giovedì 12 ottobre 2017

Lo schiavo che sfidò un Impero

«La guerra di Spartaco fu la più legittima che mai sia stata intrapresa.» Montesquieu;
Gladiatori;

Uno degli aspetti più caratteristici dell’ antica Roma, e che ancora oggi suscita un certo fascino nell’ immaginario collettivo, fu il fenomeno degli spettacoli dei gladiatori, particolari lottatori il cui nome derivava dalla spada corta che usavano nei loro combattimenti, il gladio. L’ origine di tali duelli proveniva dall’ Etruria, e con il tempo tra i romani riscossero enorme popolarità, tanto che i più ricchi e i più potenti acquisirono l’ abitudine di offrirli a proprie spese al popolo in occasione di particolari circostanze, per esempio in occasione del funerale di un congiunto, di determinate festività o per celebrare particolari occasioni.
Nella società romana il coraggio era considerato la massima virtù, ragion per cui i gladiatori, figure imponenti che incutevano paura e rispetto, insieme ai generali e ai soldati erano visti come veri e propri divi, ammirati dagli uomini e desiderati dalle donne, grandi esempi di eroismo ed eccezionalità agli occhi di tutto il popolo. Alcuni di loro erano schiavi e prigionieri di guerra, oppure uomini originariamente condannati a morte, ma non di rado erano uomini liberi attratti dalla celebrità e dalle sfide, dalle alte ricompense e dalla gloria con cui contavano di collocarsi dignitosamente nella società, lasciandosi per sempre alle spalle la povertà da cui provenivano. Chi fra loro aveva successo diventava un eroe osannato e immensamente ricco: alcuni tra i migliori gladiatori mai vissuti vennero retribuiti molto più dei generali più valorosi, con denaro e oggetti in oro.
Ovviamente, quella dei gladiatori non era affatto una vita facile: il loro addestramento era durissimo, e il loro ingresso nelle arene veniva atteso con grande ansia dagli spettatori, che gioivano alla vista del sangue, applaudendo il vincitore e invocando spesso la morte di quello sconfitto.
Duello tra gladiatori;

Il gladiatore più famoso di cui oggi conserviamo il ricordo è senza dubbio Spartaco, uomo intelligente e carismatico che, alla testa di una massa di schiavi ribelli organizzata come un vero e proprio esercito, scatenò tra il 73 e il 71 prima di Cristo la Terza Guerra Servile contro la Repubblica romana, una grande sollevazione con cui mise in grave pericolo il dominio romano sull’ Italia meridionale. Una persona destinata a restare per molti versi un eterno enigma, dotata di elevate doti di comando e combattente che rovesciò duramente contro coloro da cui le aveva apprese.
La giovinezza di Spartaco è tuttora avvolta nel mistero. Pare che fosse un trace, per la precisione appartenente alla tribù dei Maedi, ma nel I secolo prima di Cristo il termine «trace» indicava anche una nota classe di gladiatori, pertanto non si è sicuri se fosse trace per nazionalità o stile di combattimento. Alcune fonti lo descrivono appartenente a una famiglia di pastori e sposato con una sacerdotessa della sua tribù, ma che, ridotto in povertà, si arruolò nell’ esercito romano, combattendo in Macedonia come milite ausiliario, fino al giorno in cui avrebbe disertato a causa di una disciplina troppo dura e una serie di gravi atti di razzismo ripetutamente subiti, cosa che gli valse una condanna alla schiavitù. Secondo altre cronache fu un prigioniero di guerra dal momento che la sua tribù era alleata di Mitridate VI del Ponto, ma c’ è anche chi afferma che fosse figlio di un proprietario terriero campano che ottenne la cittadinanza romana subito dopo la conclusione della guerra italica.
I dati più sicuri sulla sua vita risalgono intorno al 75 prima di Cristo, quando venne venduto a Gneo Cornelio Lentulo Batiato, uno dei più famosi e apprezzati lanisti del suo tempo, proprietario di una rinomata palestra con arena per gladiatori di Capua in cui, immerso nel lusso, riceveva gli esponenti più ricchi e potenti dell’ aristocrazia romana, tra patrizi, senatori e cavalieri, per i quali organizzava grandiosi duelli tra gladiatori che gli rendevano immense ricchezze. Curiosamente, «Spartaco» non era neppure il vero nome, ma un soprannome che Lentulo Battiato presumibilmente ricavò forse da Sparadakos, ossia «famoso per la sua lancia» o Spartakos, un termine presumibilmente indicante un particolare luogo della Tracia o il nome di un qualche leggendario sovrano della regione, oppure un riferimento a Sparta, la celebre polis guerriera.
Dopo un durissimo addestramento, questo nuovo gladiatore venne mandato a combattere nell’ anfiteatro campano contro altri lottatori, misurandosi addirittura con varie belve feroci, divertendo ampiamente i facoltosi clienti di Battiato.

