalla vicinanza e dalla stima di una persona estremamente diversa da lei per nazionalità, ceto sociale e religione, la cui presenza provocò una profonda opposizione da parte della corte e persino della famiglia reale.
Nel 1887, a Londra fervono i preparativi per il Giubileo d’ Oro, la celebrazione dei cinquant’ anni di regno di Vittoria, la regnante più potente e rispettata del mondo, che, consapevole dell’ importanza dell’ India fra le colonie del suo Impero, richiede espressamente di avere alcuni servitori e attendenti di provenienza indiana con cui servire gli ospiti e sottolineare il proprio titolo di Imperatrice d’ India, attribuitole l’ anno prima. Il giovane indiano Abdul Karim, modesto ma volenteroso impiegato nella prigione di Agra e di religione musulmana, viene scelto insieme ad altri compatrioti per recarsi a corte, ove incanta subito la regina, che da servitore da tavolo lo eleva a proprio attendente e segretario. Benché simbolo vivente dei valori e della moralità britannici del tempo, costantemente impegnata nell’ influenzare l’ azione del governo e la nomina dei ministri, l’ anziana sovrana continua a piangere le morti del marito Alberto e del fedele servitore e amante John Brown, e Abdul, aitante e grazioso, diviene per lei un amico, un figlio adottivo e persino suo insegnante di lingua urdu, con il titolo di Munshi: grazie a lui ritrova quell’ affetto che la famiglia non è in grado di darle, prova il piacere di potersi sentire liberamente sé stessa con qualcuno, senza avere intorno nessuno che le imponga un cerimoniale, e scopre l’ immenso fascino della terra distante di cui è imperatrice, della quale non ha mai saputo nulla. In un momento di gravi rivolte indipendentiste sul suolo indiano, il giovane diventa anche consigliere e confidente della regina per le questioni relative alla terra dell’ elefante. Vittoria apprezza molto persino i curry che lui le prepara. Prevedibilmente, l’ amicizia fra i due rappresenta un immenso scandalo agli occhi della corte: Abdul è di misero ceto sociale, peraltro musulmano, eppure è la persona più vicina in assoluto alla sovrana, che lo porta sempre con sé tra viaggi e cerimonie ufficiali accordandogli grandi privilegi. Per quanto in molti la accusino di aver perso la ragione, l’ anziana regina difende con durezza la propria decisione, tacciando apertamente il suo seguito di razzismo, e affermando che l’ ignoranza non li farà entrare vincitori nel XX secolo.
Alla morte di Vittoria nel 1901, il figlio ed erede Edoardo VII cancella prontamente quasi ogni traccia di questo inconfessabile rapporto, distruggendo ogni documento scritto riguardante il giovane Abdul, che rimanda velocemente in India, ove la defunta gli ha previdentemente garantito una pensione dorata e un redditizio terreno, ma cento anni dopo, nel 2001, Shrabani Basu, impegnata nelle ricerche sulla storia del curry, scopre la passione di Vittoria per i piatti conditi con questa polvere, e visitando Osborne House e il castello di Balmoral, le residenze preferite della sovrana, nota i ritratti di un uomo indiano di aspetto regale, mentre la Durbar Room, la sala indiana di Osborne House, è un monumento al fascino che la regnante subiva per una terra che non visitò mai pur essendone imperatrice. La consultazione presso gli archivi reali dei diari scritti a mano in tredici volumi in urdu da Vittoria, che Edoardo VII non aveva pensato di toccare perché nessuno comprendeva tale lingua, dissotterra finalmente il ricordo perduto del Munshi: questa è la storia di uno straordinario legame che emerge dalle pagine di «Vittoria e Abdul», saggio affascinante e particolareggiato, base di un film appassionante e ben realizzato, magnificamente diretto e interpretato, che lascia il segno nel cuore di chi guarda. Se il libro vanta uno stile semplice e diretto, citando come fonti dirette le annotazioni dei vari protagonisti, il film presenta una narrazione potente, caratterizzata da un andamento lento, che permette di godere di ogni singola sfumatura senza mai risultare pesante o noioso, con dialoghi invitanti ma soprattutto intelligenti e colmi di ironia. 
La locandina del film di Stephen Frears;

Leggendo l’ uno o guardando l’ altro si rimane colpiti dall’ incontro di due mondi assai lontani tra loro, dal ruolo fondamentale ma inconsapevole della cultura e dall’ invito a non arroccarsi dietro un glorioso passato superato dai tempi che cambiano costantemente. Come la stessa Basu afferma nella propria introduzione: «Dato il clima di sospetto nei confronti dei musulmani che in questo momento regna in Occidente, il fatto che un musulmano abbia avuto un ruolo così importante alla corte della regina Vittoria è ancora più interessante. La sovrana rappresentò forse un atteggiamento più illuminato e tollerante, perfino all’ apice del suo impero? E l’ irruzione all’ alba a casa di Abdul Karim subito dopo la morte di Vittoria fu forse un’ anticipazione di ciò che sarebbe avvenuto in seguito?». Quasi in risposta, nel film Abdul afferma: «L’ amore è tutto. Noi siamo solo pezzi.».

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