Nel 73 prima di Cristo, circa duecento gladiatori concepirono un piano di fuga, ma vennero prontamente scoperti, e in men che non si dica settanta di loro si impossessarono di attrezzi da cucina e carri contenenti armi e armature per gladiatori, con cui insorsero con violenza aprendosi le porte della palestra. Sconfitto il modesto presidio di Capua, gli insorti saccheggiarono la zona circostante, accogliendo tra loro altri schiavi, quasi tutti prigionieri di guerra abituati all’ uso delle armi, braccianti, contadini poveri, pastori, gente ridotta in miseria, sbandati, espropriati, diseredati e scontenti, asserragliandosi poi sul Vesuvio, in una posizione inattaccabile. Spartaco assunse ben presto il comando della ribellione, circondandosi di luogotenenti come i galli Crixo, Gannico e Casto ed Enomao, e iniziò una relazione sentimentale con Varinia, una tra le più avvenenti schiave di Battiato, proveniente dalla Dacia meridionale.
Informata di quanto stava accadendo, Roma mandò contro di loro tremila soldati al comando del pretore Gaio Claudio Glabro, che sottovalutò ampiamente la situazione ritenendola un’ incursione contro una banda di razziatori, bloccando la loro unica via di uscita nota e attendendo fino al momento in cui la fame e gli stenti li avrebbero costretti ad arrendersi. Spartaco e i suoi si servirono di funi e scale adoperando il legno delle vigne e degli alberi che crescevano sulle pendici del vulcano per scenderne le pareti dalla parte opposta alle forze di Glabro, attaccandole alle spalle e trucidandole. Una seconda spedizione, guidata dal pretore Publio Varinio, fu a sua volta sconfitta dagli schiavi: Varinio scampò alla cattura ma gli schiavi entrarono in possesso dell’ equipaggiamento dei soldati romani, e grazie a questi successi un numero sempre maggiore di schiavi si unì alle forze originarie di Spartaco, che arrivarono a contare ben settantamila uomini.

Sempre più numerosi, i ribelli decisero di muoversi dal Vesuvio in cerca della libertà con l’ assenso di Spartaco, che finì per scontrarsi con Crixo: il primo voleva infatti raggiungere le terre di origine degli schiavi in Gallia e nei Balcani, mentre l’ altro aveva intenzione di saccheggiare l’ Italia meridionale. Gli insorti pertanto si divisero nella primavera del 72 prima di Cristo: il gruppo di Spartaco, il più numeroso, forte di trentamila uomini, si diresse a nord, verso le Alpi, mentre Crixo e gli altri, prevalentemente galli e germanici, vennero raggiunti e sterminati dalle forze del console Lucio Gellio Publicola sul Monte Gargano. Quando ebbe la notizia della tragica fine dei compagni, Spartaco ne onorò la memoria alla maniera degli aristocratici romani, ossia con giochi funebri nei quali trecento romani, ormai prigionieri di guerra, furono costretti a combattere sino alla morte come gladiatori.
Di fronte alla crescente indignazione derivante dalla scia di sangue, dei saccheggi e degli stupri commessi dai ribelli, il Senato romano ne prese maggiormente in considerazione la minaccia e nel dicembre del 72 prima di Cristo, mentre Spartaco, per ragioni mai chiarite, tornava in Lucania anziché sfuggire oltre le Alpi, affidò al pretore Marco Licinio Crasso, in quel momento il miglior stratega militare della capitale, il comando di otto legioni. Crasso dispose le proprie legioni e forzò i ribelli a ritirarsi attraverso la Lucania fino allo stretto di Messina. Spartaco si accordò con i pirati cilici per farsi trasportare assieme ai suoi uomini in Sicilia, dove avrebbe incitato altri schiavi alla rivolta, ma una volta intascate le ricchezze provenienti dalle razzie i pirati tradirono i patti abbandonando gli insorti, costringendoli a ritirarsi verso Reggio, inseguiti dalle legioni di Crasso, che eressero massicce fortificazioni tutto intorno all’ istmo di Catanzaro: Spartaco e i suoi si trovarono sotto assedio, senza rifornimenti e alcuna via di scampo. Peraltro, le legioni di Gneo Pompeo Magno erano di ritorno in Italia dopo aver messo fine all’ insurrezione di Quinto Sertorio in Spagna: al condottiero in arrivo fu detto di raggiungere direttamente l’ Italia meridionale per sostenere Crasso, mentre dalla Macedonia, sbarcando a Brindisi, sarebbe accorso Lucullo. Crasso si rese conto che con Pompeo e Lucullo in arrivo avrebbe dovuto superare velocemente lo stallo, così da prendersi tutto il merito della vittoria.
La battaglia finale di Spartaco;

I ribelli raccolsero le ultime forze rimaste e, con un’ impressionante azione, alcuni di loro ruppero l’ accerchiamento e fuggirono verso le montagne, ma le legioni romane li inseguirono catturandone una buona parte, agli ordini di Gannico e Casto, mentre gli altri tornarono indietro ad ingaggiare battaglia con esse. Nello scontro finale, presso l’ Alta Valle del Sele, i ribelli furono definitivamente sconfitti: oltre sessantamila, tra cui lo stesso Spartaco, rimasero uccisi, e più di seimila vennero fatti prigionieri. Come monito contro chiunque covasse ancora sentimenti ostili nei riguardi di Roma, l’ esercito di Crasso crocifisse nudi tutti i prigionieri lungo la via Appia, che collegava Capua a Roma.
La grande rivolta di Spartaco aveva profondamente scosso tutto il popolo romano, che per prudenza incominciò a trattare meno duramente gli schiavi. I proprietari terrieri provvidero a ridurre il numero di schiavi impiegati nei campi, preferendo rivolgersi ai lavoratori liberi. Carichi di gloria per aver soffocato la più minacciosa ribellione del tempo, Crasso e Pompeo tornarono a Roma alla testa delle proprie legioni, accampandosi appena fuori dalle mura cittadine e candidandosi al consolato per l’ anno successivo, sebbene Pompeo non fosse eleggibile per la giovane età e per non aver ancora servito come pretore o questore, come richiesto dalla legge della Repubblica. Come previso, nel timore delle legioni accampate fuori dalla città, entrambi vennero eletti.
Crocifissione dei ribelli sopravvissuti alla battaglia;


A dispetto della sua sconfitta sul campo, Spartaco entrò nella storia come lo schiavo che sfidò un Impero, e per lungo tempo il suo nome venne a malapena sussurrato con timore. Intorno alla sua figura ruotarono aneddoti e leggende che ne alimentarono il ricordo, ammantandolo di leggenda. La sua rivolta divenne il simbolo della lotta degli oppressi contro gli oppressori, e a quasi duemila anni dalla sua morte, al suo mito si ispirarono i più diversi movimenti politici e sindacali di ispirazione socialista o populista. Gli vennero dedicati poemi, romanzi, film e telefilm. Come dimenticare Spartaco, il cui cadavere peraltro non fu mai trovato sul campo di battaglia?

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